I mutamenti delle concezioni mediche nel corso dell’evoluzione dell’umanità.

O.O. 312 – Scienza dello spirito e medicina – 21.03.1920


 

Sommario: I mutamenti delle concezioni mediche nel corso dell’evoluzione dell’umanità. Malattia e salute. Il vitalismo dello Stahl e il suo superamento. Nascita e significato dell’anatomia patologica, inaugurata dal Morgagni. Là patologia umorale. La patologia cellulare. Processi morbosi e processi naturali. L’anatomia comparata. Le forze formative. Un cenno sulla fisiologia muscolare. Il concetto di malattia nel pensiero di Troxler.

 

È ovvio che in questo corso si potrà fare accenno solo a una piccolissima parte di ciò che tutti voi probabilmente vi aspettate, riguardo al futuro della medicina: tutti converrete infatti con me che un vero e promettente lavoro in campo medico dipende da una riforma degli studi medici come tali. Con le comunicazioni che possono venir date in un corso come questo non si può nemmeno lontanamente stimolare una riforma degli studi medici; tutt’al più potrà sorgere in un certo numero di persone l’impulso a contribuire a una tale riforma. Senonché, qualunque argomento di cui si discuta oggi in campo medico ha sempre come sfondo il modo in cui l’attività medica viene preparata dall’insegnamento dell’anatomia, della fisiologia, della biologia in genere: in base a questa preparazione i pensieri dei futuri medici vengono fin dall’inizio orientati in una certa direzione, ed è soprattutto questa direzione che deve venir abbandonata.

 

Vorrei raggiungere lo scopo di queste conferenze suddividendo l’esposizione in una specie di programma nel modo seguente. In primo luogo vorrei accennare agli ostacoli che oggi negli studi rendono difficile una comprensione realmente adeguata dell’essenza della malattia come tale. In secondo luogo vorrei accennare alla direzione in cui va ricercata una conoscenza dell’uomo che possa fornire una base reale per la pratica medica. In terzo luogo vorrei indicare le possibilità di una terapia razionale, in base alla conoscenza dei rapporti dell’uomo col mondo esterno. In questa parte vorrei poi rispondere alla domanda se la guarigione come tale sia possibile e concepibile. In quarto luogo (e penso che questa sarà forse la parte più importante delle considerazioni, ma che si dovrà intrecciare con gli altri tre punti di vista ora menzionati) vorrei che ciascuno dei partecipanti entro domani o dopodomani mi scrivesse su un biglietto i suoi desideri particolari, mi indicasse cioè quel che vorrebbe ascoltare, ciò che desidererebbe fosse argomento di questo corso. Tali desideri potranno estendersi a qualunque argomento. In questa quarta parte del programma (che però, come ho detto, dovrà armonizzarsi con le altre tre parti) vorrei raggiungere lo scopo che per nessuno di voi il corso si debba conchiudere col sentimento di non aver forse ascoltato proprio ciò che desiderava ascoltare. Perciò configurerò il corso in modo da inserirvi tutte le vostre domande e i vostri desideri. Vi prego pertanto di indicarmi per iscritto i vostri desideri entro domani o, se non è possibile, entro dopodomani a quest’ora. Penso che in tal modo potremo raggiungere nel modo migliore una specie di completezza, per quanto è possibile nell’ambito di un’iniziativa come questa.

 

Oggi vorrei esporre una specie di introduzione, una specie di considerazione orientativa. Vorrei prendere le mosse dal mio desiderio principale, che è quello di offrire tutto ciò che può venir dato ai medici partendo da considerazioni scientifico-spirituali. Non vorrei che il mio tentativo venisse confuso con un corso di medicina; ma dovrà essere preso in considerazione soprattutto quanto, in ogni campo, può avere-importanza per i medici. Una vera scienza o, se mi è lecito, una vera arte medica verrà infatti realizzata solo prendendo in considerazione proprio tutto ciò di cui occorre tener conto nel senso accennato.

