02 – SINTOMATOLOGIA STORICA

Sintomatologia storica

O.O. 326 – Nascita e sviluppo storico della scienza – 25.12.1922


 

Sommario: Sintomatologia storica. Fase pneumatologica: l’unità. L’antica percezione spirituale si estingue fino a diventare mera tradizione. Fase mistica: anima-corpo; il portatore del Logos. Un discepolo dei misteri 700 anni a.C. . Il Maestro Eckhart e Nicolò Cusano. Democrito: lo spazio e l’atomo. Fase matematica: soggetto-oggetto; l’anima, contenitore dell’elemento ideale; il corpo umano; un corpo fisico esteso nello spazio. Hobbes, Bacone, Locke. Il sistema copernicano.

 

Il modo di considerare la storia che sta a base delle presenti conferenze può essere chiamato «sintomatologico»: ciò significa che io mi propongo di caratterizzare quello che avviene nelle profondità dell’evoluzione dell’umanità mediante le ripercussioni, le onde che la corrente dell’evoluzione getta alla superficie, e che sono appunto i suoi sintomi. Ogni vera considerazione della storia dovrebbe procedere così, perché la somma dei processi che in ogni momento si svolgono realmente nelle profondità dell’evoluzione umana è talmente varia e tanto importante, che non si può accennare ad essi se non descrivendo le onde, cioè i fatti osservabili in superficie e che accennano sintomaticamente a quello che avviene in realtà.

 

Menziono qui ora questo criterio perché ieri, per caratterizzare la nascita del modo di pensare e di indagare della scienza moderna, ho descritto le personalità del Maestro Eckhart e soprattutto quella di Nicolò Cusano. Se ho descritto tali personalità storiche, è perché io considero il loro atteggiamento come sintomo di quanto avviene contemporaneamente nelle profondità del divenire generale dell’umanità. Gettando uno sguardo in questa o in quella anima umana si possono sempre cogliere solo poche immagini proiettate in superficie. Esse esprimono però l’essenza profonda dei singoli periodi storici.

 

In questo senso ieri ho voluto parlare di Nicolò Cusano,

per accennare come nella sua anima si manifesti sintomaticamente

• tutto quello che in realtà avveniva nell’evoluzione spirituale dell’umanità all’inizio del quindicesimo secolo,

• e che tendeva verso quella che sarebbe divenuta la concezione scientifica moderna.

 

In Nicolò Cusano si è manifestato nel modo più impressionante il fatto che

• né l’intero sapere che l’anima poteva avere accumulato mediante la scienza teologica dei tempi precedenti,

• né la sicura conoscenza matematica

erano in grado di portare alla comprensione del mondo spirituale:

tutta la conoscenza concettuale umana era dunque costretta ad arrestarsi alla soglia di quel mondo,

limitandosi a proclamare una Docta ignorantia.

 

Con questo scritto il Cusano ha però in certo senso conchiuso il modo di conoscere il mondo, quale era venuto sviluppandosi fino a lui.

 

Ho potuto mostrare anche che in Eckhart era già presente uno stato d’animo simile: e sì che egli era un erudito teologo e mediante la conoscenza teologica avrebbe voluto penetrare nella propria anima, e scoprirvi le vie che conducono ai fondamenti divino-spirituali del mondo.

Maestro Eckhart pervenne a uno stato d’animo

che egli espresse sovente con parole simili a quelle che ho riportate ieri:

io mi immergo nel nulla della divinità, e muovendo da quel nulla divento per sempre un io.

• Egli sentiva che l’antico modo di conoscere lo aveva condotto fino al nulla,

e per l’esperienza di questo nulla (cioè per il venir meno di tutte le forze persuasive dell’antico sapere)

dovette far scaturire dalla sua anima, in una specie di sentenza fondamentale, la certezza del proprio io.

