01 – ANTROPOSOFIA E PSICOLOGIA

Antroposofia e psicologia

O.O. 73 – L’antroposofia e le scienze – 05.11.1917


 

Sommario: Risultati della scienza dello spirito in merito a problemi di psicologia.

 

Influssi della scienza sulla psicologia nel corso del secolo diciannovesimo. I cammini diversi della scienza e della psicologia. Psicologia, problema di coscienza. Friedrich Theodor Vischer ai confini della conoscenza. L’errore principale di Bergson. Il dramma della conoscenza come via per la formazione di organi spirituali. La conoscenza immaginativa porta alla realtà spirituale. L’ispirazione e l’intuizione portano a sperimentare il divenire animico e alla conoscenza delle ripetute vite terrene. Il tragico tentativo di Franz Brentano. I “mneme” di Richard Semon sono una conferma scientifica dei risultati della scienza dello spirito.

 

In questa conferenza ci si riferirà all’antroposofia non come a qualcosa che deriva da un movimento settario o da una settaria corrente spirituale o da altro di simile, ma a qualcosa di universalmente umano; una corrente spirituale che nella nostra epoca scaturisce con profonda necessità dal sorgere della concezione scientifica dei secoli scorsi, nella forma che questa ha assunto in modo speciale nel nostro tempo.

 

Non si pensi però per questo che l’antroposofia derivi come logica conseguenza, come un giudizio, da ipotesi scientifiche; va invece considerato che l’antroposofia deve svilupparsi come creazione vivente, come esperienza in un’epoca che per molti problemi della vita e del mondo deve pensare in modo scientifico. L’antroposofia è pensata più come una figlia vivente, se così posso dire, dei presupposti scientifici, piuttosto che solo una sua logica conseguenza.

 

Ora cercherò di dare una struttura unitaria alle quattro conferenze che abbracceranno diversi settori delle scienze contemporanee. La singola conferenza non potrà essere quindi isolata dal tutto; prego di tenerne conto.

 

Appare naturale inaugurare la serie con una conferenza sui rapporti fra antroposofia e psicologia, anzitutto perché l’antroposofia, che vuole orientarsi verso il mondo spirituale, che deve ricavare i risultati della sua ricerca dal mondo spirituale, intende occuparsi anzitutto dei problemi interiori dell’uomo, della sua vita animica. Questo da una parte. Dall’altra si consideri come solo da poco tempo la psicologia abbia assunto un ben altro aspetto in confronto ai secoli precedenti, in modo speciale nel corso del secolo diciannovesimo. A seguito dell’estendersi del pensiero scientifico a molti aspetti della vita, la psicologia è forse diventata molto più enigmatica, più piena di tutti i possibili enigmi della vita di ogni altra moderna attività scientifica. Fu naturale che per i grandi, immensi risultati ottenuti dall’indagine scientifica, il pensiero scientificamente ordinato, la concezione scientifica del mondo, in certo qual modo prendesse possesso di tutto quel che cade nella sfera della conoscenza umana. Così è avvenuto che la concezione scientifica nell’epoca moderna ha per così dire esteso la sua influenza al campo della vita dell’anima.

 

Ora vorrei correggere dall’inizio il pregiudizio, il malinteso che tanto facilmente si solleva contro il ricercatore antroposofico, e cioè che la scienza dello spirito orientata antroposoficamente non voglia tener conto di quel che il moderno pensiero scientifico ha da offrire all’umanità. Al contrario le diverse conferenze che terrò qui mostreranno proprio come la scienza ottenga la sua piena giustificazione, sperimentando la forte motivazione che può venirle dall’antroposofia o scienza dello spirito. Sotto un certo aspetto questo risulterà già osservando i rapporti dell’antroposofia con la psicologia. È un giustificato ideale della scienza moderna distaccare i fenomeni naturali che osserva, i contenuti di un processo naturale, di un fatto naturale, da tutto quel che è animico; non mischiare cioè in alcun modo nell’osservazione scientifica, nell’esperimento scientifico, quel che proviene dalla sfera soggettiva, come la si chiama, dall’esperienza dell’anima. Il pensiero scientifico può solo quindi sperare che l’uomo non intorbidi il quadro obiettivo dei fatti naturali con ciò che porta delle sue tendenze animiche, delle esperienze dell’anima.

 

E solo naturale che la psicologia debba subire in modo del tutto particolare una certa impronta da un tale ideale. Nel passato l’anima non si poneva verso il mondo esterno così come deve farlo nella conoscenza scientifica della natura. Avendo un senso per addentrarsi nel pensiero scientifico, nella comprensione del mondo dei secoli scorsi, si osserva che allora dappertutto, nel modo di comprendere e interpretare i fenomeni naturali, non li si separava nettamente da quel che ne provava l’anima, dalle rappresentazioni simboliche o da altro che l’anima desiderava. In una certa misura quel che si sperimentava della natura era mischiato con l’obiettivo fatto naturale. Proprio perché la scienza stessa non era libera da ciò che offriva l’anima, la psicologia non raggiungeva una posizione enigmatica come nel presente. Chi già trovava manifesto nella natura ciò che è animico e lo estraeva da essa con i puri fatti materiali, poteva con più facilità credere di sperimentare qualcosa riguardo alla costituzione dell’animico nell’essenza del mondo spirituale in accordo con la comprensione della natura e del mondo, molto più di quanto appaia possibile ora che si vuol considerare la natura in modo che nell’osservazione non sia presente tutto ciò che è “soggettivo”, tutto ciò che è animico. Come si può con una concezione scientifica che intende proprio fra i suoi più compiuti ideali escludere l’animico, che deve anche formare concetti, idee, metodi che si basano su questa esclusione, come si può penetrare con questi metodi nell’animico e poterne conoscere qualcosa? come si può applicare all’osservazione della vita dell’anima ciò che deriva da una scienza che la esclude?

 

Vedremo tuttavia nella terza conferenza come proprio la psicologia, e anche una scienza dal sicuro avvenire per ora solo ai suoi albori alla conquista di cattedre universitarie e cioè la psicologia sperimentale, troveranno le loro giuste basi se sapremo pervenire di nuovo a una scienza dell’anima nonostante l’ideale del modo di osservazione naturalistico. Ciò che qui si sosterrà non rifiuta assolutamente quanto la scienza ha assorbito come supporto scientifico per la vita dell’anima. Al contrario! Proprio ciò cui tendono i moderni laboratori di psicologia risulterà fruttuoso, acquisterà il suo giusto significato da un certo punto di vista antroposofico.

