La fraternità come principio regolatore della vita economica

L’uomo, il lavoro e la fraternità


 

La visione antroposofica rivaluta profondamente, nell’ambito della questione sociale,

i tre grandi ideali della rivoluzione francese – Liberté, Fraternità, Égalité –

ma riconosce anche la grandissima difficoltà a realizzarli, a viverli contemporaneamente

in modo che si armonizzino e non producano, come storicamente invece è già avvenuto,

una situazione di caos e di violenza.

La riflessione sul valore cristiano di questi tre ideali, malgrado la loro cattiva applicazione storica,

caratterizza il pensiero sociale di Rudolf Steiner.

 

Oggi siamo in una situazione di grande difficoltà perché da un lato mancano dei modelli a cui rivolgersi per pensare il futuro della vita sociale, e dall’altro la vita economica prosegue in modo inarrestabile investendo tutte le sfere, non solo quelle della vita sociale ma anche gli Stati.

La vita economica si è spinta verso una sorta di globalizzazione delle sue logiche e delle sue azioni; c’è qualcosa che spinge in maniera molto forte senza però essere diretto. Molti economisti hanno la percezione di una mancanza di una guida, di una direzione; mancano mete che abbiano davvero un carattere universale, come invece universale è la diffusione delle azioni economiche. C’è quindi una grande difficoltà data da una intensissima vitalità nella vita sociale e nello stesso tempo da una mancanza di modelli. I vecchi modelli sono caduti e ciò si nota anche nei numerosi scritti che oggi vengono pubblicati da sociologi ed economisti in merito a questi problemi.

Vorrei ricordare alcuni titoli che dicono molto, perché in essi compaiono spesso gli ideali della rivoluzione francese, ma raramente tutti e tre insieme – anche uno dei gruppi della resistenza, attivo alla fine della Seconda guerra mondiale in Italia, portava il nome di «Giustizia e libertà». Un filosofo e sociologo come Norberto Bobbio si riferisce ai valori di giustizia e libertà, ma non insiste sul terzo termine, la fraternità, pensando che la giustizia sia l’ambito del diritto, del riconoscimento dell’uguaglianza di ogni uomo.

 

Per portare un altro esempio, è uscito di recente un piccolo scritto dal titolo Libertà, uguaglianza, efficienza1: anche qui compare una sensibilità verso il problema della libertà, dell’uguaglianza, cioè del diritto e là dove si tocca la vita economica emerge piuttosto il concetto di efficienza.

Ancora, il tedesco Ralf Dahrendorf2, nel suo piccolo scritto Quadrare il cerchio, si pone il problema di come mettere insieme libertà politica, successo nella vita economica e solidarietà sociale. Egli dice che riuscire a contemperare queste tre esigenze è come quadrare il cerchio, un’operazione notoriamente impossibile che ha affascinato per secoli matematici e occultisti, finché non si è giunti all’idea che si possa quadrare il cerchio solo in modo simbolico, facendo intervenire qualcos’altro che non sia la geometria.

Vedete come intorno a questi temi e valori sia diffuso un cercare, un analizzare, ma come sia altrettanto caratteristico il silenzio proprio sul tema della fraternità. Si parla piuttosto di efficienza o di competitività – che è un po’ un analogo – che portano come conseguenza uno scenario sociale di desertificazione, angoscia e dolore, perché generano emarginazione, producono una società di esclusi accanto a una società di pochi appartenenti. Si crea un criterio di esclusione e di appartenenza molto forte che favorisce i modelli in cui la competitività domina in assoluto, favorendo la desertificazione della vita umana e la sua degradazione.

