02 – La direzione spirituale dell’umanità

O.O. 15 – Direzione spirituale dell’uomo e dell’umanità – II°


 

Si può scoprire un singolare parallelismo fra ciò che si manifesta in ogni vita umana e ciò che si esplica nell’evoluzione complessiva dell’umanità, se si considera quanto i maestri e i capi dell’antico Egitto dissero ai greci sulla guida e la direzione della vita spirituale egiziana. Si narra che un egiziano abbia risposto ai greci che gli avevano chiesto da chi fosse stato guidato e diretto sin dai tempi antichi: nel remoto passato da noi regnavano e insegnavano gli dèi e solo più tardi furono uomini a guidarci. Gli egizi dissero ai greci che si chiamava Menes la prima guida sul piano fisico, riconosciuta come di natura simile a quella umana. Questo vuol dire che i capi dell’antico Egitto attestavano che in tempi remoti erano stati gli dèi stessi (a quanto riferiscono le fonti greche) a dirigere e guidare il loro popolo. Di fronte a un’affermazione che ci giunge dall’antichità a noi spetta sempre di comprenderla giustamente. Che cosa intendevano dire gli egizi affermando: da noi furono dèi i re, furono dèi i grandi maestri?

 

Chi aveva dato ai greci quella risposta alle loro domande intendeva dire: se si risalisse ai tempi più antichi del popolo egizio, e si chiedesse a coloro che sentivano in sé una coscienza superiore, una specie di sapienza dei mondi superiori: « Chi sono in realtà i vostri maestri? », essi risponderebbero: se volessi parlare del mio vero maestro, non dovrei indicare quest’uomo o quell’altro, ma dovrei invece traspormi in uno stato di chiaroveggenza (e la scienza dello spirito ci insegna che ciò era relativamente più facile in tempi antichi di quanto lo sia oggi) e allora trovo il mio vero ispiratore, il mio vero maestro: egli mi si avvicina soltanto se il mio occhio spirituale è dischiuso. Infatti nell’antico Egitto discendevano dai mondi spirituali verso gli uomini certe entità che non si incarnavano in un corpo fisico umano.

 

Nella più remota antichità egizia

erano ancora gli dèi a regnare e ad insegnare attraverso esseri umani; e per « dèi »

gli egizi intendevano degli esseri che avevano preceduto l’uomo nella sua evoluzione.

 

Secondo la scienza dello spirito la Terra, prima di diventare « Terra », è passata per un altro stato planetario chiamato « stato lunare ». Durante quel periodo l’uomo non era ancora uomo, nel senso odierno della parola; però sull’antica Luna esistevano altre entità che non possedevano la figura umana attuale, che avevano una struttura differente, ma si trovavano allora a quel grado di evoluzione che l’uomo ha raggiunto adesso sulla Terra. Si può quindi affermare che sull’antico pianeta Luna, che è andato distrutto e dal quale più tardi derivò la Terra, vivevano certe entità che erano i precursori degli uomini.

 

Nell’esoterismo cristiano quelle entità vengono chiamate angeli e quelle che si trovano al disopra di esse arcangeli. Questi ultimi erano stati uomini in tempi ancora più remoti degli angeli. Quelli che nell’esoterismo cristiano sono chiamati angeli e nella mistica orientale « entità dhyaniche » erano stati « uomini » durante l’età lunare. Questi esseri dunque, se sull’antica Luna hanno compiuto interamente la loro evoluzione, si trovano adesso, durante l’età della Terra, di un intero gradino al di sopra degli uomini. Soltanto alla fine dell’evoluzione terrestre l’uomo sarà pervenuto al punto che quelle entità avevano raggiunto alla fine dell’evoluzione lunare.

 

Quando ebbe inizio lo stadio terrestre del nostro pianeta e l’uomo fece la sua comparsa sulla Terra, quelle entità non poterono manifestarsi in una figura esteriore umana. Infatti il corpo umano di carne è essenzialmente un prodotto della Terra; esso è appropriato solo alle entità che sono uomini adesso.

Le entità che stanno di un gradino al di sopra degli uomini non poterono incarnarsi in corpi umani all’inizio dell’evoluzione terrestre; esse poterono partecipare al governo della Terra solo prendendo contatto con gli uomini nello stato chiaroveggente che costoro erano in grado di sperimentare nella remota antichità della Terra, ispirando e illuminando gli uomini e intervenendo in questo modo indiretto nella guida dei destini terrestri.

