/////01 – LA QUESTIONE SOCIALE COME FATTO DI CULTURA, DI DIRITTO E DI ECONOMIA

01 – LA QUESTIONE SOCIALE COME FATTO DI CULTURA, DI DIRITTO E DI ECONOMIA

La questione sociale come fatto di cultura, di diritto e di economia

O.O. 332a – Cultura, politica, economia – 24.10.1919


 

Sommario: La questione sociale come fatto di cultura, di diritto e di economia

La questione sociale riguarda tutta l’umanità in termini di vasta portata, non è solo una questione di sopravvivenza e posti di lavoro. La prima economia nazionale cercava le “leggi” dell’economia, secondo il modello delle scienze naturali. Nello stesso tempo andò persa ogni fede nella capacità dello spirito di plasmare la vita. Il capitalismo e la tecnica hanno creato una classe operaia che dalla vita culturale della borghesia ha ereditato soltanto la scienza materialistica. L’anima s’intristisce se l’uomo è convinto che lo spirito sia solo un’ideologia astratta senza praticità. Secondo Woodrow Wilson, presidente degli USA, Stato e diritto sono diventati sempre più impotenti nei confronti dell’economia. La vita sociale è e va triarticolata in vita culturale, giuridica ed economica – ma l’economia ha fatto della cultura e del diritto i propri servi. Nell’economia monetaria il valore concreto delle merci e dei servizi viene camuffato da un prezzo astratto. L’economia monetaria tende a trasformarsi in un’economia di credito e di talenti.

 

Carissimi ascoltatori!

Chi oggi riflette sulla questione sociale dovrebbe aver ben chiaro che attualmente, in base alle lezioni forniteci dai fatti violenti degli ultimi tempi, questa non può più essere vista come una qualsiasi questione partitica, come una questione che scaturisce unicamente dalle rivendicazioni soggettive di singoli gruppi di uomini, ma che va intesa come una domanda posta all’umanità intera dallo svolgimento stesso della storia.

Quando parlo dei fatti decisivi che devono portare a questa visione, mi basta far notare come da oltre mezzo secolo il movimento proletario socialista abbia continuato a crescere. E di fronte alle idee che sono venute alla luce in questo movimento socialista operaio ci si può porre in atteggiamento di critica o di approvazione, a seconda delle proprie opinioni e delle proprie condizioni di vita, ma bisogna comunque prenderlo come fatto storico da considerare in maniera oggettiva.

 

E chi esamini gli ultimi terribili anni della cosiddetta guerra mondiale, non potrà nascondersi – pur vedendo qua e là delle cause e delle ragioni di altro tipo per questi orribili avvenimenti – che in definitiva sono state in gran parte le rivendicazioni sociali, i contrasti sociali a produrre questo orrore; e non potrà nascondersi che, proprio adesso che stiamo uscendo provvisoriamente da questi terribili eventi, emerge con estrema chiarezza come in gran parte del mondo civile la questione sociale appaia come un risultato di questa cosiddetta guerra mondiale. Ma se appare come un risultato di questa cosiddetta guerra mondiale, allora non c’è dubbio che fosse già presente all’interno di questo conflitto.

A questo punto chi osservi i fatti in questione solo dal punto di vista immediato, che spesso è poi quello personale, come è così frequente al giorno d’oggi, chi non sia in grado di ampliare i propri orizzonti passando ad una considerazione generale degli eventi umani, non riuscirà a tenerli in giusto conto.

Ed è questo ampliamento degli orizzonti a cui mira il mio libro I punti essenziali della questione sociale, che dev’essere sviluppato soprattutto per la Svizzera mediante la rivista Soziale Zukunft che viene pubblicata qui a Zurigo.

 

Ora va detto che la maggior parte delle persone che oggi parlano della questione sociale vede in essa prima di tutto una questione economica. Sì, dapprima non vi vede nient’altro che una questione di pane e al massimo, e i fatti lo dimostrano fin troppo chiaramente, una questione di lavoro umano: una questione che riguarda il pane e il lavoro quotidiani.

Proprio volendo trattare la questione sociale come una questione di pane e di lavoro, bisogna rendersi conto che l’uomo riceve il pane perché è la collettività umana a produrlo e che la collettività umana può produrre questo pane solo se viene svolto del lavoro. Ma il modo in cui si deve lavorare dipende, sia complessivamente sia nei particolari, dal modo in cui è organizzata la società umana, un qualsiasi territorio circoscritto di questa società umana, per esempio uno Stato.

 

E chi riesce ad ampliare la propria visuale si accorgerà presto che anche solo un pezzetto di pane non può aumentare o diminuire di prezzo senza che si producano enormi cambiamenti nell’intera struttura dell’organismo sociale. E anche chi osservi il modo in cui il singolo interviene nell’organismo sociale con il proprio lavoro vedrà questo: se il singolo individuo lavora anche solo un quarto d’ora in più o in meno, questo si ripercuote sul modo in cui la società di un settore economico circoscritto dispone di pane e denaro per il singolo. Da ciò vedete che anche volendo considerare la questione sociale solo come questione di pane e di lavoro si arriva subito ad un orizzonte più ampio.

 

In queste sei conferenze voglio parlare dei vari ambiti di questo orizzonte più ampio. Oggi ho intenzione di fare una specie di introduzione.

Chi si sia fatto un’idea generale della più recente storia dell’evoluzione umana, troverà presto conferma di ciò che i saggi osservatori della vita sociale hanno espresso con sufficiente insistenza – benchè solo quelli saggi. C’è un’opera del 1910 di cui si potrebbe dire che contiene alcune delle migliori idee scaturite da una vera comprensione delle condizioni sociali. È il libro di Hartley Withers: The Meaning of Money (Il significato del denaro).

