01 – LA TRIPLICE FORMA DELLA QUESTIONE SOCIALE

La triplice forma della questione sociale

O.O. 333 – Libertà dii pensiero e forze sociali – 26.05.1919


 

Sommario: La triplice forma della questione sociale

Scienza al servizio dell’autorità. Il richiamo al diritto dell’uomo. La doppia limitazione della vita economica attraverso i fondamenti di natura e l’abito del diritto. Prassi di vita dalla visuale nelle necessità sociali.

 

Come in altri luoghi del Wurttemberg e della Svizzera anche qui mi permetterò di parlare della questione più importante, più incisiva del presente, della questione sociale, collegandomi a quanto è apparso nell’appello che ha attraversato qualche tempo fa le regioni tedesche: “Al popolo tedesco e al mondo della cultura”. Quell’appello lanciato per sostenere la tripartizione dell’organismo sociale dovrebbe essere giunto all’attenzione dalla maggior parte di voi. Le ulteriori argomentazioni su ciò cui ovviamente in un tale appello si è potuto accennare solo in breve, vengono fornite nel mio libro: “I punti essenziali della questione sociale”. Permettetemi questa sera di esporvi brevemente un singolo aspetto di ciò che è contenuto in questo appello.

 

La questione sociale – che certo emerge in ogni anima umana che si trovi desta di fronte agli avvenimenti del tempo – è ciò che è scaturito, in una forma del tutto nuova, dai violenti e sconvolgenti avvenimenti della catastrofe che è stata la Guerra Mondiale. Senza dubbio la cosiddetta questione sociale, o movimento sociale, nel modo in cui oggi ne parliamo, ha già più di mezzo secolo, ma chi prende in considerazione ciò che oggi si annuncia come potente momento storico e confronta queste cose tra loro può dire tuttavia: questa questione sociale ha assunto nel nostro tempo presente una forma del tutto nuova, una forma che a nessuno dovrebbe passare inosservata.

 

Quanto spesso nel corso degli ultimi quattro o cinque anni si è sentito dire: nella spaventosa catastrofe della Guerra Mondiale si trova qualcosa che gli uomini non hanno mai vissuto da quando esiste ciò che viene chiamato storia. Ma anche laddove tale catastrofe è sfociata in una crisi oggi si sente parlare ancora poco, davvero troppo poco, anche della necessità di impulsi del tutto nuovi per la riorganizzazione della vita, del fatto che sia necessario un totale cambiamento del modo di pensare ed un totale cambiamento di sistema – sebbene già esteriormente si debba riconoscere la necessità di questi cambiamenti. In effetti le vecchie idee ci hanno condotto proprio a quella terribile catastrofe umana. Nuovi impulsi e nuove idee devono condurci oltre. E dove siano da cercare quegli impulsi lo indica una costante e profonda osservazione di ciò che risuona come richiesta sociale che si leva da sempre più numerose anime umane e che potrebbe passare inosservata, in realtà, solo a chi dorme in piedi; a chi attende gli avvenimenti fino a quando, in un certo senso, il vecchio edificio crolla rovinosamente.

 

Oggi ci si rappresentano le questioni sociali spesso come qualcosa di estremamente ovvio, quando non addirittura semplicissimo. Chi giudica non sulla base di grigie teorie e neppure a partire da singole esigenze personali, bensì da un’esperienza veramente ampia delle necessità vitali del presente e del futuro, deve vedere nella questione sociale qualcosa in cui confluiscono molte forze che si sono sviluppate nel corso dell’evoluzione dell’umanità, e che, in fondo, in un certo modo, sono andate incontro al loro stesso annientamento. A chi getta uno sguardo d’insieme su tali condizioni di vita, la questione sociale appare nel suo triplice aspetto. Gli appare come una questione che riguarda in primo luogo la vita spirituale, in secondo luogo la vita giuridica, e in terzo luogo la vita economica. Ora gli ultimi secoli, ed in particolare il diciannovesimo secolo ed anche i due decenni appena trascorsi del ventesimo secolo, hanno portato a credere di dover cercare sul piano economico quasi tutto ciò che appartiene alla questione sociale. Le ragioni per una tale miopia risiedono nel fatto che si è convinti che se si sistema la situazione economica tutto il resto andrà a posto da sé. Ora dovrò necessariamente dedicare le prime parti della mia trattazione odierna ad un ambito della vita del quale le persone, di qualunque orientamento esse siano, ancora oggi non vogliono sentir parlare come di un ambito socialmente importante, cioè dell’ambito della vita spirituale.

 

Le esigenze che vengono designate come sociali provengono proprio dalla larga massa del proletariato che ha sofferto il triplice calvario sino alle condizioni del presente di cui parleremo dopo. E questo proletariato, con l’avvento della nuova tecnica e del capitalismo che svuota le anime, così come per le 6 generali condizioni culturali, è stato spinto quasi del tutto a ridursi alla sola dimensione economica della vita. E proprio a partire dalla vita economica nacquero le esigenze del proletariato. Pertanto, proprio perché si è originata a partire dal proletariato, la questione sociale del presente ha assunto una forma prettamente economica; ma essa non è soltanto una questione economica. Già la semplice constatazione di quanto insufficienti siano le idee tradizionali di fronte ai fatti che oggi parlano a gran voce, ci può far capire che all’interno del movimento sociale abbiamo a che fare non solo con una questione economica e giuridica, bensì, sopratutto, con una questione spirituale.

 

Ci troviamo, per quanto riguarda una gran parte del mondo civilizzato, di fronte ad una realtà sociale che parla a gran voce. Sono state espresse opinioni da parte di partiti politici sulla questione sociale, e su questa i partiti hanno elaborato i loro programmi, ma attualmente tutte le idee, tutte le opinioni dei partiti si dimostrano insufficienti di fronte ai fatti. Oggi non si tratta di continuare a portare avanti vecchie opinioni di partito, bensì di porsi di fronte ai fatti in maniera diretta, del tutto seria e con senso della realtà. Cerchiamo allora veramente di vedere come in tempi più recenti si è sviluppata la vita dell’umanità fino ad arrivare poi alla catastrofe. Sopratutto qui dobbiamo gettare lo sguardo alla frattura che appare pressoché insormontabile tra il proletariato ed il non-proletariato. Se osserviamo la vita culturale del nonproletariato cosa ci viene incontro? Sicuramente questa vita culturale nel corso dei tempi più recenti è stata lodata abbondantemente come un enorme progresso. Si sentiva continuamente ripetere come in questa epoca più recente i mezzi di trasporto abbiano permesso agli uomini di raggiungere territori lontanissimi, cosa che, se la si fosse profetizzata in tempi più antichi sarebbe stata screditata come un’utopia. Il pensiero – così lo si è sempre ripetutamente predicato ed incensato – corre alla velocità del fulmine oltre paesi e mari lontani. Non ci si è mai stancati di lodare incessantemente il progresso. Ma oggi si tratta di aggiungere a tutto ciò un’altra considerazione. Oggi si tratta di domandare: in quali condizioni è nato questo progresso? Esso è potuto sorgere soltanto per il fatto di essere stato edificato su fondamenta costituite dalle più ampie masse umane che non poterono avere parte a tutto ciò che è stato lodato in questa cultura, sulle fondamenta di quelle masse di uomini che dovettero lavorare per edificare questa cultura di pochi che, nella forma in cui è stata realizzata, poteva esistere soltanto in quanto queste masse non vi potessero avere parte. Ma ora queste ampie masse sono cresciute, sono tornate in sé e pretendono a ragione la loro parte. Per chi veramente capisce la propria epoca, le loro esigenze sono allo stesso tempo le grandi esigenze storiche del presente. E quando oggi risuona il richiamo ad una socializzazione della vita economica, chi capisce il proprio tempo riconosce in questo richiamo non solo le esigenze di una determinata classe sociale, bensì anche una precisa esigenza storica della vita umana del presente.