 

Gli antichi egizi serbavano dunque ancora il ricordo di quello stato, nel quale le personalità dirigenti erano perfettamente consapevoli del loro rapporto con le entità che si chiamano dei, o angeli o entità dhyaniche. Ma che cos’erano poi queste entità che non s’incarnavano come uomini, che non assumevano figura umana di carne, ma influivano sull’umanità nel modo ora descritto? Erano i predecessori degli uomini che avevano oltrepassato il gradino dell’umanità.

 

Ai nostri tempi è stato fatto grande abuso di una parola che qui si può adoperare nel suo giusto senso: la parola « superuomo ». Se proprio si volesse usarla, si potrebbero chiamare « superuomini » le entità che già durante l’antica Luna, nello stadio evolutivo planetario che ha preceduto la Terra, erano stati uomini ed ora si trovano a un gradino più allo. Essi potevano apparire agli uomini chiaroveggenti soltanto in un corpo eterico. E proprio così infatti essi apparvero, discendendo dai mondi spirituali sulla Terra e vi governarono perfino ancora nei tempi postatlantici.

 

Queste entità avevano la singolare caratteristica (e la posseggono ancora) di non avere bisogno di pensare: si potrebbe anche dire che non sono in grado di pensare come fa l’uomo. Come pensa l’uomo? Più o meno in questo modo: partendo da un certo punto, partendo dall’aver compreso questo o quello, egli cerca di procedere alla comprensione di altre cose. Se non fosse questo il cammino del pensiero umano, non sarebbe tanto difficile il tirocinio scolastico. Per esempio, la matematica non si può apprendere da un giorno all’altro, perché occorre incominciare da un certo punto e procedere gradualmente. E questo richiede del tempo. Non si può abbracciare con un unico sguardo un intiero mondo di pensieri, poiché il pensiero umano si svolge nel tempo. Un edificio di pensieri non si realizza nell’anima d’un solo colpo; occorre cercare, sforzarsi, per scoprire il filo dei pensieri. Ora le entità di cui stiamo dicendo non possiedono queste caratteristiche umane; in loro un vasto edificio di pensiero sorge con la stessa rapidità con cui un animale si rende conto di voler acchiappare un cibo gradito al suo istinto.

 

In quelle entità l’istinto non si può distinguere dalla coscienza pensante, essi sono la stessa cosa. Come gli animali, nel loro regno e ai loro diversi gradini, possiedono l’istinto, così le entità dhyaniche o angeli possiedono un pensare spirituale immediato, un’immediata rappresentazione spirituale. Questa istintiva vita interiore di pensiero le differenzia sostanzialmente dagli uomini.

 

A questo punto è facile rendersi conto come sia impossibile che quelle entità si valgano di un cervello o di un corpo fisico come quelli degli uomini. Esse debbono servirsi di un corpo eterico, poiché un corpo umano o un cervello umano trasmettono i pensieri soltanto nel tempo, mentre quelle entità non sviluppano i pensieri nel tempo, ma per così dire sentono accendersi in sé spontaneamente la saggezza che loro compete. Non è possibile per loro, come invece Io è per l’uomo, pensare il falso. Il corso del loro pensiero è una ispirazione diretta. Perciò le personalità che poterono entrare in contatto con queste entità sovrumane o angeliche avevano la consapevolezza di trovarsi di fronte alla saggezza infallibile.

 

Dunque quando nel remoto passato, e perfino ancora nell’antico Egitto, il maestro o il re si trovava di fronte a questa sua guida spirituale, egli sapeva che il suo comandamento, la verità da essa enunciata erano assolutamente veri, non potevano essere errati. Questo a loro volta sentivano anche gli uomini ai quali queste verità venivano trasmesse.

Le guide chiaroveggenti dell’umanità erano in grado di parlare in modo tale che dalle loro parole stesse si credeva di ricevere ciò che fluiva dal mondo spirituale. Insomma era una corrente che risaliva direttamente verso le gerarchie spirituali dirigenti.

 

Ciò che agisce nell’infanzia dell’uomo si può vedere operare in grande sul piano dell’umanità, sotto forma della più vicina sfera delle gerarchie spirituali, quella degli angeli, o delle entità sovrumane che si trovano un gradino più in alto degli uomini e che s’innalzano direttamente nelle sfere spirituali. Da queste sfere esse recano giù in Terra ciò che agisce entro la civiltà umana. Nel bambino è la formazione del corpo a ricevere l’impronta della saggezza superiore; e in modo analogo è andata formandosi la civiltà nell’evoluzione più antica dell’umanità.

