/////06 – LA SIMBOLOGIA ALCHEMICA

06 – LA SIMBOLOGIA ALCHEMICA

La simbologia alchemica


 

1. Devi cercare l’oro nel letame

Il conte di Treviso ha speso quasi tutta la sua vita nello studio dei codici dove gli antichi hanno raccolto la loro misteriosa sapienza. Gli scaffali della sua biblioteca rigurgitano di papiri, palinsesti e pergamene arrotolate. Ma ora è vecchio e i suoi occhi non vedono piú. Dinanzi a lui sta la notte. Pensa ad Alessandro Magno che, entrato nella profonda caverna di Hebron ed immerso nelle tenebre, vide scintillare improvvisamente su di una parete rocciosa una scritta fiammeggiante: «Per portare a compimento le tue imprese, sappi che devi mettere sotto ciò che sta sopra, e sopra ciò che sta sotto». Anche egli, conte di Treviso, nelle tenebre della sua cecità, vede qualcosa: è come una torcia che arde senza fumo, anzi, ora vede meglio: è come un Sole tutto d’oro che si leva lentamente sull’orizzonte.

Allora comprende che gli si appressa la morte. Fa chiamare a sé il nipotino; con la mano tremula e brancolante ne cerca la testa ricciuta. «Bernardo – dice – l’oro è tutto. Devi cercare l’oro nel letame». Dice e si spegne.

 

Corre l’anno di grazia 1413. Bernardo ha appena sette anni, ma le parole dell’avo gli si imprimono nell’anima. A quattordici anni sa già a mente i magistrali testi alchemici di Sciafar l’Arabo e distilla nell’alambicco le foglie macerate, la carne putrefatta e gli escrementi di giumenta. La febbre dell’oro gli fa bruciare le vene di una passione irrefrenabile. Il laboratorio diventa il cielo delle sue rapide esaltazioni e l’inferno de’ suoi lugubri sconforti, quando le prove falliscono. Non lo lascia che per intraprendere lunghi viaggi in terre remote, quando apprende che qualche nuovo testo è venuto alla luce. Cosí consuma la sua vita e la sua sostanza. Diventa la favola del suo tempo e dei secoli che seguono. Egli è forse l’unico alchimista che occupi un grande posto nella storia.

Eppure l’alchimia è tanto antica ed abbraccia millenni di storia. Le sue origini vengono fatte risalire fino a Ermete Trismegisto, il Tre Volte Grande figlio di Osiride e primo faraone di Egitto. E nonostante questo lungo corso di tempo, l’alchimia è sprofondata nelle tenebre dalle quali è sorta. Oggi viene considerata la piú stolta aberrazione in cui sia caduta l’umanità.

 

Quando si vuol dar un’idea della sua stupidità si cita il nome del conte Bernardo di Treviso che cercava l’oro nel letame e che, da ricco che era, si ridusse alla povertà piú squallida per fabbricare quell’oro di cui non aveva bisogno.

L’inutile fatica di Bernardo durò esattamente sette decenni. A ottantaquattro anni è ancora davanti alla fornace e consulta un antico papiro che aveva comperato in Egitto per diecimila zecchini d’oro.

Una sera, dopo una estenuante giornata di lavoro, si addormenta sulle sue carte. Ed ecco, nel sogno, gli appare suo nonno. Porta il manto d’ermellino e la corona dei re, e si erge maestoso presso una fontana dalle acque d’argento. Tutt’intorno ardono le stelle che si vestono e si svestono.

 

▸«Non capisco – dice Bernardo con voce affannosa – non capisco. Perché le stelle mutano i loro vestiti?».

Si rivolge all’avo, che intanto ha assunto il venerando aspetto di un vescovo.

Questi gli risponde: «Dio creò l’uno e lo moltiplicò per il tutto».

«Non capisco» seguita a dire Bernardo con voce sempre piú affannosa.

«Non posso dirti di piú» gli risponde l’avo.

Bernardo si sveglia. Trema in tutte le membra e suda freddo. Fa venire il confessore e gli racconta il sogno.

