04 – ANTROPOSOFIA E SCIENZE SOCIALI

Antroposofia e scienze sociali

O.O. 73 – L’antroposofia e le scienze – 14.11.1917


 

Sommario: Risultati della scienza dello spirito per il diritto, la morale e le forme sociali.

Vita sociale e concetti non adeguati alla realtà. I concetti scientifici non sono sufficienti. Il catechismo di Benedikt per la vita sociale. La libertà a base della struttura sociale e la legge della conservazione dell’energia. Coscienza immaginativa, ispirativa e intuitiva per comprendere la vita sociale. L’inadeguatezza della psicoanalisi. Il processo della memoria. C.G. Jung e il concetto di Dio. La teoria di Woodrow Wilson e la politica. Dostojevsky sull’anima russa. Fritz Mauthner e il diritto. Il libro di Roman Boos sui contratti collettivi. L’antroposofìa e la concezione del mondo di Goethe. Il nome dell’edificio di Dornach.

Dalle conferenze tenute qui, per caratterizzare l’atteggiamento della scienza dello spirito antroposofica verso tre diversi settori della ricerca scientifica, sarà risultato evidente che la scienza dello spirito tende a sviluppare rappresentazioni e concetti aderenti alla realtà e che siano adatti a calarsi nella vita piena e reale, al fine di raggiungere così una conoscenza della realtà. Si può dire, e sarà risultato da tutto il senso delle mie conferenze, che da un tempo abbastanza lungo l’evoluzione scientifica prende i concetti aderenti alla realtà solo dalla sfera della scienza basata sui sensi. Per un certo aspetto i concetti acquisiti dall’esistenza basata sui sensi sono scientificamente molto validi. Rispetto alla realtà si può dire senz’altro che essi si estendono solo alla natura inanimata che per altro è presente quando appare non solo direttamente come tale, ma come base minerale anche negli esseri viventi e spirituali che vivono sulla terra sensibile. Oggi si comprende benissimo tutto sulla base della scienza, però soltanto ciò che è afferrabile dalle leggi meccaniche e senza vita. Che lo si comprenda benissimo è provato dalle perfette e riuscite applicazioni della scienza sulla vita umana. Applicando infatti quei concetti alla vita umana e date certe premesse, risulta il carattere aderente alla realtà di quei concetti. Non si può costruire un orologio in base a falsi concetti meccanici e fisici: mostrerebbe presto che furono applicati concetti sbagliati.

Non è però così in tutti i campi della vita, e appunto in quelli di cui oggi ci occuperemo, la realtà non mostra subito se erano stati applicati o meno concetti tratti dalla realtà.

Nel campo della scienza stessa l’applicazione di concetti non aderenti alla realtà non presenta particolari pericoli, perché essi mostrano la loro erroneità o la loro inapplicabilità, a condizione che si rimanga nell’ambito della scienza stessa e della discussione teorica che è poi alla base della pratica della vita. Se però ci si occupa della vita sociale, della vita delle comunità umane, il problema non è più solo di acquisire concetti, ma di osservarne la realizzazione nella vita. Nelle condizioni odierne si ha poi a che fare con settori della vita in cui è facile applicare concetti inadeguati. Appare anzi l’inadeguatezza delle idee e dei sentimenti; in un certo senso, vivendo però solo con i pregiudizi della scienza, si rimane perplessi di fronte alle conseguenze di quei concetti. È così lecito dire che i tragici eventi che ora si sono presentati al genere umano dipendano in sostanza (più di quanto si pensi e più di quanto si possa indicare nella breve esposizione di oggi) dalla circostanza che gli uomini non hanno compreso di dover sviluppare concetti aderenti alla realtà e adeguati ad afferrare i fatti della vita reale. Oggi tali fatti sono sfuggiti di mano all’umanità. I tragici eventi portano ora in molti aspetti all’assurdo, e nel modo peggiore, le idee inadeguate che nel corso dei secoli erano state sviluppate nell’umanità.

 

Volendo vedere le cose in una prospettiva diversa da quella delle precedenti conferenze, si arriva in effetti alla sostanza del problema osservando anzitutto come nell’epoca moderna si sia sempre cercato di costruire una concezione complessiva del mondo sulla base della scienza, come si sia cercato di applicare il pensiero scientifico (che ripeto ancora una volta è più che valido nel suo campo) in tutti i settori della vita umana, della psicologia, della pedagogia, della politica, delle scienze sociali, della storia e così via.

 

Chi conosce in proposito il corso dell’evoluzione sa come pensatori scientifici abbiano cercato di applicare le idee e i concetti elaborati nella loro scienza in tutti i campi della vita umana prima indicati. Quel che ho appena detto può essere suffragato da centinaia di prove, vorrei solo presentarne alcune caratteristiche. Anche se si tratta di un dato non recente, pure si può dire che la tendenza che esso mostra si è conservata fino ai nostri giorni e si è anzi estesa.