In questo modo gli egizi, i quali riferivano di essere in rapporto con un elemento divino, sentivano l’apertura dell’anima dell’umanità nei confronti delle gerarchie spirituali. Come l’anima infantile dischiude la sua aura alle gerarchie (fino al momento della vita di cui abbiamo parlato in precedenza), così l’umanità intera, mediante il proprio lavoro, apriva il suo mondo alle gerarchie con le quali era in rapporto.

Questo rapporto assunse un’importanza particolare nel caso di quelli che designiamo come i santi maestri degli indiani, i grandi maestri di quella prima civiltà postatlantica che era fiorita nell’Asia meridionale.

 

Dopo la catastrofe atlantica e dopo che si era trasformata la fisionomia della Terra, assumendo in Asia, in Europa e in Africa il suo nuovo aspetto, fiorì appunto la civiltà di quegli antichi, grandi maestri: e precisamente in un’epoca precedente a quella di cui parlano gli antichi documenti che abbiamo citati. Di questi grandi maestri dell’India l’uomo d’oggi si farà in genere un’idea piuttosto errata. Se infatti un uomo colto dei nostri giorni si trovasse di fronte ad uno dei grandi maestri dell’India, egli rimarrebbe non poco stupito e forse si chiederebbe: e questo sarebbe un « saggio »? Io non me lo ero mai immaginato a questo modo, un saggio! Perché quegli antichi santi maestri dell’India non erano affatto capaci di enunciare qualcosa che da un uomo colto odierno possa venir giudicato savio o intelligente. Erano uomini che oggi si direbbero ingenui e umilissimi, che avrebbero risposto nel modo più semplice anche a domande riguardanti la vita di ogni giorno.

 

In molti periodi non si sarebbe riuscito ad ottenere da loro che qualche rara parola, che sarebbe apparsa assolutamente insignificante a una persona colta dei nostri giorni. Però in altri momenti questi santi maestri si rivelavano ben diversi da persone soltanto semplici. In quei momenti essi dovevano trovarsi riuniti in numero di sette, perché ciò che ognuno di loro era in grado di sentire doveva armonizzarsi, come in un accordo di sette suoni, con gli altri sei saggi; così ciascuno aveva la possibilità di contemplare questa o quella realtà, conforme al suo particolare strumento e al suo particolare sviluppo. E dall’accordo di tutto ciò che ognuno di loro singolarmente contemplava, nasceva poi la sapienza primordiale che sentiamo risuonare se siamo capaci di decifrare i veri documenti occulti.

 

Questi documenti non sono le rivelazioni dei Veda, per quanto noi possiamo ammirarli: gli insegnamenti dei santi maestri dell’India risalgono a tempi molto più antichi della composizione dei Veda, e in queste opere poderose ne ritroviamo solamente un’eco. Ma quando ognuno di quegli uomini si trovava di fronte ad uno dei sovrumani antenati dell’umanità, quando contemplava chiaroveggentemente i mondi superiori, quando ascoltava spiritualmente la parola di quel predecessore dell’umanità, allora lo sguardo di ognuno di loro sfavillava come un sole. In queste condizioni ciò ch’essi allora erano capaci di dire esercitava un’impressione formidabile; sì che tutti gli ascoltatori sapevano: adesso non è vita umana, non è saggezza umana ad esprimersi, ma sono gli dei, sono entità sovrumane ad agire sulla civiltà umana.

 

Le antiche civiltà presero le mosse da questa risonanza della sapienza divina. Solo a poco a poco nell’epoca postatlantica si chiuse, per così dire, la porta verso il mondo divino-spirituale che durante il periodo atlantico era completamente accessibile all’anima umana. E nei diversi paesi, presso i diversi popoli, si cominciò a sentire che l’uomo era sempre più e più affidato a se stesso. In un senso diverso si mostra così nell’umanità quel che si manifesta nel bambino.

 

Prima il mondo divino-spirituale penetra entro l’anima inconscia del bambino la quale opera a edificare il corpo; viene poi il momento in cui l’uomo apprende a sentirsi come io e fino al quale egli potrà più tardi poi ricordarsi. Là si trova ciò che autorizza ad affermare che anche l’uomo più saggio può imparare qualcosa dall’anima di un bambino. Ma dopo quel momento ogni singolo si trova affidato a se stesso, sorge la coscienza dell’io e tutto va ricollegandosi in modo che più tardi si potranno ricordare le esperienze fatte.

