//////03 – AFORISMI TRATTI DA UNA CONFERENZA PER SOCI DEL 24 AGOSTO 1924 A LONDRA – MASSIME 88-90

03 – AFORISMI TRATTI DA UNA CONFERENZA PER SOCI DEL 24 AGOSTO 1924 A LONDRA – MASSIME 88-90

Aforismi tratti da una conferenza per soci del 24 agosto 1924 a Londra – Massime 88-90

Commento di Lucio Russo


 

Prima di cominciare a leggere questa lettera, intitolata: Aforismi tratti da una conferenza per soci del 24 agosto1924 a Londra (7 settembre 1924), vorrei dire ancora qualcosa sul divorzio del pensare dal volere, ch’è anche, ovviamente, un divorzio dal sentire.

 

• Com’è vero che il pensare si divide dal sentire e dal volere,

• così è vero che il sentire e il volere si dividono dal pensare,

e che l’uomo viene di conseguenza a disporre,

• da una parte, di un pensare “privo” (interiormente) di sentire e di volere

• e, dall’altra, di un sentire e di un volere “privi” (interiormente) di pensare.

 

Abbiamo visto che

• il pensare, privato di sentire e di volere, diventa una luce priva di calore,

• mentre il sentire e il volere, privati del pensare, diventano un calore privo di luce.

Il che significa che si particolarizzano o soggettivizzano,

giacché cessano di veicolare la volontà del mondo spirituale per veicolare quella dell’ego (fiat voluntas mea).

 

Nella testa s’insedia così un pensare (concettuale) che conserva, benché in modo astratto, una valenza universale,

mentre nel restante organismo

s’insediano un sentire e un volere che assumono un carattere particolare e soggettivo (karmico).

Tale carattere,

ogni volta che il sentire e il volere prendono il sopravvento, particolarizza o soggettivizza il pensare (astratto),

riducendolo per ciò stesso a opinare (l’opinione, dice Hegel, è un pensiero mio, e non un pensiero in sé e per sé).

 

Detto questo, leggiamo la lettera.

 

 

Nello stadio cosmico attuale della sua evoluzione, la coscienza umana sviluppa tre forme di coscienza:

di veglia, di sogno e di sonno senza sogni.

La coscienza di veglia sperimenta il mondo esteriore che cade sotto i sensi, costruisce delle idee su di esso,

e sulla base di tali idee può formarne altre che riflettano un mondo puramente spirituale.

La coscienza di sogno sviluppa immagini che trasformano il mondo esteriore, collegando per esempio al sole

che batte sul letto l’esperienza di sogno di un incendio con molti particolari.

Oppure pone dinanzi all’anima il mondo interiore umano in immagini simboliche,

per esempio ponendo nell’immagine di una stufa surriscaldata il cuore che batte velocemente.

Anche i ricordi rivivono trasformati nella coscienza di sogno.

A ciò si aggiungono i contenuti di immagini che non sono presi dal mondo dei sensi, ma da quello spirituale;

questi però non offrono la possibilità di penetrare conoscitivamente nel mondo spirituale

perché la loro essenza crepuscolare non permette di elevarsi del tutto alla coscienza di veglia,

e perché quello che in essa affiora non può venire realmente compreso” (p. 64).

 

 

Abbiamo detto che,

• parlando dell’anima, parliamo del pensare, del sentire e del volere,

• mentre, parlando dello spirito, parliamo di livelli di coscienza (e di potenza) che sono Gerarchie,

o di Gerarchie che sono livelli di coscienza (e di potenza).

 

“La coscienza di veglia – dice Steiner – sperimenta il mondo esteriore che cade sotto i sensi, costruisce delle idee su di esso,

e sulla base di tali idee può formarne altre che riflettano un mondo puramente spirituale”.

 

Sappiamo, infatti, che l’intelletto pensa quanto viene percepito mediante i sensi, ma che, astraendo, elabora pure delle teorie nelle quali può arrivare a riflettersi, come nel caso dell’idealismo, la realtà dello spirito.

