03 – ANTROPOSOFIA E SCIENZA

Antroposofia e scienza

O.O. 73 – L’antroposofia e le scienze – 12.11.1917


 

Sommario: Risultati della scienza dello spirito in merito alla natura e all’uomo quale essere naturale.

 

Rapporto fra scienza dello spirito e scienza. Dal secolo XVI la conoscenza si basa sull’osservazione dei fatti sensibili. Tentativi di Rubner e di Atwater. Tacita premessa della “cosa in sé” dietro ai fenomeni. Necessità di ampliare la coscienza di veglia a coscienza veggente. La dottrina evoluzionistica di Haeckel. Lo scritto-beffa di Hartmann. La confutazione di Hertwig della teoria evoluzionistica di Darwin. Il problema dell’uovo e della gallina. La dottrina evoluzionistica e la dottrina della metamorfosi di Goethe. Sentimento e volontà secondo Theodor Ziehen. Rinvio al libro di Steiner Enigmi dell’anima. La tripartizione dell’organismo fisico umano. Goethe e Albrecht von Haller.

 

Fra le relazioni più importanti dello scienziato dello spirito verso le altre correnti scientifiche vi è quella verso l’indagine scientifica del presente e in generale dell’epoca moderna. Potendo chiarire fin da principio la necessità della scienza dello spirito antroposofica è specialmente importante la relazione con le scienze fra le quali essa deve porsi.

 

Fra gli attacchi alla qui intesa scienza dello spirito per me sono di speciale e grande interesse quelli rivolti contro la mia posizione nei confronti della scienza ufficiale del presente. In definitiva sono ben comprensibili gli attacchi e le avversioni da parte della scienza contro un indirizzo spirituale che è sì posto rigidamente sul terreno della scienza, ma che in quasi tutte le cose deve andare oltre la scienza stessa. Tuttavia strano e di una certa importanza per la posizione complessiva della scienza dello spirito è che proprio in questi ultimi tempi mi si rivolge sempre di nuovo il rimprovero che io non mi ponga di fronte alla ricerca scientifica rifiutandola, ma che al contrario mi metta in pieno sul suo stesso terreno. Il rimprovero mi viene mosso da presunti seguaci di un indirizzo “spiritualistico”. Si può quindi affermare che l’indirizzo scientifico che risulta da queste conferenze è per così dire serrato fra le avversioni che le vengono dalla scienza e quelle che si fanno sentire in modo quasi altrettanto forte da un certo indirizzo oscuro, mistico e spirituale.

 

Devo comunque dire che la scienza dello spirito, che presento in queste conferenze, riconosce la necessità di riallacciarsi alla scienza, ma anche che, in quanto esiste ed è necessaria nel nostro presente, è debitrice alla scienza e deve esserlo per tutte le sue conquiste scientifiche e i suoi impulsi. Infatti proprio la scienza dello spirito, se non intende rimanere dilettantesca e oscura, deve confrontarsi nel senso più vasto con la scienza, appunto per costruire in una precisa direzione sulla base dei più recenti risultati della scienza, come oggi vedremo.

 

Ciò apparirà paradossale a chi conosce già qualcosa della scienza dello spirito orientata antroposoficamente. Nel corso di questa conferenza avrò tuttavia da esporre diversi paradossi in quasi tutte le direzioni, e già subito, specialmente questa sera, desidero scusarmi perché sarò soprattutto costretto a presentare risultati dell’indagine, spirituale con i quali desidero soltanto stimolare. Volendo documentare e provare quel che oggi ho da dire sarebbe necessario un corso di diverse settimane.

 

Per acquisire come scienziato dello spirito un giusto rapporto nei confronti dell’evoluzione scientifica dell’epoca moderna, occorre esaminarla nella sua essenza. In sostanza l’orientamento scientifico non deve la sua configurazione ai grandi meriti che si ascrive, ma a tutt’altre premesse, a tutt’altri fatti. Il carattere tipico assunto dal modo di pensare scientifico negli ultimi quattro secoli, e specialmente nel diciannovesimo fino ai giorni nostri, è così perché nel corso dell’evoluzione storica dell’umanità si presentarono negli uomini ben determinate tendenze, ben determinate capacità conoscitive.

 

Spesso si descrive la nascita del modo scientifico di pensare dicendo che nei millenni passati gli uomini avevano percorso strade sbagliate proprio nel campo della scienza; per non usare ora la solita espressione banale: “Come siamo progrediti!”, intendo far notare come buoni, onesti e leali seguaci del modo di pensare scientifico credano che per l’umanità sia finalmente giunto il tempo di arrivare per certe cose alla “verità”, alla “giusta conoscenza”, mentre in passato ci si muoveva lungo “le vie sbagliate”.

 

Osservando tuttavia meglio l’essenza dell’evoluzione scientifica, si vede che non fu un miracolo che d’improvviso, dal secolo sedicesimo, l’umanità sia giunta alla sola valida verità, ma che da quel secolo si sono presentate ben precise capacità, tendenze e indirizzi sulla strada della conoscenza, e che tali tendenze, tali bisogni umani, direi tali preferenze, portarono l’umanità da un lato a indirizzare lo sguardo, l’attenzione verso la natura, e dall’altro a dare alla conoscenza della natura l’impronta che oggi tanto apprezziamo, proprio se siamo sul terreno della scienza dello spirito.

 

Una delle più evidenti capacità che si presentarono fu quella di osservare con precisione i fatti esteriori sensibili. A questa capacità e preferenza per l’osservazione della realtà e dei fatti sensibili si unì un’altra tendenza: quella di attribuire ai fatti sensibili un esclusivo valore del tutto preminente, e di credere che tutto quanto va al di là della realtà sensibile porti l’uomo in un campo conoscitivo proibito, in una sfera vaga e fantastica; in breve che debba portare a un abisso della conoscenza.

 

Si vede in particolare che le cose sono così, osservando i tentativi di comprendere l’uomo stesso secondo la scienza. Questa tendenza condusse ad applicare le forze e le leggi, che si trovano nella natura separata dall’uomo, anche all’uomo stesso, considerandolo per così dire come un semplice essere della natura, quale in effetti è inteso dalla ricerca scientifica moderna. Questo atteggiamento della scienza non si limitò all’aspetto naturale dell’essere umano, ma si estese anche all’osservazione dell’anima umana in qualche modo ridotta scientificamente a un oggetto di natura. Nello psicologo moderno si nota anzi come una soddisfazione, un appagamento quando egli sia in grado di applicare anche alla vita dell’anima umana ciò che crede sia risultato di un’incontestabile legge di natura. Desidero ricordare un caso estremo in questa direzione per meglio caratterizzare il fenomeno.

 

Chi è ancora dell’opinione che l’anima umana sia un essere in sé, arriverà naturalmente all’idea che tale essere dotato di anima e chiuso in sé riesce a manifestarsi con forza nell’organismo attraverso impulsi volitivi (nella prossima conferenza di dopodomani parleremo anche di libertà o non libertà. L’idea che l’essere animico in certo qual modo sia la sorgente del movimento, dell’azione dell’organismo, domina persino parecchi contemporanei.

 

Quelli invece che credono di dover pensare in modo puramente scientifico si dicono: nel secolo diciannovesimo la scienza acquisì fra le sue più importanti leggi quella della costanza, della conservazione dell’energia, della trasformazione delle forze, secondo la quale nulla di nuovo può formarsi in un sistema di forze, nulla può agire in un tale sistema che già non viva nel sistema stesso. Se dunque, così si argomenta, l’anima fosse in grado di mettere in moto l’organismo partendo da se stessa, dovrebbe produrre una forza. Questa dovrebbe però aggiungersi alle forze che l’organismo ricava dal mondo circostante grazie all’alimentazione o ad altre condizioni di vita. L’anima dovrebbe cioè essere una fonte di forze; la forza dovrebbe per così dire sorgere dal nulla. La legge della conservazione dell’energia consente però soltanto che nell’organismo umano si trasformino in energia le forze che esso riceve con l’alimentazione o in altro modo; quindi un movimento o uno sviluppo di calore nell’organismo non può essere altro che la trasformazione dell’energia proveniente dall’alimentazione o da altra fonte, comunque dall’esterno. Entrerebbe così in conflitto con la legge della conservazione dell’energia, che ebbe una funzione tanto importante per lo sviluppo della scienza nel secolo scorso, chi è dell’idea che nell’anima vi sia una fonte originaria di forze.

