////03 – IL PENSARE PURO. LA LIBERTÀ.

03 – IL PENSARE PURO. LA LIBERTÀ.

03 – Il pensare puro. La libertà.

O.O.293 – Arte dell’educazione I° – Antropologia – 23.08.1919


 

Sommario: La legge della conservazione dell’energia è un ostacolo per la comprensione dell’uomo. Il comprendere ciò che va morendo mediante l’intelletto, e l’afferrare ciò che è vivo mediante la volontà. Il pensare puro. La libertà. L’attiva partecipazione dell’uomo all’evoluzione della terra. La partecipazione delle forze apportatrici di morte nella natura umana. Il sistema delle ossa e dei nervi. La geometria quale riflesso di movimenti cosmici. Trasformazione della conoscenza.

 

All’epoca nostra l’insegnante dovrebbe avere,

nello sfondo di tutto il suo lavoro pedagogico scolastico,

• una vasta e profonda conoscenza delle leggi dell’universo.

È ovvio che proprio l’insegnamento nelle classi inferiori della scuola esige

che l’anima del maestro sia congiunta con le idee più elevate dell’umanità.

 

È stato fatale per le istituzioni scolastiche avute fin qui, l’aver tenuto i maestri delle classi elementari in una certa – vorrei dire – «dipendenza», e soprattutto averli tenuti in una sfera che ne faceva considerare l’esistenza come inferiore a quella degli insegnanti delle classi superiori.

 

Naturalmente qui non ho il compito di parlare di tale questione generale riguardante la sfera spirituale dell’organismo sociale. Pure è necessario richiamare l’attenzione sulla necessità che, in avvenire, tutti quelli che partecipano all’insegnamento siano posti tra loro sopra un piede di uguaglianza, e che si faccia strada nell’opinione pubblica un forte sentimento che il maestro delle classi inferiori va considerato assolutamente equivalente al professore delle classi superiori, anche nei riguardi della sua costituzione spirituale.

Perciò non sarete meravigliati se oggi insistiamo particolarmente sul fatto che, nello sfondo d’ogni insegnamento, anche nelle classi inferiori, deve esserci qualcosa che è naturalmente impossibile comunicare direttamente ai fanciulli, ma che i maestri devono assolutamente conoscere, se l’insegnamento ha da essere fecondo.

 

Nell’insegnamento noi accostiamo al fanciullo, da un lato, il mondo della natura, dall’altro, il mondo spirituale. In quanto uomini dimoranti sulla terra e viventi sul piano fisico tra la nascita e la morte, noi siamo congiunti tanto col mondo della natura quanto col mondo dello spirito.

Ma la conoscenza della psicologia è, al nostro tempo, assai debolmente sviluppata; soffre soprattutto dei postumi effetti di quel dogma della Chiesa, fissato nell’869, dal quale è stata oscurata la conoscenza, ben nota in tempi più antichi e più istintivi, che l’uomo sia costituito di corpo, anima e spirito.

 

• Oggi, dove si tratta di psicologia, sentirete parlare quasi dappertutto solo di una duplice divisione dell’essere umano. Sentirete dire che egli è composto di corpo e d’anima, oppure di corpo e di spirito; intendendosi «anima» e «spirito» come suppergiù equivalenti, e così pure il «corpo» nel senso fisico e il «corpo» nel senso biologico.

• Quasi tutte le psicologie poggiano su questa errata divisione in due parti, che impedisce di arrivare a una conoscenza reale dell’essere umano. Da ciò deriva che quasi tutto quello che oggi si considera psicologia non penetra veramente nell’intima essenza dell’essere umano, e spesso è soltanto un gioco di parole.

 

A sua volta questa falsa concezione proviene da un altro gravissimo errore, estesosi specialmente nella seconda metà del secolo XIX, quando venne fraintesa una conquista, in sé veramente grande, della scienza fisica. Sapete che il nome di Julius Robert Mayer (del quale oggi i suoi concittadini di Heilbronn sono molto fieri) è conosciuto in relazione alla cosiddetta legge della conservazione della forza o dell’energia.

Questa legge afferma che la somma di tutte le forze o energie esistenti nell’universo è costante, che tali energie possono soltanto trasformarsi, in modo che una forza si manifesta una volta come calore, un’altra volta come forza meccanica, e così via. Ma presentando in questa forma la legge di Julius Robert Mayer, la si fraintende radicalmente; ché egli mirava a mettere in luce la metamorfosi delle energie, non già a enunciare una legge così astratta come quella della conservazione dell’energia.

