////02 – LE ISPIRAZIONI DI MICHELE NEI PASTORI E NEI MAGI

02 – LE ISPIRAZIONI DI MICHELE NEI PASTORI E NEI MAGI

Le ispirazioni di Michele nei pastori e nei magi

La celeste Sofìa e l’essere Antroposofia


 

La posizione centrale occupata da Marduk nel pantheon caldeo-babilonese, risale ancora al ricordo delle sue due più remote epoche di reggenza in qualità di Spirito del tempo. Una si colloca verso la fine del quarto e l’inizio del terzo millennio precristiano, vale a dire al termine del secondo periodo di civiltà postatlantico, l’altra coincise all’incirca con il tempo della «creazione del mondo» secondo l’antico calendario ebraico (5201 a.C.) vale a dire con il tempo che preparò il secondo periodo di civiltà, quello paleopersiano, quando operava il più antico Zarathustra.4

Zarathustra fondò questo secondo periodo di civiltà postatlantico basandosi sulla diretta ispirazione di Michele, improntando la nuova religione con l’immagine della lotta di Michele contro il drago arimanico, quale immaginazione centrale, quale espressione della lotta spirituale tra la divinità della luce e il demone delle tenebre, tra il luminoso Ormuzd e il tenebroso Arimane.

 

Nel periodo successivo l’azione di Marduk-Michele penetrò da Babilonia e Caldea anche nella civiltà che si andava sviluppando nell’umanità europea. Avvenne così che nel sesto secolo, cioè all’inizio del quinto periodo, quello greco-romano, si incarnò in Caldea il grande Zarathustra con il nome di Nazarathos, e le tre individualità che più tardi si incarnarono nuovamente in Caldea come i tre magi provenienti dall’oriente descritti nel vangelo di Matteo, divennero allora i suoi più intimi allievi.5

 

I risultati delle indagini scientifico-spirituali di Rudolf Steiner ci rivelano soltanto il nome di uno di questi tre allievi di Nazarathos. Si tratta del filosofo greco Pitagora, che allora visitò Nazarathos a Babilonia ed il quale fu da esso iniziato: «Rinasce [Zarathustra] come Zarathas o Nazarathos diventa qui il maestro di Pitagora, lo stesso che si reincarna come uno dei tre saggi dell’oriente e diventa poi un discepolo di Gesù di Nazareth».6

 

Il neoplatonico Porfirio (III secolo d.C.) nella sua Vita di Pitagora riferisce che Pitagora ricevette l’iniziazione da Nazarathos: «Qui [a Babilonia] dimorò anche presso Zarathos [Nazarathos] dal quale ricevette la purificazione della sua anima e dal quale venne a sapere da che cosa deve astenersi il ricercatore della saggezza, in che cosa consistono le leggi della natura e qual è l’inizio di tutto».7

 

Ma anche gli altri due allievi di Nazarathos possono essere individuati con grande probabilità. Uno di questi presumibilmente è il profeta e iniziato giudaico Daniele8 il quale, in conseguenza della deportazione degli ebrei, visse con il suo popolo a Babilonia. Nel suo libro profetico viene nominato l’unica volta in tutto l’Antico Testamento l’arcangelo Michele (10,13 e 21; 12,1) come pure il mistero della sua azione in qualità di spirito i guida dell’antico popolo ebraico.(34) Daniele inoltre è l’unico dei profeti dell’Antico Testamento al quale la visione rivela non solo la venuta del «Figlio dell’uomo», ma anche il momento esatto della sua venuta (9,24) e il suo nome: Cristo (9,26). È l’unica volta in cui questo nome appare nell’Antico Testamento. Inoltre le scritture fanno riferimento in modo particolare al legame di Daniele con la corrente di Melchisedek. Così il profeta Ezechiele, un contemporaneo di Daniele, nei suoi libri mise Daniele per la sua giustizia al secondo posto, dopo Noè (14, 14 e 20) testimoniando con ciò, che Daniele fu suo allievo.9

 

