/////03 – LIBERTÀ E NECESSITÀ NELL’AGIRE UMANO

03 – LIBERTÀ E NECESSITÀ NELL’AGIRE UMANO

Libertà e necessità nell’agire umano.

O.O. 166 – Necessità e libertà – 30.01.1916


 

Sommario: L’influenza luciferica e arimanica nelle azioni umane. La saggezza divina. Libertà e necessità nell’agire umano. Concatenazione fra azioni umane ed eventi universali.

Vogliamo oggi continuare le nostre considerazioni della settimana scorsa, e di nuovo cercherò di spiegarmi per mezzo di un esempio ipotetico. Molte cose, connesse con gli enigmi più profondi dell’esistenza umana, sono facilmente sottratte allo studio astratto e avvicinate alla realtà se si spiegano per via di esempi. Naturalmente l’esempio che porterò come ipotesi vale per tutte le possibili contingenze della vita. Prendiamo dunque per ora questo esempio.

 

Siamo in una scuola, poniamo di tre classi, a cui presiedono tre maestri e un direttore. Questi tre maestri sono di carattere e temperamento diversissimi. Immaginiamo di essere all’inizio di un nuovo anno scolastico. Appunto sul nuovo anno scolastico il direttore s’intrattiene coi suoi tre maestri. Uno di essi, interrogato sulle sue idee in proposito e su come pensi di organizzarsi per procedere il meglio possibile, risponde: « Durante le vacanze, mi sono venuto notando appuntino tutto quello che, secondo me, l’anno scorso non colpì nel segno nei riguardi dei miei scolari, tutto quello che non ho saputo regolare bene nell’andamento della classe affidatami. E per il nuovo anno mi son fatto un nuovo piano, un progetto che contiene invece tutte le cose che, a parer mio, l’anno scorso sono state indovinate e che sono entrate bene nelle teste e nei cervelli dei miei alunni. Ho regolato tutti i compiti che assegnerò durante quest’anno, così che il mio progetto per l’anno venturo contenga tutto quanto mi è meglio riuscito, tutto quanto l’anno scorso è lecito presumere abbia fatto buona prova. » Sempre interrogato dal direttore, il maestro potè subito mostrargli il suo progetto riguardante la ripartizione della materia d’insegnamento, potè descrivergli ed enumerargli tutti i compiti che intendeva dare in classe e a casa nel corso dell’anno veniente, assicurando di aver elaborato ogni tema secondo criteri accuratamente desunti dalle esperienze fatte l’anno prima. Allora il direttore gli espresse tutta la sua soddisfazione dicendo « Sono contentissimo; Lei è senza dubbio un insegnante scrupoloso, e credo proprio che la sua classe darà eccellenti risultati.

 

Il secondo maestro si pronunciò in modo analogo: « Ho riesaminato tutto il lavoro svolto l’anno passato coi miei alunni e ne ho rilevato tutti gli errori. Ora ho disposto il piano nuovo in modo da evitare tutti gli sbagli commessi. » Anche questo maestro potè sottoporre al direttore un programma ben elaborato, mostrandogli i temi per tutti i compiti in classe e a casa che intendeva dare ai suoi alunni durante l’anno, sulla base delle esperienze fatte l’anno prima, attraverso gli errori commessi. Il direttore disse: « Il maestro con cui mi sono intrattenuto prima, ha cercato di tener presente tutto quanto gli è riuscito bene e di prenderne norma per il suo programma. Lei invece ha tentato di evitare tutti gli errori commessi. Tanto l’una quanto l’altra via sono buone. Ad ogni modo, sono tranquillo, che Lei pure otterrà dalla sua classe risultati eccellenti. Vedo con soddisfazione che nella mia scuola ho maestri i quali, guardando indietro e considerando il già fatto, sanno regolarsi bene secondo una saggia autoconoscenza. » Riconoscere i vantaggi è qualcosa che deve fare un’ottima impressione a un direttore.

 

Ora toccava al terzo maestro. Questi disse: « Anch’io, durante le vacanze, ho riflettuto moltissimo a tutto l’andamento della mia classe nell’anno scorso. Ho cercato di studiare i caratteri dei miei scolari e, riandando tutto l’accaduto, ho seguito lo svolgimento determinatosi in questo e in quello. » Ebbene, — disse il direttore — Lei pure avrà così notato gli errori in cui è caduto, e ciò che avrà fatto di buono, in modo da poter fare una specie di programma per l’anno venturo. Il maestro rispose: « No. Sbagli ne avrò fatti di certo; alcune cose le avrò anche fatte bene. Ma io mi sono limitato a studiare i caratteri dei miei scolari e tutto ciò ch’è accaduto. Non ho riflettuto in particolare agli speciali errori in cui posso essere incorso, e neppure mi sono chiesto se avessi fatto specialmente bene questo o quello. No, non l’ho fatto! Ho pensato: le cose dovevano andare come sono andate! E così ho solo studiato i fatti che mi parevano determinati da una certa necessità. Gli scolari avevano una data indole ed io ho studiato con cura le loro tendenze. Io pure avevo una data indole, e dal contatto di essa con quella dei miei alunni è risultato ciò che poteva risultare. Più di così non posso dire » concluse il terzo maestro. Il direttore replicò: « Eh, mi sembra un uomo molto soddisfatto di sé! Ma avrà ben preparato anche Lei un programma, dei temi da dare ai suoi alunni nel corso dell’anno, dei compiti in classe e di casa? ». « No, rispose ancora l’altro, non l’ho fatto. » « Ma allora, come intende regolarsi nella sua classe? ». « Aspetto di vedere che scolaresca mi capiterà quest’anno, e credo che, avendo sempre studiato durante le vacanze i caratteri dei miei alunni dell’anno scorso, riuscirò meglio a capire i miei alunni nuovi. Ma come essi saranno e che indole avranno, questo oggi non posso saperlo; naturalmente lo si vedrà in seguito ». « E non intende preparare nessun tema per i compiti in classe e a casa? ». « Lo farò sì, ma dopo aver osservato le facoltà di cui i miei allievi saranno più o meno dotati; a norma di esse cercherò di regolarmi ». « Qui si naviga allegramente nel buio — concluse il direttore —. Non ce ne possiamo fidare ».