 

Si fu quindi molto contenti di poter confutare sperimentalmente che nell’anima vi fosse una simile “riserva di energia” in grado di interferire nel processo di trasformazione delle forze. Gli esperimenti fatti in questa direzione prima dal biologo Rubner con gli animali e poi da Atwater con gli uomini sono rilevati oggi anche da psicologi, direi con una certa soddisfazione. Rubner mostrò negli animali che l’energia calorica e quella motoria, alla misurazione altro non è che la trasformazione dell’energia derivata dal cibo assunto, che cioè nulla deriva dalla sfera animica. Atwater estese gli esperimenti agli uomini, scegliendo soggetti speciali di cui ci si potesse ovviamente attendere che servissero meglio allo scopo: laureati sui quali si sperimentò in tutti i modi possibili per vedere se essi, sia svolgendo un lavoro fìsico o spirituale, sia stando in riposo sviluppassero energie dalla loro interiorità. Salvo una certa percentuale (che sempre ha una funzione importante in ricerche del genere) si potè provare che anche nell’organismo umano quanto si produce dall’interiorità non proviene da una riserva di energie dell’anima, ma che si tratta di energie trasformate assunte in precedenza dall’organismo. Anche psicologi, come ad esempio Ebbinghaus, constatarono con una certa soddisfazione che proprio non era il caso di pensare a dottrine psicologiche che potessero entrare in conflitto con la legge della conservazione dell’energia.

 

A questo esempio se ne potrebbero aggiungere altre centinaia nelle più diverse prospettive; si vedrebbe quanto importante, quanto caratteristico sia il modo di procedere della scienza, anche nel campo della vita spirituale. È cioè comprensibile che il modo di procedere della scienza, e potremmo anche chiamarlo il suo cammino vittorioso, sia relativamente giovane, e che nel suo cammino non intenda farsi trattenere da una scienza dello spirito; sul suo cammino ha cioè ancora diverse tendenze (si potrebbero anche chiamare “pregiudizi” o addirittura “preferenze”) contro la scienza dello spirito ben difficili da contrastare. Se la scienza stessa non troverà in sé la necessità di evolversi (come il bambino si evolve di necessità nell’adulto) fino alla scienza dello spirito, occorrerà probabilmente moltissimo tempo perché quest’ultima possa trovare ascolto da parte della scienza, quando se ne presenti l’occasione.

 

Devo comunque iniziare con qualche osservazione critica. Naturalmente in queste cose è sempre necessario scegliere qualche particolare, perché non intendo parlare di principi astratti. Oggi non vorrei soprattutto presentare caratteristiche generali, ma piuttosto muovere da particolari, e da questi convalidare quel che intendo dire.

 

Se osserviamo il carattere e il modo di pensare che le scienze hanno assunto nell’epoca moderna, dobbiamo dire che danno soprattutto l’impressione di fronte alle cose di dover ricevere dalla natura esperienze provenienti da una sfera posta al di là di quella umana. Non intendo ora addentrarmi in discussioni filosofiche, ma il problema del limite va comunque toccato, non perché io creda che sia di particolare importanza per lo scienziato di oggi l’occuparsene, o perché molti ricercatori arrivino a parlarne, ma perché in qualche modo e inconsciamente le loro ricerche conoscitive si muovono in quella direzione e possono essere giudicate solo movendosi appunto in quella direzione, tenendo presente quella mèta.

 

Desidero rifarmi a un’idea che ha di certo un’origine filosofica e che aleggia in molte teste: l’idea della “cosa in sé”. Certo, questo problema filosofico, nel senso di Kant e di altri, lo sottolineo ancora una volta, interessa ben poco al vero naturalista. Tuttavia tutta la direzione, tutte le aspirazioni del pensiero naturalistico tendono ad avvicinarsi al problema della “cosa in sé”. Che ci si trovi sul terreno della vecchia teoria atomistica o su quello della moderna teoria degli ioni o degli elettroni, che ci si trovi in una delle diverse prospettive della biologia, si sosterrà naturalmente di voler conoscere solo le “leggi dei fenomeni”, lasciando ai filosofi la “cosa in sé”. Il modo però col quale ci si avvicina alle leggi dei fenomeni, come in genere li si studiano, dipende dalla premessa che dietro ai fenomeni vi sia una qualche “cosa in sé” e che, potendo approfondire di più quel campo, con un microscopio o con altri mezzi scientifici, si arriverebbe sempre più vicini a una “cosa in sé”.

 

Questa idea domina per lo più inconsciamente l’atteggiamento del pensiero scientifico; chi infatti ad esempio accetta il mondo degli atomi o ipotizza che dietro al tappeto dei colori steso sul mondo che ci circonda, o dietro alle sfumature della luce, vi siano vibrazioni dell’etere, immagina che esse facciano parte di una sfera delle “cose in sé”. Eduard von Hartmann, il filosofo dell’inconscio che intendeva fondare una filosofia della natura, espresse addirittura l’esigenza che le forze presunte dallo scienziato nel mondo degli atomi o esistenti dietro le percezioni sensibili siano da considerare come qualcosa di equivalente alla “cosa in sé”.

 

Per lo scienziato dello spirito orientato antroposoficamente la ricerca di una “cosa in sé” dietro i fenomeni, tutto questo indirizzo (non parlo ora delle ipotesi filosofiche, ma di un indirizzo della scienza) è paragonabile all’esame che si potrebbe fare dietro uno specchio che stia ridando l’immagine di un oggetto qualsiasi*: come se, per vedere l’origine dell’immagine nello specchio, si dovesse andare dietro di esso per scoprire l’origine dell’immagine. La sorgente dell’immagine non è però dietro lo specchio, ma davanti, dove anche noi siamo! Noi siamo nel campo da cui hanno origine le immagini e ci abbandoneremmo a un’incredibile illusione se credessimo di dover cercare dietro lo specchio per trovare la sorgente dell’immagine stessa. Per quanto suoni grottesco e paradossale, i concetti della scienza si basano sull’illusione di dover cercare dietro lo specchio. Per quell’illusione la “cosa in sé” sarebbe dietro lo specchio, ma nella realtà non è lì.

 

Da dove viene invece? In effetti, in quanto uomini non siamo solo inseriti nel mondo esterno della materia dietro al quale vi sarebbe la “cosa in sé”, ma in tutto quanto vi è alla sua base, solo che non tutto è contenuto nella nostra coscienza. Siamo inseriti in tutto. Scomponendo i fenomeni de” 1- la natura non arriviamo alla loro origine, come non arriviamo a conoscere l’essere di un uomo nell’immagine speculare della sua persona fisica, spezzettando la sua semplice immagine nello specchio. Non si arriva a conoscere l’essenza dei fenomeni scomponendoli, ma solo, se così posso dire, sollevandosi con la coscienza al di sopra di quella quotidiana. Ciò avviene nel modo da me caratterizzato nella prima conferenza tenuta qui.

 

La quotidiana coscienza di veglia è solo adatta a formare i concetti necessari per ordinare i fenomeni in un sistema secondo leggi. Per portare avanti la coscienza occorre trasformarsi, sviluppare in sé forze che altrimenti sonnecchiano in noi; occorre far salire dalle profondità della coscienza quelle che ho chiamato conoscenze immaginativa, ispirativa e intuitiva, in breve quella che ho cercato di descrivere come conoscenza veggente, coscienza veggente, in senso strettamente scientifico e non nebuloso.