Il terzo allievo di Nazarathos fu il re persiano Ciro, il quale nell’anno 539 «secondo la volontà di Marduk» si proclamò sovrano di Babilonia senza spargimento di sangue.10 Il suo governo fu da tutti lodato: da persiani, caldei, greci, ebrei. Un’iscrizione su di un cilindro in creta antico babilonese narra del suo ingresso in Babilonia: «Senza lotta e senza battaglia egli [Marduk] lo lasciò entrare [Ciro] a Babilonia, nella sua città».11 Ciro da parte sua, dopo essere entrato nella città che gli si era sottomessa di propria volontà, per prima cosa visitò il tempio principale, consacrato a Marduk, per rendergli omaggio.12 Inoltre, già nel primo anno del suo governo, diede l’ordine che gli ebrei tornassero al più presto a Gerusalemme, per costruire lì un nuovo tempio a Javhe al posto del tempio salomonico distrutto da Nabucodonosor. Ciro consegnò anche a Zorobabele, che ricondusse gli ebrei a Gerusalemme, gli oggetti sacri del tempio salomonico, rubati in precedenza nel tempio dai babilonesi (Esdra 6, 3-5). Così il persiano Ciro mise fine alla settantenne cattività babilonese degli ebrei.

 

Centocinquant’anni prima della nascita del re persiano Ciro, il profeta Isaia ricevette dal mondo spirituale delle indicazioni profetiche su di esso e sulle sue azioni. Jahve gli rivelò che egli stesso «aveva risvegliato il giusto dall’oriente, lo aveva chiamato ad andare… gli aveva consegnato i popoli e assoggettato i re, per renderlo potente» (41,2). E Jahve parlò ancora a Isaia, rivelandogli persino il nome del futuro re: «Io sono il Signore (…) Sono io che dico a Ciro: “Mio pastore” ed egli compirà tutti i miei desideri; che dico a Gerusalemme: “Sarai riedificata!” ed al tempio: “Sarai ristabilito!” Dice il Signore al suo unto, a Ciro, che ha preso per la destra (…) Io marcerò davanti a te (…) affinché tu sappia che io sono il Signore, il Dio d’Israele, che ti chiamo per nome. Per amore del mio servo Giacobbe e di Israele, mio eletto io ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo, anche se tu non mi conoscevi ancora».(44, 24 e 28; 45, 1-4).

In particolare le ultime parole di Isaia, che si riferiscono al fatto che Ciro «non conosceva ancora Jahve», poste accanto alla testimonianza del legame di Ciro con Marduk, indicano che Jahve non agiva in lui direttamente, bensì indirettamente tramite il suo inviato Michele. Così, secondo le parole del profeta Esdra «il Signore suscitò lo spirito di Ciro» il quale, sebbene fosse un persiano e di religione zoroastrica, e nonostante regnasse a Babilonia, diede l’ordine di proclamare nel suo regno: «Il Signore, Dio del cielo [Jahve] mi ha comandato di edificargli una casa a Gerusalemme, in Giuda» (1,1 e 2).

 

Così vediamo che Ciro a Babilonia si trova tra la religione del Sole di Ormuzd, la religione dei suoi antenati, e la religione della Luna di Jehova, il Dio supremo degli ebrei, venerando al contempo Marduk quale mediatore tra il Sole e la Luna, quale arcangelo solare vincitore del drago da un lato e quale volto di Jahve, lo spirito di popolo dell’antica Israele dall’altro lato.

 

 

I risultati dell’iniziazione ai misteri di Marduk ricevuta da Nazarathos conferirono a Ciro una straordinaria predisposizione alle ispirazioni di Marduk nelle tre forme persiana, babilonese e antico-ebraica, e gli diedero la facoltà di sviluppare una particolare comprensione sia per l’aspetto solare, sia per l’aspetto lunare del Cristo che si stava avvicinando alla Terra.

 

Il fatto che nella persona di Ciro non abbiamo a che fare soltanto con un re, bensì anche con un vero iniziato, è testimoniato anche dal suo nome, oltre che da numerose leggende che parlano della sua infanzia, le quali richiamano leggende simili sulla vita di Zarathustra, Mosè e altri iniziati. Il suo nome risale alla parola «kores» che significa splendore del Sole, un titolo che assunse quando salì sul trono di Persia (il suo vero nome era Agradates) e che si riferiva al suo rapporto con il Dio Ormuzd, «la grande aura del Sole». Infine testimoniano questo legame anche le parole profetiche che Jahve disse a Isaia, quando nominò Ciro un «giusto», un «pastore» e persino un «unto del Signore», vale a dire un «Messia».