 

Ci si può ora chiedere: che cosa ci si propone veramente ponendosi scientificamente di fronte alla natura nella forma assunta a ragione dalla scienza odierna? che cosa si vuole veramente conoscere della natura? Se ne potrebbe parlare per ore; adesso accenneremo solo in breve a come si possa dare una risposta.

In quanto viviamo animicamente in noi e fuori di noi nel corso dei fatti naturali, nella vita dell’anima sviluppiamo certi bisogni. La scienza nasce da tali bisogni. Nell’anima si vuole venire a capo di ciò che essa chiede, dei dubbi, degli enigmi che sorgono dall’osservazione della natura. Si vuol vedere la natura in forma tale che quanto proviamo in noi, nel corso interiore di esperienze animiche, trovi qui la sua giustificazione. Proprio l’osservatore dà le direttive, le tendenze della scienza. Ci si può anche rifare a quanto disse Du Bois-Reymond nel suo famoso discorso Sui confini della conoscenza della natura: «Esiste una scienza quando è soddisfatto il nostro bisogno di causalità, quindi qualcosa di soggettivo, di fondato sull’umano sperimentare». Ciò presuppone che questa soggettiva, personale vita dell’anima con le sue domande e i suoi dubbi, si contrapponga in modo enigmatico al corso dei fenomeni naturali, che a prima vista essi non svelino le immagini che la vita dell’anima ne forma. Possiamo modificare la prima immagine che viene dall’osservazione con ciò che scorre nell’anima, e ottenere così proprio la scienza.

 

Possiamo fare altrettanto con la vita dell’anima? A questa domanda non si è risposto sempre con chiarezza e sufficiente precisione. Verso la sfera dell’anima non possiamo porci nello stesso modo, indagando con l’ordinaria coscienza, come verso la natura. L’anima è in noi. Possiamo solo viverla, sperimentarla. Non riusciremo però mai ad arrivare a una scienza organizzando quello che ci è noto, come legittimamente organizziamo la natura. Si può sperimentare la vita animica come si presenta nella quotidianità, ma non vi è alcun motivo, sperimentandola, di trattarla come i fenomeni naturali. Essi per così dire ci portano ad ogni piè sospinto nell’ignoto, mentre nello sperimentare animico siamo invece direttamente inseriti. Volendo applicare all’esperienza dell’anima un metodo simile a quello usuale per la scienza, ci si deve autoeducare a porre certe domande già riguardo scienza.

 

È ovvio che di fronte alla natura l’osservatore è una persona esterna; di fronte alla vita dell’anima non vi è alcun osservatore. Di conseguenza molti disperavano della possibilità di osservare la vita dell’anima, non potendo assolutamente immaginare come operare la scissione tra l’avere una vita dell’anima e nello stesso tempo esserne osservatore.

 

Esiste dunque proprio questo particolare paradosso per far nascere una scienza dell’anima che possa stare accanto alla scienza, si potrebbe dire, secondo le esigenze della scienza stessa. La domanda sull’osservatore della vita dell’anima va presa sul serio, nel suo profondo significato. Ciò che vive in noi non può osservare direttamente l’anima. Se il naturalista oggi vuol realizzare l’ideale dell’osservazione scientifica, nel suo modo di pensare deve isolare tutto quanto è anima, se per così dire intende farla scomparire del tutto; lo psicologo oggi deve percorrere proprio la via opposta: non isolarsi dalle esperienze animiche, ma farvi entrare qualcosa, compenetrarle con qualcosa che non è nella coscienza abituale. Lo studioso dell’anima deve percorrere appunto la via opposta! Poiché la scienza ha seguito la propria via, egli deve percorrere la via opposta. Nasce quindi la grande, importante domanda: come la si può trovare?

 

Dovrò ora dire alcuni paradossi; prego però notare che quanto è comparso nel corso dell’evoluzione culturale umana, nel presentarsi ha sempre avuto carattere di paradosso. Si pensi alle grandi e rivoluzionarie conquiste scientifiche, a come abbiano agito sugli uomini, quali dubbi, quali contestazioni, quali battaglie abbiano suscitato! Siamo ancora molto più vicini all’anima che alla natura. Non fa meraviglia che anche per la moderna psicologia possa risultare parecchio di quel che si è prodotto col progresso della ricerca scientifica.

 

Nella psicologia orientata antroposoficamente deve esser chiaro fin dall’inizio che nulla si ottiene con la coscienza di tutti i giorni, come già ho indicato anche per la comune ricerca scientifica. La psicologia diventerà una questione di coscienza, e come tale l’ho trattata nel mio libro Enigmi dell’essere umano, apparso l’anno scorso. Ponendosi di fronte alle proprie esperienze come fa nella vita quotidiana, l’anima non le può in fondo conoscere, ma può solo viverle, come si vive la natura prima di averne un quadro scientifico; ciò mostra già che, volendo osservare i fatti che la riguardano, l’anima deve apportare in sé cambiamenti. Questo sarà difficile per il modo odierno di pensare, indirizzato a non toccare l’anima, a lasciarla per così dire come la si è ricevuta dalle “mani della natura”, riallacciandosi nella scienza a ciò che in essa vive. La psicologia dovrà però attingere forze dalle più profonde sorgenti, precluse alla comune esperienza, risultate da metodi di osservazione e da modi di pensare diversi da quelli della vita usuale.

 

Voglio ora in breve e con semplicità descrivere che cosa è necessario accada all’anima per diventare una vera osservatrice delle proprie esperienze, o per meglio dire per risvegliare l’osservatore nascosto in lei con cui poter indagare la propria vita. Col pensiero, con ogni forma di rappresentazione usata per l’osservazione della natura, non si viene a capo di nulla riguardo all’anima. Con tutti questi concetti (come si può riconoscere subito quando nell’interiorità si è alle prese con la conoscenza) non si esce affatto dalla fenomenologia che si può abbracciare con la scienza naturale, non si arriva affatto all’anima.

 

Tutto cambia nel momento in cui si arriva al punto, lo chiamo confine della conoscenza, ove anzitutto si è nel dubbio e spesso ci si dice: fino qui arriviamo con quanto un tempo ci venne dato per soddisfare la nostra inclinazione alla conoscenza, ma qui vi sono invalicabili confini oltre ai quali non si procede. Si osservi come chi è compreso dal moderno modo di osservazione scientifica, cercando con il suo pensiero di scavare sempre più in profondità nell’esistenza, giunga a questo confine della conoscenza. Voglio citare alcuni esempi che ci mostreranno come chi lotta per la conoscenza giunga in realtà a punti peculiari della vita dell’anima.