 

Che cos’è questa legge, vista in una grande concatenazione di fatti nella storia della civiltà umana?

È un grandissimo ostacolo alla comprensione dell’uomo in genere. Infatti,

 

• quando si neghi davvero che delle forze vengano mai a formarsi di nuovo,

non si potrà arrivare a una conoscenza del vero essere dell’uomo,

poiché questo vero essere dipende appunto dal fatto che per suo mezzo

vengano continuamente generate nuove forze.

 

Certamente, nell’insieme delle condizioni in cui noi viviamo nel mondo,

l’uomo è l’unico essere nel quale vengano a formarsi nuove forze,

ed anche (come vedremo in seguito) nuove sostanze.

• Ma siccome la concezione odierna del mondo non vuole accogliere

gli elementi che porterebbero a conoscere pienamente anche l’uomo,

così propugna la legge della conservazione dell’energia la quale, in certo senso,

non disturba quando si considerino unicamente gli altri regni della natura: minerale, vegetale e animale;

annulla invece ogni vera conoscenza non appena ci si voglia accostare all’uomo.

 

Come insegnanti, verrete a trovarvi nella necessità di rendere intelligibile ai vostri allievi

la natura, da un lato,    • e dall’altro di condurli a una certa comprensione della vita spirituale.

 

• Senza conoscere la natura, almeno sino a un certo grado,

e senza mettersi in rapporto con la vita spirituale,

l’uomo d’oggi non può nemmeno collocarsi adeguatamente nella vita sociale.

 

Rivolgiamo quindi il nostro sguardo, anzitutto, alla NATURA ESTERIORE.

Essa ci si presenta in modo che noi le contrapponiamo

• da un lato, la nostra vita di pensiero e di rappresentazione la quale, come sapete, ha natura di immagine,

è una specie di rispecchiamento della nostra vita prenatale;

• mentre, dall’altro lato, rivolgiamo alla natura tutto ciò che ha carattere volitivo

e che, come germe, ci avvia verso la nostra vita post-mortem.

 

• In tal modo noi siamo sempre rivolti verso la natura;

e può certamente sembrare che vi siamo diretti in due modi,

ciò che appunto ha generato l’errore di credere che l’essere umano sia una dualità.

Su questo punto ritorneremo in seguito.

 

Ora, quando ci troviamo di fronte alla natura

in modo da rivolgerle il nostro pensiero, le nostre rappresentazioni,

noi in verità ne afferriamo solo quel tanto che di essa si trova in un continuo processo di morte.

 

È questa una legge estremamente importante.

Rendetevene ben chiaramente conto: per belle che siano le leggi naturali che potete scoprire

con l’aiuto dell’intelletto, delle forze della rappresentazione,

esse si riferiscono sempre a ciò che, nell’ambito della natura, perisce.

 

• Totalmente diverso dalle leggi naturali che si riferiscono a ciò che muore,

è ciò che si sperimenta quando si rivolge alla natura la volontà vivente che esiste dentro di noi in germe.

• Qui chiunque sia ancora immerso nelle concezioni attuali, derivanti dagli errori della scienza contemporanea,

troverà una certa difficoltà di comprensione.

• Quel che ci mette in rapporto col mondo esterno per mezzo dei sensi (voglio dire dei dodici sensi nel loro insieme)

non è di natura conoscitiva, ma volitiva.

 

L’uomo moderno ha totalmente perduto la conoscenza di questo fatto. Perciò considera infantile ciò che dice Platone, cioè che il nostro vedere proviene dal fatto che delle specie di tentacoli si sprigionino dagli occhi e vadano verso le cose. Questi tentacoli non sono naturalmente visibili con mezzi esterni, e se Platone ne era cosciente, ciò dimostra appunto ch’egli era penetrato nel mondo soprasensibile.

 

Effettivamente, quando noi guardiamo gli oggetti,

si compie, solo in maniera più sottile,

un processo simile a quello che avviene quando afferriamo qualche cosa.

 

Quando prendiamo in mano un pezzo di gesso, si tratta di un fatto fisico

del tutto analogo a quello spirituale che si svolge

quando inviamo dagli occhi delle forze eteriche per afferrare un oggetto con la vista.

Se i nostri contemporanei fossero capaci di osservare,

potrebbero scorgere questi fatti per mezzo della semplice osservazione della natura.

