01 – DETERMINISMO E FATALISMO

Determinismo e fatalismo

O.O. 166 – Necessità e libertà – 25.01.1916


 

Sommario: Determinismo e fatalismo. Indeterminismo e libertà. Forze luciferiche e arimaniche. L’orologio di Praga. Necessità e libertà. Il mondo elementare. Concetti nel mondo fisico ed esseri in quello spirituale.

 

In questi giorni, poiché mi è nuovamente dato di essere qui, sarà mio compito parlare di importanti e certo alquanto difficili problemi della vita umana e universale lo studio dei quali, in questa conferenza, non verrà affatto esaurito ma al contrario solo iniziato. Da queste considerazioni ci risulterà tra l’altro come questi problemi siano infinitamente importanti per il rapporto dell’anima nostra coi grandi avvenimenti che oggi sconvolgono tanto profondamente l’umanità. Se dovessi riassumere in due parole astratte ciò di cui intendo parlare in questi giorni, potrei formularlo così:

« Necessità degli eventi universali e umani, e libertà dell’uomo entro tali eventi ».

 

In fondo non v’è alcuno che non si occupi di tali problemi più o meno intensamente, e forse non esistono avvenimenti sul piano fisico che tanto ci inducano ad occuparcene quanto quelli che oggi, estendendosi a tutti i popoli d’Europa, gettano il loro riflesso in tutte le anime.

Considerando lo svolgersi dei fatti del mondo, e considerando entro tale svolgersi l’azione nostra, il nostro sentire, volere e pensare, considerandoli innanzi tutto in relazione con quello che chiamiamo il divino e saggio governo del mondo, ci vien fatto di dire che il governo del mondo, pieno di saggezza, opera in ogni cosa.

 

Se volgiamo lo sguardo a qualche fatto che ci è accaduto e in cui noi stessi siamo stati forse impigliati, è facile che ci si chieda: il fatto accaduto, in cui noi stessi siamo stati impigliati, era esso talmente fondato nell’intero saggio governo del mondo da permetterci di affermare che era necessario e non avrebbe potuto svolgersi in modo diverso? e in tale evento non avremmo potuto noi stessi agire diversamente?

Oppure, guardando piuttosto verso il futuro, non dovremo chiederci se in un avvenire più o meno prossimo si svolgerà qualche fatto nel quale noi crediamo di poter venire impigliati? di fronte al saggio governo del mondo da noi presupposto, anche quel che succederà in avvenire sarà necessario, o, come spesso si dice, preveduto? ma in tali condizioni può sussistere la nostra libertà? possiamo noi proporci d’intervenire negli eventi con le idee, con le attitudini che ci siamo conquistate? e il modo in cui interveniamo con la nostra azione può cambiare quel che forse non vogliamo che accada, nel modo in cui accadrebbe se la nostra azione non intervenisse?

 

Quando volgiamo lo sguardo all’indietro, verso il passato, allora ci colpisce maggiormente l’idea che tutto era ineluttabile, che nulla poteva accadere in altro modo. Quando invece guardiamo davanti a noi, verso il futuro, ci colpisce piuttosto l’idea che deve pur essere possibile che noi stessi interveniamo con la nostra volontà, là dove ci sia concesso. Insomma, veniamo sempre a trovarci in una specie di dilemma tra l’ammettere una necessità ineluttabile che pervade tutte le cose, e l’ammettere d’altro canto il necessario presupposto della libertà, escludendo il quale non possiamo proprio reggerci nella nostra concezione del mondo, perché dovremmo ammettere di essere inseriti nell’immenso ingranaggio dell’esistenza come una specie di ruota determinata dalle potenze che governano l’ingranaggio stesso, tanto che perfino le funzioni della nostra esistenza di ruota siano predestinate.

 

È noto che questo dissidio, generato dal doversi decidere per l’una cosa o per l’altra, corre attraverso tutto il lavoro spirituale dell’umanità, che sempre vi furono filosofi, detti deterministi, i quali sostenevano che tutto quanto accade, tutto quello in cui ci troviamo intessuti con l’opera nostra e la nostra volontà, è rigorosamente determinato in precedenza. Così pure ci sono sempre stati gli indeterministi i quali sostenevano il contrario: cioè che l’uomo può influire sul corso dell’evoluzione mediante la sua volontà e le sue idee. È noto inoltre che il limite estremo del determinismo è il fatalismo; esso si attiene tanto strettamente all’idea d’una necessità spirituale immodificabile che regge il mondo, da ammettere che nulla, assolutamente nulla, possa in alcun modo procedere diversamente da come per l’appunto è stato predestinato, che quindi all’uomo nulla resti fuorché la passiva rassegnazione al fato immanente nell’universo.

 

Forse sarà anche noto che Kant ha redatto una tavola delle antinomie sulla quale ha notato da una parte una data asserzione e dall’altra il suo contrario. Per esempio, da una parte la massima: « Rispetto allo spazio, l’universo è infinito »; dall’altra: « Rispetto allo spazio, l’universo è finito ». Egli indicava poi, coi concetti di cui l’uomo dispone, come fosse possibile dimostrare la giustezza tanto dell’una asserzione quanto dell’altra. Infatti è possibile dimostrare altrettanto rigorosamente che, riguardo allo spazio o al tempo, l’universo è infinito, quanto che esso è finito, limitato, chiuso da barriere, riguardo allo spazio, e che ha avuto un principio, riguardo al tempo.

 

Il quesito appunto ora accennato è fra quelli notati da Kant nella sua tavola delle antinomie. Egli sapeva dunque, e faceva rilevare, come da un lato si possa dimostrare proprio rigorosamente, secondo la logica più stretta, che tutto quanto accade nel mondo, incluso il divenire umano, soggiace a una rigida necessità; e come dall’altro lato si possa altrettanto rigorosamente dimostrare che l’uomo è un essere libero, atto in un modo o nell’altro a determinare con la sua volontà le cose sulle quali esercita la sua volontà.