 

Non c’è dubbio che il modello della competitività venga presentato soprattutto in Occidente, negli Stati Uniti, come vincente e d’altra parte proprio lì assistiamo al massimo della ricchezza, dell’efficienza e della potenza tecnologica, ma anche ai minimi terribili della povertà e della degradazione delle condizioni umane. Si direbbe che la vita economica venga concepita secondo dei criteri in cui manca la riflessione sull’ideale che dovrebbe esserne la guida, il regolatore: quello della fraternità. Non se ne parla perché si dice che la fraternità sia un ideale morale, un’aspirazione etica e quindi non possa essere oggetto di una trattazione scientifica. Oggi si vogliono trattare le cose sempre in modo scientifico, e quindi diventa necessario interrogarsi se la fraternità costituisca davvero solamente un ideale morale, di che tipo sia, e se non sia possibile un approccio scientifico a essa. Bisognerebbe chiedersi se essa non sia una forza operante nel processo economico, anche se in modo non palese, perché in realtà nel processo economico vigono delle leggi entro cui la fraternità opera, magari non ancora come meta morale, ma come una sorta di norma del farsi stesso dell’economia.

 

Si potrebbero formulare due ordini di domande,

• il primo: nell’ambito del processo economico si può riconoscere l’operare di un principio oscuro, incosciente, di fraternità, o no? Esistono solamente la competitività, l’efficienza, o esistono altri motori? Il motore è solamente il profitto, il desiderio di guadagno, di denaro e di potenza? Oppure nel processo economico sono presenti altri motori riconoscibili come espressione di una sorta di presupposto, incosciente, latente della fraternità, che invece può essere concepita anche, giustamente, come un cosciente ideale morale?

• Il secondo ordine: l’ideale morale della fratellanza non ha nessuna base scientifica, o può averne una? E di che tipo? Qual è il fondamento del valore della fraternità? Ha senso che l’uomo esamini questo ideale come cosa che lo riguardi e verso la quale può assumere un atteggiamento sicuro? Quello che ci fa tremare, che ci indebolisce nei confronti degli ideali, è il sospetto che essi siano chimere, illusioni o, peggio, proiezioni più raffinate del nostro egoismo, della nostra pretesa di difendere interessi privati.

 

Questi sono i due ordini di domande.

LA FRATERNITÀ è realmente presente nel processo economico o lo è solo in virtù delle buone intenzioni degli individui? Qualora gli individui abbiano queste buone intenzioni possono cercare un fondamento a esse che non abbia carattere di velleità, di moralismo, di ingenuità, ma scientifico, cioè con un fondamento nella realtà? O è solamente una pia aspirazione che, proprio perché così difficile da realizzare, è facile da denigrare e di cui è facile non parlare? Questo accade perché in genere se ne parla in termini di sollecitazione morale. Si è detto all’uomo: «Tu devi essere fraterno, è un tuo dovere, è una legge morale a cui devi obbedirei». Non si è cercato di capire se ci sia una relazione fra l’azione fraterna e la libertà.

Nel campo dell’antroposofia sappiamo che alla domanda su quale sia l’azione degna dell’uomo, la risposta è che l’azione con il massimo valore in senso umano è quella libera. L’azione più alta è l’azione libera che non è definita nel suo contenuto, non è un sacrificio, se proprio ci si volesse confrontare con il sacrificio come contenuto elevato di un’azione umana, ma è il sacrificio liberamente offerto. In Filosofia della libertà3 R. Steiner risponde a questa domanda riconoscendo che la libertà rappresenta ciò che rende degno dell’uomo la sua azione. Perché l’uomo possa essere libero, perché possa sperimentare la libertà, innanzitutto deve riconoscere che questo non gli è dato in totale interezza; l’uomo non è libero in ogni caso, dovunque e comunque, ma spesso la sua libertà è limitata. Per questo l’uomo è un essere in cammino, in divenire, non possiede ancora una libertà totale, ma possiede dei gradi di libertà.