 

Un naturalista secondo me eccellente in occasione di due convegni scientifici negli anni Settanta del secolo scorso, nel 1874 e nel 1875, tenne conferenze nel campo del diritto e su problemi della morale e della vita sociale umana, dicendo alcune frasi ben caratteristiche. Espresse addirittura l’esigenza che chi è maturato nel senso della formazione scientifica moderna dovrebbe pretendere che il modo di pensare scientifico passasse nella coscienza generale dell’umanità come una specie di catechismo; in tal modo le sensazioni, i bisogni e gli impulsi volitivi si presenterebbero per formare la base delle aspirazioni sociali e sarebbero portati in intimo legame con una sempre più diffusa concezione scientifica del mondo. Questo affermò il prof. Benedikt nel 48° congresso delle scienze. La concezione scientifica del mondo dovrebbe avere una diffusione, una profondità e una chiarezza tali da creare un catechismo che afferrasse la vita spirituale ed etica delle popolazioni. Il suo ideale è cioè che diventi l’espressione di concetti scientifici tutto quanto nella vita sociale deriva dai bisogni dello spirito, del cuore e della volontà.

 

In merito alla psicologia lo stesso scienziato afferma: «Anch’essa è una scienza, come la chimica e la fisica, dopo aver abbandonato la zavorra della metafisica senza più accettare come presupposti ipotesi non giustificabili per la nostra organizzazione odierna».

 

Sebbene molti scienziati, tra cui Oscar Hertwig citato l’altro ieri, Nàgeli e molti altri, facciano sempre presente che la scienza è giustificata appunto soltanto nel suo campo, pure le idee scientifiche sono formulate in modo tale da impedire, in un certo senso proprio per come sono formulate, un’indagine, una ricerca dell’umanità verso altri settori della realtà irraggiungibili per la scienza. Ho presentato un’enunciazione non recente, ma se ne potrebbero presentare altre attuali, e le si troverebbero espresse senz’altro nello stesso spirito.

 

Ho ricordato il criminologo Benedikt soprattutto perché egli, sebbene intenda rimanere in una prospettiva puramente scientifica anche con la sue osservazioni sulla vita sociale, ha in sé un materiale concettuale tanto semplice e aderente alla realtà, che molto di quanto afferma (in effetti contrario alle sue posizioni scientifiche) penetra davvero nella realtà del mondo. In sostanza si può dire che, a seguito della tendenza a costruire un’intera concezione del mondo con concetti scientifici, eccellenti nel loro campo, a poco a poco si è formata una concezione del mondo del tutto particolare; si ha quasi la nomea di cattivi, quando si esprime quel che avviene a seguito della tendenza affermata da quella concezione del mondo, e cioè che facendo cose eccellenti nel proprio campo e presentandosi poi come concezione del mondo, non può estendere le eccellenti conoscenze acquisite nel proprio campo a tutto il mondo, soprattutto a settori dei quali nulla comprende. È quindi possibile dire che oggi vi è una scienza eccellente che ingloba quello che la gente comprende bene, e inoltre vi sono concezioni del mondo che in generale contengono ciò di cui la gente nulla comprende.

 

La cosa non è priva di importanza volendo studiare la vita sociale, perché fra le sue componenti vi è l’uomo stesso. Egli è inserito nella vita sociale, e così quel che compie, nei suoi impulsi, nelle forme della convivenza umana che si fissano nella struttura sociale, fluisce ciò che vive nella concezione del mondo. Nascono così le cose alle quali accennavo all’inizio della conferenza di oggi.

 

Anche per le considerazioni odierne, come per le tre precedenti, desidero partire da particolari concreti, dai risultati di quella che chiamo indagine spirituale, per cercare con l’aiuto di quei risultati di mostrare in quale relazione si ponga appunto l’indagine spirituale rispetto ai settori sociali della conoscenza.

 

All’uomo moderno, esperto di scienza, la cui vita di pensiero è stata educata alla scienza, si presenta una speciale difficoltà quando si avvicina allo studio della vita sociale e deve subito fare i conti con un concetto fondamentale, quello della libertà umana che certo si presenta nelle più svariate sfumature e che in un certo senso è diventato la croce degli studi moderni relativi alla concezione del mondo. Da un lato è infatti difficilissimo comprendere la struttura sociale dell’umanità senza chiarire il concetto di libertà, e dall’altro il pensatore scientifico, educato alle abitudini di pensiero di oggi, non è bene in grado di farsene qualcosa di quel concetto. È noto che in proposito si ebbero vecchie dispute e che con diverse sfumature vi furono sempre due partiti: i cosiddetti deterministi che suppongono che tutte le azioni umane siano in qualche modo predeterminate, dalla natura o in altro modo; l’uomo dunque eseguirebbe soltanto, ma sarebbe soggetto a una causalità, a una costrizione magari ignota e comunque esistente; e gli indeterministi che negano tutto ciò e si attengono piuttosto alla realtà soggettiva, a quel che l’uomo sperimenta in sé quando sviluppa la sua coscienza, e sostengono l’indipendenza della vera azione libera umana dalle determinazioni che escluderebbero il concetto di libertà.

 

Come sino ad oggi si è sviluppata la scienza è in effetti impossibile fare qualcosa scientificamente con il concetto di libertà; avviando quindi una scienza sociale sulla base di un’educazione scientifica per molti aspetti si è obbligati a comprendere male il concetto di libertà e a costruire una struttura di vita che non tiene conto di quel concetto, una struttura che faccia risalire tutto a determinate cause, esterne o interne all’uomo. Tale impostazione è in un certo senso comoda perché permette in certo modo di fissare fin dal principio la struttura sociale; è infatti più facile valutare il comportamento umano quando è determinato piuttosto che fare i conti con un essere umano libero.