 

Ma non c’era rimedio. Il direttore dovette prendere le cose come stavano, e il nuovo anno scolastico principiò. Il direttore ispezionava sovente la scuola; vedeva che i due primi maestri svolgevano egregiamente il loro compito. Quanto all’altro, il direttore trovava sempre che la cosa non andava troppo bene; non c’era sicurezza, non si poteva mai prevedere quel che sarebbe accaduto il mese dopo. Comunque, l’anno si svolse così fino alla fine, e poi vennero gli scrutini; da questi il direttore credette di poter costatare l’ottimo lavoro dei due primi maestri. S’intende che anche dei loro allievi alcuni erano promossi, altri no; ma tutto si era svolto in ordine. In quanto al terzo maestro, i risultati da lui ottenuti non erano stati gran che peggiori degli altri, riguardo agli scrutini. Nel corso dell’anno si era però venuta diffondendo l’opinione ch’egli fosse molto indulgente. Mentre gli altri due passavano per maestri rigorosi, del terzo si diceva che era molto indulgente, che spesso e volentieri lasciava correre. In breve, il direttore si era convinto che la classe dell’ultimo maestro fosse in sostanza meno buona delle altre due.

Passate le vacanze, all’inizio del nuovo anno, i due primi maestri, e così pure il terzo, si pronunciarono su per giù come l’anno prima. E le cose andarono al solito. Di tanto in tanto capitava anche l’ispettore scolastico, e naturalmente anche lui rilevò il fatto al quale era stato già un po’ preparato dal direttore, che cioè i due primi maestri erano eccellenti, il terzo molto mediocre. Ma non v’era rimedio. Sarà superfluo ch’io dica che di lì ad alcuni anni i due ottimi insegnanti vennero proposti come meritevoli di un’onorificenza, della quale furono insigniti, e che il direttore stesso fu insignito di un’onorificenza ancor più alta. Questi sono naturalmente fatti secondari.

 

Dopo un certo tempo, accadde che quel direttore mutò sede, e al principio dell’anno scolastico ne venne uno nuovo. Anche questi s’intrattenne coi tre maestri, informandosi dei loro progetti per il nuovo anno scolastico, e così via. Di nuovo il primo maestro si pronunciò nel modo descritto; così il secondo, e così pure il terzo. Il nuovo direttore disse: « Senza dubbio vi è una differenza nel modo di trattar le cose! Però sono dell’opinione che i due primi maestri farebbero bene a regolarsi un po’ su quello che intende fare il terzo! ». « Come! — esclamarono quei due — Il direttore di prima diceva sempre che sarebbe lui che dovrebbe regolarsi su di noi! ». « Io invece — ripetè il direttore attuale — non la penso così. A me sembra che i due primi maestri dovrebbero regolarsi sul terzo! ». Quelli però non riuscivano nemmeno a capire come fosse possibile prevedere ragionevolmente ciò che sarebbe accaduto nel corso dell’anno venturo, lasciandosi andare così alla cieca, secondo il sistema del terzo maestro! Non potevano assolutamente farsene un’idea!

 

Intanto, grazie certo alla sua oculatezza in fatto di cose scolastiche, il direttore di prima era diventato ispettore, e fu molto stupito sentendo il suo successore esprimergli le sue vedute, proprio nella scuola ch’egli conosceva così bene. Come era mai possibile? E disse: « Ma il terzo insegnante non seppe mai dirmi altro che prima di tutto doveva vedere come erano gli alunni per potersi poi fare un programma di settimana in settimana, e così non si può prevedere un bel nulla, è del tutto impossibile che non si preveda qualcosa ». Il nuovo direttore rispose: « Veda un po’. Anch’io ho interrogato i miei maestri sul modo diverso con cui cercano di prevedere le cose. I due primi mi dicevano sempre di sapere esattamente che il 25 febbraio avrebbero dato questo o quel compito in classe, di poter prevedere appuntino quel che sarebbe avvenuto, di sapere con precisione che a Pasqua avrebbero spiegato il tale o il talaltro argomento. Invece l’altro maestro mi diceva di non sapere ancora bene che cosa avrebbe fatto a Pasqua, e nemmeno che compito avrebbe dato in classe nel mese di febbraio. Si sarebbe regolato secondo il carattere e le capacità della scolaresca. Egli credeva però anche di poter in certo modo prevedere che tutto si sarebbe svolto per il meglio. « E io — soggiunse il direttore nuovo — a dire il vero vado pienamente d’accordo con lui. Solo a posteriori si può riconoscere che quanto ci si era proposti era giusto; solo studiando i caratteri della scolaresca dell’anno prima si migliorano le nostre attitudini, e si riesce meglio a conoscere e capire gli scolari nuovi. Riconosco che per questa via si ottiene di più. »