 

Vorrei oggi prendere le mosse da alcune considerazioni orientative. Riflettendo sui compiti che vi vengono posti in quanto medici, probabilmente vi sarete spesso imbattuti nel problema: : che cos’è la malattia e che cos’è l’uomo malato? Raramente si trova una spiegazione della malattia e dell’uomo malato diversa da quella (anche se mascherata talora da qualche sfumatura apparentemente oggettiva) che il processo patologico è una deviazione dal normale processo vitale; ad opera di certi fatti, che agiscono sull’uomo e di fronte ai quali egli non è adattato nel suo normale processo vitale, nel normale processo vitale e nell’organismo si produrrebbero certe modificazioni. La malattia consisterebbe in queste compromissioni funzionali delle parti del corpo collegate alle modificazioni in questione. Dovrete però riconoscere che questa non è che una definizione negativa della malattia.

 

Non è qualcosa che possa aiutare chi ha da fare con le malattie; io qui vorrei soprattutto parlare di argomenti pratici che possano aiutare chi ha da fare con le malattie. Per arrivare a conoscenze decisive in questo campo mi sembra opportuno accennare a certe opinioni sull’essenza della malattia, sorte nel corso dei tempi: non tanto perché lo ritenga assolutamente necessario per la comprensione attuale dei fenomeni patologici, ma perché ci si può orientare più facilmente prendendo in considerazione opinioni più antiche, proprio quelle che hanno portato alle opinioni attuali.

 

Sapete tutti che di solito, considerando la storia della medicina, si accenna alla nascita della medicina nell’antica Grecia, nel quinto o quarto secolo a.C., e si menziona Ippocrate; viene suscitato il sentimento che la medicina occidentale derivi dalle concezioni di Ippocrate che portarono poi alla cosiddetta patologia umorale, la quale in fondo ebbe una certa importanza fino al secolo scorso. Questo però è già il primo errore fondamentale che si compie e che in fondo impedisce ancor oggi di arrivare a una concezione spregiudicata dell’essenza della malattia. Per prima cosa si dovrebbe eliminare questo errore fondamentale. A chi esamini spregiudicatamente le concezioni di Ippocrate che, come forse avrete già notato, ebbero una certa importanza fino al Rokitansky (cioè fino al secolo scorso), tali concezioni non appaiono solo come un inizio, ma segnano al contempo, in misura molto notevole, la fine di concezioni mediche più antiche. Negli scritti di Ippocrate abbiamo un ultimo resto, per così dire « filtrato », di antichissime concezioni mediche, di concezioni ricavate non coi mezzi usati oggi, coi mezzi dell’anatomia, bensì coi mezzi dell’antica veggenza atavica.

 

Volendo caratterizzare in modo astratto la posizione della medicina ippocratica, si dovrebbe dire: con essa termina la medicina antica, fondata su una veggenza atavica. Parlando esteriormente (ma appunto solo esteriormente!), si può dire invece che gli ippocratici cercavano la spiegazione di ogni malattia in una mescolanza non giusta dei liquidi che agiscono nell’organismo umano. Essi dicevano che in un organismo normale i liquidi devono trovarsi in un certo rapporto reciproco e che nel corpo malato subiscono una deviazione dei loro rapporti di mescolanza. La mescolanza giusta veniva chiamata krasis, la mescolanza non giusta dyskrasis. Si cercava naturalmente di agire sulla mescolanza non giusta per ricondurla alla mescolanza giusta. I quattro elementi che nel mondo esterno costituivano tutta l’esistenza fisica erano terra, acqua, aria e fuoco: si chiamava però fuoco ciò che noi oggi chiamiamo semplicemente calore. In relazione all’organismo umano (e anche a quello animale) quei quattro elementi si consideravano rappresentati, per così dire, dai quattro liquidi (o umori): la bile nera, la bile gialla, il flemma e il sangue. Si pensava dunque che l’organismo umano dovesse funzionare grazie alla giusta mescolanza di sangue, flemma, bile nera e bile gialla.