 

La definizione un «giusto» si riferisce al legame di Ciro con i misteri di Melchisedek, il «sacerdote del Dio altissimo» (Genesi 14,18). Questo è il significato del nome Melchisedek: «sacerdote del Dio altissimo».

Melchisedek è la massima personalità nei misteri che devono preparare la venuta del Cristo sulla Terra.13

 

L’appartenenza di Ciro a questi misteri è testimoniata anche da altri suoi due attributi. La denominazione «pastore» indica il suo compito di fare ritornare il popolo ebraico a Gerusalemme e ricostruire là il tempio salomonico; l’attributo «l’unto» testimonia che tutto quanto lui compiva, era ispirato da Jahve attraverso la mediazione dell’arcangelo Michele, suo servitore.

 

Poiché Ciro come discepolo di Nazarathos era un rappresentante sia dei misteri solari sia di quelli lunari, egli stava al centro tra gli altri due discepoli: Pitagora, legato ai misteri solari di Apollo, e il profeta Daniele, legato ai misteri lunari di Jahve. La storia esteriore indubbiamente non dice se Pitagora si sia incontrato con Ciro quando visitò Babilonia, mentre di Daniele è noto che apparteneva ai più intimi consiglieri e amici del re persiano (Daniele 6,28).

 

Qui si deve ancora aggiungere che Pitagora, come allievo di Nazarathos, in un certo senso portò avanti anche l’impulso di iniziazione che Zarathustra diede allora a Ermete Trimegisto (l’impulso dei misteri dello spazio);(35) mentre Daniele, quale secondo allievo di Nazarathos portò avanti l’impulso che Zarathustra diede allora a Mosè (l’impulso dei misteri del tempo);14 Ciro invece, il terzo allievo, ebbe il compito di creare l’equilibrio e la giusta cooperazione fra i due misteri, sia nella sfera spirituale, sia in quella sociale.

 

Così Nazarathos iniziò ai misteri cosmici di Marduk-Michele tutti e tre i discepoli: il greco Pitagora, il giudeo Daniele e il persiano Ciro, il filosofo, il profeta e il re, quali rappresentanti di tre diverse correnti religiose e culturali dell’umanità di quel tempo: la greca, l’ebraica e la persiana.

Questo fu portato a compimento da Nazarathos nel momento in cui l’arcangelo Michele nella sua azione spirituale compì l’ascesa al rango di archè (alla metà del sesto secolo), per prendere di nuovo su di sé la guida dell’intera umanità.15 Questo significa che Nazarathos iniziò i suoi tre allievi tramite le ispirazioni di Michele quale Spirito del tempo.

 

• Così nel processo di iniziazione egli rivelò a Pitagora il rapporto del Marduk-Michele babilonese con l’Apollo greco(36) che vince il Tifone; a Daniele indicò Michele, quale vincitore del drago (la bestia); e a Ciro mostrò Marduk che vince il Tiamat. A tutti e tre però Nazarathos rivela il mistero della grande «madre di Michele», della Soph-Ea o divina Sofìa, affinché possa, nella loro prossima incarnazione, condurli al luogo di nascita del futuro portatore del Cristo.

 

Possiamo comprendere ancora meglio il rapporto fra i tre allievi di Nazarathos nel VI secolo precristiano e i tre magi venuti dall’oriente per adorare il neonato «Re dei Giudei» (Matteo 2,2), considerando che Nazarathos, quale supremo rappresentante dei misteri del divino «Io sono», iniziò i suoi allievi conformemente ai misteri dell’attività dell’«Io sono» nel pensare, sentire e volere. Così trasmise a Pitagora (del quale si parlerà più avanti in modo più approfondito) principalmente l’elemento della saggezza.

A Daniele invece indicò il cammino di iniziazione del sentire. È per questo che nei suoi libri profetici viene nominato per tre volte «l’uomo dei desideri»(37) (9,23; 10,11; 10,19), vale a dire viene denominato secondo il particolare carattere della sua iniziazione, in conseguenza della quale il suo sentire fu purificato al punto che nella sua anima vivevano soltanto desideri rivolti alla conoscenza di Dio.