In quest’opera si ammette abbastanza apertamente qualcosa che dovrebbe essere chiaro a chiunque si accinga ad occuparsi del problema sociale. Withers dice fuori dai denti: il modo in cui al giorno d’oggi le situazioni creditizie, patrimoniali e finanziarie figurano nell’organismo sociale è talmente complicato che finisce per disorientare se si vuole analizzare in maniera logica le funzioni di credito, denaro, lavoro e via dicendo nell’organismo sociale. È praticamente impossibile procurarsi ciò che è necessario per capire davvero e per seguire in modo intelligente le cose che avvengono all’interno dell’organismo sociale.

 

E quanto viene espresso da un interlocutore così sagace viene avvalorato da tutto il pensiero storico sul problema sociale che possiamo seguire in questi ultimi tempi, sulla cooperazione sociale, soprattutto economica, degli uomini.

E che cosa abbiamo visto? Da quando sotto un certo aspetto la vita economica ha smesso di essere organizzata in modo istintivo-patriarcale, da quando è stata resa sempre più complessa dalla tecnica e dal capitalismo moderni, si è sentito il bisogno di riflettere su questa vita economica e di farsene delle idee allo stesso modo in cui lo si fa nella ricerca scientifica, come avviene nel lavoro scientifico.

E si è visto come negli ultimi tempi siano sorte delle opinioni sulla cosiddetta economia politica, come quelle dei mercantilisti, dei fisiocrati, quelle di Adam Smith e così via, fino a Marx, Engels, Blanc, Fourier, Saint-Simon e ai contemporanei. Che cosa è emerso nell’andamento del pensiero in fatto di economia politica?

 

Si può volgere lo sguardo a quella che era, per esempio, la scuola mercantilista o a quella fisiocratica dell’economia politica, ai contributi dati da Ricardo, il maestro di Karl Marx, all’economia; si possono prendere in considerazione diversi altri economisti e si finirà sempre per concludere che questi personaggi volgono lo sguardo a questa o a quella corrente presente nei fenomeni. Da questa corrente parziale cercano di ricavare determinate leggi in base alle quali plasmare la vita politico-economica.

Si è sempre visto che quello che si trova sotto forma di “leggi”, in base al modello delle idee scientifiche degli ultimi tempi, si adatta ad alcuni fatti di economia politica; ma altre realtà dell’economia si rivelano troppo vaste per poter essere racchiuse in queste leggi. Le opinioni emerse nel diciassettesimo, nel diciottesimo e agli inizi del diciannovesimo secolo, che pretendevano di trovare le leggi in base alle quali plasmare la vita economica, si sono sempre rivelate unilaterali.

 

Poi è emerso qualcosa di molto, molto strano. L’economia politica è diventata finalmente “scientifica”. È stata annoverata fra le nostre scienze universitarie ufficiali e si è cercato di studiare anche la vita economica con tutti gli strumenti della ricerca scientifica. E dove si è arrivati?

Vediamo dove sono arrivati Roscher, Wagner e altri: ad uno studio delle leggi economiche che non osa più sviluppare delle norme e degli impulsi volitivi davvero in grado di intervenire nella vita economica per darle una forma. Si potrebbe dire che l’economia è diventata puramente “contemplativa”, speculativa. È in fondo arretrata di fronte a quello che si potrebbe definire un “volere sociale”. Non è giunta a delle leggi che possano incidere sulla vita così che questa vita umana possa svolgere un’azione plasmante nella vita sociale.

 

La stessa cosa si è manifestata anche in un altro modo. Si è vista la comparsa di uomini generosi, benevoli, filantropi, dotati di sentimenti fraterni nei confronti dei loro simili. Ci basti citare Fourier, Saint-Simon e altri come loro, che hanno elaborato in maniera geniale delle idee sociali e che credevano che realizzandole nella vita umana si sarebbero create delle condizioni auspicabili dal punto di vista sociale.

Ora è ben noto come si comportano nei confronti di questi ideali sociali coloro i quali oggi vedono nella questione sociale soprattutto una questione di vita. Chiedete un po’ a quelli che credono di avere un sentire socialista consono ai nostri tempi che cosa pensano delle idee sociali di un Fourier, di un Louis Blanc, di un Saint-Simon. Vi diranno che sono utopie, progetti di vita sociale con cui si fa appello alle classi dominanti: «Fate questo e quest’altro, così spariranno molti danni della miseria sociale.»

 

Ma tutto quello che viene escogitato in termini di simili utopie non ha la forza di incidere sulla volontà degli uomini, rimane pura e semplice utopia. Si possono formulare le più belle teorie, così si dice, ma gli istinti umani – per esempio quelli dei benestanti – non ne faranno nulla. Sono ben altre le forze che devono fare ingresso nel sociale!

In breve, è sorto un radicale scetticismo nei confronti degli ideali sociali diffusi fra gli uomini a partire dalla sensibilità di oggi e dalla coscienza moderna. Questo a sua volta dipende da quanto è successo all’interno della vita spirituale e culturale dell’umanità nel corso della più recente evoluzione storica.

 

Spesso, miei cari ascoltatori, è stato sottolineato che quella che oggi appare come questione sociale è essenzialmente dovuta all’ordinamento economico capitalistico, che a sua volta deve la sua forma attuale al predominio della tecnica moderna, e così via.

Ma non si renderà mai giustizia a tutte le cose in questione se non si prende in considerazione anche qualcos’altro, se non si tiene conto del fatto che con l’ordinamento economico capitalistico, con la moderna cultura tecnologica, è sorto nel modo di vivere della moderna umanità civile un tipo particolare di ideologia, che ha portato grandi frutti, progressi significativi e decisivi, soprattutto nella tecnica e nella scienza, ma di cui nel contempo va detto anche qualcos’altro.

