/////02 – ASTRAZIONE E REALTÀ NELLA VITA SOCIALE

02 – ASTRAZIONE E REALTÀ NELLA VITA SOCIALE

Astrazione e realtà nella vita sociale.

O.O. 186 – Esigenze sociali dei tempi nuovi – 30.11.1918


 

Sommario: Richieste fondamentali del bolscevismo russo. Funzione del denaro e distacco fra rimunerazione del lavoro e procacciamento dei mezzi di sussistenza. Astrazione e realtà nella vita sociale.

 

Se si considera il fondamento della nostra scienza dello spirito ad orientamento antroposofico in relazione ad altre concezioni del mondo che sorgono ora, e ve ne sono invero molte, si noterà fra l’altro un punto caratteristico, e cioè che la scienza dello spirito ad orientamento antroposofico, in quanto concezione del mondo e di vita, si sforza di applicare alla vita ciò che può conoscere indagando nel mondo spirituale. Chi ha un senso per l’essenziale che conta, appunto rispetto agli urgenti e roventi problemi del nostro presente, potrà forse anche capire che proprio nella relazione delle grandi concezioni con la vita immediata sta ciò che necessita al presente e al prossimo futuro perché, fra i motivi che hanno provocato l’attuale situazione catastrofica dell’umanità, uno dei non meno importanti è il fatto che tutte le concezioni degli uomini – radicate sia nel settore religioso, sia in quello scientifico o in quello estetico – hanno perduto nel corso del tempo la connessione con la vita. Vi era quasi un’inclinazione, si potrebbe dire un’inclinazione perversa, che voleva staccare la cosiddetta vita pratica quotidiana, nel senso più lato, da quanto si ricercava per propria soddisfazione in campo religioso o in quello delle concezioni del mondo. Si pensi soltanto a come negli ultimi secoli la vita abbia assunto a mano a mano l’aspetto dovuto al fatto che la gente si adeguò al mondo esterno, al fatto che, per modo di dire, era gente pratica ed organizzò la vita secondo principi « pratici », dedicandosi poi ogni giorno per mezz’ora, più o meno, o per niente affatto, oppure alla domenica, alla soddisfazione delle esigenze del cuore e dell’anima, al fine di trovare un nesso col divino-spirituale che compenetra il mondo.

 

Tutto ciò prenderà senz’altro un diverso assetto se la scienza dello spirito antroposofica potrà impadronirsi degli uomini. Avverrà che da questa concezione del mondo sgorgheranno pensieri utilizzabili nella vita più immediata, e che essi ci metteranno nella condizione di giudicare la vita in tutti i campi a ragion veduta. La nostra concezione del mondo ad orientamento antroposofico non deve affatto seguire il principio del sermone pomeridiano della domenica, ma tutta la vita, durante tutti i giorni feriali ed anche la domenica, dovrà essere compenetrata da quello che la concezione del mondo antroposofica può dare al mondo. Proprio perché ciò non è avvenuto fino ai nostri giorni, il mondo è entrato mano mano in un caos. Si è trascurato di tener d’occhio quello che accade veramente nell’ambiente più prossimo, ed oggi si è sorpresi che si manifestino chiaramente le conseguenze di quella trascuratezza. In avvenire si sarà ancor più sorpresi, in quanto le conseguenze si manifesteranno ancor più chiaramente.

 

Al giorno d’oggi non si dovrebbe in nessun caso trascurare quel che si prepara nell’umanità su tutta la terra. Bisognerebbe cercare di penetrare, con giudizi che ci mettano in grado di comprendere i grandi impulsi presenti negli eventi del mondo, in ciò che oggi sta parzialmente in modo tanto enigmatico davanti alle anime degli uomini, e che minaccia di trasformare la struttura sociale in un caos. Non si dovrebbe continuare lasciando che le cose accadano come vogliono, senza cercare di penetrarle col proprio sano giudizio.

 

Deve cessare il principio che sostiene: « Questo è di tutti i giorni; questo è profano; quest’altro riguarda la vita esteriore; distogliamocene e rivolgiamo lo sguardo al divino-spirituale ». Bisogna che incominci il tempo in cui anche i fatti più comuni vengano messi in relazione col divino-spirituale, il tempo nel quale le cose desunte dal mondo spirituale non vengono considerate solo dal punto di vista più astratto.