 

Notate, ad esempio, gli occhi dei cavalli, volti verso l’esterno e sentirete che, per il semplice fatto della posizione dei suoi occhi, il cavallo si trova, rispetto al mondo circostante, in tutt’altra posizione da quella dell’uomo. Voglio chiarirvelo mediante un’ipotesi. Immaginate le vostre due braccia posizionate in modo da togliervi ogni possibilità di unirle, d’incrociarle davanti a voi.

 

Parlando euritmicamente, sareste sempre fermi nella posizione della A, non potreste mai fare una Q una forza di resistenza v’impedirebbe di unire le vostre braccia proiettandole in avanti. Ebbene, il cavallo è proprio in questa situazione riguardo ai tentacoli soprasensibili dei suoi occhi; esso non può mai stabilire un contatto fra il tentacolo del suo occhio destro e quello del suo occhio sinistro.

All’uomo ciò è consentito dalla posizione dei suoi occhi, e da ciò deriva la sensazione dell’io (che è di natura soprasensibile). Se noi non fossimo mai in condizione di mettere in contatto la nostra destra con la nostra sinistra, oppure se tale contatto fosse altrettanto insignificante come lo è negli animali, che non sono mai capaci di congiungere veramente le loro zampe anteriori in un atteggiamento di preghiera o d’altra simile azione spirituale, noi non potremmo mai raggiungere nemmeno una simile sensazione spiritualizzata del nostro sé.

 

Nelle impressioni sensorie dell’occhio e dell’orecchio,

non è tanto importante l’elemento passivo, quanto l’attivo,

vale a dire ciò che portiamo volontariamente incontro alle cose.

 

La filosofia più recente ne ha avuto, qua e là, dei presentimenti;

ad esempio nei «segni locali» della filosofia di Lotze, è presentita l’attività della volontà nella vita sensoria.

 

Il nostro organismo sensorio, che nei sensi del tatto, del gusto, dell’olfatto

mostra con chiarezza di essere collegato al sistema del ricambio,

anche negli altri sensi, fino a quelli superiori, è legato al metabolismo, il quale è di natura volitiva.

• Perciò potete dirvi: l’uomo, ponendosi di fronte alla natura, lo fa per mezzo delle sue forze intellettuali,

con esse afferra solo ciò che nella natura è morto, e si appropria delle sue leggi.

• Quello che invece sorge dalla natura rialzandosi dalla sfera di ciò che è morto,

per divenire vita futura del mondo, viene afferrato dall’uomo per mezzo della volontà,

dall’apparenza così indeterminata, che si estende però fin dentro la sfera dei sensi.

 

Pensate come il nostro rapporto con la natura ci diventa vivo,

se cominciamo davvero a tener conto di quanto è stato qui esposto. Allora ci diremo:

quando andiamo in mezzo alla natura,

e ci sentiamo rischiarati dalla luce e dai colori che ci splendono incontro,

accogliendoli in noi, ci uniamo con ciò che la natura proietta verso l’avvenire.

 

Quando poi facciamo ritorno alla nostra camera,

e riflettiamo sulla natura e ne indaghiamo le leggi,

ci occupiamo invece di ciò che in essa continuamente muore.

 

Dunque nella natura sono dappertutto e sempre collegati insieme il perire e il divenire.

• Che si comprenda il morire, dipende dal fatto

che portiamo in noi il riflesso della nostra vita prenatale, il mondo dell’intelletto, del pensiero,

grazie al quale siamo in grado di afferrare ciò che è morto nelle cose.

• Che invece si percepisca ciò che della natura esisterà in avvenire,

dipende dal fatto che le contrapponiamo non solo il nostro intelletto e il nostro pensiero,

ma quanto esiste in noi stessi come natura volitiva.

 

Se l’uomo non fosse in grado di salvare, attraverso tutta la sua vita terrena, qualcosa che proviene dalla sua vita prenatale e che resta costantemente in lui, se non potesse salvare qualcosa che, alla fine della sua vita prenatale, si è ridotto a semplice vita di pensiero, egli non perverrebbe mai alla libertà.

Infatti sarebbe legato a ciò ch’è morto, e quando volesse suscitare alla libertà ciò che in lui stesso è affine alla natura morta, dovrebbe suscitare alla libertà qualcosa di morto.