Questi gli porge un crocefisso d’oro. Bernardo lo bacia e muore.

 

2. Che cosa è l’alchimia

Era proprio stolto Bernardo se cercava l’oro nel letame? Questa espressione volgare non nasconde forse un senso piú profondo? È da notare prima di tutto che simili frasi ricorrono spessissimo nei testi alchemici. L’oro si trova nella feccia del distillato, nelle ceneri del fornello, nella scoria del vaso. L’alchimista greco Zosimo insegna che non vi è mistero piú grande di quello contenuto nella scoria della materia bruciata.

Perché dunque la “superfluità” (cioè quello che sta alla superficie delle cose come veste piú ruvida) è tanto preziosa per l’alchimista?

 

Per l’antico indiano il mondo delle apparenze era maya, illusione, inganno; per l’alchimista esso assume invece un’importanza sempre maggiore. L’alchimista considera come elemento prezioso il letame, la sozzura, la feccia del mondo. Perché questa inversione di giudizio?

È presto detto: l’alchimista è un uomo che vuole realizzare in sé la forza dell’Io.

Considera l’Io come la parte piú nobile della natura umana.

 

Per acquisire l’Io,

l’uomo ha dovuto pagare un grande tributo a Lucifero e ad Arimane,

è dovuto discendere profondamente nella materia;

la sua natura cosí ha perduto il divino fulgore originario ed è diventata fango, feccia, letame.

• Ma questo fondo tanto deteriore dell’anima umana

contiene il seme della piú sublime rinascita, cela l’Oro dell’Io.

 

Per quanto inferiore possa sembrare il regno terrestre rispetto a quello celeste dal quale siamo discesi,

è per mezzo suo e soltanto per mezzo suo che possiamo acquistare la nostra umanità, cioè l’autocoscienza, l’Io.

«Cercare l’oro nel letame»

è un’espressione tecnicamente esatta per indicare la realtà della missione dell’uomo sulla Terra.

 

Ma l’alchimista aggiunge ancora: «L’oro è la semente dell’Oro».

Cioè, per esprimerci in termini che ci sono famigliari,

per realizzare l’Io Superiore (“l’Oro dei Filosofi” nel linguaggio alchemico)

bisogna mettere in opera le forze dell’Io inferiore (“l’oro volgare”).

• Ottenere l’Oro dei Filosofi è lo scopo ultimo degli alchimisti.

 

Nella storia dell’umanità, l’alchimia segna un particolare processo d’Iniziazione, cioè quello basato sulla concentrazione spirituale nella forma e nella sostanzialità dei metalli. La tecnica relativa, valevole in senso stretto anche oggi, è stata caratterizzata dal Dottor Steiner in una delle sue opere piú alte: Coscienza d’Iniziato.

Il processo iniziatico proprio degli alchimisti poteva essere facilitato dallo studio fisico dei metalli. Cosí dall’alchimia è sorta la chimica. L’uomo ha tratto quest’ultima scienza dalla sua propria natura.

 

Nel mistico raccoglimento del Tempio, l’Adepto insegnava ai suoi discepoli:

▸ «In voi sentite operare la forza dell’Io, che non può essere smossa da alcun agente esteriore.

Il vostro corpo fisico diventa vecchio, ma il vostro Io rimane inalterato.

Rimanete fermi in questa forza e vi accorgerete che nemmeno i demoni del male riescono a piegarla.

I demoni del male riescono ad attaccare il vostro sentimento e il vostro pensiero, non mai il vostro Io.

Con la forza dell’Io riuscirete a vincerli. L’oro è il segno esteriore della forza dell’Io».

 

Dal tempio, i discepoli, dopo aver udito un simile ammaestramento, scendevano nei laboratori ed esperimentavano che l’oro è inossidabile e inattaccabile dagli acidi. Essi poi meditavano su questo fatto e cosí acquistavano altre forze.

 

L’alchimista, abbiamo detto, partiva dall’oro volgare per arrivare all’Oro di Osiride,

dall’Io inferiore all’Io Superiore. Quale strada percorreva?