 

Come primo esempio vorrei citare una personalità forse poco valutata come filosofo, ma comunque da tenere nella più alta considerazione: il famoso esteta Friedrich Theodor Vischer. Allorché egli recensì l’interessante libricino di Volkelt La fantasia del sogno, si pose con tutta la sua energia conoscitiva la domanda: quale può essere la relazione tra l’anima e il corpo?

 

E’ differente porsi questo problema partendo da premesse filosofiche, da concetti dottrinari, occupandosene solo in modo intellettuale, oppure affrontarlo da una dura esperienza di pensiero, in modo che si ponga davanti all’anima realmente quale enigma. Friedrich Theodor Vischer, il noto Vischer, si pose la domanda da tale angosciosa esperienza. Si disse: l’anima non può essere nel corpo, ma non può neppure essere altrove. Una contraddizione totale! Una contraddizione che non si presenta in modo logico, ma appare dal pieno e interiore pensare, una contraddizione in cui si lotta, una contraddizione che può essere l’inizio di un’interiore dramma di conoscenza. Se deve nascere una vera psicologia non è consentito indietreggiare davanti a tali drammi, perché essi conducono all’esperienza.

 

Con questo ho accennato a uno degli importanti problemi che sorgono ai confini del conoscere. Ve ne sono molti. Du Bois-Reymond parlò di sette enigmi cosmici. Si potrebbero elencare centinaia e centinaia di tali problemi, più piccoli e più grandi. In merito si potrebbe dire che la conoscenza si spinge fino a un certo punto e che non è possibile andare oltre! Ma se siamo sinceri, quel che ci manca è solo il coraggio della conoscenza. Il punto è riuscire a conservare vivi nell’anima, con tutte le sue forze, tali problemi non in modo intellettuale, ma viverli e attendere con pazienza che da fuori emerga qualcosa come una rivelazione. E succede.

 

Chi non intenda affrontare tali problemi con concetti precostituiti, ma si immerga nelle onde che essi portano all’anima, perviene a un’esperienza del tutto nuova che non può avere nella coscienza ordinaria. Posso esprimerla con un paragone. È un’esperienza elementare della vita dell’anima e per la nascita di una nuova scienza antroposofica dell’anima, o psicologia. Va vista nella sua piena realtà, non nella sua morta astrattezza. Non importa ora che il paragone sia più o meno giusto, ma quanto esso ci può dire: pensiamo a un animale inferiore che non abbia ancora formato un differenziato senso del tatto verso l’esterno, che in un certo senso si rigiri in se stesso e urti gli oggetti fisici attorno a sé. Nel senso della teoria dell’evoluzione immaginiamo una tale vita in via di perfezionamento. Che cosa ne deriva? Ciò che per l’animale inferiore è solo un urto verso l’esterno, e interiormente una vita indifferenziata causata da quell’urto, nel corso dell’evoluzione si diversifica e ne nasce il senso del tatto. La teoria scientifica dell’evoluzione descrive in genere la diversificazione della vita dei sensi dall’essere urtati dagli oggetti, dal venire di conseguenza diversificati. Quel che si presenta in modo esteriore, fisiologico, fisico, lo sviluppo cioè del senso del tatto dai semplici urti con gli oggetti, si ripete nella sfera dell’anima, prendendo le cose in modo vivente, arrivando con la ‘nona partecipazione dell’anima ai confini della conoscenza. All’inizio ci si sente come nelle tenebre del mondo spirituale e si urta dappertutto. Che nascano domande come quella di Vischer è una prova che si vive in un’oscura vita dell’anima, fondata nel mondo spirituale, che urta contro il mondo spirituale. Dovrà pur differenziarsi quanto così vi urta.

 

Nella reale esperienza di questi problemi del limite si aggiunge, si manifesta nell’anima qualcosa che altrimenti non vi è, qualcosa che prima nell’anima non esisteva, come non esiste la percezione degli oggetti per un essere che non ha ancora sviluppato il differenziato senso del tatto, ma che solo urta contro le cose. Occorre arrivare a sperimentare questi problemi, questi innumerevoli, strazianti ed enigmatici problemi per sapere: quando si entra nella sfera animico-spirituale i metodi che possiamo utilizzare per la natura, che soddisfano l’ideale dell’osservazione scientifica, portano solo fino a toccare il confine; la vita deve andare oltre!

 

Proseguire è possibile, è solo un fatto di esperienza. Ciò che qui intendo si presenta in modo fin troppo chiaro, fin troppo importante davanti all’anima del pensatore scientifico degli ultimi decenni. Può infatti arrivare solo per gradi il tempo in cui l’anima realmente amplii la sfera della sua vita attraverso un paziente ritrovarsi in questi problemi del limite della conoscenza. Ho portato esempi di tali problemi nel capitolo che ho scritto su di essi nel mio libro Enigmi dell’anima che apparirà nei prossimi giorni.

 

Vorrei presentare un altro problema del limite, come si presentò a Vischer, quale esempio di come qualcuno che comincia realmente a vivere in sé il dramma della conoscenza arrivi a ciò che ora ho caratterizzato (anche se quando vi tendeva Vischer non era ancora il tempo in cui l’anima potesse oltrepassare i suoi confini), vi arrivi tastando interiormente, non differenziando ancora spiritualmente all’esterno. Vischer dice: «Non vi è spirito se non vi è centro nervoso, se non vi è cervello, dicono gli avversari. Noi diciamo che non vi è centro nervoso, non vi è cervello che non sia preparato dal basso in innumerevoli gradini; è facile irridere un risuonare dello spirito nel granito e nel calcare, non più difficile di come sarebbe per noi ironizzare su come nel cervello la proteina diventi idea. La conoscenza umana fa dileguare la differenza dei gradi evolutivi. Rimarrà un mistero come possa avvenire che la natura, al di sotto della quale debba esservi sopito lo spirito, si presenti come sua perfetta antitesi, tanto che noi (facciamo attenzione al modo di dire) ci sbattiamo la testa; è un modo particolare dell’apparire dell’assoluto, tale da celare facilmente la grossolanità dell’apparente divisione, pur con l’essere altro e l’essere fuori di sé di Hegel, formulazione così ricca di spirito che peraltro non dice quasi niente. Il giusto riconoscimento di questa contrapposizione si trova in Fichte, ma senza alcun chiarimento».