 

Nel corso di queste considerazioni ho detto che un mutamento favorevole nel movimento sociale e potrà aver luogo soltanto se crescerà l’interesse del singolo per il suo prossimo. La struttura sociale è appunto la struttura che collega gli uomini socialmente. Essa può risanarsi soltanto se l’uomo sa di farne parte, se sta coscientemente nella struttura sociale. Il fenomeno malsano del presente, quello che ha provocato la catastrofe, è il fatto che gli uomini hanno trascurato di avere dei princìpi in merito al come stare nella comunità sociale. L’interesse che ci collega come esseri umani ad altri uomini è cessato, anche se la gente spesso crede di avere un siffatto interesse. Il giusto principio teosofico: «Amo tutti gli uomini, mi interesso a tutti gli uomini » non risana perché è astratto e non afferra la vita reale. Si tratta invece di agire sulla vita reale; questo appunto deve essere compreso più profondamente. L’incomprensione della vita reale è stata proprio una caratteristica degli ultimi secoli. Ma gli ultimi secoli, senza che gli uomini avessero seguito il processo, hanno provocato la situazione attuale, e daranno origine alla situazione futura. Non può essere altrimenti, nella vita storica dell’umanità, se non che gli uomini accompagnino anche col pensiero ciò che succede, ciò che avviene nella vita sociale in mezzo a loro. Ma gli eventi che si svolgono già da un tempo relativamente lungo non possono essere seguiti altrimenti se non acquistando un sano senso per certi fenomeni. All’osservatore obiettivo si manifestava fin troppo chiaramente che quasi in tutto il mondo si amministrava, si regnava, e si continua ancora secondo princìpi che in realtà da secoli erano antiquati, mentre negli ultimi secoli la vita è naturalmente progredita. Un fenomeno essenziale intervenuto nello sviluppo dell’umanità è l’industria moderna che ha creato tutto il proletariato moderno. Ma il sorgere del proletariato moderno non è stato accompagnato da pensieri. I ceti dirigenti hanno continuato a vivere nel modo usato, hanno occupato i posti dirigenti come erano abituati ad occuparli da secoli, e senza aver fatto alcunché, senza aver accompagnato con pensieri il processo storico mondiale; dai fatti, dal susseguirsi dei fatti, dalla costituzione dell’industria moderna, che è iniziata nel secolo diciottesimo principalmente col telaio meccanico e con la macchina per filare, si è formato il moderno proletariato. Così il destino storico del presente e del prossimo avvenire del mondo dipende da ciò che possiamo anche dire « folleggia » per il mondo nelle teste del proletariato moderno. Il proletariato aspira infatti al potere, alla maggioranza, e dovrà essere considerato nelle sue azioni come lo sono i risultati dei fenomeni naturali, come azione degli elementi, non come qualcosa suscettibile di critica, che può piacere o non piacere, qualcosa su cui si discute a seconda che abbia fatto un’impressione a Caio o a Sempronio; e dovrà essere giudicato all’incirca come un terremoto o un’alta marea.

 

Così vediamo in primo luogo che si prepara ciò che proviene dal proletariato moderno o, forse meglio, dalle tendenze e dalle sensazioni del proletariato moderno; direi che vediamo come un combattimento d’avanguardie ciò che da un certo lato si manifesta nel bolscevismo russo. Il bolscevismo russo – l’ho detto varie volte – naturalmente non si adatta alla caratteristica originale del popolo russo. È stato introdotto dal di fuori. Ma non si tratta neppure di questo, se si vogliono considerare i fatti; esso si è ormai molto diffuso nel territorio che precedentemente era degli Zar, e lo si deve osservare come un fenomeno naturale che ha in sé l’impulso ad estendersi sempre di più.

 

Anzitutto, quando si osserva un fenomeno come il bolscevismo russo, non bisogna tener conto dei fenomeni collaterali. Bisogna considerare il punto più importante. Vi saranno state forse delle ragioni contingenti perché esso abbia preso l’avvio proprio nel 1917, o perché manifesti questo o quel fenomeno esteriore. Ho fatto presente che non è neppure estranea all’improvvisa manifestazione del bolscevismo l’incapacità di Ludendorff a trarsi d’impaccio, ed altro ancora. Ma bisogna lasciare da parte tutto questo, se si vogliono osservare con profitto le cose, se si devono osservare gli impulsi che vivono nel bolscevismo russo. Bisogna domandarsi schiettamente che cosa vuole il bolscevismo russo, come si pone esso in tutta l’evoluzione dell’umanità. Infatti è indubbio che esso non è un fenomeno effimeramente passeggero, ma un fenomeno che agisce profondamente nella storia del mondo. Ed è straordinariamente importante porsi una buona volta dinanzi l’immagine che il bolscevismo russo si fa della fondamentale struttura sociale, per poterlo poi osservare quasi nel suo sorgere dagli impulsi storici più profondi.