Quella della trasformazione dei suoi arti corporei:

• il corpo astrale in Manas,     • il corpo eterico in Buddhi,      • il corpo fisico in Atma.

 

Questa trasformazione avveniva mediante l’uso della “Pietra Nera”, la “Pietra Filosofale”.

Per Pietra Nera, o “Piombo Nero”, come vedremo,

l’alchimista intendeva il suo stesso corpo fisico arimanizzato.

Poiché la trasformazione di questo arto rappresenta l’opera piú ardua, essa simboleggia tutto il lavoro alchemico.

 

Il lavoro con la Pietra Filosofale significa pertanto

• in senso stretto la trasformazione del corpo fisico in Atma,

• in senso lato la trasformazione di un qualunque arto inferiore nel suo corrispondente arto superiore.

 

• Come l’Io inferiore s’accende al contatto con la corporeità astrale, eterica e fisica,

• cosí l’Io Superiore (Io Vero) ha la sua base su Manas, Buddhi e Atma.

Questo Io Superiore ha qualità regali.

 

In tempi antichi era Re colui che incarnava l’Io del popolo. Perciò l’alchimia, che ha per fine di realizzare l’Io, veniva detta “Ars Regia”, cioè arte regale per eccellenza. Ma l’alchimista che per mezzo della sua arte diventava re, era nello stesso tempo sacerdote, sacrificatore, mago. In tale duplice veste appare l’avo a Bernardo, per significare a quest’ultimo quale sarebbe stata la giusta via. Egli si erge presso la Fontana dell’Acqua d’Argento, o Mercurio, che è il simbolo dell’etere cosmico che dà vita eterna.

 

Le stelle che si vestono e si svestono stanno a significare la grande legge cosmica dell’evoluzione che procede attraverso successivi manvantara e pralaya dei corpi planetari. Ma Bernardo non capisce; egli è un alchimista fallito; uno di quegli stolti che gli alchimisti iniziati chiamavano con sommo disprezzo “soffiatori o bruciatori di carbone”.

Gli alchimisti per esprimersi usavano un linguaggio simbolico, o sarebbe meglio dire tecnico. Cerchiamo ora, con l’aiuto delle cognizioni che ci viene offerto dalla Scienza dello Spirito antroposofica, di penetrare il senso profondo del linguaggio tecnico degli alchimisti.

 

 

3. La Materia Prima

A base di ogni realtà, sensibile e soprasensibile, sta, secondo gli alchimisti, la Materia Prima.

Vediamo di capire in concreto, che cosa si cela sotto questa espressione.

 

L’origine del nostro cosmo solare risale allo stato di Saturno, la prima incarnazione planetaria della Terra. I sublimi Esseri gerarchici che spiegarono la loro attività creatrice su Saturno sono però molto piú vecchi di Saturno e trascorsero la loro evoluzione in altri stati cosmici. Essi portano nel nuovo cosmo in formazione l’essenza di altri cosmi.

 

Dodici mondi – lo Zodiaco – stanno intorno a Saturno

e irraggiano in esso la propria ESSENZA SUPERSPIRITUALE .

Questa è la Materia Prima “degli alchimisti”, la quale sta a base di tutto.

Essa sorge da uno stato di pralaya supercosmico

e precede – fuori del tempo e dello spazio – ogni attività su Saturno.

 

Non è da confondersi con la sostanza di volontà emessa dai Troni al principio della quarta fase e nemmeno con la essenzialità interiore superspirituale che caratterizza le prime tre fasi di Saturno.

 

La Materia Prima non è differenziata,

non possiamo attribuire ad essa alcun carattere se non quello della infinita possibilità.

Essa è rappresentata, come ideogramma alchemico,

da un cerchio con entro la leggenda: “En To Pan” (Uno il Tutto).

Questo geroglifico rappresenta il caos primordiale ed è detto anche “l’Uovo della Fenice”,

cioè l’uovo cosmico amorfo che partorirà la prima forma (la Fenice).