La coscienza di veglia è una luce (il “lume naturale”) che illumina il mondo. Quella retta dal pensiero intellettuale, vincolato ai sensi, non ne illumina però che una parte: quella costituita dal mondo fisico.

Non si tratta pertanto di ottunderla o spegnerla, ma di intensificarla, così che possa illuminare anche il mondo della vita e quello animico-spirituale.

 

Passiamo adesso alla coscienza di sogno, tenendo presente che

i sogni possono avere varie origini, e che l’arte sta nel capire, di volta in volta,

a quale livello di realtà debba essere riferito il loro linguaggio immaginativo o simbolico.

 

Qui Steiner ne enumera quattro.

1 – “La coscienza di sogno – comincia col dire – sviluppa immagini che trasformano il mondo esteriore, collegando per esempio al sole che batte sul letto l’esperienza di sogno di un incendio con molti particolari”.

L’origine di questi sogni va dunque ricercata nell’ambiente o nel mondo esterno (presente).

 

2 – “Oppure – continua – pone dinanzi all’anima il mondo interiore umano in immagini simboliche, per esempio ponendo nell’immagine di una stufa surriscaldata il cuore che batte velocemente”.

L’origine di questi altri va dunque ricercata non nel mondo esterno, ma nel mondo interno fisico o corporeo (presente).

Anni fa, tanto per fare un esempio, il mio dentista notò che avevo sul palato delle strane bollicine; la cosa lì per lì mi preoccupò, perché nemmeno lui seppe spiegarne la natura. Ma che cosa accadde poi? Accadde che, durante la notte, sognai degli operai intenti a riparare un soffitto a volta. Non mi fu difficile capire che tale volta era quella del mio palato, e che qualcuno stava provvedendo, a mia insaputa, a curarlo.

 

3 – “Anche i ricordi – prosegue – vivono trasformati nella coscienza di sogno”.

Come siamo passati prima dall’ambiente esterno all’ambiente interno, o dal mondo fisico al corpo fisico, così passiamo adesso dal corpo fisico al corpo eterico (dal presente al passato).

Sapendo che il corpo eterico è il corpo della memoria, non ci meraviglieremo che i sogni peschino a piene mani in questo ricco serbatoio (dei “ricordi in sé”) per dar vita alle loro creazioni immaginative.

 

4 – “A ciò si aggiungono – conclude – i contenuti di immagini che non sono presi dal mondo dei sensi, ma da quello spirituale”.

Sono questi i sogni più importanti e significativi: ossia quelli che possono realmente aiutarci, poiché sono messaggi o “detti degli Dèi” (così li chiama Steiner in Conoscenza Iniziatica) (1).

In questi sogni parlano le nostre guide, o parla, se volete, l’”Angelo custode”. Chi segue la scienza dello spirito può dunque far tesoro dei sogni, a patto che sia consapevole che

• non è mediante i sogni che si può “penetrare conoscitivamente nel mondo spirituale”,

• ma che è mediante la conoscenza del mondo spirituale che si può “penetrare conoscitivamente” nel mondo dei sogni.

 

Il problema, infatti, è quello della loro interpretazione (afferma Steiner: “Il sogno è qualcosa, vorrei dire, che già conduce la coscienza ordinaria nel mondo spirituale. Deve però essere compreso giustamente”) (2).

Tutti sognano, ma non tutti sono in grado d’interpretare in modo “spirituale-morale” i sogni, giacché, per farlo, bisognerebbe aver sviluppato, almeno un poco, la coscienza immaginativa e quella ispirata (ch’’è un divenire, spiritualmente, “tutt’orecchi”).

 

Quel ch’è certo è che la capacità d’interpretare giustamente i sogni non è il risultato di una tecnica appresa dall’intelletto, ma il frutto, per così dire, “spontaneo” dello sviluppo di superiori livelli di coscienza.

Ascoltate ciò che scrive in proposito Unger: • “Michele domina in una sfera che è separata dalla coscienza dell’uomo solo da una sottile parete. La porta verso di lui deve venir sfondata dal pensare; le altre porte dell’anima umana si aprono per così dire da sole, se quanto ebbe inizio nel pensare viene proseguito in modo conforme alla sua propria forza” (3).