 

Una peculiarità delle classi dirigenti che partecipavano a questa cultura così tanto elogiata è di non aver quasi mai colto, anzi, di non essere mai stati in grado di cogliere in tempi recenti le varie opportunità di colmare in qualche modo la frattura esistente tra loro e le masse di proletari che si imponevano sempre più all’attenzione della società con le loro legittime richieste. Sono mancati proprio i pensieri che avrebbero dovuto fluire all’interno della vita umana e sociale atti a superare questa frattura. È davvero una particolarità di questa recente e così tanto lodata vita spirituale il fatto di essere divenuta sempre più estranea alla vita vera, alla vita reale. Il singolo si limita a vivere con quello che si ritrova attorno nella sua realtà limitata. La nostra vita spirituale e la nostra educazione scolastica non hanno saputo produrre pensieri capaci di abbracciare una prospettiva più ampia di esistenza. Vi porto ora un esempio di qualcosa che, dai più diversi punti di vista, non solo si è decuplicato, ma anche centuplicato, e che potrebbe crescere ancora di più.

 

All’inizio del secolo un alto funzionario statale, Alfred Kolb ha preso in mano il proprio destino in modo singolare. Cito volentieri questo alto funzionario statale perché il modo in cui ha preso in mano il proprio destino è degno di grande considerazione, e perché comunque non devo parlarne affatto male, cosa che non faccio volentieri. Il signor Kolb ad un certo punto della sua vita ha fatto qualcosa che non molti altri alti funzionari fanno. Gli altri per lo più se ne vanno in pensione quando non vogliono più prestare servizio; egli, invece, prese congedo dal suo ufficio, andò in America, e si mise a lavorare come operaio, prima in una fabbrica di birra, e poi in una fabbrica di biciclette. Dalle esperienze che questo alto funzionario statale fece in qualità di operaio scrisse poi un libro: “Lavorare come operaio in America”. In questo libro si trova una frase importante che dice a grandi linee: “Quando prima per strada incontravo un uomo che non lavorava, allora dicevo: perché questo mascalzone non lavora? Ora ho capito. E ora capisco qualcosa di più su un ambito di vita diverso dal mio. Ora so che persino i più orribili lavori visti dal chiuso della propria stanzetta di studente sembrano stupendi.” Questa è un’ammissione che caratterizza in maniera profonda le relazioni sociali del tempo. Un uomo che proviene dalla vita spirituale del nostro tempo, al quale sono stati affidati i destini di altri uomini per un lungo periodo, – per tanti anni quanti sono necessari per arrivare alla carica di alto funzionario statale – e che nulla conosce del lavoro umano, e dunque, in realtà, nulla sa della vita umana. Egli doveva cercare di vivere un destino simile a quello di coloro sui quali doveva governare, per i quali lui doveva agire quale rappresentante della classe dirigente. Dovette farsi assumere prima come operaio per arrivare a capire qualcosa di questo tipo di vita, e per giungere poi ad una visione della vita totalmente diversa.

 

Questo esempio di comportamento alternativo, che potrebbe essere veramente replicato in modo significativo, non indica proprio come la nostra vita spirituale, dalla quale provengono gli uomini che vanno poi a formare la classe dirigente, sia divenuta estranea alla vita delle grandi masse? Le grandi masse hanno capito sulla loro pelle, e fino nella loro vita interiore, come le classi dirigenti gestiscono la vita economica. Hanno capito che c’è qualcosa che non va, che queste classi dirigenti non hanno lo spirito necessario per dirigere la vita economica. Oggi sorge la domanda: cosa deve cambiare?

 

Ed anche in un altro contesto si può ancora vedere come nel corso dell’ultimo secolo la classe dirigente sia divenuta estranea a ciò che sarebbe dovuto accadere al fine di evitare di cacciarsi nella catastrofe della Guerra Mondiale. Certamente si parlava con la più seria e dignitosa considerazione all’interno della classe dirigente di tutte le cose più belle possibili, dell’amore per il prossimo, della fraternità fra gli uomini, di come l’uomo dovrebbe essere buono e cose simili, ma non si era minimamente in contatto con la vita reale. Al massimo ci si spingeva a fare delle inchieste. Una di queste, della metà del diciannovesimo secolo, ancora oggi è degna di considerazione. Venne commissionata all’epoca dal governo inglese ai gestori delle miniere. E allora coloro che discutevano sull’esistenza umana nel tepore delle loro stanze ben riscaldate vennero finalmente a sapere di come veniva estratto il carbone grazie al quale loro potevano intrattenersi a filosofeggiare sulla bontà dell’uomo.

 

Vennero finalmente a sapere che questo carbone, grazie al quale essi potevano parlare al calduccio della loro progredita morale, della loro evoluta vita spirituale, era estratto da pozzi minerari in cui venivano mandati a lavorare prima del sorgere del sole bambini di nove, undici, tredici anni, che ne emergevano di nuovo solo di notte, e che pertanto, poveretti, non vedevano quasi mai la luce del sole. Era comodo per questi dirigenti parlare della bontà dell’uomo e dell’amore per il prossimo, al calduccio delle loro stanze riscaldate grazie al carbone estratto in quel modo. E si potrebbero raccontare molte altre cose simili. Ma ci si deve domandare: forse che a partire da tali occasioni sono sorti nelle cerchie dominanti dell’umanità degli impulsi ad intervenire realmente nella vita sociale? Qualcuno oggi potrebbe rispondermi: sì, di certo la situazione è molto migliorata. A costui però replicherei: ciò che è migliorato non è migliorato per iniziativa della classe dominante, bensì attraverso la dura battaglia di coloro che hanno sofferto in queste condizioni. Queste sono cose su cui oggi si deve dirigere lo sguardo. Bisogna fare attenzione a cosa l’operaio che lavora dalla mattina alla sera vede per lo più da fuori, quando passa accanto alle nostre scuole superiori, alle nostre scuole medie. L’operaio conosce solo ciò che accade nelle scuole elementari, e anche di quello egli sa soltanto ciò che può appunto sperimentare in prima persona. Non sa come gli obiettivi delle scuole elementari vengano determinati dall’alto verso il basso, vede soltanto che da questi istituti non provengono coloro che oggi possono dirigere la vita economica.