 

Come non si arriverebbe mai, quando non si è consci del proprio sé, a sapere qualcosa dell’essere fisico umano ricavandolo dall’immagine dello specchio, se non rafforzandosi e sentendosi come uomo fisico (occorre sentirsi, sapere di esistere), così non si può arrivare all’essenza dei fenomeni naturali senza rafforzare la propria anima, senza acquisire una natura della conoscenza diversa da quella data dall’abituale coscienza di veglia. In merito alla coscienza veggente, alla coscienza immaginativa e alle altre superiori, desidero rinviare ai miei libri pubblicati, in particolare al penultimo: Enigmi dell’essere umano. In generale vorrei dire che non si tratta di un nuovo organo fisico, ma di sviluppare una vera capacità di veggenza nella sfera animica, un organo spirituale che aggiunga qualcosa di nuovo a quel che lamina percepisce nel mondo circostante, come all’occhio del cieco nato si aggiunge dopo l’operazione il mondo dei colori al mondo che conosceva prima.

 

Il problema non è quindi di arrivare alla “cosa in sé”, a quanto vi è dietro ai fenomeni, a seguito di una qualsiasi ipotesi materiale o una qualsiasi deduzione, ma di rafforzare l’anima in modo che essa veda per così dire l’essenza delle cose davanti, e non dietro, allo specchio.

 

Passerà certo molto tempo fino a quando nella vasta arena scientifica si prenda sul serio la coscienza veggente, anche se essa non è né un miracolo, né qualcosa che si possa ritenere irraggiungibile per l’uomo, bensì qualcosa che ognuno può ritrovare in sé; anche se le attuali abitudini di pensiero, di sensazioni e di conoscenza paralizzano il risvegliarsi della coscienza veggente.

 

Desidero ora presentare qualche risultato della coscienza veggente, appunto in relazione con la natura. Sarò tuttavia obbligato a esporre qualcosa per il quale sarà molto difficile intendersi con chi è ben radicato nella scienza. Per l’occasione sarà forse permesso dire qualcosa di personale. Quella che presento non è comunque un’idea o una somma di idee in qualche modo escogitate, ma è qualcosa di acquisito a seguito di indagini pluridecennali in piena rispondenza con l’evoluzione scientifica moderna; parecchio di quanto dirò appunto oggi non avrei potuto formularlo in questo modo ancora poco tempo fa.

 

Prima di tutto vorrei riallacciarmi a qualcosa di concreto e di preciso. Nell’epoca moderna ebbe una grande influenza sul pensiero scientifico quella che si chiama dottrina evoluzionistica, la teoria della discendenza. Se non si è dilettanti in questo campo, si sa quali frutti ha portato quella teoria al pensare moderno, a tutta la concezione moderna del mondo, prescindendo ora da tutte le sue zone d’ombra. Si deve comunque apprezzare l’essenza della teoria evolutiva, trascurando tutti i tentativi dilettanteschi e da incompetenti fatti per arrivare a una concezione del mondo, in questi ultimi tempi purtroppo tanto numerosi fra i risultati scientifici in questo settore. I movimenti per una concezione del mondo, che spesso si presentano come “monastici”, si affermano perché i loro assertori conoscono poco la forma che negli ultimi tempi la scienza stessa ha assunto in questo campo. È spesso grottesco il modo in cui quelle concezioni del mondo arrancano dietro ai progressi scientifici che proprio non si accordano più con le loro opinioni.

 

Quando si parla di dottrina evoluzionistica viene alla mente il periodo iniziale di quella dottrina e tutte le grandi speranze idealistiche che Ernst Haeckel (non intendo né sopravalutarlo, né sottovalutarlo) vi riallacciava negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, speranze che poi egli trasmise ai suoi seguaci. Oggi non vorrei ricordare a quali forme di radicalismo egli allora giunse, sebbene avesse reso enormi e positivi servizi alla scienza.

 

Intendo tuttavia far presente che anche ricercatori prudenti quali Nàgeli e Gegenbaur, sempre del campo della teoria evoluzionistica, non solo sentirono la fecondità della teoria, ma indicarono la sua influenza per l’evolversi scientifico del nostro tempo. In merito potrebbero essere ricordati molti altri nomi. Se però teniamo presente il relativamente breve sviluppo storico della teoria evoluzionistica, ci troviamo di fronte a qualcosa di particolare.

 

Pensiamo con quali grandi speranze per il perfezionamento dei principi darwinistici, si mossero allora Haeckel e i suoi allievi nella corrente scientifica moderna!

 

Pensiamo alla funzione che ebbero slogan come “teoria della selezione”, “selezione del più adatto”! Molti allora collegavano grandi speranze a quella concezione del mondo, tanto da affermare che erano superate le diverse forze di pretesa saggezza che si ingeriscono nell’evoluzione del mondo. Occorreva riconoscere che si presentano forze, uguali a quelle del caso, e gradini evolutivi derivati da necessità naturali per la selezione dei diversi organismi, tali che il più adatto si pone accanto al non adatto, che l’adatto diventa sempre più perfetto accanto al non adatto che decade; si poteva quindi pensare a un generale perfezionamento senza l’intervento di principi finalistici teologici. Ancora oggi vi sono pensatori* che credono di poggiare giustamente sul terreno di una concezione moderna del mondo asserendo: anche se fosse superato tutto quanto Darwin stesso sostenne per la sua dottrina evoluzionistica, non si possono eliminare dal mondo le conquiste raggiunte; e si è ormai arrivati a prescindere dalle forze finalistiche (“forze superiori”, come le chiamò Eduard von Hartmann) che operano nelle leggi inorganiche dei regni naturali, quando interviene l’elemento organico.

 

Secondo determinate concezioni del mondo, si attribuisce uno speciale valore a ciò che il pensare concepisce e che diventa patrimonio dell’uomo per liberarlo da alcuni pregiudizi ai quali era in precedenza legato. Si sperimentò comunque qualcosa di strano: quando si presentò il darwinismo con l’idea di eliminare ogni forza superiore che sia attiva nello sviluppo organico, alla fine degli anni Settanta del secolo scorso, vale a dire nel tempo della massima fioritura del darwinismo stesso fu pubblicata La filosofia dell’inconscio di Eduard von Hartmann. Non intendo ora giustificarlo, ma è un fatto che Hartmann fosse contrario alla semplice teoria del caso. Stimava che per formarsi uno sviluppo organico nella semplice natura inorganica senza vita, dovevano agire forze del tutto diverse: vettori, forze superiori finalistiche. L’azione della selezione nulla di nuovo poteva creare; ciò che si forma di nuovo deve nascere da impulsi interiori. La selezione può appunto operare soltanto fra il già esistente, riesce a eliminare ciò che non è adatto, ma non può creare per gradi il perfetto dall’imperfetto. Nella sua Filosofia dell’inconscio, Hartmann presentò alcuni argomenti ingegnosi contro il darwinismo allora sorgente e pieno di speranze, contro la teoria evoluzionistica pensata solo in modo meccanicistico. Poiché però era un filosofo e non uno scienziato, non fu preso sul serio. Si obiettò che quanto dice sui principi scientifici un dilettante che nulla ne capisce, non poteva avere alcun particolare valore per lo sviluppo scientifico. Con questa e con altre osservazioni simili si liquidava quel che Hartmann aveva da dire.

 

Vennero pubblicati scritti contro quel profano filosofo dilettantesco. Uno di essi era di un anonimo: L’inconscio dal punto di vista della fisiologia e della teoria della discendenza, e l’autore demoliva brillantemente Eduard von Hartmann sulla base del darwinismo di allora. Oskar Schmidt, il biografo di Darwin, Haeckel stesso e altri accolsero con simpatia lo scritto dell’anonimo e dissero (più o meno si possono riassumere così i loro giudizi) che era bene che qualcuno, di cui era evidente sotto ogni riguardo come fosse inserito nel vero modo di pensare della scienza, liquidasse un dilettante come Eduard von Hartmann. Uno ben inserito nella corrente darwinistica invitò anzi l’anonimo a farsi avanti ed essi l’avrebbero accolto fra i loro. Un altro, ben fermo sul terreno della teoria meccanicistica di Darwin, affermò che l’anonimo aveva detto tutto quanto lui stesso avrebbe potuto dire contro il dilettantismo di Hartmann. In breve i darwinisti fecero molta pubblicità per quello scritto che fu presto esaurito. Ne fu ristampata una seconda edizione, questa volta con il nome dell’autore: era Eduard von Hartmann! Da allora si fece silenzio sullo scritto che prima era stato lodato, e la cosa venne poco citata.