 

Non si può avere in modo più preciso la descrizione della vita dell’anima, come essa si senta confinante col mondo spirituale, se non dove vive questi problemi del limite; nell’urto contro il mondo spirituale essa desidera differenziarsi fino a tastarlo, fino al nascere, per usare un’espressione di Goethe, di un organo spirituale. Come Goethe parla di vista e udito spirituali, così si potrebbe parlare di elevarsi al gradino elementare di un organo spirituale del tatto familiarizzandosi in queste cose. E’ un reale processo vivente, un reale processo di crescita, non solo un’applicazione di quanto si è già appreso da altre scienze; è invece qualcosa di reale come la crescita dei bambini, qualcosa che introduce l’anima in regioni da lei mai prima sperimentate.

 

Su tutto ciò oggi molti si ingannano. Uno dei principali errori in questo campo è fatto per esempio dal famoso filosofo Bergson. Egli dice che non si può afferrare il mondo con la ragione analitica, che in special modo con essa non si può afferrare la vita dell’anima, in quanto nell’anima, nella vita, ovunque è “divenire”, “fluire”, “vivere”. Che cosa crede Bergson? Che quel che conta esiste già, che lo si può cercare con le forze che già si possiedono. Questo è il grande errore. Non si trova ciò che può realmente spiegare l’anima, ma l’anima deve superare se stessa, deve sviluppare qualcosa che non ha. Non si deve credere che la vita da ricercare sia già qui; deve prima essere conquistata.

 

Davanti a questo immergersi nel dramma conoscitivo dell’interiorità molti hanno proprio una gran paura (posso ben usare l’espressione). Credono di addentrarsi negli abissi della soggettività, negli abissi dell’individualità. Se realmente entrassero in quegli abissi nel modo ora descritto, scoprirebbero che nel farlo trovano interiormente qualcosa di così obiettivo, come lo si trova all’esterno di fronte alla natura. È solo un’illusione che ognuno trovi cose diverse nel vivere il dramma della conoscenza. In certo senso le esperienze individuali devono essere differenti perché sono aspetti diversi, diverse opinioni della stessa cosa da diversi lati. Fotografando qualcosa da più lati si hanno differenti fotografie, ma non è detto che l’oggetto non presenti per i singoli punti di vista la sua obiettività. Non si deve prendere quanto così si conosce sulla propria anima in modo dogmatico, credendo che quella particolare formulazione sia un dogma o una legge di natura. Deve invece essere chiaro che quel che appare per mezzo dell’organo di tatto spirituale può ancora essere soggettivo per l’aspetto particolare (sviluppando ulteriormente i metodi che ho presentato solo in linea di principio, nascono realmente organi animico-spirituali che si possono paragonare a occhi e orecchi spirituali), quando sulla base della coscienza veggente, come la chiamo nel libro Enigmi dell’uomo, viene caratterizzato il mondo spirituale; quello che allora descrive l’osservatore può avere un aspetto soggettivo, ma si è di fronte alla realtà spirituale come alla reale immagine di un albero visto da un solo lato. Questo è quanto va compreso in questo campo.

 

Uscendo da se stessi nella vita animico-spirituale, appare quel che ho descritto nel mio libro L’iniziazione in cui si trova una dettagliata rappresentazione di ciò che l’anima deve fare appunto per uscire da se stessa. Ho potuto dame oggi solo i principi. Seguendo fino a un certo grado ciò che è presentato in quel libro si troverà perché ho chiamato immaginazioni le esperienze del tutto nuove rispetto alla coscienza ordinaria, e coscienza immaginativa il gradino di coscienza che ne risulta.

 

La coscienza immaginativa non è qualcosa di fantastico. Ha un contenuto nuovo rispetto a quello sperimentato in precedenza. “Coscienza immaginativa” è un’espressione come tante. Quel che importa è che nelle immaginazioni acquisite come arricchimento della vita dell’anima è espresso in modo chiaro che esse sono, diciamo, immagini di una realtà spirituale, come le nostre ordinarie rappresentazioni sono immagini della realtà fisica.

 

Ho descritto il processo con cui l’anima si eleva al primo gradino di quella che si chiama conoscenza immaginativa. Con essa si vive davvero in uno stato che si deve designare con una parola paradossale che ovviamente, date le abitudini di pensiero del presente, può esser vista solo in modo ironico: unendo l’anima con quanto così si sperimenta, si vive fuori dal corpo. Questo è l’essenziale! Prima di tutto si impara a distinguere quel che si prova senza l’ausilio del corpo: in primo luogo senza le comuni percezioni dei sensi ricavate dal mondo sensibile, ma anche senza visioni, allucinazioni e illusioni.

 

Va sempre ricordato che il cammino qui indicato è esattamente l’opposto di quello che può essere detto patologico e che conduce a vita illusoria, visionaria. Proprio chi si ritrova nella vita immaginativa sa che quanto percepiamo nella natura con i nostri sani sensi è spiritualmente più in alto di tutto quanto può presentarsi all’anima come visione o allucinazione. Abbandonandoci alle visioni ci immergiamo più a fondo nella corporeità, ci leghiamo ad essa più strettamente, la coinvolgiamo con la nostra anima, non ce ne rendiamo liberi.

 

Quando nella terza conferenza parleremo dell’uomo come essere naturale, ci sarà chiaro perché i contenuti delle visioni possano essere confusi con le percezioni spirituali. Oggi, parlando della vita dell’anima, si tratta di dar rilievo in modo netto alla distinzione: il visionario scende nella vita corporea, chi anela alla conoscenza immaginativa vive puramente nell’anima attraverso la quale arriva a esperienze indipendenti dal corpo.

 

Come ho detto, è un’idea paradossale per il comune pensare odierno. Chi oggi volesse giungere al mondo spirituale da profano, da idee dilettantesche, ama rappresentarselo secondo i modelli delle percezioni fisiche, vorrebbe (si guardi al funesto spiritismo) che i fatti spirituali gli si facessero incontro come quelli naturali in un esperimento fisico di laboratorio.

 

Vorrebbe afferrare lo spirito. Ciò che ci viene incontro nelle percezioni immaginative non è paragonabile con qualcosa di tangibile. Nel libro Enigmi dell’anima l’ho paragonato (non è la stessa cosa, lo si può solo paragonare) ai ricordi di esperienze passate che crediamo di far emergere dal fondo della vita dell’anima. La delicatezza, puramente spirituale-animica, di tali esperienze della memoria è la sola in cui può essere vissuto lo spirito in cui l’anima è radicata. Solo che le immaginazioni, che nascono nell’anima come i ricordi, non si collegano con quanto sperimentato nel mondo fisico, ma annunciano con il loro contenuto che si è entrati in un mondo nuovo, spirituale, in un mondo prima sconosciuto. Occorre prima prendere confidenza a poco a poco con l’andamento del tutto diverso dell’esperienza animica, non avendo ora col proprio io il sostegno degli organi corporei con i quali si ottengono le percezioni esterne; ci si deve abituare a poco a poco a questa vita.