 

Qui si trova il primo aspetto della questione sociale. Nonostante tutte le lodi smodate tributate alla nostra vita spirituale, non abbiamo nessuna vita spirituale che sia all’altezza dei grandi compiti del tempo.

 

Se osserviamo la vita economica, quando sorse il movimento sociale si sentì molto spesso liquidare da parte delle cerchie dirigenti questo movimento con le parole: vogliono condividere. Ma che cosa viene fuori da una condivisione? Ognuno ottiene molto poco. Poi su questa obiezione cadde il silenzio; perché da una parte è molto vera, dall’altra molto stupida. In questo ultimo periodo però torna ad affiorare sempre più spesso. Ma la questione non dipende da tutto questo. Chi osserva oggi la particolare struttura della nostra vita economica sa che la povertà corporale ed animica delle grandi masse del proletariato è sorta da basi del tutto diverse. Sa che un insufficiente sviluppo della vita spirituale non ha compreso come dare al meccanismo della tecnica in continua e progressiva espansione all’interno della vita economica una forma tale che ogni uomo vi possa avere un’esistenza umanamente degna.

 

Certo, a ragione si è fatto notare che il movimento sociale moderno è sorto attraverso la tecnica moderna, attraverso le macchine, attraverso il capitalismo che sclerotizza le anime. Si è però dimenticato che tutto ciò che così è sorto non poté venire dominato dalla vita spirituale nel modo in cui essa si è sviluppata. Perché è successo questo? Con le macchine, con l’industrializzazione, con il capitalismo si è creata una certa aspirazione nell’umanità che si esprime nel fatto di considerare come progresso il possibile assorbimento della vita spirituale da parte dello Stato. La statalizzazione della vita spirituale venne vista come un grande progresso. Ed oggi si va sempre incontro ai più aspri giudizi qualora si obietti qualcosa contro questa statalizzazione della vita spirituale. Chi si trova in sintonia con l’odierna vita spirituale indica con grande orgoglio come con lo spirito si sia progrediti di molto rispetto all’antico e buio medioevo. Ora certamente non vogliamo riportare in auge il medioevo. Vogliamo andare avanti e non indietro. Ma deve venire posta un’altra questione. Si dice che nel medioevo la vita spirituale, in particolare la scienza, aveva retto lo strascico alla teologia o alla chiesa. Oggi ci si deve domandare: a chi, dunque, la presente vita spirituale porta lo strascico – o forse anche qualcos’altro? A questo proposito possiamo fare un esempio, e di esempi così se ne potrebbero trovare non solo cento, ma mille volte tanti. Posso di nuovo parlare di un uomo che stimo molto perché, secondo la mia convinzione, era un importante naturalista. Egli era al contempo segretario generale di una società erudita che marciava alla testa della vita spirituale tedesca. In uno dei suoi ben riusciti discorsi volle esprimere cosa questi eruditi tedeschi, che hanno il grande onore di essere membri dell’Accademia Berlinese delle Scienze, consideravano per sé come il più alto onore. Quando si descrive qualcosa del genere si vorrebbe però accennare ad un fatto storico di importanza non trascurabile. Questa Accademia Berlinese fu sempre qualcosa che, in una certa misura, poteva esprimere spiritualmente gli impulsi degli Hohenzollern. Un Hohenzollern del diciottesimo secolo si trovò una volta nella necessità di porre un presidente a capo della sua Accademia delle Scienze – non vi racconto una fiaba ma un fatto storico – e credette di onorare al massimo questa Accademia delle Scienze dandole come presidente il suo buffone di corte. Ma il grande erudito della fine del diciannovesimo secolo dice che i signori eruditi dell’Accademia Berlinese considerano per sé il più alto onore l’essere le truppe di difesa scientifica degli Hohenzollern.

 

Si devono osservare tali cose come dei sintomi del tempo. Si deve osservare cosa sia divenuta la vita spirituale nella sua dipendenza dal potere statale e dal potere capitalistico ad esso legato. Perché se si riusciranno a cogliere impulsi interiori non da pregiudizi qualsiasi, bensì dalle necessità di vita, dalla realtà stessa, allora, andando contro a tutti i pregiudizi del proprio tempo, ci si dirà: la vita spirituale può trovare il proprio potere solo staccandosi dalla vita statale, solo poggiando su sé stessa. Ciò che vive nella vita spirituale, particolarmente la scuola, deve venire consegnato alla propria autonomia amministrativa, dal vertice supremo dell’amministrazione di questa vita spirituale sino al maestro che si trova al più basso grado scolastico.

 

Nell’amministrazione della vita spirituale non vi può essere null’altro di autorevole al di fuori delle forze di questa stessa vita spirituale. Chi è attivo in questa vita spirituale e la vive dall’interno dovrebbe formare da sé l’organo che amministra questa vita spirituale e la rende del tutto indipendente.

 