 

Mi sembra comunque che valga la pena di notare quel che seguì, per quanto strano esso appaia. Uno dei migliori seguaci di Haeckel, che studiò proprio negli anni del fiorire della nuova dottrina evoluzionistica collegata al nome di Darwin, fu Oscar Hertwig. Si pensi soltanto come corre rapido il tempo dalla piena fioritura della dottrina darwinistica, se Hertwig pubblicò l’anno scorso, nel 1916, un libro: U divenire degli organismi; una confutazione della teoria darwinistica del caso un testo esemplare per il rigore scientifico dell’esposizione. Fra gli autori che egli cita in quel libro eccellente come degni di attenzione vi è Eduard von Hartmann, in merito alle altre forze che giocano fra la sfera inorganica e il regno degli organismi.

 

È già un fenomeno strano che in così breve tempo, dal campo dal quale provengono i migliori esponenti della dottrina evoluzionistica degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, si presenti chi confuta uno dei pensieri di base della dottrina stessa. Ciò dovrebbe in qualche modo far riflettere coloro che con un paio di concetti dilettanteschi, i cosiddetti “monisti”, vorrebbero oggi costruire una concezione del mondo.

 

Devo ora occuparmi di alcuni problemi concreti, non tanto della dottrina evoluzionistica moderna, ma in generale della teoria dell’evoluzione, per mostrare come la scienza dello spirito orientata antroposoficamente si ponga di fronte ad essa. La dottrina evoluzionistica si basa sulle deduzioni tratte dai fatti osservati: il più evoluto, il cosiddetto più perfetto che oggi vediamo, forse meglio organizzato e più differenziato, si è evoluto a poco a poco dal meno perfetto, dal meno differenziato e organizzato. Per provare questa concezione non vengono usate solo la geologia e la paleontologia, ma anche l’embriologia e la dottrina evoluzionistica del singolo individuo. Proprio da quest’ultima, comparata anche con l’embriologia degli animali, risulta l’esemplare validità del nuovo libro di Oscar Hertwig: Il divenire degli organismi. Viene riassunto molto bene quanto era stato detto in argomento. Ogni dottrina evoluzionistica deve muovere dall’evoluzione individuale; con la sua cosiddetta legge biogenetica di base anche Haeckel faceva presente che nell’evoluzione dell’individuo si ripete tutta l’evoluzione della specie e che quindi nell’evoluzione embrionale degli animali superiori si ritroverebbero a un certo livello le forme morfologiche e le funzioni fisiologiche dei più semplici precedenti animali.

 

Per quanto strano sia, non ci si distacca da un problema molto banale per la dottrina evoluzionistica quando si voglia applicare tutte le sue leggi all’evoluzione degli organismi*. Prego anzi di scusarmi se ricordo questo banale problema; è stato proposto infinite volte, ma come vedremo subito ha un significato di principio. È il problema: nell’evoluzione occorre partire dall’uovo o dalla gallina? La gallina si sviluppa dall’uovo, ma l’uovo può solo formarsi dalla gallina.

 

Esaminando il problema oggi, quando si tendono a sfumare i fatti nell’indeterminato, esso non ha molta importanza. Ne ha invece parecchia se si vogliono formare idee precise in merito all’importanza dell’evoluzione individuale, rispetto a quella universale. È infatti necessario pensare che dovessero esistere condizioni per le quali l’uovo, vale a dire la base dell’evoluzione individuale, abbia potuto evolversi da sé senza essere disceso da un essere in qualche modo già evolutosi. Come ho detto posso soltanto accennare al problema, ma chi desidera approfondire l’argomento troverà che esso ha una grande importanza, per quanto banale esso appaia.

 

Se con coscienza e onestà si intenda affrontare a fondo questo argomento, non vi si riesce soltanto con i concetti embriologici che oggi la scienza riesce a fornire. In qualche modo si arriva a quello che nella mia prima conferenza chiamai “limite della conoscenza”; si giunge cioè a un “punto” al quale occorre sviluppare le forze superiori della coscienza veggente. Si può persino dire che questi problemi contribuirono allo sviluppo di forze dell’anima che forse altrimenti sarebbero rimaste a sonnecchiare. Seguendo il problema non con l’atteggiamento che ricerca le soluzioni dietro lo specchio, ma in modo da vedere come causa ciò che vi è davanti ad esso e che si presenta come fenomeno che appare nello specchio, salendo alla coscienza veggente si trova che anche oggi si arriva al crudo errore di affermare: l’uovo nasce nella gallina ad opera della gallina o a seguito della sua fecondazione. Così appare il problema, così si presenta in qualche modo l’immagine dello specchio. Se però si arriva con la coscienza veggente a vedere la realtà, si perviene a qualcosa d’altro, si riconosce che in effetti l’uovo non si forma e matura nel corpo della gallina solo grazie alle forze che muovono dal gallo e dalla gallina.

 

Una concezione scientifica che badi soltanto ai fatti sensibili, naturalmente non riesce ad arrivare ad altra concezione se non a quella di un’interazione fra gallo e gallina e a ciò che avviene nel corpo di quest’ultima per formare l’uovo. Per avere tuttavia un’idea in merito a questo processo occorre arrivare a concetti molto mistici, sia pure non nel senso deteriore del termine, con i quali peraltro molti operano, ad esempio Hertwig, con il concetto di “disposizione”.

 

Quando si parla di disposizione a proposito di qualsiasi cosa che si evolva, si riesce a trovare una spiegazione per tutto quanto esiste al mondo, e si dice che quanto ora c’è e prima non c’era aveva appunto la disposizione a esserci! La cosa è press’a poco furba come quando di determinate malattie, che nelle stesse condizioni aggrediscono qualcuno sì e altri no, si parla di “disposizione”. Così si risolve ogni cosa! Se non si cerca di arrivare a qualche chiarezza, non si giungerà mai a un reale contenuto di pensiero, ma solo a parole oscure, come appunto “disposizione”, concetti mistici sbagliati che hanno un senso soltanto avvicinandosi alla realtà percepibile spiritualmente.

 

La coscienza veggente vede la cosa in modo diverso. Come il cieco che venga operato vede poi i colori, così la coscienza veggente vede qualcosa in più. Nel nostro caso quel qualcosa le chiarisce che l’uovo che si forma oggi nella gallina in effetti lo fa a seguito di forze che non sono nella gallina, ma che agiscono in essa dal cosmo. Il suo corpo avvolge l’uovo e offre veramente solo il terreno materno. Le forze che formano l’uovo provengono dal cosmo e agiscono da fuori. Oggi non posso addentrarmi in ogni particolare che è sempre possibile precisare, ma anche la fecondazione offre solo la possibilità che le forze così attive vengano indirizzate dal cosmo in un determinato luogo come punto di appoggio.

 

Lo sviluppo dell’uovo nel corpo della gallina avviene movendo dal cosmo, è un riflesso del cosmo. Se qualcuno trovasse inimmaginabile l’idea e non vedesse analogia in altri campi, dovrebbe pensare che significato avrebbe cercare solo all’interno delle forze dell’ago magnetico la direzione dell’ago stesso. Non lo pensa, ma la fa derivare da un effetto terrestre, vale a dire da forze che sono collegate con tutta la terra. Nell’ago magnetico sono attive forze dal mondo circostante. Nel campo inorganico si arriva a questa conclusione grazie a una semplice percezione sensoria. Sarà una conquista della scienza, fecondata dalla scienza dello spirito, riconoscere che nell’uovo sono attive forze che non vanno cercate solo nei genitori, ma fuori in tutto il cosmo. Anche per la pratica si raggiungeranno importanti risultati, se si terrà conto che in sostanza quelle che la scienza ha conseguito, sia pure basate su fatti sensibili, sono soltanto astrazioni, solo qualcosa su cui si costruisce perché non si conoscono forze più potenti.