 

Prima di tutto, sebbene abbia paragonato le rappresentazioni della conoscenza immaginativa ai ricordi, tutte le immaginazioni che si presentano sono riproduzioni di una realtà spirituale, hanno una peculiarità a cui ci abituiamo con fatica; è una peculiarità per la quale quanto più completa è la percezione spirituale nell’immaginazione, tanto meno ce ne possiamo ricordare. Siamo abituati a ricordare ciò che è passato per la nostra anima. Un’esperienza spirituale non provoca direttamente in noi la forza del ricordo; il processo è del tutto differente. L’ho descritto nel mio libro Enigmi dell’anima. Il processo è il seguente: volendo avere una certa immaginazione ci si deve preparare, occorre esercitare l’anima così che essa sviluppi le forze interiori attraverso cui l’immaginazione si possa manifestare. Ci si può ricordare di quel che l’anima fa, di quel che intraprende per arrivare all’immaginazione. Così la si può richiamare di nuovo. Avendo avuto un’esperienza spirituale nella conoscenza immaginativa non la si può semplicemente ricordare, si devono fare invece di nuovo tutte le interiori preparazioni dell’anima; di queste ci si può ricordare. Possiamo dirci: hai fatto questo e quello; fallo di nuovo e avrai di nuovo l’esperienza. Arriviamo a ricordarcene solo se riusciamo a portare nella coscienza e nel pensare ordinario rappresentazioni di immaginazioni. Ma la vera immaginazione deve sempre comparire di nuovo, altrimenti non è vera immaginazione.

 

Un’altra peculiarità è che formiamo più facilmente le rappresentazioni che ricaviamo dalla vita corrente quanto più spesso lo facciamo. Mentre qui abbiamo un certo esercizio e le cose per noi diventano usuali, nello sperimentare le immaginazioni, i reali fatti spirituali, non è così. Avviene il contrario: quanto più spesso vorremmo avere un’immaginazione nelle stesse condizioni, tanto più essa diventa confusa. Da questo dipende la strana e paradossale circostanza per cui il discepolo della vita spirituale, che si diano la pena di arrivare a certe immaginazioni, le raggiungono e poi si meravigliano che non si ripetano. Spesso si perde persino la capacità di richiamarle già alla seconda, alla terza volta, ed è quindi necessario che ci si prepari sempre a nuovo per richiamare ciò che in certa misura ci sfugge quando ci si sia avvicinati una volta al mondo spirituale.

 

Tutti gli esercizi dell’anima per superare queste difficoltà li ho descritti nei particolari nel libro L’iniziazione, anche se è solo un abbozzo di quanto più tardi dissi sull’argomento.

 

Un’ulteriore peculiarità è che ci si orienta in queste rappresentazioni immaginative solo trovando punti d’appiglio, grazie ad esercizi spirituali, nella vita del pensare, del sentire e del volere al fine di compenetrare le immaginazioni con i concetti. Se non si presta un’attenzione meticolosa, ci si può non certo ammalare, ma confondersi e oscurarsi nell’anima. F buona regola ripetersi sempre: ora sperimenti qualcosa di spirituale che non puoi ancora comprendere, non hai formato ancora concetti abbastanza approfonditi. Si deve allora interrompere, mutare il cammino, cercando di portare avanti le proprie idee abituali formate nel mondo sensibile, per comprendere più tardi, al momento opportuno, quel che prima non si era capito.

 

Potrei ancora addurre molte di queste sorprendenti e paradossali caratteristiche (se ne conoscono molte) riguardo alla vita dell’anima che è parte della coscienza abituale. Solo quando si siano separate in questo modo la sfera animica da quella corporea si è nello spirito, nel mondo spirituale. Nessuno può contestare l’esperienza spirituale.

 

Con quanto ho finora descritto si giunge a certe convinzioni. Si giunge alla convinzione che oltre al corpo fisico che abbiamo e che è oggetto dell’anatomia, della fisiologia e della scienza in genere, abbiamo quello che nei miei più recenti libri, per evitare equivoci, chiamo “corpo delle forze formative”, mentre prima lo chiamavo “corpo eterico”. È un secondo elemento in noi che non si mostra alle abituali percezioni, all’abituale vita dell’anima, ma che può risultare solo quando l’esperienza animica progredisce fino all’immaginazione. Il corpo delle forze formative non è infatti inserito nello spazio; vive nel tempo, in modo però che da esso scaturisce tutto quanto opera nel corpo fisico, diciamo dalla nascita o dal concepimento fino alla morte. In noi portiamo un secondo corpo, il corpo delle forze formative, che diventa una realtà per la coscienza immaginativa.

 

Non progrediamo però con la conoscenza immaginativa al di là di quanto ci offre il corpo delle forze formative dalla nascita alla morte (l’espressione è paradossale, ma non fa nulla). Si progredisce ulteriormente, rispetto a quanto ho appunto indicato, se si rafforza interiormente l’anima ora divenuta libera e se si continua in una maniera diversa allo scopo di raggiungere quella che si chiama vita delle idee, vita dei concetti, con un esercizio paziente e sempre rinnovato.

 

Nella vita consueta il pensare è per noi qualcosa grazie al quale ci rappresentiamo gli oggetti esterni. Quando abbiamo una rappresentazione crediamo di possedere davvero quel che interiormente riusciamo ad avere di un oggetto. Ce ne dobbiamo liberare ‘per la vita spirituale. Dobbiamo poterci mettere nelle condizioni di lasciar scorrere le nostre rappresentazioni come forze ed energie in lotta fra loro nell’interiore dramma della conoscenza. Dobbiamo conquistare la capacità di lasciar scendere in lotta una rappresentazione con l’altra. Quando abbiamo caratterizzato qualcosa da un punto di vista, dobbiamo tendere a caratterizzarlo anche dal lato opposto. A questo livello le espressioni: materialismo, idealismo, spiritualismo, sensualismo e così via diventano modi di dire, perché tutti questi concetti, orditi dalla ragnatela dell’intelletto si mostrano come riprese fotografiche da diverse angolazioni.

 

Impariamo che nella sfera dello spirito dobbiamo comportarci con i nostri concetti come ci comportiamo con gli organi di senso nella sfera dei sensi. Noi giriamo attorno agli oggetti; consideriamo i concetti non come immagini, ma solo come ciò che caratterizza in modo unilaterale questo o quell’aspetto delle cose.