 

Se si osserva più attentamente un tale fenomeno, si scopre che una personalità come quella del Maestro Eckhart accenna a un modo più antico di conoscere l’anima, modo che era giunto fino ai suoi giorni e che poteva ancora offrire qualcosa agli uomini, che egli sentiva ancora vivere in lui, come qualcosa di divino.

Tuttavia, in quell’epoca gli spiriti più profondi erano giunti a riconoscere che i frammenti di conoscenza che si potevano acquistare all’antica maniera non erano più sufficienti per trovare la certezza della propria esistenza. Essi dicevano: io debbo procedere da quel «qualcosa» di frammentario fino al nulla, appunto per potere in certo modo far scaturire in me dal nulla, in una specie di sentenza primordiale, la coscienza dell’io.

 

Ora a queste due personalità vorrei contrapporne un’altra, vissuta circa due millenni prima: una personalità altrettanto caratteristica per la sua epoca, quanto lo è per l’inizio del Quattrocento il Cusano, che si era fondato sul Maestro Eckhart. Ci serviremo di questo ritorno allo studio dell’antichità per meglio comprendere l’aspirazione alla conoscenza, quale è emersa nel quindicesimo secolo dalle profondità della vita dell’anima. Certo, nessun libro di storia, nessun documento menziona la personalità della quale vorrei oggi parlare, perché la documentazione non risale fino all’ottavo secolo prima di Cristo. Tuttavia, soltanto risalendo con i mezzi dell’osservazione puramente spirituale più indietro di quanto ci informino i documenti esteriori, solo così potremo acquistare la conoscenza di ciò che caratterizza la vera e propria origine della scienza naturale. Si tratta dunque di una personalità che può essere rintracciata solo con la veggenza spirituale, e che era vissuta oltre due millenni prima dell’epoca il cui inizio ha luogo nella prima metà del Quattrocento.

La personalità in questione fu accolta, ancora nell’epoca precristiana, in una delle scuole misteriche dell’Europa meridionale, apprendendovi da quei maestri gli insegnamenti relativi ai segreti spirituali del cosmo, le verità cosmico-spirituali, le nozioni riguardanti le entità spirituali viventi nell’universo. Senonché la personalità alla quale alludo accolse dai suoi maestri nei misteri una sapienza che già allora era diventata più o meno soltanto tradizionale, che riecheggiava i frutti di una veggenza assai più antica. Era la tradizione dei risultati della veggenza soprasensibile di tempi molto più antichi, quando alle anime dei veggenti parlavano dalle vastità del cosmo i moti e le posizioni degli astri e molti altri processi cosmici.

 

• Per quei saggi antichi l’universo non era la macchina, o il complesso meccanico che appare agli uomini d’oggi;

per loro, le vastità del cosmo costituivano un insieme vivente,

un ente che compenetrava di spirito ogni cosa e parlava loro un linguaggio cosmico.

• Essi si sentivano personalmente inseriti nella spiritualità universale, sentivano di vivere e di operare entro qualcosa che parlava loro, che rispondeva alle domande che essi stessi ponevano al mondo, ai grandi problemi dell’universo cui i fenomeni davano risposta dalle distanze infinite. Così veniva allora sentito quel che noi oggi, infinitamente indebolito e astratto, nel nostro linguaggio chiamiamo lo spirito.

 

Lo spirito veniva sentito come ciò che è presente ovunque e che da ogni parte può essere percepito.

In quell’antichità remota si scorgevano contenuti del mondo che già per i Greci non erano più percepibili, erano diventati un nulla. Questo che per i Greci era divenuto un nulla, ma che era invece ricchissimo di contenuto per i più antichi saggi dell’epoca postatlantica, veniva designato con le parole usuali per quel tempo, corrispondenti a ciò che nella nostra lingua si chiama debolmente e astrattamente «spirito». Si chiamava dunque spirito, quando era ancora noto, ciò che più tardi divenne ignoto, il dio nascosto dei tempi posteriori.