Kant riteneva appunto che tali problemi fossero insolubili per la conoscenza umana, che trascendessero i limiti delle facoltà della nostra conoscenza, perché con mezzi umani si può sì dimostrare una cosa, ma con altrettanto rigore si può dimostrare il suo contrario.

 

Le considerazioni che siamo venuti facendo in questi anni già ci danno in certo modo le basi per penetrare questo singolarissimo enigma. Si deve infatti ammettere che è proprio un enigma la questione se l’uomo si trovi intessuto in un’ineluttabile necessità, oppure se sia libero! È un vero e proprio enigma! Un enigma ancora più formidabile è però il fatto che si possa rigorosamente dimostrare sia una cosa sia l’altra. Né si troverà certamente la via per uscire da questo dubbio, se non la si cercherà in quella che chiamiamo scienza dello spirito.

Solo sulle basi che dà la scienza dello spirito è possibile arrivare a sapere qualcosa del mistero, dell’enigma su cui si fondano questi problemi.

 

Questa volta procederemo molto adagio nelle nostre considerazioni. Vorrei dire anzitutto: come mai può accadere in genere che l’uomo possa dimostrare una cosa e anche il suo contrario? Se già ci accostiamo a questo problema dobbiamo rilevare una certa limitatezza della facoltà intellettiva ordinaria dell’uomo, della sua logica abituale. Ma molte altre cose ci indicano la limitatezza della logica umana. Tale limitatezza si manifesta sempre e ovunque non appena l’uomo vuole accostarsi all’infinito con i suoi concetti.

Lo mostrerò con un esempio semplicissimo.

 

Appena l’uomo si avvicina all’infinito con i suoi concetti, interviene qualcosa che si potrebbe chiamare confusione nei concetti.

Lo chiarirò con un esempio semplicissimo, ma occorrerà un po’ di pazienza per seguire un giro di pensieri forse un po’ inconsueto. Immaginiamo ch’io scriva sulla lavagna l’uno dopo l’altro questi numeri: 1, 2, 3, 4, 5, e così via. Potrei senz’altro continuare all’infinito. Posso poi scrivere una seconda fila di numeri a destra, accanto alla prima fila, uguali al doppio di ciascuno dei numeri già segnati, vale a dire:

 

1 2

2 4

3 6

4 8

5 10

6 12

 

Anche qui potrei seguitare all’infinito. Ora si ammetterà che ognuno dei numeri segnati nella riga di destra si trova anche in quella di sinistra. Posso sottolineare 2, 4, 6, 8, e così via. Osserviamo ora la riga di sinistra: vi è la possibilità di una quantità infinita di numeri. Nei numeri infiniti sono compresi esattamente quelli che stanno nella riga a destra: vi sono compresi il 2, il 4, il 6 ecc. Posso sottolineare via via sempre nuove cifre.

Guardando i numeri sottolineati nella riga di sinistra, si vede che sono sempre l’esatta metà dei numeri scritti: ogni due, ne è sottolineato uno. Ma se ora li scrivo a destra, posso continuare a scrivere all’infinito: 2, 4, 6, 8, e così via. Quindi ho un infinito a sinistra e un infinito a destra, e non si può dire ch’io abbia meno numeri a destra che a sinistra. Non c’è dubbio che avrò a destra altrettanti numeri quanti a sinistra. Nondimeno, dato che abbiamo ottenuto tutti i numeri di destra sottolineandone uno ogni due di quelli a sinistra, l’infinito di destra è solo la metà dell’infinito di sinistra, è chiaro; ho a destra precisamente altrettanti numeri quanti a sinistra, cioè un numero infinito, poiché per ogni numero a sinistra ve n’è uno a destra; e tuttavia i numeri a destra possono essere solo la metà di quelli a sinistra.

 

È indiscutibile che appena si giunge al concetto dell’infinito, il pensare s’imbroglia. Anche il quesito che risulta qui è insolubile poiché, come è vero che vi sono a destra metà dei numeri che sono a sinistra, così è vero che a destra vi è esattamente la stessa quantità di numeri che a sinistra. Qui si può vedere il problema nel modo più semplice.

Già da questo si viene in un certo senso condotti a dirsi: non devo dunque servirmi dei miei concetti per pensare l’infinito, cioè quel che trascende il mondo dei sensi (e l’infinito trascende davvero il mondo dei sensi); non devo applicare i miei concetti all’infinito. Questo vale non solo per l’infinito privo di limiti, ma anche per l’infinito limitato, perché risulta la medesima confusione anche applicando i concetti all’infinito limitato.

Proviamo a disegnare un triangolo, un quadrangolo, un pentagono, un esagono ecc. Giunti al centagono, saremo già ben vicini al circolo; non potremo più distinguere chiaramente le piccole lineette, soprattutto a una certa distanza. Potremo quindi dire: un circolo è un poligono di un numero infinito di lati; un circolo piccolo contiene infiniti lati; un circolo grande il doppio contiene anch’esso infiniti lati, e nondimeno ne contiene il doppio! Quindi non occorre arrivare all’infinito sconfinato; basta osservare che un piccolo circolo ha infiniti lati e uno grande il doppio ha infiniti lati anch’esso; già nell’infinito che l’occhio abbraccia, vi è qualcosa che confonde del tutto i nostri concetti.

 

Quello che ho appena detto è un fatto di somma importanza, perché gli uomini non si avvedono di poter usare i loro concetti solo in un dato campo, nel campo cioè del piano fisico, e che così deve essere per una certa ragione.

