/////02 – ESSENZA DEL LAVORO IN SENSO ECONOMICO

02 – ESSENZA DEL LAVORO IN SENSO ECONOMICO

Essenza del lavoro in senso economico.

O.O. 340 – I capisaldi dell’economia – 25.07.1922


 

Sommario: La formazione del prezzo, come incontro di domanda e offerta, non è un concetto preciso. I tre fattori della produzione: natura, lavoro, capitale. Essenza del lavoro in senso economico. Il valore è natura modificata dal lavoro, o lavoro modificato dallo spirito. La costante insita nei valori che fluttuano. Polarità fra natura e capitale.

 

I primi concetti e le prime vedute che dovremo sviluppare nel campo economico saranno per forza alquanto complicati, e per una ragione pratica. L’economia, pure considerata come economia mondiale, è in continuo movimento. Direi che come il sangue scorre attraverso il corpo umano, così i beni, quali merci, scorrono per tutte le vie possibili attraverso l’organismo economico. Nel processo economico, almeno per quanto riguarda l’economia d’oggi, dobbiamo considerare come fatto principale ciò che si svolge tra acquisto e vendita. Qualunque altra cosa possa essere in gioco (e dovremo certo parlare degli impulsi più svariati che si manifestano nell’economia), il problema economico sorge per l’uomo non appena egli abbia qualcosa da vendere o da comprare. Anche il profano, pensando all’economia, si preoccupa per istinto di ciò che avviene tra compratore e venditore; questo è il punto nel quale converge tutta l’economia.

 

Consideriamo dunque ciò che si svolge quando, nell’àmbito della circolazione economica, si presenta il caso di una compra-vendita. Quello che importa allora è il prezzo di una merce, di un bene. In ultima analisi la questione del prezzo è quella in cui devono sfociare i più importanti problemi economici, poiché nel prezzo culminano tutte le forze, tutti gli impulsi attivi nell’economia. Dovremo perciò studiare prima di tutto il problema del prezzo; esso però è un problema tutt’altro che semplice. Basta considerare per ora il caso più elementare: nel paese A abbiamo una merce qualsiasi che sul posto ha un determinato prezzo. Però, se quella merce non viene comprata là, ma trasportata altrove, bisogna aggiungere al prezzo la somma che si è dovuta pagare per il trasporto fino al successivo punto B. Durante la circolazione, il prezzo subisce dunque un mutamento. Questo è il caso più semplice, più ovvio; ve ne sono naturalmente di assai più complicati.

 

Supponiamo ad esempio che una casa, in una città importante, costi in un certo momento una data somma. Dopo 15 anni quella stessa casa costerà forse 6o8 volte tanto; e non è necessario supporre che la causa principale di tale aumento sia la svalutazione del denaro. Non è necessario presumerlo. L’aumento del prezzo può dipendere semplice- mente dal fatto che nel frattempo molte altre case siano state costruite tutt’intorno alla prima, o che vi siano in vicinanza altri edifìci che accrescano particolarmente il valore di quella casa. Il fatto ch’essa sia aumentata di valore può benissimo esser dovuto a molte diverse circostanze. Non siamo mai in grado di spiegare il caso speciale con una regola generale; di dire per esempio che per una casa o per una partita di ferro o di grano, si possa senz’altro determinare il prezzo in base a date condizioni locali. A tutta prima ben poco possiamo dire all’infuori del fatto che si deve osservare come il prezzo oscilli a seconda del luogo e del momento; forse si potranno seguire alcune delle singole condizioni grazie alle quali il prezzo, in un dato posto, si è fissato proprio al livello al quale noi lo troviamo. Ma non si può dare una definizione generale del modo in cui il prezzo si determini; è veramente impossibile. Perciò sorprende che gli economisti parlino del prezzo come se si potesse definirlo. Non si può definirlo, perché il prezzo è sempre un fatto specifico, e tutte le definizioni del prezzo nella scienza economica sono tentativi che non riescono neppure ad avvicinarsi al loro oggetto.

 

Una volta osservai ad esempio un caso: in una certa regione i terreni erano molto a buon mercato. Ora una società, che contava tra i suoi aderenti un personaggio alquanto celebre, un bel giorno acquistò tutti quei terreni a buon mercato, e indusse quell’uomo celebre a costruirvi una casa. Gli appezzamenti di terreno messi in vendita salirono a un prezzo molto maggiore di quello a cui erano stati acquistati, per il solo fatto che quell’uomo celebre era stato indotto a costruirvi la propria casa.