 

Il ricercatore dello spirito avrà l’anelito a caratterizzare ogni cosa da diversi, anche opposti punti di vista. Sentirà il desiderio di formare certe rappresentazioni e confutarle da sé, di intraprendere davvero questa battaglia interna. Indico qui solo alcuni punti di vista interiori di principio che ascendendo si devono realizzare, quando al confine della conoscenza si arrivi a un certo punto.

 

L’anima si evolve ulteriormente. Riesce a sviluppare in sé quella che nei miei libri ho chiamato conoscenza ispirativa, e prego in proposito di prescindere da ogni superstizione o idea preconcetta. L’anima si scioglie dal corpo a un grado superiore, e dopo il raggiungimento di questo livello di conoscenza non si è solo in grado di abbracciare con lo sguardo il corpo delle forze formative che ci accompagna nella vita dalla nascita alla morte, ma ora si è in grado di vedere anche qualcosa di spirituale, realtà spirituali al di fuori del nostro corpo, come occhi fisici vedono realtà fisiche. Nella prossima conferenza parlerò delle realtà spirituali e richiamerò l’attenzione su quelle che con la conoscenza ispirativa l’uomo vede ormai in se stesso.

 

Quanto affiora con la conoscenza ispirativa non esiste nella vita compresa fra nascita e morte; era vissuto prima di noi, prima che noi entrassimo nell’esistenza terrena con la nascita o col concepimento, e vivrà con noi dopo che saremo entrati nel mondo spirituale attraverso la morte; è collegato con l’eredità tramandataci fisicamente da genitori e progenitori; compenetra il fisico. Con la conoscenza ispirativa si arriva realmente alla visione di ciò che di nostro precede nell’anima la vita fisica e segue la morte, perché si perviene a una visione spirituale del tutto indipendente dal corpo fisico. Il corpo delle forze formative è ancora legato all’esistenza fisica; separandosene, si disperde. Ciò che può percepire la conoscenza ispirativa non si disperde, è permanente, è quel che transita attraverso nascita e morte. Nella sfera della conoscenza ispirativa l’uomo può ora esaminare in modo appropriato che cosa lo lega al puro mondo spirituale, che cosa lavora con forza, affinché egli diventi l’uomo che appunto è, quando unisce l’eredità fisica con la sua parte spirituale.

 

La terza conquista è l’intuizione. Con questo termine non si intende ciò che di confuso è comunemente chiamato “intuizione”, ma quello che ora voglio indicare. Si consegue quel che si può raggiungere come terzo gradino della conoscenza spirituale rendendosi del tutto conto (la cosa si presenta in un preciso momento dello sviluppo dell’anima) che si è un altro, che si è trovato un osservatore interno grazie agli sforzi fatti con immaginazione e ispirazione.

 

Qui entra qualcosa di importante in quello che ho chiamato dramma della conoscenza. Entra qualcosa e si può dire: si vede che non solo il corpo fisico è formato dallo spirito; si impara che in noi vive la nostra anima con la sua volontà, con i suoi sentimenti, tendenze, ambizioni, con i suoi moti e la sua volontà, e che è diventata proprio così attraverso processi spirituali. Il dramma della conoscenza diventa un intimo colpo del destino.

 

Nella vita si possono avere le più esaltanti e le più dolorose esperienze del destino, si sperimenta tutto il peggio e tutto il meglio possibile: quel che si sperimenta nel divenire dell’anima e non solo del corpo è un colpo del destino, un intimo colpo del destino che, per chi vive in pieno il dramma della conoscenza, ha più importanza delle più elevate e delle più basse, delle più gioiose e delle più dolorose esperienze della vita.

 

Quando questa forza interiore può operare il mutamento nell’anima, quando non le appaia dalla sfera spirituale solo l’elemento corporeo, ma l’animico stesso dal divenire dello spirito, compare la conoscenza intuitiva. Si è entrati nella sfera che comprende le ripetute vite terrene, la visione retrospettiva di vite precedenti e la certezza che le vite terrene si ripetono. Si ha la conoscenza che la vita umana completa consiste di vite terrene susseguentisi, frammezzate da vite nel mondo spirituale fra morte e nuova nascita.

 

Il nostro sguardo animico deve unirsi a tutto ciò per dirigersi su qualcosa a cui non è affatto addestrato dalla relazione con la natura. Per essa cerchiamo sempre le origini, le cause. Con queste domande non arriviamo però allo spirito. A chi si apre alla regione spirituale, come io l’ho detto, si manifesta un regredire, un continuo deperire della vita, una continua distruzione in tutto quel che cresce, che progredisce, in tutto quel che avanza e si sviluppa. Per questo coloro che forse lo capivano non in questa forma moderna, ma come una volta se ne aveva coscienza, dicevano: la conoscenza spirituale conduce alla porta della morte*. Si riconosce che la coscienza, l’esperienza spirituale, la cosciente esperienza spirituale, sorgono solo perché quanto distrugge la vita si inserisce in quel che cresce, progredisce e si sviluppa; si riconosce che la morte è solo l’unico grande avvenimento che diviso, per così dire frazionato in atomi, si può pensare come ciò che ci accade di continuo quando diventiamo coscienti nella vita corporea. Il sapere in questo mondo è un adempiersi in piccolo di quel che ci coglie di colpo quando attraversiamo la porta della morte.

 

Si conosce l’affinità fra la coscienza e il morire, e proprio perché la si apprende si sa anche come la coscienza attraversi la porta della morte, come la morte sia suscitatrice di un altro stato di coscienza in cui entriamo deponendo il corpo fisico; in un certo senso lo deponiamo per sete di conoscenza, acquisendo le tre conoscenze superiori.

 

Per avere un’idea reale della conoscenza spirituale ci si deve adattare a pensare il proprio rapporto con il mondo in maniera del tutto diversa da come prima si era abituati. Anzitutto si deve perdere la convinzione di riuscire a trovare lo spirito interpretando il mondo materiale, criticandolo, trovando le sue leggi. Le leggi scoperte nel mondo materiale valgono solo per esso. Non si trova lo spirito per mezzo dell’interpretazione del mondo sensibile; lo si trova nel corpo fisico a contatto col mondo sensibile e nella libera esperienza della sfera dello spirito.

 

Posso fare un esempio: nel leggere le parole, le lettere, non ci diciamo: questo è un tratto verticale, quest’altro è orizzontale; non interpretiamo le lettere, vediamo oltre le parole e le lettere; si genera così un contenuto interiore che nulla ha a che fare con l’interpretazione delle lettere. Occorre aver imparato a leggere, ma quel che avviene nel lettore è del tutto diverso da quanto vi è nelle lettere. Non è possibile prendere dalla cassetta dei caratteri tipografici lo spirito che si ricava dalle lettere con la lettura; altrettanto poco è possibile ricavare vita spirituale dalla natura per mezzo dell’interpretazione della natura. Si arriva a trovare la vita dello spirito soltanto se l’anima si eleva al di sopra di se stessa; trova così ciò che sorge dallo spirito nella vita fisica in quanto l’anima sperimenta se stessa nel fisico fra nascita e morte.