 

Non è tuttavia lecito fissare un concetto esaltato di libertà, presentare qualche sfumatura mistica che sia in qualche modo in contrasto con quanto oggi offre la scienza. Va tenuto ben fermo che se la scienza dello spirito deve avere una giustificazione non può essere comunque in conflitto con il vero significato del progresso scientifico. Di conseguenza anche oggi devo partire mettendo il concetto fondamentale di una struttura sociale, il concetto di libertà, in relazione con le idee scientifiche che si possono acquisire con l’aiuto della scienza dello spirito.

 

Secondo gli usuali concetti scientifici le azioni dell’uomo dipendono dalle caratteristiche della sua organizzazione, e poiché esse vengono studiate al punto che, come dissi l’ultima volta, viene applicata anche alla vita dell’anima la legge della conservazione dell’energia, si arriva ad escludere il concetto di libertà. Se l’uomo può sviluppare in sé soltanto le forze che ha assorbito e trasformato (lo dissi nell’ultima conferenza) l’anima non potrà ovviamente sviluppare da sé altre energie, necessarie per la realizzazione della libertà.

 

La scienza dello spirito indica appunto che la scienza ha proprio bisogno, nel campo ora in esame, di porre su una base diversa da quella attuale tutto il complesso delle sue conoscenze. Come già dissi nelle conferenze precedenti, alla scienza va riconosciuto il grande merito di aver aperto nuovi campi di osservazione. A causa tuttavia delle idee e dei concetti delimitati che oggi essa ha della natura, non arriva a comprenderla. Nella conferenza precedente feci presente come la scienza dello spirito porti a mettere in relazione la parte spirituale-animica dell’uomo con quella fisico-corporea, aggiungendo come risultasse che la vita del pensare va messa in relazione con la vita dei nervi, la vita del sentire con le ramificazioni e le dipendenze del ritmo del respiro, e la vita volitiva con il ricambio.

 

Se come introduzione cominciamo dalla concezione scientifica relativa alle relazioni esistenti fra la vita animica del pensare umano e la vita dei nervi, ovviamente chi oggi è abituato alle idee scientifiche moderne dovrà dire che nella vita dei nervi vi sono determinati processi che sono la causa o il processo parallelo della vita del pensare. Poiché secondo le premesse scientifiche il processo del pensiero deve corrispondere a un processo nervoso (che come tale ha il proprio fondamento causale in tutto l’organismo), e poiché il processo nervoso evidentemente deriva per necessità causale dalle condizioni dell’organismo, anche il relativo processo spirituale non può essere libero, ma è sottoposto alla stessa necessità, come il corrispondente processo nervoso.

 

Così il problema si presenta ancora oggi, ma in una prospettiva scientifica non rimarrà tale anche in avvenire! Nel campo dell’indagine scientifica esistono però già oggi alcune impostazioni che vanno viste in tutt’altro modo. Sarà però necessario che le direttive della ricerca siano indicate dalla scienza dello spirito, perché solo così si potrà davvero arrivare a una oggettiva chiarificazione nella ricerca scientifica. All’indagatore dello spirito risulta in effetti qualcosa di singolare e cioè che la vita dei nervi è in una ben strana relazione con la corrispondente e restante parte dell’organismo; lo si può indicare dicendo che nella vita dei nervi l’organismo in un certo modo si distrugge, non si costruisce; considerando la pura vita dei nervi e non l’alimentazione del sistema dei nervi, osserviamo processi che non sono di crescita, che non sono processi di sviluppo, ma di distruzione, involutivi.

 

In questo campo, oggi del tutto nuovo, è facilissimo essere fraintesi, e in una breve conferenza è arduo radunare tutti i concetti al fine di escludere il fraintendimento. Occorre comunque esporsi al pericolo di essere fraintesi. Va detto che la vita dei nervi si comporta in modo del tutto diverso rispetto agli altri processi organici che servono alla crescita, alla riproduzione e ad altri fenomeni simili. Questi ultimi processi organici hanno un carattere evolutivo. Così osserviamo lo sviluppo delle cellule, la scissione cellulare nei processi di riproduzione e di crescita in una posizione collaterale delle cellule che sono in via di riproduzione almeno parziale. Poiché però l’organizzazione umana si estende alla vita dei nervi, essa parzialmente muore in essa; negli animali vi è un fenomeno simile, ma oggi ci interessa meno. Nella vita dei nervi avviene una distruzione dei processi costruttivi. Si può quindi dire che in una prospettiva puramente scientifica (e quasi parallela alla vita dei nervi si svolge anche quella dei globuli rossi del sangue) cessa la scissione cellulare nelle cellule nervose e nei globuli rossi del sangue. È questa già un’indicazione oggettiva di quello che conosce la coscienza veggente, e cioè che il nervo non partecipa al processo produttivo, che blocca invece in sé la vita, che cioè dove il nervo si ramifica cessa la vita.