 

L’uomo odierno, accostandosi a questa concezione con una preparazione scientifica quale è oggi possibile, a tutta prima pensa che sangue, flemma, bile gialla e bile nera si mescolino conformemente alle loro proprietà, quali vengono determinate da una chimica più o meno complessa. Ci si immagina che la patologia umorale abbia avuto il suo punto di partenza sotto questa luce, come se gli ippocratici avessero concepito anch’essi in questo modo sangue, flemma, e così via. Ma le cose non stanno così: solo di una singola componente, la bile nera, che in realtà appare la cosa «più ippocratica » all’osservatore odierno, si pensava che le comuni proprietà chimiche fossero le cause della sua azione sugli altri liquidi. Riguardo a tutto il resto, bile bianca o gialla, flemma, sangue, non si pensava solo alle proprietà che possono venir determinate in base a reazioni chimiche; delle componenti liquide dell’organismo umano (e per ora mi limito ad esso, senza prendere in considerazione l’organismo animale) si pensava che possedessero certe qualità dovute proprio a forze esterne alla nostra esistenza terrestre. Come si concepivano l’acqua, l’aria, il calore quali elementi dipendenti dalle forze del cosmo extraterrestre, così si pensava che anche queste parti costitutive dell’organismo umano fossero compenetrate da forze provenienti dall’ambiente esterno alla Terra.

 

Nel corso dello sviluppo della scienza occidentale andò del tutto perduta l’abitudine di prestare attenzione alle forze provenienti dall’ambiente cosmico esterno alla Terra. Per lo scienziato d’oggi è addirittura una cosa stravagante il pretendere di attribuire all’acqua proprietà diverse da quelle dimostrabili chimicamente, che quando l’acqua agisce nell’organismo umano debba avere anche proprietà derivanti dalla sua appartenenza al cosmo extraterrestre. Secondo le opinioni degli antichi, con le componenti liquide dell’organismo umano vengono dunque introdotte in esso certe azioni di forze provenienti dal cosmo. A poco a poco si tenne sempre meno conto dell’azione delle forze provenienti dal cosmo stesso. Tuttavia fino al quindicesimo secolo il pensiero medico si fondò sui resti della concezione, per così dire « filtrata », che incontriamo in Ippocrate. Ecco perché per lo scienziato moderno è tanto difficile comprendere le opere di medicina scritte nei tempi antichi, precedenti il quindicesimo secolo. Infatti bisogna dire che la maggior parte degli autori di tali opere non avevano compreso neppur essi ciò che avevano scritto. Parlavano delle quattro componenti fondamentali dell’organismo umano, ma la ragione della loro caratterizzazione in un modo o in un altro risaliva a un sapere che in realtà era già tramontato con Ippocrate. Si parlava ancora degli effetti postumi di quel sapere, delle proprietà dei liquidi che compongono l’organismo umano. In fondo, quindi, quel che sorse ad opera di Galeno e che continuò a svolgere la sua azione fino al quindicesimo secolo, è una raccolta di antichi retaggi diventati sempre più incomprensibili.

 

Vi furono però sempre singoli uomini ancora in grado di avere certe conoscenze semplicemente in base ciò che si presentava loro; essi riconoscevano che bisogna prestare attenzione a qualcosa che, in quanto è determinabile chimicamente o fisicamente, non si esaurisce nell’ambito della esistenza terrestre. Nell’organismo umano essi prestavano attenzione a qualcosa per cui le sostanze liquide vi agiscono in modo diverso da come si può constatare chimicamente. Uomini di tal genere, oppositori della patologia umorale in voga al loro tempo, furono soprattutto Paracelso e van Helmont (ma potrei citare anche altri nomi): tra la fine del quindicesimo e il diciassettesimo secolo, essi portarono un nuovo impulso nel pensiero medico, cercando semplicemente, si potrebbe dire, di formulare ciò che gli altri non erano più in grado di formulare. Nella formulazione era però contenuto qualcosa che in realtà si poteva seguire solo essendo un po’ chiaroveggenti, come lo erano senz’altro Paracelso e van Helmont. Dobbiamo renderci conto di tutte queste cose, altrimenti non potremo comprendere certi termini che ricorrono ancor oggi nella terminologia medica, senza però che se ne conoscano più le origini. Perciò Paracelso e più tardi altri, da lui influenzati, supposero che la base dell’azione dei liquidi nell’organismo sia il cosiddetto « archeo ». Paracelso ammise l’esistenza dell’archeo, circa nel senso in cui noi parliamo del corpo eterico.

