02 – Carattere d’immagine della rappresentazione quale riflesso della vita prenatale.

O.O.293 – Arte dell’educazione I° – Antropologia – 22.08.1919


 

Sommario: Inizio dello studio dell’uomo dal punto di vista animico. Carattere d’immagine della rappresentazione quale riflesso della vita prenatale. La volontà, germe della vita post-mortem.

 

In avvenire ogni insegnamento dovrà essere fondato su una psicologia vera,

ricavata dalla conoscenza antroposofica del mondo.

 

È vero che in moltissime scuole è stata riconosciuta la necessità di porre ogni istruzione ed educazione su basi psicologiche, e tutti sanno che per esempio la pedagogia herbartiana, in passato molto diffusa, fondava le proprie misure educative sulla psicologia dello stesso Herbart. Ma negli ultimi secoli, e ancor oggi, qualcosa impedì l’affermarsi di una psicologia vera e feconda, e cioè il fatto che,

 

• nell’epoca dell’anima cosciente in cui viviamo,

non è stato finora raggiunto quell’approfondimento spirituale

che avrebbe consentito di pervenire a una vera ed effettiva conoscenza dell’anima umana.

 

Invece i concetti che, nel campo psicologico, nel campo della scienza dell’anima, gli uomini si erano formati prima, partendo da conoscenze antiche della quarta epoca postatlantica, sono ormai ridotti, più o meno, a semplici frasi svuotate di contenuto.

Chiunque oggi prenda in mano un testo di psicologia o comunque si occupi di temi psicologici, non vi troverà nessuna sostanza reale, ed avrà la sensazione che gli psicologi si limitino a giocare con i concetti.

 

Chi sviluppa oggi un concetto esatto, chiaro, di rappresentazione, di volontà?

Potete sfogliare quanti testi volete di psicologia e di pedagogia: vi troverete innumerevoli definizioni di «rappresentazione» e di «volontà»; ma non una che vi dia un’idea vera di ciò che è «rappresentazione» e di ciò che è «volontà», perché

 

si è del tutto trascurato (naturalmente per una necessità storica)

di riallacciare anche animicamente il singolo individuo all’intero universo.

Non si è in grado di comprendere in quale rapporto sia l’anima umana col cosmo;

e solo quando si sia capaci di scorgere le relazioni del singolo uomo col cosmo intero,

si otterrà una giusta idea dell’essere umano come tale.

 

Esaminiamo un po’ quello che si chiama di solito rappresentazione. Non dobbiamo forse sviluppare nei bambini il rappresentare, il sentire e il volere? Dunque dovremo acquistarci noi stessi un chiaro concetto di ciò che è «rappresentazione».

Chiunque osservi spregiudicatamente ciò che nell’uomo vive come rappresentazione, sarà subito colpito dal suo carattere d’immagine.

 

La rappresentazione ha carattere d’immagine,

e s’illude grandemente chi vi cerchi invece il carattere esistenziale,

chi le attribuisca una vera e propria esistenza.

 

Infatti, che cosa sarebbe per noi la rappresentazione se fosse dotata di «esistenza»?

Senza dubbio, noi possediamo anche elementi dotati di «esistenza», per esempio i nostri elementi corporei, gli occhi, il naso, anche lo stomaco, per dirla sommariamente, sono tutti elementi dotati di «esistenza». In essi noi viviamo, ma non possiamo per mezzo loro farci delle rappresentazioni.

 

Col nostro stesso essere noi fluiamo negli elementi dotati di «esistenza»;

ci identifichiamo con essi.

Invece la possibilità di afferrare qualcosa per mezzo delle rappresentazioni

deriva appunto dal fatto che esse hanno carattere d’immagini,

e non s’identificano con noi così che noi siamo in esse.

Esse dunque non sono: hanno natura di semplici immagini.

 

Proprio sul finire della precedente epoca d’evoluzione dell’umanità, negli ultimi secoli,

è stato commesso il grave errore d’identificare l’esistenza col pensiero come tale: «Cogito ergo sum».

