/////03 – L’EMANCIPAZIONE DEL DIRITTO E DEL LAVORO

03 – L’EMANCIPAZIONE DEL DIRITTO E DEL LAVORO

L’emancipazione del diritto e del lavoro

O.O. 340 – I capisaldi dell’economia – 26.07.1922


 

Sommario: La scienza economica è teorica, e deve anche essere pratica. Inserimento del lavoro nella vita sociale. L’emancipazione del diritto e del lavoro. Tendenze verso la democrazia e la divisione del lavoro che fa diminuire i prezzi e ha una funzione altruistica. L’esempio del sarto. L’oggettivo altruismo nella divisione economica del lavoro. Occorre emancipare il lavoro dal processo economico. Il salariato provvede solo a se stesso. Tendenza alla crescita del lavoro nella natura, e alla sua diminuzione in collaborazione col capitale. Prezzo medio per l’intervento del commercio. Il capitalista come commerciante.

 

Se si considera che, come ho detto ieri, nell’economia il problema è afferrare quello che c’è di fluttuante nella circolazione dei valori e nell’azione che i valori fluttuanti hanno l’uno sull’altro nella formazione dei prezzi, ci si dovrà dire che anzitutto occorre scoprire quale carattere debba avere veramente la scienza economica, dato che ciò che è fluttuante non può essere afferrato in modo diretto. Infatti non avrebbe senso voler afferrare direttamente ciò che è fluttuante; ha senso soltanto osservarlo con riferimento alle cause che provocano il fenomeno.

 

Un esempio ce lo farà toccare con mano. Noi usiamo per determinati scopi il termometro, e vi leggiamo i gradi della temperatura che ci siamo abituati a confrontare tra loro; valutiamo per esempio 20 gradi in confronto a 5, e così via. Possiamo anche stabilire dei diagrammi delle temperature, segnando per esempio le curve discendenti delle temperature invernali, quelle ascendenti durante l’estate, e così via; abbiamo allora le fluttuazioni della temperatura. Ma per spiegare il fenomeno dovremo esaminare le diverse circostanze che determinano la discesa della temperatura nell’inverno e l’ascesa durante l’estate, e così pure le differenze di temperatura fra una regione e l’altra. Avremmo in mano per così dire qualcosa di reale solo riconducendo le fluttuazioni del termometro a quello che ne forma il sostrato. Registrare soltanto le temperature è un procedimento puramente statistico; e non sarebbe molto più di questo, l’osservare i prezzi e i valori soltanto come fenomeni. Lo studio assumerà un altro significato se arriveremo a considerare prezzi e valori col criterio di chi annota le temperature per indagare le cause delle loro oscillazioni. Solo così si arriva ad afferrare la vera realtà dell’economia. Con ciò si profila già il carattere che dovrà avere la scienza economica.

 

È forse noto che, secondo un’antica usanza, le scienze si dividono in teoriche e pratiche. Si chiama per esempio scienza pratica, l’etica, e teorica la scienza naturale. La scienza naturale tratta di ciò che è, l’etica di ciò che dovrebbe essere. È una divisione già usata dai tempi più antichi: scienze dell’essere e scienze del dover essere. Per il momento ci basti solo accennarvi. Possiamo tuttavia chiederci: la scienza economica è una scienza dell’essere, come pensa Lujo Brentano, oppure è una scienza del dover essere, una scienza pratica?

 

Anche nel campo dell’economia, se si vuol arrivare a sapere è indubbiamente necessario osservare, così come, per accertare la pressione e la temperatura dell’aria, si osservano le variazioni del barometro e del termometro. Sotto questo aspetto, la scienza economica è una scienza teorica. Ma con questo non si è fatto nulla. La constatazione teorica sarà utile solo se da essa si potrà ricavare un’indicazione sul modo in cui bisogna agire.

 

Voglio citare un caso speciale che mostrerà di che cosa si tratti. Supponiamo di notare attraverso date osservazioni (tutte le osservazioni che non conducono all’azione sono sempre di natura teorica), che il prezzo di una data merce scende precipitosamente al punto da rivelare una forte crisi in questo ramo. Per ora si tratta di osservare teoricamente questo reale ribasso dei prezzi; e, sin qui, siamo soltanto a ciò Che corrisponde alla registrazione delle temperature.