 

Parlando dell’archeo come ne parla Paracelso, come noi parliamo del corpo eterico dell’uomo, si intende in realtà qualcosa che è presente, di cui però non si è in grado di risalire alla vera origine. Per risalire alla sua vera origine, bisognerebbe dire: l’uomo ha un organismo fisico (v. disegno seguente), costituito essenzialmente da forze che agiscono dalla Terra, e d’altra parte ha un organismo eterico, costituito essenzialmente da forze che agiscono dalla periferia del cosmo (rosso nel disegno). Il nostro organismo fisico è in certo modo un ritaglio dell’intera organizzazione della Terra. Il nostro corpo eterico, e anche l’archeo di Paracelso, è un ritaglio di ciò che non appartiene alla Terra, di ciò che agisce quindi sulla Terra da ogni parte del cosmo. Paracelso considerava dunque come compreso nella sua concezione di un organismo eterico, che sta alla base del fisico, quel che prima si chiamava semplicemente l’elemento cosmico nell’uomo e che scomparve con la medicina ippocratica. Paracelso non indagò poi più a fondo (vi ha solo accennato) sulle forze extraterrestri con cui è connesso quel che opera realmente nell’archeo.

 

image5

 

Si può dire che divenne sempre meno comprensibile che cosa si deve intendere sotto quel nome. Lo si vede soprattutto procedendo al diciassettesimo, al diciottesimo secolo e considerando la medicina dello Stahl che non comprende più affatto l’azione del cosmo nell’elemento terrestre. La medicina dello Stahl cerca di aiutarsi con vari concetti che restano sospesi per aria, concetti di « forza vitale », di « spiriti vitali ». Mentre Paracelso e van Helmont parlavano ancora con una certa coscienza di qualcosa che si trova fra la parte propriamente animico-spirituale dell’uomo e l’organizzazione fisica, Stahl e i suoi seguaci parlano come se la vita psichica cosciente agisse (solo però in forma diversa) nella strutturazione del corpo umano. In tal modo naturalmente suscitarono una forte reazione. Procedendo in questo modo, sviluppando una specie di vitalismo ipotetico, si arriva infatti in realtà a formulazioni del tutto arbitrarie. Contro queste formulazioni arbitrarie si sollevò il secolo diciannovesimo. Si può dire che solo qualche grande spirito, come ad esempio Johannes Müller, morto nel 1858, il maestro di Ernest Haeckel, arrivò al punto da superare in certo modo la perniciosità di quel modo poco chiaro di parlare dell’organismo umano. Si parlava infatti di forze vitali come di forze psichiche che agirebbero nell’organismo umano, senza rappresentarsi chiaramente come dovrebbero agire.

 

Mentre accadeva tutto questo, sorse però una corrente del tutto diversa. Abbiamo finora seguito la corrente in decadenza, fino ai suoi ultimi epigoni. In tempi più recenti sorse però quel che in altro modo divenne decisivo per la concezione medica soprattutto del secolo diciannovesimo e che in fondo risale a un’unica opera, straordinariamente determinante, del secolo diciottesimo: il De sedibus et causis morborum per anatomen indagatis del Morgagni, professore a Padova. Con essa nacque qualcosa di completamente nuovo, qualcosa che introdusse in sostanza l’impronta materialistica nella medicina. Bisogna caratterizzare queste cose in modo del tutto oggettivo, non in base a simpatie o antipatie. Con quest’opera nacque la spinta a rivolgere lo sguardo alle conseguenze della malattia nell’organismo umano. Il reperto sul cadavere divenne decisivo. Solo da quel momento esso divenne decisivo. Si osservava sul cadavere che, se si era sviluppata questa o quella malattia (qualunque fosse il nome attribuitole), in esso si ritrovavano di necessità certe alterazioni, in un organo o nell’altro. Si cominciarono a studiare le diverse alterazioni, basandosi appunto sul reperto del cadavere. In realtà ebbe inizio solo allora l’anatomia patologica, mentre tutto quello che prima era stato presente nella medicina si fondava ancora su un certo effetto residuo dell’antica chiaroveggenza.