È un errore gravissimo che è stato posto al vertice della nuova concezione del mondo.

• Effettivamente, in tutta l’estensione del «cogito» non risiede il «sum», ma il «non sum»;

vale a dire che nell’ambito di tutta la mia conoscenza  i o   n o n   s o n o , ma è solo l’immagine.

 

Ora, se osservate il carattere d’immagine della rappresentazione, dovete anzitutto guardarla qualitativamente, guardare alla sua mobilità, ma senza arrivare al concetto di essere in attività, troppo vicino a quello di «essere». Dobbiamo rappresentarci che anche nell’attività pensante non abbiamo che un’attività immaginativa. Dunque anche tutto ciò che è movimento nel rappresentare, è movimento di immagini.

• Ma le immagini devono essere immagini di qualche cosa, non possono essere solamente immagini «in sé».

 

Se riflettete al paragone con le immagini nello specchio, potrete dirvi: è vero che le immagini appaiono nello specchio, ma tutto ciò che in esse risiede non è dietro lo specchio, risiede altrove, indipendentemente da esso; per lo specchio è indifferente ciò che in esso si rispecchia, qualunque cosa vi si può rispecchiare. Se, proprio in questo senso, sappiamo che la nostra rappresentazione è immaginativa, si tratterà di chiederci: di che cosa è l’immagine? Naturalmente nessuna scienza esteriore risponde a questo problema; solo la scienza dello spirito antroposofica può rispondervi.

 

La rappresentazione è l’immagine

di tutte le esperienze da noi avute prima della nostra nascita,

o meglio prima della concezione.

 

 

Non arriveremo a una vera comprensione di ciò che è il rappresentare

se non ci rendiamo conto d’aver vissuto prima della nascita, anzi prima della concezione.

• E come le solite immagini riflesse nascono, in quanto tali, spazialmente,

• così la vita da noi passata tra la morte e una nuova nascita

si rispecchia nella nostra vita presente, e questo riflesso è la rappresentazione.

 

In immagine dovete rappresentarvelo così:

la nostra vita si svolge tra le due linee orizzontali, limitate a sinistra e a destra dalla nascita e dalla morte.

• Dall’al di là della nascita s’introduce continuamente nella nostra vita la rappresentazione,

• e dall’entità umana stessa viene riflessa.

 

In questo modo, mentre l’attività da noi esercitata nel mondo spirituale, prima della nascita, anzi della concezione, viene riflessa dalla nostra corporeità, noi sperimentiamo la rappresentazione.

 

Per chi conosce realmente queste cose, la rappresentazione stessa

è semplicemente una prova dell’esistenza prenatale, poiché ne è l’immagine.

 

Per ora ho voluto semplicemente esporre quanto sopra come idea (più tardi ritorneremo sulle vere e proprie spiegazioni di queste cose) per farvi osservare che in questo modo ci districhiamo dalle semplici spiegazioni verbali che si trovano nei testi di psicologia e di pedagogia, per arrivare a una vera comprensione di ciò che è l’attività rappresentativa, in quanto apprendiamo che nelle nostre rappresentazioni abbiamo rispecchiata l’attività esercitata dalla nostra anima, prima della nascita o della concezione, in un mondo puramente spirituale. Ogni altra definizione del rappresentare non serve a nulla, perché non dà nessuna idea reale del rappresentare quale si svolge in noi.

 

• Ora vogliamo chiederci, nello stesso modo, che cosa sia la volontà.

In sostanza, per la coscienza ordinaria, la volontà è qualcosa di sommamente enigmatico; è una croce per gli psicologi, semplicemente perché la volontà appare loro qualcosa di molto reale, mentre, in sostanza, non ha nessun vero e proprio contenuto. Infatti, se cercate quale contenuto gli psicologi assegnino alla volontà, troverete sempre che tale contenuto proviene dal rappresentare e che la volontà, a tutta prima, non ha reale contenuto. Non vi sono definizioni per la volontà, ed è così arduo definirla, proprio perché non ha un contenuto esatto.