D’altro canto, se volesse servirsi di ciò che come essere volitivo lo congiunge con la natura, egli ne resterebbe stordito, perché in ciò che lo collega alla natura, quale essere volitivo, tutto giace ancora in germe. In tal caso l’uomo sarebbe sì un essere di natura, ma non un essere libero.

 

Al di là di tali due elementi,

• la facoltà di afferrare per mezzo dell’intelletto ciò ch’è morto,

• e di afferrare per mezzo della volontà il vivente, ciò che è in via di divenire,

c’è nell’uomo qualcosa

che lui solo, e nessun altro essere terreno, porta in sé dalla nascita fino alla morte:

voglio dire il pensare puro, quel pensare che non si rivolge alla natura esteriore,

ma solo a quel soprasensibile che vive nell’uomo e ne fa un essere autonomo,

fino a qualcosa che è ancora oltre ciò che è sotto la morte e sopra la vita.

 

• Perciò se si vuol parlare della libertà umana,

bisogna considerare questo elemento autonomo nell’uomo,

questo pensiero puro, liberato dai sensi, nel quale vive sempre anche la volontà.

 

Ma se, da questo punto di vista, considerate la natura stessa, vi direte:

• io contemplo la natura, la corrente della morte è in me e anche la corrente della rinascita: morire e rinascere.

Di questo rapporto la scienza moderna comprende assai poco, poiché considera la natura come una «unità», confondendo continuamente ciò che muore e ciò che diviene; infatti tutto ciò che si enuncia oggi a proposito della natura e della sua essenza è estremamente confuso, perché si mescolano continuamente morire e divenire.

Chi voglia invece riconoscere nettamente queste due correnti nella natura, deve porsi una domanda:

come andrebbero le cose nella natura, se l’uomo non vi fosse inserito?

 

Di fronte a tale domanda, la scienza moderna della natura, con la sua filosofia, si trova in sostanza in un grande imbarazzo. Infatti questa domanda: “che cosa avverrebbe della natura e dei suoi esseri, se l’uomo non vi fosse inserito?” posta a uno scienziato moderno, dovrebbe turbarlo e apparirgli assai stravagante.

Ma, riflettendovi meglio e vagliando i dati che gli fornisce in proposito la sua scienza, egli risponderebbe: in tal caso, sulla terra vivrebbero i minerali, le piante, gli animali, e solo l’uomo non ci sarebbe; il corso dell’esistenza terrena si sarebbe svolto tal quale, sin dal suo inizio, quando la terra si trovava ancora allo stato di nebulosa, come insegnano Kant e Laplace; soltanto l’uomo mancherebbe in tale evoluzione.

Sarebbe la sola risposta che egli potrebbe dare. Forse aggiungerebbe: l’uomo, come contadino, lavora la terra, e così facendo trasforma la superficie terrestre; inoltre costruisce macchine provocando altri effetti; ma tutto ciò non ha molta importanza di fronte ad altre trasformazioni che la natura stessa produce. Comunque lo scienziato insisterebbe nella sua idea che in quel caso vi sarebbero sulla terra minerali, piante, animali, e che solo l’uomo mancherebbe.

 

Ma questo non è vero.

• Se nell’evoluzione della terra non vi fosse stato l’uomo, non vi sarebbero, in ampia misura, nemmeno gli animali, poiché la maggior parte di essi, soprattutto degli animali superiori, è sorta nell’evoluzione della terra solo perché l’uomo, per così dire, si è fatto largo coi gomiti.

• Giunto a un certo gradino della sua evoluzione terrestre, dovette espellere per forza dal proprio essere (nel quale allora era contenuto ben altro che non oggi) gli animali superiori; dovette eliminarli al fine di poter progredire egli stesso.

Vorrei paragonare tale eliminazione a ciò che si produce quando, in una soluzione, le sostanze disciolte nel liquido si depositano sul fondo del recipiente.

 

L’uomo, in stadi precedenti della sua evoluzione, era unito al mondo animale

che in seguito eliminò come un sedimento.

Gli animali sulla terra non sarebbero divenuti ciò che sono oggi,

se l’uomo non fosse dovuto diventare ciò che è attualmente.

• Senza la presenza degli uomini nell’evoluzione terrestre,

le forme animali e la terra avrebbero tutt’ altro aspetto da quello che hanno oggi.

• In quanto agli altri regni, minerale e vegetale, essi pure sarebbero da lungo tempo irrigiditi,

non più capaci di evoluzione, se sulla terra non ci fosse l’uomo.