 

Ebbene, se si considerano le caratteristiche fondamentali del bolscevismo russo bisogna dire che, il suo sforzo principale tende a distruggere, ad eliminare dal mondo quella che, nel senso del marxismo, abbiamo’ caratterizzato come borghesia. Questa è, per così dire, la sua massima fondamentale: divellere dalla radice tutto ciò che, nel corso dell’evoluzione storica, è borghese; divellerlo perché, secondo il suo punto di vista, è dannoso all’evoluzione dell’umanità. Varie sono le vie per non consentirglielo. In primo luogo il superamento di tutte le differenze di classe fra gli uomini. Il bolscevismo non ne vuol sapere di un superamento obiettivo delle differenze di classi e di caste nel senso da me ieri nuovamente esposto. Infatti esso stesso pensa in modo del tutto borghese, mentre ciò che ho descritto di nuovo ieri non è pensato in maniera borghese, ma in modo umano. Esso vuole superare a modo suo le differenze di classe, le differenze di caste. Esso fa la considerazione che la struttura degli stati odierni si basa sulla concezione borghese del mondo. Pertanto le forme degli stati attuali devono sparire. Tutto quanto rappresenta appendici della borghesia negli stati attuali, quali l’ordinamento poliziesco, l’ordinamento militare, l’ordinamento giudiziario, devono sparire. Ciò che la borghesia ha creato per la sua sicurezza, per la sua giustizia, deve sparire con la borghesia. Tutta l’amministrazione, tutta l’organizzazione della struttura sociale deve passare nelle mani del proletariato. Questo farà sì che lo Stato, nella forma in cui è esistito fin qui, inaridisca, e che il proletariato amministri la complessiva struttura umana, tutta la convivenza umana.

 

Non si può arrivare a ciò attraverso le vecchie organizzazioni che appunto la borghesia ha creato per sé, non vi si può arrivare eleggendo per esempio secondo un sistema elettorale qualsiasi parlamento o rappresentanti del popolo, come si fa in una concezione di vita borghese. Se si continuasse infatti ad eleggere tali corpi rappresentativi, la borghesia continuerebbe solo a rigenerarsi negli stessi. Con tutti i corpi rappresentativi, eletti con un sistema elettorale qualsiasi, non si raggiungono dunque le mete cui si tende.

 

Occorre quindi che anzitutto vengano introdotte le misure che promanano dal proletariato stesso, misure che non possono svilupparsi in una testa borghese, in quanto la testa borghese necessariamente adotterà misure che devono essere superate, ma che scaturiscono invece da una testa di proletario. Pertanto nessuna funzione dovrà essere espletata da un’assemblea nazionale statale, ma unicamente dalla dittatura del proletariato; vale a dire la complessiva struttura sociale deve passare alla dittatura del proletariato. Solamente il proletariato sarà capace di eliminare veramente dal mondo la borghesia, in quanto essa, stando nei corpi rappresentativi, non sarebbe capace di eliminarsi, mentre appunto si tratta di privarla di ogni diritto. Per questo motivo possono avere influenza sulla struttura sociale quelle persone che sono veramente proletarie, che eseguono cioè lavori utili alla comunità. Nel senso di questa concezione proletaria non ha diritto elettorale chi in una qualche forma si procura servigi da altri uomini, pagandoli. Dunque chi dà impiego a gente, chi prende gente al proprio servizio, pagando per il servizio che viene prestato, non ha diritto a prendere parte alla struttura sociale; non ha dunque nemmeno diritto elettorale. Egualmente non ha diritto elettorale chi vive, per caso, degli interessi delle proprie sostanze, chi dunque ne gode gli interessi. Diritto elettorale non ha nemmeno chi è commerciante, vale a dire chi non esegue opera attiva, o chi è intermediario. Allora tutte le persone che vivono d’interessi, che impiegano altra gente e la pagano, che commerciano o sono intermediari, non possono far parte di organi di governo, quando domina la dittatura del proletariato. Durante la dittatura del proletariato non esiste universale libertà di parola, libertà di riunione, di organizzazione; possono tenere riunioni e organizzarsi solo coloro che eseguono opera attiva. A tutti gli altri è vietata la libertà di parola, il diritto di riunione, il diritto di organizzarsi in società o associazioni. Così pure godono libertà di stampa solo coloro che eseguono opera attiva. La stampa della borghesia viene soppressa, non è tollerata. Questi sono all’incirca i princìpi che devono regolare, direi, il periodo transitorio. Quando poi questi principi avranno dominato per un certo tempo – questo si ripromette la concezione proletaria dal suo operato – esisterà soltanto attiva umanità operante. Esisterà solo il proletariato. La borghesia sarà sterminata.