Questa era la prima realtà, per quei tempi più antichi.

 

• La seconda cosa che l’uomo scorgeva quando rivolgeva lo sguardo spirituale verso l’interno, era la sua anima.

Egli sentiva l’anima come qualcosa che proveniva dallo spirito,

da quello spirito che più tardi divenne la divinità sconosciuta;

il saggio dei tempi più antichi e l’umanità che lo ascoltava

sentivano la propria anima in un modo che si potrebbe esprimere (tradotto nel nostro linguaggio)

chiamandola messaggero dello spirito, o semplicemente il messaggero.

 

Volendo esporre in modo schematico il modo di vedere di quei tempi antichissimi, si potrebbe dire:

lo spirito veniva considerato come ciò che racchiude l’universo,

come ciò all’infuori di cui null’altro esiste realmente e che si trova in ogni singola cosa.

E lo spirito, che pure era direttamente percepibile nella sua forma originaria,

veniva a sua volta cercato nell’anima umana: qui veniva effettivamente ritrovato,

in quanto l’anima riconosceva se stessa come il messaggero dello spirito.

Si può dunque affermare che l’anima veniva considerata come messaggero.

 

Terza era la natura circostante, con tutto quel che oggi chiamiamo l’insieme dei corpi, il mondo corporeo.

• Spirito: Figura primordiale    Anima: Messaggero    Corpo: Immagine riprodotta

 

 

Ho detto che

all’infuori dello spirito non esisteva «qualcosa»,

poiché lo spirito veniva percepito ovunque, veniva conosciuto nella sua figura originaria, mediante la visione diretta.

• Esso veniva riconosciuto nell’anima umana che realizzava il messaggio dello spirito nella propria vita.

• Esso veniva riconosciuto però anche in ciò che noi oggi chiamiamo la natura, il mondo dei corpi:

e questo mondo dei corpi veniva riguardato come l’immagine riprodotta dello spirito.

 

In quei tempi antichi non si avevano dunque del mondo dei corpi le idee che se ne hanno oggi.

Su qualsiasi oggetto naturale si posasse lo sguardo, vi si scorgeva la riproduzione dello spirito, poiché si era capaci di percepire in ogni cosa lo spirito. Fra tutte le immagini riprodotte dello spirito, quella che riguardava l’uomo più da vicino era il corpo umano, questo pezzo di natura. Ma in quanto tutte le formazioni naturali erano immagini dello spirito, lo era anche il corpo umano.

 

Se dunque l’uomo antico osservava se stesso, egli riconosceva in sé un essere triplice:

anzitutto viveva in lui lo spirito nella sua figura primordiale, come in una delle sue dimore.

• L’uomo si riconosceva come spirito.

• In secondo luogo l’uomo si sentiva nel mondo come un messaggero dello spirito, e in quanto tale un essere animico.

• In terzo luogo egli si sentiva come corpo, e per mezzo del corpo come un’immagine dello spirito.

 

Si può dunque affermare che,

guardando alla propria natura complessiva, l’uomo ne riconosceva la triplice struttura,

secondo lo spirito, l’anima, il corpo:

• secondo lo spirito, in quanto riguardava la sua figura primordiale,

• secondo l’anima in quanto messaggera di Dio,

• secondo il corpo, in quanto è immagine dello spirito.

 

In questa più antica sapienza degli uomini

non esisteva contraddizione fra corpo e anima, né fra natura e spirito;

• si sapeva infatti che lo spirito si trova nell’uomo nella sua figura originaria,

• si sapeva che l’anima non è altro che lo spirito portato più oltre, come messaggio,

• si sapeva che il corpo è l’immagine riprodotta dello spirito.

 

D’altra parte non si sentiva neppure contrasto fra l’uomo e la natura circostante,

poiché nel proprio corpo si portava in sé la riproduzione dello spirito

e si scorgeva un’immagine dello spirito in ogni corpo del mondo esterno.