 

Ma che cos’è, in sostanza?

Null’altro che il   g e r m e , già insito in noi,

di ciò che dopo la morte sarà in noi una realtà spirituale-animica.

 

Dunque se cercate di rappresentarvi la realtà spirituale-animica della nostra vita dopo la morte

e ve la rappresentate in germe, avrete l’idea della volontà.

 

 

Nel disegno il corso della vita termina dal lato della morte, e la volontà va oltre.

Dobbiamo dunque raffigurarci:

• da un lato la rappresentazione, che dobbiamo considerare quale immagine della vita prenatale;

• lato la volontà, che dobbiamo considerare quale germe di vita avvenire.

 

Vi prego di notar bene la differenza tra germe e immagine, poiché

• un germe è qualcosa di sovra-reale,

• mentre un’immagine è qualcosa di sub-reale;

un germe diverrà una realtà solo più tardi,

porta dunque in sé, come disposizione, una realtà futura.

La volontà è dunque effettivamente di natura molto spirituale.

 

Schopenhauer l’ha presentito; ma naturalmente non potè arrivare fino alla conoscenza

che la volontà è il germe dell’animico-spirituale che si sviluppa nel mondo spirituale dopo la morte.

 

Così abbiamo, in certo modo, diviso la vita dell’anima umana in due campi:

• quello della rappresentazione in forma d’immagine,

• e quello della volontà in forma di germe;

• in mezzo tra immagine e germe, c’è un confine.

 

Questo confine è costituito dalla vita dell’uomo fisico stesso che,

• da un lato, riflette tutto quanto proviene dalla vita prenatale,

generando così le immagini della rappresentazione, mentre,

• dall’altro lato, non permette alla volontà di estrinsecarsi,

ma la mantiene continuamente allo stato di germe, le permette di essere solo germe.

 

Da quali forze, dobbiamo ora domandarci, vengono prodotti questi fenomeni?

Dobbiamo renderci conto che nell’uomo devono esistere certe forze

per le quali si producono gli effetti che abbiamo detto:

il riflettere la realtà prenatale  • e il mantenere allo stato di germe la realtà post-mortem.

 

Qui perveniamo ai più importanti concetti psicologici dei fatti

che sono il riflesso di quanto è stato descritto nel mio libro Teosofia,

il riflesso cioè di antipatia e simpatia.

Riallacciandoci a quanto abbiamo detto nella prima conferenza, diremo:

dal momento che non possiamo più rimanere nel mondo spirituale,

veniamo trasferiti quaggiù, nel mondo fisico.

 

• In quanto veniamo allontanati, sviluppiamo antipatia verso tutto quanto è spirituale,

così che riverberiamo la realtà spirituale prenatale in un’antipatia che ci è inconscia.

• Portiamo in noi la forza della n t i p a t i a , e per suo mezzo

trasformiamo l’elemento prenatale in una semplice immagine rappresentativa.

 

Invece ci uniamo in  s i m p a t i a  con la realtà volitiva

che irradia dopo la morte verso la nostra esistenza.

 

Di questa simpatia e di questa antipatia non diveniamo coscienti in modo immediato;

esse vivono in noi  inconsciamente  e formano il nostro  s e n t i r e

il quale è costituito da un ritmo, da un continuo gioco di scambio fra simpatia e antipatia.

 

Sviluppiamo in noi la sfera del sentimento,

che si trova in un perenne avvicendarsi (come sistole e diastole) di simpatia e antipatia.

Abbiamo continuamente in noi questo ritmo alterno, nel nostro sentire:

• l’antipatia, che agisce in un senso, trasforma continuamente la nostra vita animica in rappresentazione;

• la simpatia, che agisce nell’altro, trasforma la nostra vita animica

in ciò che conosciamo come nostra volontà d’azione

la quale, mantenuta allo stato di germe, diviene realtà spirituale dopo la morte.