 

Avendo in noi il sistema dei nervi, portiamo per così dire la morte già organicamente in noi. Per quanto strano sembri, se dovessi confrontare con qualcos’altro nell’organismo quel che avviene nella vita dei nervi, dovrei dire: quel che avviene nel subconscio della vita dei nervi non è paragonabile col processo che si svolge quando assumiamo il cibo e lo elaboriamo nell’organismo per la sua costruzione; no, l’effettivo processo dei nervi (e non quello di alimentazione dei nervi) è paragonabile con quanto accade nell’organismo, quando questo distrugge i suoi tessuti a seguito della fame. Nel sistema dei nervi non si ha dunque un processo costruttivo, ma distruttivo.

 

Dal sistema dei nervi nulla può svilupparsi, nulla può derivare direttamente; esso costituisce piuttosto un processo trattenuto, un processo che compare di continuo nella vita delle cellule, in quelle della riproduzione e della crescita: ivi è continuo; tale processo è trattenuto negli organi nervosi, e quindi la vita dei nervi in sostanza fornisce soltanto la base sulla quale si svolge qualcosa d’altro.

 

Ciò che si estende sulla vita dei nervi, al di sopra della vita dei nervi, sollecitato dai sensi, è la vita del pensiero che si sovrappone a quella dei nervi. Solo comprendendo che i nervi non sono il motivo del pensare, ma forniscono soltanto la base per la distruzione della vita organica, si capisce come si sviluppi nella vita dei nervi qualcosa di estraneo.

 

Quel che di spirituale-animico si sviluppa sulla base della vita dei nervi autodistruggentesi è tanto estraneo da farci dire: il fenomeno è proprio come quando cammino su una strada e vi imprimo le orme dei miei piedi. Osservando il fenomeno, non è lecito dedurre che le forme rese visibili dai miei passi provengano da forze esistenti nella terra e che movendo da essa segnino le orme. Come per le orme sul terreno, si vedono le manifestazioni della vita dell’anima nel sistema dei nervi, ma non è lecito dichiarare che quanto sale dal sistema dei nervi sia vita spirituale-animica. Piuttosto nel terreno preparato, grazie alla vita spirituale-animica, vengono impresse le orme nel terreno che è stato così preparato perché nel nervo si “è rinunciato”, se così posso esprimermi simbolicamente, a continuare una propria attività organica.

 

La vita spirituale-animica, che in un primo tempo si sviluppa come vita del pensiero sulla base della distruzione, del morire nell’uomo, si manifesta anche alla coscienza veggente, in relazione con la vita organica, anzitutto nella vita dei nervi, in modo però che nella vita dei nervi vi sia solo la sua premessa, la sua base, ciò che deve esservi per poter realizzare in quel posto appunto le sue attività. Sebbene a una prima osservazione il fenomeno sembri provenire dal sistema dei nervi, sembri legato ad esso, quella che qui è attiva è la vita spirituale-animica rispetto al sistema dei nervi ed è altrettanto autonoma quanto lo è il bambino rispetto ai genitori: sviluppa una sua interiore attività, sebbene i genitori siano la base sulla quale egli cresce. Come a una prima osservazione si debbano cercare le cause del bambino nei genitori, come tuttavia il bambino si presenti nel completo libero sviluppo della sua individualità e non si possa dire che quando esso si rende autonomo vi sia in lui un’attività derivata dai genitori, proprio nello stesso senso si deve dire: ciò che è attivo e si sviluppa in senso spirituale-animico si rende autonomo dalla base su cui è cresciuto.

 

Tenendo presente che la scienza dello spirito è all’inizio della sua evoluzione, indico qui un sistema di pensiero che nel corso del tempo sperimenterà un compimento proprio perché certe rappresentazioni scientifiche arriveranno al loro culmine. Proprio le idee scientifiche non porteranno ad escludere la libertà umana ma ad affermare scientificamente la libertà, a comprenderla; esse porteranno non solo, come fanno ora, ad osservare nell’organismo continui processi costruttivi, ma processi distruttivi e in se stessi paralizzanti; mostreranno che, affinché sorga l’elemento spirituale-animico, l’organismo nella sua evoluzione non può continuare in linea retta a produrre da sé lo spirito, ma che la sfera organica per fornirgli il terreno deve annullarsi in se stessa, distruggersi.

 

In avvenire sarà legato a grandi progressi del modo di pensare scientifico aggiungere le idee della vita che si distrugge alle uniche prese oggi in considerazione, quelle della vita che costruisce. Ciò getterà il ponte che va appunto gettato, perché la scienza non può tralasciare di costruire un ponte dalla natura che ha compreso alla vita sociale che deve comprendere.

 

Solo una scienza imperfetta è un impedimento ad acquisire i concetti necessari per la vita sociale; una scienza completata, grazie alla sua serietà e alla sua grandezza, aiuterà il formarsi di una giusta sociologia.

 

Dopo aver così sviluppato almeno per sommi capi il concetto fondamentale della vita sociale, il concetto di libertà, desidero continuare nell’esposizione dei nessi esistenti fra la vita spirituale-animica dell’uomo e gli altri campi dell’esistenza. Si tenga anche presente che in una prospettiva più interiore avevo parlato della libertà già nel 1894 nel mio libro La filosofia della libertà, e che esso si accorda perfettamente con l’altro mio libro Enigmi dell’essere umano, pubblicato l’anno scorso, nel quale mostrai in modo più aderente alla scienza come si configurano queste relazioni.