 

La coscienza veggente scorge in ogni processo di fecondazione e di sviluppo embrionale l’azione di forze extraindividuali provenienti dal cosmo che possono essere descritte nei particolari. Nel mio breve scritto La vita umana dal punto di vista della scienza dello spirito indico anche in altri campi questo modo di indagine, ma oggi vorrei limitarmi a quello ora in esame.

 

Io stimo e ammiro moltissimo quello che oggi si chiama ricercatore empirico, non lo disprezzo affatto perché ciò che l’empirismo scientifico scopre, porta alla conoscenza umana risultati molto più ricchi, direi cento e mille volte più risultati dei concetti rudimentali che può offrire e impiegare la scienza. Quando dunque l’embriologo presenta i suoi fatti, in modo speciale quando si serve della microscopia, già così meravigliosamente progredita, e quando lo scienziato dello spirito gli si affianca, questi si dice: ciò che in effetti constata l’embriologo è di certo tutto derivato da osservazioni sensibili, ma descrivendo come si uniscano il seme maschile con quello femminile, e come a seguito della fissazione delle cellule germinali si abbiano le diverse formazioni (queste descrizioni sono interessantissime e importanti) chi si pone nella prospettiva della scienza dello spirito orientata antroposoficamente vede in tutto ciò le tracce di una generale attività spirituale che si manifesta appunto in quanto è percepibile ai sensi.

 

Chi intendesse vedere qualcosa di assolutamente esistente in ciò che appare al microscopio grazie a tutti i possibili metodi di rilevazione per descrivere i processi di germinazione e sviluppo, assomiglierebbe a chi, in una strada sulla quale è passato qualcuno lasciando le sue orme, credesse che queste siano state determinate da forze interne della terra e non da chi le ha impresse nel terreno. Come sarebbe sbagliatissimo attribuire quelle orme a forze che salgono dal basso, mentre si deve presumere che siano causate da un uomo che le ha impresse nel terreno, così, volendo realmente pervenire alla realtà, devo guardare alla sfera spirituale che manifesta le sue ultime orme come, mi si scusi l’espressione, si hanno processi di sedimentazione che compaiono al microscopio nei suoi diversi metodi di rilevazione.

 

Si arriva ancora a qualcosa d’altro quando si fa propria la coscienza veggente. Si arriva a confrontare il processo che compare grazie al semplice empirismo, alla semplice esperienza dei fatti sensibili, con quanto si può solo apprendere con la coscienza veggente.

 

Nella prima conferenza dissi in breve che cosa avviene nell’essere umano quando elabora le sue percezioni sensorie col pensiero, quando forma le sue rappresentazioni. Quello che nell’anima si svolge come un processo reale non viene considerato tale dal pensiero materialistico, ma solo visto nei processi nervosi. Se però si segue questo reale processo interiore, che l’anima sperimenta, con la risvegliata conoscenza immaginativa, se non vivono nell’anima solo le astrazioni create dalla psicologia moderna e anche dalla logica (quali ad esempio il “collegare” o il “riprodurre”) e potendo afferrare con l’occhio interiore dell’anima l’interiorità del pensiero e una parte del sentimento con una scienza dell’anima nel senso da me accennato nella prima conferenza, se tutto questo avviene, in ciò che l’anima afferra si ha qualcosa che è collegato con quanto l’embriologia trova nello sviluppo del germe e in genere nello sviluppo successivo delle cellule. In certo modo si vede come in effetti modello e immagine si concilino: da un lato il processo del pensare e del sentire nell’anima, e dall’altro quello della fecondazione, della suddivisione del nucleo, delle stesse cellule, e così via. Si vede cioè come questi due processi siano fra loro collegati; intendo esprimermi con prudenza dicendo appunto: come siano fra loro collegati, come uno per così dire, trasposto nella sfera materiale, rappresenti ciò che l’altro è in quella animico-spirituale.

 

Afferrando veramente il processo spirituale-animico, compare anche dell’altro. Si riconosce che come quel processo si svolge oggi nell’uomo può svolgersi soltanto perché tutta la natura circostante ha una consistenza fisica che gli fa da base. In chi perviene veramente alla visione spirituale si allargano le capacità che gli rendono possibile di vedere davvero l’essenza del mondo animico-spirituale. Si conosce così che nelle condizioni attuali i processi del pensiero e del sentimento sono possibili nel modo in cui avvengono solo con la premessa che tutto si svolga alla presenza di un corpo umano; grazie tuttavia alla sua intima essenza, il processo si mostra come risalente a ritroso nel tempo. Il tempo diviene qualcosa di reale. Il processo risale a ritroso nel tempo. Si viene in effetti a sapere che quel che oggi avviene in noi, in quanto si pensa e si impiega una parte del sentire, è davvero qualcosa che in un precedente tempo lontanissimo, quando non esisteva ancora la natura terrestre che ci circonda, si poteva sviluppare di per sé, senza il corpo umano.

 

Data la ristrettezza del tempo posso per così dire soltanto accennare al momento iniziale di un lungo cammino di conoscenza, ma in questo modo si arriva a mettere in una effettiva relazione la sfera spirituale-animica con la realtà sensibile che si svolge davanti ai nostri occhi; risulta in un modo del tutto diverso la relazione che esiste fra la natura esterna fisico-sensibile e quanto di spirituale esiste e opera nel mondo. Procedendo dunque seriamente secondo la scienza dello spirito e potenziando ciò che ho potuto soltanto esporre nelle sue basi iniziali ed elementari, non con le vie esteriori scientifiche seguite dalla geologia, dalla paleontologia e dalla teoria di Kant-Laplace, ma sulla via di un’interiore esperienza spirituale-animica si perviene a precedenti stati della terra molto lontani nel tempo nei quali neppure erano possibili le cose fisiche, come oggi avviene uno sviluppo embrionale con le cellule fisiche, ma nei quali ciò che allora poteva essere reale era solo possibile in una forma spirituale-animica. Si risale a una sfera spirituale-animica che precedette quel che oggi avviene fisicamente.

 

Oggi la sfera spirituale-animica si è per così dire ritirata nel cosmo; opera per via indiretta attraverso la corporeità, e per tornare al nostro esempio oggi forma nella gallina anche l’uovo in una densità di sostanza di cui non aveva bisogno nei tempi passati. Tuttavia in quelle forze che così si conoscono (e sulle quali non si fanno speculazioni e ipotesi, ma che appunto si imparano a conoscere osservando dall’interno il pensare nella sua regolarità) viveva l’elemento spirituale-animico di quei tempi trapassati, senza che fosse necessaria la presenza della gallina, ed era capace di formare non una mistica “disposizione”, ma il primo germe che in seguito, quando si modificarono le condizioni del mondo, dovette essere protetto “dall’involucro” della gallina, come avviene oggi.

 

Così la scienza dello spirito conta da un lato interamente sulla scienza, e dall’altro deve andare oltre l’elemento scientifico, oltre ciò che oggi vale per la scienza, tuttavia non con speculazioni, ma sviluppando davvero forze veggenti di conoscenza che pongono effettive esperienze spirituali al posto di teorie e di ipotesi che sono frutto di speculazione e soltanto aggiunte all’esperienza. Procedendo così e davvero in modo che in nessun punto si pecchi contro i risultati sicuri della scienza moderna, si rettifica per l’uomo specialmente quel che offre oggi la dottrina dell’evoluzione. Oggi devo di continuo presentare paradossi, ma vorrei proprio stimolare. Mi espongo così al pericolo di essere dileggiato, ma intendo appunto far riflettere. Intendo dire che la scienza dello spirito antroposofica esiste, e sebbene oggi non sia ancora riconosciuta, è in grado di offrire alcuni risultati delle sue ricerche delle quali crede di poter parlare, come parla delle sue la scienza basata sull’osservazione dei sensi e armata di microscopio e telescopio. Non per presunzione, ma dalla realtà stessa va comunque detto che l’orientamento scientifico-spirituale che ho cercato di esporre in queste conferenze per molti aspetti non è così semplice come la scienza. È quindi comprensibile che qualcuno trovi che quanto io affermo sia davvero difficile da capire. Certo che è più facile tener conto e comprendere i semplici fatti sui quali si batte il naso; la natura stessa dell’argomento qui trattato richiede che vi siano difficoltà per comprendere cose come quelle che sono state accennate. Anche oggettivamente l’antroposofia non è semplice, e ciò si presenta appunto quando ad esempio nel suo senso, e quindi non solo in teoria, l’uomo viene considerato un essere della natura.