Questo è il primo punto di ciò che qui viene chiamata la tripartizione del sano organismo sociale. Una tale vita spirituale potrà stare in relazione con la vita in un modo del tutto diverso rispetto alla vita spirituale asociale alla quale poco a poco ci siamo adattati, e dalla quale, come pare, non abbiamo alcun bisogno di uscire. Chi ha veramente sperimentato questo campo ne può parlare a partire appunto dalla propria esperienza. Per molti anni sono stato insegnante alla Scuola per Lavoratori fondata da Liebknecht a Berlino . So quindi come attingere alle fonti di una vita spirituale che non è prerogativa di una classe privilegiata e non rappresenta una vita spirituale di lusso, ma a partire dalla quale si possa parlare a tutti gli uomini che hanno l’impulso a conquistarsi anima e corpo un’esistenza umanamente degna. E a partire da questa mia esperienza di vita ho imparato ancora dell’altro. Ho imparato come i lavoratori mi abbiano capito, mi abbiano capito sempre meglio quando parlavo loro a partire da una libera vita dello spirito, una vita spirituale che esiste per tutti gli uomini e non solo per una classe privilegiata. Siccome i lavoratori credevano di dovere partecipare a diverse attività, venne poi anche il tempo in cui fui incaricato di condurli per musei o simili istituzioni, e per siti dove si potevano vedere le testimonianze di una cultura che era solo per pochi, che non rappresentava una cultura popolare, una vita spirituale popolare. Qui vidi come anche nell’animico-spirituale era presente la frattura e come le persone, in fondo, non potessero veramente accogliere interiormente in sé ciò che era nato sul terreno di una cultura per pochi. Qui vi è un errore in cui ancora oggi molti incorrono. Si crede di fare formazione popolare gettando alle grandi masse bocconi di ciò che è sorto nelle università, nelle scuole medie e in altri istituti scolastici dalla nostra cultura, e meno a partire dalla sensibilità sociale. Si è compiuto di tutto per realizzare una tale istruzione popolare! Biblioteche popolari, università popolari, teatri popolari e così via. Nessuno si accorge mai dell’errore che consiste nel credere di poter semplicemente trasferire alle grandi masse ciò che è nato spiritualmente all’interno dell’ambito di sensibilità di una minoranza isolata. No, il tempo esige una vita spirituale che raccolga tutti in modo sociale. Tutto ciò può nascere però solo se coloro che vi devono partecipare formano un’unità con tutta la loro vita di sentimento e con tutte le loro provenienze sociali, con coloro che creano in prima persona questa vita spirituale; solo se non si lanciano loro bocconi, ma se si lavora spiritualmente in maniera unitaria con l’intera massa popolare. La cosa necessita però la liberazione della vita spirituale dalla costrizione statale e capitalista. Naturalmente in una breve conferenza non posso citare tutto ciò – e neanche tutto quello che si trova nel mio libro I punti essenziali della questione sociale – che ci sarebbe da dire sulla necessità di liberare la vita spirituale, e in particolare quella della scuola, dal controllo esercitato su di loro dallo Stato e dalla vita economica per renderle indipendenti. Questa, però, è la prima esigenza per la tripartizione dell’organismo sociale: una vita spirituale che si sviluppi a partire da sé stessa.

 

Non si deve avere timore di una tale vita spirituale. Non si deve nemmeno avere paura della cattiva opinione che si ha degli uomini, forse nel senso che si ha il timore che regredirebbero allo stato di analfabetismo, o cose simili, se i genitori fossero di nuovo liberi, senza l’obbligo statale di mandare a scuola i bambini. No, proprio il proletariato saprà sempre più ciò di cui è debitore alla formazione scolastica, e non lascerà mai i bambini fuori dalla scuola, anche se non ci sarà l’obbligo scolastico e se si sarà liberi di mandarceli o meno. E in particolar modo i sostenitori della scuola unitaria non dovranno avere paura che la scuola venga disturbata da una libera vita spirituale. Non potrà nascere nient’altro che una scuola unitaria se verrà promossa la libera vita spirituale.

 

Questo anzitutto era ciò che si doveva dire sullo scorporamento della vita spirituale dalla vita statale ed economica.

Il secondo ambito di vita che si deve esaminare, se si vuole studiare l’attuale questione sociale, è la vita giuridica. Gli uomini hanno sviluppato le opinioni più diverse sulla vita giuridica. Chi però è in grado di osservare e considerare questa vita giuridica proprio a partire dalla realtà, dice a sé stesso: enunciare qualsiasi definizione, qualsivoglia erudizione sul diritto è come se si volessero dare indicazioni erudite su ciò che è il colore blu o rosso. Chiunque abbia una vista sana può parlare del colore blu o rosso. Sulla coscienza del diritto, su quel diritto che compete ad ogni essere umano in quanto essere umano, può parlare ogni anima umana che sia desta. E nel caso del moderno proletariato si ha a che vedere con anime umane deste, sempre più deste.

 

In riferimento a questo fondamento giuridico della vita, la recente umanità però, in quanto appartenente alla cerchia delle classi dirigenti, ha fatto una strana esperienza. Queste classi dirigenti non poterono fare altro che diffondere nella vita una certa democrazia. Ebbero bisogno, per mettere in scena i loro interessi capitalistici, di un proletariato capace, un proletariato che avesse ricevuto un’educazione per determinate forze dell’anima. Nella vita economica moderna, capitalistica si potrebbe non avere bisogno dell’antica vita patriarcale. Ora, però, sorse qualcosa di estremamente sgradevole per una tale democrazia capitalistica unilaterale. L’anima umana, infatti, ha la particolarità 14 che, quando comincia a sviluppare in sé singole capacità o forze, poi ne suscita anche altre. Allora, però, l’umanità dominante voleva che a svilupparsi fossero preferibilmente solo quelle forze animiche che avrebbero reso il lavoratore adatto a lavorare in fabbrica. Ma invece accadde in modo spontaneo che le anime si svegliarono dal sonno delle antiche condizioni patriarcali e in loro si destò in particolar modo la coscienza dei diritti umani. E poi rivolsero il loro sguardo allo Stato moderno che dovrebbe incorporare il diritto. E si domandarono: è questo il terreno su cui davvero fiorisce il diritto? E che trovarono? Anziché diritti umani, privilegi per alcune classi e svantaggi per altre. E da ciò nacque quel fenomeno che si chiama moderna lotta di classe del proletariato dietro cui si nasconde né più né meno che la grande, legittima richiesta di un’esistenza umanamente degna per tutti gli esseri umani.

 