 

« Ma così non si può mai saper nulla di ciò che accadrà — osservò il vecchio direttore, — tutto resta incerto, indefinito. Come si fa a stabilire l’andamento del nuovo anno scolastico? Non si può prevedere proprio nulla in questo modo, e per disporre le cose ragionevolmente, occorre pur prevederle!». «Invece sì! — rispose il nuovo direttore — si può prevedere che le cose andranno bene, se in certo modo ci colleghiamo col genio che vive nella scolaresca, se abbiamo fiducia nello spirito che opera in essa. Se ci affidiamo a questo genio, quasi promettendogli di attenerci ai suoi suggerimenti, allora potremo predire, non già quale sarà precisamente il tema in classe che sceglieremo nel mese di febbraio, ma potremo predire che sarà in ogni modo il compito più adatto. ». « Sia pure, ma… — insistette l’ispettore — così nulla si può prevedere in modo sicuro! Tutto resta indefinito. » E l’altro: « Veda un po’, signor ispettore, tempo fa, io mi occupai di una scienza che la gente chiama scienza dello spirito. Ebbene, di quello che studiai allora, rammento che persino degli esseri molto ma molto più elevati dell’uomo stesso, pare si regolassero proprio così in contingenze d’importanza ben maggiore. Tanto è vero che al principio della Bibbia sta scritto: « E Dio creò la luce », ma soltanto dopo che la luce fu creata è detto: « E Iddio vide che ciò era buono. » A questo punto, l’ispettore non seppe più che cosa rispondere. Così le cose andarono avanti per qualche tempo. Direttori come quello, ce ne sono certo pochi! L’ho preso come ipotesi, anzi come un’ipotesi alla seconda potenza perché, anche solo come ipotesi, è già ipotetico l’ammettere un direttore simile. Il secondo direttore ben presto fu dunque mandato via e sostituito da un altro un po’ più somigliante all’ispettore. La cosa continuò così, finché un bel giorno si arrivò al punto che quel maestro, direi « senza ordine », fu cacciato dalla scuola svergognato e canzonato, e sostituito da un altro sul taglio dei primi due. Così in tutti i registri e in tutte le relazioni disciplinari (non so se si dica proprio così) fu inevitabile che rimanesse documentato di quali grandi progressi si andasse debitori ai due primi maestri, e come in fondo il terzo avesse licenziato dalla scuola degli elementi cattivi, per la semplice ragione che lasciava correre, dato che altrimenti i suoi alunni avrebbero dovuto essere sempre bocciati. Non c’era proprio nulla da fare con un uomo di quello stampo!

 

Passarono molti anni, e per caso si ebbe un fatto stranissimo. Il direttore ch’era stato mandato via aveva cercato di vedere le cose fino in fondo: aveva cioè indagato come fosse andata a finire con quei due maestri che tenevano nota dei temi coi quali avevano ottenuto scarso successo, scegliendo poi quelli che avevano avuto successo migliore; aveva perseguito l’esito raggiunto dal secondo, e l’esito raggiunto dal terzo. Anzi, aveva rintracciato in parte anche il risultato che in seguito altri maestri erano riusciti a ottenere da quei tali alunni, e aveva anche saputo che gli alunni del terzo maestro, passati sotto la guida di altri insegnanti, avevano fatto progressi molto inferiori a quelli degli alunni dei primi due. Ma il direttore non si fermò neppur lì. Approfondì la cosa ancora di più; seguì nella vita coloro ch’erano usciti di mano agli insegnanti in questione, e qui scoprì che senza dubbio, tranne alcune eccezioni, i giovani provenienti dai primi due maestri erano diventati brave persone, persone rispettabili; niente di molto speciale, ma gente a modo, questo sì. Ma fra gli alunni del terzo maestro trovò che si erano rivelati degli uomini proprio eminenti, ingegni assai più alti che non gli scolari dei primi due.

In questo caso egli potè provarlo; ma ciò non fece grande effetto sulla gente che si limitò a dire: « Eh, sì! non si può certo seguire passo per passo tutta la vita di chi esce dalla scuola. Ci vorrebbe altro! E poi non è questo che conta! » Così disse la gente.