 

Ora però si tratterà di sapere che cosa si debba fare, quando i prezzi di una merce o di un prodotto diminuiscono in modo preoccupante. Ritorneremo sull’argomento con maggior precisione; ora voglio solo dire che cosa occorre fare e da parte di chi, quando i prezzi di una merce qualsiasi scendono in modo preoccupante. Si tratterà di prendere un provvedimento atto ad arginare il ribasso. Di simili provvedimenti, ve ne saranno forse diversi possibili; ma uno di essi sarà certamente quello di sollecitare, di accelerare la circolazione, il movimento, il commercio della merce in questione. Questo sarà uno dei provvedimenti, ma da solo sarà forse insufficiente. Non preoccupiamoci per ora se sia o no sufficiente, o forse neppur giusto, ma cerchiamo di riconoscere comunque che, se i prezzi precipitano, bisogna far tutto il possibile per accrescere gli scambi.

 

Dobbiamo compiere effettivamente qualcosa che corrisponda all’influire sul livello del termometro. Ora, se in una camera fa freddo, non ci accosteremo al termometro per cercar di alzare in qualche modo misterioso il livello della colonna di mercurio; non agiremo direttamente sul termometro, ma accenderemo la stufa. Affronteremo cioè il problema da tutt’altra parte. Così pure nell’economia si tratterà di agire prendendo le mosse da tutt’altra parte. Il problema diventa pratico e quindi dovremo dire che la scienza economica è allo stesso tempo una scienza teorica e una scienza pratica. Si tratterà di trovare il modo di mettere d’accordo la pratica con la teoria.

 

Questo è uno degli aspetti della scienza economica. L’altro è quello che feci presente già molti anni fa, senza che in sostanza il problema venisse compreso; lo feci presente in un articolo scritto all’inizio del secolo, dal titolo Scienza dello spirito e problema sociale; esso avrebbe avuto un’importanza se fosse stato afferrato dai pratici e se ci si fosse adeguati a esso. Poiché non venne assolutamente notato, non lo terminai neppure e non lo pubblicai più. Si deve comunque sperare che questi problemi vengano capiti sempre più, e forse queste conferenze potranno dare un contributo per una più profonda comprensione dei problemi stessi. Se però vogliamo capire dobbiamo fare una breve considerazione storica.

 

Risalendo un poco nella storia dell’umanità (l’ho già accennato nella prima conferenza), si troverà che nei tempi antichi, fino ai secoli quindicesimo e sedicesimo, non esistevano affatto questioni economiche quali ci si presentano oggi. La vita economica si svolgeva in massima parte quasi per istinto. Per esempio nell’antico oriente determinate condizioni sociali condussero alla formazione di caste, di classi fra gli uomini; e sotto l’influsso dei rapporti tra uomo e uomo, che da tali condizioni risultavano, nasceva anche una specie d’istinto di come il singolo individuo dovesse prender parte attiva alla vita economica. A base di tutto ciò stavano in gran parte gli impulsi della vita religiosa che erano ancora assolutamente tali da provvedere al tempo stesso all’ordinamento e al funzionamento dell’economia. Esaminando storicamente la vita orientale, si noterà che non c’è mai un netto confine tra ciò che comanda la religione e ciò che dev’essere eseguito nel campo economico. I comandamenti religiosi si estendono alla vita economica, e quindi in quegli antichi tempi la questione del lavoro e della circolazione dei valori prodotti dal lavoro non era nemmeno presa in considerazione. Il lavoro in certo senso veniva eseguito istintivamente, e la maggiore o minore attività del singolo non costituiva, nel periodo precedente l’epoca romana, una questione di rilievo, o almeno non una questione che avesse importanza nella vita pubblica. Le eccezioni in proposito sono trascurabili di fronte al corso generale dell’evoluzione dell’umanità.

 

Ancora in Platone troviamo una concezione sociale che in sostanza prende il lavoro come cosa ovvia, e in cui diventa oggetto di considerazione solo quel complesso di fattori sociali che, all’infuori del lavoro, egli considera come impulsi della morale e della saggezza.

 

Questo stato di cose andò mutando a misura che gli impulsi etici e religiosi diretti non educavano più anche gli istinti economici, ma andavano limitandosi alla vita morale e riducendosi a semplici dettami sui sentimenti che dovevano regnare fra gli uomini, sul modo come essi dovevano contenersi di fronte alle potenze sovrumane, e così via. Sempre più si affermava l’opinione che dal pulpito nulla vi fosse da dire sul lavoro umano. Soltanto da allora in poi il lavoro e la sua posizione nella vita sociale divennero davvero un problema.