 

Il processo di purificazione dei propri sentimenti da parte di Daniele trova espressione nell’immaginazione dei tre uomini nella fornace (un’immagine delle tre forze dell’anima di Daniele) e della loro salvezza da parte dell’angelo del Signore che «nell’aspetto era simile a un figlio degli Dei» (3,25 e 28), vale a dire da parte di Michele stesso, il cui nome significa «Chi è come Dio?» oppure «Chi è uguale a Dio?». Dopo la purificazione dei suoi sentimenti in mezzo al fuoco (kamaloka), le passioni inferiori non possono più danneggiare Daniele. Di ciò rende testimonianza la sua permanenza nella fossa dei leoni (il leone è un’immagine della passioni umane inferiori), ai quali l’angelo teneva chiusa la bocca, perché Daniele «davanti a Dio è stato trovato innocente [puro]» (6,22).

 

Nazarathos iniziò infine Ciro ai misteri dell’attività dell’«Io sono» nella volontà. Infatti il re, che doveva governare un regno che si estendeva dall’Egitto e dalla Siria fino all’India e comprendeva una moltitudine di popoli appartenenti alle più diverse religioni, necessitava forze di volontà del tutto particolari. In seguito all’iniziazione ricevuta da Nazarathos, Ciro, che seguì in tutto le ispirazioni di Marduk-Michele, ebbe cura di fare agire ovunque la massima tolleranza religiosa, venerando tutti gli dèi e anticipando in tal modo il cosmopolitismo delle successive campagne di Alessandro Magno.(38)

 

• I frutti di queste tre iniziazioni nel pensare, sentire e volere ai misteri del divino «Io sono», ai quali Nazarathos introdusse i suoi tre allievi, apparirono più tardi nella forma dei doni simbolici descritti nel vangelo di Matteo (2,11), che i tre magi provenienti dall’oriente offrirono al loro maestro reincarnato, il Gesù della linea di discendenza regale di Davide: l’oro, l’incenso e la mirra.16

 

• Il primo di questi tre doni, l’oro,

è il simbolo della massima saggezza, raggiungibile soltanto mediante un pensiero spiritualizzato;

• il secondo dono, l’incenso,

è il simbolo di un sentire purificato da qualsiasi elemento egoistico e quindi capace del massimo sacrificio;

• il terzo dono, la mirra,

è il simbolo della volontà trasformata, morta nel proprio isolamento e rinata come strumento della volontà divina.17

 

Nella raffigurazione in questione, dobbiamo ora occuparci in modo più approfondito degli ulteriori destini di Pitagora, il quale portò in Europa i frutti ricevuti attraverso l’iniziazione di Nazarathos. Poco dopo il suo ritorno da Babilonia, egli fondò nell’Italia del sud, a Crotone, la sua famosa scuola esoterica (532 a.C.), nella quale trasmise la saggezza esoterica ricevuta da Nazarathos in una forma prevalentemente di pensiero. E poiché con l’iniziazione nelle forze del pensiero è congiunta soprattutto la comprensione del suo archetipo cosmico, il cielo stellato che vive e si muove secondo le leggi dei numeri e dell’armonia, nella scuola di Pitagora l’astronomia, la matematica e la musica accanto alla filoSofìa, occuparono il posto più importante. Al centro stava tuttavia lo sviluppo del pensiero o dell’intelletto. Il neoplatonico Porfirio ne parla nella sua Vita di Pitagora: «La filoSofìa che lui insegnava si prefiggeva di liberare l’intelletto dai suoi lacci e dalle sue catene, poiché un uomo senza intelletto non conosce nulla di giusto, nulla di vero e non è nemmeno capace di afferrare qualcosa con il sentimento; soltanto l’intelletto vede tutto e sente tutto, il resto è cieco e sordo».18

 

Questo sviluppo dell’intelletto nella scuola di Pitagora condusse fino a una reale penetrazione chiaroveggente nei misteri del mondo spirituale, «all’osservazione del vero essere».(39) E Porfirio conclude: «Ed insegnò che la cosa essenziale è l’aspirazione alla verità, perché soltanto questo avvicina l’uomo a Dio; infatti sapeva dai magi [cioè dai sacerdoti di Nazarathos] che Dio, da loro chiamato Ormuzd, con il suo corpo è come la luce, ma con l’anima è come la verità. E insegnò anche dell’altro, ciò che egli, come disse, imparò da Aristocle di Delfi [un sacerdote di Apollo, famoso in quei tempi]. Altre cose tuttavia le raffigurò simbolicamente, secondo il tipo di iniziati, di cui molto ci ha tramandato Aristotele per iscritto, ad esempio nominò il mare “una lacrima”, le due orse celesti “mani di Rea”, le Pleiadi “lira delle Muse”, i pianeti “cani di Persefone”…». In particolare, la saggezza stellare ancora interamente ispirata da Marduk dell’iniziazione di Nazarathos, che Pitagora rielaborò con l’aiuto del pensiero individuale sviluppato in Grecia, passò poi da Eraclito a Platone e Aristotele e da essi a Ipparco e infine a Tolomeo di Alessandria.