 

Si realizza così una psicologia che può ben stare accanto alla scienza, perché non trasferisce affatto all’anima i metodi che sono adatti alla natura, ma neanche si ferma all’anima come è vissuta nel quotidiano, ma le apporta qualcosa di obiettivo, che la spinge a sperimentare se stessa, e dal quale è nato anche il corpo, come vedremo nella terza conferenza.

 

Questi sono alcuni accenni, solo i primi elementari accenni (per tutto il resto devo rinviare ai miei libri) relativi a come si possa trovare quel che nell’uomo vi è di eterno, a come la psicologia orientata secondo l’antroposofia conduca realmente a evitare che succeda quel che accadde a un importante ricercatore del presente che sopportava tragicamente il suo pensiero, al grande psicologo Franz Brentano, deceduto a Zurigo nel marzo di quest’anno. Si era avvicinato alla ricerca psicologica nel tempo in cui si affermava il modo di pensare scientifico che voleva lasciare inalterato anche per la vita dell’anima. Con quel metodo non si va però oltre il confronto fra i concetti, non si va oltre a come i sentimenti vogliono emergere dall’anima, e a come è l’attenzione nella vita fisica. Nella prima parte del suo libro Psicologia da punti di vista empirici (che rimase anche l’unica) egli lamentò quel che la scienza non poteva raggiungere e disse: che cosa ci serve se anche facciamo agire in modo abbastanza scientifico il confronto dei concetti, le loro associazioni, il nascere di piacere e dispiacere e così via, se non si possono raggiungere le grandi speranze di Platone e di Aristotele, che cioè con la psicologia si possa raggiungere la convinzione della sopravvivenza della parte migliore del nostro essere dopo il passaggio attraverso la porta della morte?

 

Brentano si lamentava di non potersi avvicinare a questi problemi con i suoi mezzi. È singolare che egli abbia lottato fino alla morte con questi problemi. La sincerità, l’onestà della sua lotta risulta dalla tragica circostanza che esposi in un ricordo di Brentano nel terzo capitolo del mio Enigmi dell’anima. Egli promise sempre il seguito della sua Psicologia, dopo la pubblicazione della prima parte. Ne erano previste quattro o cinque; nella primavera del 1874 apparve la prima, promise la seconda per l’autunno e le seguenti a breve: nulla è più apparso! Voleva dominare la vita dell’anima con il metodo scientifico, procedere onestamente e con sincerità. Se ci fosse riuscito, se non avesse pesato come piombo il metodo scientifico sulle sue forze di ricercatore, che purtroppo male interpretò, sarebbe riuscito ad entrare attraverso la sogfia nell’esperienza spirituale che fa emergere dall’anima qualcosa che non si riesce a raggiungere con il solo metodo scientifico. Dalla tragica esperienza di scienziato di Brentano, come da quella di molte altre personalità del presente (ma in modo particolare con lui, data la sua importante e nello stesso tempo onestissima natura) si mostra proprio come per le conquiste scientifiche si richieda di necessità una psicologia che si può conseguire solo in esperienze animiche liberate dal corpo. Si presentano così di nuovo davanti all’anima le grandi domande che impegnano sopra ogni altra cosa chi diriga lo sguardo alla propria vita dell’anima: il grande problema dell’immortalità (come abbiamo visto, comprendendo con questo metodo la parte realmente immortale) e anche il problema del libero arbitrio, di cui parleremo ancora in queste conferenze: sono i due più importanti, più impegnativi, e lo si ricava anche dalle psicologie degli ultimi secoli. Queste domande sono del tutto assenti, scomparse dada ricerca psicologica, proprio per le ragioni indicate nelle considerazioni odierne.

 

Si arriva non solo a queste grandi domande sull’anima! Anche ciò che lo psicologo ricerca, che vuole esaminare con i suoi metodi nati dall’approfondimento del modo scientifico di pensare, anche questo diventa chiarissimo seguendolo nella prospettiva spirituale qui indicata. In realtà da un lato avrà valore la scienza, dall’altro la scienza dello spirito, la ricerca dello spirito. Ma come in una galleria, avendo tutto ben calcolato, scavando dai due lati ci si ritrova nel mezzo, così si ritrovano insieme la scienza e la scienza dello spirito, e danno la globalità della conoscenza cui l’uomo anela.

 

Voglio fare solo un esempio di come anche la comune psicologia possa essere conquistata da quanto vi è nelle elevate regioni a cui oggi ho accennato in modo elementare. Indagando con la psicologia, ci si presentano problemi come quelli sulla memoria, sul ricordo. Ci si potrebbe disperare occupandosi del problema della memoria con la psicologia corrente. Diventano qui chiarissimi i confini della conoscenza: ci si pone qualcosa davanti e da una percezione esterna si conquista una rappresentazione che ora “discende” nell’elemento animico, “sparisce”, così si dice; più tardi possiamo però ricordarcene. Dov’era finita?

 

Non voglio dilungarmi su quanto vien detto da secoli su questo problema. Da un lato si dice: queste rappresentazioni spariscono nell’inconscio e riemergono poi alla soglia della coscienza. Vorrei conoscere chi pronunciando queste parole sia capace di dar loro un senso! Lo si perde subito parlando del loro “scendere e salire”. Parlare si può di tutto, ma non comprendere, perché non corrisponde ad alcuna verosimile realtà. Gli psicologi più orientati verso la fisiologia parlano di “tracce” che si “imprimono” nel sistema nervoso, nel cervello, e che “richiamano” a nuovo le idee. Ci si arrabatta per spiegare come quelle tracce riformino le rappresentazioni. Come ho detto ci si può disperare per il contenuto della comune psicologia. Quanto onesto, nobile e sincero lavoro di ricerca è rivolto a questi problemi. Certo non va disconosciuto.

