/////03 – LA REALIZZAZIONE DEGLI IDEALI DI LIBERTÀ, UGUAGLIANZA E FRATERNITÀ ATTRAVERSO LA TRIPARTIZIONE SOCIALE

03 – LA REALIZZAZIONE DEGLI IDEALI DI LIBERTÀ, UGUAGLIANZA E FRATERNITÀ ATTRAVERSO LA TRIPARTIZIONE SOCIALE

La realizzazione degli ideali di libertà, uguaglianza e fraternità attraverso la tripartizione sociale

O.O. 333 – Libertà dii pensiero e forze sociali – 15.09.1919


 

Sommario: La realizzazione degli ideali di libertà, uguaglianza e fraternità attraverso la tripartizione sociale

L’attuale retroscena delle teorie socialiste. La nazionalizzazione dell’economia non riesce a risolvere i problemi sociali. Il Goetheanismo come polo opposto all’Americanismo.

 

Non c’è alcun dubbio che con la catastrofe della guerra mondiale e con ciò che in maniera spaventosa si collega ad essa, la questione sociale ha assunto un nuovo volto per l’umanità del presente. Naturalmente certi ambienti, anche abbastanza ampi, non vedono affatto di buon occhio questo cambiamento di aspetto della questione sociale. Ma il cambiamento c’è, e si farà valere sempre più.

 

Quegli uomini che sino ai giorni nostri hanno fatto parte delle cerchie dominanti e dirigenti si vedranno costretti dalla forza dei fatti a non rimanere più fermi, nei confronti della questione sociale, allo sviluppo di singoli pensieri o provvedimenti in risposta a ciò che accade in questo o quel campo aziendale, o all’interno dell’una o dell’altra cerchia di proletariato. Questi gruppi dirigenti saranno costretti a rivolgere ampiamente i loro pensieri e gli orientamenti del loro volere alla questione sociale come alla questione più importante nella vita dell’uomo contemporaneo e nella vita del prossimo futuro. Se, da una parte, le classi che finora sono state quelle dirigenti capiranno il loro tempo soltanto quando, nel senso prima accennato, saranno in grado di accogliere in tutto il loro pensare, sentire e volere il nuovo aspetto della questione sociale, dall’altra parte sarà però necessario che anche le ampie masse del proletariato attuino un cambiamento sostanziale della loro posizione nei confronti della questione sociale.

 

Per più di mezzo secolo le più ampie masse del proletariato hanno fatte loro idee sociali e socialiste. Abbiamo visto – almeno coloro che hanno vissuto gli ultimi decenni senza dormire in piedi – quali trasformazioni la questione sociale abbia compiuto tra le fila del proletariato. Si è potuto vedere quale forma aveva assunto nel momento in cui scoppiò la spaventosa catastrofe che viene chiamata “Guerra Mondiale”. Poi venne la fine provvisoria di questa terribile catastrofe. Il proletariato si ritrovò ora in una nuova posizione; non si vide più sottomesso come prima in un ordinamento sociale che, per lo meno nell’Europa centrale e in quella dell’est, era dominato dalle antiche potenze regnanti. Lo stesso proletariato era ormai chiamato in ampia misura a lavorare ad una riorganizzazione dell’assetto sociale dell’umanità. E proprio in relazione a questo fatto, a questo fatto storico completamente nuovo, abbiamo vissuto qualcosa di immensamente tragico.

 

Le idee cui il proletariato si era dedicato per decenni, si può dire, con il sangue, si rivelavano insostenibili proprio ora che dovevano venire realizzate! E allora abbiamo vissuto una grande contraddizione storica, o più propriamente un conflitto storico. Abbiamo vissuto come i fatti storici stessi, i fatti della storia mondiale che si verificavano attorno a noi, potevano diventare i grandi maestri dell’umanità. Abbiamo vissuto come questi fatti da una parte mostrassero che le classi eminenti e dirigenti nel corso degli ultimi tre o quattro secoli non abbiano sviluppato idee che potessero o abbiano potuto essere decisive per ciò che l’umanità sperimentava nella sfera economica, e anche in quella sociale. Accadeva la stranezza per cui chi aveva il potere di agire, di operare nel mondo dei fatti, si era ritrovato a lasciare che i fatti si svolgessero come da sé. Le idee, i pensieri erano divenuti troppo astratti per potere comprendere in sé anche i fatti. I fatti della vita avevano sovrastato gli uomini. Questo si mostrò in modo del tutto particolare in lunghi periodi nella vita economica, dove la competizione nel cosiddetto “libero mercato” aveva lasciato come unico incentivo per la regolamentazione dell’economia il “profitto” e cose simili, dove non agivano idee che conformassero la vita economica solo e unicamente a questioni riguardanti la produzione, la circolazione e l’uso dei beni, ma dove agiva ciò che, sotto la spinta arbitraria del libero mercato, poteva portare a continue crisi. E chi voglia veramente comprendere, può comprendere ora come infine, per il fatto che la realtà della vita sociale come cieco susseguirsi di meri fatti non governati da un pensiero a monte si era diffusa nei grandi imperi statali, gli affari stessi di questi grandi imperi si erano messi in movimento senza che gli uomini fossero in grado, attraverso le loro idee, di dominare in qualche modo i fatti che ne scaturivano, o di fare qualcosa per imprimere loro un qualche orientamento.

 

Proprio queste cose dovrebbero far riflettere l’uomo attualmente. L’uomo del presente dovrebbe poter porre dinanzi alla sua vista spirituale il fatto che oggi in effetti è necessario guardare più a fondo all’interno dell’ingranaggio umano per capire cose come ad esempio la questione sociale in maniera diversa da come attualmente accade. È proprio un fatto tangibile che i pensieri siano diventati troppo inadeguati a comprendere i fatti correnti. Ma gli uomini non vogliono vedere certe cose. Si sono abituati nel corso degli ultimi tre o quattro secoli a prendere la routine commerciale e quella pubblica come “prassi di vita”. Si sono abituati a considerare come un utopista o un idealista non pratico chiunque guardi dall’esterno qualcosa e possa giudicarla sulla base di una prospettiva più ampia. Per illustrare un po’ quanto ho appena detto posso prendere le mosse da una nota apparentemente personale. Ma questa nota personale non è intesa in senso personale, perché oggi che il destino del singolo è intessuto tanto strettamente con il destino generale dell’umanità, soltanto fatti intesi onestamente, che siano realmente osservati, possono agire in maniera sufficientemente indicativa per ciò che sono gli impulsi e le forze propulsive nella vita pubblica.

 

All’inizio della primavera del 1914, nell’ambito di un ciclo di conferenze che tenni a Vienna su argomenti scientifico-spirituali, mesi prima dello scoppio della cosiddetta Guerra Mondiale, mi trovai a dover riassumere di fronte ad una piccola riunione di persone – se avessi detto le stesse cose di fronte ad una più grande platea sarei stato deriso, naturalmente – l’opinione che andava formandosi in me sul divenire sociale nelle presenti circostanze. Allora dissi: a chi con occhi bene aperti getta uno sguardo d’insieme su ciò che accade nella nostra vita pubblica all’interno del mondo civilizzato, questo si mostra come invaso da una ulcerazione sociale, una grave malattia sociale, una sorta di formazione cancerosa sociale. E ciò che è una malattia così strisciante all’interno della nostra vita economica, e anche all’interno della nostra vita sociale, dovrà esprimersi nell’immediato futuro in una terribile catastrofe.