In uno dei tanti posti in cui veniamo ora abbastanza aspramente attaccati da molti, perché così avviene, un pastore, concludendo un suo discorso appunto contro la scienza dello spirito, citò dei versi di Matthias Claudius presumendo di riuscire così particolarmente efficace. La citazione dice su per giù che veramente gli uomini sono dei miseri peccatori e non possono sapere gran che; debbono quindi contentarsi di quel che sanno, senza tentar d’indagare quel che non possono sapere. Scegliendo quei versi, quel pastore pensava di poter muovere a noi l’accusa di voler andar oltre il mondo dei sensi, mentre già Matthias Claudius affermava esser l’uomo un meschino peccatore, cui non è consentito di trascendere il mondo sensibile.

 

« Per caso », come si suol dire, un nostro amico rintracciò la poesia di Matthias Claudius, la lesse tutta, e trovò che nella strofa precedente quella citata dal pastore, Matthias Claudius dice che, sebbene la luna sia sempre un disco completo, chi esce all’aperto vede, se non è proprio il plenilunio, solo una parte della luna, malgrado vi sia anche l’altra; che similmente vi sono nel mondo tante cose che ci è dato conoscere, purché le guardiamo al giusto momento. Il poeta voleva dunque rilevare che non conviene limitarci alla sola apparenza dei sensi, e che è un povero peccatore chi si lascia ingannare da ciò che l’apparenza offre in modo diretto; in altre parole, il passo citato da quel bonuomo di pastore veniva proprio a ritorcersi contro di lui.

 

Il mondo dei sensi (se non siamo anche noi come quel pastore) ogni tanto ci avverte che, se rivolgiamo lo sguardo a un lato d’una cosa, dobbiamo rivolgerlo anche all’altro lato; che dobbiamo correggere l’uno con l’altro. Quando però si tratta di ciò che sta oltre il mondo sensibile, questa correzione immediata non vi può essere; non si può ricorrere subito alla strofa precedente! Allora l’uomo si dà a filosofare, naturalmente convinto che i suoi ragionamenti rispondano a verità, perché può dimostrarli a fil di logica. Ma anche il contrario si può rigorosamente dimostrare a fil di logica!

Possiamo dunque oggi proporci il problema, e tutte le considerazioni che stiamo per fare risponderanno più esattamente a questo problema: come avviene che quando andiamo oltre il mondo sensibile, il nostro pensare cada in tanta confusione? come in genere avviene che si possa dimostrare una cosa e anche il suo contrario? Troveremo allora che il problema è collegato col fatto che la vita umana è posta in mezzo, quasi in bilico tra due forze opposte, tra le forze arimaniche e quelle luciferiche.

Certo, si può riflettere su libertà e necessità, e si può ritenere costringente la dimostrazione che la sola necessità regge il mondo. Ma ciò che vi è di costringente in questa dimostrazione è opera di Arimane. Così da una parte, quando si dimostra un lato della questione, è sempre Arimane che ci seduce; e quando si dimostra il contrario, è sempre Lucifero che ci seduce. In realtà siamo di continuo esposti a queste due forze; se non teniamo conto che siamo proprio posti in mezzo fra le due, non riusciremo mai a intendere da dove provengano nella natura umana i contrasti come quello prima esaminato.

 

Nel corso del secolo decimonono è andato perduto anche il sentimento del fatto che nell’andamento del mondo, oltre alla posizione di equilibrio, esiste anche questo oscillare del pendolo verso destra e verso sinistra, questa oscillazione arimanico-luciferica. Il sentimento ne è però del tutto estinto. Oggi chi parla di Arimane e di Lucifero passa già per un uomo non perfettamente sano di mente. A questo estremo siamo invero giunti solo alla metà del secolo scorso, perché ancora in quell’epoca, Thrahndorff, filosofo molto spirituale, pubblicò qui a Berlino un bel saggio in cui cercava di confutare lo scritto di un ecclesiastico. Questo tale sosteneva (spero che fra noi possa venir detto) che il diavolo non esiste; asseriva che il parlare del diavolo è in sostanza un’orrenda superstizione. Noi parliamo di Arimane. Ebbene, allora il filosofo Thrahndorff prese a confutare quell’ecclesiastico con uno scritto molto interessante: Il diavolo non è un’ubbia dogmatica. Thrahndorff tentò dunque, ancora intorno al 1850, di dimostrare con metodo rigorosamente filosofico l’esistenza di Arimane.

 

Nel corso delle conferenze pubbliche che terrò qui prossimamente, spero di poter parlare anche di questa nota ormai ammutolita della vita spirituale, della corrente teosofica che verso la metà del secolo scorso totalmente scomparve. Fino allora si parlava di tali cose, sia pure sotto altro nome. Ormai ne è andato smarrito perfino il sentimento; ma in fondo esso continuò delicatamente ad esistere fino al 1400 o al 1500; poi, per il naturale evolversi delle cose, fu costretto appunto per qualche tempo a scomparire. Sappiamo che la scienza dello spirito, come ho spesso ripetuto, non nega assolutamente il grande valore e l’importanza del progresso delle scienze. Condizione di tal progresso fu la perdita del sentimento, della comprensione della contrapposizione fra Arimane e Lucifero; contrapposizione esistente solo nel campo spirituale. Ora è venuto il momento in cui questo contrasto, che perdurò per fine intuito fino al secolo quindicesimo, deve riaffiorare nella coscienza umana.

 

Vorrei mostrare con un esempio la condizione in cui ci si venne a trovare rispetto ad Arimane e Lucifero, nell’epoca in cui non si aveva ormai più che un vago sentimento della esistenza di queste due potenze.