Questo è il secondo aspetto della questione sociale, la questione giuridica; ma non si riconosce cosa significhi se non si guarda al terzo aspetto, alla questione economica. Nella vita economica si sono riversate due cose che non appartengono assolutamente ad essa: una è il capitale, e l’altra è la forza lavoro umana, mentre alla vita economica appartiene in realtà solo ciò che accade sul mercato delle merci. Penso che gli ultimi anni, e in particolare il presente, potrebbero insegnare molto chiaramente agli uomini che la cosa più importante nel movimento sociale proletario è il proletario stesso. Ma riguardo a questo individuo proletario oggi, così come stanno le cose, non può giudicare in modo veritiero chi, poiché i tempi raccomandano tali atteggiamenti, si degna di parlare del proletariato sulla base di rappresentazioni generiche. No, di queste cose può parlare solamente colui che per destino è arrivato a pensare con il proletariato, a sentire con il proletariato. Uno deve avere visto con i propri occhi come per decenni il mondo del proletariato si riuniva di sera, nelle ore che potevano venir strappate al duro lavoro, per istruirsi sul movimento economico dei nuovi tempi, sul significato del lavoro, del capitale, sul significato del consumo di merci e della produzione; uno deve aver visto l’enorme necessità di formazione che nel proletario si è sviluppata in modo essenziale mentre, dall’altra parte della frattura sociale, all’interno delle classi più elevate, le persone frequentavano i loro teatri e si dedicavano ad altre attività, e tutt’al più arrivavano a gettare uno sguardo alla miseria del proletariato dall’alto delle loro tribune teatrali. Ma i proletari si sono evoluti, e lo hanno fatto proprio a partire dalla loro vita spirituale. E a chi oggi dice che la questione proletaria sia solo una questione del procacciarsi il pane per riempire lo stomaco, si deve rispondere quanto segue: è proprio un peccato che sia accaduto che la questione proletaria sia divenuta una questione di pane, che non si sia osservato prima qualcos’altro, e cioè il fatto che nel proletariato, a partire dall’intera sua aspirazione, sia sorta l’esigenza di un’esistenza degna dell’uomo, di un’esistenza in cui non bisogna far deperire corpo ed anima. E, in fondo, tutte le richieste del proletariato sono scaturite da questa esigenza fondamentale, e non da una mera questione di stomaco da sfamare. Ma mentre il proletariato tentava di pervenire in questo modo all’autocoscienza, mentre si interessava alle forme economiche dei nuovi tempi, si sviluppava in lui la coscienza di come egli sia inserito in questa vita, in quanto essere umano. Il proletario potè vedere, a partire dal suo punto di vista, come la vita veniva condotta da parte della classe dirigente. E allora gli veniva detto che la storia sarebbe ordinamento divino del mondo, oppure ordinamento morale del mondo, oppure ordinamento universale delle idee. Ma il proletario vedeva soltanto che le cerchie dirigenti vivevano, all’interno del loro ordinamento del mondo, come permetteva loro di vivere il valore aggiunto che il proletariato doveva procurare loro. Perciò le parole del manifesto comunista si impressero tanto fortemente negli animi dei proletari e li portarono alla coscienza della loro condizione. Nonostante tutti i progressi dei nuovi tempi, nonostante tutta la cosiddetta nuova libertà, il proletariato è condannato a vendere e a far comprare la propria forza lavoro sul mercato come una merce. Da ciò nacque l’essenziale rivendicazione: sono passati i tempi in cui l’essere umano può ancora far vendere o comprare una parte di sè. Il sentire del proletariato, che forse non sempre riusciva ad esprimere ciò con parole chiare, lo riportava a tempi antichi, ai tempi della servitù della gleba. E vide come da questi tempi antichi si sia mantenuta invariata la pratica dell’acquisto della sua forza lavoro. Perchè nel rapporto salariale si trova solo questo e nient’altro. Il proletario si diceva: le merci appartengono al mercato, le si porta al mercato, le si vende, e poi si ritorna a casa con il ricavo. Io devo vendere al datore di lavoro la mia forza lavoro, ma non posso andare da lui e dirgli: eccoti la mia forza lavoro in cambio di tot soldi, arrivederci! Eh no! Io devo consegnare me stesso come merce, è ovvio, perchè, in quanto essere umano, non posso separare la mia forza lavoro da me stesso! Questo è ciò che il proletariato sente come un’esistenza indegna dell’essere umano.

 

A questo punto emerge la domanda cruciale: cosa deve accadere affinché la forza lavoro in futuro non sia più merce? Oggi gli uomini, in quanto appartenenti alle classi dirigenti, in fin dei conti non stanno neanche tanto a pensare alla forza lavoro. Questa gente apre il portafogli, e paga questo o quel prezzo in banconote. La grande questione è se poi in realtà costoro riflettano sul fatto che in ciò che danno sotto forma di banconote, che distribuiscono forse anche come coupon, è racchiuso il fatto di fare ricorso ad un corrispondente impiego di forza lavoro del proletariato. Ad ogni modo la classe dirigente non si dà pena di concepire dei pensieri che siano abbastanza forti da afferrare la vita sociale. Il punto è che la forza lavoro umana non può essere comparata nel prezzo con una qualsiasi altra merce, la forza lavoro umana è qualcosa di completamente diverso da una merce. Questa forza lavoro umana deve scaturire dal processo economico. E non ne può scaturire in nessun altro modo se non considerando la vita economica come un arto dell’organismo sociale, disarticolato dall’organismo statale, ovvero giuridico, dall’organismo politico. Poi può entrare in scena ciò che vorrei chiarire con un paragone. La vita economica confina, da una parte, con i fondamenti della natura. In un campo economico chiuso non si può amministrare in qualsiasi maniera. Attraverso l’ausilio di mezzi tecnici si può sfruttare il terreno o cose simili. Ma entro certi limiti ci si deve adattare ai fondamenti della natura. Pensate ad un certo numero di latifondisti, a loro modo comunque capitalisti, che dicano: volendo rimanere entro questo bilancio e volendone avere uno migliore, dovremmo avere cento giornate di pioggia in estate, nel mezzo dei giorni di sole, e così via. Naturalmente sono sciocchezze, ma la cosa ci fa porre l’attenzione su come, da un lato, non si possano cambiare i fondamenti della natura, su come non possiamo pretendere dalla vita economica che le forze di natura nel terreno preparino in questo o quel modo il chicco di grano. Dobbiamo adattarci alle forze di natura; esse si trovano accanto alla vita economica.

 

Dall’altro lato la vita economica deve essere limitata dalla vita giuridica, il che significa: quanto meno le forze di natura dipendono dalla congiuntura sul mercato delle merci, tanto meno la forza lavoro umana può dipendere dalla congiuntura sul mercato delle merci. La forza lavoro umana deve essere presa dalla vita economica come una forza della natura e deve essere posta sul terreno giuridico. Quando è posta sul terreno giuridico, poi su questo terreno giuridico potrà svilupparsi tutto ciò in cui un uomo è uguale all’altro, tutto ciò in cui si sviluppano solo veri diritti umani, in cui si può sviluppare anche il diritto del lavoro. Misura, modo e tempo del lavoro devono venire fissati prima che il lavoratore entri nel processo economico. Solo allora egli potrà stare da uomo libero di fronte a colui che poi, come vedremo tra poco, non sarà più un capitalista, ma la persona che dirige il lavoro, un collaboratore spirituale.

 