 

È nel campo della vita di pensiero che l’uomo può scoprire se stesso come essere libero, può scoprire la realtà del mondo delle idee, dei pensieri, può scoprire che i pensieri non sono parole, non sono convenzioni arbitrarie per denominare le cose, ma che corrispondono a delle realtà che sono il fondamento del suo stesso essere come persona. È nel campo del pensiero che l’uomo si scopre libero. Per dirlo banalmente, ognuno di noi può pensare tutto quello che vuole intorno alle cose, può muovere i suoi pensieri secondo le proprie capacità in qualunque direzione. La sua vita di pensiero non si muove se non è lui, se non è l’io stesso a muoverla; non c’è ambito in cui l’uomo si sperimenti totalmente libero come in quello della capacità di pensare.

 

Ciò che guida l’azione è l’IDEA e le idee sono delle realtà con cui l’uomo viene a contatto pensando,

cioè compiendo quell’operazione libera che è il pensare.

La CONDIZIONE INIZIALE, se si vuole agire, è che prima si deve conoscere, si deve capire quello che si fa,

quindi se si vuole intervenire nella vita sociale se ne devono conoscere le leggi;

vi è priorità della CONOSCENZA rispetto all’azione.

 

La CONOSCENZA precede l’azione

e l’uomo è libero solo nella misura in cui, agendo, ha potuto prima pensare, scegliere i motivi della propria azione.

La LIBERTÀ nell’esperienza dell’azione è collegata al fatto che prima ci si sia sentiti liberi nel pensiero

e che quindi si sia provato, come motivo della propria azione,

qualche cosa che si è liberamente colto nel mondo delle idee.

 

Questo, che ora vi ho descritto in poche parole, è il contenuto della Filosofia della libertà a cui vi rimando,

perché costituisce il fondamento di tutto il lavoro antroposofico.

 

LA FRATELLANZA COME IDEALE MORALE

è quindi qualcosa che riguarda l’agire umano, la volontà dell’uomo.

 

Essa può costituire un ideale di questo agire solo nella misura in cui l’uomo la concepisce da io libero, intuisce, raccoglie dal mondo delle idee i motivi per la sua azione, i motivi per la fraternità che vuole esplicare nelle proprie azioni. Chiunque voglia essere fraterno verso un’altra persona non può credere che la fraternità si esplichi semplicemente attraverso una corrente di sentimenti; questo non sarebbe ancora sufficientemente chiaro, né sufficientemente libero per colui che ha questo sentimento e per colui che riceve l’azione che da esso scaturisce. Con ciò non voglio diminuire il valore di azioni fraterne che scaturiscono da sentimenti benevoli, ma voglio dire che questa azione non è ancora totalmente libera come lo è quella che si voglia fraterna proprio in virtù di una libera adesione a questo valore e in virtù di una capacità – sentendo e riconoscendo questo valore – di portarlo nella vita reale, nella vita concreta.

• Si dice che l’azione dell’uomo è libera, quando egli riesce ad avere, come motivo di essa, un’idea formulata in libertà, quando egli agisce in virtù di un’intuizione e di una fantasia morale. R. Steiner chiama fantasia morale l’equivalente, se volete, della fantasia dell’artista; l’artista ha un’intuizione e l’abilità tecnica di tradurla in colori e forme, o parole e rappresentazioni.

Questa abilità, coltivata, fa sì che la sua intuizione di qualcosa che nel mondo fisico non c’è, possa realizzarsi proprio in virtù di questa tecnica, che è la fantasia artistica.

 

Ogni uomo è artista nei confronti della realtà, in quanto può trovare ed educare dentro di sé

la capacità di tradurre un’intuizione ideale, un’idea, un valore,

in una realizzazione pratica nel contesto concreto in cui si trova.

L’intuizione dell’idea e la fantasia morale combinate producono l’azione libera.

 

L’AZIONE LIBERA scaturisce quindi da questi elementi:

• un io che si sia riconosciuto come libero nella vita di pensiero,

• un io che sia in grado di intuire, di cogliere idee nel mondo delle idee,

che è un mondo comune a tutti gli uomini.