 

Sono cose che mostrano da quali indeterminate circostanze dipenda il prezzo di un oggetto nel processo economico. Si potrà dire che tali ingiustificate oscillazioni di prezzo vanno guidate. Infatti chi propugna una riforma agraria o sociale pretende di stabilire in certo modo e con diversi espedienti un prezzo equo per diversi beni. Lo si può fare, ma economicamente considerato, il prezzo non ne viene modificato. Quando un fatto simile si produca, e i terreni vengano quindi venduti a prezzi più alti, si può ad esempio riprendere ai venditori il loro denaro sotto forma di elevate tasse fondiarie; in tal caso lo Stato intasca il sovraprezzo, ma con questo la realtà non è stata modificata. In realtà quei beni diventano ancora più cari. I provvedimenti adottati per combattere il fenomeno non fanno che mascherarlo; il prezzo rimane quello che sarebbe stato senza tali provvedimenti; non si fa che spostare i termini; pensando economicamente, non è poi giusto dire che quei terreni, dopo dieci anni, non siano rincarati; in realtà si son solo mascherati i fatti con dei provvedimenti. Il fatto è che l’economia deve poggiare saldamente con tutti e due i piedi nella realtà, e che nel campo economico si può sempre soltanto parlare delle condizioni precise esistenti nel tempo e nel luogo in questione. Che le cose possano anche andare in modo diverso risulterà naturalmente in seguito per chi vuole il progresso dell’umanità, ma in un primo tempo esse devono essere osservate nella loro realtà immediata. Da tutto ciò si rileverà come sia veramente impossibile avvicinarci a quello che è il concetto più importante dell’economia, il prezzo, e volerlo afferrare in modo rigidamente delimitato. Così non è possibile arrivare a un risultato nella scienza economica; bisogna percorrere altre vie: cioè osservare il processo economico stesso.

 

Comunque il problema del prezzo è il più importante e dobbiamo considerare il processo economico, cercando in certo modo di cogliere il punto e il momento in cui, dai sostrati economici, balza fuori il prezzo di una cosa qualsiasi.

 

Seguendo le dottrine economiche correnti, vi si trovano di solito indicati tre fattori, dalla cui vicendevole azione si svolgerebbe il complesso dell’economia: la natura, il lavoro umano e il capitale. Certo, si può dire in un primo tempo: seguendo il processo economico, si trova in esso ciò che proviene dalla natura, ciò che si ottiene col lavoro umano e ciò che viene intrapreso, oppure ordinato, dal capitale. Ma osservando semplicemente l’uno accanto all’altro: natura, lavoro e capitale, non si afferra in modo vivente il processo economico. Proprio da questo modo di considerare il fenomeno, provengono le vedute unilaterali che si riscontrano appunto nella storia delle dottrine economiche. Mentre gli uni ritengono che ogni valore provenga dalla natura, e che il lavoro umano non aggiunga alcun particolare valore ai prodotti naturali, altri opinano che i beni e le merci acquistino il loro valore mercé il lavoro che vi è cristallizzato, come anche si dice. Considerando invece insieme capitale e lavoro, si troverà da un lato che in realtà è solo il capitale quello che rende possibile il lavoro, che il salario viene pagato dalla massa del capitale; dall’altro lato invece si dirà: «Niente affatto! È il lavoro che produce valori, e ciò che forma il capitale è solo il plusvalore detratto dal prodotto del lavoro».

 

La verità è che può aver ragione l’uno e l’altro, a seconda del punto di vista da cui si considerano le cose. Accade qui come nella contabilità: i risultati sono diversi a seconda che le scritture siano fatte in una partita o in un’altra. Si può parlare, con ragioni apparentemente ottime, del plusvalore che l’imprenditore si appropria e che effettivamente è detratto dal salario. Ma con ragioni altrettanto buone si può dire che nell’àmbito economico tutto spetta al capitalista il quale appunto paga i propri operai solo con quello che può destinare ai salari. Sia per l’una, sia per l’altra asserzione, vi sono ottime ed anche pessime ragioni. Però tutte queste considerazioni non riescono affatto ad accostarsi alla realtà economica. Possono servire come base di agitazioni, ma sono comunque inadeguate a essere il fondamento di una seria dottrina economica. Bisogna partire da basi molto più solide volendosi occupare con una certa serietà dello sviluppo evolutivo dell’organismo economico. Naturalmente tutte le concezioni del genere di quelle menzionate sono giustificate fino ad un certo grado. Così quando Adam Smith vede per esempio nel lavoro applicato alle cose il vero primo fattore che costituisce il valore, anche per ciò si possono trovare ottime ragioni. Indubbiamente un uomo come Adam Smith non pensava da stolto; ma anche a base del suo modo di pensare sta la credenza che si possa afferrare e definire il processo economico come una cosa immobile, mentre nel processo economico tutto è sempre in movimento. Farsi dei concetti intorno ai fenomeni naturali, anche ai più complessi, è relativamente semplice in confronto alle concezioni che occorrono per una dottrina economica. I fenomeni economici sono infinitamente più complicati, più instabili e mutevoli che non quelli naturali; sono assai più fluttuanti e inafferrabili per mezzo di concetti definiti.