 

Giungiamo così a una comprensione reale della vita animico-spirituale;

noi creiamo il germe della vita dell’anima in un ritmo di simpatia e antipatia.

 

 

Ora, che cosa riverberiamo nella nostra antipatia? Riverberiamo tutta la vita da noi vissuta

e tutto il mondo in cui ci siamo trovati prima della nostra nascita, o meglio prima della concezione.

 

• Ciò in sostanza ha carattere di conoscenza.

Dunque noi dobbiamo veramente la nostra conoscenza

al riflettersi, al proiettarsi della nostra vita prenatale entro la vita presente.

 

• E questa  c o n o s c e n z a,

che in misura molto più elevata esiste come realtà nella vita prenatale, o preconcezionale,

• viene affievolita dall’ a n t i p a t i a  fino al punto di divenire  i m m a g i n e .

 

Possiamo dunque dire: questa conoscenza incontra l’antipatia,

e da ciò viene indebolita e ridotta a immagine.

 

Quando poi l’a n t i p a t i a diviene sufficientemente f o r t e, entra in gioco un fatto tutto speciale.

Anche nella vita ordinaria, successiva alla nascita,noi non potremmo farci delle rappresentazioni

se non per mezzo della medesima forza che ci è rimasta dalla vita prenatale.

 

• Se oggi, quali uomini fisici, ci formiamo delle rappresentazioni,

non ci serviamo di una forza che risiede in noi attualmente,

ma di una forza, rimastaci dal tempo anteriore alla nascita che continua a operare in noi.

• Parrebbe che essa dovesse terminare al momento della concezione,

ma invece è tuttora operante e irradiante in noi, ed è per suo mezzo che possiamo farci delle rappresentazioni.

 

Noi portiamo continuamente nel nostro intimo

l’elemento vivente della vita prenatale, ma abbiamo la forza di rifletterlo.

Questa forza incontra la nostra antipatia.

Ogni rappresentazione che noi facciamo attualmente, s’incontra con l’antipatia,

e quando questa diventa forte abbastanza, si produce la reminiscenza, il  r i c o r d o .

• Sicché la m e m o r i a non è altro che il risultato dell’ a n t i p a t i a  che regna in noi.

 

Qui abbiamo il nesso tra l’antipatia, che è semplice sentimento che respinge in maniera ancora indeterminata,

e il riflesso preciso dell’attività di percezione esercitata immaginativamente nel ricordo.

La   m e m o r i a   non è che    a n t i p a t i a    i n t e n s i f i c a t a .

 

• Non potremmo avere memoria se avessimo per le nostre rappresentazioni tanta simpatia da «inghiottirle».

Se abbiamo memoria, è perché proviamo una specie di «disgusto» per le rappresentazioni,

perché le rigettiamo, e con ciò le rendiamo presenti come tali. Questa è la loro realtà.

 

Se avete percorso tutto questo processo,

se vi siete fatti delle rappresentazioni immaginative

che avete respinto nella memoria mentre ne conservate l’immagine,

nasce il  c o n c e t t o .

Avete così uno dei lati dell’attività animica, l’antipatia, che è connessa con la nostra vita prenatale.

 

Ora prendiamo l’altro lato, quello della volontà,

che è in noi allo stato di germe, atto a svilupparsi dopo la morte.

• La volontà vive in noi

• perché proviamo simpatia per questo germe che si svilupperà soltanto dopo la nostra morte.

 

• Come il rappresentare si fonda sull’antipatia,    • così il volere si fonda sulla simpatia;

• e come attraverso l’antipatia sorge dalla rappresentazione la  m e m o r i a ,

• così se la simpatia diventa abbastanza forte, sorge da essa la  f a n t a s i a.

 

• Come la memoria nasce dall’antipatia,    • così dalla simpatia nasce la fantasia.

E se quest’ultima si accresce a sufficienza (ciò che nella vita ordinaria avviene solo inconsciamente),

se essa si rafforza al punto di compenetrare l’uomo fino ai sensi,

allora avremo le immaginazioni consuete, grazie alle quali rappresentiamo gli oggetti esteriori.