 

Nell’ultima conferenza e anche oggi accennai come si articola l’elemento spirituale-animico: come pensiero con la vita dei nervi, come sentire con la vita ritmica del respiro, e come volontà con la vita del ricambio. Questo è solo uno degli aspetti. Se, come detto, la scienza si completasse in tale direzione e mettesse in relazione tutta l’anima così tripartita con tutto l’organismo corporeo umano, la scienza dello spirito potrebbe meglio indirizzarsi verso l’altro lato, quello dello spirito, per trovare le relazioni della parte spirituale-animica umana con lo spirito.

 

Come la vita del pensiero ha da un lato la sua base corporea nella vita dei nervi, così dall’altro, quello dello spirito, essa è in relazione con il mondo del quale è parte. Però il mondo col quale è collegata dal lato spirituale la vita del pensiero può essere conosciuto solo con la coscienza veggente, in particolare con quella che ho chiamato veggenza immaginativa, conoscenza immaginativa che ricaviamo dall’anima stessa quando si apre l’occhio spirituale. Ne ho già parlato nella prima conferenza.

 

Come la vita del pensiero è in relazione con la vita corporea dei nervi e ha in questa la sua base, così la vita del pensiero deriva dallo spirito, da un mondo puramente spirituale che viene conosciuto come un mondo reale quando se ne osservi la realtà con la coscienza immaginativa. Quel mondo reale non è racchiuso nel mondo dei sensi ed è il primo dei mondi soprasensibili a noi più vicino.

 

Ora si scopre che il rapporto dell’uomo col mondo che lo circonda, e che conosce grazie alla coscienza abituale, è solo una parte del suo rapporto complessivo col mondo; quel che portiamo nella coscienza abituale è un frammento della realtà nella quale siamo inseriti. Al di sotto di quella coscienza vi è un’altra relazione dell’uomo verso il mondo che lo circonda, quello della natura e quello dello spirito. Già il rapporto della vita del pensiero verso quella corporea dei nervi è spinto al di sotto della soglia della coscienza e può solo a fatica esserne sollevato, volendo descriverlo come io ho fatto oggi. Dall’altro lato il rapporto della vita del pensiero verso il mondo spirituale immaginativo è tale da non entrare nella coscienza abituale, anche se fa parte della realtà umana.

 

Nella coscienza umana abbiamo anzitutto quanto viene sollecitato dai sensi e dall’intelletto legato ai sensi; questo comprende la nostra coscienza abituale. Al di sotto di essa si svolge però una somma di processi che come tali non entrano nella coscienza usuale, ma che nel nostro essere animico sono un’interferenza di qualcosa di spirituale da afferrare immaginativamente, come quella di suoni, colori e odori nella nostra coscienza abituale avviene nella vita dell’anima. Così la coscienza abituale deriva da un altro campo, ed essa può emergere soltanto grazie alla coscienza immaginativa. Che l’uomo nulla sappia di queste cose non significa che nel suo essere non siano reali. Muovendoci nel mondo portiamo con noi il contenuto della nostra coscienza abituale, ma anche tutto quanto vi entra proveniente dal mondo spirituale immaginativo, come voglio chiamarlo.

 

Specialmente nel nostro tempo è di grandissima importanza avere ben chiaro che questo è il nesso dell’uomo col mondo che lo circonda. Quando in un settore di indagine (sono ben lontano da sottovalutarlo, e anzi lo stimo per la sua importanza) qualcosa è maturo per manifestarsi, esso in effetti si presenta come un poderoso richiamo al nesso, oggi ancora piuttosto sconosciuto, dell’uomo verso il mondo che lo circonda, un mondo che ho chiamato immaginativo- spirituale. È appunto una caratteristica del nostro tempo che entri nella coscienza umana molto che in realtà può essere abbracciato e capito soltanto con i mezzi conoscitivi della scienza dello spirito. Nel presente l’uomo è sollecitato a conoscere queste cose perché, se posso usare un’espressione banale, vi batte contro col naso, perché la vita si sviluppa in modo da battervi contro. Fra i nostri contemporanei vi è anche un altro rifiuto, per molti insuperabile, ad awicinarvisi con i metodi conoscitivi della scienza dello spirito. Intendono cioè avvicinarsi con i concetti della scienza ufficiale o con altri del genere a settori che con ogni energia oggi richiedono di essere indagati dagli uomini.

 

Il campo che intendo è quello ben noto in questa città, quello della psicologia analitica, o psicoanalisi*. Essa è interessante perché gli psicoanalisti indagano in un campo che non è considerato dalla coscienza abituale e che deve riferirsi a qualcosa che è al di sotto ditale coscienza. Si cerca tuttavia di arrivare in quel campo con mezzi conoscitivi che vorrei chiamare inadeguati. Poiché con quei mezzi si cerca anche di essere attivi e di interferire anche nella struttura sociale (in un primo tempo magari solo in modo terapeutico, pedagogico o pastorale), va detto che la cosa non ha un’importanza solo teorica, ma anche molto pratica. Ovviamente non posso ora occuparmi di tutto il campo della psicoanalisi; allo scopo dovrei tenere molte conferenze. Vorrei però accennare sull’argomento a qualcosa di concreto e di principio. La psicoanalisi è infatti un campo nel quale per così dire la ricerca e la vita sociale si incontrano in un punto; oggi ancora esamineremo altri campi dello stesso genere.