 

Ebbene, perché ho raccontato tutto ciò? Si badi che fra i due primi maestri e il terzo passa un divario immenso. Durante le vacanze i primi due continuavano a rodere intorno al come e al perché del lavoro compiuto l’anno prima. Il terzo non faceva altrettanto, persuaso da un certo sentimento che le cose non avrebbero potuto svolgersi diversamente da come si erano svolte. E quando il direttore, il primo, soleva ripetergli: « Ma così non potrete mai conoscere il modo di evitare l’anno venturo gli errori, né saprete come effettuare il buono, se non studiate ciò che avete fatto di bene l’anno passato », egli lì per lì non rispondeva, perché non aveva voglia di discutere col direttore. Ma dopo fra sé pensava: « Ma, dato pure che scoprissi davvero tutti gli sbagli risultati dal lavoro fra me e i miei alunni, che cosa ne ricaverei, posto che quest’anno avrò degli altri scolari? Che cosa mi servirebbe tener conto degli errori commessi l’anno scorso? È sulla scolaresca nuova ch’io mi debbo regolare! »

In definitiva i due primi maestri si chiudevano completamente in una cerchia di cose morte, mentre l’altro sapeva inserirsi nel corso vivente delle cose. Si potrebbe anche dire che i primi due calcolavano sempre col passato; l’altro calcolava con l’immediato presente, senza ruminare sul passato; di questo diceva semplicemente: « Doveva accadere date le circostanze, era necessario che andasse così. »

 

Si tratta appunto del fatto che quando le cose si considerano superficialmente, secondo giudizi esteriori, è facile andar fuori strada rispetto al vero divenire del mondo. Si va fuori strada perché, come i due primi maestri, si giudica il presente secondo la parte morta del passato, secondo quel che nel passato deve rimanere passato. Il terzo maestro prendeva invece dal passato la parte viva; sviscerava ciò che era vivente, studiando spassionatamente i caratteri e progredendo egli stesso attraverso lo studio. Attraverso un esame retrospettivo del passato, mirava soprattutto col suo sforzo a migliorare se stesso. Si diceva che, perfezionando se stesso, le sue facoltà si sarebbero accresciute, e così sarebbe stato meglio in grado di compiere i suoi doveri futuri.

 

I due primi maestri, mossi da un certo pregiudizio riguardo al passato, dicevano di dover evitare in avvenire gli errori che si erano manifestati nel passato, e di dover applicare in avvenire le norme da cui in passato era risultato il bene. Ma lo facevano in un senso morto, attenendosi soltanto all’osservazione esteriore, senza cercar di accrescere le proprie attitudini. Non si proponevano di agire in forza d’un lavoro compiuto su se medesimi, ma credevano di potersi avvantaggiare nel futuro, attingendo dalla sola osservazione, da ciò che risulta all’osservazione.

 

Secondo la scienza dello spirito noi dobbiamo dire: il primo maestro che scruta tutto ciò che ha fatto di bene nel passato, e si studia d’incorporarlo nella sua azione futura, procede in senso arimanico, compie azioni arimaniche. E un rimanere invischiati nel passato, compiacendosi egoisticamente di ciò che si è fatto bene, e vantandosene in modo da volerlo sviluppare ulteriormente, da volerlo ripetere e riapplicare anche in futuro.

 

Il secondo maestro aveva un carattere piuttosto dominato da forze luciferiche. Egli ruminava sugli sbagli che poteva aver fatto, proponendosi di evitarli. Non si diceva che quel ch’è avvenuto era necessario, doveva svolgersi così, ma invece si ripeteva di aver commesso degli errori. Vi è sempre un’ombra d’egoismo nel voler essere migliori di quel che si è stati, nel rammaricarsi di aver commesso degli errori e nel dirsi: « Avrei potuto evitarli, e dovrà evitarli d’ora innanzi ». È un restare invischiati nel passato, come fa Lucifero, il quale spiritualmente trascina il passato nel presente. È un modo di pensare luciferico.

 

Il terzo maestro era animato, vorrei dire, dalle forze delle entità divine progredienti secondo natura, dal loro giusto principio divino che già al principio della Bibbia è espresso nel fatto che gli Elohim prima creano e poi vedono che l’opera loro è buona. Ma non lo vedono in senso egoistico, esaltandosi per l’eccellenza della propria natura, nel compiacimento d’aver fatto bene ciò che hanno creato, bensì per costatare di aver fatto bene e farne tesoro per nuove creazioni e per la loro evoluzione. Essi vivono e operano nel vivente.

 

L’importante è riconoscere che noi stessi, quali esseri viventi, siamo collocati in un mondo vivente. Consci di questo, non diverremo in certo modo i critici delle gerarchie, per esempio degli Elohim. Chi infatti volesse porre la saggezza propria sopra quella divina, potrebbe dire: « Ma come mai le gerarchie, se vogliono essere tali, non erano capaci di prevedere che la luce sarebbe stata buona? non sono dunque nemmeno profeti?! Se io fossi uno spirito superiore, non mi metterei certo a creare la luce se già prima non sapessi che sarà buona, e dovessi aspettare a riconoscerlo poi! »

 

Ma questa è saggezza umana che vuole erigersi al di sopra della saggezza divina. Anche il terzo maestro prevedeva in certo modo il futuro, ma in modo vivo, abbandonandosi al genio dell’azione, al genio evolutivo, e dicendosi che assimilando le esperienze dell’anno passato con lo studio dei caratteri, rinunciando a rimuginare gli sbagli commessi semplicemente perché insegnava in ragione di quello che era, e studiando con diligenza, ma senza recriminazioni, quello che ormai è il suo passato, avrebbe indubbiamente ampliato le sue facoltà, le avrebbe innalzate e avrebbe inoltre acquistato maggior perspicacia per comprendere la sua scolaresca nuova. Riconosceva che in fondo i due primi maestri guardavano la scolaresca solo attraverso le lenti di quanto essi avevano fatto l’anno prima, senza saperla giudicare in modo giusto. Egli poteva quindi dire: « Sì, sono convintissimo che fra quattro settimane assegnerò ai miei scolari il tema adatto, e posso certo aver piena fiducia nella mia capacità di assegnare il tema giusto ».