 

Come ho detto, io non sottovaluto la dottrina evoluzionistica. Stimo persino che essa sia una delle più importanti conquiste dell’evoluzione culturale umana, e proprio per questo, da ambienti che non capivano, dovetti subire attacchi su attacchi perché nel mio libro Gli enigmi della filosofia e anche in altri ne sostenni con vigore la fondatezza. Si guardi soltanto la seconda parte del libro ricordato, se in una prospettiva qualsiasi abbia detto qualcosa della dottrina evoluzionistica che in qualche modo non sia giustificato. Comunque l’operato della scienza empirica, oggi si dice così, è semplice in confronto a quello della scienza dello spirito. Se infatti consideriamo l’uomo dobbiamo dire: l’idea che egli, quale ci sta di fronte nella sua forma corporea, sia semplicemente derivato da forme animali, a loro volta derivate da forme animali inferiori, è del tutto dilettantesca rispetto a quella della scienza dello spirito.

 

Se nel senso della scienza dello spirito qui intesa si vuole comprendere l’evoluzione dell’uomo in quanto essere naturale, occorre vederlo articolato nelle sue parti; sembrerà paradossale, ma è così. Chi guardi i miei scritti, vedrà come in questo campo abbia cercato di essere accurato, ma quanto Goethe espone nella sua dottrina della metamorfosi va reso scientificamente e perfezionato, articolando l’essere umano. Non lo si può guardare soltanto nel suo complesso, ma occorre fare una certa premessa, una precisa premessa, ed è che la testa va presa di per sé; deve essere chiaro che quale l’uomo è oggi di fronte a noi può essere compreso scientificamente solo osservando la testa di per sé, mentre il rimanente del corpo va visto come una specie di appendice, tanto per intenderci. Per la testa occorre cercare quella che si può chiamare discendenza. Della testa umana non si riesce a parlare con precisione, ma solo in modo approssimativo, perché essa continua nel tronco. Questo sposta il problema, ma in queste cose si riesce a parlare solo in modo approssimativo; la testa è comunque qualcosa di morfologicamente trasformato da altre forme lontanissime nel tempo. Si può quindi dire: in quanto essere della testa l’uomo deriva da una lontana discendenza. Per i particolari rinvio alla mia Scienza occulta e ad altri miei libri, ma appare persino che l’essere, che nella sua trasformazione rese possibile la forma attuale della testa, va ricercato in precedenti tempi lontani da tutti gli animali e le piante attuali; considerando cioè l’uomo quale essere della testa dobbiamo risalire a tempi lontanissimi.

 

Quello che per così dire si trova oggi nell’uomo come un’appendice organica si è aggiunto alla testa, si è formato secondo la premessa della testa, parlando con approssimazione, perché appendici esistevano già in tempi antichi. Quando l’essere, che evolvendosi era divenuto testa, ebbe la possibilità di formare un’ulteriore organizzazione umana vicina all’attuale corpo animale, quando pervenne a tale organizzazione era il tempo in cui l’evoluzione generale era tanto progredita che potevano anche formarsi gli animali.

 

Arriviamo così a una strana dottrina della discendenza, strana però soltanto per le idee di oggi. Dobbiamo dire: in quanto essere della testa l’uomo deriva dai suoi antenati che a poco a poco si sono trasformati, che di certo in tempi antichissimi erano formati in modo diverso da come siamo oggi, e che ebbero la testa umana come loro discendenza. Nel tempo in cui dalle generali condizioni evolutive si formarono gli esseri che ora esistono nel regno animale, l’uomo aggiunse alla sua umanità anche ciò che vi è nella sua animalità.

 

Vediamo qui di nuovo uno spunto di dottrina evoluzionistica, e ne posso dare solo uno spunto elementare, che risulta ove non si creda che la testa umana sia solo come cresciuta dal resto dell’organismo, ma si creda invece che la testa è la disposizione originaria dell’uomo cui si aggiunse il rimanente dell’organismo. Mentre poi in periodi successivi dell’evoluzione si aggiungeva il rimanente organismo, l’uomo arrivava in una corrente evolutiva che in effetti è comparabile a quella della discendenza degli animali.

 

Alla vera comprensione in questo campo porta ciò che propone la dottrina evolutiva. Sapendolo bene a fondo, tenendo presenti con cura, con molta più cura di quanto non faccia la scienza ufficiale, tutte le ricerche suggerite dalla paleontologia, dall’embriologia, tutte le esperienze nel campo degli studi sui muscoli e le ricerche che possono chiarire le caratteristiche del teschio umano, si arriva a dire: tutto quanto non è teoria, cioè teoria magari contraddetta da scienziati stessi, come ad esempio Oscar Hertwig, ma è il risultato dell’esperienza, tutto quanto può essere raccolto e illuminato con la luce che può offrire la scienza dello spirito, tutto ciò offre incredibili prospettive, e quindi la dottrina evolutiva moderna non fu assolutamente inutile, non fu solo una via errata, ma al contrario una delle dottrine più proficue, e lo sarà ancor più in avvenire, perché essa illuminerà moltissimo i segreti dell’universo.

 

Se dovessi aggiungere qualcosa, un sentimento, a quel che dico in merito all’impegno della scienza dello spirito al di là della scienza oggettiva, farei presente che la dottrina evoluzionistica della seconda metà del secolo scorso è il germe per grandi e importanti ripensamenti, il germe per qualcosa che non è ancora presente nella generale coscienza dell’umanità, ma che darà proprio il migliore impulso per una vera concezione del mondo orientata secondo l’antroposofia. Tale concezione mostra appunto che le attività spirituali, delle quali si crede che si limitino e debbano allacciarsi a ciò che è dato sensibilmente per spiegarle, che tali attività spirituali, operanti anche nell’eccellente libro di Oscar Hertwig e in altri, proprio non conducono a risolvere problemi, ma solo a porli in modo giusto. Posti giustamente, i problemi trovano una risposta, e il mondo esterno ci dà sempre risposte sapendo porre rettamente i problemi. Se sono posti così, esso risponde con ciò che si riesce a conquistare con la veggenza spirituale.

 

Se dunque in questo modo io parlo di una modificata dottrina della discendenza che per così dire presenta l’uomo come rovesciato, cercandone l’origine in quanto è alla base della testa, movendo cioè dalla testa per comprendere l’uomo stesso, mentre di solito si procede in modo inverso, sostengo dunque che in pari tempo deve affermarsi una vera e propria immagine dell’uomo attuale. A questo punto arrivo a un ulteriore risultato dell’indagine antroposofìca, relativa alla base naturale dell’essere umano.

 

Quando oggi si parla del rapporto dell’anima con il corpo umano, si considera in sostanza solo l’aspetto corporeo, come si dice lo “strumento”, anche se “strumento” non è, ma ne parleremo dopodomani, e all’anima si aggiunge solo il sistema dei nervi come controparte corporea. Prendendo oggi libri di psicologia, nei primi capitoli si presenta sempre una specie di introduzione fisiologica alla psicologia, e si vede che in effetti si parla soltanto del sistema dei nervi come di un “organo dell’anima”.