 

Cari ascoltatori, esaminando l’una o l’altra cosa contenuta nelle mie opere, non potete negare che io sia un estimatore e non un detrattore o un critico di ciò che è sorto negli ultimi tempi grazie al modo di pensare scientifico. Riconosco pienamente che quanto si è verificato grazie alla concezione copernicana del mondo, grazie al galileismo, grazie all’ampliamento degli orizzonti umani attuato da Giordano Bruno e da molti altri, ha contribuito al progresso dell’umanità.

Però quello che si è sviluppato contemporaneamente alla tecnica moderna, al capitalismo moderno, è il fatto che le antiche concezioni del mondo si sono trasformate in modo tale per cui il modo di pensare dell’uomo d’oggi ha assunto un carattere fortemente intellettualistico e astratto, più che altro scientifico.

 

Ci basti ricordare – anche se al giorno d’oggi risulta scomodo prendere davvero in esame simili fatti – come quella che oggi chiamiamo con orgoglio la nostra concezione scientifica si sia sviluppata gradualmente a partire da antiche correnti di pensiero religiose, estetico-artistiche e morali, cosa che possiamo dimostrare in ogni particolare.

Queste correnti di pensiero avevano una certa forza propulsiva per la vita. Erano soprattutto contraddistinte da una caratteristica: rendevano l’uomo consapevole della spiritualità del suo essere. Queste antiche concezioni del mondo, che ognuno oggi può valutare come vuole, parlavano all’uomo dello spirito in modo da fargli sentire che in lui esiste un essere spirituale che vive in comunione con entità spirituali che reggono e intessono il mondo.

 

Al posto di questa concezione del mondo con una certa forza propulsiva sociale, con un effetto dirompente sulla vita, ne è subentrata una nuova, con un orientamento più scientifico. Questa nuova concezione ha a che fare con leggi naturali più o meno astratte, con verità sensibili più o meno avulse dall’uomo – con idee e realtà teoriche. E bisogna considerare queste scienze naturali – senza minimamente privarle del loro valore – per quello che danno all’uomo, per quello che danno all’uomo così che lui possa trovare una risposta alla domanda relativa al proprio vero essere.

Queste scienze dicono moltissimo sui rapporti fra i fenomeni naturali, dicono moltissimo anche sulla costituzione fisica dell’uomo, ma quando vogliono fare delle affermazioni sull’intima natura dell’uomo travalicano il loro campo d’indagine. La scienza non ha risposte sulla natura interiore dell’uomo e fraintende se stessa quando fa anche solo il tentativo di fornire una risposta in proposito.

 

Ora non sto affatto sostenendo che quella che è la coscienza popolare comune a tutti gli uomini derivi dagli insegnamenti della scienza. Ma, cari ascoltatori, un’altra cosa è profondamente vera: il modo di pensare scientifico in quanto tale è scaturito da una certa predisposizione dell’anima umana moderna.

Chi oggi abbia una conoscenza profonda della vita sa, che a partire dalla metà del quindicesimo secolo, l’atteggiamento dell’anima umana a confronto con le epoche precedenti si è modificato profondamente. Sa che su tutta l’umanità, dapprima sulla popolazione urbana, ma poi anche nelle campagne, è venuta sempre più a diffondersi quella visione del mondo che ciò che si è poi espressa come un sintomo nella corrente di pensiero scientifica.

 

Quindi, quando si parla dell’indole dell’anima umana moderna, non si ha a che fare con un semplice risultato di scienze teoriche, ma con qualcosa che dall’inizio della nuova era si è impadronito dell’umanità sotto forma di una nuova mentalità, di un nuovo modo di vivere.

E a quel punto è subentrata una cosa significativa: questa concezione del mondo a orientamento scientifico è comparsa in contemporanea con il capitalismo, con la tecnica moderna. Gli uomini sono stati strappati ai loro antichi mestieri artigianali e soggiogati alla macchina, stipati nella fabbrica. Vivono con ciò a cui sono avvinti e che viene dominato dalla regolarità di ciò che è meccanico, da cui non scaturisce nulla che abbia a che fare con l’uomo.

 

Dall’antico artigianato si sprigionava ciò che rispondeva alla domanda sul valore e la dignità dell’uomo. La macchina astratta non dà alcuna risposta in merito. L’industrialismo moderno è come una rete meccanica che viene tessuta attorno all’uomo, in cui l’uomo si trova irretito senza però avere in cambio la soddisfazione che provava di fronte al prodotto del lavoro artigianale.

E così ha avuto origine la frattura nei confronti di coloro che lavoravano come classe operaia industriale dell’era moderna, quelli che stavano alle macchine, in fabbrica e che dal loro ambiente meccanizzato non potevano più trovare la fede nell’antica visione ancora piena di vita, che dovevano dar l’addio a tutto un patrimonio con cui non avevano più nulla a che fare, che accettavano la sola e unica spiritualità prodotta dalla cultura moderna, e cioè la concezione del mondo ad orientamento scientifico.

 

E come agiva su di loro questa concezione del mondo a orientamento scientifico? Agiva sui lavoratori in modo tale che essi si dicessero, che sentissero sempre più profondamente che tutto ciò che si trasmette come verità altro non è che pensieri, idee, qualcosa che ha solo una realtà concettuale.

Cari ascoltatori, chi ha vissuto con la moderna classe operaia, chi sa come il suo vissuto sociale sia andato gradualmente formandosi in epoca recente, sa che cosa significa una parola ricorrente negli ambienti operai e socialisti, la parola “ideologia”.