 

Gli altri erano migliori profeti, poiché potevano dire di voler assegnare in classe proprio quel compito che si erano prefissi, senz’altro quello. Era però una predizione di fatti, non un’antiveggenza del corso delle forze evolutive. E importante tener ben presente questa differenza. La profezia, come tale, non è impossibile. Ma la profezia di ciò che avverrà nei singoli particolari, quando in essi sia intessuto un essere vivo che deve agire per proprio impulso, una profezia del genere è possibile soltanto quando si limiti l’osservazione ai fenomeni che Lucifero e Arimane trasportano dal presente al futuro.

 

A poco a poco ci avviciniamo al grande problema della libertà e della necessità che ci occupa in queste conferenze, ma dobbiamo anche renderci conto di tutte le difficoltà insite in un tale problema che penetra così a fondo in tutto il divenire universale e in tutto il divenire umano. Dobbiamo per esempio veder chiaro che, quando abbracciamo con lo sguardo quello che si svolge intorno a noi e in cui siamo noi impigliati, tutto questo ci appare come una necessità; dal momento in cui ne conosciamo le circostanze determinanti, lo vediamo come una necessità. Non c’è dubbio che i fatti avvenuti ci stanno davanti come fatti ineluttabilmente necessari. Ma in pari tempo dobbiamo chiederci: « E proprio detto che le cause di un fatto successivo si trovino sempre nel fatto immediatamente precedente in cui così spesso noi le ricerchiamo? La scienza è in certo modo costretta a vedere nel tempo immediatamente precedente la causa di quel che avviene dopo; indubbiamente, se io faccio un esperimento devo infatti riconoscere che la causa di ciò che avviene in seguito risiede in ciò che è avvenuto prima. Ma non vuol dire che questo debba valere per tutti gli avvenimenti universali, prima di tutto perché è facilissimo ingannarci circa il rapporto fra causa ed effetto quando lo cerchiamo seguendo i fili del prima e del dopo. Vorrei chiarirlo con un esempio.

 

Se guardiamo la realtà esterna con i sensi possiamo certo dire che qualcosa è in un modo perché qualcos’altro è in un altro. Ma se allarghiamo il procedimento all’insieme delle cose, arriviamo a un errore che voglio caratterizzare con questo esempio. Un uomo guida da sé una carrozza nella quale sta seduto. Ho fatto spesso questo esempio. Vi è dunque un cavallo con dietro una carrozza, e su questa un uomo che guida. Lo si vede e vien fatto naturalmente di dire: « Il cavallo tira e l’uomo viene tirato. L’uomo viene tirato ovunque lo tira il cavallo. » È chiarissimo. Il cavallo dunque è la causa per cui l’uomo viene tirato. La causa è nel tirare che fa il cavallo; l’effetto è che l’uomo viene tirato. Il ragionamento calza a pennello! Eppure tutti sappiamo che non è così. Sappiamo che l’uomo seduto nella vettura guida e dirige il cavallo secondo la propria volontà. Sebbene il cavallo tiri l’uomo, pure lo tira là dove l’uomo vuole essere tirato.

 

Spesso accade così anche quando si danno giudizi solo esteriori secondo i fatti che si svolgono sul piano fisico. Torniamo all’esempio ipotetico citato qualche giorno fa. Una comitiva sta per partire e prende posto nella vettura; il cocchiere si fa aspettare, e la partenza avviene con alcuni minuti di ritardo; così la comitiva passa sotto un saliente di roccia proprio nell’attimo in cui la roccia precipita sfracellando tutti. Risalendo alle cause che si possono seguire sul piano fisico, si può benissimo dire che è successo questo, e poi quello, e poi quell’altro, arrivando a qualcosa. Ma per questa via si può davvero cadere nell’errore che si fa dicendo che l’uomo vien tirato dal cavallo dove il cavallo vuole, senza invece osservare che l’uomo dirige il cavallo secondo la propria volontà. Si cadrebbe in errore perché in questo caso la guida sarebbe forse da ricercare nel mondo spirituale. Osservando unicamente gli eventi sul piano fisico, si giudica proprio come chi dice che l’uomo va con la carrozza là dove lo trascina il cavallo. Se invece si riconoscono le forze occulte che operano in tutto l’avvenimento, si vede che il corso dei fatti è stato guidato verso quel dato punto, e che il ritardo del cocchiere fa parte di tale complesso di circostanze. Tutto è necessario, ma non è necessario come si è indotti a credere, seguendo soltanto gli avvenimenti sul piano fisico.

 

Prendiamo un altro esempio che ci mostrerà come sbagli chi crede di poter sempre rintracciare una causa, osservando via via quello che immediatamente precede. Vediamo dall’esterno due uomini che si incontrano, e ne indaghiamo la causa col metodo seguito, a ragione, dall’indagine scientifica.