 

Allo stesso modo anche nella vita dei popoli venne il tempo in cui essi cominciarono a sentirsi più segregati dalla divina ispirazione degli avi. Come il bambino viene a trovarsi separato dall’aura che nei primi anni ne aveva avvolto il capo, così anche nella vita dei popoli andò sempre più scemando l’influsso degli antenati divini, mentre gli uomini dovettero fondarsi sempre più sulla propria ricerca, sul proprio sapere. Appunto dove la storia parla in questo modo, si sente l’intervento della direzione dell’umanità.

 

Gli Egizi chiamavano Menes colui che inaugurò la prima civiltà umana; essi accennano contemporaneamente anche al fatto che questo implicò per l’uomo la possibilità dell’errore. Infatti da quel momento egli dovette affidarsi allo strumento del suo cervello.

La possibilità dell’errore viene accennata simbolicamente nel fatto che la costruzione del Labirinto viene attribuita al tempo in cui gli uomini furono abbandonati dagli dèi: questa è un’immagine delle circonvoluzioni del cervello, cioè dello strumento dei pensieri propri dell’uomo nei quali l’uomo può smarrirsi. Gli orientali chiamavano l’uomo Manas e Mane è il nome del primo vero portatore del pensiero.

Minos fu chiamato dai greci il primo elaboratore del pensiero umano ed è a lui (Minosse) che si ricollega la leggenda del Labirinto: gli uomini sentivano che appunto dai giorni di Minosse erano passati gradualmente dalla guida diretta da parte degli dèi a un tipo di direzione per cui l’io sperimenta in modo diverso gli influssi del mondo spirituale superiore.

 

Oltre a quegli antenati degli uomini, a quei veri superuomini che avevano condotto a termine sulla Luna la loro umanità ed erano adesso divenuti angeli, esistono altre entità che sulla Luna non avevano completato la loro evoluzione.

Le entità che nella mistica orientale si chiamano dhyaniche e angeli nell’esoterismo cristiano, avevano condotto a termine il loro sviluppo sull’antica Luna e, quando l’uomo intraprese il suo divenire sulla Terra, si trovavano già di un gradino al disopra degli uomini.

C’erano però altre entità che non avevano perfezionato la loro evoluzione umana sull’antica Luna, proprio come non avevano compiuto la loro evoluzione le categorie superiori delle entità luciferiche.

 

Quando ebbe inizio lo stato terrestre del nostro pianeta non vi era dunque soltanto l’uomo; esso riceveva anche l’ispirazione delle entità divino-spirituali, altrimenti non avrebbe potuto progredire, in modo simile a ciò che avviene nel bambino. Perciò, oltre a quegli uomini-bambini, esistevano in modo indiretto per la Terra anche le entità che avevano compiuto regolarmente la loro evoluzione sulla Luna.

Fra queste entità e gli uomini ve n’erano altre che appunto non si erano completamente evolute sulla Luna, entità superiori agli uomini, in quanto già sull’antica Luna avrebbero potuto diventare angeli, entità dhyaniche. Sennonché in quel periodo non maturarono completamente, rimasero indietro fra gli angeli, pur superando di gran lunga tutte le qualità proprie dell’uomo. Queste entità sono, in fondo, quelle che fra gli spiriti luciferici occupano il gradino più basso. Con queste entità, che stanno a metà fra gli uomini e gli angeli, comincia appunto già il regno delle entità luciferiche.

 

È facilissimo farsi un’idea errata di tali entità. Ci si potrebbe chiedere: perché gli spiriti divini, i reggitori del bene, hanno consentito che quelle entità rimanessero indietro, inoculando in tal modo il principio luciferico nell’umanità?

Si potrebbe anche obiettare che gli dèi buoni indirizzano tutto verso il bene. È un problema che si presenta naturalmente. Un altro malinteso che potrebbe sorgere si può esprimere con l’opinione che quelle entità siano appunto « cattive ». Ma in entrambi i casi si tratta di malintesi.