 

Sotto gli influssi che vi ho appena descritto, per l’attuale umanità lavoratrice la vita culturale è diventata una pura ideologia. La concezione del mondo a orientamento scientifico è stata assorbita in modo tale per cui la gente si dicesse: «Trasmette solo pensieri!»

L’antica visione del mondo non voleva trasmettere solo pensieri, voleva dare all’uomo qualcosa che gli mostrasse che il suo spirito vive veramente in comunicazione con le entità spirituali del mondo. Le antiche concezioni di vita volevano dare allo spirito dell’uomo lo spirito, quella nuova invece gli dava “solo pensieri” e soprattutto nessuna risposta al quesito sulla vera natura dell’uomo. Perciò venne vissuta come un’ideologia.

 

E così si è formata la frattura con le cerchie dirigenti, dominanti, che avevano conservato la tradizione delle antiche usanze, delle antiche visioni del mondo, delle concezioni artistico-estetiche, religiose e morali dei tempi antichi e via dicendo. Queste classi dirigenti le hanno conservate in tutta la persona, testa, cuore e arti, mentre la loro testa assorbiva quella che è diventata la concezione del mondo a orientamento scientifico.

Ma una gran parte della popolazione non era più in grado di provare la minima inclinazione o simpatia per quelle tradizioni. Come contenuto di visione del mondo accettava solo la scienza e la assorbiva in modo tale da viverla come pura ideologia, come puro e semplice prodotto cerebrale.

Ci si diceva: l’unica realtà è la vita economica. È reale solo ciò che viene prodotto, il modo in cui le merci prodotte vengono distribuite, il modo in cui l’uomo le consuma, in cui l’uomo possiede questo o quello o lo cede ad altri e così via. Tutti gli altri elementi della vita umana – il diritto, la morale, la scienza, l’arte, la religione – sono come fumo che sale sotto forma di fatua ideologia dall’unica realtà che è quella economica.

 

E così per la grande massa la vita culturale è diventata un’ideologia, soprattutto per il fatto che le classi dirigenti non sono state capaci di tenere il passo con la nuova vita economica mentre la vedevano formarsi, non hanno saputo far sì che la vita culturale si ponesse alla guida di una vita economica che diventava sempre più complessa. Hanno conservato la tradizione dei tempi antichi, ragion per cui la vita culturale ha mantenuto più o meno lo stesso orientamento che aveva in epoche passate. La grande massa, invece, ha fatto sua la nuova visione del mondo, senza che questa le desse qualcosa che potesse riempire il cuore e l’anima.

 

Cari ascoltatori, con una simile concezione del mondo, che viene vissuta come ideologia – così da dirsi: diritto, morale, religione, arte e scienza sono solo una sovrastruttura, nient’altro che fumo che esala dall’unica realtà che sono i rapporti di produzione, che è l’ordinamento economico –, con una simile mentalità si può ben pensare, ma non si può vivere. Con una simile visione del mondo, per quanto imponente per ciò che riguarda l’indagine della natura, l’anima umana viene svuotata. E ciò che questa concezione causa nell’anima umana agisce a sua volta nelle realtà sociali dell’epoca moderna.

Si fa torto a queste realtà sociali se si osserva soltanto ciò di cui gli esseri umani sono consapevoli. Partendo dalla loro coscienza gli uomini possono ben dire: «Ah, ma cosa ci venite a raccontare? Che la questione sociale è una questione culturale e spirituale? La cosa importante è che i beni economici sono distribuiti in modo ingiusto. Noi lottiamo per una distribuzione equa.»

 

Gli uomini possono sentire cose simili a livello conscio, ma nelle profondità inconsce della loro anima si agita qualcos’altro. È qualcosa che si sviluppa inconsciamente, poiché da ciò che è cosciente non scaturisce quello che sarebbe il vero appagamento spirituale dell’anima, poiché in essa agisce solo ciò che svuota le anime, in quanto viene percepito come pura ideologia.

È il vuoto della nuova vita culturale che dev’essere visto come primo elemento della questione sociale. Questa questione sociale è in primo luogo una questione culturale-spirituale.

 

E poiché le cose stanno così, poiché si è sviluppata una vita culturale che nell’ambito dell’economia è diventata, per esempio in campo universitario, un passivo osservare, un semplice rilevare i fatti non più in grado di generare le forze di un volere sociale – poiché si è giunti al punto che i migliori filantropi come Saint-Simon, Louis Blanc e Fourier hanno elaborato degli ideali sociali a cui nessuno crede, poiché ciò che proviene dallo spirito viene sentito come utopia, come pura e semplice ideologia, proprio perchè è una realtà storica il fatto che si è sviluppata una vita culturale che ha solo una funzione di sovrastruttura della vita economica, che non interviene nei fatti e che viene perciò vissuta come ideologia –, è proprio per tutto questo che la questione sociale va intesa in primo luogo come questione culturale-spirituale.

 

Oggi abbiamo davanti a noi questa domanda, scritta a caratteri di fuoco: come deve formarsi lo spirito umano per poter venire a capo della questione sociale?

Si è visto che la mentalità scientifica ha messo mano con il suo metodo migliore all’economia politica. È giunta ad una semplice osservazione, non ad una volontà sociale. Quindi, dal fondo della più recente vita culturale deriva una disposizione d’animo che non è in grado di trasformare l’economia per porla alla base di un volere sociale pratico.

Come dev’essere plasmato lo spirito perché da lui provenga un’economia tale da poter costituire la base di una vera volontà sociale?

 

Si è visto che le grandi masse gridano solo «Utopia!» quando sentono parlare degli ideali sociali di filantropi benintenzionati. Non credono affatto che lo spirito umano sia abbastanza forte da padroneggiare le realtà sociali. Come dev’essere allora la vita culturale, come dev’esser fatto lo spirito dell’uomo per far sì che gli uomini possano di nuovo credere che lo spirito può avere idee in grado di formare le istituzioni in modo tale che i danni sociali spariscano?