 

Domanda: E’ vero che i sogni sono premonitori?

Risposta: Se sognassi la mia casa che crolla, e poco tempo dopo mi crollasse la casa, potrei certamente parlare di un sogno premonitore. Ma questo accade raramente, tanto che Steiner mette in guardia dal prendere i sogni alla lettera: dal riferirli, cioè, alla realtà fisica o materiale (anche Freud, del resto, distingueva, benché in tutt’altro senso, il “contenuto manifesto” dei sogni dal loro “contenuto latente”).

Anni fa, ad esempio, sognai la mia tomba con una lapide che indicava, come d’uso, la data di nascita e quella di morte. Non fu divertente, perché la data della morte non era ancora arrivata, ma stava per arrivare. Non mi preoccupai più di tanto, però, perché sapevo che i sogni si riferiscono più alla morte interiore che a quella esteriore (fisica), e quindi – per dirla con Goethe – al “perisci e divieni”.

 

Possono dunque darsi, seppure raramente, dei sogni premonitori, così come possono darsene altri che appagano (come sostiene Freud) un desiderio o che compensano (come sostiene Jung) le unilateralità della coscienza, e altri ancora che forniscono invece (come afferma Steiner) delle preziose indicazioni di carattere spirituale-morale.

“Il sogno – dice infatti – può essere in diversissimi modi un avvertimento, un correttore. Se viene riferito giustamente non al mondo inferiore, ma a quello superiore, esso può senz’altro servire d’indirizzo alla vita umana” (4).

 

Riguardo al rapporto tra il sogno e il futuro, senti cosa dice qui:

“Chi studia il sogno partendo dalla scienza dello spirito si dice: come per molte altre cose, nella coscienza, presaga ma anche superstiziosa, che nel sogno potrebbe spesso svelare il futuro, è celata da un lato una verità cui si aspira, e dall’altro una pericolosa superstizione; quest’ultima perché in ciò che vive nel sogno, in modo sostanziale e reale, è veramente presente come l’anima si svilupperà nell’avvenire, è presente la parte eterna della nostra anima. Da quel che si sogna si può già intuire che contiene, sia pure non in rappresentazioni, il germe vivente del nostro futuro” (5).

Ma torniamo a noi.

 

 

Nell’immediatezza del risveglio è però possibile afferrare abbastanza del mondo del sogno,

in modo da rendersi conto come esso sia la copia imperfetta di uno sperimentare spirituale che riempie il sonno,

ma che si sottrae per la sua massima parte alla coscienza di veglia.

Per vedere questo, è sufficiente configurare l’istante del risveglio in modo che questo non faccia comparire

in un sol colpo il mondo esteriore dinanzi all’anima, ma che l’anima, ancora senza guardare verso l’esterno,

si senta protesa verso quanto ha sperimentato interiormente” (pp. 64-65).

 

 

Ciò significa, in parole povere, che se apriamo di colpo gli occhi, o siamo buttati giù dal letto da una sveglia, abbiamo ben poche speranze di ricordare i sogni.

Svegliandoci invece lentamente e continuando a tenere gli occhi chiusi, ci sarà più facile non solo ricordare i sogni, ma avvertire (in modo più o meno netto) di aver fatto, durante il sonno, delle vere e proprie esperienze.

Avrete notato, ad esempio, che talvolta ci si sveglia di cattivo o di buon umore, senza saperne la ragione. Proprio lo stato dell’umore al risveglio può essere però conseguenza delle esperienze (astrali) fatte durante la notte.

 

 

La coscienza di sonno senza sogno permette all’anima di attraversare le esperienze che appaiono nel ricordo

soltanto come qualcosa di indistinto nel compiersi del tempo.

Si potrà continuare a parlare di tali esperienze come di qualcosa che non esiste,

fino a quando non si penetrerà in esse mediante la indagine scientifico-spirituale.