 

È quindi possibile seguire lo stesso impulso centrale Marduk-Michele nella sua azione, sia nei magi provenienti dall’oriente, sia nella tradizione greco-ellenica, anche se la sua influenza in quest’ultima apparve in una forma di pensiero più astratta. In tal modo i magi portarono in sé un vivo ricordo, non solo dell’ultima, ma anche della penultima epoca di reggenza di Michele in qualità di Spirito del tempo, mentre nella civiltà greca predominò l’influenza dell’ultima epoca, quando Michele in qualità di Spirito del tempo ispirò la filoSofìa di Aristotele e le conquiste di Alessandro Magno;19 Alessandro divulgò questa filoSofìa in tutto l’oriente fino ai confini dell’India, e la fondazione di Alessandria rappresenta l’apice di queste conquiste. Qui tramite Tolomeo l’antica astrologia caldea, dopo avere attraversato le forme di pensiero della filoSofìa aristotelica getta i primi germi della scienza astronomica.

 

Se Michele nella tradizione antico-ebraica agiva nella sua qualità di figlio della Sofìa, come spirito di popolo, come spirito guida (arcangelo) dell’antico popolo ebraico, così ispirò la corrente culturale caldeo-greca-alessandrina, se pure soltanto periodicamente, non come spirito di un determinato popolo, bensì come spirito del tempo che agisce in qualità di archè nella formazione della civiltà.

 

Dal ciclo di conferenze di Rudolf Steiner indicato all’inizio di questo capitolo La ricerca della nuova Iside, la divina Sofìa, si può trarre la conclusione (confermata anche dai vangeli) che i pastori dei campi erano collegati alla corrente ebraica, all’evoluzione del cosiddetto «popolo eletto», vale a dire del popolo «prescelto» in una certa epoca per adempiere un compito particolare20 nella successione dei periodi di civiltà postatlantica, una successione alla quale apparteneva la corrente dei magi.

Parlando dei pastori come portatori (seppure in forma notevolmente ridotta) delle forze soprasensibili che nei tempi antichi agivano nei profeti giudaici, Rudolf Steiner disse: ▸«Coloro che chiamiamo profeti giudaici, sono uomini nei quali si svilupparono particolarmente le facoltà del post-mortem [quelle che conducono alla conoscenza della vita dopo la morte] facoltà che però non rimasero soltanto istintive come nei poveri pastori all’annunciazione sui campi».21

Un po’ prima, nella stessa conferenza, Rudolf Steiner li caratterizzò come «uomini del popolo» che «potevano sviluppare nel sonno tali visioni [come l’apparizione dell’angelo annunciatore]».

Questa particolarità era connessa al fatto che Michele, in qualità di Spirito del popolo giudaico e mediatore tra esso e Jahve, agiva specialmente tramite le forze animiche dormienti, soprattutto attraverso le forze di volontà. Per questo

Rudolf Steiner disse anche: ▸«La volontà è il carattere fondamentale dell’antico testamento».22

Questo significa che alle guide del popolo giudaico ▸«il loro Dio parlò attraverso i sogni, che loro interpretavano non come sogni comuni, bensì come sogni intrisi di realtà (…) Così nell’antica dottrina occulta ebraica, la rivelazione di Jahve veniva definita la rivelazione della notte, e la rivelazione di Jahve attraverso la rivelazione di Michele veniva percepita come rivelazione della notte (…) «Il reggente della notte», così veniva chiamato nel tempo dal quale proviene l’Antico Testamento il Dio Jahve, e Michele, il volto di Jahve, veniva chiamato «il servitore del reggente della notte». E si pensava a Michele quando si intendevano tutte le ispirazioni profetiche, attraverso le quali si comprendeva di più ciò che poteva pervenire mediante la conoscenza del mondo sensibile».23 (40)

 

Completamente diverso fu il carattere della saggezza spirituale dei magi provenienti dall’oriente, che appartenevano ancora del tutto al cosiddetto «mondo pagano», il quale veniva rappresentato in modo più completo dalla civiltà greco-romana all’inizio dell’era cristiana.