Si è visto che in vaste cerchie quella che è la concezione del mondo a orientamento scientifico viene percepita come ideologia. Ma l’ideologia come unico contenuto dell’anima umana la svuota, e nelle profondità del subconscio produce quello che oggi si manifesta nei fatti confusi e caotici della questione sociale. Come dev’essere allora la vita culturale per non produrre più un’ideologia, ma per poter riversare nell’anima umana le forze che la rendano capace di intervenire nelle realtà sociali così che gli uomini sappiano davvero comportarsi in modo sociale gli uni accanto agli altri?

 

Cari ascoltatori, così si vede che la questione sociale è in primo luogo una questione culturale, che lo spirito moderno non è stato in grado di fornire qualcosa che colmasse l’anima, ma che l’ha svuotata con l’ideologia.

Nell’introduzione di oggi desidero mostrarvi dapprima da un punto di vista storico come, in base alle condizioni della vita moderna, la questione sociale venga sentita come una questione culturale, giuridica ed economica.

 

Prendiamo le affermazioni fatte non molto tempo fa da un personaggio che era attivamente coinvolto nella vita politica e statale, un personaggio che è un prodotto della vita culturale dei nostri tempi. Quelli di voi che hanno già assistito in precedenza alle mie conferenze non fraintenderanno quanto sto per dire. Ai tempi in cui Woodrow Wilson veniva osannato da tutto il mondo, ad eccezione di quello mitteleuropeo, come una specie di statista mondiale, io mi sono sempre opposto a questo osannare. E chi mi ha sentito parlare sa che non sono mai stato un sostenitore, ma sempre un oppositore, di Woodrow Wilson. Anche quando perfino la Germania è caduta vittima del culto di Wilson, non mi sono trattenuto dall’esprimere questo parere, che ho continuato a ribadire anche qui a Zurigo. Ma oggi che questo culto è per così dire cessato, si può dire qualcosa che un oppositore di Wilson può affermare senza suscitare ire.

 

Quest’uomo ha preso le mosse da una forte sensibilità per le condizioni sociali dell’America, formatesi a partire dalla guerra di secessione e da quella civile degli anni sessanta. Quest’uomo ha capito quale rapporto c’è fra le condizioni statali e giuridiche, e quelle economiche. Ha visto con una certa imparzialità come, per via del nuovo complesso ordinamento sociale, sono andate accumulandosi grandi masse di capitali. E ha visto, miei cari ascoltatori, come hanno avuto origine i trust, le grandi società di capitali. Ha visto come perfino in uno Stato democratico i principi della democrazia si siano sempre più evaporati di fronte alle trattative segrete di quelle società che avevano interesse ad agire in segreto, che in un certo senso conquistano un gran potere con le masse di capitali accumulate e dominano grandi masse di persone.

 

E a più riprese ha alzato la voce per difendere la libertà degli uomini nei confronti del potere che deriva da fattori economici. Si può dire a suo favore che, partendo da una profonda sensibilità umana, ha sentito come la realtà sociale sia in relazione con il singolo individuo, con il modo in cui il singolo diventa maturo per questa vita sociale. Ha fatto notare quanto sia importante per il risanamento della vita sociale che sotto ogni abito umano batta un cuore orientato alla libertà.

Ha continuato a richiamare l’attenzione sul fatto che la vita politica dev’essere democratizzata, su come debbano essere sottratti alle singole società potenti il loro potere e gli strumenti di potere in loro possesso, come le capacità e le forze individuali di ogni uomo debbano essere aver accesso alla vita statale, economica e sociale in genere. Ha affermato in maniera incisiva che il suo Stato, che lui evidentemente considera il più progredito, soffre delle condizioni che si sono create. Come mai?

 

Sì, le condizioni economiche si sono sempre più imposte. Tutto quello che c’era fino a poco tempo fa in questo campo è stato intrappolato nelle grandi concentrazioni di capitali, dall’affermarsi del potere economico. Questa organizzazione economica ha prodotto forme di convivenza umana assolutamente nuove. Ci si è trovati di fronte ad una nuova organizzazione della vita economica. E non io, basandomi su una teoria qualunque, ma questo statista, oserei dire di fama mondiale, ha detto che il danno fondamentale della recente evoluzione umana consiste nel fatto che le condizioni economiche sono progredite, che gli uomini hanno plasmato la vita economica secondo i nuovi poteri occulti, mentre invece le idee del diritto, della vita comunitaria e politica non sono andate di pari passo, ma sono rimaste al punto di prima.

 

Woodrow Wilson l’ha affermato chiaramente: noi amministriamo in condizioni del tutto nuove, ma pensiamo ed emaniamo leggi sull’economia da un punto di vista ormai da tempo superato, da un punto di vista antiquato. Nel campo della vita giuridica e politica non si è formato qualcosa di nuovo come in quella economica. Questi due settori sono rimasti indietro. Viviamo all’interno di un ordinamento economico completamente moderno con idee giuridiche e politiche desuete. Questo è più o meno il succo dei discorsi di Woodrow Wilson.

 

Nei suoi discorsi sostiene con insistenza che in questa incongruenza fra vita giuridica e vita economica non può svilupparsi ciò che il momento attuale della storia umana richiede, e cioè che il singolo individuo non lavori per se stesso ma per il bene della comunità. E Woodrow Wilson esercita una critica energica all’ordinamento sociale che gli sta di fronte.