Sopra l’antico palazzo municipale di Praga v’è un singolarissimo orologio costruito nel secolo quindicesimo. È un’opera proprio meravigliosa. A un primo sguardo e da fuori, ha l’aria duna meridiana; ma è di fattura complicata, e lo scorrer delle ore vi appare indicato in due modi: all’antico modo boemo e a quello moderno. All’antico modo boemo le ore andavano dalla una, anzi dallo zero, fino alle 24; al modo moderno soltanto fino alle 12. Sempre al tramonto del Sole la sfera della meridiana indicava l’una con l’ombra. L’orologio era costruito in maniera che realmente, quantunque l’ora del tramonto mutasse, la sfera al tramonto era sempre sull’una.

L’orologio indicava inoltre ogni eclissi solare o lunare; segnava anche il corso e le orbite dei vari pianeti attraverso i segni zodiacali; indicava persino le feste mobili. Indicava veramente anno per anno il ricorrere della Pasqua; era dunque anche un calendario. Vi si osservava il susseguirsi dei mesi, da gennaio a dicembre, inclusa la mobilità della Pasqua. Una lancetta speciale indicava la data della Pasqua, sebbene sia festa mobile, e anche quella di Pentecoste.

 

Era dunque per il secolo quindicesimo una costruzione straordinaria di cui è stata studiata la storia. Ma oltre alla storia documentata che si può leggere in una delle tante descrizioni esistenti, vi è pure una leggenda che tenta di spiegare le singolarità dell’orologio, e prima di tutto la sua costruzione meravigliosa. Poi la leggenda narra che l’orologio, dopo essere stato costruito da un uomo geniale, fu sempre caricato da lui stesso finché visse. Dopo la sua morte, non si trovò più chi fosse capace di caricarlo, e si cercò invano qualcuno che riuscisse a farlo camminare. Di solito succedeva che chi provava, lo guastava. A volte capitava qualcuno che si diceva capace di regolarlo, e lo regolava infatti: ma poco dopo l’orologio si guastava da capo.

Tutti questi fatti si fusero poi in una specie di leggenda popolare che narra appunto di un uomo molto semplice il quale, grazie a un dono speciale largitogli dal cielo, riuscì una volta a costruire quell’orologio; ed era l’unico che conoscesse il modo di trattarlo. La leggenda dava gran peso alla circostanza ch’egli era un uomo semplice a cui, per una grazia speciale, era stata concessa quella genialità: una genialità che gli veniva dal mondo spirituale. Ma il principe regnante volle assolutamente che nessun’altra città, oltre Praga, possedesse un orologio come quello; per rendere anzi la cosa impossibile, ordinò che il geniale orologiaio venisse accecato. Il povero cieco si ritirò nella solitudine; ma prima di morire chiese per grazia di poter un’ultima volta, un momento solo, riaggiustare il suo orologio; e di quel momento si valse, così narra la leggenda, per scompigliarne con rapido tocco il meccanismo, in modo che da allora in poi nessuno potesse mai più rimetterlo in ordine.

 

La leggenda appare subito molto ingenua. Eppure, nel modo come è costruita, vi è un senso vivo dell’esistenza di Arimane e di Lucifero e della posizione di equilibrio tra i due. Pensiamo con quale finezza è composta! Anche in altre innumerevoli leggende popolari si potrebbe riscontrare una composizione altrettanto fine, e composta con chiaro sentimento dell’essere di Lucifero e Arimane. Anzitutto, vi troviamo la posizione di equilibrio: per un atto di grazia del mondo spirituale, l’uomo ottiene la capacità di fabbricare un oggetto tanto straordinario; non vi è in esso nessun egoismo poiché, sebbene all’egoismo chiunque può essere soggetto, qui si tratta di un dono della grazia: chi ha costruito l’orologio non l’ha fatto per impulso egoistico; e neppure ci si è molto lambiccato il cervello, poiché vien detto espressamente che si tratta di un uomo semplice. Questa descrizione: il farci avvertiti che è un atto di grazia (dunque niente egoismo) e che si tratta di un uomo semplice (dunque nessun arzigogolamento cervellotico) ci indica che nell’anima di quell’uomo non viveva nulla di arimanico e di luciferico, ma che egli si trovava completamente sotto l’influsso di potenze divine buone, progredienti.

 

Nel principe vive Lucifero. L’egoismo lo spinge a voler l’orologio solo per la sua città; e fa quindi accecare il costruttore. Così da un lato viene messo Lucifero. Dato che vi è Lucifero, esso si allea sempre col suo fratello Arimane. Per il fatto che l’uomo è stato accecato, l’altro, Arimane, ottiene la facoltà d’intervenire dal di fuori per distruggere con abile tocco; questa è un’azione di Arimane.

Qui dunque la potenza buona viene collocata in mezzo tra Lucifero e Arimane; questa fine costruzione si può trovare in molte, anche nelle più semplici leggende popolari. Ma nell’epoca in cui doveva sorgere e farsi strada sempre più l’idea che le forze fondamentali del mondo materiale sono l’elettricità positiva e negativa, il magnetismo positivo e negativo, e così via si doveva perdere il sentimento del fatto che Arimane e Lucifero s’intromettono nella vita in tutta la sua estensione. Affinché l’indagine scientifica potesse raggiungere il suo pieno sviluppo, era necessario che retrocedesse perfino questo senso, capace di vedere una spiritualità nelle cose del mondo.

 

Vedremo come Arimane e Lucifero s’intromettano in ciò che l’uomo chiama conoscenza, in ciò che in genere chiama il proprio rapporto col mondo, sicché ne nasce appunto la confusione a cui ho accennato più sopra; essa si palesa specialmente a proposito della questione che abbiamo sollevata. Prendiamo per esempio una semplice ipotesi. Potrei trarla tanto dai grandi eventi universali, quanto dai comunissimi fatti quotidiani. Prenderò un esempio semplicissimo, ma potrei prenderlo anche dal grande divenire universale.