 

IL MONDO DELLE IDEE non è nella testa di ciascuno di noi

– da questo punto di vista saremmo come una sorta di bottiglia che si riempie –

ma è un mondo di realtà universali.

 

Un cane è un cane, una pianta è una pianta per tutti gli uomini che li conoscano e un triangolo è tale per tutti gli uomini che lo pensino. Noi disponiamo di una serie di concetti e di idee che hanno valore universale, legati tra loro in modo organico, non sono vicini l’uno all’altro alla rinfusa, ma sono un mondo che costituisce un’unità: il mondo delle idee.

 

L’ESERCIZIO DELLA LIBERTÀ quindi non è un atto che scaturisce spontaneamente dal corpo umano,

come possono essere il movimento o il parlare da una certa età in poi

ma, come l’apprendimento della parola nel bambino,

RICHIEDE UN’INTENSA ATTIVITÀ INTERIORE.

 

Non si è liberi semplicemente perché si fa quello che si vuole;

si è liberi perché si è trovato un rapporto con il mondo delle idee,

ci si è riconosciuti come esseri spirituali e si è in grado di intuire, di volta in volta,

l’idea nei confronti della quale si acquisisce un motivo di agire.

• Non si agisce quindi perché si ha voglia di fare una cosa o un’altra, questa non è libertà,

ma perché si è intuita una giusta idea, ci si è fatta una rappresentazione di essa

e in virtù di un elemento di fantasia creatrice di tipo morale

la si porta nella pratica, nella concretezza, agendo nella vita di tutti i giorni.

 

Questo significa che LA FRATERNITÀ COME IDEALE, come idea guida dell’uomo

è qualche cosa che può essere portata nel mondo da un io che si riconosca come tale, che si riconosca come libero

e che in modo del tutto individuale promuova a motivo della propria azione, dell’agire, proprio questa idea.

 

LA FRATERNITÀ non è qualcosa che sia dato come obbligo astratto,

non è una regola – in questa situazione si fa così… –

ma ogni uomo è chiamato, di volta in volta, di momento in momento, rispetto a qualunque problema della vita,

a chiedersi, a intuire, per attività interiore, in che modo gli sia possibile incarnare nella sua azione questo ideale.

 

L’IDEALE è incarnato in alcuni momenti dell’esistenza e non in altri;

alla libertà di ogni uomo, di ogni io, è lasciato di riconoscere in che modo,

nel contesto pratico e concreto della vita,

si possa con la propria fantasia dare corpo al valore della fraternità,

posto che liberamente lo si giudichi tale. Questo è un lato del problema.

 

È possibile un’azione fraterna motivata se abbiamo un io libero,

un io che si riconosca come spirito e che riconosca che il mondo delle idee

da cui trae, di volta in volta, i motivi per la sua azione,

è un mondo comune a tutti gli uomini, non un mondo relegato alla sua testa;

non si tratta, lo ripeto, delle proprie idee, si tratta di un rapporto con il mondo oggettivo delle idee.

 

Questo è estremamente importante perché costituisce, da un certo punto di vista,

un elemento che unifica le azioni umane.

Oggi ciò che unifica le azioni umane non è l’appartenenza a una confessione religiosa;

si può appartenere a una religione o avere una disposizione atea o irreligiosa della vita

e tuttavia, in alcune situazioni, avere l’intuizione morale della fraternità

e la capacità creativa di riconoscere in che modo la si possa realizzare nel contesto concreto in cui si opera.

Le condizioni dell’agire fraterno sono le stesse dell’azione libera dell’uomo,

quando l’ideale della fraternità motiva le sue azioni.