 

 

Spesso per indicare questo segno, troviamo nei testi una serpe che si morde la coda. Questa serpe porta diversi nomi: il Drago Uròboros, la Vipera Velenosa, il Basilisco dei Filosofi. In alchimia, Uròboros non è soltanto il simbolo della Materia Prima, ma anche quello del “Solvente Universale” o “Aceto Filosofico”.

 

Per comprendere questo duplice significato, dobbiamo tenere presenti i concetti alchemici di “Ascensione” e “Discensione”.

Il processo creativo cosmico è una discensione (ossia evoluzione) dalla Materia Prima;

in questo senso, la Materia Prima è l’Uovo della Fenice.

L’alchimista, l’iniziato, percorre invece la via opposta della ascensione nei Mondi Spirituali:

per lui sta alla fine ciò che nel cosmo stava al principio.

 

La coscienza iniziatica in via ascensionale si eleva successivamente

• alla sfera della Luna (immaginazione),   • del Sole (ispirazione),   • di Saturno (intuizione).

Ogni grado successivo d’elevazione rappresenta una prova piú ardua, perché vien chiesta all’Iniziato

una sempre maggiore forza dell’Io per non essere soverchiato dalle forze cosmiche inimmaginabilmente potenti.

Da ciò si capisce che la prova piú terribile si presenta all’Iniziato quando passa la soglia

che dal cosmo solare lo conduce nel pluricosmo zodiacale.

La sfera zodiacale non comporta nessuna differenziazione propria del cosmo solare:

in essa ogni elemento fisico, eterico, astrale viene dissolto.

 

L’Iniziato, prima di entrare in questa sfera, deve effettuare con atto proprio di volontà la “dissoluzione” della sua anima; deve cioè spegnere la sua coscienza eliminando tutte le esperienze del mondo fisico, astrale e spirituale. Non vi è nulla nel mondo dei sensi che possa pur lontanamente darci un’idea di questa terribile esperienza.

 

La morte fisica spegne la coscienza terrestre, ma nello stesso tempo

ne fa riaffiorare una piú viva dalla quale riemergono in forma mutata i ricordi della vita trascorsa.

Nulla di simile avviene nell’esperienza iniziatica sulla soglia dello Zodiaco.

• In essa tutto il passato viene annichilito per sempre;

tutto ciò che è stato acquisito dall’uomo nel regno fisico, in quello astrale e in quello spirituale

viene sommerso nell’oblio.

 

È questa un’esperienza veramente terribile.

Però soltanto superando questa prova, l’iniziato trova il suo “vero Io”,

l’Io Superiore (Vero) come Entità ultra-zodiacale.

Nella tradizione Vedanta, questo gradino della esperienza iniziatica vien detto

“La porta dello spavento supremo”.

 

Le considerazioni fatte ci permettono ora di comprendere il duplice significato attribuito dagli alchimisti al simbolo del cerchio. In senso discensionale, questo simbolo esprime “la Materia Prima”, “l’Uovo della Fenice”; in senso ascensionale, sta a significare l’esperienza iniziatica del dissolvimento sulla soglia dello Zodiaco, ed allora il cerchio diventa la serpe che si morde la coda, il Drago Uròboros, l’Aceto dei Filosofi, il Solvente Universale, il Basilisco dallo sguardo fulminante.

Si potrebbe benissimo chiamare questa esperienza e il simbolo relativo “La soglia dell’Io”.

 

Gli Egizi e i Greci immaginarono l’iniziazione come un viaggio pieno di peripezie e di avventure.

Si può ben dire che il passaggio attraverso la soglia dell’Io

rappresenta per l’iniziato l’avventura piú rischiosa e piú incerta.

Superata questa, egli è fuori dello Zodiaco, in una realtà superspirituale che nessuna mente umana può concepire.

Questo è lo stato del Nirvana, per il quale vien detto che non esistono concetti (metanoia).

 

4. L’oro e l’argento

Abbiamo detto che la leggenda inclusa nel geroglifico della Materia Prima suonava: «En To Pan» (Uno il Tutto).