 

Anzitutto sappiamo forse che la psicologia analitica lavora in sostanza riportando alla coscienza abituale, per scopi terapeutici, certe perdute rappresentazioni mnemoniche. Essa presume cioè che nella vita dell’anima siano presenti determinati elementi che non appaiono nella coscienza abituale. In vasta misura presume anche che nel subconscio siano discese rappresentazioni mnemoniche, o altre analoghe; con l’aiuto degli usuali concetti della memoria cerca poi di arrivare sotto la soglia della coscienza, di illuminare quegli spazi che la coscienza abituale non arriva a chiarire.

 

In queste conferenze ho già detto che la scienza dello spirito è in grado di chiarire molto bene il processo del ricordo nell’uomo. A causa della breve esposizione, anche in questo campo non sarà certamente possibile eliminare tutti i malintesi. Ad esempio ho sentito spesso, e non una sola volta, che la psicoanalisi andrebbe in sostanza nella stessa direzione della scienza dello spirito da me rappresentata; solo che lo psicanalista, credendosi illuminato, considererebbe alcune cose simbolicamente, mentre io le vedrei come realtà. È un malinteso grottesco, perché non si potrebbe caratterizzare peggio la differenza fra la psicoanalisi e la scienza dello spirito da me intesa.

 

Per vederla è necessario occuparsi ancora una volta dell’essenza del processo mnemonico. Devo di nuovo sottolineare che il processo della rappresentazione, l’attività del rappresentare, è in sostanza qualcosa che nella vita dell’anima umana avviene soltanto nel momento in cui si svolge. Una rappresentazione come tale non sprofonda mai in non si sa quale subconscio, come non avviene per un’immagine riflessa in uno specchio quando si è passati davanti ad esso; l’immagine non ricompare, non si è nascosta in qualche modo per poter in seguito ricomparire quando si ripassi davanti allo specchio una seconda volta. Il sorgere di una rappresentazione è un evento che inizia e termina svolgendosi nel presente. Se quindi si coltiva l’opinione che il ricordo consista nel “ripresentarsi” della rappresentazione che “era” in qualche posto, si potrà essere un ottimo seguace della psicologia di Herbart o uno psicologo di un’altra corrente, ma non si è sul terreno di una reale osservazione dei fatti.

 

Il problema di cui si tratta è comunque del tutto diverso. Il mondo nel quale viviamo non è compenetrato soltanto da quanto penetra nelle rappresentazioni che ci facciamo in ogni istante attraverso il contenuto sensorio di occhi e orecchie, e che acquisiamo soltanto nella vita del presente; alla base di quel mondo, e naturalmente anche del mondo della natura, vi è il complessivo mondo immaginativo che non arriva alla coscienza ordinaria. Ciò che vi è nel mondo immaginativo si svolge parallelo alla vita delle rappresentazioni che formiamo in ogni istante; mentre io penso, formo cioè le rappresentazioni sugli oggetti; parallele ad esse si svolge un altro processo, una corrente subconscia attraversa la mia anima. Quest’altro processo porta alle tracce interiori che in seguito si osservano quando si presenta il ricordo; potrei caratterizzarle con molta maggiore precisione, ma qui devo limitarmi a qualche accenno.

 

Quando dunque compare il ricordo non ridiventa attuale la vecchia rappresentazione, come se fosse stata conservata in qualche posto, ma si guarda all’interno che cosa è rimasto di quel processo parallelo. Il ricordo consiste in una percezione interiore.

 

Nel subconscio l’anima è capace di cose alle quali non arriva con la coscienza della vita usuale. Quando intendo confrontare con approssimazione quel processo (e sottolineo: con approssimazione), quando si “presenta alla memoria” un cosiddetto evento dimenticato, vorrei dire che quel processo è molto simile a quello usuale della percezione; solo che quando ho una percezione, quel che percepisco lo formo nella rappresentazione attuale e passeggera; quella invece che formo nella memoria è coniata grazie a una percezione interiore: percepisco interiormente il residuo del processo parallelo.

 

Detto con approssimazione, il ricordo è un leggere dell’anima in un tempo successivo ciò che si è svolto in parallelo alla formazione della rappresentazione. L’anima ha l’inconscia capacità di leggere in sé ciò che ha formato mentre ha rappresentazioni. Al momento non lo so, perché il processo è coperto dalla rappresentazione, e in seguito lo ricordo. Invece di percepire le cose da fuori, percepisco il mio processo interiore. Questa è la realtà.

 

So molto bene che uno psicanalista fanatico (e so anche ovviamente che nessuno di loro si considera tale) dirà di potersi dichiarare molto d’accordo con questa spiegazione del ricordo. Tuttavia nella pratica non la fa sua. Chi conosce la bibliografia sa che ciò non avviene mai, e proprio questa è la sorgente di innumerevoli errori, perché non si sa che non si tratta di rappresentazioni passate che vanno a zonzo in qualche posto del subconscio, ma di un processo che si può capire soltanto quando si afferri il processo parallelo alla vita delle rappresentazioni, un processo immaginativo che si inserisce realmente nel nostro mondo.