Se però questo avviene, se si sviluppa la coscienza immaginativa ed ispirata nel modo indicato nella letteratura antroposofica,

allora affiorano dalla oscurità del sonno le immagini e le ispirazioni di esperienze provenienti da passate esistenzeterrene.

Allora si potrà anche vedere il contenuto della coscienza di sogno. È un contenuto non afferrabile dalla coscienza di veglia;

esso indirizza al mondo in cui l’uomo si trattiene fra due esistenze terrene, quale anima disincarnata” (p. 65).

 

 

Che cosa abbiamo detto appunto, poco fa? Che per poter interpretare giustamente i sogni, bisognerebbe aver sviluppato, almeno un poco, la coscienza immaginativa e quella ispirata.

Quando ci addormentiamo, varchiamo infatti la soglia e penetriamo nel mondo spirituale dove facciamo delle esperienze. Queste esperienze fatte durante il sonno senza sogni nel mondo astrale (legato alla coscienza ispirata) si riflettono poi nel corpo eterico (immaginativo), dando così origine ai sogni.

Teniamo presente che

• la vita di veglia va messa in rapporto con la presente vita terrena,

• mentre quella di sogno va messa in rapporto con la vita pre-natale,

• e quella del sonno senza sogni con le vite terrene precedenti

(i riflessi onirici di queste possono perciò essere afferrati solo dalla coscienza intuitiva).

Dormendo, viaggiamo dunque a ritroso nel tempo.

 

Ricordate, infatti, che cosa dicemmo quando parlammo del karma umano (massima 43)? Dicemmo che, in questo, abbiamo uno stesso spazio, ma un diverso tempo: uno stesso spazio, perché cause terrene producono effetti terreni; un diverso tempo, perché gli effetti si danno nella vita presente, mentre le cause si trovano in una delle vite precedenti.

 

 

Se si impara a conoscere che cosa nascondano la coscienza di sogno e di sonno per l’attuale fase cosmica,

si aprirà la via per comprendere le forme evolutive della coscienza umana nei tempi primordiali.

Non vi si può arrivare mediante l’indagine esteriore, perché le testimonianze esteriori conservate

portano soltanto ad effetti postumi di esperienze antecedenti il periodo storico della coscienza umana“.

 

 

• In tanto oggi disponiamo, al di sotto della coscienza di veglia, di una coscienza di sogno e di una coscienza di sonno,

• in quanto abbiamo sperimentato, nel corso dell’evoluzione dell’anima, altre forme di coscienza.

Ciò che oggi sperimentiamo ad esempio quale coscienza di sogno

non è che il residuo subcosciente di un stato che equivaleva, un tempo, alla nostra coscienza di veglia:

è il residuo subcosciente, cioè, della crepuscolare e istintiva veggenza che caratterizzava l’antica umanità.

 

Come si vede, anche sul piano animico l’ontogenesi, come sosteneva Ernst Haeckel, ricapitola la filogenesi (6).

Il che potrebbe peraltro aiutarci a capire come sia possibile ricostruire la vera storia dell’uomo e della Terra (come ha fatto ad esempio Steiner ne La scienza occulta) (7).

 

In ognuno di noi, infatti, sono tuttora presenti, al di sotto della coscienza di veglia,

• l’uomo antico-lunare del sogno,  • l’uomo antico-solare del sonno,  • e l’uomo antico-saturnio della morte.

 

Sia chiaro, però, che quando parliamo ad esempio dell’antica coscienza di sogno parliamo di una coscienza simile, ma non identica a quella attuale. E perché? E’ ovvio: perché il livello della coscienza di sogno era allora il più alto, mentre adesso è subordinato a quello della coscienza (intellettuale) di veglia.

Vedete, il senso della storia è importante, ma ancora più importante è il senso della preistoria, giacché la prima (basata sulle testimonianze scritte) deve poggiare necessariamente sulla seconda (basata sulla tradizione orale).

 

• “Le testimonianze esteriori conservate – dice appunto Steiner – portano soltanto ad effetti postumi di esperienze antecedenti il periodo storico della coscienza umana”.