 

Anche qui la moderna concezione del mondo, poggiante sopra una visione unilaterale della natura, direbbe: ebbene, gli uomini muoiono, i loro corpi vengono inceneriti oppure sepolti, e così restituiti alla terra, ma ciò non ha importanza per l’evoluzione, perché essa si svolgerebbe tal quale anche se non accogliesse in sé i cadaveri umani. Una simile risposta proverebbe unicamente che si è del tutto incoscienti della realtà del processo che si svolge nel continuo trasmettere dei cadaveri umani alla terra, non importa se attraverso la sepoltura o la cremazione.

Le contadine, assai più che non le signore di città, sanno bene quale importanza abbia il lievito nella preparazione del pane, anche se aggiunto solo in piccola dose; sanno che il pane non potrebbe riuscire se alla pasta non si aggiungesse il lievito.

 

• Così da molto tempo l’evoluzione terrestre sarebbe arrivata al suo termine,

se non le fossero state continuamente apportate le forze dei cadaveri umani

che con la morte si distaccano dall’animico-spirituale.

 

Da queste forze,

che l’evoluzione terrestre continuamente riceve grazie all’apporto dei cadaveri umani, essa viene mantenuta:

• i minerali ne ricevono l’impulso a continuare le loro cristallizzazioni,

altrimenti sarebbero da tempo frantumati e dissolti.

• Le piante che, senza quell’apporto da tempo non potrebbero più crescere,

ne ricevono l’impulso a continuare la loro crescita;

• e lo stesso avviene per le forme animali inferiori.

 

L’uomo dunque trasmette alla terra, per mezzo del proprio cadavere, il lievito, il fermento del suo sviluppo futuro.

Perciò non è indifferente ch’egli viva o no sulla terra,

ed è falso affermare che l’evoluzione dei tre regni naturali continuerebbe tal quale anche se l’uomo mancasse.

• Il processo naturale è un intero in sé conchiuso, e l’uomo ne fa parte;

se si vuol pensare giustamente, bisogna pensarlo – anche dopo morto – come parte di tale processo.

 

Se riflettete a tutto ciò, non vi stupirete se aggiungo ancora quanto segue: l’uomo, scendendo dal mondo spirituale in quello fisico, si riveste del corpo fisico; ma è ovvio che questo corpo, quale lo si riceve da neonati, è ben diverso da come lo si depone da vecchi o in qualunque momento dell’età adulta.

Che cosa è avvenuto del corpo fisico? Esso si è compenetrato delle forze animico-spirituali dell’uomo.

Infatti, il cibo che noi ingeriamo è su per giù lo stesso che ingeriscono anche gli animali; dunque noi trasformiamo le sostanze esteriori come le trasformano gli animali, ma le trasformiamo col concorso di qualcosa che gli animali non hanno, qualcosa che discende dal mondo spirituale per congiungersi col corpo fisico umano. Con ciò facciamo di tali sostanze qualcosa del tutto diverso da quello che ne fanno gli animali o le piante; e le sostanze e le forze che vengono trasmesse alla terra col cadavere umano, sono sostanze trasformate, non sono più le stesse ricevute dall’uomo alla sua nascita.

 

Possiamo quindi dire:

le sostanze, ed anche le forze, che l’uomo riceve alla nascita vengono da lui rinnovate nel corso della sua vita,

e sono poi restituite ai processi della terra in forma rinnovata.

Alla sua morte l’uomo non ridà più ai processi della terra le medesime sostanze e forze che aveva ricevuto alla nascita. In tal modo, tramite l’uomo, si trasmette al processo terrestre fisico-sensibile qualcosa che fluisce continuamente in questo dal mondo spirituale.

Nascendo, l’uomo porta con sé, dal mondo soprasensibile, qualcosa che s’incorpora nelle materie e nelle forze che durante la vita terrena compongono il suo corpo, e poi, alla sua morte, viene accolto dalla terra. Continuamente l’uomo è tramite di qualcosa che fluisce per tal modo dal soprasensibile al sensibile, al fisico.

 

 

Potete rappresentarvi ad esempio che dal soprasensibile piova in continuazione qualcosa verso il basso, nel sensibile, che queste gocce rimangano infeconde per la terra, se l’uomo non le accoglie in sé e non le trasmette, attraverso se stesso, alla terra. Queste gocce, che l’uomo accoglie alla sua nascita e che depone alla sua morte, costituiscono una continua fecondazione della terra mediante forze soprasensibili; per mezzo di queste forze fecondatrici soprasensibili si mantiene in efficienza il processo evolutivo della terra. Senza i cadaveri umani, la terra sarebbe morta da molto tempo.