 

A queste cose, che sono importanti anzitutto per il periodo transitorio, si aggiungono quelle che hanno valore permanente. Fra esse vi è per esempio il dovere universale del lavoro: Ogni uomo ha il dovere di fare qualche lavoro utile alla comunità. Un principio importante, che pure ha valore duraturo, è l’abolizione della proprietà privata di terreni. Possedimenti di più vasta estensione saranno affidati a comunità rurali. Possedimenti terrieri non dovranno esistere in avvenire, secondo questa concezione proletaria. Esercizi industriali e imprenditoriali saranno confiscati, passeranno all’amministrazione della società, saranno amministrati dall’amministrazione centralizzata dei lavoratori; a capo di quest’ultima vi sarà poi il consiglio superiore per l’economia. Questo è appunto il bolscevismo in Russia. Le banche saranno avocate allo Stato; sarà istituita una contabilità generale comprendente tutto lo Stato, tutta la produzione. Tutto il commercio estero apparterrà alla comunità, vale a dire gli esercizi saranno governativi.

 

Questi sono all’incirca i princìpi che rappresentano l’ideale di Trotzki e di Lenin, e da questi si vedono sorgere, direi, i punti principali di ciò che vuole il proletariato.

 

Non basta naturalmente che i giornali riferiscano che tanti fatti di sangue sono stati commessi dal bolscevismo. Se si confrontano i fatti di sangue compiuti dal bolscevismo con il numero enorme di fatti di sangue avvenuti in conseguenza della guerra, i primi sono naturalmente poca cosa. Si tratta di vedere ciò che non è stato osservato, ciò che non è stato fatto per seguire in avvenire, pensando, l’evoluzione dell’umanità. Infatti si deve considerare dapprima animicamente poi spiritualmente questo fenomeno che è tanto intimamente in relazione con tutto il processo di evoluzione dell’umanità. È appunto compito della scienza dello spirito considerare proprio spiritualmente ed animicamente anche queste cose. Deve finire il tempo in cui preti pasticcioni ogni domenica parlano teoricamente alla gente dal pulpito esponendo argomenti estranei alla vita, allo scopo di riscaldare in qualche modo le anime. Bisogna invece che tutti coloro che vogliono partecipare alla vita spirituale siano anche impegnati ad osservare la vita, a stare in immediato contatto con la vita. Le avversità del presente sono dovute non per piccola parte al fatto che da molto tempo proprio quelli che amministravano i sentimenti religiosi dell’umanità dalla loro posizione, dal pulpito, dicevano cose che non avevano alcun nesso con la vita, tenevano discorsi per offrire ai cuori e alle anime della gente poveri argomenti che hanno solo toccato gradevolmente, ma non hanno avuto effetto sulla vita. Ecco perché la vita è rimasta irreligiosa, ecco perché è rimasta priva di spirito ed è finalmente arrivata al caos. Le cause di molte colpe che al giorno d’oggi devono essere riscattate si devono ricercare proprio nelle stupide chiacchiere di chi, per esempio, aveva il compito di amministrare i sentimenti religiosi e non aveva alcun nesso con la vita. Con gli avvenimenti di un’epoca in cui un’umanità completamente nuova si è sviluppata sotto forma di proletariato, a che cosa sono arrivati coloro che dal pulpito sciorinavano chiacchiere inutili, chiacchiere che la gente desiderava soltanto per nascondere con illusioni di ogni genere le vere realtà della vita? I tempi sono seri, e bisogna considerare le cose con serietà.

 

Se viene detto che gli uomini devono sviluppare interesse l’uno per l’altro, ciò non va considerato solo nel senso delle intenzioni che si riscontrano nei sermoni domenicali; bisogna invece tener presente che con questa affermazione si dirige profondamente l’attenzione sulla struttura sociale del presente. Si prenda un esempio concreto. Quante persone hanno oggi una rappresentazione completamente confusa e astratta della vita, della loro vita personale! Generalmente non lo facciamo, ma se proprio una volta ci domandassimo per esempio di che cosa viviamo, potremmo rispondere: « Beh, del nostro denaro ». Fra coloro che risponderebbero: «Del nostro denaro », vi sono moltissimi che lo hanno ereditato per esempio dai loro genitori, ed ora credono di vivere del denaro ereditato. Ma, miei cari amici, di denaro non si può vivere. Denaro non è qualcosa di cui si possa vivere. A questo punto bisogna incominciare a pensare. La domanda è intimamente legata al vero interesse che si ha da uomo a uomo. Chi crede di vivere del denaro ereditato o avuto in qualche altra maniera, salvo che si riceva denaro per lavoro, cosa oggi normalmente invalsa, chi vive in tal modo e crede che si possa vivere del denaro, non ha interesse per il suo prossimo, perché nessuno può vivere del denaro. Bisogna mangiare, ed il cibo deve essere prodotto da qualcuno. Bisogna vestirsi. Quello che si indossa deve essere prodotto da persone. Perché io possa mettermi una giacca o un pantalone, degli uomini devono lavorare a lungo per produrli. Essi lavorano per me. Di questo io vivo, non del mio denaro. Il mio denaro non ha altro valore se non di darmi il potere di usare il lavoro altrui. Nelle attuali condizioni sociali si incomincia ad avere interesse per il prossimo solo rispondendo in modo adeguato a questa domanda, quando si vede spiritualmente che tanta gente deve lavorare ore e ore affinché io possa vivere nella struttura sociale. Il problema non è che ci si senta soddisfatti nel dirsi di amare gli uomini.