Così il proprio corpo veniva sentito come affine a tutti i corpi della natura:

guardando al mondo esterno dei corpi e al corpo umano, se ne riconosceva l’intima affinità.

 

Non si sentiva la natura come qualcosa di diverso: l’uomo si sentiva come un’unità, un monon con tutto il rimanente mondo, per il fatto che egli era in grado di percepire la figura originaria dello spirito e che gli parlavano le vastità dell’universo.

• Conseguenza di questo linguaggio dell’universo comprensibile all’uomo era il fatto che non poteva allora esistere una scienza della natura. Proprio come noi oggi non possiamo fondare una scienza della natura esterna partendo dai ricordi che vivono in noi, così gli uomini dell’antichità non potevano fondare una scienza naturale esteriore, in quanto essi vedevano l’immagine dello spirito sia guardando entro se stessi, sia guardando alla natura esterna.

 

Non vi era contrasto fra se stessi in quanto uomini e la natura, come non esisteva fra anima e corpo:

infatti l’anima e il corpo si corrispondevano reciprocamente, nel senso che il corpo era per così dire solo l’involucro,

l’immagine artistica della figura spirituale originaria e l’anima era il messaggero mediatore fra i due.

Tutto era un’intima unità.

Non si poteva parlare di un «comprendere», perché si comprende soltanto ciò che sta fuori della propria vita,

• mentre ciò che si porta in se stessi viene sperimentato direttamente, e non «compreso».

 

Una tale saggezza, fondata sulla visione diretta, visse nei più antichi misteri dell’umanità, ancor prima dell’epoca greco-romana, e di una tale saggezza udì parlare la personalità a cui mi riferisco oggi. Ne udì parlare, ma si avvide che i maestri del mistero da lei frequentato, in fondo gli potevano trasmettere soltanto cose che essi sapevano per tradizione da tempi più antichi: non si potevano più apprendere conoscenze originarie, ricavate direttamente dall’ascolto dei segreti del cosmo. Quella personalità intraprese lunghi viaggi, frequentando anche altre sedi di misteri, nell’ottavo secolo prima di Cristo, e ovunque apprendeva all’incirca le stesse cose. Dappertutto sopravvivevano ormai solo le tradizioni di un’antica saggezza: i discepoli le apprendevano da maestri che non erano più in grado di percepire essi stessi le realtà superiori, o almeno non con la precisione e vivezza dei tempi più antichi.

 

Senonché la personalità in questione portava in sé, nelle profondità della sua natura umana, un’aspirazione irresistibile alla conoscenza, alla certezza del sapere. Essa udiva ripetere che un tempo si poteva ascoltare davvero l’armonia delle sfere, dalla quale risuonava il Logos: e il Logos era identico alla figura spirituale originaria di tutte le cose. Ma per l’appunto, tutto quello che udiva, era ormai soltanto tradizione. Abbiamo veduto che duemila anni dopo, un maestro Eckhart, nella quiete della sua celletta, meditava intensamente alla ricerca dell’intima forza dell’anima e dell’io, fondandosi anche lui sulle tradizioni del tempo suo, e giungendo ad enunciare il pensiero: io mi immergo nel nulla della divinità e per l’eternità sperimento nel nulla l’io. Similmente quell’antico, solitario discepolo dei tardi misteri antichi disse a se stesso: io presto ascolto al muto universo e da quel suo mutismo ricavo la mia anima portatrice del Logos. Io amo il Logos, perché esso reca l’annuncio di un dio sconosciuto.

 

Questa fu una professione di fede più antica, in certo qual modo parallela a quella del Maestro Eckhart.