 

• Come il concetto sorge dalla memoria,

• così dalla fantasia sorge l’immaginazione che dà le percezioni dei sensi.

Queste provengono dalla volontà.

 

Il grande errore in cui cadono gli uomini quando parlano di psicologia è che essi dicono sempre:

• noi guardiamo gli oggetti, poi ne facciamo delle astrazioni e così formiamo le nostre rappresentazioni.

Ma non è così.

 

• Il fatto, per esempio, che noi sentiamo bianco il gesso,

proviene dall’applicazione della v o l o n t à

che, attraverso la  s i m p a t i a  e la  f a n t a s i a , diventa  i m m a g i n a z i o n e .

 

• Quando invece ci formiamo un c o n c e t t o, questo ha un’origine tutta diversa,

poiché il concetto proviene dalla memoria.

• Con ciò ho descritto il processo animico.

 

È impossibile comprendere l’essere umano,

se non si afferra la differenza tra l’elemento simpatia e l’elemento antipatia nell’uomo.

Questi due elementi si esprimono «in sé» (come l’ho descritto)

nel mondo dell’anima dopo la morte. Lì dominano apertamente.

• Vi ho descritto l’uomo animico.

Sul piano fisico l’uomo animico è congiunto con l’uomo fisico-corporeo.

 

Tutto l’animico si esprime, si rivela nel corporeo,

• sicché, da un lato, si manifesta nella corporeità

tutto quanto si esprime nell’antipatia, nella memoria e nel concetto;

• ciò è legato all’organismo corporeo dei nervi.

 

• In quanto nel corpo si formano le strutture nervose, sono operanti gl’influssi prenatali.

L’elemento animico prenatale

agisce nel corpo umano attraverso l’antipatia, la memoria e il concetto;

e si crea il sistema nervoso.

Questo è il giusto concetto di ciò che sono i nervi;

tutto quanto si dice generalmente riguardo alla differenziazione dei nervi in «sensori» e «motori»

non ha senso, come ho spesso ripetuto.

 

Così, in certo modo,

la volontà, la simpatia, la fantasia e l’immaginazione agiscono partendo dall’interno dell’uomo.

• Quest’azione deve però restare allo stato di germe,

non deve mai arrivare a una vera e propria conclusione, bensì nel sorgere deve già tramontare.

Deve rimanere in germe e non svilupparsi troppo; per questo appena sorto deve svanire.

 

Tocchiamo qui un punto molto importante nell’uomo;

• dobbiamo imparare a comprendere l’uomo per intero: spirito, anima e corpo.

• Ora, nell’uomo viene continuamente formato qualcosa che ha la tendenza a spiritualizzarsi,

ma che non vi riesce, e si dissolve nella corporeità, a cagione del grande amore, certamente egoistico,

che gli portiamo incontro per trattenerlo nel corpo.

• Abbiamo dunque in noi qualcosa che è materiale,

ma che vorrebbe continuamente passare dallo stato materiale ad uno spirituale;

non gli permettiamo di diventare spirituale, per questo lo annientiamo nel momento in cui sta per spiritualizzarsi.

Questo «quid» è il  s a n g u e , l’opposto dei nervi.

 

 

Il sangue è davvero «un succo del tutto peculiare» (secondo le parole di Goethe).

• È quel succo che, se potessimo allontanarlo dal corpo umano (ciò che nelle condizioni terrestri non è possibile) in modo che resti sangue senza che altri agenti fisici lo distruggano, s’innalzerebbe, a guisa di vortice, come «spirito». Affinché non si volatilizzi così, e rimanga in noi fino a che viviamo sulla terra, cioè fino alla morte, il sangue deve venir annientato.

Perciò si producono continuamente in noi, grazie all’inspirazione e all’espirazione,

i due fenomeni alterni del formarsi e dell’annientarsi del sangue.

 

Opera in noi una polarità: il proc