 

Ora, premesso questo, possiamo chiedere:

come si comportano, dentro la natura umana, le forze apportatrici di morte?

Dentro la natura umana agiscono le forze portatrici di morte che nella natura esterna sono preponderanti;

abbiamo visto che, se l’uomo non vivificasse continuamente la natura esteriore, essa dovrebbe perire.

 

Che cosa fanno dunque le forze di morte entro la natura umana?

• Fanno sì che l’uomo, per loro mezzo, produca tutto ciò che nel suo organismo è sistema osseo e sistema nervoso.

Gli elementi che formano le ossa e ciò che è loro affine, sono di tutt’altra natura di quanto edifica gli altri sistemi.

• Se in noi agiscono le forze apportatrici di morte, e noi le lasciamo come sono, esse formano il nostro scheletro;

• se invece, mentre agiscono ulteriormente, noi le indeboliamo, si forma in noi il sistema nervoso.

 

Che cos’è un nervo?

Un nervo è qualcosa che tende continuamente a diventare osso, ma ne è impedito dal fatto

di essere in rapporto con elementi che non sono né di natura ossea, né di natura nervosa.

Il nervo tenderebbe continuamente a fossilizzarsi, a morire, come l’osso che nell’uomo è sempre qualcosa di morto.

Per l’animale le cose stanno diversamente: l’osso animale è assai più vivo che non quello umano.

 

Si può dunque rappresentare un lato della natura umana dicendo:

• la corrente mortifera opera nel sistema osseo e in quello nervoso.

• Questo è uno dei poli.

• L’altra corrente invece, quella delle forze apportatrici di vita,

agisce continuamente nel sistema muscolare e sanguigno, e in tutto ciò che vi appartiene.

• Se il nervo non diventa osso,

è unicamente perché tale tendenza viene impedita dal sistema del sangue e dei muscoli che le si oppone.

 

Un errato rapporto, durante la crescita, tra le ossa da un lato, e il sangue e i muscoli dall’altro, produce il rachitismo; e precisamente quando la natura del sangue e dei muscoli impedisce il giusto formarsi (cioè morire) dell’osso.

È dunque estremamente importante che nell’uomo si stabilisca una giusta azione e reazione tra questi due sistemi: • delle ossa e dei nervi da un lato,    • dei muscoli e del sangue dall’altro.

Come si comportano essi, ad esempio, nel nostro occhio?

 

• Per il fatto che il sistema osseo si ritira alla periferia e manda verso l’interno solamente il suo rappresentante indebolito, il nervo, si produce nell’occhio la possibilità che l’entità volitiva, vivente nei muscoli e nel sangue, si colleghi con l’attività della rappresentazione che sta nel sistema osseo e nervoso.

• Si ritorna per tal modo a qualcosa che ebbe molta parte nella scienza antica, ma che dalla scienza odierna viene deriso come idea puerile. Ma la scienza di domani riscoprirà la cosa, solo in altra forma.

 

Gli antichi conobbero sempre una certa affinità

tra midollo o sostanza nervosa, e midollo o sostanza ossea,

e furono dell’avviso che l’uomo pensi con le ossa, altrettanto che con i nervi.

Infatti è vero.

Noi andiamo debitori di tutto ciò che è scienza astratta alle facoltà del nostro sistema osseo.

 

Perché, ad esempio, l’uomo è capace di fare della geometria? Gli animali superiori non ne fanno, lo si vede dal modo in cui vivono; e non ha senso l’obiezione che forse anche gli animali superiori fanno della geometria, ma che noi non ce ne accorgiamo! Dunque, l’uomo fa geometria, si forma, ad esempio, la rappresentazione di un triangolo. Come mai? A chi rifletta davvero su queste cose, può apparire miracoloso che l’uomo sviluppi la rappresentazione del triangolo astratto, che nella vita concreta non si trova in nessun luogo, puramente per una fantasia geometrico-matematica.