 

Non si amano gli uomini credendo di vivere del proprio denaro e senza farsi una minima idea del come uomini lavorino per noi soltanto per avere il minimo indispensabile alla vita.

 

Ma non si può dividere il pensiero che tanta gente lavori per avere il minimo della vita, dall’altro pensiero che si deve rendere alla società, non con denaro ma con lavoro, quello che viene prodotto per noi. Soltanto se ci si sente obbligati a restituire la quantità di lavoro che viene fatto per noi con lavoro in altra forma, soltanto allora si ha interesse per il prossimo. Il fatto che si dia il proprio denaro al prossimo significa soltanto poter tenere il prossimo sotto la propria influenza, renderlo schiavo, costringerlo a lavorare per noi. Si può rispondere per propria esperienza alla domanda: «Quante persone pensano che il denaro sia soltanto un assegno per forza di lavoro umana, che il denaro sia un mezzo di potere? Quante persone vedono in ispirito che non potrebbero affatto esistere in questo mondo fisico senza dovere al lavoro di altri uomini ciò che serve alla vita?». Sentirsi obbligati alla società in cui si vive è l’inizio di quell’interesse che si deve richiedere per una forma sociale sana.

 

Una buona volta bisogna ben meditare queste cose, altrimenti ci si addentra in modo malsano in astrazioni spirituali, e non si sale in modo sano dalla realtà fisica alla realtà spirituale. La mancanza d’interesse alla struttura sociale caratterizza proprio gli ultimi secoli. Infatti, negli ultimi secoli si è andata formando man mano l’abitudine umana che la gente in realtà sviluppa interesse, in quanto a impulsi sociali, solo per la propria riverita persona. Più o meno per vie diverse, tutto è destinato alla propria persona. Sana vita sociale è possibile solo se l’interesse per la propria riverita persona si allarga a vero interesse sociale. A questo riguardo la borghesia può magari domandarsi che cosa abbia omesso. Si pensi solo a questo: esiste una cultura, vi sono opere d’arte; ma voglio porre la questione: «A quante persone sono accessibili tali opere d’arte?» o meglio: «A quante persone queste opere d’arte non sono affatto accessibili? Per quante persone queste opere d’arte non esistono affatto?» Calcoliamo il numero di persone che devono lavorare perché queste opere d’arte possano esistere. Un’opera d’arte è a Roma. Un borghese qualsiasi può fare un viaggio a Roma. Si faccia solo il conto di quanto devono lavorare operai, ecc., ecc., (e l’ecc. non ha fine) affinché quel borghese possa andare a Roma e vedere qualcosa che esiste per lui, perché è borghese, e che non esiste per tutta la gente che ora incomincia a far valere la propria concezione proletaria. Proprio nell’àmbito della borghesia si è andato formando il punto di vista che il godimento non dovrebbe essere mai considerato come cosa ovvia. Bisognerebbe proprio considerare una colpa sociale godere qualcosa senza rendere in cambio alla comunità l’equivalente nella forma in cui si può purché sia una forma. Nulla dovrebbe rimanere inutilizzato per la comunità. Non è proprio dell’ordinamento naturale e spirituale che la comunità venga privata di alcunché. Tempo e spazio sono solo impedimenti artificiali, non sono veri impedimenti. Le cose che sono legate al luogo possono essere imitate dappertutto, possono essere accessibili a tutti. E le cose che possono essere moltiplicate non sono legate al luogo; è una legge comune che si possono portare dappertutto. È solo un’appendice della concezione borghese che la Madonna Sistina stia sempre appesa, non esposta, a Dresda, e possa essere veduta solo da coloro che possono andare a Dresda; infatti essa è movibile, la si piò portare in giro per tutto il mondo. Si può far in modo – faccio solo un esempio – che quanto vien goduto da uno possa essere goduto anche da un altro.

Io faccio un esempio, ma scelgo sempre esempi che servono d’esempio per tutto, che spiegano completamente le altre cose. Basta fare qualche accenno di questo genere, e subito si tocca una quantità di cose in merito alle quali la gente in realtà non ha mai pensato, ma che ha considerate ovvie. Perfino fra di noi, dove le cose sono tanto ovvie, non si tiene conto del fatto che tutto ciò che si riceve comporta che si renda un equivalente alla società, che non se ne goda soltanto.