Immaginiamo che tre o quattro persone si accingano a fare una gita, una scarrozzata attraverso una gola alpestre per la quale bisogna passare vicino a una roccia che strapiomba sulla strada. La comitiva è sulle mosse per partire all’ora stabilita; ma il cocchiere ha ordinato per l’appunto una tazza di birra, e siccome l’oste tarda un poco a portargliela avviene che il cocchiere perda cinque minuti oltre l’ora stabilita. Poi tutta la compagnia si mette in viaggio, e la carrozza s’inoltra nella gola alpestre; ma ecco, proprio nell’attimo in cui corre sotto la roccia che strapiomba sulla strada, la roccia cade e precipita sulla carrozza sfracellando la comitiva. Periscono tutti, tranne magari il cocchiere che resta incolume.

Eccoci davanti a un fatto del genere che dicevo.

 

Qui nasce la domanda: la disgrazia avvenne per colpa del cocchiere o per una necessità ineluttabile? era assolutamente inevitabile che in quel momento la comitiva venisse colpita dalla sciagura? e il ritardo del cocchiere era intessuto in quella necessità? o possiamo accogliere l’idea che, se il cocchiere fosse stato più puntuale, e se quindi la carrozza fosse passata sotto la roccia molto prima che franasse, quella gente non sarebbe stata colpita?

 

Vediamo qui sollevarsi nella vita quotidiana il problema della libertà e della necessità che è strettamente connesso con quello della « colpa ». È chiaro che se tutto soggiace a una necessità ineluttabile, non si può ammettere una colpa nel senso più alto da parte del cocchiere; in tal caso sarebbe stata appunto una necessità inevitabile che quelle persone morissero.

Nella vita tale problema ci si presenta a ogni piè sospinto, ed è da annoverarsi tra i problemi più ardui, nella soluzione dei quali Arimane e Lucifero s’intromettono con più facilità. Quando ci studiamo di venir a capo di tale problema, è sempre Arimane che più facilmente s’intromette. Ce ne avvedremo nel corso delle nostre considerazioni.

 

Ora però ci convien prendere tutt’altra strada di quella che forse si sceglierebbe di solito per accostarsi alla soluzione di questo problema. Quando ci si accinge a risolvere un tale problema, a tutta prima si pensa: « Ebbene, sì! io posso seguire l’avvenimento: la roccia è precipitata; è successo questo… e poi quello »…

Quando dunque si risale così ai fatti e ci si chiede: a base di tutto vi è necessità oppure libertà? le cose avrebbero potuto andare diversamente? innanzi tutto si considerano unicamente i fatti esteriori che si svolgono sul piano fisico. Lo si fa per lo stesso motivo pel quale uno che sia capace di pensare soltanto materialisticamente, quando studia l’uomo, non va più in là del corpo fisico.

 

Chi oggi infatti nulla sa di scienza dello spirito, nello studio dell’uomo a tutta prima si ferma al corpo fisico e dice: « Quel che dell’uomo esiste è ciò che si vede e si tocca ». Egli non passa dal corpo fisico al cosiddetto corpo eterico; se poi è un vero materialista cocciuto, ride e schernisce quando sente dire che a base del corpo fisico denso sta un corpo eterico più sottile. Eppure si sa quanto sia ben fondata la nozione che a base del corpo fisico e alle altre parti costitutive della natura umana, vi è pure il corpo eterico. Nel corso degli anni ci siamo familiarizzati con l’idea che non dobbiamo parlare del solo corpo fisico umano, ma che dobbiamo parlare altresì del corpo eterico e così via.

Tuttavia molti non si saranno forse mai posti la domanda: « Come stanno le cose rispetto al mondo che esiste fuori dell’uomo, al mondo esterno dove si svolgono gli avvenimenti ordinari? »

 

Anche di questo abbiamo parlato diffusamente. Abbiamo detto che l’uomo, vedendo gli avvenimenti esteriori del piano fisico, a tutta prima attraverso i suoi sensi fisici, non ha la minima idea che dietro a tutte le cose che vede vi siano anche esseri elementari; e che quindi, in certo modo, dove guardiamo, la cosa sia proprio come è nell’uomo stesso. Nell’uomo abbiamo il corpo eterico (e spesso lo chiamiamo anche corpo elementare). Fuori nella natura, e in genere in tutto il divenire fisico esterno, dietro al seguirsi degli avvenimenti fisici abbiamo il mondo dell’esistenza elementare.

È un parallelo: l’uomo con corpo fisico e corpo eterico; gli avvenimenti fisici, e dentro di essi, diffusi ovunque, gli avvenimenti del mondo elementare. Come è unilaterale considerare il solo corpo fisico umano, trascurando il corpo eterico, così può dirsi di fronte alle cose esteriori. Anche qui, vi è tutto un ordine di fatti che percepiamo attraverso i nostri sensi fisici e il nostro intelletto fisico; ma a base di tutto questo sta qualcosa che è analogo al corpo eterico umano. Realmente, a base di tutto ciò che si svolge nel mondo fisico esterno, vi è un divenire, uno svolgersi di eventi più elevato, più sottile.

 

Certe persone sentono queste cose, e quel sentimento può presentarcisi in due modi. In noi stessi o in altri, parzialmente forse, si sarà potuto osservare il fatto seguente: Capita qualcosa a un tale. Egli viene poi da noi e ci dice… Oppure la cosa capita a noi stessi e siamo noi stessi a dirci: « Sì, ho veramente il sentimento che, mentre esteriormente mi succedeva il tale fatto, mi sia accaduto inoltre dell’altro. Al mio essere umano più fine accadeva dell’altro ». Voglio dire che certe nature più profonde possono avere il sentimento di dati avvenimenti che, pur non svolgendosi sul piano fisico, forse importano moltissimo per tutto il seguito ulteriore della loro vita. Sentono dunque che è loro accaduto qualcosa.