 

Ma qual è oggi – chiediamoci – il nostro senso della preistoria? Non credo di esagerare affermando ch’è all’incirca quello rappresentato dai cavernicoli di B.C. (Before Christ), noti e divertenti protagonisti delle strisce del fumettista americano Johnny Hart.

Se la storia, d’altro canto, è una “favola convenuta” (come diceva Napoleone), possiamo ben immaginare che cosa sia allora la preistoria.

 

 

La letteratura antroposofica dà spiegazioni

su come sia possibile arrivare ad osservare tali esperienze mediante l’indagine spirituale.

Nell’antica epoca egizia tale indagine trova una coscienza di sogno molto più vicina a quella di veglia

di quanto non avvenga oggi nell’uomo.

Le esperienze di sogno riecheggiavano come dei ricordi nella coscienza di veglia;

e questa non forniva soltanto le impressioni sensorie da afferrare in ben definiti pensieri;

ma ad esse legava lo spirituale che agiva nel mondo dei sensi.

Di conseguenza l’uomo era istintivamente inserito con la sua coscienza

nel mondo che aveva lasciato a seguito della sua incarnazione terrena,

e nel quale sarebbe di nuovo entrato quando avesse passato la porta della morte” (pp. 65-66).

 

 

Abbiamo detto, poco fa, che l’antica coscienza di sogno va immaginata simile, ma non identica, a quella attuale.

Nell’epoca egizia (o dell’anima senziente), ad esempio, gli uomini non sperimentavano, come noi, una netta cesura tra la vita di sogno e quella di veglia, bensì vivevano in uno stato intermedio, che potremmo chiamare di “dormi-veglia” (sempre diverso, però, da quello cui ci riferiamo oggi con la stessa espressione). Questo stato di coscienza faceva da trait-d’union tra l’esperienza sensibile e quella spirituale.

 

Quando il cordone ombelicale, che manteneva legati al mondo spirituale, si è più tardi reciso, lo stato di veglia si è scisso da quello di sogno, consentendo così l’avvento dell’anima cosciente e della modernità. Non si è reciso naturalmente di colpo, ma si è andato lentamente e gradualmente assottigliando (nel corso della quarta epoca post-atlantica, quella greco-latina) fino ad arrivare alla rottura (nella nostra quinta epoca post-atlantica).

La preistoria e la storia dell’anima sono dunque una testimonianza di come sia venuta progressivamente meno, fino a interrompersi, l’originaria e viva relazione dell’uomo col mondo spirituale.

 

 

I documenti scritti conservati, e altre cose, danno a chi penetri oggettivamente nel loro contenuto

una chiara immagine di una tale coscienza; essa è caratteristica di un tempo di cui non esistono testimonianze esteriori.

La coscienza di sonno degli antichissimi tempi egizi contiene sogni del mondo spirituale,

così come l’attuale coscienza di sonno contiene sogni presi dal mondo fisico.

Presso altri popoli si trova ancora un’altra coscienza. Il sonno proiettava le sue esperienze nello stato di veglia,

ed in modo che in tale proiezione vi fosse istintivamente una visione delle ripetute vite terrene.

Le tradizioni relative alla conoscenza delle ripetute vite terrene, attraverso gli uomini primitivi,

derivano da tali forme di coscienza. Nella conoscenza immaginativa sviluppata si ritrova ciò che in tempi antichi

esisteva, istintivamente ed in forma crepuscolare, nella coscienza di sogno.

Tale conoscenza è però pienamente cosciente come la vita di veglia” (p. 66).

 

 

Come vedete, la coscienza di veglia è chiamata a fagocitare o esaurire i residui della coscienza di sogno e di sonno, trasformandoli, come sappiamo, nella coscienza immaginativa e in quella ispirata.

Quando ciò avverrà, e quando anche la coscienza di morte si sarà trasformata nella coscienza intuitiva, tutto ciò che oggi è subcosciente e incosciente sarà diventato cosciente.