I due uomini dunque s’incontrano. Ora cerchiamo dove quei due si trovavano nell’ora precedente l’incontro, poi dove si trovavano ancora un’ora prima; risaliamo così al momento in cui si avviarono per incontrarsi. Si può benissimo risalire così nel corso dei fatti per un dato tempo, e vedere la spinta che una cosa dà all’altra, e come poi i due si incontrino. Ma si può anche non curarsi di tutto questo, e aver appreso per caso che cinque giorni prima le due persone in questione avevano semplicemente fissato un appuntamento per quel giorno e per quell’ora, e dire: « S’incontrano semplicemente perché l’incontro era stato concertato tra loro. »

 

Da ciò si rileva che non è assolutamente detto che sempre si debba trovare la causa di un fenomeno nei fatti immediatamente precedenti, e che, se nella nostra ricerca del filo causale c’interrompiamo prima di toccare il punto giusto, a quel punto non arriviamo del tutto; possiamo infatti sempre proseguire la concatenazione delle cause solo fino a un dato punto. Lo stesso accade anche nel campo della natura; specialmente nelle manifestazioni in cui sono coinvolti gli uomini, si può arrivare solo fino a un dato punto. Se procediamo così, continuando a cercare sempre l’antecedente, ci illudiamo di arrivare veramente alla causa di un fatto e siamo grandemente in errore, ci inganniamo.

 

Occorre compenetrare tutto ciò con gli insegnamenti antroposofici già acquisiti. Poniamo che qualcuno compia un atto qualsiasi sul piano fisico. Lo vediamo compiere quell’atto. Chi vuol limitare le sue osservazioni al piano fisico, osserverà come quel tale si è condotto poco prima; poi considererà il modo in cui è stato educato e forse anche, come usa oggi, i suoi caratteri ereditari, e così via. Ma poniamo che nell’azione compiuta qui sul piano fisico sia fluito qualche fatto che si può rintracciare solamente nella vita trascorsa da quell’uomo fra l’ultima sua morte e la nuova nascita. Vuol dire che appunto alla nascita troncheremo la linea delle cause e passeremo a fatti simili a quello dell’esempio sopra citato, in cui due s’incontrano perché precedentemente avevano fissato l’appuntamento; può darsi infatti che quanto ora eseguo sia qualcosa di prestabilito da secoli fra l’ultima morte e la nascita attuale. E quel che l’interessato vi ha vissuto, fluisce in ciò che fa e intraprende ora.

 

In certo modo abbiamo dunque la necessità quando, non penetrando nei mondi spirituali, qui sul piano fisico non possiamo trovare in genere la causalità delle azioni umane; allora la ricerca delle cause può essere totalmente errata, se condotta come per i fenomeni naturali.

Tuttavia un’indagine più precisa sul modo in cui l’agire umano si intesse nel divenire universale, potrà lo stesso condurci a una concezione soddisfacente anche riguardo a ciò che si chiama libertà, di fronte alla necessità che abbiamo riconosciuta. Ma forse quella che chiamiamo la ricerca delle cause è a tutta prima limitata in genere dal fatto che sul piano fisico non ci è dato spingerci fino nel campo dove si trovano le cause.

 

Ora si tratta, però, di considerare anche qualcos’altro. Libertà e necessità sono due concetti estremamente difficili da afferrare e più difficili ancora da conciliare tra loro. Non per nulla gli sforzi filosofici naufragarono quasi sempre nell’af- frontare appunto il problema della necessità e della libertà, soprattutto perché gli uomini non se ne posero abbastanza chiaramente davanti agli occhi le difficoltà. Ecco perché in queste conferenze insisto tanto nel far rilevare appunto le difficoltà di questi problemi.

 

Se volgiamo lo sguardo agli avvenimenti umani, a tutta prima vediamo veramente ovunque il filo della necessità, poiché sarebbe un pregiudizio anche il considerare tutte le singole azioni umane come prodotti della libertà. Ricorriamo di nuovo a un esempio. Prendiamo un giovane che, per il modo in cui è cresciuto, per le circostanze in mezzo alle quali è vissuto, è diventato portalettere, postino di campagna, che tutte le mattine deve andare per vie campestri a distribuire le lettere. A sera torna a casa, per tornar fuori la mattina seguente. Credo che tutti converranno che in questo giro di cose si può trovare una certa necessità. Studiando tutto quanto si è svolto durante la sua infanzia, riassumendo tutti gli avvenimenti che hanno influito sulla sua vita, si scorgerà indubbiamente come tutto abbia concorso a far di lui un postino di campagna, e come poi, trovato vacante quel posto, egli di necessità sia stato spinto a occuparlo. Da allora in avanti, va da sé che ogni libertà cessa, perché naturalmente egli non può mutare l’indirizzo delle lettere che ha da distribuire. Così le porte delle case che dovrà aprire e richiudere saranno già qualcosa di determinato da necessità esteriore. Ecco dunque una buona dose di necessità in tutto ciò che egli dovrà eseguire.