Cari ascoltatori! Posso dire – consentitemi questa osservazione personale – di essermi impegnato a fondo per verificare le critiche mosse da Woodrow Wilson alle attuali condizioni sociali, quelle americane che ha sott’occhio, confrontandole con altre critiche. Ora vi dirò qualcosa di decisamente paradossale, ma d’altra parte le attuali condizioni richiedono molto spesso di esprimersi per paradossi, ed è necessario farlo se si vuole rendere giustizia alla realtà odierna.

 

Ho cercato di raffrontare la critica alla società di Woodrow Wilson, per quanto riguarda sia la forma esteriore che il nerbo dei contenuti, con la critica alla società mossa da parte dei progressisti, dei socialdemocratici radicali. Sì, cari ascoltatori, è addirittura possibile estendere questo paragone all’ala più radicale delle convinzioni e delle azioni socialiste di oggi.

Rimanendo all’interno della critica fatta da queste persone, si può dire: la critica di Woodrow Wilson all’ordinamento sociale odierno coincide quasi alla lettera con quel che sostengono gli stessi Lenin e Trotskij, gli affossatori della civiltà del presente. Di loro va detto che, se quel che hanno in mente per l’umanità agirà troppo a lungo anche solo in alcuni ambiti, ciò significherà il declino della civiltà moderna e porterà inevitabilmente alla scomparsa di tutto ciò che grazie ad essa è stato raggiunto. Eppure bisogna esprimere questo paradosso: Woodrow Wilson, che di certo si è sempre immaginato la struttura sociale in modo diverso da questi distruttori, muove quasi letteralmente la loro stessa critica all’attuale ordinamento sociale.

 

E giunge alla conclusione che i concetti giuridici e politici oggi in vigore sono obsoleti, che non sono più in grado di intervenire nella vita economica. La cosa strana è che se si cerca di volgere al positivo questa critica, se si cerca di verificare quali sono i contributi di Woodrow Wilson alla creazione di una nuova struttura sociale, di una struttura dell’organismo sociale, non si trova difatti nessuna risposta – solo singoli provvedimenti qua e là, che però potrebbero essere attuati anche da chi esercita una critica meno energica ed obiettiva, niente di drastico. E comunque non dà risposta alla domanda: che forma devono acquisire il diritto, i concetti politici, gli impulsi politici per far fronte alle esigenze della moderna vita economica, per intervenire attivamente in questa vita economica?

 

Qui si vede come dalla vita odierna stessa scaturisca il secondo elemento della questione sociale: la questione sociale come questione giuridica.

Prima di tutto occorre trovare un fondamento per il diritto, per i rapporti politici e statali, che devono esistere per dar la giusta impronta alla vita economica moderna. Bisogna quindi chiedersi: come si arriva a degli impulsi giuridici e politici di fronte alle grandi richieste della questione sociale? Questo è il secondo elemento della questione sociale.

Cari ascoltatori, osservate voi stessi la vita! Vedrete come questa vita umana è triarticolata, come l’uomo ha una triplice funzione all’interno della società umana. Se osserviamo la posizione dell’uomo nella società, vediamo delinearsi chiaramente tre elementi distinti fra loro:

• Il primo consiste nel fatto che per contribuire in qualche modo alla comunità, al lavoro comune, alla creazione di valori e beni comuni – cosa assolutamente indispensabile nella società moderna per la salute di un ordinamento sociale –, l’uomo deve in primo luogo disporre dell’attitudine individuale, del talento individuale, della capacità individuale di far qualcosa.

• Il secondo è che l’uomo deve poter andare d’accordo con i suoi simili, deve poter collaborare in pace con loro.

• E il terzo è che deve trovare un posto da cui fare qualcosa per gli altri con il suo lavoro, con il suo operato, con le sue prestazioni.

 

Per quanto concerne il primo punto, l’uomo ha bisogno che la società lo aiuti a formare le sue capacità e i suoi talenti, che guidi la sua mente, rendendola al contempo in grado di guidare il suo lavoro fisico.

Per il secondo, l’uomo ha bisogno di potersi inserire in una struttura sociale tale per cui gli uomini vadano d’accordo tra loro così da lavorare insieme in pace.

Il primo elemento ci porta nell’ambito della vita culturale. Nelle prossime conferenze vedremo come la cura della vita culturale sia in relazione con il primo punto. Il secondo ci porta nell’ambito della vita giuridica, che può formarsi secondo la propria natura solo se si trova in una struttura sociale tale per cui gli esseri umani collaborino in pace fra loro e in pace provvedano al sostentamento reciproco.

 

E la vita economica moderna, cari ascoltatori, questa economia moderna che, come vi ho descritto, viene vista da Woodrow Wilson come una persona che è cresciuta e indossa dei vestiti troppo piccoli, in cui non sta più – per Woodrow Wilson questi abiti troppo stretti sono i vecchi concetti giuridici e politici, mentre la vita economica è cresciuta da un pezzo –, questa crescita della vita economica che lascia indietro quel che c’era prima come vita culturale, come vita giuridica, è stata avvertita in particolar modo dai pensatori socialisti. E per rendersi bene conto di quello che ha agito in quest’ambito occorre far notare una cosa.

 

Voi sapete, cari ascoltatori, e di tutte queste questioni parleremo in seguito più dettagliatamente, che al giorno d’oggi la moderna classe operaia subisce in tutto e per tutto l’influenza del cosiddetto marxismo. È vero che il marxismo, la dottrina marxista della trasformazione della proprietà privata dei mezzi di produzione in proprietà collettiva, è stato ritoccato più volte da questi o quei sostenitori o avversari di Karl Marx, ma il marxismo è qualcosa che di questi tempi agisce sulla mentalità, sulla concezione della vita di grandi masse di persone, agisce in particolar modo nei fatti sociali così sconcertanti del presente.