 

Chi fra i presenti ha occasione di ascoltarmi spesso sa quanto di rado io parli di cose personali. Nel nostro caso è però forse necessario, anche se posso solo accennare all’argomento. Quel che intendo dire in argomento è veramente la conclusione di più di trent’anni di ricerche che prendono in esame tutto quanto va considerato nel campo della fisiologia e di altri affini. Chi davvero conosce i risultati dei fisiologi e dei biologi di oggi in questo campo, quando sia in qualche modo orientato troverà che quanto ora dico è passo passo dimostrato. E molto unilaterale fare un parallelo fra il sistema dei nervi e la vita dell’anima. Nessuno mostra in modo più chiaro che quel parallelo è unilaterale di un ricercatore, uno dei più eminenti psicologi: Theodor Ziehen. Poiché egli muove dal pregiudizio di parlare soprattutto del sistema dei nervi, quando si riferisce alle diverse relazioni della sfera animica con quella fisica e alla base di natura dell’uomo, conclude che la vita del sentimento, nella sua essenza altrettanto reale come quella del pensare e delle rappresentazioni, è per così dire solo come un’appendice della vita rappresentativa. Nella sua psicologia Theodor Ziehen non arriva a trattare veramente la vita del sentimento, e ad altri accade lo stesso. Parlano piuttosto di rappresentazioni colorate di sentimento; le rappresentazioni, che hanno la loro controparte fisica nel sistema dei nervi, sarebbero “colorate di sentimento”; non vi sarebbe cioè da pensare a una precisa controparte corporea per la vita dei sentimenti.

 

Si legga nella psicologia di Theodor Ziehen o anche in altri libri (potrei citare in proposito tutta una serie di scritti eccellenti in questo campo): quando gli autori arrivano alla volontà, si vedrà che qui cade qualsiasi possibilità di parlarne davvero, anche se essa è pure un settore ben reale dell’esperienza dell’anima. La volontà sfugge a Theodor Ziehen quando scrive di fisiologia e psicologia; semplicemente la ignora, per lui non esiste: in un certo senso la stima solo un riflesso della rappresentazione. Come conseguenza dell’unilateralità seguita, qualcosa che certo è un’esperienza viene violentato, come lo sono in sostanza altre cose trascurate da quelle ricerche.

 

Ancora molto è problematico e va approfondito, ma se veramente si esamina tutto quanto l’esemplare scienza psicologica ha elaborato sino ad oggi, se si considera ciò che ancora non è stato chiarito nel giusto senso, si arriva a riconoscere che tutto l’organismo umano è la controparte di tutta l’anima, e qui posso solo accennare al risultato. Nel mio ultimo libro: Enigmi dell’anima, che apparirà nelle prossime settimane o che forse è già uscito, ho esaminato nell’ultimo capitolo problemi del limite della scienza ufficiale e dell’antroposofia, e fra questi anche i risultati cui si arriva in merito alle questioni di cui abbiamo parlato ora.

 

Nulla vi è da dire contro l’opinione che la vita del pensiero abbia anzitutto la controparte corporea nel sistema nervoso, anche se la connessione va pensata in modo del tutto diversa di quanto non faccia la scienza di oggi; ne parlerò dopodomani. Cercando comunque una controparte corporea della vita del pensiero si arriva appunto al sistema dei nervi.

 

Non è così per la vita del sentimento! Direi che quasi ho paura di dire in così poche parole qualcosa di tanto importante, qualcosa che mi è risultato in ricerche non di anni, ma di decenni. Parlando della vita del sentimento non si può cercare una relazione fra di essa e quella dei nervi, nello stesso senso in cui la si cerca fra la vita del pensiero e quella dei nervi. Qui vi è solo un nesso indiretto, certo un nesso, tuttavia solo indiretto. Sembra quasi incredibile secondo il pregiudizio della scienza di oggi in proposito, ma la vita del sentimento, come quella del pensiero è collegata direttamente col sistema dei nervi, ha una relazione simile con quello che si potrebbe chiamare il ritmo del respiro con tutte le sue diramazioni. Come per il sistema dei nervi occorre andare nelle più sottili diramazioni, così naturalmente va fatto anche per i movimenti ritmici che hanno il loro punto di partenza nel ritmo del respiro e che poi si diramano e si ramificano dappertutto, agendo anche sul cervello. In proposito sono interessantissime le idee di Comte sulla meccanica del corpo umano. Va ricercata la controparte corporea per la vita del sentimento nel gioco ritmico dei movimenti nell’organismo che in effetti sono tutti dipendenti dal ritmo del respiro, da ciò che avviene nei movimenti che come tali si propagano nel ritmo del sangue.

 

So benissimo che è possibile sollevare innumerevoli ed evidenti obiezioni contro quel che ho appena detto. È tuttavia possibile rispondere a tutte. Vorrei farne rilevare una sola come esempio. Si potrebbe così dire con facilità: certo la musica nei suoi effetti estetici è in realtà legata al sentimento, ma questo è a sua volta sollecitato dalla percezione del suono, vale a dire da un’impressione percettiva esterna che nel suo effetto continua nel sistema dei nervi. Vedi dunque, si potrebbe obiettare, quanto tu sbagli; affermi che qualcosa di determinante nel suo effetto estetico e basato sulla vita del sentimento sia collegato col ritmo del respiro, mentre si acquisisce la percezione musicale lungo le vie dell’orecchio e del nervo acustico. Fare questa obiezione è solo un’illusione, perché il processo reale è molto più complicato. In queste cose è di guida solo la veggenza che viene orientata dalle forze che si acquisiscono con la coscienza veggente. Nel cervello il ritmo del respiro si incontra con quanto avviene nel sistema ma dei nervi, e l’esperienza del sentimento musicale sorge soltanto da questo scambio, dall’incontro fra quanto del ritmo del respiro si diffonde nella vita dei nervi, nella costruzione nervosa. Dalla sua reazione sul ritmo del respiro nasce l’esperienza del sentimento musicale. In realtà è dunque possibile spiegare le esperienze del sentimento considerando come ho detto il ritmo del respiro e in genere la vita del respiro quale controparte corporea per la vita del sentimento, come si considera il sistema dei nervi controparte corporea per la vita del pensiero.

 

Arriviamo ora alla volontà. Esaminando sia tutte le considerazioni fisiologiche, sia le possibilità conoscitive derivate dalla coscienza veggente, risulta che tutta la volontà sperimentata dall’anima ha la sua controparte corporea nei processi del ricambio. Con l’eccezione di due cose delle quali parlerò subito, la vita corporea è in sostanza costituita dai processi del ricambio, della respirazione e dei nervi.

 

Il problema diventa difficile solo perché ovviamente anche per i nervi va detto che la vita dell’alimentazione e del ricambio continua nei nervi. Però l’alimentazione dei nervi e il relativo processo del ricambio non sono la controparte corporea della vita del pensiero, ma un tutt’altro processo. Nel mio libro Enigmi dell’anima faccio notare che, in quanto legati al ricambio, i nervi trasmettono soltanto i processi della volontà. Lo studio diventa appunto difficile perché i tre sistemi: del ricambio, ritmico della respirazione, e dei nervi non sono spazialmente distinti, ma si compenetrano, si estendono uno nell’altro. In sostanza avviene comunque che quanto è alla base della vita del pensiero non è il fatto che i nervi siano toccati dal ritmo, che vengano alimentati, ma una tutt’altra attività interiore: nelle più sottili diramazioni del ritmo respiratorio, il ritmo stesso del respiro è alla base della vita di sentimento, e tutto quanto nell’organismo, fino alle più sottili diramazioni viene indicato come ricambio, è la controparte corporea dei processi della volontà.

 

Abbiamo così messo in relazione tutta l’anima con tutto il corpo umano. Nella prospettiva della scienza dello spirito antroposofica che io rappresento credo (in modo non diverso da come si creda in campi scientifici di stretta osservanza) che già oggi i fatti della fisiologia siano sufficienti per giustificare quel che ho appena esposto. Sono anche convinto che le scienze empiriche, ove continuino a progredire lungo queste linee orientative, potranno essere enormemente fruttuose per la vita in tutte le direzioni: la medicina, la psichiatria, e ogni altro possibile campo, potrebbero ricevere notevoli contributi, se in questo modo si unisse tutta l’anima umana con tutto il corpo.