Infatti quelle entità non sono affatto solamente delle entità « cattive », sebbene si debba ricercare nel loro àmbito l’origine del male nell’evoluzione dell’umanità: esse si trovano in una posizione intermedia fra gli uomini e i superuomini. Sotto certi aspetti esse oltrepassano l’uomo quanto a perfezione. In tutte le facoltà che gli uomini debbono ancora conquistare quelle entità hanno già raggiunto un grado molto elevato; ed esse si distinguono dai progenitori degli uomini, descritti in precedenza, per il fatto che, non avendo condotto a termine la loro evoluzione umana sulla Luna, sono ancora capaci di incarnarsi in corpi umani, mentre l’uomo va evolvendosi sulla Terra.

 

Mentre gli angeli (o entità dhyaniche), che sono i grandi ispiratori degli uomini e ai quali gli egizi ancora si richiamavano, mentre gli angeli dunque non compaiono in corpi umani, ma si possono soltanto manifestare attraverso gli uomini, quelle entità, che si trovano in posizione intermedia fra gli uomini e gli angeli, in epoche remote del passato furono ancora capaci di incarnarsi in corpi umani.

Perciò nell’epoca lemurica e in quella atlantica fra gli uomini sulla Terra se ne trovano alcuni che portano in sé, come intima natura animica, un’entità angelica ritardataria. In quelle antiche epoche, cioè, non vivevano sulla Terra soltanto uomini comuni, i quali tendevano all’ideale umano attraverso le successive incarnazioni; in mezzo agli uomini si aggiravano anche entità di altra natura che nell’aspetto esterno assomigliavano agli uomini. Esse dovevano portare il corpo umano, poiché la figura esteriore d’un uomo incarnato dipende dalle condizioni terrestri.

Ma soprattutto nelle età più antiche si trovavano fra gli uomini alcune di quelle entità che appartenevano alla categoria inferiore delle individualità luciferiche. A fianco delle entità angeliche, che operavano attraverso gli uomini sulla civiltà umana, s’incarnarono dunque anche siffatte entità luciferiche e fondarono qua e là alcune civiltà umane.

 

Quando nelle leggende antiche si narra di qualche grande personalità fondatrice di una civiltà, non dobbiamo caratterizzarla dicendo: « Si tratta di un’entità luciferica, dunque sarà portatrice di qualcosa di male »; in realtà, invece, quel genere di entità furono apportatrici di innumerevoli benefici per la civiltà degli uomini.

 

Dalla scienza dello spirito è noto che nei tempi antichi, e particolarmente nell’epoca atlantica, esisteva una specie di linguaggio primordiale, un modo di parlare che era simile in tutto il mondo, in quanto a quei tempi il parlare scaturiva assai più che ai giorni nostri dall’intimo dell’anima. Ciò risulta già da quanto segue: ai tempi dell’Atlantide gli uomini sentivano le impressioni esteriori in modo tale che, se volevano esprimerle con un suono, ricorrevano a una consonante. Ciò che esisteva nello spazio produceva dunque l’impulso ad essere imitato con una consonante: in questo modo si sentiva e si cercava di imitare, ad esempio, il soffiare dei venti, il rumoreggiare delle onde, il sentirsi al riparo di una casa. Invece l’esperienza interiore del dolore o della gioia, o anche l’esperienza di un altro essere, veniva imitata con una vocale. Da questo si può vedere che nel parlare l’anima si identificava con i processi o gli esseri circostanti. Dalla cronaca dell’akasha si può ricavare quanto segue.

 

Ad una capanna che al modo antico s’incurvava sopra una famiglia, offrendole riparo e ricovero, si avvicinava per esempio un uomo e la osservava, ne osservava la forma nello spazio, la volta che proteggeva quella famiglia. Egli esprimeva con una consonante l’incurvarsi della volta della capanna, ed esprimeva con una vocale che nella capanna si trovavano a loro agio anime ospitate da corpi (ed egli era in grado di partecipare a quei sentimenti). Nasceva in lui il pensiero: « ricovero », « io ho ricovero », « ricovero sopra corpi umani ». Questo pensiero fluiva poi in consonanti e vocali che non potevano essere diverse da come erano, in quanto riproducevano direttamente e in modo univoco l’esperienza vissuta.

Questo avveniva in modo uguale su tutta la Terra. Non è un sogno che sia esistito un linguaggio primordiale. In un certo senso gli iniziati di tutti i popoli sono ancora in grado di partecipare al senso di quel linguaggio originario. Anzi, in tutte le lingue esistono alcuni gruppi di suoni che altro non sono che residui di quel linguaggio umano primordiale.