Rudolf Steiner caratterizzò la cultura pagana, confrontandola con quella antica ebraica, nel seguente modo:

▸«Possiamo comprendere la cultura pagana se riusciamo a chiarirci che essa fu essenzialmente una cultura di conoscenza, di concezione e di azione derivata da forze più estese di quanto lo siano le forze terrestri (…). L’uomo che si trovava sulla Terra, quale appartenente all’antica cultura pagana, si sentiva come una parte costitutiva dell’intero cosmo. Sentiva che le forze che agiscono nel corso delle stelle, proseguono nelle sue azioni o, espresso meglio, nelle forze che agiscono nelle sue azioni».24

Era quella «l’antica saggezza» che guidava l’intero mondo pagano, (…) che fu portata giù dai percorsi stellari e che stabilì al contempo le norme per l’operare umano».

 

Questo era il rapporto dell’antico mondo pagano con il cosmo, i cui ultimi resti divenuti astratti, perdurarono ad Alessandria fino a Tolomeo, il quale oltre che di astronomia si occupò anche di astrologia.(41) Questi resti si conservarono eccezionalmente in forma pura e quasi inviolata nel tempo, nei tre magi che nel loro cammino (vale a dire nelle loro azioni) seguirono irremovibili la direzione indicata loro dalla «stella di Betlemme».

Questo rapporto chiaroveggente o immaginativo del mondo pagano con l’intero cosmo stellare, i cui resti passarono in Europa attraverso l’antica Caldea, era fondato innanzitutto sulla conoscenza dell’elevata entità spirituale del Sole,25 l’entità che di fatto occupò un posto centrale in tutte le religioni pagane, e nella cui figura l’umanità presagì il futuro Cristo.

 

Anche qui Michele compì il suo servizio in qualità di mediatore tra il Sole spirituale e l’umanità della Terra, ma ora non come spirito della notte o volto di Jahve, come era presso il popolo giudaico, bensì in qualità di arcangelo solare guida, il quale attraverso le epoche ascese al rango di archè, occupando così ritmicamente il posto di uno Spirito del tempo guida dell’intera umanità.

 

Tale evento può essere ad esempio riscontrato all’inizio dell’epoca caldeo-babilonese, quando in Mesopotamia vennero fondati numerosi culti di Marduk, che in quel periodo guidava il pantheon degli dèi babilonesi e ai cui misteri vennero iniziati anche i tre magi provenienti dall’oriente; oppure nell’epoca di massima fioritura della civiltà greca, quando tramite Aristotele l’antica sapienza venne rivestita dell’abito solare di chiari concetti ‘diurni’ tramite il pensiero, e portata dal suo allievo, in questa nuova forma, fino «ai confini» della civiltà terrestre di allora.

 

Se si confronta in tal senso il mondo antico-ebraico con il mondo pagano (greco-romano) possiamo dire:

▸«Ai giudei fu data la volontà tramite le leggi, ai discepoli dei misteri pagani fu data la saggezza».26

Queste parole di Rudolf Steiner indicano anche il carattere dell’azione di Michele nelle due correnti di civiltà: Michele risvegliò negli antichi giudei la volontà attraverso il ricevimento delle leggi da parte di Jahve, e rivelò ai discepoli dei misteri pagani la saggezza del cosmo stellare. Questi due tipi di azione di Michele si presentano poi, alla svolta dei tempi, nella figura dei pastori quali rappresentanti del semplice popolo giudaico e dei saggi pagani, o magi, provenienti dall’oriente.

A questa duplice azione di Michele nella corrente dei pastori e dei magi corrisponde anche in loro la duplice azione della sua madre celeste, la divina Sofìa.

 

 


 

Note tra parentesi:

(34) – Nell’ultimo verso del X capitolo, Michele si rivolge a Daniele come «Vostro Principe», vale a dire come un sovrano del popolo giudaico, e nel primo verso del XII capitolo viene detto: «Il grande principe Michele, che sta a guardia dei figli del tuo popolo».