 

Ora, come era considerato qualcuno che agli inizi del 1914 parlava di una imminente catastrofe a partire da eventi che si verificavano in una certa misura sotto la superficie delle cose? Era considerato “un idealista privo di senso pratico” – quando la gente non ti diceva addirittura che eri un pazzo. Ciò che dissi allora contrastava sopratutto con ciò che a quel tempo e addirittura ancora più tardi dicevano i cosiddetti “pratici”, quei pratici responsabili che erano uomini di routine, anziché essere dei veri pratici, che però guardavano con supponenza chiunque cercava di comprendere la storia contemporanea sulla base di una qualche conoscenza ideale. Cosa dicevano quei pratici signori sul tempo presente? Uno di quei pratici che era addirittura Ministro degli Esteri di uno stato mitteleuropeo annunciava poco dopo agli illuminati rappresentanti del suo popolo che la distensione generale della situazione politica faceva bei progressi, tanto che nell’immediato futuro ci si doveva aspettare una condizione di pace fra i popoli europei. E aggiunse: I nostri rapporti di buon vicinato con San Pietroburgo sono ai massimi livelli perché, grazie gli sforzi dei governi, il gabinetto di San Pietroburgo non si preoccupa delle dichiarazioni dei giornalisti, e le nostre relazioni amichevoli con San Pietroburgo continueranno ad essere come sono sempre state fino ad ora. E speriamo di concludere le nostre trattative con l’Inghilterra cosicché siano presenti anche con questo paese nell’immediato futuro le migliori relazioni possibili.- Chi diceva ciò era una persona “pratica”, mentre era “grigia teoria” ciò che diceva un altro!

 

Con innumerevoli esempi si potrebbero caratterizzare i punti di vista o, per meglio dire, i giudizi sui fatti da parte dei “pratici” all’inizio di quel tempo che è diventato tanto spaventoso per l’umanità. In effetti è molto istruttivo, i fatti parlano chiaramente, vedere che simili “pratici” da una parte parlavano di questa pace – e dall’altra nei mesi successivi portarono questa pace ad un tale livello che per alcuni anni i popoli civilizzati si trovassero ad ammazzare dai 10 ai 12 milioni di persone, calcolato per difetto, e a storpiarne tre volte tante. Non voglio citare queste cose al fine di surriscaldare gli animi. Devo citarle perché indicano come i pensieri degli uomini siano diventati astratti e non bastino più a dominare i fatti. Si vedranno questi avvenimenti nella giusta luce solo se si riconoscerà nei fatti il grande maestro che ci indichi che ciò di cui abbiamo bisogno per pervenire ad un risanamento delle nostre condizioni sociali, non è pensare a piccoli cambiamenti di queste o quelle direttive, bensì realizzare un radicale cambiamento del nostro modo di pensare e di comprendere il mondo, non è pensare a piccole rese dei conti, bensì ad una grande resa dei conti con il vecchio che è del tutto marcio e non può più confluire in ciò che deve avvenire per il futuro.

 

Ciò che si può dire per le questioni importanti dell’umanità si può dire anche per singole questioni riguardanti la vita del diritto o quella economica. Si dice ovunque che i pensieri non bastano a dominare i fatti. Pertanto si può dire che le classi dirigenti fin’ora al potere hanno la prassi, ma che manchino loro però le idee e i pensieri necessari, efficaci, e di vita pratica per sostanziare questa prassi. E di fronte a queste cerchie dirigenti si trova la grande massa del proletariato che per più di mezzo secolo si è formato, si può dire, alla scuola di un intransigente pensiero marxista. Oggi, però, non va bene guardarsi attorno fra le masse del proletariato per informarsi su come la pensino. É relativamente facile, addirittura talvolta sin troppo facile confutare adeguatamente ciò che le masse proletarie e le loro guide pensano delle faccende economiche. Però non è questo il punto. La questione fondamentale qui è che è un fatto storico che attraverso le anime, attraverso i cuori delle masse proletarie sono partite le ripercussioni di quanto si è formato da pensieri che agivano intensivamente, si potrebbe già dire, come una teoria proletaria. Ma questa teoria che ora, dopo che il vecchio era collassato, avrebbe potuto dimostrarsi vera ancor più di quanto non si fosse già affermata nella prassi di vita, questa teoria rivela una caratteristica del tutto particolare che è comprensibile. Perché per come le cose si sono formate nello sviluppo sociale dell’umanità attraverso l’influenza dell’ordinamento economico capitalistico e della recente tecnica nel corso degli ultimi tre o quattro secoli, e in particolar modo del secolo diciannovesimo, il proletariato venne sempre più imprigionato unicamente nella vita economica; ma imprigionato a tal punto che ogni singolo proletario doveva fare un lavoro molto strettamente limitato. E questo lavoro strettamente limitato era in fin dei conti tutto ciò che il proletario vedeva come reale di una vita economica che diventava sempre più ampia. Non c’è dunque da meravigliarsi che il proletariato sperimentasse fin nel destino del suo corpo e della sua anima come la nuova vita economica si sviluppasse sotto l’influsso della tecnica e del capitale privato, ma che esso non potesse vedere chiaramente i veri motori propulsori che agivano in questa vita economica! Egli era colui che mandava avanti, per così dire, questa vita economica, ma gli era precluso, per la sua posizione sociale, di guardare adeguatamente all’interno dell’ordinamento di questa vita economica, e di penetrare il modo in cui questa vita economica veniva amministrata. Ed è solo fin troppo comprensibile che attraverso tali fatti si formasse qualcosa i cui frutti sono ancora presenti. Si formò come da subconsci ed istintivi impulsi e bisogni del proletariato un’ampia teoria proletaria socialistica che però, in fin dei conti, è lontanissima sia dai fatti economici che da altri fatti sociali, perché appunto il proletariato non poteva comprendere a fondo i veri motori propulsori dei fatti economici e sociali, e pertanto dovette accogliere ciò che gli venne portato in maniera unilaterale dal marxismo. E così troviamo che nel corso di decenni penetrarono profondamente nell’animo del proletario delle cose, cose che, in fondo, nella loro essenza, sono più che legittime, ma che però non incidono assolutamente sui fatti.

 

Vorrei citare un esempio. Pensiamo a quanto fortemente ha influito sull’agitazione che è scoppiata nel proletariato a partire dalle concezioni teoriche dei suoi leader il motto: nel futuro non si potrà più produrre per produrre; si potrà produrre solo per consumare! – Certo, un motto azzeccato, un motto che – cosa che non si può dire di molti slogan del presente – è addirittura “vero”, ma un motto che diventa un’astrazione inconsistente e che scappa di bocca quando lo si esamina con senso pratico e reale comprensione dei rapporti economici. Perché per la prassi ciò che importa è come si fanno le cose! Per la prassi non significa nulla avanzare soltanto la richiesta che si deve produrre solo per consumare. Questo è qualcosa che richiama di fronte all’anima la rappresentazione di quanto potrebbe essere bella la vita economica se non dominasse più il profitto, ma solo e unicamente la previsione del consumo. Ma in questa frase non si trova nulla che accenni in qualche modo a come debba venire configurata la struttura della vita economica affinché il sentimento che si esprime in queste parole possa davvero diffondersi. E così succede con molti dei motti – ne toccheremo ancora qualcuno – che provengono da profonde verità, che però sono divenuti slogan agitatori e di partito del proletariato. Sono diventati astrazioni e si presentano come indicazioni utopistiche per un futuro incerto. Chi ha intenzioni serie nei riguardi del proletariato deve dire a se stesso: questo povero proletariato che oggi avanza le sue legittime richieste vive dunque in concezioni tali di cui si deve dire che sono certamente strutturate in una teoria, ma che si trovano lontano dai fatti della vita – perché il proletariato è stato strappato via da questi fatti, ed è stato relegato in un luogo separato, dal quale egli scorge sempre soltanto un singolo angolo della vita.