 

Da tutto quanto ho esposto valendomi di singoli esempi, che potrebbero essere moltiplicati non per cento ma per mille, potrà sorgere la domanda: «Ebbene, come si può cambiare la situazione, se in realtà il denaro è soltanto uno strumento di potere?». La risposta è già nel principio fondamentale iniziale, di cui ho parlato qui la scorsa settimana, perché ciò che ho esposto come una specie di scienza sociale, attingendo al mondo spirituale, è altrettanto certo quanto la matematica. In queste cose non si tratta del fatto che qualcuno possa osservare la vita pratica e dire che bisogna incominciare a vedere se le cose in questo modo sono giuste. No, le cose da me esposte come scienza sociale, traendole dalla scienza dello spirito, sono all’incirca come il teorema di Pitagora, quando si sappia che il quadrato dell’ipotenusa è uguale alla somma dei quadrati dei due cateti; non esiste alcuna esperienza che lo contraddica e bisogna applicare dappertutto questo principio. Lo stesso avviene del principio da me esposto della scienza sociale e della vita sociale. Tutto quanto l’uomo guadagna, ricevendolo per il suo lavoro nel rapporto sociale, ha cattivi effetti. Il nesso sociale è sano soltanto se l’uomo può vivere, ma ricevendo il necessario da altre fonti della società. Apparentemente questo è in contraddizione con quel che ho detto or ora, ma appunto solo apparentemente. Il fatto che il lavoro non sia remunerato lo rende apprezzabile. Infatti ciò cui si deve tendere, naturalmente non in maniera bolscevica ma ragionevole, è di separare il lavoro dal procacciamento dei mezzi di sussistenza. L’ho detto recentemente. Se non si viene remunerati per il proprio lavoro, il denaro, come mezzo di potere, perde il suo valore per il lavoro. Non vi è altro mezzo contro l’abuso che viene fatto col denaro, se non strutturando la società in modo che nessuno possa essere remunerato per il suo lavoro, che il procacciamento dei mezzi di sussistenza sia attuato in tutt’altra maniera. In tal modo non si potrà mai far sì che qualcuno venga costretto, mediante il denaro, a lavorare.

 

La maggior parte dei problemi che ora sorgono, si presentano appunto in modo da venir affrontati in modo confuso. Per poterli portare a chiarezza si può ricorrere solo alla scienza dello spirito. In avvenire il denaro non dovrà essere un equivalente per la forza umana di lavoro, ma solo per la merce. Solo merce si potrà avere in avvenire per denaro, non forza umana di lavoro. Questo è di enorme importanza, miei cari amici. Si pensi ora un po’ che proprio dalla concezione proletaria risulta nelle forme più varie che nella moderna società industriale la forza lavoro é una merce. Questo è infatti uno dei fondamenti del marxismo, uno dei princìpi grazie al quale esso ha conseguito il maggior numero di proseliti fra i proletari. Qui si vede manifestarsi da un lato in maniera confusa ed imbrogliata un’esigenza che in ogni modo deve essere soddisfatta da tutt’altra parte. Ed è caratteristico per le esigenze socialistiche attuali che esse siano suscitate, in quanto si manifestano istintivamente, da istinti senz’altro giusti e sani; solo che sorgono da una struttura sociale caotica, e pertanto si manifestano in maniera confusa, ragion per cui portano anche alla confusione. Questo si riscontra in molti campi. Per questo motivo è tanto importante capire veramente una concezione sociale scientifico-spirituale perché da questa soltanto può derivare la salvezza.

 

Ed ora si domanderà se tutto questo provocherà una trasformazione. Se per esempio un tale ha soltanto ereditato e continua a comperare per sé merce col denaro che ha o che ha ereditato, e nella merce vi è il lavoro di altra gente, si dirà che nulla si trasforma. Se però si considerassero gli effetti di quanto succede separando il procacciamento dei mezzi di sussistenza dal lavoro, allora si giudicherebbe diversamente, perché nella realtà non è che si traggano solo conclusioni astratte, ma in essa le cose hanno anche i loro effetti concreti. Se veramente avvenisse che il procacciamento dei mezzi di sussistenza fosse separato dalla prestazione di lavoro, non vi sarebbe più eredità. Ciò provocherebbe un tale mutamento della struttura sociale che si avrebbe solo denaro per l’approvvigionamento di merci. Se infatti si pensa concretamente una cosa, essa provoca precisamente effetti di ogni genere. La separazione del procacciamento dei mezzi di sussistenza dal lavoro ha inoltre un effetto particolarissimo. Quando si parla di realtà non può avvenire che magari uno dica: « Non capisco il perché ». Allo stesso modo si potrebbe dire: «Non capisco perché la morfina produca il sonno ». Ciò infatti non deriva semplicemente da una relazione di concetti, ma si manifesta soltanto osservando gli effetti.