Questi s’immerse con le forze dell’anima sua nel nulla della divinità di cui gli parlava la teologia medievale e in quel nulla trovò l’io; similmente il saggio antico prestava ascolto a un mondo ammutolito, perché non poteva più udire quello di cui parlava la saggezza tramandata. Egli non poteva che cercar di prestare ascolto a un universo muto; e come nel passato l’anima imbevuta di spirito si empiva dell’antica saggezza, così ora dal muto universo egli faceva della propria anima la portatrice del Logos. Ed egli amava il Logos che non era più la divinità stessa dei tempi antichi, ma ne era solo un’immagine. In altre parole: già a quel tempo lo spirito era svanito per l’anima, e come più tardi il Maestro Eckhart dovette cercare l’io nel mondo divenuto «nulla», così l’anima doveva allora venir cercata nel mondo svuotato dello spirito.

 

Certo, in tempi più antichi le anime possedevano in certo senso la saldezza interiore per dirsi:

• io stessa sono un che di divino, in quanto scorgo interiormente lo spirito che esiste in me.

• Più tardi però lo spirito non era più percepibile direttamente, come dimorante nell’anima,

né l’anima si sentiva più come messaggera dello spirito.

Per essere messaggero di qualcosa, occorre infatti conoscerlo.

• Ora l‘anima si sentiva come portatrice del Logos, cioè portatrice dell’immagine dello spirito,

anche se tale immagine dello spirito era presente in lei in tutta vivezza,

anche se quell’immagine si esprimeva nell’amore per il dio che in tal modo si esplicava ancora nell’anima,

sotto forma della propria immagine.

L’anima però non si sentiva più messaggera, bensì portatrice,

e precisamente come portatrice dell’immagine dello spirito divino.

 

Si può dunque esprimere la cosa schematicamente così: si sviluppò ora una diversa conoscenza dell’uomo, quando si volgeva lo sguardo all’interiorità umana: l’anima appariva come portatrice, da messaggero divenne portatore:

 

Anima: Portatore

Corpo: Forza

 

Per il fatto di aver perduto la percezione dello spirito, che un tempo era stata vivente,

anche il corpo non risultava più essere immagine dello spirito:

per poterlo riconoscere come immagine riprodotta, si sarebbe dovuto poter riconoscerne la figura originaria.

Quindi per questa concezione più tardiva, anche il corpo assunse un significato diverso.

Esso divenne quello che vorrei chiamare la forza: subentrò ora il concetto di forza.

 

Il corpo fu ormai concepito come un complesso di forze;

non più come un’immagine che racchiude in sé l’essenza di ciò che esso raffigura,

ma come una forza che non contiene l’essenza di ciò da cui essa trae origine.

 

Partendo poi dal corpo umano, si dovettero concepire forze anche in ogni parte della natura: se in precedenza la natura era stata ovunque un’immagine dello spirito, adesso era concepita come l’insieme delle forze fluenti dallo spirito. Così però la natura cominciò ad essere qualcosa di più o meno estraneo all’uomo. Vorrei dire che a quel punto l’anima aveva perduto qualcosa, poiché non racchiudeva più in se stessa la coscienza diretta dello spirito.

Se volessi esprimermi in modo grossolano, dovrei dire che l’anima è diventata più tenue, il corpo invece, il mondo esteriore dei corpi ha acquistato maggiore consistenza. Prima, esso possedeva ancora il carattere di somiglianza allo spirito, in quanto ne era l’immagine; adesso il mondo dei corpi è compenetrato dal carattere delle forze. Un insieme di forze è qualcosa di più consistente dell’immagine nella quale si può ancora riconoscere il contenuto spirituale.

Si potrebbe dire che il mondo dei corpi si è fatto più grossolano, mentre l’anima è diventata più evanescente. Ecco ciò che penetrò nella coscienza degli uomini di quel tempo; fra i primi, fu quel saggio antico che prestava ascolto all’universo ammutolito, e dal silenzio dell’universo seppe ricavare la consapevolezza che l’anima era almeno portatrice del Logos.

 

A questo punto,

• fra l’anima diventata più tenue e il mondo dei corpi divenuto più denso nacque un contrasto che prima non esisteva.