 

È interessante il fatto che il cambiamento si sia compiuto quasi con uno scossone. Si possono indicare proprio due decenni (ed è significativo) nei quali si compì il grande cambiamento col quale furono abbandonati i resti dell’antica eredità e venne fondata la concezione atomistico-materialistica della medicina moderna. Se una volta vorrete dare un’occhiata alla Anatomìa patologica del Rokitansky, apparsa nel 1842, troverete che in Rokitansky è pur sempre ancora presente Un residuo dell’antica patologia umorale, un resto della concezione che la malattia sia dovuta a un’azione anomala dei succhi. La concezione che si dovesse prestare attenzione alla mescolanza dei succhi (ma lo si può fare solo avendo ancora un retaggio della conoscenza delle proprietà extraterrestri dei succhi) fu elaborata dal Rokitansky in modo molto geniale, insieme all’osservazione delle alterazioni degli organi. Alla base del libro del Rokitansky sta pur sempre l’osservazione delle alterazioni degli organi mediante l’esame del cadavere, ma collegata con un accenno al fatto che queste specifiche alterazioni degli organi sono dovute a un’anomala mescolanza di succhi. Nel 1842, vorrei dire, troviamo l’ultima esposizione dell’eredità dell’antica patologia umorale. Nel tramonto dell’antica patologia umorale s’inserirono i tentativi, proiettati verso il futuro, di tener conto di più ampie concezioni delle malattie, come ad esempio il tentativo di Hahnemann: ma di questo parleremo nei prossimi giorni, perché è un argomento troppo importante per vanire esposto solo in questa introduzione. Si dovrà parlare di altri tentativi simili, anche nei loro particolari.

 

Ora vorrei mettere in evidenza il fatto che i due decenni seguenti la pubblicazione dell’Anatomia patologica del Rokitansky divennero veramente decisivi per la concezione atomistico-materialistica della medicina. Nelle rappresentazioni sorte nella prima metà del secolo decimonono s’inserisce ancora, in modo curioso, un elemento antico. È interessante osservare, ad esempio, come lo Schwann, scopritore della cellula vegetale, abbia ancora l’idea che alla base della struttura delle cellule stia un quid liquido amorfo che egli chiama blastema: partendo da questa formazione liquida si consoliderebbe il nucleo cellulare e si formerebbe il protoplasma cellulare. Lo Schwann pone alla base un elemento liquido che tende a differenziarsi, e da questa differenziazione fa poi derivare l’elemento cellulare. È interessante seguire il modo in cui gradualmente si sviluppa la concezione che si può riassumere nelle parole: l’organismo umano è costituito da cellule. Oggi è una concezione corrente che la cellula è una specie di organismo elementare, e che l’organismo umano è formato da cellule.

 

La concezione che ancora nello Schwann, vorrei dire, si riconosce tra le righe, forse anche più che fra le righe, è ih fondo l’ultimo resto dell’antica medicina: essa infatti non sì indirizzò in senso atomistico. Essa considera l’entità cellulare (di tipo atomistico) come derivante da qualcosa che a ben vedere non si può mai considerare in modo atomistico; la considera invece come derivante da un quid liquido che racchiude in sé certe forze e che solo successivamente si differenzia in senso atomistico. Quindi nell’arco di due decenni, negli anni quaranta e cinquanta del secolo diciannovesimo, tramonta definitivamente la concezione antica più universale e comincia a sorgere la concezione medica a orientamento atomistico. Il processo sarà compiuto del tutto quando nel 1858 appare la Patologia cellulare del Virchow. Fra l’Anatomia patologica del Rokitansky, pubblicata nel 1842, e la Patologia cellulare del Virchow, pubblicata nel 1858, fra queste due opere bisogna cogliere un cambiamento straordinariamente radicale del nuovo pensiero medico. Con la patologia cellulare, in fondo, tutto quel che appare nell’uomo viene fatto derivare da alterazioni dell’azione delle cellule. In fondo il modo di pensare ufficiale considererà da allora come un ideale il fondare tutto sulle alterazioni della cellula. L’ideale verrà anzi visto nello studiare le modificazioni delle cellule nei tessuti di un organo e nel voler comprendere la malattia in base alle alterazioni cellulari. Con questa considerazione di tipo atomistico si semplificano le cose: essa, in fondo, sembrerebbe ovvia. Si può rendere tutto facilmente comprensibile. Nonostante tutti i suoi progressi, la scienza moderna tende sempre a rendere ogni cosa facilmente comprensibile e non tiene conto del fatto che la natura e l’universo sono invece qualcosa di straordinariamente complicato.