 

Ora non è storicamente possibile questo inserirsi del lavoro nella vita sociale senza che sorga anche il diritto. Vediamo perciò sorgere contemporaneamente la valutazione del lavoro del singolo individuo e il diritto. Per le epoche antichissime dell’umanità non si può affatto parlare di diritto nel senso in cui lo si concepisce oggi, ma si può cominciare a parlarne solo quando il diritto si disgiunge dal comandamento. Nei tempi antichi il comandamento è unitario e contiene in sé al tempo stesso tutto ciò che risponde al senso della giustizia. Poi il comandamento viene sempre più limitato alla sola vita dell’anima e il diritto si fa valere per la vita esteriore. Ciò si svolge a sua volta nel corso di una certa epoca storica, durante la quale si formano determinate condizioni sociali. Descrivere tutto ciò nei particolari ci condurrebbe troppo lontano, ma è assai interessante studiare come, proprio nei primi secoli del medioevo, i rapporti giuridici da un lato, e i rapporti del lavoro dall’altro, vadano emancipandosi dalle organizzazioni religiose, nelle quali più o meno erano prima contenuti; organizzazioni religiose intese naturalmente nel senso più lato.

 

Ma ciò ha una ben determinata conseguenza. Finché il complesso della vita sociale dell’umanità viene regolato dagli impulsi religiosi, l’egoismo non disturba. Ciò è straordinariamente importante anche per la comprensione dei processi sociali ed economici. Finché l’organizzazione religiosa (rigidamente seguita, come in certe regioni dell’antico oriente), è tale che l’uomo, nonostante il proprio egoismo, si inserisce in modo fecondo nella vita sociale, per quanto egli possa essere egoista, l’egoismo non porta danno; ma esso comincia ad avere importanza nella vita dei popoli dal momento in cui il diritto e il lavoro si emancipano dagli altri impulsi e dalle altre correnti sociali. Perciò, nell’epoca dell’emancipazione del lavoro e del diritto, lo spirito umano tende, direi quasi incoscientemente, a imbrigliare l’egoismo che ora comincia ad agitarsi, e che in qualche modo deve venire inserito nella vita sociale. Questa tendenza culmina poi nella moderna democrazia, nel riconoscimento dell’uguaglianza fra gli uomini e nella facoltà data a ciascuno di esercitare la propria influenza per stabilire il diritto, anche nei riguardi del proprio lavoro.

 

Ma contemporaneamente a questo emanciparsi del diritto e del lavoro, sorge un altro fatto che esisteva già durante gli antichi periodi dell’evoluzione umana, ma che, dati gli impulsi religiosi-sociali, aveva allora tutt’altro significato; un fatto che nell’Europa del medioevo esisteva solo limitatamente, ma che si sviluppò gradatamente dopo che il diritto e il lavoro ebbero raggiunto la loro massima emancipazione; voglio dire, la divisione del lavoro.

 

Nei tempi più antichi dell’evoluzione dell’umanità la divisione del lavoro non aveva una particolare importanza, appunto perché anch’essa era inserita nella sfera degli impulsi religiosi dove, in certo modo, ogni uomo veniva collocato al proprio posto; tale questione non aveva quindi allora una grande importanza. Quando però l’aspirazione alla democrazia si collegò con la tendenza alla divisione del lavoro, questa cominciò ad acquistare negli ultimi secoli un’importanza tutta particolare, fino a raggiungere un massimo nel secolo diciannovesimo, poiché la divisione del lavoro ha notevoli conseguenze per l’economia politica.

 