 

Dobbiamo valerci perciò di un metodo completamente diverso. Questo metodo riuscirà difficile solo agli inizi; ma vedremo che ne scaturirà ciò che si può mettere alla base di una reale dottrina economica. Possiamo dire: nel processo economico che ci proponiamo di considerare, concorrono: natura, lavoro umano e a tutta prima, se guardiamo la parte puramente esteriore dell’economia, capitale. Ripeto: a tutta prima.

 

Cominciando ora ad osservare il fattore intermedio, il lavoro umano, proviamo a farcene un’immagine scendendo (l’ho accennato già ieri) nel regno degli animali, e considerando, anziché l’economia politica, l’«economia» dei passeri e delle rondini. Qui evidentemente la base dell’economia è la natura. Anche il passero deve eseguire un tipo di lavoro; deve per lo meno saltellare qua e là in cerca del suo granello, e deve saltellare assai in un giorno per trovarlo. La rondine che costruisce il proprio nido deve anch’essa eseguire un tipo di lavoro, ed essa pure ha molto da fare. Eppure, in senso economico, non possiamo chiamarlo un lavoro. Non approdiamo a nulla nelle concezioni economiche se chiamiamo questo un lavoro; osservando più attentamente, dobbiamo infatti dire: il passero e la rondine sono organizzati così da essere proprio costretti a fare ciò che fanno per procurarsi il cibo. Non sarebbero sani, se non potessero muoversi in quel modo: è quasi una continuazione del loro organismo, ed è loro proprio come il fatto di avere delle zampe e delle ali; dobbiamo così fare assolutamente astrazione da quel che si potrebbe chiamare un lavoro apparente, se vogliamo formarci dei concetti economici. Dove il prodotto naturale viene colto direttamente e dove il singolo essere vivente non compie che un lavoro apparente per soddisfare sé o i suoi, non si può parlare in senso economico di un valore. Ora per noi si tratta anzitutto di formarci un concetto intorno al valore economico.

 

Se dunque guardiamo all’economia animale, possiamo dire soltanto che per essa la sola natura è formatrice di valori. Solo la natura forma i valori per l’economia animale. Se invece consideriamo l’economia umana, vediamo che i prodotti forniti dalla natura sono soltanto un punto di partenza per formare valori naturali. Ma dal momento che l’uomo non prende più semplicemente per sé e per i suoi quello che la natura gli offre, ma provvede anche in senso più largo per altri uomini, entra in gioco un nuovo fattore: il lavoro umano. Anche se la fatica dell’uomo si limita semplicemente a scambiare in qualche modo con altri uomini i prodotti naturali, abbiamo un lavoro umano che si aggiunge a ciò che la natura fornisce. Ed è questo uno dei lati del concetto di valore nell’economia. Sotto questo aspetto il valore si forma per il fatto che prodotti naturali vengono trasformati dal lavoro umano e che poi, così trasformati, circolano nell’economia. Questa è la fonte del valore economico, da un lato. Fintanto che il prodotto di natura rimane intatto nel suo luogo di origine, esso non ha valore diverso da quello che ha, per esempio, anche per l’animale. Ma nel momento in cui si fa il primo passo per inserire il prodotto di natura nel processo della circolazione economica, col trasformato prodotto di natura nasce il valore economico. In questo caso possiamo dire: il valore economico è da questo lato un prodotto di natura trasformato dal lavoro umano. Non importa che tale lavoro consista nello scavare, nello zappare, o nel trasportare il prodotto di natura da un luogo all’altro. Se vogliamo avere una determinazione del valore in generale, dobbiamo dire: formatore di valore è il lavoro umano che trasforma un prodotto di natura sì che possa inserirsi nel processo della circolazione economica.