(35) – Pitagora stesso riteneva di essere la reincarnazione di Ephalidos, il quale secondo la tradizione fu un figlio di Ermete ed aveva partecipato al viaggio degli argonauti.

(36) – In merito al rapporto tra Apollo e Michele, basandosi sulla tradizione cristiana, Rudolf Steiner disse: «Lo spirito solare Apollo è in fondo per i greci la stessa cosa di quanto raffigurato nell’immagine come Michele o San Giorgio, che vince il drago». (O.0.152 1.6.1914). In questo senso, il rapporto di Pitagora con i misteri di Marduk-Michele è testimoniato tra l’altro dal fatto che i suoi allievi a Crotone lo nominavano l’«Apollo iperboreo», conformemente all’entità spirituale che lo guidava e lo ispirava. Secondo un’altra tradizione Pitagora fu persino un figlio di Apollo di Pythaida della stirpe di Ankeos, il fondatore di Samo. Il nome Pitagora deriva anche dal nome “Pizia”, portato dalle sibille dell’oracolo dell’Apollo di Delfi. Ma nella figura dell’Apollo di Delfi, il quale alla sorgente di Castalia lotta vittoriosamente con il demone Tifone, somigliante ad un drago, trovò la sua espressione nella mitologia greca, l’immaginazione cosmica di Marduk-Michele, il quale vince il drago Tiamat. In Grecia Apollo era considerato un Dio solare (così come Michele è collegato al Sole, (vedi 0.0. 243 18.8.1924) e come tale protettore della filosofia e soprattutto della saggezza che scaturisce dalla conoscenza fondata sul pensiero. Anche Michele, quale guida dell’intelligenza cosmica, ha un simile compito nel cosmo (vedi 0.0. 240,19.7.1924). Non per niente dall’oracolo dell’Apollo di Delfi proviene il famoso motto «Conosci te stesso». Più tardi Aristotele, il fondatore della logica e della scienza del pensare, denominò la sua scuola di filosofia «Liceo», in onore di Apollo Lykeos, il cui luogo sacro non era distante, e pose in tal modo la sua disciplina sotto la protezione di Apollo (Michele). (Ciò non esclude tuttavia, che attraverso la figura di Apollo, anche altre entità parlarono ai greci. Vedi ad esempio 0.0. 116, 25.10.1909 e 0.0.149, 30.12.1913).

(37) – Secondo la traduzione canonica russa.

(38) – Per Alessandro stesso, i cui confini d’impero corrispondevano quasi completamente ai confini del regno di Ciro, Ciro rappresentava una elevata autorità morale e spirituale. Perciò, mentre soggiornò a Buchara, visitò anche la tomba del re persiano per commemorarlo personalmente (Ciro è caduto nell’anno 530 durante la battaglia contro gli sciiti sulla riva est dell’Amudatya).

(39) – Vedi fonte citata.

(40) – Quanto qui esposto da Rudolf Steiner naturalmente non esclude il fatto che Michele per la sua annunciazione al popolo giudaico, si sia avvalso anche di altre entità ad esso collegate e al servizio di esso, come ad esempio dell’angelo che annunciò la nascita di Gesù ai pastori nei campi (vedi precisazioni in merito in: «Il corso dell’anno come via di iniziazione all’esperienza dell’entità del Cristo», parte XII, cap. 1, Edizioni Arcobaleno, Oriago)

(41) – Questa corrente si mantenne ancora in Europa, esaurendosi lentamente, fino a Tycho de Brahe (1546-1601), il quale per esempio basandosi sui segni delle stelle, previde la morte del sultano turco Solimano, che in effetti morì secondo questa previsione.

 

Note:

4 – Vedi descrizione più dettagliata delle suddivisioni temporali dei periodi di civiltà e i precedenti periodi di reggenza di Michele in W. Hoerner, Zeit und Rythmus. Die Ordnungsgesetze der Erde und des Menschen (Tempo e ritmo. Le leggi dell’ordine della Terra e dell’uomo), cap. 39, 40; Stoccarda 1978. Zarathustra nell’antica Persia si incarna più volte con lo stesso nome. Qui si tratta della sua incarnazione più antica.