 

Questo è il contrasto a cui ho voluto accennare che si esprime da una parte nelle condizioni delle classi dirigenti al governo, che hanno potere sui fatti ma nessuna idea per dominare questi fatti, – e dall’altra parte nel proletariato che ha accolto da parte sua delle idee, ma si trova con queste idee, in quanto idee del tutto astratte, lontano dai fatti, estraneo di fronte ai fatti.

 

Quando si caratterizza così qualcosa, come ho appena fatto, con qualche parola, si accenna a forze ed impulsi che agiscono nella storia, che in fondo sono più importanti di qualunque altra cosa si sia compiuta sino ad ora nel percorso storico dell’umanità. Espressioni quali “prassi senza idee delle cerchie dominanti” e “teoria priva di pratica del proletariato” vengono colte nel loro vero significato solo se si possiede un sentimento per ciò che si muove fra queste due correnti evolutive contemporanee dell’umanità in maniera così tremendamente vivace, così reciprocamente devastante. Il fatto che sia presente un tale contrasto fra la disposizione animica dei gruppi dominanti e dirigenti e quelli del proletariato porta e ha portato a che oggi ci sia una profonda frattura fra ciò che è pensare, sentire, volere e ad agire dei gruppi dirigenti e dominanti e fra ciò che sono aneliti, desideri, impulsi volitivi del proletariato. Non si capisce neanche cosa dovrebbe originarsi oggi dalle profondità di questo contrasto, cosa ci risuona nelle coscienze dal proletariato come esigenza del tempo! Quando dalle cerchie proletarie ci risuona nella coscienza l’insegnamento sul plusvalore, l’insegnamento prima accennato che si debba solo produrre per consumare, l’insegnamento della trasformazione della proprietà privata in proprietà collettiva, certamente queste cose vengono capite testualmente. Ma questa espressione di desideri e visioni proletarie che cos’è propriamente? È qualcosa che dovrebbe dare l’opportunità ai circoli borghesi dirigenti e dominanti di criticare dal punto di vista logico queste teorie proletarie quando vengono espresse? Non vi è nulla di più ingenuo nel presente di quando da parte proletaria risuona la dottrina del plusvalore e poi un qualsivoglia sindaco o direttore di una società per azioni dice l’ovvio affermando che il plusvalore calcolato sulle banconote e così via è così basso che se si volesse suddividerlo il singolo non ne ricaverebbe nulla. E’ la cosa più ingenua in assoluto comportarsi in questo modo, per esempio nei confronti della teoria del plusvalore. Perché il “calcolo” che fanno quei signori è del tutto ovvio, su di esso non vi è nulla da obiettare. Ma non è di ciò che si tratta in realtà, perché pretendere di “confutare” quanto viene detto in modo diretto nelle parole delle teorie proletarie, è proprio come voler cercare di fare alzare la temperatura di un termometro usando una piccola fiamma, quando il termometro segna una temperatura che a noi sembri troppo bassa. Per il fatto che ci si occupa di correggere il termometro non ci si occupa in realtà di ciò che sta alla base come causa della temperatura che esso ci mostra. È ingenuo prendere alla lettera e confutare ciò che oggi è teoria proletaria. Perché le teorie proletarie non sono altro che – volendo parlare in maniera erudita direi così – un rappresentante di qualcosa che si trova molto più a fondo rispetto al posto in cui ora si cerca. Proprio come il termometro indica la temperatura di una stanza, ma non la crea esso stesso, così le teorie proletarie sono qualcosa per riconoscere, attraverso uno strumento o un segno, ciò che vive in tal modo nella questione sociale nel presente e nel prossimo futuro. Ma riguardo a ciò si tende in genere a considerare le cose in modo troppo semplicistico. Si osserva infatti la questione sociale come una mera questione economica perché ci è venuta incontro anzitutto come una questione economica sulla base delle richieste del proletariato, imprigionato nella vita economica nell’epoca del capitalismo privato e della tecnica. E non si è visto cosa vi sia in realtà dietro tutte le concezioni che nelle teorie proletarie si riferiscono a capitale, lavoro e merce. Il proletariato vive l’intero ambito della vita umana nel campo della sfera economica. Per questo motivo la questione sociale gli si presenta interamente in una prospettiva economica.

 

Chi ha l’opportunità ad acquisire uno sguardo più ampio dovrebbe vedere come si debbano chiaramente distinguere gli uni dagli altri tre campi della vita in cui ci si mostrano tre dei punti essenziali della questione sociale. Chi ha imparato non solo a pensare sul proletariato – forse solo ora a pensare, dopo che è arrivata la rivoluzione -, chi ha imparato per destino non solo a pensare o a sentire sul proletariato, ma anche a pensare e a sentire con esso, potrà, a partire da ciò che si trova nelle parole che, vorrei dire, circolano come motti attraverso tutte le teorie socialiste, guardare a ciò che accade nelle profondità dei migliori fra i proletari. Quali sono dunque tali motti?

 

Per prima cosa abbiamo il motto principale del plusvalore a cui ho già accennato. Basta essersi confrontati da uomo a uomo con molti proletari per vedere come si è impresso negli animi dei proletari questo motto del plusvalore. Ed è proprio il radicamento di questo motto nel proletariato ciò che conta, non il suo dimostrarsi vero a livello teorico. Chi negli anni in cui si svolgevano eventi decisivi nell’ambito del movimento sociale dei tempi recenti ha lavorato come me qui a Berlino presso la Scuola di formazione per lavoratori fondata da Wilhelm Liebknecht, dal vecchio Liebknecht, sa qualcosa di più di questa questione cui ho appena accennato, ne sa più a partire dalla prassi di vita, di quanto non ne sappiano i leader sindacali e anche altri – come posso dirlo senza ferire qualcuno? -, altri per i quali si è detto a ragione che ci sono stati “vincitori di guerra” e, dopo la guerra, “vincitori di rivoluzioni”, ma a me è sempre parso che ci siano invece stati “chiacchieroni di guerra” e, dopo la guerra, “chiacchieroni rivoluzionari”! Ma ciò che si intendeva con plusvalore era questo: il proletario lavora attivamente, produce questo o quel prodotto, mentre l’imprenditore porta questi prodotti sul mercato e dà al lavoratore solo quanto è necessario affinché il lavoratore si mantenga in vita, altrimenti non potrebbe più lavorare per l’imprenditore; il resto è plusvalore. Certamente verso questo plusvalore ci si comporta proprio nel modo in cui ne parla Walther Rathenau – non voglio dire assolutamente nulla di quest’uomo molto calunniato -, ma rispetto alla questione sociale egli si trova nel più grave errore. È assolutamente vero che se si dividesse il plusvalore esso non porterebbe alcun miglioramento alle larghe masse proletarie, ma con operazioni di calcolo campate in aria non si viene a capo delle cose. Sarebbe davvero così poco questo plusvalore come risulta dai “giusti” calcoli del Rathenau? No! Perché allora non ci sarebbero a Berlino teatri, scuole superiori, ginnasi e nulla di ciò che si chiama vita culturale, vita spirituale. Tutto questo scaturisce in realtà in massima parte dal cosiddetto plusvalore. Ma non si tratta affatto di come questo plusvalore viene spinto in superficie sotto forma di merce e di circolazione monetaria, bensì del fatto che in ciò di cui si parla con il mero slogan del plusvalore si esprime l’intera relazione della moderna vita spirituale con la grande massa del popolo che non può prendere parte direttamente a questa vita spirituale.