Altri vanno anche più in là, e di queste cose hanno rivelazioni simboliche nel sogno. Per esempio, uno sogna di sperimentare di essere travolto dal franare di una roccia. Svegliandosi, può dirsi di aver avuto un sogno simbolico, allegorico; può dirsi che nella sua anima è avvenuto qualcosa. È possibilissimo che sovente la vita ci confermi che in realtà entro l’anima nostra si è venuto svolgendo qualcosa di molto più importante del fatto accaduto nel mondo esterno, sul piano fisico. La persona in questione può essere salita di un gradino, sia nella conoscenza, sia nel miglioramento della sua natura volitiva, sia nell’affinamento dei suoi sentimenti, e così via.

 

Ho fatto rilevare in conferenze tenute qui poco tempo fa, come quel che sappiamo col nostro io sia solamente una parte di ciò che ci accade, e come nel profondo il nostro corpo astrale si sappia molto, ma molto di più. Qualcuno ricorderà che l’avevo già fatto notare. Il corpo astrale sa di molte cose che ci accadono, non nel mondo sensibile, ma in quello soprasensibile. Ora siamo arrivati per un’altra via ad accorgerci che nel soprasensibile ci accade di continuo qualcosa. Come è vero che quando muovo la mano il movimento fisico è solo una parte di tutto il processo, e che sotto si svolge un processo eterico, un processo del mio corpo eterico, altrettanto è vero che ogni avvenimento fisico, che accade nel mondo esterno, è compenetrato da un avvenimento elementare più sottile che si svolge parallelamente nel soprasensibile. Non solo gli esseri sono compenetrati da un elemento soprasensibile, ma tutto quanto esiste è compenetrato da elementi soprasensibili.

 

Ricordiamo ora un’altra cosa alla quale ho accennato ripetutamente e che in parte può apparire paradossale. Ho fatto notare che nel campo dello spirito esiste spesso addirittura l’opposto di quel che esiste nel campo fisico (non sempre, ma spesso); se cioè una verità è giusta qui, in rapporto al fisico, può darsi che nel campo spirituale abbia un aspetto del tutto diverso. Ripeto: non sempre. Nel corso degli anni ho però annoverato molti casi a proposito dei quali bisogna riconoscere che nello spirito risulta come realtà precisamente il contrario di quel che sarebbe ovvio supporre nel mondo fisico.

A volte, anzi molto spesso, è così anche per gli avvenimenti soprasensibili che si svolgono parallelamente a quelli sensibili. Poniamo ora il problema: quando una comitiva si mette in moto, entra in vettura, parte, la vettura percorre la gola alpestre, una roccia le precipita addosso e uccide tutti, questi sono gli avvenimenti fisici. Parallelamente a questi avvenimenti fisici, dentro di essi (così come dentro di noi vi è il nostro corpo eterico), si svolge un fatto soprasensibile che occorre pure conoscere, e che può essere diametralmente l’opposto di quello che si svolge nel fisico. È perfino molto spesso diametralmente l’opposto.

 

Se non si sta attenti, in tutto ciò può esservi la fonte di molti errori, perché per esempio, nella comitiva che sta per partire, può esservi una persona che ha sviluppato in sé una certa chiaroveggenza atavica, una specie di seconda vista. Può succedere che, mentre la comitiva è sul punto di partire, appunto la persona che è chiaroveggente, che ha la seconda vista, all’ultimo momento decida di restare, non vada con gli altri, si ritiri. Di lì a poco quella persona ha una visione in cui le si rivela un avvenimento. Può darsi che le si presenti il fatto che la comitiva sia stata colpita dalla roccia, ma può anche darsi (dipende dalla disposizione dell’individuo) che per esempio le si presenti la visione che a quelle persone è capitato un caso eccezionalmente lieto e felice. Sì, potrebbe proprio presentarsi anche l’immagine di un caso felicissimo accaduto a quelle persone, mentre il chiaroveggente potrebbe invece udire in seguito che la comitiva è stata distrutta nel modo che prima ho detto. Avverrebbe così che il chiaroveggente non vedesse ciò che si svolge sul piano fisico (sarebbe però possibile che vedesse anche questo), ma vedesse invece il fatto che si svolge parallelamente sul piano astrale; e cioè che forse, nel momento in cui quelle persone si dipartirono dal piano fisico, vennero chiamate a una particolare missione nel mondo dello spirito, il che le riempie di una nuova vita, tutta speciale, rispetto al mondo dello spirito. In breve, la persona in questione potrebbe aver veduto il fatto dei mondi soprasensibili che si svolge in direzione diametralmente opposta a quello fisico. Potrebbe veramente darsi che qui sul piano fisico avesse luogo la sciagura, e che per quelle anime la sciagura corrispondesse nel mondo soprasensibile a una grandissima fortuna.

 

Ora, potrebbe anche esservi chi dicesse, stimandosi più avveduto della saggezza che regge l’universo, (e questi tali non mancano!): « Se reggessi io l’universo, mentre chiamo delle anime a una grande felicità nel mondo dello spirito, non vorrei gratificarle qui sul piano fisico di una sciagura. Farei le cose un po’ meglio! » A costoro si potrà sempre rispondere che è anche comprensibile che qui, sul piano fisico, Arimane possa indurci in errore, ma che la saggezza universale sa le cose sempre meglio. Nel nostro caso può darsi che, per il compito che attende quelle anime nel mondo spirituale, fosse necessaria quella data esperienza sul piano fisico; fosse necessario cioè che il loro sguardo retrospettivo potesse rivolgersi sempre a quell’avvenimento fisico della vita terrena, per attingerne forza. Può darsi dunque che per quelle anime i due avvenimenti, quello fisico e quello spirituale, si completino di necessità.

Come ipotesi potremmo così citare ogni specie di esempi, e mostrare come per un fatto che avviene qui sul piano fisico, vi sia, quasi un corpo eterico, un fatto elementare soprasensibile che ne è parte. Non dobbiamo dunque fermarci all’asserzione generica dei panteisti che a base del mondo fisico vi è un mondo spirituale, ma dobbiamo arrivare al concreto.