La divisione del lavoro, delle cui cause e manifestazioni ci occuperemo ancora, nella sua espressione astrattamente teorica ma radicale, porta alla conclusione che sotto l’aspetto economico nessuno adopera per sé quel che produce. Questo, però, economicamente parlando! Dunque nessuno, economicamente parlando, adopera per il proprio consumo quello che produce. Che cosa significa? Voglio chiarirlo con un esempio. Un sarto confeziona vestiti. In regime di divisione del lavoro naturalmente li confeziona per altri. Potrebbe però anche confezionarne qualcuno per sé, oltre che per altri. In tal caso impiegherebbe una parte del suo lavoro per confezionare i vestiti per sé, lasciando la maggior parte del lavoro per produrre vestiti per altri. Detto alla buona, è là cosa più naturale del mondo, anche in regime di divisione del lavoro, che un sarto si confezioni da sé i propri vestiti, oltre che a lavorare per altri. Ma quale aspetto assume il problema dal punto di vista dell’economia? Per il fatto che è invalsa la divisione del lavoro, che nessuno produce più per sé tutto quanto gli occorre, ma che ognuno lavora sempre per altri, viene a determinarsi per i prodotti un certo valore, e in seguito al valore anche un prezzo. Sorge ora la domanda: se in seguito alla divisione del lavoro (che continua anche nella circolazione e nella distribuzione dei prodotti) i vestiti che il sarto produce hanno un certo valore, quelli che egli confeziona per sé hanno forse un identico valore economico, oppure vengono ad essere più cari o meno cari? È una questione importantissima. Se il sarto produce da sé i suoi vestiti, essi non si inseriscono più nella circolazione delle merci. Quel che egli confeziona per sé non partecipa dunque all’abbassamento dei prezzi prodotto dalla divisione del lavoro, e viene quindi a costare più caro. Anche se il sarto non deve pagare nulla per averlo, il prodotto è ugualmente più caro. È più caro per la ragione che, per determinare il valore di quello che usa per sé, al sarto è impossibile impiegare solo tanto lavoro quanto ne impiegherebbe per ciò che invece entra nella circolazione.

 

È forse necessario riflettere meglio sul problema, che è comunque così. Avviene che tutto quanto è prodotto da qualcuno per il soddisfacimento dei propri bisogni, appunto perché non s’inserisce nella circolazione alla cui base sta la divisione del lavoro, viene a costare più caro di quello che invece vi s’inserisce. Se dunque si pensa la divisione del lavoro fino alle sue ultime conseguenze, si dirà: se il sarto dovesse lavorare solo per gli altri, otterrebbe per il prodotto del proprio lavoro i prezzi adeguati; dal canto suo, dovrebbe procurarseli come fanno tutti gli altri, comprandoli in qualche negozio.

 

Guardando bene a tutto ciò, ci si dovrà dire: la divisione del lavoro tende a che, in genere, nessuno lavori più per se stesso, e a che il prodotto dell’attività del singolo si trasmetta interamente ad altri. Quello che occorre al singolo deve a sua volta essergli fornito dal complesso sociale. Si potrà ora obiettare: a un sarto che acquista da un altro sarto, un vestito dovrebbe costare precisamente altrettanto che confezionandoselo da sé, poiché l’altro sarto non glielo farà pagare né più né meno. Se così fosse, non vi sarebbe stata una vera e completa divisione del lavoro; per quella produzione di vestiti non si sarebbe raggiunta la massima concentrazione che invece è possibile grazie alla divisione del lavoro. Non è infatti possibile, una volta introdotta la divisione del lavoro, che questa non si riversi nella circolazione; non è possibile che un sarto comperi da un altro sarto, ma occorre che comperi dal negoziante. Da ciò però risulta un valore del tutto diverso del vestito. Se il sarto se lo confeziona per sé, lo compera da se stesso; se lo «acquista», lo acquisterà dal negoziante. Questa è la differenza; e siccome la divisione del lavoro inserita nella circolazione fa abbassare i prezzi, il vestito comperato dal negoziante verrà a costare meno che confezionandolo da sé.

 

Consideriamo per ora tutto ciò come qualcosa che ci conduce alla forma della teoria economica; dobbiamo però riconsiderare un’altra volta i fatti.

 

Siamo dunque costretti a riconoscere senz’altro che quanto più si procede alla divisione del lavoro, tanto più deve verificarsi che un uomo lavori sempre per gli altri, lavori per la collettività, e mai per se stesso. In altre parole ciò significa che col sorgere e lo svilupparsi della moderna divisione del lavoro, l’economia, per quanto riguarda produzione e scambio di merci, deve estirpare di sana pianta ogni egoismo. Raccomando di non prendere queste parole in senso moralistico, ma in senso puramente economico! Economicamente l’egoismo è impossibile. Quanto più la divisione del lavoro progredisce, tanto meno si può fare qualcosa per sé, ma tutto si deve fare per gli altri.

 

In sostanza le condizioni esteriori fanno sì che l’altruismo sia diventato una necessità in campo economico, prima assai d’esser stato compreso in campo etico-religioso. Si può darne un esempio storico facilmente afferrabile.