 

Chi ha insegnato per anni fra i lavoratori e si è sforzato di insegnare loro ciò che scaturisce da un comune sentire umano, ciò di cui si parla da uomo a uomo, costui sa che tipo di carattere deve avere una formazione spirituale che voglia essere universalmente umana, e come una tale formazione spirituale differisca da quella che si è formata nel corso degli ultimi tre o quattro secoli proprio sotto l’influenza del modello economico basato sul capitale privato e sulla tecnica. Se posso parlare di nuovo a titolo personale – il personale illustra il generale -, allora forse posso dire: durante le settimane, le ore in cui parlavo ai proletari sapevo che le mie parole facevano risuonare corde affini nelle loro anime; nelle mie parole questi uomini ricevono un sapere, una conoscenza che possono portare con sé, che possono accogliere. Ma poi vennero comunque quei tempi in cui anche i proletari dovevano soddisfare la moda di prendere parte alla “formazione” – a quella formazione che era il risultato in ambito spirituale della cultura dirigente e dominante. Si dovevano portare questi proletari nei musei, gli si doveva mostrare ciò che era stato prodotto dal modo di sentire della classe dominante, dal sentire borghese. Sì, allora si sapeva – se si era onesti, lo si sapeva, se non si era onesti si facevano ogni sorta di discorsi sulla formazione popolare e cose simili-: tutto ciò non crea nessun ponte fra la cultura e la formazione spirituale delle classi dominanti al potere e ciò che è aspirazione ed esigenza spirituale del proletariato. Perché arte, scienza, religione 16 si possono capire solo se provengono da gruppi di persone con le quali si condivide lo stesso terreno sociale, in modo tale da poter condividere con loro gli stessi sentimenti e le stesse sensazioni sociali -, non se c’è una spaccatura tra coloro che devono godere di questa cultura e coloro che possono godere davvero di questa cultura. Qui si percepiva una profonda menzogna culturale. E oggi davvero non si può diffondere bonariamente oscurità su queste cose, ma esse devono venir viste chiaramente. Qui si percepiva questa profonda menzogna culturale che consisteva nel fatto di costruire ogni sorta di università popolare o di scuola di formazione per dare alle persone una formazione che però non poteva edificare nessun ponte per arrivare a loro. Il proletario si trovava dunque dall’altra parte dell’abisso, guardava in alto a ciò che veniva prodotto come arte, costume, religione, scienza dalle classi dominanti al potere, non lo capiva, e lo riteneva qualcosa che riguardasse -come un lusso – esclusivamente queste classi dominanti. E allora il proletariato vedeva l’utilizzo, la realizzazione del plusvalore mentre ne pronunciava la parola, e a tale proposito sentiva qualcosa di totalmente diverso da quello che veniva detto sul plusvalore attraverso la metafora del termometro. Il proletariato sentiva questo: qui c’è una vita culturale che viene creata dal nostro lavoro, dal nostro produrre; la produciamo noi, ma ne siamo esclusi!

 

Così deve venir vista la questione del plusvalore, se la si vede non teoricamente – ma in maniera viva, come è inserita nella vita reale. E allora vediamo anche ciò che è l’aspetto fondamentale della più ampia questione sociale: vediamo l’aspetto spirituale della questione sociale. Vediamo come nel medesimo periodo in cui negli ultimi tre o quattro secoli emersero tecnica e scienza moderne e contemporaneamente modello economico capitalistico, è emersa anche una vita spirituale che diventa sempre più solo quello che deve vivere nelle anime di quegli uomini che sono separati da una profonda frattura dalle grandi, larghe masse alla cui formazione essi provvedono in maniera insufficiente, e dalla cui formazione si separano. Pertanto ci si sente morire dal dolore quando si viene a sapere con quanta buona volontà e buone intenzioni le classi dominanti al potere discutano nelle loro stanze ben riscaldate su come essere fraterni con tutti gli uomini, su come si debbano amare tutti gli uomini, su tutte le virtù cristiane – al calore di una stufa alimentata da quel carbone che veniva estratto dalle miniere in cui venivano mandati a lavorare bambini di nove, undici, tredici anni che letteralmente – alla metà del diciannovesimo secolo era letteralmente così, e più tardi non andò meglio grazie ad un qualche merito delle classi dirigenti, ma soltanto grazie alle rivendicazioni del proletariato – dovevano scendere nelle miniere prima del sorgere del sole e ne potevano riemergere soltanto dopo il tramonto, cosicché questi poveri bambini non vedevano mai la luce del sole per l’intera settimana.

 

Oggi si crede che queste cose vengano dette per sobillare. No! Devono venire dette per indicare quanto la vita spirituale degli ultimi tre o quattro secoli si sia distaccata dalla vita reale dell’uomo. Si è potuto parlare astrattamente di morale, di virtù, di religione, senza che la vera vita pratica attiva venisse in qualche modo toccata da questi discorsi su fraternità, amore per 18 il prossimo, Cristianesimo e così via. Questo è dunque ciò che ci pone dinnanzi come un aspetto a parte della questione sociale, la questione spirituale. E allora gettiamo uno sguardo all’intero ambito della vita spirituale, in particolare alla vita spirituale in relazione all’uomo del presente e del prossimo futuro che si svolge nel campo dell’educazione e dell’istruzione scolastica. È successo che nel corso degli ultimi tre o quattro secoli per il modo in cui i singoli principati si sono trasformati in stati nazionali con un’economia unitaria, la vita spirituale è stata regolata dallo Stato nelle sue parti pubbliche e più rilevanti. E oggi si è fieri del fatto che la scienza e la vita spirituale stessa abbiano strappato l’istruzione educativa e scolastica – certamente a ragione – all’appannaggio che ne ebbero la religione e la teologia durante il medioevo. Se ne è giustamente fieri e si è sempre ripetuto: nel medioevo succedeva che la vita spirituale e la vita scientifica reggevano lo strascico alla teologia, alla chiesa. Certamente non si deve guardare con nostalgia a questi tempi; vogliamo andare avanti, non indietro. Ma oggi ci troviamo già in un’altra epoca. Oggi non si può indicare con superbia come nel medioevo la vita spirituale aveva retto lo strascico alla chiesa. Oggi si deve accennare a qualcos’altro. Prendiamo, per illustrare questo, un esempio che non si trova molto lontano da noi.

 

Uno scienziato naturalista molto importante che io stimo molto – queste cose non vengono assolutamente dette per sminuire le persone -, che era al contempo segretario dell’Accademia Berlinese delle Scienze, parlò del modo in cui questa Accademia Berlinese si poneva nei confronti dello Sta- 19 to. Il signore allora disse in un discorso bene argomentato: i soci di questa illustre Accademia considerano per sé un onore del tutto speciale essere le truppe scientifiche difensive degli Hohenzollern. Questo è solo uno di centinaia, di migliaia o di decine di migliaia di esempi che si potrebbero fare, e che ci portano a domandarci: chi ha sostituito oggi la chiesa alla quale la vita spirituale reggeva lo strascico in tempi antichi? A chi oggi la vita spirituale regge lo strascico? La cosa non era neanche così grave nel più recente passato di come dovrebbe diventare se veramente comparissero ordinanze statali in base alle quali potrebbe presentarsi anche qui da noi quel dominio statale sulla cultura scolastica che è stato imposto nell’Europa dell’Est e che ci dimostra a sufficienza che porterebbe alla morte di tutta la cultura. Non dovete guardare solo al passato, bensì sopratutto al futuro, e dovete dire: è arrivato il tempo in cui la vita spirituale dovrà presentarsi come un arto indipendente dell’organismo sociale, e dovrà amministrarsi da sé.

 

Esprimendosi così oggi ci si trova di fronte ad innumerevoli pregiudizi. Si viene addirittura visti come dei pazzi oggi se non si fa notare quale grande benedizione vi sia nella statalizzazione dell’istruzione e dell’educazione scolastica. Ma il beneficio che si deve cercare verrà trovato solo quando, dalla scuola materna fino a quella superiore, l’intera istituzione educativa e scolastica, e la vita spirituale a questa connessa, verrà resa amministrativamente indipendente – e non verrà più amministrata dallo Stato! Ciò appartiene alle grandi rese dei conti che oggi devono venire portate avanti.