 

 

Mediante la conoscenza ispirata si diviene allo stesso modo consci

delle antichissime osservazioni istintive che ancora rivelano qualcosa delle ripetute vite terrene.

L’attuale storia dell’umanità non si addentra in queste trasformazioni delle forme di coscienza umana.

Essa ama credere che in sostanza le forme attuali di coscienza siano sempre esistite,

fin da quando esiste un’umanità terrena.

Si preferisce considerare fioriture della fantasia poetica di un’umanità primordiale

ciò che richiama altre forme di coscienza: i miti e le favole” (p. 66).

 

 

Perché “l’attuale storia dell’umanità non si addentra in queste trasformazioni delle forme di coscienza umana”?

Lo abbiamo detto: perché crede, materialisticamente, che la storia esteriore (del corpo) basti a spiegare quella interiore (dell’anima).

Non è un caso che, provando a ricordare dei libri che trattino della storia dell’anima (prescindendo, ovviamente, e da quelli di Steiner o di altri antroposofi, e da quelli di stampo cattolico o comunque religioso), non me ne venga in mente che uno: Storia delle origini della coscienza, dello psicoanalista junghiano Erich Neumann (8).

Si tratta di un libro che non ha nulla a che fare con l’antroposofia, ma che ha il pregio, nonostante le sue mezze verità o i suoi quarti di verità (peraltro più pericolosi, avverte Steiner, delle menzogne), di porre il tema sul piano scientifico (psicodinamico), e non su quello astrattamente filosofico o umanistico.

 

La storia attuale, dice Steiner, “ama credere

che in sostanza le forme attuali di coscienza siano sempre esistite, fin da quando esiste un’umanità terrena”.

Questa credenza è il risultato (proprio in senso psicodinamico) di una “proiezione”:

sull’uomo antico viene infatti proiettato, inconsciamente, l’odierno modo di pensare, sentire e volere.

 

Conclude Steiner:

“Si preferisce considerare fioriture della fantasia poetica di un’umanità primordiale ciò che richiama altre forme di coscienza: i miti e le favole”. Verrà un giorno – siatene certi – in cui si stenterà a credere che possano essere state fatte simili fantasie sulla fantasia, e ci si renderà conto di come non possano essere state partorite che da uomini davvero poveri di fantasia.

 

Ricordiamoci che Lucifero è dotato di una fantasia debordante ed estetizzante (e per ciò stesso illusoria e insana), mentre Arimane, in quanto pedante, prosaico e meschino (Il demone meschino di Fëdor Sologub) (9), è appunto povero di fantasia. Dal momento ch’è però intelligentissimo (un “cervellone”), considera i miti, le leggende e le favole “fioriture della fantasia poetica di un’umanità primordiale”: ossia, di un’umanità ingenua, puerile, se non addirittura “de-mente” (dice invece Steiner: “Quando ci stanno davanti miti, fiabe, leggende antiche, ma genuine, possiamo trovarvi maggior conoscenza, saggezza e verità che non nell’astratto sapere e dottrinarismo moderno”) (10).

 

Ho già detto che Steiner, ne La missione di Michele (11), parla della “santa triplicità”

costituita, da Lucifero e Arimane (i due “ladroni” del Golgota) con al centro il Cristo: ossia, l’Ecce homo,

il Rappresentante dell’umanità o, come dice Pavel Florenskij, la Santa Entelechia dell’umanità.

 

Ed ecco appunto che abbiamo,

• da una parte, le favole di Lucifero, belle e dis-umane,

dall’altra, le favole di Arimane (spacciate per scienza), brutte e dis-umane

e, al centro, le favole cristiche e umane.

 

E quali sono le favole cristiche e umane? Quelle raccontate dall’antroposofia: vale a dire dall’uomo stesso,

allorché comincia a sapere davvero qualcosa di sé e della propria storia.

 

Massime 88, 89, 90 ( 7 settembre 1924)

 

 

88 – “Nella coscienza desta del giorno

l’uomo sperimenta se stesso nell’epoca attuale come situato nel mondo fisico.