Quel linguaggio venne suscitato nell’anima degli uomini dalla ispirazione delle entità sovrumane, dai veri predecessori degli uomini, che avevano compiuto la loro evoluzione sull’antica Luna. Ne possiamo dedurre che, se si fosse svolta solo quella evoluzione, l’umanità sarebbe rimasta in fondo una vasta unità: su tutta la Terra si sarebbe parlato e pensato in modo uniforme.

 

Non avrebbe potuto svilupparsi l’individualità, la molteplicità: e con ciò neppure la libertà umana. Perché l’uomo potesse divenire un’individualità dovettero avvenire in seno all’umanità delle scissioni. Il fatto che nelle diverse regioni della Terra i linguaggi si differenziassero deriva dall’attività di certi maestri, nei quali si trovava incarnata un’entità luciferica.

A seconda che l’una o l’altra entità angelica ritardataria fosse incarnata presso questo o quel popolo, essa potè istruire gli uomini in questa o quella lingua. La capacità di parlare una lingua particolare risale dunque, presso tutti i popoli, alla presenza di questi grandi portatori di luce, che erano entità angeliche rimaste indietro e si trovavano a livelli evolutivi molto superiori a quelli degli uomini che li circondavano. Per esempio gli esseri che vengono descritti come gli eroi più antichi dei greci o degli altri popoli erano simili entità angeliche rimaste indietro che agivano incarnate in figura umana. Non è quindi lecito definire solamente come «malvage» quelle entità. Al contrario: esse recarono agli uomini ciò che li predestinò a divenire uomini liberi in ogni parte della Terra, che introdusse la differenziazione in un insieme uniforme che altrimenti si sarebbe esteso su tutta la Terra.

È stato questo il caso per i linguaggi, ma anche per molti altri aspetti della vita.

 

La individualizzazione, la differenziazione, la libertà, possiamo dire, proviene da queste entità rimaste indietro sull’antica Luna. Possiamo anche esprimerci così: era stata sì intenzione della saggia direzione dell’universo di portare tutte le entità fino alla loro mèta nell’evoluzione cosmica; sennonché certe cose non sarebbero state conseguite, se ciò si fosse verificato in modo diretto. Alcune entità vennero trattenute nel loro sviluppo, poiché esse avevano un compito particolare nel divenire dell’umanità. Siccome gli esseri che sulla Luna avevano svolto completamente il loro compito avrebbero potuto dare origine solo a un’umanità uniforme, furono loro contrapposti quegli altri esseri che sulla Luna erano rimasti indietro, e che in questo modo conseguirono la possibilità di volgere al bene quello che in essi era propriamente un difetto.

 

Da qui si apre anche lo sguardo sul problema dell’origine della malvagità, del male, dell’imperfezione e della malattia nel mondo. Si consideri questo problema dal medesimo punto di vista, dal quale sono state adesso considerate le entità angeliche imperfette.

Tutto ciò che in un qualsiasi momento rappresenta un’imperfezione, un arresto dello sviluppo, nel corso dell’evoluzione viene tuttavia indirizzato a un bene. Non occorre certo qui sottolineare che una verità come questa non va interpretata come una giustificazione delle cattive azioni degli uomini.

 

Con questo è stata data risposta anche alla domanda: perché la saggia direzione dell’universo fa sì che certe entità rimangano indietro, non raggiungano la loro meta? Ciò avviene appunto perché ha la sua ragione nell’epoca seguente. Quando infatti i popoli non erano ancora capaci di guidarsi da soli, vivevano i maestri dei tempi e dei singoli uomini. E ognuno dei singoli maestri di un popolo, come Cadmo, Cheope, Pelope, Teseo, ha in certo modo un’entità angelica al fondo della sua anima. Ne possiamo ricavare che, anche sotto questo aspetto, l’umanità è sottoposta a una guida, a una direzione.

Sennonché ad ogni grado dell’evoluzione rimangono indietro alcune entità che non raggiungono la mèta possibile.