 

Tenendo presente tutto ciò, si vedrà subito il carattere del tutto fluttuante del valore di un bene circolante nel processo economico, poiché vi è continuamente del lavoro che si applica alla massa dei beni economici. Di conseguenza non si può veramente dire che cosa sia valore, ma si può soltanto constatare che il valore appare in un determinato luogo e in un determinato momento, in quanto il lavoro umano trasforma un prodotto di natura. Qui appare il valore.

 

Non possiamo né vogliamo affatto, per il momento, definire il valore, ma solo indicare il punto nel quale esso appare. Vorrei mostrarlo con uno schema (vedi il disegno). Qui nello sfondo abbiamo in certo modo la natura (a sinistra: blu); abbiamo inoltre il lavoro umano (rosso) che si aggiunge alla natura; ciò che appare, per così dire attraverso l’azione reciproca di natura e lavoro umano, ciò che qui si manifesta, è uno degli aspetti del valore.

 

 

Non sarebbe affatto un’immagine errata, se si dicesse, per esempio: osservando una qualunque superficie nera attraverso qualcosa di chiaro, la si vede blu. Il blu è però diverso a seconda della maggiore o minore densità del mezzo chiaro; a seconda di come è spostato, tale densità risulta diversa; dunque è variabile, fluttuante. Così nell’economia il valore, che in realtà non è altro che l’apparire della natura attraverso il lavoro umano, è dovunque variabile.

 

Con tali considerazioni non otteniamo in un primo tempo se non qualche accenno astratto che ci servirà tuttavia di orientamento per cercare i fatti concreti. Ma siamo già abituati, in tutte le scienze, a cominciare appunto da quello che è della massima semplicità.

 

Dunque, il lavoro in sé, entro il nesso economico, non risulta determinato. Infatti, prendiamo un uomo che spacca della legna, e un altro che monta sopra una ruota e coi piedi la fa girare, salendo continuamente da un gradino all’altro (perché è grasso e con questo esercizio vorrebbe dimagrire); ebbene, quest’ultimo potrà produrre la stessa quantità di lavoro di chi spacca la legna. Il lavoro, quale ad esempio lo considera Marx, quando dice che il suo equivalente si dovrebbe cercare in ciò che dal lavoro viene consumato nell’organismo umano, è un’enorme assurdità, poiché ciò che viene consumato è lo stesso, tanto se un uomo balla sopra una ruota, quanto se spacca della legna. Ciò che avviene nell’uomo non ha nessuna importanza in senso economico. Abbiamo pur visto che l’economia confina con quel che non è economia. Considerando la cosa in modo puramente economico, non è assolutamente giustificato accennare comunque al fatto che il lavoro logora l’uomo; o almeno non è giustificato in un primo tempo, per porre economicamente il concetto di lavoro. Il rilievo ha una ragione d’essere indiretta, perché è compito dell’economia provvedere ai bisogni dell’uomo che ha lavorato, ma è assurdo il modo in cui Marx lo applica.

 

Ora, che occorre per comprendere che cosa sia il lavoro nel processo economico? Occorre prescindere totalmente dall’uomo, e osservare come il lavoro s’inserisca nel processo economico. Il lavoro eseguito su quella tal ruota non vi si inserisce affatto, e resta legato all’uomo, mentre lo spaccare la legna s’inserisce effettivamente nel processo economico. Tutto dipende da come il lavoro s’inserisce nel processo economico. Per tutto quanto ci importa ora, è da considerarsi precisamente il fatto che la natura venga ovunque trasformata dal lavoro umano. Solo in quanto la natura viene trasformata dal lavoro umano, si producono valori economici considerati sotto questo primo aspetto. Se ad esempio per la salute dèi nostro corpo ci sembra giusto lavorare la terra, e di tanto in tanto ballare un po’ oppure fare dell’euritmia, si potrà giudicarlo da un altro punto di vista; ma quello che facciamo in quei ritagli di tempo non deve essere considerato come lavoro economico e neppure come generatore di valore economico. Può essere generatore di valori da un altro lato: ma qui dobbiamo formarci anzitutto dei concetti netti e precisi dei valori economici come tali.

 

Vi è però anche un’altra possibilità, tutta diversa, di produrre un valore economico. Se guardiamo al lavoro come tale, e lo prendiamo come qualcosa di dato, questo lavoro (lo abbiamo visto poc’anzi) è da prima qualcosa di economicamente del tutto neutrale, insignificante, ma diventa economicamente produttore di valore non appena venga diretto dallo spirito, dall’intelligenza dell’uomo, e qui devo parlare in modo alquanto diverso da prima.