 

Molti misteri si celano dietro i fatti palesi del mondo! Immaginate, per esempio, di stare in piedi in un dato punto di una camera. In certi momenti il vostro essere soprasensibile compie movimenti singolari, dei quali di solito nulla sapete, all’incirca così: avanzate un poco in una direzione, poi arretrate un poco, e poi ritornate al posto di prima. Questa linea che percorrete nello spazio e che rimane inconscia, descrive veramente la forma di un triangolo. Tali movimenti esistono in realtà, solo che noi non li scorgiamo. Per il fatto però che la nostra spina dorsale è verticale, noi ci troviamo nel piano in cui tali movimenti avvengono. L’animale non è su questo piano: la sua spina dorsale è situata diversamente, in linea orizzontale; qui tali movimenti non si compiono. L’uomo, avendo la sua spina dorsale nella verticale, sta sul piano dove un tale movimento si compie.

 

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Egli non ne è cosciente, non dice a se stesso: io ballo descrivendo continuamente una forma triangolare. Disegna invece un triangolo e dice: questo è un triangolo. In realtà si tratta di un movimento inconscio che egli esegue nel cosmo.

 

• Tali movimenti che fissiamo disegnando figure geometriche, li eseguiamo in realtà con la terra.

La terra non ha solamente il moto che le attribuisce la concezione copernicana;

essa descrive continuamente anche altri movimenti, movimenti artistici ed altri ancora, molto più complicati,

come quelli inerenti alle linee dei corpi geometrici: il cubo, l’ottaedro, il dodecaedro, l’icosaedro, ecc.

 

Questi corpi non sono inventati, sono delle realtà, ma realtà inconsce. In queste e in altre forme geometriche sono contenuti meravigliosi accenni a questo sapere, per gli uomini subconscio, che proviene dalla conoscenza essenziale di cui è dotato il nostro sistema osseo. A questo però non arriva la nostra coscienza; essa si spegne prima, e viene solo riflessa nelle forme geometriche che l’uomo descrive.

 

L’uomo è inscritto nel cosmo e, facendo della geometria, riproduce qualcosa che egli stesso vi compie.

Così,

• da un lato, penetriamo con lo sguardo in un mondo che continuamente va morendo e nel quale siamo inseriti.

• Dall’altro lato vediamo ciò che penetra nelle forze del nostro sistema muscolare-sanguigno.

• In questo non vi è nulla di morto; al contrario, qui tutto è in germe,

è in continuo movimento, è in un perpetuo fluttuare, nascere e divenire.

• Arrestiamo in noi il processo mortale,

e solo noi quali esseri umani possiamo arrestarlo, e introdurre in ciò che muore la vita, il divenire.

 

Se sulla terra non vivesse l’uomo, da tempo il processo mortale l’avrebbe invasa; e la terra, come insieme, sarebbe soggiaciuta a una grande cristallizzazione; non si sarebbero però conservati i singoli cristalli. Noi strappiamo i singoli cristalli alla grande cristallizzazione e li conserviamo, finché ci servono per la nostra evoluzione umana. Con ciò manteniamo anche in attività la vita della terra, quindi non possiamo, come uomini, esserne eliminati.

 

Eduard von Hartmann espresse perciò un’idea piena di realtà quando disse, mosso dal suo pessimismo, che un giorno l’umanità sarebbe stata tanto matura che tutti gli uomini si sarebbero uccisi da sé. Non occorre nemmeno aggiungere ciò che Hartmann, nella limitazione della concezione scientifica del mondo, voleva: cioè che con qualche gigantesco espediente si facesse saltare in aria anche la terra. Ma di questo non ci sarebbe stato bisogno, perché dal giorno in cui fosse stato ordinato il suicidio umano collettivo, la terra a poco a poco sarebbe perita da sé, perché la sua evoluzione non potrebbe mai proseguire senza ciò che gli uomini continuamente le apportano.

 

Bisogna proprio che la conoscenza di queste cose

penetri oggi nuovamente fin nei nostri sentimenti e nella nostra comprensione.

È necessario che tali cose vengano oggi comprese.

 

Nelle mie prime opere vedrete sempre ritornare un’idea per mezzo della quale volli porre la conoscenza sopra una base diversa da quella su cui poggia oggi. Per la filosofia exoterica che deriva dal pensiero anglo-americano, l’uomo è veramente un semplice «spettatore» del mondo, per quanto riguarda il suo processo animico. Anche se l’uomo non ci fosse, così pensa quella filosofia, anche se nella sua anima non si sperimentasse ciò che avviene nel mondo fuori di lui, tutto resterebbe tale quale è. Ciò vale per la scienza della natura, riguardo allo svolgimento di fatti da me citato, ma vale anche per la filosofia.