 

La cerchia di persone che per prime mi hanno dimostrato amicizia quando si trattava di incarnare l’impulso alla tripartizione nel presente, è quella cerchia da cui sta sorgendo ora a Stoccarda anche la prima vera, libera scuola unitaria. Alla fabbrica Waldorf-Astoria dovrà essere annessa dapprima una scuola unitaria-modello che dovrà operare sulla base di una pedagogia, una didattica e una teoria educativa che non scaturisce da nient’altro che da un’autentica e reale conoscenza dell’esser umano in divenire, e fra il settimo ed il quindicesimo anno di vita il bambino non è niente altro che un essere umano in divenire, a prescindere dalla classe o dalla posizione sociale alla quale appartenga. Ma bisogna prima imparare a conoscerlo, se lo si vuole istruire ed educare.

 

Siccome io ero colui che a Stoccarda doveva tenere il corso preparatorio per il corpo insegnanti che doveva operare in questa scuola Waldorf, mi trovai a confrontarmi con quelle realtà che oggi vengono prese come cosa ovvia. Non si ha alcun sentore di che cosa significhi prendere queste realtà come cosa ovvia! Queste realtà si sono però sviluppate soltanto in questi ultimi decenni. In una simile occasione, – siccome le cose che sono oggetto della prassi di vita devono essere al contempo oggetto di esperienza di vita – si può accennare al fatto che ciò che si dice lo si afferma non per incoscienza di amore giovanile, ma si osa esprimerlo solo quando, come me, si è quasi concluso il sesto decennio di vita. E allora ci si ricorda di come prima i piani di studio fossero ancora brevi, e di come ciò che doveva essere oggetto di insegnamento veniva rappresentato attraverso conferenze, libri ed esperienze di chi si trovava ad operare nel vivo dell’istruzione pubblica, di chi creava a partire dallo spirito. Oggi non si ha un piccolo piano di studio – oggi si hanno libri spessi nei quali non solo si trova prescritto ciò che si deve studiare in questo o quell’anno scolastico, ma anche come le cose debbano venire trattate. Ciò che dovrebbe essere oggetto del libero insegnamento deve divenire oggetto, ed è già divenuto oggetto, della “Gazzetta ufficiale”. Fintanto che non si avrà un sentimento chiaro, sufficiente di ciò che di asociale si nasconde in queste cose, non si sarà maturi per collaborare al reale risanamento dell’umanità. Nella realizzazione di una libera vita spirituale indipendente dallo Stato si trova pertanto il primo punto essenziale della questione sociale. Questo è il primo dei tre arti indipendenti dell’organismo sociale tripartito da edificare. Quando oggi si presentano queste cose, se si accenna a come potrà essere possibile che in futuro nessuno all’interno dell’arto spirituale dell’organismo sociale amministrerà come colui che prende anche parte attiva alla vita spirituale, allora, in relazione alla lezione scolastica, questa avrà molto poco a che fare con la lezione per come si svolge nell’odierna scuola dello Stato unitario. La vita intera esisterà come in una repubblica esemplare. Tutti insegneranno non solo secondo le pretese di un ordinamento, bensì creeranno dallo spirito ciò che giova all’insegnamento e all’educazione. Non ci si dovrà solo domandare quali siano i diritti dell’uomo per il socialismo nel tredicesimo o nel diciassettesimo anno, ma anche: cos’è che ha un fondamento autonomo nell’essere stesso dell’uomo, e che possa venire tratto fuori dall’uomo in divenire, cosicché egli, quando queste forze vengono liberate dalle profondità del suo essere, non si ritrovi ad essere un uomo finito, senza forza di volontà, come accade a tanti oggi, bensì un individuo all’altezza del suo destino e capace di lavorare a quelli che sono i suoi compiti nella vita. Questo indica il primo arto nella tripartizione dell’organismo sociale.

 

Quando però si esprimono queste idee si viene liquidati con una domanda, con un’obiezione, come è accaduto a me in una città della Germania meridionale. In quella occasione, durante la discussione seguita ad una mia conferenza, un professore di scuola superiore mi rispose circa nel modo seguente: noi tedeschi in futuro saremo un popolo povero. Questo signore vuole rendere la vita spirituale indipendente. Il popolo impoverito non potrà pagare questa vita spirituale indipendente perché non ne avrà il denaro. Il denaro si dovrà così prendere dalle tasche dello Stato, si dovrà pagare l’istruzione scolastica con le tasse dei cittadini, e come potrà allora diventare indipendente, come potrà mai sottrarsi al diritto di controllo da parte dello Stato, dal momento che viene finanziata proprio da questo? – Io potei solo obiettare che mi sembrava molto strano che il professore credesse che ciò che si prende dalle casse dallo Stato sotto forma di tasse si origini lì dentro da solo come un fungo, e che in futuro non verrà preso dal “popolo impoverito”. Ma ciò che ci si trova davanti più di tutto ormai è la mancanza di pensiero in tutti i campi. A ciò deve venire contrapposto un pensare reale, pratico, che sappia guardare all’interno dei fatti della vita. Questo porterà anche a sviluppare programmi di vita pratici e che si possano realizzare.

 

E come la vita spirituale, l’istruzione e l’educazione scolastica devono essere rese indipendenti, allo stesso modo deve essere resa indipendente la vita economica. È molto strano come in tempi recenti dalle profondità della natura umana siano nate due esigenze: l’esigenza di democrazia e l’esigenza di socialismo. Queste due realtà – democrazia e socialismo – si contraddicono però a vicenda. Prima della catastrofe della Guerra Mondiale si è voluto fondere assieme questi due impulsi contraddittori e persino fondare un partito che li portasse entrambi nel suo nome: il partito socialdemocratico. È più o meno come dire che il ferro è legno. Queste due realtà, democrazia e socialismo, si contraddicono a vicenda, ma sono entrambe autentiche e legittime esigenze dei tempi recenti. Ora la catastrofe della Guerra Mondiale si è abbattuta su di noi, ha prodotto i suoi effetti, ed ora sentiamo come emerga l’esigenza socialista e come non le interessi affatto un parlamento democratico. Il modo in cui ora l’esigenza socialista, a sua volta in modo teorico, senza avere idea di come stiano veramente le cose, compare sulla scena con i suoi slogan del tutto astratti quali ad esempio “la conquista del potere politico”, “la dittatura del proletariato” e cose simili, è qualcosa che comunque ha origine dal fondo del sentire socialista, ma dimostra che ormai si è capito che anche il sentire socialista si contrappone al sentire democratico. Il futuro, che deve tener conto della realtà della vita e non degli slogan, dovrà riconoscere come colui che ha una sensibilità socialista ha ragione quando percepisce, per così dire, qualcosa di inquietante nella “democrazia”, e come colui che ha una sensibilità democratica ha a sua volta ragione quando percepisce qualcosa di assolutamente terribile nelle parole “dittatura del proletariato”.