 

Basta prendere in mano quel libretto pur sempre significativo e singolare di Friedrich Engels, amico e collaboratore di Karl Marx: L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza. È sufficiente prendere confidenza con la mentalità che pervade questo libretto, per vedere come un pensatore socialista intende la vita economica dei tempi recenti nel suo rapporto con la vita giuridica e culturale. Per esempio, basta capire nel modo giusto quest’unica frase, che è come una sintesi del citato libretto di Engels: in futuro non dovranno più esserci governi sugli uomini, sulle persone, ma dovrà esserci solo la direzione di settori economici e l’amministrazione della produzione.

 

Cari ascoltatori! Ciò vuol dire molto, vuol dire che da questa parte si desidera che dalla vita economica scompaia qualcosa che proprio grazie agli impulsi evolutivi dei tempi recenti si è legato ad essa. Essendosi per così dire sviluppata, come vi ho mostrato, andando oltre la vita giuridica e quella culturale, la vita economica ha in un certo senso invaso tutta la vita e ha agito in maniera suggestiva anche sui pensieri, sulle sensazioni e sulle passioni degli uomini. E così è emerso sempre più che la vita culturale e quella giuridica si adeguano al modo in cui viene gestita l’economia.

 

Ci si è andati via via rendendo conto fin troppo chiaramente che chi ha il potere economico detiene proprio per questo anche il monopolio culturale. I deboli dal punto di vista economico rimangono privi di cultura.

Si è stabilito un certo rapporto fra la vita economica e quella culturale, e anche fra la vita culturale e quella statale. La vita culturale è diventata sempre più qualcosa che non nasce dai suoi effettivi bisogni, che non segue i suoi impulsi propri, bensì qualcosa a cui, soprattutto laddove viene amministrata pubblicamente l’istruzione e il sistema scolastico, viene data la forma che serve ai poteri statali.

 

L’uomo allora non può essere considerato per quello di cui è capace, non può svilupparsi secondo le sue inclinazioni naturali, ma la domanda che ci si pone è: di che forze ha bisogno lo Stato, di che forze ha bisogno la vita economica, che formazione devono avere gli uomini per servire allo Stato e all’economia? Ed è a questo che si conformano i materiali didattici e gli esami. La vita culturale-spirituale non viene plasmata a partire dalle sue proprie esigenze, ma viene adeguata alla vita giuridica – alla vita dello Stato, alla vita politica – e a quella economica.

E questo ha fatto sì che negli ultimi tempi la vita economica sia venuta a sua volta a dipendere da quella giuridica.

 

Questa coesistenza di economia, diritto e cultura è stata vista da persone come Marx e Engels, che hanno notato che la vita economica moderna non sopportava più la vecchia forma giuridica e neppure il vecchio tipo di cultura. Sono giunti perciò alla conclusione che la vecchia vita giuridica e la vecchia vita culturale dovessero essere estromesse dalla vita economica.

Ma ora sono approdati ad una strana superstizione, un dogma di cui dovremo parlare parecchio nel corso di queste conferenze. Sono giunti alla superstizione in base alla quale la vita economica è in grado di produrre da sola le nuove condizioni giuridiche e culturali, e questo perché vedevano nella vita economica l’unica realtà, mentre la vita culturale e quella giuridica non dovrebbero essere che un’ideologia. Si credeva quindi, e si trattava di uno dei più fatali pregiudizi, che strutturando in un certo modo l’economia, seguendo certe leggi, la vita culturale e quella giuridica, statale e politica si sarebbero messe a posto automaticamente.

 

Ma come è nata questa superstizione? Cari ascoltatori, questo pregiudizio è potuto sorgere solo per il fatto che la struttura dell’economia umana, l’effettivo operare della moderna vita economica si nascondeva dietro a quella che siamo soliti chiamare l’economia monetaria. Questa economia monetaria è sorta in Europa come fenomeno concomitante a determinati avvenimenti.

Basta rivolgere uno sguardo più profondo alla storia – permettetemi di farvi cenno in questa introduzione – per vedere che nel momento in cui nel mondo civile europeo sono sorti la Riforma e il Rinascimento, cioè una nuova corrente culturale, più o meno nello stesso momento – parlo in termini storici, dove i momenti sono più lunghi che nella vita delle persone – sono state scoperte le vene d’oro e d’argento dell’America. L’afflusso d’oro e d’argento, soprattutto dell’America centrale e del sud, ha fatto a quel tempo il suo ingresso in Europa.

Quella che prima era prevalentemente un’economia naturale di baratto venne sempre più soppiantata dall’economia monetaria.

 

L’economia di baratto era ancora in grado di osservare i prodotti del suolo, cioè la realtà oggettiva; era in grado di tenere in considerazione le capacità del singolo individuo, ciò che egli può produrre, si orientava quindi secondo la realtà e le capacità oggettive. In queste conferenze vedremo come, con la circolazione del denaro, la visione della realtà sia andata gradualmente svanendo.

Mentre l’economia monetaria ha preso il posto di quella naturale, sulla vita economica si è steso per così dire come un velo.

Non si potevano più vedere le pure e semplici esigenze della vita economica. Cosa fornisce all’uomo la vita economica? Gli fornisce dei beni che gli servono per il suo consumo. Non c’è bisogno per ora di distinguere fra i beni intellettuali e quelli fisici, poiché l’economia può vedere anche i beni culturali come beni di consumo. Quindi diciamo che questa vita economica fornisce dei beni.