 

Il filosofo odierno si sente molto a suo agio quale «spettatore» del mondo, vale a dire nell’elemento conoscitivo unicamente apportatore di morte. Io volevo strappare la conoscenza a questo elemento apportatore di morte.

 

Perciò ho sempre ripetuto:

l’uomo non è un semplice spettatore del mondo;

è il teatro nel quale si svolgono sempre di nuovo i grandi avvenimenti cosmici;

la vita animica dell’uomo è la scena sulla quale si svolge il divenire del mondo.

 

Ciò si può rivestire anche di una forma filosofica astratta. E specialmente nell’ultimo capitolo che tratta della libertà – del mio scritto Verità e scienza – vedrete come questo pensiero sia fortemente messo in rilievo.

 

Vi è detto che

quanto si compie nell’uomo non è qualcosa di simile al resto della natura;

il resto della natura penetra nell’uomo,

e ciò che in lui si compie è, al tempo stesso, un processo cosmico;

sicché l’anima umana è il teatro dove si svolge un processo cosmico, non solo un processo umano.

 

Così dicendo non si viene ancor oggi facilmente compresi in certi ambienti;

ma senza compenetrarci di tali idee è impossibile diventare veri educatori.

 

Che cosa avviene effettivamente nell’entità umana?

• Da un lato abbiamo la natura osseo-nervosa;    • dall’altro, la natura sanguigno-muscolare.

• Dalla cooperazione di entrambe vengono continuamente create a nuovo sostanze e forze.

La terra è preservata dalla morte per il fatto che nell’uomo stesso vengono create a nuovo sostanze e forze.

 

Ora potete mettere insieme quel che ho detto poco fa del sangue che, venendo in contatto con i nervi, produce nuove creazioni di materie e di forze, con quanto ho detto nella conferenza precedente, cioè che il sangue è continuamente avviato verso la spiritualità e che in questa sua tendenza viene trattenuto. Congiungeremo dunque tra loro i pensieri acquisiti in queste due conferenze, e su questa base continueremo a costruire.

 

Ma fin d’ora vedete quanto sia erronea la concezione della conservazione della materia e dell’energia, come viene presentata di solito, perché essa è confutata da ciò che accade nell’interno della natura umana, e costituisce un ostacolo per una vera comprensione dell’entità umana.

 

• Solo quando si riconquisterà l’idea sintetica

che è effettivamente impossibile che dal nulla nasca qualche cosa,

ma che una cosa può venir trasformata in modo da perire mentre un’altra ne sorge,

quando questo pensiero sostituirà la legge della conservazione dell’energia e della materia,

solo allora si sarà guadagnato qualcosa di fecondo nel campo delle scienze.

Vedete in quale direzione sono errate molte cose che vivono nel nostro pensiero.

 

Noi costruiamo una legge, come quella della conservazione dell’energia e della materia, e la proclamiamo legge universale. A base di ciò sta una certa tendenza della nostra rappresentazione e, in genere, della nostra vita animica, a descrivere le cose unilateralmente mentre dovremmo limitarci a formulare dei postulati ricavati da quanto sviluppiamo nel nostro rappresentare.

Così trovate come un assioma, nei trattati di fisica, la legge dell’impenetrabilità dei corpi: cioè che nello spazio occupato da un corpo non può, al tempo stesso, prendere posto un altro.

Ciò viene enunciato come una proprietà generale dei corpi. Invece si dovrebbe dire soltanto: quei corpi o quegli esseri che sono tali da non permettere che, nello spazio dov’essi sono, possano trovarsi al tempo stesso altri esseri di uguale natura, sono «impenetrabili».

 

I nostri concetti dovrebbero essere adoperati solamente per separare una data sfera da un’altra;

dovrebbero formulare soltanto dei postulati, e non dare definizioni che abbiano la pretesa di essere universali.

Così non si dovrebbe formulare una «legge» riguardo alla conservazione delle sostanze e delle forze,

bensì ricercare per quali entità questa legge abbia un’importanza.

 

Il secolo XIX ebbe appunto tale tendenza a stabilire una legge dichiarandola valida per tutti i campi.

Invece noi dovremmo adoperare la nostra vita animica

per accostarci alle cose e osservare quali esperienze esse suscitino in noi.

 

 

By | 2019-06-05T17:32:49+02:00 Giugno 3rd, 2019|ANTROPOLOGIA|Commenti disabilitati su 03 – IL PENSARE PURO. LA LIBERTÀ.