 

Osserviamo di nuovo la civiltà egizia antica, svoltasi parecchi millenni or sono nella valle del Nilo; agli egizi si manifestarono maestri sovrumani dei quali il popolo diceva che guidavano gli uomini come dèi. Operavano però anche certe entità che avevano raggiunto solo a metà, o in parte, il loro grado di angeli. Occorre però tener conto che nell’antico Egitto l’uomo aveva conseguito un certo grado di sviluppo, vale a dire: le anime degli uomini d’oggi avevano raggiunto quel grado di sviluppo nell’epoca egizia. Ma non è solo l’uomo guidato a raggiungere qualcosa per il fatto di essere guidato; anche per le entità che guidano questa funzione di guida significa qualcosa che le fa progredire nella loro evoluzione. Per esempio, un angelo che abbia avuto per qualche tempo la direzione degli uomini è qualcosa di più di quello che era, prima di avere iniziato quella funzione. Anche l’angelo progredisce per mezzo della sua attività di guida degli uomini: e precisamente, sia un angelo completo, sia anche quello rimasto indietro nel suo sviluppo. Tutti gli esseri possono sempre progredire; tutto è in perpetua evoluzione. Ma ad ogni gradino vi sono entità che rimangono indietro.

 

Nell’antica civiltà egizia possiamo distinguere da questi punti di vista: le guide divine, cioè gli angeli; le guide semi-divine, cioè quelle che non hanno raggiunto del tutto il grado di angelo, e poi gli uomini. Certe entità della schiera dei superuomini rimangono però a loro volta indietro, cioè non esplicano la loro funzione di guida con tutte le loro forze: esse rimangono indietro, in quanto angeli, durante l’antica civiltà egizia. Allo stesso modo rimangono indietro alcuni dei superuomini incompiuti. Mentre dunque al livello inferiore gli uomini compiono i loro progressi, al livello superiore, fra gli angeli, certe individualità rimangono indietro.

Quando finì la civiltà egizio-caldaica ed ebbe inizio quella greca, esistevano dunque entità-guida rimaste indietro dalla prima di quelle due epoche. A questo punto quelle entità non poterono esplicare le loro forze, poiché vennero sostituite nella direzione dell’umanità da parte di altri angeli o di entità semi-angeliche. Ciò però significa che esse non possono neppure proseguire la loro propria evoluzione.

Con questo, lo sguardo si rivolge a una categoria di entità che avrebbero potuto esplicare le loro forze durante il periodo egizio, che però non le esplicarono completamente. Nel successivo periodo greco-latino non poterono poi esplicarle, in quanto furono allora sostituite da altre entità-guida e tutta la conformazione di quel periodo rendeva impossibile il loro intervento.

 

Come le entità che sull’antica Luna non avevano raggiunto il loro grado di angeli ebbero più tardi il compito, durante l’epoca terrestre, di intervenire di nuovo attivamente nell’evoluzione dell’umanità, così ora le entità che erano rimaste indietro, in quanto guide, durante il periodo egizio-caldaico, ebbero anch’esse il compito di intervenire nuovamente più tardi nella civiltà, proprio in quanto entità ritardatarie.

Potremo quindi riconoscere un periodo di civiltà posteriore, nel quale esistono sì entità giunte allora alla funzione di guida, e che dirigono l’evoluzione normale; ma al loro fianco troviamo anche altre entità, che nel passato e particolarmente nel periodo egizio erano rimaste indietro. Il periodo di civiltà che presenta queste caratteristiche è proprio il nostro. Noi viviamo in un tempo nel quale, oltre alle guide normali dell’umanità, intervengono anche entità rimaste indietro nell’antica civiltà egizia e caldaica.

 

Lo sviluppo dei fatti e degli esseri va considerato in modo che i processi nel mondo fisico

debbono essere considerati come effetti (manifestazioni) le cui vere cause si trovano nel mondo spirituale.

 

La nostra civiltà, nel suo insieme, è caratterizzata da un lato da una tendenza verso la spiritualità. Nell’aspirazione di certi uomini alla spiritualità si manifestano quelle guide spirituali dell’umanità odierna che per loro stesse hanno raggiunto un’evoluzione normale. Queste guide normali della nostra evoluzione si manifestano in tutto ciò che tende a condurre gli uomini verso le grandi comunicazioni spirituali della scienza dello spirito.

Ma anche le entità rimaste indietro durante la civiltà egizio-caldaica intervengono nelle tendenze della nostra civiltà; esse si manifestano in molto di ciò che viene pensato e attuato oggi e che lo sarà nel prossimo futuro: in tutto ciò che conferisce alla nostra civiltà l’impronta materialistica; spesso sono rintracciabili perfino nell’aspirazione verso lo spirituale.

 

Nel nostro tempo assi