Ciò significa che l’unità e l’infinita molteplicità sono confusi in uno stesso caos.

• Ma è possibile che il principio dell’unità si affermi: fissi se stesso,

si faccia valere come elemento dell’assoluta determinatezza.

Questa è appunto la qualità dell’Io che non comporta alcun cangiamento ed è stabilita in eterno;

ma è nello stesso tempo la qualità dell’oro che nessun agente esterno riesce ad alterare

e che anche quando entra in combinazione con altri elementi fa valere il proprio carattere.

 

Gli alchimisti rappresentavano l’oro e quindi l’Io con un cerchio avente nel centro un punto.

Il punto è l’unità, la determinatezza, l’Io che sorge dal caos e lo ordina in cosmo.

Questo segno è al contempo il geroglifico arcaico del Sole.

 

• Dei due principi contenuti nella Materia Prima del caos – l’unità e la molteplicità –

può venire a manifestazione anche il secondo.

In questo caso la Materia Prima si restringe,

s’incurva passivamente in attesa di ricevere una determinazione dall’esterno.

Ed ecco qui la rappresentazione simbolica della falce lunare, dell’Argento,

dell’Anima capace di infinita determinazione.

 

Così la Materia Prima si è scissa nei suoi due principi:

l’Unità (l’Io, l’Oro, il Sole) e la Molteplicità (l’Anima, l’Argento, la Luna).

 

 

La differenza tra la Materia Prima e l’Argento lunare è la seguente:

• la Materia Prima è suscettiva di infinita determinazione, ma questa possibilità è attiva,

sorge dal suo stesso seno in cui opera la forza unitaria dell’Io;

• invece l’Argento lunare contiene la possibilità dell’infinita determinazione in senso puramente negativo.

È come la cera capace di far rilevare qualsiasi sigillo che le venga impresso dall’esterno.

 

L’Anima può generare all’infinito,

ma ha bisogno per far ciò di essere di continuo fecondata dalla forza dell’Io.

Questa verità è rappresentata cosmicamente dalla Luna che riceve e riflette la luce del Sole.

 

 

5. L’Arsenico e il Sale

 

 

La Materia Prima, sommossa dall’impulso dell’Io, entra in attività e manifesta un principio propulsore che diventerà sempre più vigoroso. Possiamo rappresentare ciò con l’ideogramma della Materia Prima solcata da una verticale.

Questo è il simbolo dell’Arsenico, del principio arsenicale, cioè dell’immensa virilità cosmica, della forza divina, del vigore universale che suscita e sopporta mondi. Jacob Böhme usa lo stesso ideogramma per rappresentare il Salnitro, che egli chiama “il calore dal cui seno esce la luce”. È cioè il fuoco occulto, l’entusiasmo inestinguibile della creazione che pervade tutto il cosmo.

 

Ma l’Arsenico è invero ancor più occulto che il Salnitro.

È l’Anima cosmica da cui promana questo entusiasmo inestinguibile, questo calore onnipresente che cova i mondi; è la Virilità indefettibile da cui sprizza lo sperma fecondatore d’ogni esistenza. Questo sperma cosmico, questo Logos seminale è appunto il Salnitro.

Ora capite perché il Salnitro è il fertilizzante per eccellenza della nostra Terra. Il Salnitro, pur se in piccole quantità, deve essere presente nel terreno perché questo possa produrre la vita vegetale. Lo stesso ideogramma vale dunque per l’Arsenico e per il Salnitro, cioè per la Virilità e per il seme della Virilità. Si potrebbe usare lo stesso segno per indicare lo stato iniziale di calore su Saturno.

 

Il principio femminile della Materia Prima (cioè quello della moltiplicazione, della molteplicità) può esaurirsi. In questo caso la Materia Prima si irrigidisce, assume una forma fissa, perde la possibilità di formazioni nuove. Vogliamo rappresentare un tale irrigidimento con una retta che solchi la Materia Prima in senso orizzontale.