 

Dobbiamo per ogni singolo avvenimento fisico renderci chiaro conto che gli sta a base un avvenimento spirituale, un vero e proprio avvenimento spirituale; che soltanto l’uno e l’altro insieme formano l’intero.

Quando si osservano e si seguono gli avvenimenti sul piano fisico, si arriva però a dire che essi sono intessuti in una rete di pensieri. Seguendo il filo degli avvenimenti svolgentisi sul piano fisico, si arriva in verità a trovare una causa per ogni effetto. Non è possibile diversamente: per ogni effetto si trova una causa. Quando qualcosa è avvenuto, ne troveremo sempre la causa. Il che è quanto dire: ne troveremo la necessità.

 

Tornando al semplice esempio da me citato, e procedendo con la necessaria pedanteria, si potrà dire: « Sta bene; quella comitiva si era riunita; aveva anche stabilito di partire a una data ora, ma se indago perché il cocchiere si fece aspettare, risalirò a varie cause. Per prima cosa prenderò forse a considerare il cocchiere stesso, come venne educato, come mai diventò negligente. Poi esaminerò le circostanze diverse per cui il suo bicchiere di birra gli fu portato in ritardo. Scoprirò in tutto questo una semplice catena di cause; potrò mostrare come una circostanza s’ingrani nell’altra in modo che le cose non avrebbero proprio potuto svolgersi altrimenti. Così finirò a poco a poco con l’escludere totalmente la libera volontà del cocchiere; se infatti si trova una causa per ogni effetto, vi resta implicato anche tutto quello ch’è stato fatto dalla persona in questione. Magari il cocchiere ha avuto voglia di bere ancora un bicchiere di birra soltanto perché in gioventù non fu picchiato abbastanza! Se fosse stato meno viziato (e non è colpa sua), tutto non si sarebbe svolto in quel modo. In ogni cosa si può dunque trovare la concatenazione di causa ed effetto.

 

Tutto ciò è connesso con la circostanza che i concetti servono soltanto per il piano fisico. Pensiamo infatti che se vogliamo capire qualcosa, ogni pensiero deve poter derivare da quello precedente, ossia si deve poter derivare un concetto dall’altro, è nella natura stessa del concetto che l’uno derivi dall’altro. Così deve essere.

Ma quel che si può formulare sul piano fisico, in modo da abbracciarlo con un’occhiata, secondo concetti strettamente connessi, diventa subito tutt’altra cosa non appena si sale al mondo soprasensibile più prossimo. Ivi non si ha più a che fare con cause ed effetti, ma con esseri. Ivi intervengono esseri.

Ad ogni momento interviene o cessa l’azione di qualche entità spirituale.

Ivi non si ha a che fare con qualcosa di simile a ciò che nel mondo usuale si può seguire con concetti.

Se si volesse seguire con concetti ciò che accade nel mondo spirituale, potrebbe benissimo capitare per esempio di pensare: « Eccomi qui; sono già arrivato a poter osservare che qui avviene qualcosa, spiritualmente. Ora vedo avvicinarsi uno gnomo, ora una silfide, ora un altro essere ancora. Ho diverse specie di esseri, ed ora faccio lo sforzo di escogitare gli effetti che debbono risultarne. »

 

Certo, sul piano fisico la cosa è spesso facile. Si dà un colpo, poniamo, a una palla del biliardo, e si prevede che si muoverà l’altra: è possibile calcolarlo. Invece sul piano spirituale può darsi che quando si sia osservata un’entità e si sia ben convinti che è uno gnomo, uno gnomo che agirà in un modo determinato, magari insieme a un altro, affinché la scena si svolga in un dato modo… può darsi che un momento dopo sopravvenga un’altra entità e cambi ogni cosa; oppure può darsi che un’entità, sulla quale si era calcolato, si allontani, scompaia, non agisca più. Qui dunque tutto si fonda su entità, e non è affatto possibile procedere come sul piano fisico, intessendo tutto in una rete di concetti. È del tutto impossibile.

 

• Nel mondo spirituale non si può spiegare una cosa dopo l’altra, deducendola a mezzo di concetti.

Il nesso dei rapporti che vige nel mondo spirituale,

che regge il seguirsi degli avvenimenti spirituali che sono paralleli a quelli fisici, è completamente diverso.

 

Occorre dunque riconoscere che a base del nostro mondo ve ne è un altro per il quale non solo dobbiamo premettere che di fronte al nostro esso è di natura spirituale, ma per il quale dobbiamo anche premettere che vi regna una tutt’altra connessione fra gli avvenimenti, e che col nostro modo solito di spiegare e dimostrare le cose per via di concetti, non arriviamo a nulla, quando si tratta di spiegare i singoli fatti concreti del mondo spirituale.

Così vediamo due mondi compenetrarsi a vicenda: uno che può venir compreso per via di concetti; l’altro che non può venir intessuto in una rete di concetti, ma può solo venir osservato. Quel che così indico porta molto lontano, ma la gente non bada a quanto porti lontano.

Pensiamo per esempio se qualcuno crede di poter dimostrare ogni cosa, pensando che abbia valore solo quel che è dimostrabile; gli può capitare di dirsi: « Sì, tutto deve venir dimostrato, e quel che non si può dimostrare non conta. Dunque, anche nella storia tutto deve potersi dimostrare. Se dunque impegno a fondo il mio pensiero, dovrò per esempio poter dimostrare se il mistero del Golgota ha avuto luogo o no ».

È poi facile all’uomo di oggi il dire che se non si può dimostrare che il mistero del Golgota ha avuto luogo, vuol dire che è una fòla; vuol dire che il mistero del Golgota non è mai esistito.