 

Come stanno realmente i fatti in questo campo? Per rispondere a questa domanda dobbiamo solo vedere la relazione tra vita economica e Stato nello stesso modo in cui abbiamo appena visto la relazione tra vita spirituale e vita dello Stato. È stato d’altronde un pregiudizio dell’uomo contemporaneo, in particolare di quelli che credevano di pensare in maniera veramente progressista, che lo stato debba divenire sempre più imprenditore. Poste, telegrafi, ferrovie e così via, vennero messe nelle mani dell’amministrazione statale e presto si volle estendere l’amministrazione statale ad ancora più ambiti economici. Questo è un argomento molto vasto che toccherò ora con poche parole e purtroppo – poiché sono stato incaricato di sviluppare queste cose in una breve conferenza – dovrò espormi al pericolo che ciò che verrà esposto con parole molto concrete, e che potrebbe venire dimostrato con innumerevoli esempi tratti dalla storia recente, venga tacciato di dilettantismo, ma non lo è affatto. Tuttavia, ciò che qui è come un pregiudizio da parte dei più progrediti si mostrerà poi nel suo vero aspetto un giorno, quando si prenderà sul serio il socialismo. E mostrerà il suo vero volto inoltre quando si prenderà sul serio quanto Friedrich Engel ha espresso in momenti di massima lucidità nel suo scritto: “Lo sviluppo del socialismo dall’utopia alla scienza”, dove dice all’incirca: se si guarda alla vita statale come si è sviluppata fino nel presente si trova che essa abbraccia la gestione dei settori produttivi e il controllo della circolazione delle merci. Ma mentre lo Stato ha amministrato, ha al contempo governato sugli uomini. Ha promulgato leggi in conformità alle quali devono comportarsi – nelle attività economiche come anche al di fuori di queste – quegli stessi uomini che si trovano inseriti nella vita economica. Dunque una stessa istanza statale ha amministrato la vita economica e ha fatto le leggi per regolare il comportamento degli uomini che si trovano all’interno della vita economica. In futuro la cosa dovrà essere diversa.

 

Questo Engel lo ha riconosciuto in pieno. Engel era dell’opinione che in futuro non si potrà più amministrare l’economia sullo stesso terreno su cui si governano gli uomini; bensì su questo terreno si potrà solo amministrare ciò che è la produzione, e dirigere ciò che è la circolazione delle merci. Era una visione giusta – ma solo una mezza verità, o meglio solo un quarto di verità. Perché quando ciò che viene realizzato in materia di leggi nel campo economico, che fin’ora coincideva con la vita dello Stato, viene sottratto all’amministrazione economica e alla direzione dell’economia da parte dello Stato, dovrà trovare un suo posto – ad ogni modo non un posto a partire dal quale gli uomini vengono governati centralmente, ma il posto dal quale essi governano se stessi democraticamente.

 

Cioè: i due impulsi, democrazia e socialismo, indicano che i due ambiti distinti l’uno dall’altro devono esistere ancora accanto all’arto spirituale indipendente dell’organismo sociale all’interno dell’organismo sociale globale, cioè di ciò che rimane dello Stato originario. L’amministrazione dell’economia e quella del diritto pubblico o, detto con altre parole, di tutto ciò su cui l’uomo è capace di giudizio, una volta divenuto maggiorenne. Perché cosa c’è nell’esigenza di democrazia? C’è che l’umanità presente diverrà storicamente matura per amministrare in base alla legge sul terreno di un libero Stato, di un libero diritto, gli ambiti nei quali ogni uomo è uguale all’altro, gli ambiti sui quali dunque ogni uomo che sia diventato maggiorenne può esercitare il suo diritto di scelta accanto ad ogni altro suo simile, in modo indiretto, attraverso qualcuno che lo rappresenti, o diretto, attraverso un qualche referendum. Pertanto in futuro dovremo avere un campo giuridico indipendente che sarà il proseguimento dell’antico Stato basato sul potere e sulla forza, e che sarà il vero primo Stato di diritto. Un vero Stato di diritto non nascerà in altro modo se non quando in esso si regolino attraverso leggi soltanto le questioni sulle quali ogni uomo divenuto maggiorenne è capace di emettere giudizio, e a simili questioni appartiene a sua volta qualcosa di cui il proletariato ha molto parlato, una questione sulla quale però le sue parole devono tornare ad essere considerate come un termometro sociale. Perché nell’animo del proletariato si è impresso profondamente un altro motto di Karl Marx: l’esistenza non è degna dell’essere umano, quando il lavoratore deve vendere sul mercato del lavoro la sua forza lavoro come fosse una merce. Perché come si paga una merce con il prezzo delle merci, così si paga la forza lavoro come se fosse del pari valore della merce attraverso il salario, attraverso il prezzo per la forza- lavoro mercificata!

 

Questo era un motto che non era tanto importante nello sviluppo della presente umanità per il suo contenuto materiale, quanto per il modo fulmineo in cui ha colpito il proletariato, un’impressione fulminea di cui le cerchie dirigenti non hanno la minima idea. E da dove ha origine tutto ciò? Ha origine dal fatto che nel ciclo economico, cioè nella produzione, nella circolazione e nel consumo delle merci che appartengono unicamente al suddetto ciclo economico, è posta in maniera inorganica e caotica anche la regolazione del lavoro secondo misura, tempo, carattere etc. etc. E non vi sarà risanamento in questo campo fintanto che carattere, misura e tempo del lavoro umano non saranno tolti dal ciclo economico, sia che si tratti di lavoro spirituale che di lavoro fisico. Perché la regolamentazione della forza lavoro non appartiene alla vita economica, dove chi è economicamente più forte ha anche il potere di imporre il modo di lavorare a chi è economicamente più debole. La regolamentazione del lavoro fra uomo e uomo, quanto un uomo lavora per un altro, deve essere dettata dal campo del diritto, dove ogni uomo divenuto maggiorenne si trova di fronte al suo simile da pari a pari. Non possono essere dei presupposti economici a determinare quanto io debba lavorare per un altro, bensì solo e unicamente ciò che si svilupperà nello Stato futuro, che sarà il vero Stato di diritto rispetto all’attuale Stato di potere.

 

Anche qui ci si scontra con un sacco di pregiudizi dicendo simili cose. Oggi è cosa meschina quando la gente dice: fintanto che l’ordinamento economico viene dato dai rapporti del libero mercato, sarà ovvio che il lavoro dipenda dalla produzione, da come si pagano le merci. Chi però crede che tutto debba rimanere così non riconosce come stiano emergendo storicamente esigenze del tutto diverse. In futuro si dovrà dire: quanto sarebbe folle se gli uomini che devono amministrare un qualsiasi ramo aziendale si mettessero assieme e prendessero il registro clienti-fornitori dell’anno 1918 e dicessero: qui abbiamo prodotto così e così tanto, dobbiamo anche quest’anno ottenere altrettanto. Adesso è settembre, quindi per raggiungere questo obiettivo abbiamo bisogno ancora di tanti giorni di pioggia e tanti di sole, e così via. – Non si può prescrivere alle leggi di natura di conformarsi ai prezzi, ma sono i prezzi che devono conformarsi alle leggi di natura. Da una parte la vita economica confinerà con le leggi di natura, dall’altra con lo Stato di diritto, nel quale anche il lavoro verrà regolato. Dovrà allora essere fissato su fondamenti puramente democratici quanto a lungo gli uomini debbano lavorare, e in seguito si determineranno i prezzi – cioè secondo le leggi di natura così come oggi i prezzi in agricoltura vengono determinati secondo le leggi di natura. Non si tratta di pensare al miglioramento di piccoli meccanismi, ma di cambiare totalmente il modo di pensare, di cambiare totalmente il sistema. Solo se si giudica riguardo alla forza- lavoro su un terreno indipendente e democratico, dove un uomo sta di fronte all’altro in quanto persona maggiorenne, come pari davanti a pari, e se l’uomo come uomo libero porta questo lavoro all’interno dell’autonoma vita economica dove vengono stipulati non contratti di lavoro, bensì contratti sulla produzione, solo allora dalla vita economica si allontanerà ciò che oggi sta creando inquietudine. Questo deve essere compreso.

 

Data la brevità del tempo posso solo accennare a queste cose. Terrei molto volentieri un ciclo di conferenze, ma questa volta la cosa non è possibile. Però devo ancora mostrare come si configura il terzo arto, la vita economica, nell’organismo sociale tripartito, e come in futuro vi si dovrà elevare.