5 – O.O. 114, 19.9.1909, e O.O. 117, 9.11.1909

6 – O.O. 109/111, 31.5.1909

7 – La Vita di Pitagora di Porfirio pubblicato in appendice alla traduzione del libro di Diogene Laerzio: Vite di filosofi.

8 – Nella conferenza del 9.11.1909 Rudolf Steiner disse: «Alcuni dei migliori profeti [giudaici] stavano ancora sotto la sua [di Nazarathos o Zaratos] influenza». Allora, indubbiamente Daniele fu uno dei più importanti tra di loro.

9 – Nella conferenza del 4.9.1910 (O.O. 123) Rudolf Steiner parla del fatto che Melchisedek fu la ripetuta incarnazione del Manu sulla Terra, il quale nei tempi antichi condusse l’emigrazione della migliore parte della popolazione, da Atlantide che stava andando in rovina. Nel racconto biblico del diluvio universale Manu appare con il nome di Noè.

10 – Nella conferenza del 19.9.1909 (0.0.114) Rudolf Steiner dà i seguenti chiarimenti su Zarathustra: «Per cui, l’arte di costituire e di organizzare regni adeguati al progresso dell’umanità e che rende possibile l’ordine sociale, fu anche la missione di Zarathustra. Perciò coloro che appartennero ai discepoli di Zarathustra, possono essere chiamati a ragione non soltanto grandi magi, grandi iniziati, bensì anche sempre re, vale a dire coloro i quali conoscono l’arte di costituire l’organizzazione e l’ordine esteriore sociale». Il re babilonese più significativo in senso spirituale, al tempo in cui Nazarathos visse a Babilonia, fu il re persiano Ciro, il quale durante il periodo del suo governo formò un grande regno, e può essere paragonato nella sua grandezza quasi ad Alessandro Magno.

11 – Citazione di Chr. Rau Das Matthàus-Evangelium. Entstehung, Gestalt, esse- nischer Einflufi (Il Vangelo di Matteo. Nascita, conformazione, influenza essena), Stoccarda 1976

12 – Emil Bock, Re e Profeti, parte II, cap.ll, 3 volume dell’opera «Contributi alla storia spirituale dell’umanità», Ed. Arcobaleno, Oriago (VE) prossima pubblicazione.

13 – Perciò incontrando Abramo Melchisedek gli porge «pane e vino» (Gen. 1 4,18-20), che sono gli stessi simboli di «carne e sangue» del Cristo, di cui Egli parlò ai suoi discepoli durante l’Ultima Cena (Mt 26, 26-29). Inoltre Rudolf Steiner disse che Melchisedek, nella sua incarnazione precedente come Manu aveva iniziato anche Zarathustra ai misteri solari (vedi nota 9 e O.O. 109/111, 7.3.1909 e 19.2.1909).

14 – vedi nota 7 e Diogene Laerzio, Pitagora, (Ibidem)

15 – In merito al rapporto di Zarathustra con i suoi due discepoli Ermete Trimegisto e Mosè, i quali più tardi si incarnarono il primo quale fondatore dell’antica civiltà egizia, il secondo quale guida dell’antico popolo ebraico, ed anche in merito al carattere dell’iniziazione data a loro da Zarathustra, che conferì al primo il corpo astrale del suo maestro ed al secondo il corpo eterico, vedi O.O. 123, 2.9.1910 e O.O. 109/111, 21.1.1909

16 – Sull’incarnazione di Zarathustra quale Gesù del Vangelo di Matteo Vedi

O.O. 114, 19.9.1909 e O.O. 117, 9.11.1909

17 – O.O. 114, 19.9.1909

18 – vedi nota 7

19 – O.O. 240, 19.7.1924

20 – La missione principale dell’antico popolo ebraico consistette nella preparazione degli involucri terrestri per il Messia-Cristo. Vedi ulteriori esposizioni nella parte III

21 – O.O. 202, 25.12.1920, e la seguente citazione

22 – O.O. 155, 12.7.1914

23 – O.O. 194, 22.11.1919

24 – O.O. 193, 4.11.1919 e la seguente citazione

25 – O.O. 211, 24.4.1922

26 – O.O. 155, 12.7.1914

 

 

By | 2018-11-26T12:26:27+01:00 Novembre 26th, 2018|PARTE III°|Commenti disabilitati su 02 – LE ISPIRAZIONI DI MICHELE NEI PASTORI E NEI MAGI