 

Esiste oggi nell’ordinamento sociale qualcosa di innaturale al massimo grado e cioè che, semplicemente per il fatto di possederlo, il denaro aumenta. Lo si mette in banca e se ne ricavano interessi. Questo è il fatto più innaturale che possa esistere. In realtà è semplicemente un assurdo. Non si fa nulla; si mette in banca il denaro che si ha, che forse non ci si è nemmeno procurato col lavoro, ma che si è ereditato, e se ne ricavano interessi. È tutta un’assurdità. Però sorgerà la necessità, quando il procacciamento dei mezzi di sussistenza sarà separato dal lavoro, che venga impiegato il denaro, quando esiste, e quando venga prodotto come equivalente di merci che esistono. Esso deve essere utilizzato, deve circolare. Si avrà allora l’effetto reale che il denaro non aumenterà, ma diminuirà. Se al giorno d’oggi uno possiede un certo capitale, in circa quattordici anni e ad un interesse normale, avrà quasi il doppio; egli non avrà fatto nulla, avrà solo aspettato. Immaginando la modifica della struttura sociale che avverrebbe con l’applicazione del principio da me esposto, il denaro non aumenterà ma diminuirà, e dopo un certo numero di anni la banconota che mi sarò procurata prima di quegli anni non avrà più valore; sarà svalutata, cesserà di avere un valore.

 

Così nella struttura sociale diverrà naturale un certo movimento, sorgeranno condizioni a seguito delle quali il semplice denaro, in fondo null’altro che un documento, un assegno che dà un certo potere sulla forza di lavoro degli uomini, si svaluterà se non verrà messo in circolazione. Quindi non aumenterà, ma diminuirà progressivamente e dopo quattordici anni, o forse dopo un periodo un po’ più lungo, sarà assolutamente uguale a zero. Se uno oggi è milionario, non avrà raddoppiato il suo avere, ma sarà un povero diavolo se nel frattempo non avrà guadagnato nulla.

 

Se presentemente si dice questo, a volte se ne riceve l’impressione come se si sentisse il prurito provocato da certi insetti, se mi è consentito il paragone. Non avrei usato il paragone, se non avessi percepito uno strano movimento in sala. Ma dato che la situazione è così, che la cosa fa l’impressione come se certi insetti provocassero del prurito, per questo vi è il bolscevismo. Si cerchino soltanto i giusti motivi; si vedrà che sono qui. Né si elimina dal mondo quel che si sta formando, se non si comprende veramente la verità. Non c’è scampo se la verità è spiacevole. Sarà compito essenziale dell’educazione dell’umanità del presente e del prossimo avvenire, far sì che non si creda più che le verità possano muoversi secondo il parere soggettivo, secondo simpatie o antipatie. La scienza dello spirito può già provvedervi se viene compresa con sano raziocinio, perché la cosa si può anche osservare spiritualmente. Col vago modo di dire, che ho già udito anche da antroposofi i quali, prendendo in mano denaro, dicono: « Questo è Arimane », con questo modo di dire non si raggiunge nulla. Oggi denaro significa un equivalente per merce e forza lavoro. E un buono per qualcosa che avviene. Se si passa dalla mera astrazione alla realtà, se si pensa, avendo per esempio dieci banconote e facendo un pagamento, che con tali banconote si passa da una mano ad un’altra l’equivalente del lavoro di un certo numero di persone, che nelle banconote sta il potere di costringere al lavoro un certo numero di persone, allora soltanto si è nella vita. Allora si è nella vita con tutte le sue ramificazioni ed i suoi impulsi, allora non ci si fermerà più all’astrazione, all’astrazione distratta del pagare col denaro, ma si chiederà che cosa significhi il passaggio da una ad altra mano di dieci banconote che chiamano al lavoro un certo numero di persone provviste di pensiero, sentimento e volontà. Che cosa significa questo?

 

In ultima analisi si ha la risposta a questa domanda soltanto osservando spiritualmente il fenomeno. Prendiamo il caso più estremo. Supponiamo che qualcuno abbia denaro senza darsi troppo da fare per l’umanità. Esistono casi del genere. Voglio esaminarne appunto uno così. Dunque qualcuno, senza darsi troppo da fare per l’umanità, ha del denaro. Col denaro egli si compera qualcosa. Ha altresì la possibilità di sistemarsi una vita molto piacevole per il fatto di avere del denaro che rappresenta un buono per lavoro umano. Bene! Non è necessario che costui sia cattivo; può essere un uomo buonissimo, perfino pieno di zelo. Spesso non si comprende la struttura sociale. Non si ha interesse per il prossimo, vale a dire per la struttura sociale. Si crede certamente di amare gli uomini se col denaro ereditato, per esempio, ci si compera qualcosa o magari lo si regala. Anche se lo si regala non si fa altro che far lavorare un certo numero di persone per chi riceve il denaro. Il denaro è solo un mezzo di potere. Per il fatto di essere un buono per forza-lavoro, esso è un mezzo di potere.