Questa esperienza gli nasconde che nella sua propria entità esistono gli effetti di una vita fra morte e nascita.

 

 

• Come la luce del Sole “nasconde”, durante il giorno, quella pur presente delle stelle,

• così la “coscienza desta del giorno”, ossia la coscienza di veglia, nasconde gli effetti della vita fra morte e nuova nascita,

pur presenti e attivi nella sfera subcosciente del sentire e del sogno.

 

Abbiamo visto che la coscienza di veglia è un “talento” che, come ammonisce la nota parabola (Mt 25,14-30),

deve essere sviluppato o messo a frutto, e non conservato così come lo si è ricevuto

(“Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”).

 

Che cosa vuol dire svilupparlo? Vuol dire intensificare ed elevare lo stato di veglia.

Parlando di coscienza immaginativa, di coscienza ispirata e di coscienza intuitiva,

parliamo infatti di superiori stati di veglia.

 

Che cosa succede invece, di norma? Che sul piano rappresentativo, grazie al “talento” ricevuto, vegliamo, mentre, sul piano immaginativo, sogniamo, sul piano ispirato, dormiamo e, su quello intuitivo, moriamo: succede, cioè, che la coscienza ordinaria sa di questi livelli come “inferiori”, senza minimamente sospettare che possano essere risvegliati e trasformati, dall’Io, in “superiori”.

 

Einstein ha una volta affermato che la cosa più incomprensibile del mondo è la sua comprensibilità.

Ebbene, solo comprendendo perché il mondo è intelligibile è possibile comprendere la realtà dello spirito e quella

dei diversi gradi di coscienza (delle diverse Gerarchie o, per dirla con Guénon, degli “stati molteplici dell’essere”) (12).

 

Vladimir Solov’ëv così fa dire alla Sofia: “Attraverso i fenomeni esteriori conosciamo i fenomeni interiori

e, attraverso questi, l’essere, ciò che un filosofo ha chiamato la natura intelligibile” (13).

 

 

89 – “Nella coscienza di sogno l’uomo sperimenta in modo caotico il proprio essere

congiunto disarmonicamente con la spiritualità del cosmo.

La coscienza di veglia non può cogliere il vero e proprio contenuto della coscienza di sogno.

Alla coscienza immaginativa e ispirata si rivela che il mondo dello spirito, nel quale l’uomo vive fra morte e nascita,

partecipa all’edificazione del suo essere interiore“.

 

 

“La coscienza di veglia – dice Steiner – non può cogliere il vero e proprio contenuto della coscienza di sogno”.

 

Si riferisce, ovviamente, alla coscienza intellettuale. Quando sentite dire, come non di rado capita: “Non dar retta ai sogni”, potete star certi che parla l’intelletto: ossia un livello di coscienza al quale i sogni non possono apparire che delle assurdità.

Ciò dipende dal fatto che la logica dei sogni, non essendo “cartesiana”, ma immaginativa e ispirata, può essere afferrata solo da una coscienza di pari livello o qualità.

(scrive Steiner: “Il sogno costituisce uno stato intermedio fra sonno e veglia. Ciò che l’esperienza del sogno presenta all’osservazione assennata è un mondo di immagini molteplici, variopinte e intersecantisi, che pur tuttavia nasconde in sé un ordine, una legge”) (14).

 

E che cosa significa che “alla coscienza immaginativa e ispirata si rivela che il mondo dello spirito, nel quale l’uomo vive fra morte e nascita, partecipa all’edificazione del suo essere interiore”?

Significa che nella sfera del sentire e dei sogni siamo in rapporto con la nostra vita pre-natale. Per realizzarlo dobbiamo però far ricorso, come abbiamo detto, alla coscienza immaginativa e a quella ispirata.

Che occorrano entrambe, lo dimostra il fatto che quanti sono del tutto privi di sensibilità immaginativa (come per l’appunto i “cervelloni” o gli intellettuali “disidratati”) non prendono per nulla in considerazione i sogni, mentre quanti sono dotati, in misura maggiore o minore, di tale sensibilità (come ad esempio Freud e Jung) li prendono in considerazione, ma non sono poi in grado di comprenderli, dal momento che, per farlo, dovrebbero disporre anche di un minimo d’ispirazione.