In passato si era veduta in ogni cosa l’unità dello spirito.

Adesso invece nacque il contrasto fra il corpo e l’anima, fra l’uomo e la natura;

anzi, ora fra il corpo e l’anima si spalancò l’abisso che non c’era prima che parlasse l’antico sapiente,

quando l’uomo non si sentiva ancora separato dalla natura.

Questo contrasto costituì si può dire il nocciolo di ogni pensare,

fra i tempi dell’antico saggio di cui ho parlato poc’anzi, e quelli di Nicolò Cusano.

 

L’umanità si trovò impegnata nella lotta per comprendere,

• da un lato, il rapporto fra anima e corpo,

fra l’anima ormai priva di realtà spirituale, e il corpo divenuto denso, divenuto forza o complesso di forze.

• D’altro lato l’umanità lottò per conquistarsi il senso del rapporto fra uomo e natura.

Quest’ultima consisteva però ormai solo di forze.

 

Nell’epoca di cui stiamo parlando non si aveva ancora l’idea di «leggi di natura»;

non si parlava concettualmente di leggi naturali, ma dovunque si sentivano, si sperimentavano le forze della natura.

Se poi si guardava nella propria interiorità, non vi si sentiva (come più tardi) un’anima portatrice di un oscuro volere,

di un sentire quasi altrettanto oscuro, e di un pensare astratto, bensì l’anima in quanto portatrice del Logos vivente:

del Logos di cui si sapeva che non era un’entità morta, ma al contrario un’immagine vivente della divinità.

Occorre sapersi immergere in tale contrasto che sopravvisse pienamente fino all’undicesimo, dodicesimo secolo, e che è del tutto diverso dai contrasti in cui vive l’umanità odierna. Se non si è capaci di rivivere in piena coscienza questo contrasto del tutto diverso, in cui viveva l’umanità antica, allora càpita quello che è capitato a tanti storici della filosofia che parlano del vecchio Democrito del quinto secolo a.C. come se fosse un atomista nel senso moderno del termine, solo perché ammetteva l’esistenza di atomi. Non basta che le parole presentino una certa somiglianza, perché esista una somiglianza effettiva.

Fra l’atomista moderno e Democrito esiste una differenza enorme, perché Democrito partiva appunto dal contrasto cui abbiamo accennato, fra uomo e natura, fra anima e corpo: per lui gli atomi erano assolutamente ancora dei complessi di forze, che in quanto tali egli contrapponeva allo spazio, in un modo in cui l’atomista moderno non può contrapporre allo spazio i suoi atomi.

 

Come potrebbe un atomista moderno dire con Democrito «l’essere non è più del nulla, il pieno non è più del vuoto».

Vale a dire che per Democrito lo spazio vuoto possiede un’affinità con lo spazio riempito entro l’atomo.

Ciò ha un senso soltanto per una coscienza che non conosce ancora il moderno concetto di corpo,

e quindi non può neppure parlare di atomi di un corpo,

ma naturalmente solo di punti di forza dotati di un’affinità interiore con quanto sta fuori dell’uomo.

 

L’atomista moderno non può equiparare il vuoto al pieno; se infatti Democrito avesse concepito il vuoto come se ne parla oggi, non avrebbe potuto equipararlo all’essere. Egli può equipararlo perché nel vuoto ricerca l’anima, portatrice del Logos. Anche se egli concepisce il Logos come dotato di una certa necessità, si tratta della necessità greca, non della nostra attuale necessità naturale. Questo è l’importante, se si vuole comprendere ciò che avviene e si pensa oggi: il saper penetrare nel giusto modo le sfumature di pensiero e di sentimento dei tempi antichi.