 

Ma miei cari amici, tutto ciò si è sviluppato così, si è formato così, ed è l’immagine riflessa di qualcos’altro. È l’immagine riflessa di quello che ho accennato nella conferenza precedente. Ho fatto presente che il dio Jahve ha dominato il mondo per un certo tempo perché aveva cacciato gli altri Elohim, e che ora non può salvarsi dagli spiriti che così aveva svegliato. Egli aveva cacciato i suoi compagni, gli altri sei Elohim. A seguito di ciò diventato dominante nella coscienza umana solo quanto l’uomo sperimenta già nello stato embrionale. Le altre sei forze che l’uomo embrionale non sperimenta sono perciò inefficaci, sono cadute sotto l’influenza di entità spirituali inferiori. Ho detto che negli anni quaranta Jahve non poteva più salvarsi. Allora, dato che con la saggezza di Jahve acquisita nello stato embrionale si può comprendere soltanto la provvidenza della natura esteriore, e poiché si cessò di comprendere la provvidenza, irruppe la pura scienza naturale atea. L’immagine riflessa di questo è la circolazione del denaro senza che col denaro circoli merce, il fatto che del denaro passa semplicemente una persona all’altra senza che circoli della merce. Infatti, per quanto ci si sforzi in un dato campo, nel fatto che il denaro produca apparentemente del denaro, vive la forza arimanica. Non si può ereditare senza che col denaro venga passata una certa quantità di forza arimanica. Non vi è altro mezzo di possedere denaro in modo salutare entro la struttura sociale, se non possedendolo in maniera cristica: vale a dire far sì di acquistarlo per mezzo di quello che si sviluppa fra nascita e morte. Pertanto il modo in cui si riceve il denaro non deve essere un’immagine riflessa di ciò che è jahvetico. È jahvetico il fatto che veniamo messi al mondo, che passiamo da un embrione alla vita esterna. Immagine riflessa di ciò è il fatto che guadagniamo denaro. Le caratteristiche che ereditiamo col sangue vengono ereditate attraverso la natura. Il denaro che ereditiamo e non guadagniamo ne sarebbe l’immagine riflessa.

 

Per il fatto che la coscienza cristiana non si è ancora insediata, che veramente la struttura sociale viene attuata ancora sempre con la saggezza jahvetica o col suo spettro, col pensiero statale romano, per questo motivo si sono verificate tutte le cose che hanno provocato da un lato le attuali sciagure. Ho detto che se denaro produce denaro, non si deve considerare il fenomeno astrattamente, ma bisogna considerarlo nella sua realtà. Tutte le volte che denaro produce denaro si tratta di qualcosa che avviene solo qui sul piano fisico, mentre ciò che l’uomo è come uomo è sempre in relazione col mondo spirituale. Che cosa avviene dunque se non lavoriamo noi stessi, ma avendo del denaro lo diamo ad altri perché lavorino? In tal caso un uomo deve portare sul mercato la propria quota parte celeste, e noi lo paghiamo soltanto con qualcosa di terrestre, puramente arimanico. Questa è la parte spirituale del fenomeno. Dove è in gioco Arimane può solo prodursi rovina.

 

Anche questa è un’altra spiacevole verità; ma non serve a nulla dirsi: « Beh, io sono un galantuomo o una donna onesta, e non faccio quindi nessun male se, con la mia rendita, pago qualcosa ». Però in tal modo si dà Arimane per qualcosa di divino. Naturalmente entro l’attuale struttura sociale si è ripetutamente costretti a farlo. Non si deve però fare il giuoco dello struzzo e nascondersi il problema; bisogna invece guardare negli occhi la verità. Quello che ci porterà l’avvenire dipende appunto dal fatto che si guardi negli occhi la verità. Molto di ciò che in modo tanto catastrofico si è abbattuto sull’umanità, si è abbattuto per il fatto che la gente ha chiuso gli occhi animici dinanzi alla verità, che si è costruita concetti astratti per ciò che è giusto è non giusto, e non ha voluto comprendere il reale, il concreto. Di questo continueremo a parlare domani, e solleveremo poi l’argomento a livello spirituale.

 

 

By | 2018-11-13T15:52:40+01:00 Novembre 13th, 2018|ESIGENZE SOCIALI|Commenti disabilitati su 02 – ASTRAZIONE E REALTÀ NELLA VITA SOCIALE