 

Ma immaginiamo ora che un altro, forse più giovane del primo (lo immagino più giovane per poter esporre quel che intendo, senza che lo si rimproveri subito per ciò che fa), immaginiamo dunque un altro individuo, tanto giovane da non poterlo qualificare senz’altro come un fannullone perché non ha altra occupazione, che concepisse l’idea di accompagnare ogni mattina il portalettere di campagna e di seguirlo nel suo giro, e che realizza anche il suo proposito. Si alza presto la mattina, accompagna il postino, esegue insieme con lui ogni singola incombenza, poi ritorna indietro; e così continua per un certo tempo. Senza dubbio per il secondo individuo non possiamo parlare di necessità nello stesso senso con cui ne parliamo per il primo; tutto ciò che fa il primo deve infatti di necessità avvenire, mentre nulla di quello che fa il secondo dovrebbe veramente farsi. Anche se egli rimanesse assente ogni giorno, gli stessi identici fatti si svolgerebbero ugualmente in un determinato rapporto oggettivo. Non vi sono dubbi in proposito. Possiamo così dire che il primo fa tutto per necessità e il secondo lo fa liberamente. Lo si può dire benissimo, ma nondimeno, in un certo senso, fanno entrambi le medesime cose. Potremmo perfino pensare che una bella mattina il secondo individuo non abbia voglia di alzarsi; egli potrebbe benissimo farne a meno, ma ormai ha preso quell’abitudine e si alza lo stesso. Compie dunque un atto libero, ma lo compie con una certa necessità. Qui vediamo addirittura confluire la libertà e la necessità.

 

Se studiamo come vive in noi un secondo uomo come vive in noi la nostra vera entità animica, quella che con le sue qualità varcherà la porta della morte, non è fuori posto paragonare tale entità animica vivente in noi a un accompagnatore dell’uomo che percorre il mondo fisico. Capisco che ciò possa far rizzare i capelli a un materialista dichiarato. Ma noi sappiamo che il monista materialista vede le cose in una prospettiva che egli fa dire: « Voi siete degli orribili dualisti, poiché credete che l’acqua sia composta di idrogeno e ossigeno. Noi dobbiamo vedere tutto unitariamente! È pazzia sostenere che il monon acqua è composto di idrogeno e ossigeno! ». Da un monismo del genere non bisogna farsi ingannare. Si tratta di riconoscere che ciò che noi siamo nella vita si forma veramente dal confluire di due correnti diverse, e che questa fusione si può veramente paragonare a quella per la quale idrogeno e ossigeno si combinano nell’acqua. Ciò che costituisce la nostra parte esterna fisica scorre infatti nella corrente ereditaria, e non solo per quanto riguarda le nostre doti fisiche, ma anche per come ci troviamo posti socialmente nella linea ereditaria. Da padre e madre, ci provengono non solo una data statura, la forma del naso, il colore dei capelli, ma dai nostri antenati è anche predeterminata la nostra posizione sociale, t determinato tutto ciò che è legato col piano fisico; non solo l’aspetto del nostro corpo fisico, la nostra forza muscolare e simili, ma anche la nostra stessa condizione in quanto e con tutto quanto appartiene al piano fisico; tutto ciò fluisce nella linea ereditaria, fluisce di generazione in generazione.

 

A questo, venendogli incontro da un’altra parte, dal mondo dello spirito, si accompagna realmente la nostra entità individuale, estranea in un primo tempo a tutte le forze contenute nella corrente ereditaria, nella serie delle generazioni, poiché viene dal mondo spirituale e unisce spiritualmente le cause che possono essere predisposte in noi da secoli alle cause che stanno nella corrente ereditaria- genealogica. Sono due entità che s’incontrano. In verità noi giudichiamo giustamente soltanto se riguardiamo questo secondo essere che viene dai mondi spirituali e che si unisce al fisico, come un accompagnatore del primo. Perciò ho scelto l’esempio del giovane che accompagna il postino in tutte le sue mansioni; così infatti la nostra vera anima prende parte in certo senso agli avvenimenti esteriori.

 

Il secondo individuo che accompagnava il postino campagnolo faceva tutto liberamente. Non si può negare che lo facesse liberamente. Si potrebbero trovare anche qui delle cause, ma in confronto alla necessità dell’azione del primo individuo, nel caso del secondo esse si trovano nel campo della libertà; egli compiva ogni cosa liberamente. Ma da tale libertà consegue, vorrei dire per necessità, che il secondo individuo, continuando via via ad accompagnare il primo, sarà divenuto senza dubbio un bravo postino; saprà far bene ciò che fa l’altro, lo farà anzi meglio, perché eviterà certi errori. Ma non avrebbe potuto osservare quegli errori, se il primo non li avesse fatti. Con tutto ciò non dobbiamo neppur pensare che gli tornerebbe utile di mettersi ad almanaccare sugli errori commessi dal primo. Per chi pensa in modo vivo, sarebbe la cosa più inutile e superflua che il secondo almanaccasse sugli errori commessi dal primo, che in genere se ne occupasse. Appunto se egli non pensa agli errori, ma accompagna con spontanea vivezza ogni atto, ogni procedere del primo, limitandosi a osservare l’insieme dei fatti, tutto si trasformerà in lui in modo vivo, ed egli per forza di cose eviterà gli errori.