 

L’uomo che voglia essere fraterno deve sceglierlo, volerlo e pensarlo, deve avere la capacità di interrogarsi e di osservare quante volte, nell’impostare le sue scelte, le sue azioni, i suoi programmi, quest’idea compaia in essi, quante volte l’io libero ponga davvero quest’idea a motivo del proprio agire, nell’infinità delle azioni che lo riguardano. Solo se mette se stesso liberamente in rapporto con questa idea, se ne riconosce il fondamento nel mondo spirituale e non in se stesso, allora è possibile che nasca un’azione fraterna.

Ciò è qualche cosa che ha a che fare con il fondamento oggettivo della fraternità come ideale. Il suo fondamento non riguarda una religione o un’altra, ma la condizione stessa dell’uomo che, scopertosi libero, si voglia libero anche nell’agire, voglia cioè impostare il proprio modo di agire secondo un criterio di libertà, così che i valori morali non suonino come leggi a cui sottomettersi, ma come un richiamo di forze creatrici verso le quali dirigere il proprio destino.

Questo risponde alla seconda delle due domande che ho posto, se sia possibile pensare di riconoscere l’ideale morale della fraternità come scientificamente fondato.

 

La risposta si può trovare nel percorso della Filosofia della libertà.

L’ideale stesso raggiunge il suo culmine quando ispira l’azione libera, individuale dell’uomo.

 

Spesso gli uomini si sono associati in nome di grandi ideali per poi fare delle cose terribili, spesso gli ideali diventano un motivo per opprimere il prossimo che non li condivida o abbia diversi modi di immaginarne la realizzazione.

Il fondamento della fratellanza, della fraternità, sta in due capisaldi:

io libero • e mondo delle idee unico per tutti gli esseri umani.

 

Se abbiamo chiaro ciò, allora la fratellanza che, come dice la parola stessa, è un legame di sangue tra discendenti dallo stesso partner, scopre di poter essere vissuta in un contesto che si è come traslato.

Possiamo essere fratelli nella misura in cui apparteniamo ad un elemento comune, abbiamo un sangue comune, ma il sangue comune verso cui l’umanità si muove non è più semplicemente il sangue di una razza o di un popolo, è quello dell’umanità intera che non è più immaginabile come una mescolanza di succhi, anche se inevitabilmente diventerà così con il passare dei secoli.

 

L’elemento comune, che rende fratelli e fraterni,

è l’essere il mondo delle idee unico per tutti gli uomini.

 

Questo è l’elemento accomunante, esattamente come è stato accomunante per l’umanità antica la discendenza da uno stesso sangue. Siamo quindi vicini a un concetto di sangue che fonda una fraternità che non è più quella biologica, ma è basata su un sangue di tipo spirituale, non più fisico, che appartiene ad una realtà soprasensibile.

Abbiamo detto che la vita economica si dirige verso un elemento di globalizzazione, di universalità, in essa si compiono sempre più delle operazione che riguardano tutta l’umanità, indipendentemente dalla razza, dalla religione, dalle nazioni o dagli stati; ovvero, dal mondo dell’economia ci viene spinto innanzi, con forza, il fatto che le parentele di sangue, in senso biologico, non hanno più rilevanza o ne avranno sempre meno.

 

Le operazioni economiche cosa muovono?

Il mondo dell’economia è il mondo delle merci, del denaro, della circolazione dei beni.

 

• Il DENARO, in un certo senso, è il campione, l’espressione più tipica del mondo economico e nella sua tipicità rappresenta una realtà composita che nella sua complessità presenta aspetti diversi: ha il carattere di un essere in divenire, di un essere in continua trasformazione, la cui identità non è totalmente definita.

Il denaro si muove come una forza elementare, difficile da domare, è spesso più potente di chi crede di possederlo e di governarlo. È qualcosa la cui diffusione, la cui capacità di agire nel mondo è estrema, energica, sfuggente, difficilissima da controllare.

Il denaro si presenta oggi con dei caratteri che qualche studioso di economia ha definito come divini, perché è immateriale, smaterializzato; non c’è più l’oro, non c’è più l’argento; da un altro punto di vista è immanente, è ubiquitario, pervade l’intero pianeta e in un certo modo la sua attività è irrefrenabile, nel tempo le sue operazioni sono diventate incessanti.