 

 

90 – “Nella coscienza di sonno senza sogni l’uomo, senza esserne cosciente, sperimenta il proprio essere

come compenetrato dei risultati di precedenti vite terrene.

La coscienza ispirata e intuitiva perviene alla visione di questi risultati,

e scorge l’influenza di vite terrene precedenti nel decorso del destino (karma) di quella attuale”.

 

 

• Passando dalla “coscienza di sogno” (REM) alla coscienza di “sonno senza sogni” (NREM),

• si passa dal sentire subcosciente, legato alla vita pre-natale, al volere incosciente, legato alle vite terrene precedenti.

 

• Notate che Steiner, riferendosi alla prima, ha parlato di coscienza immaginativa e di coscienza ispirata,

• mentre adesso, riferendosi alla seconda, parla di coscienza ispirata e di coscienza intuitiva.

Grazie a queste, si scorge dunque

“l’influenza di vite terrene precedenti nel decorso del destino (karma) di quella attuale”.

 

Ciò vuol dire, in altri termini, che,

• guardando attraverso i nostri sentimenti, potremmo scorgere qualcosa delle nostre esperienze pre-natali,

• così come, guardando attraverso la nostra volontà (i nostri istinti e le nostre inclinazioni),

potremmo scorgere qualcosa delle nostre vite terrene precedenti: di quanto influisce, in particolare,

“nel decorso del destino (karma)” della vita attuale.

 

Come vedete, Steiner parla del karma soprattutto in rapporto alla sfera della volontà;

se ne può però parlare, seppure in misura diversa, anche in rapporto alla sfera del sentire

(in specie se condizionata, come quasi sempre avviene, dal volere).

 

Da tutto ciò ch’è soggettivo, personale o karmico (i gusti, i desideri, le simpatie, le antipatie, le opinioni),

può perciò cominciare a liberarci solo il pensare puro.

Dire, ad esempio, che “la matematica non è un’opinione” significa appunto dire che la matematica non è karmica.

Il che, peraltro, ci permette di cogliere, ancor più chiaramente, la differenza

tra la libertà “da” (o libertà “negativa”) dalla libertà “per” (o libertà “positiva”).

 

La matematica, in quanto astratta,

è infatti in grado di liberarci (astrarci o estrarci) “dal” mondo del karma (dalla nostra viva natura),

ma non ancora “per” il mondo vivente dello spirito (o della moralità).

 

Note:

  1. cfr. R.Steiner: Conoscenza iniziatica – Antroposofica, Milano 1985;
  2. ibid., p. 99;
  3. C.Unger: Il linguaggio dell’anima cosciente – Antroposofica, Milano 1970, p. 174;
  4. ibid., p. 99;
  5. R.Steiner: L’antroposofia e le scienze – Antroposofica, Milano 1995, p. 49;
  6. cfr. R.Steiner: Scienza naturale ed antroposofia – Libri del Graal, Roma 1990;
  7. cfr. R.Steiner: La scienza occulta nelle sue linee generali – Antroposofica, Milano 1969;
  8. cfr. E.Neumann: Storia delle origini della coscienza – Astrolabio, Roma 1978;
  9. cfr. F.Sologub: Il demone meschino – Garzanti, Milano 2008;
  10. R.Steiner: Storia occulta – Antroposofica, Milano 1972, p. 9;
  11. cfr. R.Steiner: La missione di Michele – Antroposofica, Milano 1981;
  12. cfr. R.Guénon: Gli stati molteplici dell’essere – Studi Tradizionali, Torino 1963;
  13. V. Solov’ëv: La Sofia – SAN PAOLO, Cinisello Balsamo (Milano) 1997, p. 23;
  14. R.Steiner: La scienza occulta nelle sue linee generali – Antroposofica, Milano 1969, pp. 73-74.

 

 

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