 

Nascono qui i primi consistenti errori, perché alla base di quella che si chiama psicologia analitica viene posta la teoria di un errato processo del ricordo e viene applicato nella pratica. Quando si comprenda il vero processo del ricordo, il problema non è più la ricerca di ricordi vaganti che si presentano nell’anima del paziente considerato malato dall’analista, ma di vedere come il paziente sia in connessione con un vero mondo obiettivo di processi spirituali che egli registra soltanto in modo abnorme. È una grande differenza che va pensata da tutti i lati.

 

Inoltre lo psicanalista, che appunto applica unilateralmente la sua istruzione scientifica in questo importante campo di fatti, cade in un altro errore: applica cioè il sogno per la diagnosi dell’anima in un modo che non è giustificato per un’osservazione reale. Anche qui il problema è come si entra nel meraviglioso e misterioso mondo del sogno in modo giusto, secondo una vera osservazione e con concetti aderenti alla realtà. Vi si penetra soltanto sapendo che l’uomo non è radicato solo nel mondo al quale prende parte la sua coscienza abituale, ma anche in un mondo spirituale; e questo già per la vita delle rappresentazioni come abbiamo visto e come vedremo ancora più avanti. Pur cessando nel sonno la coscienza abituale, non si interrompe la relazione col mondo che rimane nel subconscio.

 

A seguito di un processo, che per la ristrettezza del tempo non posso caratterizzare a fondo, avviene che poi, grazie alle particolari condizioni offerte dal sonno, quel che si sperimenta in connessione col mondo spirituale viene rivestito nelle immagini simboliche del sogno. Tali immagini non sono importanti per il loro contenuto. Lo stesso processo, che rispecchia il nesso avuto con il mondo spirituale, può rivestirsi per qualcuno in un modo e per qualcun altro in tutt’altro susseguirsi di immagini simboliche. Chi ha conoscenze in questo campo sa che tipici processi animici subconsci in soggetti diversi si rivestono nelle più varie reminiscenze di vita e che comunque non è importante il contenuto del sogno. Si capisce che cosa in sostanza vi sia alla base del sogno esercitandosi a prescindere del tutto dal suo contenuto e a seguire invece quella che chiamerei la drammaticità del sogno stesso: se cioè il sogno inizia ponendo una base con una certa immagine onirica per poi creare una tensione e uno svolgimento, o se vi è una diversa successione, o ancora se prima è presente una tensione e poi una soluzione.

 

È necessaria una grande preparazione per afferrare lo svolgersi del sogno nella sua drammaticità, prescindendo del tutto dal contenuto delle immagini. Chi voglia comprendere i sogni deve essere in grado di estrarre qualcosa dal sogno stesso, come si farebbe per le scene di un dramma alle quali ci si interessa soltanto in quanto nascondono l’autore e le esperienze che egli ha vissuto. Solo quando si cessi dal voler comprendere il sogno nel significato astratto e simbolico delle sue immagini, solo quando si sia in grado di immedesimarsi nell’interiore drammaticità del sogno e nei suoi nessi interiori, prescindendo dal simbolismo e dal contenuto delle immagini, solo allora si nota in quale relazione l’anima si trovi rispetto al mondo spirituale. Esso infatti non può esser visto attraverso le immagini del sogno nelle quali chi non ha veggenza immaginativa riveste la realtà a seguito delle condizioni abnormi del sonno; lo si può soltanto vedere con la coscienza immaginativa. Si conosce solo con la coscienza immaginativa che cosa si svolge dietro la drammaticità del sogno.

 

È forse noto che la psicologia analitica, in certo modo molto lodevolmente, estese le sue ricerche anche al mondo del mito, raggiungendo anche a volte risultati interessanti, e in altri casi tali da far rizzare i capelli in testa. Non intendo certo entrare in particolari, ma è importante far notare che oggi il singolo indagatore lavora ancor sempre chiudendosi unilateralmente nel suo limitato settore, senza tener conto dello stato della ricerca che a volte sarebbe in grado di illuminare meglio il problema.

 

Un mio vecchio amico, Ludwig Laistner, da molto tempo defunto, scrisse un bel libro sui miti: L’enigma della sfinge*. Muovendosi per così dire in tutto il mondo in merito al sorgere dei miti, mostrò in modo molto interessante che per comprenderli non è importante seguire il loro contenuto, che cosa viene raccontato, qui in un modo, là in un altro, vale a dire le concrete immagini del mito, ma il processo drammatico che sempre ritorna e che viene alla luce nei modi più vari e nelle più diverse immagini. Poiché Laistner aveva considerato anche la relazione fra le immagini del mito e il mondo del sogno in modo ancora elementare e comunque giusto, le sue analisi costituivano un’eccellente base per passare dallo studio del mito a quello del sogno. Sarebbe molto più intelligente, se anche nello studio del mito fosse chiaro che quelle che intervengono nella coscienza del sogno, movendo dalla creatività del mito, sono solo immagini che, direi, in modo arbitrario rappresentano il vero processo. Io riconosco l’importanza e la migliore e onesta volontà dei ricercatori in questo settore, ma anche nel campo della psicologia analitica essi finiscono per arrivare a risultati errati e unilaterali, perché lavorano con mezzi inadeguati di conoscenza.