 

La verità è però che anche questi semplici fatti della vita dell’anima si mostrano nella giusta luce solo considerandoli con la forza che hanno gli organi spirituali che osservano anche la consueta vita dell’anima dal punto di vista acquisito nel mondo dello spirito. Si riconosce che non si parla nemmeno di un’idea che si “immerga” e che “riemerga”. La memoria viene presentata in modo del tutto sbagliato. Un’immagine che ora acquisisco per mezzo di una percezione e che ora ho, non vive in me come qualcosa di reale, ma come immagine riflessa che l’anima si forma grazie al rispecchiarsi nel corpo. Ne parlerò più a fondo nella terza conferenza. La rappresentazione vive solo adesso! Se la faccio sparire dalla vita dell’anima, non è più qui. Non vi è un immergersi e un riemergere delle rappresentazioni per formare ricordi. La banale rappresentazione della memoria è sbagliata.

 

Affinando le forze dell’anima per la visione spirituale si vede (come si guarda nel mondo, così lo si può fare nello spirito) che acquisendo una rappresentazione a seguito di una percezione si svolge un altro processo. Non il processo della rappresentazione, bensì un altro, subconscio, che si svolge parallelo e provoca in noi qualcosa che non viene affatto a coscienza mentre abbiamo la rappresentazione, ma continua a vivere. Se adesso ho una rappresentazione, nasce un processo subconscio puramente legato al corpo. Quando viene richiamato più tardi per qualche motivo, si forma di nuovo la rappresentazione, mentre l’anima ora osserva il processo che è del tutto corporeo. Una rappresentazione ricordata è una rappresentazione nuova formata dal profondo della vita del corpo che corrisponde alla vecchia, perché è richiamata dal processo subconscio svoltosi nella vita corporea. Ricordandosi di una rappresentazione l’anima in un certo senso legge un’iscrizione impressa nel corpo.

 

Già così si correggono gli usuali concetti degli psicologi. Si consegue il giusto, al posto di quanto del tutto erroneo si pensa nell’esperienza comune. Esaminando tutta la psicologia, potrei mostrare in molti punti come per la reale conoscenza risulti un’illusione quel che l’anima crede di avere come sua esperienza, come si abbiano idee sbagliate sulla vita dell’anima, come esse vadano corrette liberando l’anima dal corpo, e ponendola quindi in grado di osservare la propria vita dal punto di vista dello spirito.

 

Proprio queste idee da un lato schiudono lo spirito alla scienza e palesano il mondo spirituale, dall’altro pongono al giusto posto quanto risulta in onesta e zelante ricerca secondo il metodo scientifico anche nella psicologia sperimentale e in quella fisiologica. E davvero a questi campi non si contrappone in modo ostile o antipatico la scienza dello spirito antroposofica. Essa, sapendo che i comuni metodi risultanti dalla natura nella vita dell’anima non possono guidare a soluzioni ma solo a domande, con la sua luce potrà portare in modo assai fecondo a formulare giuste domande in merito a quanto risulta dal metodo scientifico.

 

Si vede anche da un altro esempio come l’operare della scienza dello spirito vada incontro alla scienza, come in una galleria si incontrano le due parti. Di recente scienziati darwinisti sono giunti a qualcosa di molto interessante che citerò subito. Prima desidero ancora dire che i fenomeni subconsci, che sono alla base della memoria, nel loro subconscio sviluppo parallelo alla rappresentazione sono certo qualcosa di differente anche se affine a quanto è nelle forze ereditarie, nelle forze di crescita. Le forze che crescono in noi sono attive nel subconscio quando formiamo una rappresentazione da una percezione sensoria e suscitiamo nella corporeità le disposizioni che in seguito verranno lette per essere portate al ricordo. Con una vera osservazione dell’anima si arriva a una chiara visione dell’affinità fra le forze del ricordo e quelle ereditarie e di crescita. Si getta un ponte (nei prossimi giorni ne parleremo ancor più chiaramente) fra lo spirituale-animico e il corporeo.

 

Si veda ora come Richard Semon scienziato darwinista, in un testo molto interessante, parta dalle relazioni ereditarie, dal comportamento di carattere ereditario, e giunga a collegare le forze dell’ereditarietà con quelle della memoria! Egli arriva così a trovare un’affinità fra queste forze. Lo psicologo arriva a trovare le forze subconscie che sono a base della memoria affini a quelle dell’ereditarietà!

 

Queste cose avvengono in modo del tutto indipendente luna dall’altra. Quello che Richard Semon nel suo libro molto interessante descrive come “mneme” si incontra con la ricerca animica antroposofìca che si amplia anche all’osservazione delle parti dell’uomo indagate secondo i metodi scientifici. Riprenderemo l’argomento nella terza conferenza.

 

Certo, già quanto di elementare mi sono permesso di esprimere sui risultati di una reale esperienza spirituale dell’anima, e quindi sulla creazione di una nuova psicologia, deve apparire paradossale alle abitudini di pensiero del presente. Anche se queste cose sono certo più comprensibili per chi se ne occupa, va anche detto che non ci si dovrebbe solo far stimolare da una conferenza, ma approfondirsi nel serio svolgimento della ricerca scientifico-spirituale. Si vedrà che le energie sono usate in modo diverso dalla ricerca scientifica, ma che il cammino di ricerca dell’antroposofia non è meno serio, meno faticoso di quello sviluppato da parte della ricerca scientifica, anche se quanto in questo è risultato, esito, è punto di partenza per la ricerca spirituale: arriviamo a concetti, idee, leggi di natura quando la indaghiamo. L’esperienza del naturalista ci porta fino al limite dal quale inizia la ricerca dello spirito, la ricerca antroposofica dell’anima.

 

Così la psicologia, la ricerca dell’anima fondata sull’antroposofia, non va indicata come avversaria delle giuste esigenze dell’odierno pensiero scientifico. Al contrario, essa non respinge quanto risulta dalle fondate ricerche della scienza, non è affatto ostile ad esse! Non può però limitarsi a trarre solo le logiche conseguenze da quanto offre la scienza stessa. Una filosofia che tragga solo ulteriori logiche conseguenze dalla scienza non ha significato per la scienza dello spirito. No! La scienza dello spirito antroposofica deve prendere una più elevata posizione, e cioè la ricerca scientifico-spirituale deve risultare dalla scienza non come conseguenza astrattamente logica, ma come una figlia vivente.

 

Il ricercatore dello spirito, più di molti scienziati che rifiutano la ricerca spirituale, ha grande fiducia che la scienza sia abbastanza forte da trarre non solo le sue logiche conseguenze, ma tanto forte da partorire qualcosa di vivente che nasca con propria energia vitale, che cresca con propria libera vita; la scienza dello spirito è richiesta dalla scienza stessa.

 

 

By | 2018-11-10T11:22:16+01:00 Novembre 10th, 2018|LE SCIENZE ALLA LUCE DELL'ANTROPOSOFIA|Commenti disabilitati su 01 – ANTROPOSOFIA E PSICOLOGIA