 

In certi casi estremi potremmo persino pensare di trasformare in lavoro, per mezzo dello spirito umano, qualcosa che altrimenti non lo sarebbe affatto. Se a qualcuno viene in mente di mettere quella tal ruota nella propria camera, e di continuare a muoverla, allo scopo di dimagrire, egli non produrrà nessun valore economico. Ma se applica una cinghia intorno alla ruota e la innesta in qualche luogo per mettere in moto una macchina, allora si vedrà subito utilizzato, mediante lo spirito, quello che di per sé non era un lavoro. Come effetto accessorio, la persona in questione dimagrirà lo stesso, ma qui l’importante è che il lavoro, guidato dallo spirito, dall’intelligenza, dalla riflessione e magari anche dalla speculazione, venga portato in una certa direzione, e che i diversi lavori siano diretti a produrre certi vicendevoli effetti. Qui abbiamo dunque il secondo aspetto della formazione del valore nell’economia; qui, dove il lavoro sta nello sfondo, e lo spirito in primo piano dirige il lavoro, vediamo il lavoro trasparire attraverso lo spirito, generando a sua volta valore economico.

 

Vedremo poi che questi due aspetti esistono veramente ovunque. Se prima ho disegnato lo schema in modo che qui il valore economico si manifesta quando la natura traspare attraverso il lavoro, quello che ho spiegato ora dovrei disegnarlo in modo da avere nello sfondo il lavoro, e davanti ciò ch’è spirituale, che imprime al lavoro una certa modificazione (nel disegno, a destra).

 

Questi sono in sostanza i due poli del processo economico. Non vi sono altre vie attraverso le quali vengano generati valori economici. O la natura viene modificata dal lavoro, o il lavoro viene modificato dallo spirito; e qui spesso lo spirito si esplica nelle formazioni di capitale, sì che, per l’economia, si deve cercare lo spirito nella configurazione dei capitali (per lo meno ne sono l’espressione esteriore).

Ma questo ci risulterà poi, quando osserveremo il capitale come tale, e poi il capitale come denaro.

 

Si vede dunque che non è possibile parlare di tutto ciò in modo da farne scaturire una definizione del valore economico. Pensiamo solo da quante cose, da quante persone intelligenti e stupide dipende che il lavoro venga in qualche luogo modificato dallo spirito. Sono tutte condizioni fluttuanti; per esse vale però sempre il fatto che in queste due opposte polarità si devono cercare nel processo economico i momenti formativi del valore.

 

Ora, se questo è il caso, in qualsiasi punto ci troviamo posti nel processo economico, e questo si estrinseca in una compra-vendita, abbiamo in sostanza uno scambio di valori. Non troviamo altro scambio che quello di valori. In fondo è un errore parlare di scambio di beni. Nel processo economico i beni, siano essi un modificato prodotto di natura o un modificato lavoro, sono un valore: quelli che vengono scambiati sono valori. L’importante è che ovunque si svolga un acquisto o una vendita, avviene uno scambio di valori; e quel che risulta nel processo economico, quando valore e valore cozzano l’uno contro l’altro per scambiarsi, è il prezzo. Si vedrà apparire il prezzo soltanto quando nel processo economico valore urta contro valore. Perciò non possiamo affatto formarci delle idee sul prezzo, pensando solo a uno scambio di beni. Se per un soldo acquistiamo una mela, potremo certamente dire di scambiare un bene contro un altro bene, la mela contro un soldo; ma in questo modo non arriveremo mai a una concezione economica. Infatti la mela fu colta in qualche luogo, poi spedita e probabilmente manipolata anche in altro modo. Il lavoro l’ha modificata.

 

Non abbiamo dunque a che fare con una mela, ma con un prodotto di natura trasformato dal lavoro umano; questo rappresenta un valore. E in economia si deve sempre partire dal valore. Così anche nel soldo si ha a che fare con un valore e non con un bene, perché il soldo non è che un segno del fatto che nel compratore è presente un altro valore ch’egli scambia contro la mela.

 

Dunque quello che m’importa oggi è di arrivare al riconoscimento che in economia è errato parlare di beni, ma si deve parlare di valori come di princìpi elementari, e che è errato voler afferrare il prezzo altrimenti che badando al gioco dei valori. Valore contro valore dà il prezzo. Se il valore è già qualcosa di fluttuante, di indefinibile, quel che nasce in certo modo dallo scambio, quando si scambia valore contro valore, cioè il prezzo, è addirittura qualcosa di fluttuante al quadrato.