 

In virtù dei mezzi di comunicazione – che sono un’altra forma di denaro, un parente stretto, espressione di come il denaro stesso sia solo segno – le operazioni economiche possono non conoscere più tregua. Si potrebbe seguire il movimento del denaro indipendentemente dal ritmo del sonno e della veglia. Il denaro segue dei canali, delle vie in cui i ritmi del sonno e della veglia possono essere totalmente annullati.

L’economista che descrive questi caratteri del denaro è un uomo di visione materialistica del mondo, ma ritiene che se potessimo ancora credere alle divinità potremmo dire che il denaro si presenta come una di esse: è operante ovunque sul pianeta, in un modo che non ammette riposo o tregua, giorno e notte continuano le trattazioni, i movimenti e la sua circolazione; è immateriale, si è quasi del tutto smaterializzato, è un segno di operazione, è una firma, è un numero, non ha più bisogno di essere rappresentato in moneta, in pietre preziose, in metalli.

Questo carattere del denaro ne fa una presenza che oggi si muove con la potenza di un serpente che circola per tutto il pianeta, difficilmente guidato, difficilmente dominato.

 

Un’ulteriore caratteristica del denaro è una certa segretezza – altro aspetto della sua invisibilità – dei suoi movimenti repentini. Inoltre non ci si può trovare in tasca una grande cifra senza avere immediatamente un problema: si può sprecare o usare bene. Nel momento in cui avete, per ragioni di eredità o di commercio, del denaro in quantità rilevante, quello che ne farete decide ciò che questo denaro diventerà nel giro di breve tempo. Il denaro non ammette di essere fermato, ciò accade solo se lo si investe in proprietà, in possedimenti terrieri che in qualche modo arrestano la sua irrequietezza, la sua vitalità. Davanti a tutto questo sorge la questione di che cosa l’uomo possa fare e che cosa significhi per lui la realtà del denaro.

Da dove viene l’estrema vitalità del denaro?

Le risposte possono essere in parte di tipo moralistico, non del tutto sbagliate. Il denaro, per esempio, è mosso dall’interesse, dal profitto, dalla brama, dal desiderio di accumulo. È come se ci fosse una cascata di denaro che spinga a produrne, a generarne altro, è una forza che si muove un po’ al di sopra della volontà, e che possiamo definire di tipo egoistico; ma è relativamente facile dire che il denaro è mosso dalla brama, dal profitto, dal desiderio di ricchezza. Sono solo questi i suoi motori?

 

Se si guarda con attenzione, si può ammettere che la circolazione del denaro nel mondo ha come forza motrice, come spinta, il profitto. Non vi è dubbio che il profitto sia una sua forza sua motrice, toglierlo totalmente, come è capitato in certi esperimenti di alcuni Stati, rende l’economia stagnante: si perde quasi la capacità di produrre, l’unico stimolo diventa il creare un grande potere militare e politico. Non si può semplicemente eliminare il profitto credendo così di moralizzare l’uso del denaro. Bisogna invece ammettere che il profitto non è la sola forza motrice del denaro.

R. Steiner, nel suo corso sull’economia, ci indica che nei movimenti che fanno circolare il denaro nel mondo opera non solo la forza propulsiva del profitto, ma anche un’altra forza, che egli chiama aspirante. Indica nel capitale di prestito la forza di aspirazione – parliamo di grandi prestiti di tipo bancario in cui si dà ad una persona un capitale perché possa mettere in moto delle iniziative, delle imprese. Nel CAPITALE DI PRESTITO vediamo comparire la potenza del denaro mossa non solo da un elemento che cerca profitto, ma anche dal rapporto tra uomini; nel prestito deve intervenire per forza un elemento di FIDUCIA QUALE IL CREDITO. Chiedendo denaro a una banca si chiede di avere fiducia nelle proprie iniziative, nella propria capacità di intraprendere una qualunque operazione economica.