Ma che cosa intende la gente parlando di « prove », di « dimostrazioni »? Intende il partire da un dato concetto e poi via via passare a sempre nuovi concetti. Se questo procedimento sia possibile, si è appunto dimostrato. Ma nessun’altro mondo, all’infuori di quello fisico, si conforma a queste dimostrazioni! Un altro mondo non vi si adegua; se infatti fosse possibile dimostrare, provare irrefutabilmente la necessità che il mistero del Golgota dovesse avvenire, se questo fatto potesse risultare dai nostri concetti, esso non sarebbe più un’azione libera! Allora il Cristo avrebbe dovuto scendere dal cosmo sulla Terra, perché i concetti umani gliene provano la necessità, quindi gliela impongono. Invece il mistero del Golgota deve essere un’azione libera; cioè un’azione che appunto non si può dimostrare. È importante comprendere questo fatto una volta per tutte.

 

Lo stesso avviene in ultima analisi volendo dimostrare che una volta Iddio creò il mondo; oppure che Egli non lo creò. Anche qui si segue il filo dei concetti. Invece « il creare il mondo » dovrà pur essere un’azione spontanea e libera dell’Entità divina. Ne consegue che non la si può dimostrare per la necessità che risulta da una concatenazione di concetti; volendoci arrivare, occorre vederla.

Si dice dunque qualcosa di somma importanza affermando che già nel mondo soprasensibile più vicino a noi, quello che compenetra il nostro, non regna affatto l’ordine che può venir compreso dai nostri concetti, dalla nostra forza di dimostrazione, ma che ivi subentra l’osservazione, che ivi gli avvenimenti sono in tutt’altro ordine fra loro.

 

Voglio per oggi aggiungere ancora qualcosa con poche parole. Parlando qui a Natale, ebbi occasione di rilevare come appunto ai giorni nostri sorgano certe contraddizioni, certi contrasti che confondono il pensare umano. Il grande naturalista Ernst Haeckel ha pubblicato recentemente un libro: Pensieri sull’eternità, a cui ho già accennato. Questo scritto contiene proprio conclusioni opposte a quelle cui giungono oggi molte altre persone, in seguito alla loro profonda partecipazione ai grandi avvenimenti mondiali. Si pensi (ritorneremo sull’argomento in relazione col nostro tema; oggi voglio fare soltanto un’introduzione) si pensi che oggi molte persone, a motivo appunto degli eventi mondiali che agiscono sulle nostre anime in modo così terribile, così travolgente, arrivano a un approfondimento dei loro sentimenti religiosi. Molte persone sperimentano tale approfondimento dell’anima, poiché ragionano così: se a base del nostro mondo fisico non esistesse un ordine soprasensibile, come si potrebbe spiegare quel che attualmente succede?

 

Molti sono ritornati così a un sentimento religioso. Non occorre ch’io descriva tale corso di pensieri: è tanto ovvio e possiamo osservalo oggi in molte persone.

Haeckel invece arriva ad altre conclusioni. Nel suo libretto apparso ora. egli dice:

« Gli uomini credono all’immortalità dell’anima, ma gli avvenimenti presenti provano all’evidenza che credere all’immortalità dell’anima è un assurdo, poiché vediamo giornalmente migliaia di esseri perire per mero caso; di fronte a fatti simili come è possibile che una persona sensata ammetta ancora l’immortalità dell’anima? come può regnare in tutto ciò un ordine superiore? »

 

Quel che ora avviene in modo così sconvolgente costituisce dunque per Haeckel una prova per il suo dogma che è vano parlare d’immortalità dell’anima. Eccoci di nuovo davanti a delle antinomie: gran parte dell’umanità, di fronte agli eventi del nostro tempo, si approfondisce nel suo sentimento religioso, mentre di fronte agli stessi eventi il senso religioso di Haeckel si superficializza immensamente.

 

Tutto ciò è in relazione col fatto che oggi gli uomini non arrivano ad alcuna chiarezza in merito al nesso tra il mondo che si rivela ai loro sensi, all’intelletto legato al cervello, e il mondo soprasensibile che ne sta alla base; che non appena si accostano a tali cose, il loro pensiero si confonde. Eppure, nonostante tutte le disillusioni arrecateci dal nostro tempo, giungeremo in certo senso a un approfondimento dell’anima, a un ritorno dal materialismo. Occorrerà tuttavia che, puramente grazie agli sforzi dell’anima che si dedica senza preconcetti all’indagine del mondo, nasca una conoscenza degli avvenimenti soprasensibili che completano quelli fisici; occorrerà che si formi almeno una piccola schiera di uomini capaci di ammettere che

• tutti i patimenti, tutti i dolori che vengono sofferti al presente sul piano fisico, nel complessivo progresso dell’umanità sono solo un lato di un insieme il cui altro lato è soprasensibile.

 

Abbiamo già indicato nei più diversi aspetti questo lato soprasensibile, e lo faremo ancora in altre prospettive. E quando il suolo europeo, intriso di sangue, avrà di nuovo la pace, ci verrà incontro una schiera di uomini che saranno in grado di ascoltare, di ascoltare spiritualmente, di presagire spiritualmente ciò che poi verrà detto dai mondi spirituali all’umanità di nuovo in pace. Sarà infatti vero, profondamente vero, verrà confermato come verità quello che ora spesso e sempre di nuovo dobbiamo scrivere nella nostra anima:

 

Dal coraggio dei combattenti,

dal sangue delle battaglie, dal dolore di chi rimane,

dai sacrifici del popolo nasceranno frutti dello spirito.

Anime coscienti dello spirito, guideranno al regno dello spirito.

 

 

By | 2019-11-05T17:39:46+01:00 Luglio 6th, 2018|NECESSITA' E LIBERTA'|Commenti disabilitati su 01 – DETERMINISMO E FATALISMO