 

Egoismo è una parola di data relativamente vecchia. Da molto tempo la si può trovare in uso, sebbene forse non nel radicale significato odierno. Invece il suo opposto, il pensare ad altri, espresso nella parola altruismo, non risale a più di cento anni fa; la parola, come tale, fu inventata assai tardi; possiamo quindi dire (senza voler dare peso eccessivo a questa esteriorità, quantunque un’osservazione storica lo mostri bene) che la concezione etica era ancora lontana da un pieno riconoscimento dell’altruismo, quando, come portato della divisione del lavoro, già esisteva il riconoscimento economico dell’altruismo. Se ora osserviamo l’altruismo come esigenza economica, ne consegue direttamente che, nell’economia politica moderna, occorre trovare il modo per cui nessuno provveda a se stesso, ma debba provvedere soltanto agli altri, il modo per cui si provveda anche per il meglio ai bisogni del singolo. Tutto ciò potrebbe sembrare una concezione idealistica; ma faccio osservare ancora una volta che in questa conferenza non parlo né idealisticamente né eticamente, ma dal punto di vista economico. Quanto ho detto ora è inteso semplicemente in senso economico. Nella vita economica moderna, non un Dio, non una legge morale e neppure un istinto esigono l’altruismo nel lavorio, nella produzione delle merci, ma semplicemente la divisione del lavoro. Lo esige, dunque, una categoria in tutto e per tutto economica.

 

È press’a poco quel che intendevo nell’articolo citato: la nostra economia richiede da noi più di quanto noi siamo attualmente capaci di compiere dal punto di vista etico-religioso. Molte lotte hanno in ciò la loro ragione. Studiando la sociologia moderna si vedrà che le lotte sociali dipendono in gran parte dal fatto che, con la trasformazione dell’economia in economia mondiale, è sorta sempre più la necessità di essere altruisti e di organizzare altruisticamente le diverse istituzioni sociali, mentre gli uomini nel loro pensiero non avevano ancora compresa la necessità di superare l’egoismo, e s’intromettevano in modo egoistico in quello che già s’imponeva come esigenza sociale.

 

Riconosceremo tutta l’importanza di quanto si è detto fin qui, se non studieremo soltanto i fatti che ci appaiono palesi, ma anche quelli nascosti, mascherati. Il fatto nascosto, mascherato, è che, dato il contrasto formatosi nell’animo dell’umanità moderna tra le esigenze dell’economia e ciò che gli uomini sono capaci di realizzare in senso etico-religioso, praticamente gli uomini provvedono in gran parte ciascuno da sé alle proprie necessità; sì che la nostra stessa economia contraddice alla sua vera e propria esigenza, una volta introdotta la divisione del lavoro.

 

Quei pochi produttori che lavorano per se stessi, come il sarto che ho citato, non hanno molta importanza. Considereremo il sarto che si confeziona da sé i propri vestiti, come qualcuno che, nella divisione del lavoro, frammischia un elemento che non dovrebbe entrarci. Questo è un fatto palese. Ma in seno all’economia moderna è mascherata una situazione per cui l’uomo, pur non creando per sé i propri prodotti, in sostanza non s’interessa in modo speciale del valore o del prezzo dei prodotti stessi in quanto, prescindendo dal processo economico nel quale quei prodotti sono inseriti, egli introduce come valore nel complesso economico soltanto ciò che sa produrre col lavoro delle sue mani. In sostanza ogni salariato, nel senso corrente, è oggi ancora qualcuno che provvede a se stesso, che dà di sé tanto quanto vuol guadagnare, e non può affatto offrire all’organismo sociale tutto quanto sarebbe in grado di dare, perché non vuol dare se non quanto intende guadagnare. Provvedere a se stesso significa infatti lavorare per il guadagno; lavorare per gli altri è invece lavorare partendo dalle necessità sociali.

 

Fino al punto in cui, già ai tempi nostri, si trovano soddisfatte le esigenze inerenti alla divisione del lavoro, si realizza nei fatti l’altruismo, il lavorare per gli altri. In quanto invece quelle esigenze non sono appagate, sussiste l’antico egoismo che si basa appunto semplicemente sul fatto che ognuno provvede a se stesso. È un egoismo economico! Nei riguardi dei comuni salariati esso non viene di solito osservato, perché non si riflette a come vengano qui veramente scambiati dei valori. Quel che il comune salariato produce non ha nulla, proprio nulla a che fare con la retribuzione del suo lavoro. Il pagamento, la valutazione del lavoro deriva da tutt’altri fattori; sicché egli lavora per il guadagno, per il proprio mantenimento. Il fenomeno è nascosto, mascherato, ma è proprio così.