Con ciò abbiamo disegnato il simbolo del Sale, cioè della forma fissa e immutabile. È questo il segno del mondo fisico terrestre arimanizzato e del cadavere umano.

Voi sapete dallo studio delle opere del Dottor Steiner che ogni processo salino nel nostro corpo equivale a un processo di morte. Ecco perché l’Ostia sacrificale della Messa non deve contenere il sale, elemento terrestre per eccellenza.

 

6. I quattro elementi

I due principi cosmici (Oro ed Argento) che abbiamo finora caratterizzati, possono venir considerati anche nella loro “discensione”.

Nel processo evolutivo danno origine al Fuoco e all’Acqua.

 

 

Il primo tende costantemente all’alto, la seconda al basso, perciò, secondo questa loro natura, il primo viene rappresentato in alchimia mediante un triangolo con il vertice in alto e la seconda mediante un triangolo con il vertice in basso.

Il “Sale” (caratterizzato dalla retta orizzontale) agendo su questi due elementi provoca un arresto, una sincope della loro attività e così dal Fuoco si origina l’Aria e dall’Acqua s’origina la Terra.

 

 

In alchimia l’Aria è Fuoco salato, come la Terra è Acqua salata.

Questi elementi non vanno però identificati con ciò che noi percepiamo qui sulla Terra fisica come fuoco, aria, acqua e terra. A questo stadio della loro discensione sono forze prive di ogni qualità fisico-materiale e corrispondono ai quattro eteri che noi conosciamo nella Scienza dello Spirito.

 

7. La Quintessenza

La Tetrade degli Elementi può essere rappresentata ancor più schematicamente da una croce. I quattro bracci della croce indicano rispettivamente: quello in alto il Fuoco, quello in basso la Terra, quello a destra l’Aria e quello a sinistra l’Acqua.

 

 

Il punto d’intersezione delle due rette, qualora venga rimarcato, vale come simbolo della Quintessenza.

La Quintessenza è dunque ciò che di non dimensionale sta alla base dei quattro elementi. È, nei nostri termini, l’etere primo, l’etere non differenziato da cui originano gli eteri differenziati del Calore, della Luce, del Suono e della Vita. Nel linguaggio della saggezza orientale viene chiamato Akasha.

 

8. Il Solfo e il Mercurio

Ogni differenziazione elementare viene fissata in una forma.

La forza cosmica che conferisce la forma è data dal Solfo.

L’alchimia distingue due specie di Solfo: quello celeste incombustibile e quello terrestre combustibile.

 

 

Il primo viene rappresentato dal segno dell’Ariete (forza pura), il secondo dal triangolo del fuoco sovrapposto sulla croce degli elementi.

Il Solfo terrestre si manifesta in ogni processo di combustione fisica; esso è l’elemento di legame fra il fuoco fisico e gli stati di aggregazione della materia quali li conosciamo sulla Terra.

Se il Solfo è il principio che fissa la forma degli elementi, il Mercurio è invece il principio che permette la metamorfosi, la trasmutazione della forma, purché s’intenda ciò in senso meramente passivo.

 

 

Abbiamo già visto che questa qualità intesa cosmicamente viene rappresentata dall’Argento lunare, o principio differenziatore della Materia Prima.

Sulla Terra, la stessa qualità è legata agli elementi e viene rappresentata dalla Luna che sovrasta la croce elementare.

Frammezzo però è posto il segno della Materia Prima.

Si tenga presente che l’Argento rappresenta il principio differenziatore in potenza,

mentre il Mercurio lo rappresenta in atto.

 

9. Il processo della combustione

Quando noi vediamo un corpo che arde, consideriamo il fatto come un fenomeno fisico del tutto naturale. Non cosí gli antichi. Per millenni gli uomini hanno sostato dinanzi al fuoco con terrore, con venerazione e con infinita meraviglia. La domanda: «Perché dalla materia si sprigiona il fuoco?» veniva considerata come un sacro mistero. I geni piú alti dell’umanità, da Aristotele a Goethe, s’intrattennero sull’argomento.