 

Da tutto ciò si può concludere che in economia è vano voler definire comunque valori e prezzi, se vogliamo sentirci sopra un terreno sicuro, o addirittura intervenire con l’azione nel processo economico. Quel che qui importa dev’essere qualcosa di diverso, qualcosa che sta nello sfondo, e che vi sta realmente, come lo prova una riflessione semplicissima.

 

Pensiamo dunque: la natura ci appare attraverso il lavoro umano. Se per esempio otteniamo del ferro in condizioni particolarmente difficili (oggetto naturale modificato da lavoro umano), ne risulterà un dato valore; se in altro luogo ricaviamo il ferro in condizioni molto più facili, ne risulterà un valore tutto diverso. Vediamo dunque che non si deve cominciare dal valore per afferrare la cosa, ma da ciò che sta dietro al valore. Risalendo ai fattori che formano il valore troveremo forse degli elementi più stabili, sui quali lo sforzo umano può avere un’influenza diretta. Dal momento invece che il valore è già formato e circola nell’economia, bisogna lasciarlo fluttuare secondo le esigenze dell’organismo economico.

 

Un confronto chiarirà il mio pensiero. Studiando l’intima composizione del sangue si vede che essa può risultare diversa nel cervello o nel cuore o nel fegato; perciò sarà impossibile dare una definizione unitaria del sangue. Sarà invece importante trovare quale sia il sistema di nutrizione più conveniente per favorire un normale funzionamento dell’organismo in ogni singolo caso. Così non è questione di fare una teoria del valore e del prezzo, ma di conoscere i fattori fondamentali che, convenientemente trattati, formano poi da sé il prezzo giusto e utile per l’organismo economico.

 

Nell’indagine economica è assolutamente impossibile fermarsi alle definizioni del valore e del prezzo; bisogna sempre risalire ai punti di partenza: dunque in certo qual modo a ciò da cui il processo economico, da una parte trae il proprio alimento, e a mezzo di cui, dall’altra, viene regolato: cioè, da un lato alla natura e dall’altro allo spirito.

 

In tutte le teorie economiche dei tempi moderni le difficoltà sono sempre sorte dall’aver voluto definire prima ciò che è fluttuante. In sostanza chi ha penetrato il problema si convince che le definizioni come tali sono quasi tutte giuste. (Vogliamo prescindere da quell’errore grossissimo secondo il quale il lavoro corrisponderebbe a ciò che, come materia consumata, deve essere compensato nell’organismo umano.) Ma anche persone di vero ingegno sono incespicate nel formare le loro teorie economiche, per aver voluto osservare in uno stato di riposo ciò che invece è in movimento. Si può far questo di fronte ai fenomeni naturali, anzi spesso bisogna farlo; ma in questo caso basta osservare in modo tutto diverso gli oggetti che si trovano nello stato di riposo.

 

Infatti in fisica si studia il movimento scomponendolo in singoli momenti di quiete. Anche nel calcolo integrale consideriamo il movimento come risultante da singole posizioni di immobilità.

 

Il processo economico non si può studiare seguendo tale forma di conoscenza. Si deve quindi dire: quello che conta è affrontare la scienza economica preoccupandosi del modo in cui, da una parte, il valore appare come natura trasformata dal lavoro, cioè la natura è vista attraverso il lavoro; mentre dall’altra il valore appare come lavoro visto attraverso lo spirito. Queste due genesi di valori sono polarmente diverse, come nello spettro il polo luminoso, giallo, è opposto a quello turchino e violetto. Si potrà dunque benissimo ritenere questa immagine: come da un lato appaiono nello spettro i colori caldi, così appare da un lato il valore-natura, che si manifesterà nel ricavo dei prodotti là dove la natura viene modificata dal lavoro; dall’altro lato, ci apparirà il valore-capitale là dove vedremo il lavoro modificato dallo spirito. Si formerà il prezzo quando i valori d’un polo entreranno in rapporto coi valori dell’altro polo, oppure quando i valori entro uno stesso polo entrano fra loro in relazione scambievole. Comunque nella formazione dei prezzi si tratterà sempre di reciprocità d’azione tra valore e valore. Dovremo dunque prescindere dalla materialità dei beni, ed esaminare come, da una parte e dall’altra, si siano formati i valori. Potremo così giungere al problema del prezzo.

 

 

By | 2018-11-12T18:03:55+01:00 Novembre 12th, 2018|CAPISALDI ECONOMIA|Commenti disabilitati su 02 – ESSENZA DEL LAVORO IN SENSO ECONOMICO