 

Ci si prospetta così uno dei primi e più importanti problemi: come riuscire a eliminare dal processo economico il lavoro per guadagno? come inserire nel processo economico coloro che sono ancora solo dei salariati, in un modo che permetta loro di lavorare, non per il salario, ma partendo dalle necessità sociali? dobbiamo arrivare a questo? Sicuro, poiché altrimenti non avremo mai prezzi rispondenti al vero, ma sempre prezzi falsi. Dobbiamo riuscire a ottenere prezzi e valori che non dipendano dagli uomini, ma dal processo economico, e che risultino dal fluttuare dei valori. Il problema cardinale è il problema del prezzo.

 

Dobbiamo osservare il prezzo come la scala del termometro; così facendo potremo sapere quali siano i fattori che formano il prezzo. Ma il termometro si può osservare solo partendo da uno zero dal quale poi si sale o si scende. Anche per i prezzi risulta in modo del tutto naturale una specie di «zero».

 

Abbiamo da un lato la natura (v. disegno a pag. 30); essa viene trasformata dal lavoro umano: da qui derivano i prodotti naturali trasformati. Questo è uno dei modi in cui viene generato il valore (valore 1). Dall’altro lato abbiamo il lavoro che viene trasformato dallo spirito, e da ciò nasce l’altro valore (valore 2). Dall’azione reciproca dei valori 1 e 2, come abbiamo detto, sorgono i prezzi. Ritorneremo sempre su questo concetto economico. Ora questi valori (1 e 2) si stanno in effetti polarmente di fronte, e si può dire: chi per esempio guadagna principalmente in questo campo (a destra nel disegno), dico «principalmente», perché totalmente non è possibile; chi, dunque, trae soprattutto il suo guadagno dal prestare la propria opera in un lavoro organizzato dallo spirito, ha interesse che i prodotti naturali valgano poco. Chi invece lavora sulla natura, ha interesse che valgano poco gli altri prodotti. Se questo è un processo reale, e lo è (se non esistesse, si avrebbero prezzi diversi tanto nell’industria quanto nell’agricoltura, perché da una parte e dall’altra i veri prezzi sono nascosti e alterati), in mezzo a questo processo possiamo trovare due contraenti che sono per quanto possibile disinteressati, tanto rispetto alla natura quanto rispetto allo spirito o al capitale, e osservare in tal caso la formazione di una specie di prezzo medio. Quando avviene questo in pratica? Avviene quando un intermediario acquista da un altro intermediario, quando entrambi compra-vendono fra di loro. Allora i prezzi hanno la tendenza ad assumere un valore medio. Se un intermediario compra da un altro intermediario delle scarpe, e gli vende dei vestitici prezzi avranno la tendenza ad assumere un livello medio. Sono condizioni che si determinano normalmente, ma ritorneremo su questo punto. La posizione media dei prezzi non va cercata né negli interessi dei produttori che stanno dalla parte della natura, né negli interessi di coloro che stanno dalla parte dello spirito, bensì presso gli intermediari. Non importa affatto che ci sia un intermediario di più o di meno; il prezzo medio ha comunque la tendenza a sorgere là dove gli affari di compra- vendita vengono trattati fra intermediario e intermediario.

 

Questo non contraddice il resto, poiché in fondo i capitalisti moderni sono appunto dei negozianti. L’imprenditore è in verità un negoziante. Egli è solo secondariamente il fabbricante delle proprie merci; economicamente è commerciante. Il commercio si è sviluppato dal lato della produzione. Principalmente, essenzialmente, il produttore è un negoziante. Questo è l’importante. Quindi in realtà proprio le circostanze moderne si avviano rapidamente al fatto che ciò che si forma qui (nel centro del disegno) come ben precisa tendenza, va irradiandosi da un lato e dall’altro. Da un lato, si potrà facilmente riconoscere tale tendenza, studiando la posizione dell’imprenditore. Vedremo nei prossimi giorni come essa appaia dall’altro.

 

 

By | 2018-11-12T17:59:46+01:00 Novembre 12th, 2018|CAPISALDI ECONOMIA|Commenti disabilitati su 03 – L’EMANCIPAZIONE DEL DIRITTO E DEL LAVORO