Paracelso lasciò scritto: «Il legno arde, perché contiene Solfo; dà fiamma, perché contiene Mercurio; e infine lascia cenere perché contiene Sale».

 

Le considerazioni svolte in precedenza ci permettono di comprendere che cosa intendeva dire Paracelso con queste parole, che all’uomo moderno sembrano tanto strane.

Un ceppo di legno prima di essere messo a bruciare nel caminetto ha una forma; poi non ne rimane che un mucchio di cenere. Che cosa è avvenuto della forma? Si è dissolta nel nulla? No, di certo, pensa Paracelso. Essa è ritornata alla sua sfera originaria; il Solfo terrestre si è tramutato in Solfo cosmico o Spirito di Solfo (Solfo Spirituale) in termine tecnico.

 

Gli antichi chiaroveggenti vedevano liberarsi dalle fiamme la forma dell’oggetto che bruciava, sotto le specie di un uccello che chiamavano la Fenice (Uccello di Fuoco). Questo è il segreto dell’Araba Fenice che resuscita dalle sue ceneri, e del misterioso Uccello di Fuoco di cui è tanto parlare nelle favole del popolo russo.

Sappiamo già che cosa sia il Sale: è quella parte della forma che soggiace alle condizioni terrestri e non può piú ritornare al suo stato spirituale originario. Diventa il possesso di Arimane: cenere.

 

Nella fiamma agisce la forza del Mercurio. La fiamma è forma fluttuante e rappresenta la transazione tra lo stato “fisso” e lo stato “volatile” della materia. Ogni cangiamento di forma, in genere, è reso possibile dalla presenza del Mercurio.

Cosí Sale, Mercurio e Solfo determinano la combustione dei corpi e fanno scaturire il fuoco.

 

10. La tricotomia dell’Entità umana

V’è corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo.

I tre principi Sale, Mercurio, e Solfo sono presenti pure nell’essere dell’uomo

e ne determinano la tricotomia: Corpo, Anima e Spirito.

Il concetto della tricotomia è la base essenziale per la conoscenza della natura umana.

L’uomo è dunque, secondo i concetti alchemici, costituito di Sale, Mercurio e Solfo.

 

11. Gli arti corporei dell’uomo

I tre princípi cosmici sono però organizzati nell’uomo, cioè articolati in maniera concreta.

A questo proposito gli alchimisti parlano sinteticamente dei “Quattro” nell’uomo.

I “Quattro” sono, corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale ed Io.

 

• Il corpo fisico – nel concetto degli alchimisti – è Piombo.

Con questa espressione cosí sintetica, l’alchimista iniziato intendeva dire:

«L’origine del corpo fisico risale a Saturno, dove fu edificato dai Troni con la sostanza della loro volontà.

 

Il Piombo è la sostanza di volontà dei Troni, è lo stesso Saturno.

Perciò il Piombo è l’elemento piú pesante che si conosca.

Esso è la sostanza prima, è la base, il sostegno del cosmo solare».

Però il Piombo che noi conosciamo sulla Terra

non è l’equivalente del Piombo spirituale di Saturno.

 

Il Piombo terrestre, o Piombo Nero, come veniva chiamato dagli alchimisti,

è sorto per l’azione di Arimane, come vedremo un’altra volta.

Questo Piombo manifesta la sua attività in modo particolare

nel sistema osseo di sostegno, dove genera il Calcio.

 

• Il corpo eterico è Solfo incombustibile.

Abbiamo già visto che il Solfo è la forza plasmatrice per eccellenza.

Perciò in Antroposofia il corpo eterico viene anche chiamato corpo di forze formative.

Entro il corpo fisico, il Solfo manifesta la sua attività nella formazione del sistema glandolare. L’importanza della secrezione interna del sistema glandolare fu scoperta dalla Scienza appena di recente, quando riuscí a stabilire che gli ormoni regolano nell’interno dell’organismo l’equilibrio dei processi vitali.

 

• Il corpo astrale porta a manifestazione l’Argento lunare vivo, o Mercurio.