 

Si può facilmente dimostrare con un esperimento che, ad esempio, un’ameba cambia di forma nell’acqua, estende e ritrae i suoi prolungamenti a forma di braccia (pseudopodi). Si può poi riscaldare l’acqua in cui si muove l’ameba. Si troverà allora che l’estensione e la retrazione degli pseudopodi diventano più vivaci, finché la temperatura raggiunge un certo grado; al di là di questo, l’ameba si ritrae tutta e non può più seguire le modificazioni dell’ambiente. Si può poi far passare una corrente elettrica nel liquido e si osserva che l’ameba forma col suo corpo una specie di sfera e infine scoppia, se la corrente è troppo intensa. Si può dunque osservare direttamente come una singola cellula si modifichi sotto l’influsso dell’ambiente e se ne può ricavare una teoria: da modificazioni della cellula si fa derivare gradualmente l’essenza della malattia.

 

Qual è la caratteristica essenziale di ciò che sorse per effetto del rivolgimento compiutosi in quei due decenni? Ciò che sorse allora vive in realtà ancor oggi e compenetra la scienza medica ufficiale. In ciò che sorse allora non vive che la tendenza generale a voler comprendere il mondo in modo atomistico, caratteristica che si formò appunto nell’epoca del materialismo.

 

Ora vi prego di considerare che io ho cominciato attirando la vostra attenzione sul fatto che chi oggi voglia svolgere un’attività medica deve necessariamente porsi questa domanda: che cosa sono in realtà i processi morbosi? come si distinguono dai cosiddetti processi normali dell’organismo umano? Si può infatti lavorare solo con una rappresentazione positiva di queste deviazioni, mentre le rappresentazioni ordinarie della scienza ufficiale in realtà sono soltanto negative. Ci si limita a far notare che esistono deviazioni; poi si tenta di eliminarle. Ma non esiste una visione complessiva dell’essere umano. In fondo tutta la nostra concezione medica soffre della mancanza di una tale visione complessiva dell’essere umano. Che cosa sono i processi patologici? Non si può fare a meno di riconoscere che sono processi naturali; non si può, così senz’altro, stabilire una differenza astratta fra un processo naturale che si svolge nel mondo esterno di cui si osservano le conseguenze, e un processo patologico. Vien definito normale il processo naturale, anormale invece il processo morboso, senza indicare perché questo processo entro l’organismo umano sia anormale. Non è possibile arrivare ad alcuna deduzione pratica senza rendersi conto almeno del perché un dato processo sia anormale. Solo allora si potrà cercare di eliminarlo; solo allora si potrà capire in base a quali connessioni universali sia possibile togliere di mezzo un processo di questo genere. Perfino il definire qualcosa « anormale » è già un impedimento su questa via. Perché mai un processo qualsiasi nell’uomo dovrebbe venir dichiarato anormale? Anche se io mi taglio un dito, questo fatto è solo relativamente anormale; se infatti, invece di tagliarmi un dito, io taglio un pezzo di legno, questo è un processo normale! Solo quando mi faccio un taglio al dito dichiaro questo processo anormale. Il fatto che si è abituati a considerare altri processi, diversi da quello di tagliarsi le dita, non significa nulla: si tratta in realtà solo di giochi di parole. In effetti, quel che accade quando mi taglio un dito, da un certo punto di vista è simile nel suo decorso a qualunque altro processo naturale.