 

In questa vita economica, non possono, come sinora, esservi: amministrazione del capitale, amministrazione del suolo, gestione dei mezzi di produzione – il che, del resto, è sempre amministrazione del capitale – e amministrazione del lavoro, bensì soltanto amministrazione della produzione delle merci, della circolazione delle merci, e del consumo delle merci. E al contempo la cellula primaria di questa vita economica, che si deve fondare solo sulla competenza e sulla capacità tecnica, cioè la formazione del prezzo, come si deve realizzare? Non attraverso il caso del cosiddetto libero mercato, come è avvenuto fino ad ora in economia politica e nell’economia mondiale! Si dovrà realizzare in modo tale che nell’ambito di associazioni che nascono adeguatamente fra singoli rami produttivi e consorzi di consumatori, attraverso persone competenti e specializzate che provengono da questi consorzi, venga raggiunto in modo organico e ragionevole ciò che oggi viene raggiunto in modo traumatico attraverso l’azione cieca del libero mercato. In futuro, quando la determinazione del modo e del carattere della forza-lavoro umana sarà pertinenza dello Stato di diritto, all’interno della vita economica avverrà all’incirca che l’uomo, per qualunque cosa che egli porta a termine con il suo lavoro, riceverà tanto in valore di scambio da poter soddisfare i suoi bisogni fintanto che non avrà costruito di nuovo un prodotto uguale.

 

Per dirla grossolanamente, dilettantisticamente e superficialmente, ciò che è stato appena detto si potrebbe spiegare attraverso il seguente esempio, ma questa spiegazione per oggi basterà: se produco un paio di stivali, dovrò essere in grado – per mezzo del loro valore fissato con accordi presi in comune con altri -, attraverso la fabbricazione di questo paio di stivali, di scambiare tante merci quante ne devo per soddisfare i miei bisogni fintanto che non avrò prodotto di nuovo un altro paio di stivali. E dovranno esserci istituzioni che all’interno della società devono regolare i bisogni per quanto riguarda vedove, orfani, invalidi e malati, per l’educazione e cose simili. Ma che una tale regolamentazione nella formazione dei prezzi, cosa che sarà solo ed unicamente questione di socializzazione economica, abbia luogo, dipenderà dal fatto che si formino corporazioni – siano esse elette o anche designate da associazioni dei rami di produzione in unione con le cooperative di consumatori – che saranno chiamate a trasmettere nella vita concreta i giusti prezzi.

 

E questo potrà accadere soltanto per il fatto che l’intera vita economica – ad ogni modo non nella forma di una economia pianificata alla Moellendorff, bensì in una forma vivente – venga ordinata in modo tale che venga preso in considerazione quanto segue: supponiamo che un certo articolo abbia la tendenza a divenire troppo caro. Che significa? Che la sua produzione è troppo scarsa; devono venire introdotti nei corrispondenti rami produttivi, con opportuni contratti, dei lavoratori che possano produrre questo articolo. D’altro canto se il prezzo di un articolo si abbassa troppo si chiuderanno delle fabbriche e i lavoratori saranno licenziati e andranno sistemati mandandoli a lavorare in altre fabbriche. Quando si dice questo la gente lo giudica come una cosa difficile. Chi però rifiuta questa cosa come difficile per rimanere fermo a piccoli miglioramenti delle condizioni sociali, deve anche sapere che, con ciò, rimarrà anche fermo alle condizioni sociali attuali. La cosa vi mostra come attraverso associazioni che sono formate solo ed esclusivamente da forze economiche, la vita economica debba venire posta su se stessa, e come la vita economica, che attualmente lo Stato ha preso sotto le proprie ali, in effetti debba venire amministrata soltanto da quelle stesse forze economiche, ossia in modo tale che all’interno di questa amministrazione della vita economica sia garantita al massimo l’iniziativa del singolo. Questo non può accadere attraverso un’economia pianificata, non può accadere attraverso l’organizzazione di una gestione comune dei mezzi di produzione, bensì solo e unicamente attraverso associazioni di rami produttivi indipendenti, e attraverso l’accordo di queste associazioni con consorzi di consumatori.

 

È un terribile errore quello per cui che la statalizzazione finora avviata dalle cerchie dominanti e dirigenti debba essere spinta all’estremo, e che dei consorzi si debbano estendere all’intera vita statale utilizzando la cornice di questa stessa vita statale, fatto tramite il quale si minerebbe ogni relazione di una simile economia pianificata con le forze economiche esterne; d’altro canto, invece, quelle associazioni pensate dalla tripartizione partono proprio dal presupposto di mantenere pienamente la libera iniziativa del mondo economico, e di tenere aperto tutto ciò che collega una realtà economica chiusa con una realtà economica esterna. Tuttavia, c’è una cosa che sembrerà anche del tutto diversa, per esempio, qualcosa a cui posso accennare con un’allegoria. La teoria socialista pretende l’abolizione della proprietà privata, come si usa dire – con parole di cui un uomo competente non capisce nulla -, e la trasformazione della proprietà privata in proprietà collettiva. Detta così non significa proprio nulla. Cosa possa significare ve lo posso dire con un’immagine nel seguente modo. Per esempio, oggi gli uomini sono molto fieri dei loro filosofi. Su una cosa però gli uomini pensano in modo abbastanza giusto, perlomeno quando si tratta di produzioni spirituali; mentre nel campo del materiale non arrivano a pensare in modo altrettanto sano. Perché cosa si pensa a proposito della proprietà spirituale? Si pensa che si debba essere presenti riguardo a ciò che si acquisisce spiritualmente. Non ha senso dire: ciò che produco come proprietà spirituale deve essere prodotto tramite un’economia comune oppure tramite gestioni consorziali, ma dovrà certamente essere lasciato alla creatività del singolo, perché verrà prodotto nel modo migliore se il singolo potrà lavorarvi con le sue facoltà e i suoi talenti, e non se ne viene separato. Ma si pensa invece in modo sociale se quello che si produce spiritualmente non apparterrà più agli eredi, passati trent’anni dalla morte di colui che lo ha creato, bensì a chi saprà rendere questo patrimonio accessibile al meglio alla comunità – e i tempi potrebbero anche venire accorciati di molto -. Si trova la cosa ovvia perché oggi gli uomini non apprezzano particolarmente ciò che sentono come spirituale. Gli uomini, però, non si sforzano minimamente di capire quando si parla del fatto che anche la proprietà privata materiale dovrebbe essere trattata allo stesso modo, che dovrebbe rimanere in mani private solo fintanto che si è presenti con le proprie capacità, e che poi però dovrebbe essere trasferita – certamente in questo caso non ad una collettività anonima, il che provocherebbe corruzione e problemi della peggior specie, ma, anche qui, a chi dimostri di avere le migliori facoltà e sarebbe in grado di porre la cosa al servizio della collettività.

 

Se si pensa senza pregiudizi si riconoscerà certamente la verità di tutto ciò. Abbiamo preso l’iniziativa di fondare un’università per la Scienza dello Spirito, il Goetheanum, in Svizzera, a Dornach, vicino a Basilea. Lo chiamiamo Goetheanum dal momento in cui il mondo è stato “woodrow-wilsonizzato”, dal momento che si rende necessario che il tedesco mostri che avrà il coraggio di porre una vita spirituale di fronte all’intero globo terrestre. Il Goetheanum all’estero come rappresentante della vita spirituale tedesca – in modo diverso di quello che fa lo sciovinismo! Ma ora voglio sottolineare qualcos’altro. Questa Università di Scienza dello Spirito viene costruita, e viene ora amministrata da quegli uomini che hanno le capacità di chiamare in vita questa impresa. A chi apparterrà quando questi uomini non saranno più fra i viventi? Non passerà a nessuno tramite eredità, bensì passerà a coloro che possono amministrarla al meglio al servizio dell’umanità. In realtà non appartiene a nessuno.