Per quanto si possa ancora dire bene del cosiddetto contratto di lavoro, fintanto che questo sarà un contratto salariale ne deriverà sempre l’insoddisfazione del lavoratore. Soltanto quando non potranno più essere stipulati contratti sulla forza lavoro, bensì solo sulla produzione in comune di chi dirige il lavoro e di chi lo svolge manualmente, quando potrà venire stipulato un contratto solo sul prodotto che nasce da questa collaborazione, ne deriverà un’esistenza umanamente degna per tutte le parti coinvolte. Allora il lavoratore starà di fronte al direttore del lavoro come un libero socio. Questo è ciò a cui mira in fin dei conti il lavoratore, seppure ancora oggi non se ne possa fare un’idea del tutto chiara. Questo è ciò che si trova nella vera questione economica del proletariato e nella sua reale rivendicazione economica: liberazione della forza lavoro dal ciclo economico, collocazione del diritto della forza lavoro all’interno del secondo arto dell’organismo sociale tripartito, nel campo giuridico. E in questo campo giuridico c’è un’altra cosa che deve ricevere una nuova forma; e questa cosa è proprio quella la cui eventuale riforma provoca negli uomini d’oggi enorme sconcerto e stupore: la riforma del capitale. Per quanto riguarda la proprietà privata, oggi gli uomini pensano con coscienza sociale per lo meno fino ad un certo grado, ossia nel campo che a loro appare il meno difficile di tutti: il campo spirituale, perché in campo spirituale vale, perlomeno in linea di principio, un atteggiamento sociale rispetto alla proprietà. Ciò che qualcuno produce – anche nel caso di una persona molto intelligente e dotata, le cui facoltà certamente sono con lui o lei dalla nascita, ma questo è un altro capitolo – ciò che produciamo di valore dal punto di vista sociale, anche spiritualmente, lo produciamo per il fatto di stare all’interno di una società, di operare attraverso la società. Sul piano spirituale questo si ritrova nel fatto che, per lo meno in linea di principio, di ciò che una persona produce a livello spirituale e di cui gode i diritti, non va più nulla ai suoi eredi dopo trent’anni dalla sua morte – i tempi, però, potrebbero venire ulteriormente accorciati. I tempi possono dunque venire accorciati, ma viene per lo meno riconosciuto in linea di principio che ciò che è proprietà spirituale diventa proprietà della collettività nel momento in cui il singolo non è più presente con le sue capacità individuali per amministrarlo. La proprietà spirituale non può passare in nessun modo a chi non ha nulla a che fare con la sua produzione.

 

Ora dite che oggi la storia stessa esige che in futuro debba verificarsi la stessa cosa con il capitale materiale! Andatelo a dire oggi alle persone che si sono formate sulla base di un’educazione capitalistica, e vedrete che facce sbalordite faranno! È tuttavia una delle più importanti richieste del presente che il capitale d’ora innanzi non venga posto all’interno del processo sociale nella stessa maniera in cui oggi vi si trova. Si tratta del fatto che in futuro ognuno, sulla base delle proprie facoltà, dovrà giungere ad amministrare quelli che sono i mezzi di produzione in un determinato ambito. E il capitale è, in realtà, un mezzo di produzione, per questo lo stesso lavoratore ha il più grande interesse a che vi sia un buon direttore spirituale come amministratore; perché, grazie a questo fatto, lui stesso potrà lavorare al meglio. Infine, il capitalista è come la quinta ruota del carro: non è affatto necessario. Questo è qualcosa che si deve riconoscere. Pertanto è necessario che in futuro si trovino mezzi di produzione in un determinato ramo economico o anche per un determinato scopo culturale; ma dopo che il venir meno delle capacità individuali della persona o dei gruppi di persone che procurano i mezzi di produzione non giustifica più la loro proprietà personale, questi mezzi di produzione devono a loro volta passare, come ho descritto nel mio libro “I punti essenziali della questione sociale”, a persone del tutto diverse, non agli eredi, ma a persone del tutto diverse che abbiano però le più grandi capacità di amministrare questi mezzi di produzione esclusivamente al servizio della comunità.

 

Come il sangue circola nel corpo umano, così nel futuro i mezzi di produzione, cioè il capitale, circolerà nella collettività dell’organismo sociale. Come il sangue non deve ristagnare nell’organismo sano, ma deve circolare per tutto il corpo, deve fecondare tutto, così in futuro il capitale non dovrà accumularsi in nessun punto dell’organismo sociale come proprietà privata. Se ha svolto il suo compito in un posto, tanto più deve passare a chi lo amministra al meglio. In tal modo il capitale viene spogliato di quella funzione che ha portato oggi ai più grandi danni sociali.

 

La gente molto assennata che parla a partire dal punto di vista capitalista dice però a ragione: tutta l’economia consiste nel fatto che dei beni presenti vengano impiegati affinché si possano ottenere dei beni futuri. È verissimo, ma se si deve amministrare la cosa in questo modo – in modo tale che dunque attraverso il passato vengano posti i germi per l’economia del futuro, affinché l’economia non muoia -, allora il capitale deve prendere parte a ciò che sono le caratteristiche dei beni. Ma oggi abbiamo di nuovo facce sbigottite al massimo grado quando si parla di questi necessari sviluppi futuri. I beni reali hanno invece la particolarità di venire utilizzati. Nell’utilizzo a poco a poco essi percorrono la via di tutto il vivente. L’ordinamento economico che abbiamo avuto fin’ora ha portato il capitale a non percorrere questa via di ciò che è vivente. Il capitale lo si deve solo possedere, e questo basta a strapparlo via dal destino di tutto quello che sta all’interno del processo economico. Già Aristotele ha detto che il capitale non dovrebbe fare figli, e invece non solo fa figli, ma questi figli crescono pure fino a diventare adulti; si può contare il numero di anni in cui il capitale si raddoppia se è lasciato a sé stesso. Altri beni per cui il capitale dovrebbe fungere solo da rappresentante hanno la particolarità che o si consumano, oppure non possono più venire usati se non li si utilizza nel momento giusto. Al capitale, se è capitale in denaro, deve venire impressa la caratteristica di prendere parte al destino di tutti gli altri beni. Mentre la nostra vita economica guarda con rispetto il fatto che il capitale in un certo tempo si raddoppi, una sana vita economica dovrebbe portare al fatto che il mero capitale in denaro nel medesimo periodo scompaia, non sia più in essere. Oggi suona ancora come qualcosa di orribile se si dice alla gente che fra quindici anni non avrà il doppio del suo capitale, ma che dopo un adeguato lasso di tempo questo capitale in denaro non dovrà esserci più perché ciò che si nasconde in esso dovrà prendere parte al consumo. Certamente si potrà tener conto di quella parte di capitale che è immobilizzata come risparmio o cose simili.

 

Così oggi ci troviamo di fronte non ad un piccolo bilancio, ma ad una grande resa dei conti. E dobbiamo avere il coraggio di dichiararci a favore di questa grande resa dei conti, altrimenti l’ordine sociale, o per meglio dire, il disordine sociale, il caos sociale si abbatterà improvviso su di noi. Gli uomini oggi non si danno molto pensiero del fatto che, in fondo, stanno ballando su di un vulcano. Hanno più interesse semplicemente a continuare a fare ogni cosa come si è sempre fatto in precedenza, mentre il tempo esige da noi non solo che si cambino alcune consuetudini, bensì che ci sia un radicale cambiamento fin dentro le nostre abitudini di pensiero.