Il Mercurio è, come tale, la possibilità della metamorfosi per influenza esterna. Ogni processo esterno provoca pertanto una modificazione nel contenuto astrale dell’uomo. Il contenuto del corpo astrale è in continua trasmutazione.

Gli alchimisti dicevano che l’estrema mutevolezza della vita dell’anima è causata da “eccedenza mercuriale”. Nell’organismo fisico il Mercurio provoca il sorgere della sostanza sensibile dei nervi e del cervello.

 

Il quarto arto dell’entità umana è dato dall’Io.

L’Io è per l’organizzazione umana, o microcosmo, ciò che il Sole è per il nostro sistema planetario, o macrocosmo. È Spirito che si sostiene per virtú propria, è principio assoluto di determinazione. Per sua natura, come abbiamo già visto, è identico all’Oro.

In un testo alchemico (il “Corpus Hermeticum”), l’Io viene definito “Forza Prima”, la quale, per essere spiegata, non ha bisogno né di un precedente, né di un susseguente. In questo senso, è puro contenuto spirituale senza un mezzo che lo contenga. Non ha causa né fine che non siano causa e fine di se stesso.

L’Io però che esperimenta l’uomo durante la vita terrena, non è che una pallida ombra del vero essere egoico spirituale. La forza dell’Io, entro il corpo fisico, genera il sangue. Quanto detto ci permette di disegnare il seguente specchietto.

 

 

12. La potenza metallica nell’uomo

La potenza dei metalli agisce direttamente nell’uomo. Con questo fatto è connesso il mistero della coscienza.

La comune coscienza di veglia è retta nell’uomo dalla potenza dell’Oro. Altri stati di coscienza sono a loro volta retti dalla “metallità” del Piombo, Stagno, Ferro da una parte e Rame, Mercurio e Argento dall’altra.

I metalli nominati sono connessi con le attività dei corpi planetari e perciò Plotino insegnava che le energie dei pianeti agiscono nell’uomo per mezzo di una “metallità” specifica. Gli alchimisti parlavano di una coscienza legata all’Oro del Sole, di una seconda legata al Ferro di Marte, di una terza legata all’Argento della Luna e cosí via. Ci è assai facile comprendere il loro linguaggio, se consideriamo i “Fiori del Loto”, che, come sappiamo, sono i centri vitali e gli organi di percezione del corpo eterico.

 

Il Dottor Steiner, nel suo libro fondamentale “L’Iniziazione”, parla diffusamente dei Fiori del Loto e spiega quali facoltà essi accordino all’uomo e quali fatti della realtà soprasensibile permettano di percepire, una volta che siano attivati. Gli alchimisti si riferivano alle stesse cose quando parlavano dell’azione del Piombo, Stagno, Ferro e cosí via. In termine tecnico alchemico, “fissare il Piombo” significava mettere in moto il Fiore del Loto della regione coronale.

 

Parleremo in un secondo tempo delle operazioni alchemiche; ora, per amore di evidenza, vogliamo disegnare uno specchietto che mostra il rapporto fra l’attività metallica dei pianeti e i Fiori del Loto.

 

 

Le tre forme di coscienza che stanno sopra all’Oro conducono l’uomo nelle lontananze cosmiche fino alla sfera di Saturno. Le tre forme di coscienza che stanno sotto, lo conducono invece in se stesso, nella sua interiorità e gli appalesano la strada che ha percorso la sua entelechia eterna attraverso le varie incarnazioni corporee e durante i soggiorni nei Regni Spirituali.

Naturalmente le attività metalliche dei pianeti del ternario superiore e quelle del ternario inferiore devono essere giustamente equilibrate tra di loro. Per indicare non solo questa necessità, ma anche la relazione che lega i sette Fiori del Loto, gli alchimisti disegnavano una spirale che partiva da Saturno e arrivava al Sole.

 

 

 

 

By | 2019-01-20T14:20:02+01:00 Gennaio 17th, 2019|III|Commenti disabilitati su 06 – LA SIMBOLOGIA ALCHEMICA