 

E questi beni hanno un valore per il fatto che l’uomo ne ha bisogno, dato che la brama dell’uomo si rivolge su di essi. L’uomo deve attribuire un determinato valore ai beni di consumo. In tal modo essi ricevono il loro valore oggettivo all’interno della vita sociale, un valore intimamente connesso con quello soggettivo della valutazione che l’uomo conferisce loro. Ma di questi tempi come si esprime il valore giuridico-economico dei beni? Come si esprime il valore delle merci, quel valore che ne determina sostanzialmente l’importanza nella convivenza sociale ed economica?

Questo valore si esprime oggi nei prezzi. In questi giorni dovremo parlare di valore e di prezzo, ma oggi voglio solo accennare al fatto che nelle transazioni economiche, nella vita sociale, nella misura in cui questa vita relazionale dipende dall’economia, per l’uomo il valore dei beni si esprime nel prezzo.

È un grave errore confondere il valore dei beni con il prezzo che hanno in quanto espresso in denaro!

 

E, cari ascoltatori, non per via di considerazioni teoriche, ma in base all’esperienza, l’umanità dovrà capire sempre meglio che il valore dei beni prodotti in ambito economico – ciò che dipende dalla valutazione soggettiva dell’uomo, da determinate condizioni sociali e giuridiche – e ciò che si esprime nella situazione dei prezzi, che emerge col denaro, sono due cose del tutto distinte.

Ma di questi tempi il valore dei beni viene occultato dalla situazione dei prezzi che domina nel circolo sociale.

 

È questo, cari ascoltatori, il terzo elemento della questione sociale che sta alla base delle moderne condizioni sociali. È qui che si impara a riconoscere la questione sociale come questione economica – per risalire a ciò che documenta il valore effettivo dei beni rispetto a quanto si manifesta nella pura e semplice situazione dei prezzi. I rapporti dei prezzi possono, specialmente nei periodi di crisi, esser mantenuti stabili soltanto se lo Stato, cioè l’ambito giuridico, si assume la garanzia del valore del denaro, vale a dire del valore di una singola merce.

 

Ma a questo si aggiunge qualcosa di nuovo. Come già detto, non c’è bisogno di considerazioni teoriche su ciò che è emerso per via della discrepanza fra prezzo e valore, ma basta far notare dei fatti concreti emersi negli ultimi tempi. Se ne parla nell’economia politica, si dice che nei tempi antichi, addirittura fino alla fine del medioevo, in Germania c’era l’antica economia naturale che si basa sul semplice scambio dei beni, e che al suo posto è subentrata l’economia monetaria, in cui il denaro rappresenta i beni, e che in effetti il bene di valore viene sempre scambiato contro del denaro.

 

Ma nella vita sociale vediamo già oggi entrare qualcosa che sembra destinato a sostituire l’economia monetaria. Questo qualcosa è già all’opera dappertutto, solo che non viene ancora notato. Ma chi va al di là della comprensione astratta dei propri libri di cassa o dei conti, chi va oltre le semplici cifre ed è in grado di leggere quel che si esprime nei numeri, troverà che nei numeri di un libro di cassa o dei conti dei giorni nostri non ci sono solo dei beni, ma che in tali cifre si manifestano quelli che possiamo definire rapporti di credito nel senso più moderno del termine.

 

Quello che in modo sorprendente penetra sempre più nella nostra vita economica arida e piatta è ciò che un uomo sa produrre solo in base al fatto che si ha fiducia in lui, fiducia che sia capace di questo o di quello. È ciò che ispira fiducia a partire dalle capacità di un uomo.

Se studiate i libri contabili del giorno d’oggi, vedrete che rispetto al puro e semplice valore monetario sta facendosi strada la fiducia negli uomini, nella bravura umana. Nei numeri dei libri contabili odierni, se li si legge correttamente, si esprime un rivolgimento epocale, una possente metamorfosi del sociale. Mentre si sottolinea che l’antica economia naturale si è trasformata in economia monetaria, oggi bisogna non meno sottolineare che il contraltare di questo fenomeno è la trasformazione dell’attuale economia monetaria in economia creditizia, cioè di fiducia nei talenti dell’uomo.

 

E così qualcosa di nuovo prende il posto di ciò che è invalso per lungo tempo. Così fa il proprio ingresso nella vita sociale ciò che evidenzia il valore dell’uomo stesso. La vita economica in quanto tale subisce nella produzione di valori una trasformazione. Si trova di fronte ad una nuova questione, alla questione economica che è il terzo elemento di questa questione sociale.

Nel corso di queste conferenze dovremo fare la conoscenza di questa questione sociale

• come questione culturale,

• come questione giuridica, statale o politica e

• come questione economica.

 

Lo spirito dovrà rispondere alla domanda: come si fa a coltivare le capacità degli uomini, di modo che possa sorgere una struttura sociale priva degli irresponsabili danni odierni?

La seconda domanda è: quale sistema giuridico riporterà gli uomini alla pace nelle condizioni economiche invalse nella società moderna?

La terza è: quale struttura sociale saprà collocare l’uomo al posto in cui possa lavorare per il bene della comunità umana in base al proprio essere, alle proprie capacità e ai propri talenti? E a ciò vale la domanda: che credito va concesso al valore personale di un uomo? Ecco allora che davanti a noi vediamo la trasformazione dell’economia a partire da nuove condizioni.

 

Una questione culturale, giuridica ed economica ci sta di fronte nella questione sociale. E vedremo che ogni minima articolazione della questione sociale può essere vista nella giusta luce solo considerandola in maniera differenziata: come una questione culturale, come una questione giuridica e come una questione economica. Ma di questo, cari ascoltatori, continueremo a parlare domani.

 

 

By | 2020-05-03T19:55:25+02:00 Novembre 13th, 2018|CULTURA, POLITICA, ECONOMIA|Commenti disabilitati su 01 – LA QUESTIONE SOCIALE COME FATTO DI CULTURA, DI DIRITTO E DI ECONOMIA