 

Nel movimento del denaro, nel prestare e nel ricevere, opera l’elemento del credito, della fiducia che a sua volta ha a che fare con l’accumulo di denaro; la formazione di capitale ha introdotto il concetto d’interesse. R. Steiner dice che l’interesse è come una rinuncia a una sorta di diritto, il diritto del prestatore a vedersi non solo restituita la somma, ma anche la fiducia, l’atto di generosità.

Chi presta denaro compie un’azione di fiducia e quindi si aspetta che colui che riceve un prestito sia pronto a ricambiare questa fiducia qualora si trovasse lui nella necessità e nel bisogno.

La rinuncia a questo diritto di reciprocità si è espressa nell’idea dell’interesse: io non avanzo più delle pretese su di te a cui ho prestato denaro, ma tu, nel momento in cui me lo restituisci, pagherai un certo interesse sul denaro che ti ho prestato, e questo ci svincola da un obbligo morale reciproco.

 

L’INTERESSE, che è una delle matrici della formazione di capitale, nasce da questo principio di reciprocità. Questo principio di reciprocità opera nella vita economica, opera, per esempio, anche nello scambio, nell’acquisto di una merce per denaro. Nel caso del prestito operava come principio di debito morale reciproco, ma la reciprocità nella vita economica compare già in un punto che addirittura precede queste operazioni, nella divisione del lavoro.

Un tempo l’interesse era condannato dalla Chiesa e dal senso morale.

Abbiamo potuto fare questo percorso: il denaro di prestito, l’interesse relativo a esso, la reciprocità come fondamento, come elemento intrinseco alla divisione del lavoro, che è uno dei motori della vita economica.

Il motore della vita economica non è allora solo il profitto, ma anche il lavoro e nel lavoro la reciprocità, che viene chiamata divisione del lavoro.

 

LA DIVISIONE DEL LAVORO presuppone, da un certo punto di vista, un elemento di solidarietà, potremmo chiamarlo così, che fa sì che l’individuo possa cooperare con altri. Il dividersi i compiti, sostituibili o non sostituibili che siano, consente e ha consentito il grande sviluppo della vita economica.

L’elemento aspirante della circolazione del denaro abbiamo visto essere il principio di reciprocità, il principio di credito e della fiducia, il principio di scambiabilità fra uomini che ha il suo punto di partenza nella divisione del lavoro.

La divisione del lavoro presuppone una forma di percezione dell’altro, di reciprocità, e la capacità di sostituirsi all’altro, di cogliere la visione d’insieme riconoscendo che l’operazione che io faccio deve inserirsi, armonizzarsi con l’operazione che fa l’altro, e l’operazione dell’altro deve inserirsi e armonizzarsi con la mia. Questo, che sembra una banalità, una cosa ovvia, è invece ciò che abbiamo chiamato l’elemento latente, dormiente, nel processo economico: la fraternità. Si riconosce che nella vita economica non si procede se ognuno vuol fare tutto, ma se si accetta di fare insieme agli altri e di dividere con essi il lavoro.

 

LA DIVISIONE DEL LAVORO

è quindi una latente espressione del principio di fraternità, cioè di reciprocità nell’ambito dell’organizzazione del lavoro, e una delle forze motrici della circolazione del denaro.

Non è forza motrice solo perché crea lavoro, che a sua volta crea merce, ma perché crea la formazione del capitale e l’interesse, elemento che affiora nella circolazione del denaro là dove esso venga prestato. Non voglio ora esaminare il criterio con cui una banca valuti l’affidabilità dei suoi clienti, ma ciò che importa è cogliere questo elemento di fiducia che deve operare nelle transazioni economiche: senza fiducia le transazioni stesse e la circolazione del denaro si c