 

I processi patologici dell’organismo umano sono in fondo dei processi naturali del tutto normali, solo debbono essere provocati da certe cause. Nostro compito è quello di riuscire a comprendere veramente la differenza fra quei processi e gli altri, quelli ordinari che consideriamo normali. Occorre scoprire questa differenza sostanziale; essa non può venir trovata se non si è disposti ad adottare un modo di considerare l’uomo, tale da condurre realmente all’essere umano. Nel corso di questa introduzione vorrei dare almeno i primi elementi; in seguito esporrò i particolari.

 

Comprenderete che, data la limitazione numerica di queste conferenze, io esporrò soprattutto quel che non si trova nei miei libri in conferenze già pubblicate, presupponendo la conoscenza di quello che appunto si può trovare in essi. Non penso che sarebbe molto fruttuoso se esponessi qui una teoria basandomi su Considerazioni da me già svolte in altra sede. Perciò a questo punto rimando a ciò che può risultare da un semplice paragone tra l’osservazione di uno scheletro umano e quello dello scheletro di un gorilla, di una cosiddetta scimmia superiore. Paragonando fra di loro questi due scheletri si osserverà come caratteristica essenziale che nel gorilla è sviluppata in modo particolare tutta la massa della mandibola. La mandibola si trova nello scheletro della testa in certo qual modo come un peso. Osservando il capo del gorilla (v. disegno seguente) con la sua poderosa mandibola, si ha la sensazione che il sistema della mandibola pesi in qualche modo, spinga in avanti tutto lo scheletro, come se il gorilla, vorrei dire, si tenesse eretto con un certo sforzo diretto soprattutto contro il peso della mandibola.

 

2014-06-27_185724

2014-06-27_185953

 

Proseguendo il confronto con Io scheletro umano, si ritrova lo stesso tipo di carico osservando lo scheletro degli avambracci e delle mani: essi danno un’impressione di pesantezza. Nel gorilla tutto è massiccio, mentre nell’uomo tutto è elaborato in modo fine e delicato: qui la massa regredisce. Proprio in queste parti, nel sistema della mandibola e nel sistema degli avambracci e delle dita, nell’uomo la struttura massiccia regredisce, mentre risulta evidente nel gorilla. Chi ha educato il proprio sguardo a osservare fatti come questi, potrà notare le stesse cose anche nello scheletro dei piedi e degli arti inferiori; Anche lì è presente in un certo modo una struttura gravante, che preme in una certa direzione. Vorrei disegnare uno schema, indicando con queste linee (v. disegno seguente: le frecce) la forza che si può osservare nel sistema della mandibola, nel sistema delle braccia e in quello delle gambe e dei piedi.

 

Considerando la differenza die risulta dalla visione comparativa dello scheletro del gorilla e dello scheletro umano, nel quale il sistema della mandibola non grava più, ma si ritrae, e lo scheletro delle braccia e delle dita è sviluppato finemente, non si può non riconoscere che nell’uomo a quelle forze si contrappone dappertutto una tensione verso l’alto (frecce). Gli impulsi formativi dell’uomo potranno venir rappresentati in base a un certo parallelogramma di forze che risulta dalla stessa forza diretta verso l’alto e che è presente nel gorilla solo esteriormente, come si vede dallo sforzo con cui si mantiene eretto, con cui vorrebbe mantenersi eretto.

 

2014-06-27_190155

 

Ricavo un parallelogramma di forze che decorrono in queste direzioni (v. disegno seguente).

 

È singolare che noi oggi ci limitiamo a paragonare le ossa o i muscoli degli animali superiori con le ossa e i muscoli dell’uomo, senza dare il giusto peso a questo mutamento di forme. Bisogna invece ricercare elementi essenziali osservando i mutamenti di forme. Debbono pure esistere le forze che si contrappongono a quelle che configurano il gorilla! Esse devono esistere, devono pur agire! Cercandole ritroveremo quel che fu abbandonato quando la medicina più antic