 

Se la forza lavoro e il capitale vengono posti fuori dal processo economico, dove poi il capitale fluisce alla comunità e la forza lavoro viene restituita al diritto dell’uomo libero, allora nel processo economico si troveranno solo il consumo, la circolazione e la produzione di merci. Allora nel processo economico si avrà solo a che fare con il valore delle merci. E dunque, all’interno di questo processo economico che ora si regge su sé stesso quale membro di un sano organismo sociale, potrà nascere un sistema di cui si potrà dire: non si produce solo per produrre, ma si produce per consumare. A questo punto nasceranno poi quei sindacati, quelle associazioni che saranno sì formate dalle categorie professionali, ma dai consumatori insieme ai produttori. E allora nascerà da queste corporazioni ciò che oggi è affidato al capriccio del mercato delle merci. Oggi a decidere è un qualcosa sul mercato delle merci che è del tutto estraneo al pensiero umano, al giudizio umano: il meccanismo della domanda e dell’offerta. In futuro sarà la corporazione a decidere ciò che determina la formazione del prezzo e del valore dei beni a partire dal mercato. Solo per questa via una persona produrrà così tanto che ciò che è stato prodotto avrà il valore di tutte le merci a lei necessarie per soddisfare i suoi bisogni fino a quando non avrà prodotto di nuovo quella stessa merce. Questa sarà una giusta vita economica. Sarà una vita economica in cui il prezzo di una categoria di merci non supererà in maniera sproporzionata i prezzi di altri tipi di merce. Oggi, poiché il salario si trova ancora all’interno del processo economico e il lavoratore non è il libero socio del direttore spirituale avviene che, all’interno del processo economico, il lavoratore da una parte debba continuamente lottare per l’aumento del suo salario, e dall’altra, appena un buco viene chiuso se ne apre un altro: il salario aumenta, ma i generi alimentari diventano più cari e così via. Questo accade soltanto in un processo economico che viene inquinato da rapporti capitale-salario. In un processo economico in cui sono le corporazioni e i sindacati a determinare i valori delle merci, e non il meccanismo di domanda e offerta che è soggetto al caso, in un processo economico in cui si parta dalla ragione, solo in un tale processo economico l’essere umano potrà trovare un’esistenza umanamente degna. Ad un tale processo economico, in fondo, aspirano le masse proletarie; questa è la loro reale rivendicazione nella vita economica.

 

Oggi si vede più chiaramente questa rivendicazione all’opera nei singoli settori della vita economica. Prendiamo ad esempio la questione dei consigli di fabbrica che è stata rovinata in modo assurdo dalle attuali leggi. Se i consigli di fabbrica fossero veramente ciò che il proletariato esige che essi debbano essere, non dovrebbero solo limitarsi a reggere lo strascico dello Stato in ogni direzione, come avveniva una volta per la vita spirituale, ma dovrebbero poter sviluppare all’interno della vita economica un’attività sociale veramente proficua. Perché questo si realizzi, però, la vita economica dovrà essere posta nel proprio ambito, e inoltre dovrà formarsi qualcosa di diverso da questi consigli di fabbrica, dovranno costituirsi dei consigli sulla circolazione delle merci e altri tipi di consigli; questi dovranno nascere a partire dalla vita economica e creeranno ordinamenti a partire da esperienze economiche.

 

So che oggi molta gente dice: all’interno della vita economica non vi è la cultura per giungere a quello a cui si vuole giungere. Così dice la gente che parla sempre di ideali per evitare di fare quanto sarebbe possibile nella realtà concreta. Così parla la gente per la quale gli ideali sono qualcosa verso cui non si dovrebbe tendere, perché in tal modo si evita di aspirare anche a quanto è più a portata di mano. Chi sa che la conoscenza che deriva dall’esperienza e dalla prassi ha infinitamente più valore di tutto ciò che viene calato dall’alto, sa anche che tali consigli aziendali non possono venire istituiti soltanto per singole aziende, ma devono essere interaziendali. I consigli di fabbrica devono collegare le singole imprese con imprese totalmente diverse, devono farsi tramite per questo collegamento, devono svilupparsi come consigli generali d’impresa, consigli generali di comunicazione, consigli generali economici. Se la cosa cresce sul terreno della vita economica allora si giungerà al fatto che questi consigli non esistano solo per decorazione ma diventino fattore umano, figure centrali della vita economica stessa. Ma questo è ciò che è necessario.

 

Ciò che chiamo la tripartizione dell’organismo sociale non è nato realmente da nessuna cavillosità, né da una grigia teoria, bensì da una reale osservazione delle necessità di vita del presente e del futuro. Ed è davvero un peccato che oggi si trovino così pochi uomini che siano in grado, a partire dalla vita spirituale per come si è delineata fino ad oggi, di dirigere lo sguardo a questa necessità di vita, alla realtà stessa. La gente disprezza oggi proprio ciò che è pratico dicendo: è ideologia, è utopia. Cosa sta veramente alla base di ciò? Alcuni dicono: la socializzazione dei mezzi di produzione è necessaria. Lo dico anch’io. Ma dico anche: è necessario conoscere la strada per la quale si giunge a ciò. Oggi ho soltanto appena abbozzato ciò che intendo. Oggi non abbiamo solo bisogno di mete, bensì anche delle vie e del coraggio per percorrerle. Molta gente mi dice che ciò che dico è difficile da comprendere. Ma per comprendere quanto dico è necessario impegnarsi un po’ di più di quanto oggi normalmente si faccia per capire qualcosa. È necessario osservare in profondità la vita reale, e non giudicare la vita a partire da una qualche esigenza soggettiva. È inoltre necessario che ci si innalzi interiormente a raccogliere il coraggio per pensare in modo radicale a certe cose, proprio come il nostro tempo esige da ogni uomo sveglio.

 

Tuttavia ho sperimentato negli ultimi quattro o cinque anni che le persone hanno capito cose che io non ho capito. Quando provenivano da certi luoghi hanno addirittura messo le cose che pretendevano di capire incorniciate in cartelloni per poterle avere sempre sotto gli occhi. Cose che provenivano da grandi quartieri generali o luoghi simili, però la comprensione doveva venire prima imposta loro da qualcuno. Ma nessuno può ordinare la comprensione di quanto deve essere compreso a partire dall’interiore coraggio di vivere. Ora è giunto il tempo in cui gli uomini non dovranno più farsi imporre di capire qualcosa, ma dovranno essere loro stessi in grado di formarsi un’idea corretta, a partire dalla loro esperienza di vita e dalla loro osservazione spregiudicata della vita, su quanto è necessario fare, prima che sia troppo tardi.