 

Seguì poi il tempo di cui ho parlato ieri, quello del Maestro Eckhart, quello di Nicolò Cusano, quando andò perduta anche la consapevolezza del Logos che vive nell’anima. Là dove l’antico saggio, ascoltando l’universo, non trovava che da lamentarsi per il suo silenzio, Maestro Eckhart e il Cusano trovarono il nulla, e dal nulla dovettero cercare l’io.

Proprio con ciò ha però inizio l’età moderna del pensiero umano:

ora l’anima non ha più in sé il Logos vivente,

ma guardando in se stessa, trova idee e concetti, trova rappresentazioni che da ultimo portano alle astrazioni.

Adesso l’anima è diventata ancora più evanescente; comincia la terza fase della conoscenza umana.

 

• Un tempo, durante la prima fase,

l’anima sperimentava in sé la figura originaria dello spirito: si considerava come messaggero dello spirito.

• Nella seconda fase l’anima sperimentava in sé l’immagine divina del Logos, si considerava portatrice del Logos.

• Adesso, nella terza fase, essa diventa per così dire un recipiente di idee e di concetti,

i quali si manifestano anche nella chiara certezza della matematica, ma sono pur sempre concetti e idee.

 

Vorrei dire che l’anima ora si sente diventata più evanescente che mai, mentre il mondo dei corpi acquista una sempre maggiore consistenza. Nasce così il terzo modo in cui l’uomo sente se stesso: egli non può ancora rinunciare del tutto al suo mondo animico, ma lo sente come ricettacolo delle idee, e quanto al corpo, non lo sente più solo come forza, ma come un corpo materiale, esteso nello spazio.

 

Anima:   ideale

Corpo:   corpo materiale dotato di estensione

 

Il corpo è diventato ancora più grossolano; per la conoscenza esso è divenuto ciò che rinnega totalmente lo spirito. Solo a questo punto ci imbattiamo nel corpo, nel senso in cui più tardi ne parlarono Hobbes, Bacone e Locke; qui s’incontra il corpo diventato completamente denso, con il quale l’interiorità umana non può più sentire alcuna affinità, ma ormai solo un rapporto astratto, rapporto che si va delineando sempre più chiaramente nell’ulteriore evoluzione scientifica.

 

Al posto dell’antico contrasto, ben concreto, fra anima e corpo, fra uomo e natura,

subentra ora un contrasto diverso che scivola sempre più verso l’astrazione.

Ciò che prima attribuiva a se stesso ancora una certa concretezza, in quanto sentiva in sé l’immagine divina del Logos,

si trasformò gradualmente in un mero recipiente di contenuti concettuali,

si considerò ormai solo come «soggetto», in contrapposizione all’«oggetto»,

cioè a tutto quello con cui non sentiva più alcuna affinità

(mentre nelle antiche epoche spirituali aveva ancora sentito quell’affinità).

 

L’antico contrasto umano fra anima e corpo, fra uomo e natura,

divenne il contrasto sempre più esclusivamente gnoseologico

fra il soggetto che sta dentro di noi e l’oggetto che si trova fuori.

 

La natura si trasformò nell’oggetto della conoscenza: non è quindi da stupirsi

se per la propria stessa esigenza la conoscenza si pose come mèta l’oggettivo in genere.

 

Ma che cos’è l’oggettivo?

Esso non è più quel che per i Greci era stata la natura:

l’oggettivo è quel che è dotato di corporeità materiale, dove non viene più scorto nulla di spirituale.

È la natura diventata priva di spirito, la natura che deve essere compresa da fuori, appunto dal soggetto.

 

L’uomo si mise alla ricerca di una scienza naturale esteriore, in quanto prima il suo essere aveva perduto il proprio nesso con la natura. Qui ci troviamo di nuovo al punto in cui avevo concluso la conferenza precedente, indicando come il Cusano ricercasse ciò che il mondo divino doveva essere per lui e lo formulasse così: se si vuole scrivere del mondo divino, occorre prima fermarsi nella conoscenza, occorre parlare di una dotta ignoranza. E nei simboli tratti dalla matematica egli volle solo delicatamente accennare a quello che gli si manifestava come spirituale, ben consapevole però che non è possibile congelare lo spirituale in simboli matematici.