 

Da due lati escono dall’organismo umano quelle che vorrei chiamare la zona dei sensi e la vita del movimento. Proprio per questi due settori la scienza di oggi poggia su basi debolissime. Direi che queste due polarità dell’essere umano sono studiate molto poco dai ricercatori psicologi, fisiologi o simili, perché sia nella zona dei sensi, nella vita dei sensi, sia nella sfera della vita motoria, l’uomo non è più del tutto se stesso, ma è parte del mondo esterno, si inserisce con l’anima nel mondo esterno: compiendo un movimento, vi è in questo una condizione dinamica di equilibrio, grazie alla quale si viene inseriti nel campo o nel gioco mobile delle forze del mondo esterno; quando poi si passa con l’anima dalla sola vita dei nervi alla zona dei sensi, vale a dire quando in effetti l’anima si sperimenta negli organi di senso, avviene che si superi la propria sfera. I sensi penetrano come golfi del mondo esterno nella nostra vita, e solo tenendolo presente si perviene a una ragionevole dottrina dei sensi che non è possibile raggiungere lungo le vie oggi seguite dalla scienza.

 

Ho discusso soltanto principi generali e non ho inteso esporre caratteristiche generali per descrivere appunto la relazione dell’antroposofia verso la scienza e verso la base naturale dell’uomo, ma a dispetto dei pericoli che ciò comporta ho scelto singoli risultati concreti e singoli settori di esperienze per caratterizzare in concreto in quale modo l’antroposofia intenda porsi accanto alle altre scienze riconosciute. Risulta inoltre che alcuni pregiudizi, e anche diverse sensazioni preconcette, tendenze e abitudini in campo scientifico, saranno da superare se l’antroposofia dovrà venir compresa.

 

Oggi la sfera dei sensi (e intendo quel che si vede e non la sfera dei sensi in campo morale) è molto più potente di quanto non lo fosse quando il mondo si oppose alla concezione copernicana che contraddiceva l’apparenza dei sensi, e non la accolse. Copernico contraddisse l’apparenza dei sensi e per il mondo dei sensi espose qualcosa che secondo l’apparenza sensoria non poteva essere. In un altro senso la scienza dello spirito è costretta a superare l’apparenza dei sensi, e in questo campo troverà di certo moltissima opposizione. Con poche conferenze si riescono a dare sempre e soltanto singoli impulsi, e io prego di tener presente che appunto questo intendevo fare. Sarebbe facile in una prospettiva unilaterale criticare quegli impulsi, e naturalmente è possibile farlo alla radice; potrei farlo io stesso molto bene. D’altra parte si potrà anche vedere che quel che vive nelle scienze, ove non lo si voglia solo conservare, può svilupparsi per scoprire segreti del mondo molto profondi.

 

Quanto fruttuoso e importante ciò possa diventare in tutti i sensi per la complessiva vita umana cercheremo di esporre dopodomani, presentando le applicazioni pratiche nei campi della morale, della vita sociale, religiosa e politica, della dottrina della libertà della volontà e in altri campi pratici.

 

Dovevo espormi al pericolo di venir frainteso, esponendo singoli risultati concreti, perché oggi molte cose sono contrarie all’ascesa dell’uomo nel campo della vera, pura e fattiva vita spirituale. Oggi si stima di poter essere persone illuminate se in merito ai più profondi problemi della vita all’anima, al problema dell’immortalità (ne parlerò dopodomani) e ad altri problemi, si dice che essi si sottraggono a un giudizio scientifico, che per essi le possibilità conoscitive umane non sono sufficienti.

 

In generale Fritz Mauthner nel suo Dizionario della filosofia, in merito alle capacità conoscitive umane scrisse qualcosa che è davvero stimolante da leggere, perché ci si crede trasposti in una sfera spirituale nella quale però si continua a girare in tondo senza mai giungere a qualcosa: quando cioè si crede di essere arrivati a un risultato anche solo parziale, si viene contraddetti e si continua a girare a vuoto. Mauthner, che comunque ha reso il grande servigio di mostrare come sia dappertutto insufficiente ciò che esiste come “scienza chiusa”, crede persino che il parlare dello spirito sia una raffinata invenzione di Hegel e press’a poco dice che Hegel avrebbe infettato la filosofia con il concetto di spirito quale oggi usiamo; il più antico concetto di spirito deriva soltanto da quello dello Spirito Santo. Per molti di quelli che si reputano spiriti critici, spiriti specialmente illuminati (magari non dicono così di se stessi, perché non danno valore alla parola “spirito”) che sono comunque persone nelle alte sfere della scienza, Mauthner dice: l’uomo vuol conoscere con l’intelletto e con l’intelligenza, ma «l’intelletto è una scure d’argento senza manico, e l’intelligenza un manico d’oro senza la lama», e con queste due cose imperfette l’uomo pretende in qualche modo di penetrare nell’essenza del mondo!

 

Gente del genere si appella volentieri al concetto onnicomprensivo di natura avanzato da Goethe. Anche in Mauthner troviamo citato Goethe per attribuirgli l’idea che anche lui, Goethe, considererebbe l’uomo soltanto un essere della natura. Tuttavia anche nello scritto La natura, citato da Mauthner si trovano frasi sulla natura come questa: «Essa ha sempre pensato e riflette di continuo», anche se non in quanto uomo, ma come natura. Una natura, quella pensata da Goethe, può essere accettata! È qualcosa di diverso dalla natura oggi posta spesso a base della scienza. Tenendo poi presente quel che Goethe dice a Schiller («se le mie leggi scientifiche devono esser idee, vuol dire che io vedo le mie idee con gli occhi») da un atteggiamento del genere possiamo accettare anche il naturalismo, perché sarebbe un naturalismo che senz’altro include e non esclude lo spiritualismo. Io credo che proprio ciò che Goethe intendeva negli elementi con la sua vasta dottrina della metamorfosi, ciò che egli espose fino a un alto grado, appunto solo negli elementi, credo che ulteriormente sviluppato e portato nella sfera dello spirito sia la base concreta per una vera scienza dello spirito orientata antroposoficamente.

 

Con quello che ho detto oggi sulla discendenza dell’uomo e sulla relazione dell’anima umana col corpo so di essere all’unisono con il goetheanismo, con un goetheanismo sviluppatosi fin entro il nostro tempo in una forma scientifica.

 

A chi poi crede, nel suo apparente, illuminato e critico rifiuto di ogni vera conoscenza spirituale, di potersi appellare a Goethe, va ancora detto, e con questo intendo concludere la mia odierna esposizione: considera l’atteggiamento di Goethe nella sua più profonda essenza. Quel che tu credi di trovare in lui e che è anche in te risulta colpito con le parole che egli indirizzò a un ricercatore molto valido che gli aveva dedicato questi versi:

 

Nell’intimo della natura

non entra alcuno spirito creato…

felice a chi essa mostra solo la sua scorza esterna.

 

Goethe gli rispose:

 

Lo sento ripetere da sessant’anni

e lo maledico, però in segreto…

la natura non ha nòcciolo e neppure scorza,

ma tutto in essa è unitario;

esamina ora soprattutto

se tu sei nòcciolo o scorza!

 

Se con questo atteggiamento di Goethe l’uomo sviluppa il suo nòcciolo, anche con un lungo, serio e sincero lavoro di ricerca, penetra di certo nel nòcciolo, nell’essere della natura. Quest’ultimo è coniato nell’uomo, e quel che si rispecchia in lui, giustamente compreso, altro non è che l’essere della natura. Lo spirito non è altro se non fiore e frutto della natura. In un certo senso la natura è la radice dello spirito. Anche questo è vero goetheanismo, e la scienza dello spirito ha il compito di costruirlo in forma scientifica.

 

 

By | 2018-11-10T11:01:42+01:00 Novembre 10th, 2018|LE SCIENZE ALLA LUCE DELL'ANTROPOSOFIA|Commenti disabilitati su 03 – ANTROPOSOFIA E SCIENZA