 

Ma oggi si fanno strane esperienze. Non racconto volentieri cose personali, ma oggi sono queste cose personali che dominano la vita. Nell’aprile del 1914 fui invitato, nell’ambito di una riunione piuttosto ristretta a Vienna – proprio a Vienna, di tutti i posti possibili, in Austria, da dove è partita la catastrofe della Guerra Mondiale -, ad esprimere il mio giudizio sulla situazione sociale, che allora non era soltanto la situazione sociale del proletariato, ma la questione sociale che riguardava l’intera Europa. Accennai al fatto che la questione sociale in Europa tende a sviluppare uno stato di ulcerazione, e in effetti proprio da ciò si è poi originata la Guerra Mondiale. Mi vidi costretto a riassumere il mio giudizio su questa situazione con le parole – era l’aprile del 1914, tenete a mente la data -: chi esamina in profondità le nostre relazioni sociali, il modo in cui si sono a poco a poco formate, può giungere solo ad avere grande preoccupazione per la vita culturale, perché vede come nella nostra vita sociale si sviluppa un carcinoma, una sorta di malattia cancerosa che dovrà esplodere nella maniera più terribile nel prossimo futuro.

 

Allora dovetti accennare a ciò a cui il capitalismo mondiale spingerà gli uomini nel prossimo futuro. Chi allora diceva ciò veniva naturalmente screditato come un idealista privo di senso pratico, un utopista, un ideologo, perché i pratici allora parlavano in maniera del tutto diversa. Come parlavano i pratici della situazione generale del mondo? Non parlavano di malattia cancerosa. Si esprimevano per lo più come faceva il Ministro degli Esteri tedesco agli inizi del 1914 quando si rivolgeva agli illustri signori del parlamento tedesco – e saranno di certo stati illustri perché erano stati chiamati a svolgere quel ruolo – : andiamo verso tempi di pace perché la distensione generale fa bei progressi. Ci troviamo nei migliori rapporti con la Russia; il gabinetto di Pietroburgo non ascolta il vociare della stampa. Con l ’Inghilterra sono state avviate promettenti trattative che saranno concluse nel prossimo futuro a favore della pace mondiale. I due governi si trovano in una posizione tale che i loro rapporti vanno facendosi sempre più stretti. Così parlava chi era pratico e non veniva tacciato di idealismo. E la distensione generale fece tali progressi che ne seguì ciò che tutti abbiamo vissuto così dolorosamente. Qualcuno potrà provare certamente una strana sensazione all’udire quanto si è potuto udire recentemente alla conferenza della Società delle Nazioni dove la gente parlava di tutto il possibile a partire da vecchie abitudini di pensiero; solo che non parlavano in maniera adeguata di quello che è il più grande movimento del presente, del movimento sociale che è il solo capace di fondare una reale Società delle Nazioni.

 

E poi talvolta si ricevono risposte del tutto particolari da parte di persone molto intelligenti che ragionano sulla base di vecchie abitudini di pensiero. Recentemente a Berna un signore molto intelligente mi rispose – lungi da me l’intenzione di disconoscere l’intelligenza della gente -: non riesco ad immaginare come da una tripartizione possa scaturire qualcosa di speciale; tutto deve essere un’unità. Il diritto non può certo nascere solo sul piano politico, e così via. È necessario che il diritto si sviluppi appunto sul terreno del diritto, e allora anche la vita economica avrà il suo diritto, e così pure la vita spirituale il suo. E quando si dice che l’unità dell’organismo sociale viene fatta a pezzi io dico: per me non si tratta di questo! Non si tratta di dividere il ronzino, bensì di porlo sulle sue quattro zampe. Non si tratta di fare a pezzi l’organismo sociale, bensì di porlo sulle sue tre gambe sane, su una sana vita giuridica, su una sana vita economica, su una sana vita spirituale. E allora si svilupperà certamente questa unità che oggi si adora come un idolo nella sua forma di Stato unitario, ma che si deve subito abbandonare se si vuole il socialismo.

 

Per più di un secolo gli uomini hanno ripetutamente parlato del grande ideale sociale dell’umanità, dei più grandi impulsi sociali: uguaglianza, libertà, fratellanza. Certo, gente molto intelligente del diciannovesimo secolo ha ripetutamente dimostrato che questi ideali non erano realizzabili, perché li si è visti esclusivamente sotto l’ipnosi dello Stato unitario; da ciò deriva la contraddizione. Però oggi è arrivato il tempo in cui questi ideali devono venire realizzati, in cui questi tre impulsi della vita sociale devono venire afferrati; e possono venire realizzati solo nell’organismo sociale tripartito. Nella vita spirituale, che deve rimanere sul proprio terreno, devono venire sviluppate le facoltà individuali come sul terreno della libertà. Nel campo del diritto deve dominare ciò in cui ogni essere umano è uguale all’altro, e sulla cui base ogni essere umano divenuto maggiorenne possa regolare, da sé stesso o attraverso un suo rappresentante, il suo rapporto con altri esseri umani, e anche il rapporto di lavoro. Infine, sul terreno della vita economica deve predominare quella vera fraternità che può fiorire solo nelle cooperative, siano esse di consumatori o di produttori.

 

Nell’organismo sociale tripartito domineranno libertà, uguaglianza e fraternità, perché esso ha tre arti: libertà sul terreno della vita spirituale, uguaglianza sul terreno democratico della vita giuridica, fratellanza sul terreno della vita economica.

 

Oggi ho potuto fare soltanto un accenno da singoli punti di vista a ciò su cui è necessario riflettere in questo tempo attuale così profondamente serio: ciò su cui è massimamente necessario riflettere se si vuole seriamente intervenire per venire fuori dalla confusione e dal caos, per non inoltrarsi ancora più profondamente in questa confusione e in questo caos. Oggi è necessario non solo pensare a piccoli cambiamenti, ma trovare il coraggio di confessare a sé stessi che si è arrivati al momento di una grande resa dei conti. Chi può vedere veramente con anima desta ciò che ora è solo agli inizi deve dire a sé stesso: non avremo molto tempo per riflettere. Per questo motivo preferiamo imboccare una via che possiamo iniziare a percorrere ogni giorno. E ogni giorno può venire iniziato ciò che è dato attraverso l’organismo sociale tripartito. Soltanto colui che vuole continuare a navigare in quella prassi che ci ha portato alla catastrofe mondiale chiamerà ciò che è pratico un idealismo non pratico. Se si deve realizzare qualcosa di sano nella vita sociale sarà necessario che si abbandoni del tutto quella superstiziosa idolatria della prassi che non è altro che brutale egoismo umano. Ci si dovrà riconoscere in quell’idealismo che non è un idealismo unilaterale, bensì vera prassi di vita. Chi riflette seriamente sul nostro tempo si porrà oggi la domanda: come possiamo riuscire a trovare la via che ci porta ad un rimedio per quello che ci viene incontro come danno sociale? E sarebbe desiderabile che sempre più esseri umani giungano a questa via prima che sia troppo tardi. E fra pochissimo potrebbe essere già troppo tardi.

 

 

By | 2018-11-13T12:12:16+01:00 Novembre 13th, 2018|LIBERTA' DI PENSIERO E FORZE SOCIALI|Commenti disabilitati su 01 – LA TRIPLICE FORMA DELLA QUESTIONE SOCIALE