 

Così è per l’entità che è dentro di noi e ci accompagna. Se essa riesce a persuadersi che ciò che abbiamo fatto era necessario, che l’abbiamo accompagnata, e che andando incontro all’avvenire ora porteremo in noi la nostra anima arricchita d’esperienza, allora saremo nel giusto; ma occorre che l’anima abbia tratto dai fatti un’esperienza davvero viva. Ne possiamo trovare conferma anche durante la stessa incarnazione. Confrontiamo per esempio tre persone. La prima agisce come capita; a un certo punto della sua vita si desta in lei il bisogno di conoscersi, e allora si volta a guardare tutto quello che ha sempre fatto di bene. Si compiace di osservarlo, e quindi procura senz’altro di continuare a fare quel che ha fatto di bene. t. indubitabile che per certi riguardi arriverà a bellissimi risultati.

 

L’altra persona, di temperamento più ipocondriaco, è più portata a rilevare invece i propri errori. Se poi riesce a superare la sua ipocondria, riuscirà a evitare quei suoi errori. Non arriverà però a ciò che raggiunge la terza che si dice: « Quel che è avvenuto era necessario, ma è in pari tempo la base per imparare; per imparare mediante l’osservazione, non già mediante una critica oziosa ». Essa non continuerà a ripetere in modo vivo quel che è già stato, trasportando semplicemente il passato nel futuro, ma avrà rafforzato, irrobustito, ritemprato il suo « accompagnatore » e trasporterà nel futuro questo nuovo vigore. Non ripeterà quel che fece di bene, né eviterà quel che era male, ma dall’uno e dall’altro, essendosene appropriato senza volerlo cambiare in maniera diretta, uscirà rafforzata e temprata.

 

Il miglior rinvigorimento dell’entità animica consiste nel lasciare com’è quello che è stato, e trasportarlo in modo vivo nel futuro. Altrimenti si ritorna sempre al passato in modo luciferico o arimanico. Il progresso nell’evoluzione è possibile solo afferrando il necessario nel giusto modo. Perché? esiste forse in questo campo la giusta via? Per chiarire questo punto, ricorriamo ancora per concludere a una specie di paragone, con la preghiera di tenerlo nell’anima fino alla prossima conferenza. Su questa base, potremo proseguire ulteriormente la nostra indagine.

Pensiamo di voler guardare un oggetto esterno. Possiamo benissimo vederlo, salvo mettere per esempio uno specchio fra l’oggetto e noi; in tal caso vedremo il nostro occhio. Volendo vedere l’oggetto, si deve rinunciare a vedere il proprio occhio; volendo vedere l’occhio, si deve rinunciare a vedere l’oggetto.

Per una singolare concatenazione di entità, nei riguardi dell’azione e della conoscenza umana avviene nel mondo che tutto quanto conosciamo, lo conosciamo in certo modo come attraverso uno specchio. Il nostro conoscere avviene in sostanza sempre per via di un rispecchiarsi.

 

Volendo osservare le azioni da noi compiute in passato, vi è sempre come uno specchio che s’interpone tra quelle nostre azioni e noi stessi. Se invece vogliamo agire, se vogliamo stabilire un rapporto diretto tra noi e le nostre azioni, tra noi e il mondo, non dobbiamo porre specchi davanti a noi; dobbiamo in tal caso evitare di osservare l’immagine che ci si mostra riflessa nello specchio. Lo stesso accade per le nostre azioni passate. Nel momento in cui le guardiamo, poniamo davanti ad esse uno specchio, e senza dubbio giungiamo allora a conoscerle. Possiamo ora lasciare lo specchio e conosceremo allora le nostre azioni con la massima precisione; per certi fini potrà anche esserci utile. Ma se poi non siamo anche capaci di rimuovere lo specchio, tutta la conoscenza acquisita non ci servirà a niente, poiché nel momento in cui togliamo lo specchio non vediamo più quel che ci appartiene; ma è proprio allora che ciò diventa cosa nostra, che s’incorpora in noi.

 

Così dobbiamo procedere nell’auto-esame. Dobbiamo renderci conto che il guardare indietro non può costituire nulla più che l’occasione per accogliere in modo vivo in noi ciò che vediamo. Ma a questo fine non dobbiamo guardare di continuo, altrimenti lo specchio è sempre presente. L’auto-esame è in tutto simile al guardare in uno specchio. Solo se accogliamo anche nella nostra volontà la conoscenza che ci dà l’esame di noi stessi, riusciremo a progredire nel cammino della vita.

 

Vogliamo tener presente nell’anima il paragone che ho indicato, e che si può riassumere così: noi vediamo il nostro occhio soltanto se rinunciamo alla vista di altre cose, e per vedere altre cose, dobbiamo rinunciare a vedere il nostro occhio. Accogliamo in noi questo paragone sulla base del quale parleremo la volta ventura di un auto-esame giusto e non giusto, avvicinandoci sempre più alla soluzione del nostro problema. Nel trattare questo difficilissimo problema umano, quello della libertà e della necessità, della concatenazione fra azioni umane ed eventi universali, occorre veramente rendersi conto di tutte le difficoltà; chi presuma di poter arrivare a risolvere questo problema prima di aver riconosciuto tutte queste difficoltà, in realtà cade in errore.

 

 

By | 2019-03-06T20:00:33+01:00 Luglio 6th, 2018|NECESSITA' E LIBERTA'|Commenti disabilitati su 03 – LIBERTÀ E NECESSITÀ NELL’AGIRE UMANO