 

Se si pensa economicamente in maniera sociale, già nascono quelle cose che dovranno nascere quando in futuro dovrà accadere ciò che è salutare. Ciò che rimane da dire sulla circolazione della proprietà privata l’ho esposto nel mio scritto “I punti essenziali della questione sociale”, dove ho mostrato come l’organismo sociale debba venire articolato nei suoi tre arti autonomi, e come tali fra loro cooperanti: nell’organizzazione spirituale con amministrazione autonoma a partire dai fondamenti di una libera vita spirituale, nell’organizzazione statale-politico-giuridica con amministrazione democratica, fondata sul giudizio di ogni individuo divenuto maggiorenne, e in una vita economica, che deve essere fondata esclusivamente sul giudizio di singole persone e corporazioni competenti e tecnicamente capaci, e delle loro associazioni.

 

La cosa pare essere così nuova che, da quando parlo di queste cose in Germania, mi è stato anche sottoposto una volta da qualcuno quanto segue: tu dividi lo Stato – che deve essere una cosa unitaria – in tre pezzi. Potei solo obiettare se non gli fosse parso che avessi diviso anche il ronzino in tre o quattro parti se avessi affermato che deve reggersi in piedi sulle sue quattro zampe. O qualcuno obietterà che un ronzino è una cosa unica se sta in piedi su una gamba sola? Altrettanto poco si potrà affermare che la vita sociale, se deve essere un’unità, deve confluire in un’unità astratta. In futuro non ci si dovrà più fare ipnotizzare dall’astrazione di uno Stato unitario, e si dovrà sapere che lo Stato deve essere tripartito, costituito di tre arti sui quali può reggersi: su una sfera spirituale che si amministra autonomamente, su un’organizzazione giuridica con legislazione democratica, su un’organizzazione economica con una gestione economica basata esclusivamente su competenza e abilità specialistica.

 

La metà delle grandi verità venne espressa più di cento anni fa in Europa occidentale con parole che allora risuonarono come una mezza verità: libertà, uguaglianza, fraternità, tre ideali che si potrebbero scrivere veramente in profondità nei cuori e nelle anime degli uomini. Ma non erano certo uomini stolti e pazzi quelli che nel corso del diciannovesimo secolo hanno spiegato che questi tre ideali in realtà si contraddicono: che la libertà non può esistere dove domina l’assoluta uguaglianza; che anche la fraternità non può esserci laddove debba esservi l’assoluta uguaglianza. Queste obiezioni erano giuste, ma solo perché sono comparse in un tempo dove si era ipnotizzati dal cosiddetto Stato unitario. Nel momento in cui non si sarà più ipnotizzati da questo, in cui si capirà la necessità di una tripartizione dell’organismo sociale, si parlerà in maniera diversa.

 

Permettete che, in conclusione, riassuma con una analogia, qualcosa che volentieri esporrei ancora più a lungo. Ho potuto solo in un certo senso tracciare dei fili, mostrare in uno schizzo ciò che voglio dire; so che ho potuto solo accennare qualcosa che può venire riconosciuto e visto solo con una descrizione dettagliata. Ma in conclusione vorrei far notare quanto lo Stato unitario stesse di fronte agli uomini come qualcosa di ipnotizzante, e come essi volessero che questo Stato dovesse essere dominato dai tre grandi ideali di libertà, uguaglianza e fraternità. Si dovrà capire che le cose dovranno andare diversamente. Nel presente gli uomini sono abituati a vedere come un dio questo Stato unitario. In questo senso il loro comportamento è come quello di Faust di fronte alla sedicenne Gretchen. Anche in questo caso gli uomini vivono delle esperienze che si presentano come gli insegnamenti che Faust dà alla bambina Gretchen, che sono adatti alla sedicenne Gretchen, e che di solito vengono visti dai filosofi come qualcosa di altamente filosofico. Faust dice: “Colui che tutto abbraccia, Colui che tutto regge non abbraccia e non regge te, me, se stesso?” Anche riguardo allo Stato unitario accade quasi che gli uomini siano come ipnotizzati da questa immagine idolatrata di unitarietà, e non possano riconoscere come questa immagine unitaria dovrà divenire tripartita in futuro per il bene dell’umanità. E qualche industriale parlerà ai suoi operai molto volentieri riferendosi allo Stato come Faust fece con Gretchen, dicendo appunto: lo Stato, Colui che tutto abbraccia, Colui che tutto regge, non abbraccia e non regge sé, te, me stesso?” – ma dovrebbe allora portarsi velocemente la mano davanti alla bocca e non dire troppo ad alta voce il “me stesso”!

 

La necessità della tripartizione dell’organismo sociale deve venire riconosciuta anche soprattutto nelle cerchie proletarie. La si riconoscerà solo quando si capirà che la tripartizione è necessaria. Allora in futuro non dovrà addirittura più dominare il motto “libertà, uguaglianza, fraternità” con le contraddizioni che questi tre ideali contengono tra di loro, bensì in futuro dovrà dominare in un’autonoma vita spirituale la libertà dello spirito, perché qui sarà giustificata; dovrà dominare uguaglianza nei confronti di ogni uomo divenuto maggiorenne in un sistema statale democratico, e dovrà dominare fraternità in una vita economica amministrata autonomamente, che nutrirà e sosterrà gli uomini. Nel momento in cui si applicheranno questi tre ideali in tal modo all’organismo sociale tripartito, non si contraddiranno più vicendevolmente.

 

Spero che verrà un tempo in cui si potrà dire: noi nella Mitteleuropa guardiamo veramente con dolore a ciò che è accaduto attraverso il trattato di Versailles. Lo vediamo solo come un punto di partenza, e vediamo il grande bisogno e la grande povertà e la sofferenza che ci stanno di fronte. Spero che un giorno si potrà dire: potete prenderci ciò che è esteriore, perché si può togliere all’uomo ciò che è esteriore. Ma se saremo in grado di attingere agli anni in cui abbiamo rinnegato il nostro passato, al goetheanismo del tempo a cavallo tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo, quando Lessing, Herder, Schiller, Goethe e così via operavano per un altro tipo di società – se saremo in grado di attingere, nella nostra miseria, a partire dalla nostra interiorità, ai grandi tesori mitteleuropei, allora nel travaglio di questo tempo, a partire da questa Mitteleuropa, nella quale un secolo fa risuonava la mezza verità del motto “libertà, eguaglianza, fraternità”, sentiremo risuonare l’altra parte mancante di questa verità; allora, forse in una dipendenza esteriore ma pur sempre in libertà ed indipendenza interiore, dalla Mitteleuropa potrebbero risuonare nel mondo le parole:

Libertà nella vita spirituale,

Uguaglianza nella vita giuridica democratica,

Fraternità nella vita economica!

 

In queste parole si può riassumere come in una sigla ciò che oggi si deve dire, sentire e pensare nel senso di un’ampia comprensione della questione sociale nella sua interezza. Possano afferrarlo e capirlo giustamente quante più persone possibile; e allora potrà diventare pratica di vita ciò che oggi è solo una questione teorica!

 

 

By | 2018-11-13T12:00:26+01:00 Novembre 13th, 2018|LIBERTA' DI PENSIERO E FORZE SOCIALI|Commenti disabilitati su 03 – LA REALIZZAZIONE DEGLI IDEALI DI LIBERTÀ, UGUAGLIANZA E FRATERNITÀ ATTRAVERSO LA TRIPARTIZIONE SOCIALE