 

Ho pure già ricordato ieri che circa un secolo più tardi (il De docta ignorantia era stato pubblicato nel 1440, il De revolutionibus orbium coelestium nel 1543) Copernico si impossessò con sicurezza matematica dell’altra faccia, quella esteriore, di ciò che il Cusano non potè pienamente afferrare con la matematica, neppure in senso simbolico. Oggi noi constatiamo come di fatto l’applicazione alla natura dello spirito matematico diventa possibile solo nel momento in cui l’uomo perde l’esperienza diretta della natura. Ciò risulta evidente fin nell’uso del linguaggio: infatti la parola «natura» accenna ancora a un rapporto col «nascere», mentre quel che oggi si considera natura è solo il mondo dei corpi, che però racchiude solo ciò che è morto. S’intende che questa affermazione riguarda la conoscenza umana, perché la natura contiene ovviamente anche oggi la vita e lo spirito; soltanto per la conoscenza umana essa è divenuta qualcosa di morto, per la cui comprensione deve valere essenzialmente il sapere concettuale più sicuro, cioè quello matematico.

 

Abbiamo dunque dinanzi a noi uno sviluppo dell’umanità che decorre secondo determinate leggi.

• In una prima epoca l’uomo vedeva Dio e il mondo, ma Dio nel mondo e il mondo in Dio: vedeva il monon, l’unità.

• In una seconda epoca l’uomo distingueva effettivamente l’anima e il corpo, l’uomo e la natura:

l’anima come portatrice del Logos vivente, di ciò che non nasce e che non perisce;

la natura invece come ciò che nasce e muore.

• Nella terza fase l’uomo è asceso fino all’astratto contrasto

fra il soggetto, che è lui stesso, e l’oggetto che è il mondo esterno.

 

L’oggetto è stato considerato la parte più densa, nella quale non si cerca neppure più di gettar luce mediante i concetti,

la parte che viene sentita come estranea all’uomo e che viene indagata da fuori mediante la matematica:

la matematica però non possiede il talento di penetrare nell’intimo delle cose,

ragione per cui il Cusano la applicò all’indagine dell’interno solo simbolicamente e solo timidamente.

 

Questo è il modo in cui va concepita l’aspirazione a sviluppare una scienza naturale, partendo dalle più antiche disposizioni dell’umanità. Doveva giungere un momento in cui gli uomini avrebbero sviluppato una tale scienza della natura, una scienza che di necessità dovette diventare quale è diventata. Questo ci risulta evidente, se osserviamo attentamente le diverse fasi che ho caratterizzate nell’evoluzione spirituale dell’umanità.

Vediamo allora che la prima fase arriva fino a quel saggio greco dell’ottavo secolo prima di Cristo;

la seconda fase fino a Nicolò Cusano; noi oggi ci troviamo nella terza fase.

 

•  La prima è da considerarsi pneumatologica, cioè rivolta verso lo spirito nella sua forma originaria;

• la seconda è mistica, ove si voglia usare questo termine nella sua accezione più ampia; • la terza è matematica.

 

Se dunque teniamo conto dei caratteri essenziali, possiamo far durare l’antica pneumatologia fino al savio antico al quale ho accennato oggi. Da lui fino al Maestro Eckhart e Nicolò Cusano riconosciamo la durata della mistica magica. Dal cardinale Cusano fino ai giorni nostri e oltre si estende l’epoca della scienza naturale fondata sulla matematica.

 

Su queste nozioni cercherò di costruire la conferenza seguente.

 

 

By | 2019-05-01T00:16:02+02:00 Novembre 10th, 2018|NASCITA E STORIA DELLA SCIENZA|Commenti disabilitati su 02 – SINTOMATOLOGIA STORICA