 

In genere non si è disposti a penetrare davvero nelle profondità delle cose e ad approfondire la vita spirituale per comprendere la realtà con concetti che le corrispondano. Tuttavia la moderna indagine psicanalitica, prescindendo dall’usuale concetto del ricordo e dai sogni che sarebbero stimolati dalla vita individuale, volle tener conto di un “inconscio sopraindividuale”, come si dice, e qui questo metodo di indagine, procedendo con inadeguati metodi conoscitivi, perviene a risultati ben strani. Ai nostri giorni si intuisce (e bisogna essere riconoscenti che sia stato almeno intuito) che la vita dell’anima umana è in relazione con una vita oggettiva dello spirito, anche se non si stima possibile fare qualcosa per conoscere tale relazione nella sua realtà. Facendo presenti queste cose, non vorrei ora criticare questi ricercatori, che davvero stimo molto per il loro coraggio che deve sempre essere grande abbastanza nel mondo pieno di pregiudizi del presente, ma proprio perché i problemi investono settori della pratica va ricordato che occorre uscire dall’unilateralità.

 

Jung, il meritevole ricercatore che abita qui a Zurigo, è in qualche modo ricorso a inconsci contenuti transindividuali e sopraindividuali per sostenere che l’anima umana non è in relazione soltanto con ciò che individualmente essa aveva una volta immesso nella memoria, ma anche con ciò che è al di fuori della propria individualità. È un pensiero bellissimo e ardito mettere in relazione la vita dell’anima umana non solo con il corpo, ma anche l’anima stessa con l’anima del mondo esterno; è senz’altro lodevole, ma lo stesso ricercatore fa in qualche modo ritornare a una specie di ricordo quel che si presenta nell’anima, anche se intende un ricordo sopraindividuale. Non ci si libera dal concetto di mneme, di ricordo, anche se non si può parlare di ricordo quando si esce dall’elemento individuale. Come Jung si esprime, si arriva a dire che nell’anima, senza che salgano alla coscienza abituale, vivono “immagini originarie”, per usare un’espressione di Jacob Burckhardt, immagini di ciò che lo spirito greco aveva escogitato per i suoi miti. E importante quel che dice Jung: tutto quanto non solo l’individuo, ma l’umanità stessa sperimenta può essere attivo nell’anima; e mentre nulla ne sa la coscienza usuale, tutto ciò si agita nell’inconscio ed emerge in essa facendo nascere i singolari fenomeni che oggi compaiono come malattie isteriche o simili. Come Jung dice nel suo ultimo libro, riemerge eh nuovo tutto quanto gli uomini sperimentarono di divino e di diabolico; non lo sappiamo, ma opera in noi.

 

E ora interessante esaminare, proprio in un caso caratteristico, un’indagine che lavora con inadeguati mezzi di conoscenza. In modo molto significativo essa arriva a dirsi: se l’uomo non stabilisce nella sua anima un rapporto cosciente col mondo divino, tale rapporto si stabilisce nel suo inconscio, anche se nulla egli ne sa. Gli dèi vivono nel suo subconscio, sotto la soglia della coscienza; ciò di cui egli nulla sa coscientemente può persino manifestarsi, proiettato sul suo medico, o su altri. Mentre dunque vive nel suo inconscio il ricordo di una diavoleria qualsiasi e non giunge alla coscienza, pure si agita in lui; deve liberarsene, lo trasferisce su una persona: demonizza il medico, e se non gli riesce, se stesso.

 

Tenendo presenti questi pensieri, è ora molto interessante leggere un passo di uno degli ultimi libri in questo settore della psicoanalisi: La psicologia dei processi inconsci di Cari Gustav Jung e vedere come egli sistemi queste cose. Egli dice: «Il concetto di divinità è infatti un’insopprimibile funzione psicologica di natura irrazionale». Un riconoscimento molto meritorio, perché così si stabilisce una volta per tutte che l’uomo è fatto in modo da stabilire rapporti nel suo inconscio con il mondo divino. La frase continua: «Il concetto di divinità è infatti un’insopprimibile funzione psicologica di natura irrazionale che non ha assolutamente niente a che fare col problema dell’esistenza di Dio. Questo problema è infatti fra i più stupidi che ci si possa immaginare».

 

Dalla frase non risulta come l’indagatore stesso si ponga rispetto al concetto di Dio; può persino essere molto devoto. Si considera soltanto come in questo campo l’indagatore sperimenti la vita inconscia delle rappresentazioni, se così posso chiamarla. Con mezzi inadeguati di conoscenza non si arriva in sostanza ad altro che a dirsi: l’anima umana, nel suo mondo al di sotto della soglia della coscienza, deve stabilire rapporti con gli dèi, ma in un modo che nulla ha a che fare con l’esistenza di Dio! In altre parole l’anima deve di necessità accontentarsi di un semplice rapporto illusorio che però le è in sostanza necessario per non ammalarsi. Quel che ho ripetuto è di una portata vastissima, di una portata assoluta- mente da non sottovalutare. Con questo ho solo fatto presente come si lavori con mezzi insufficienti di conoscenza in un settore molto ampio.

 

Continuo ora nella descrizione dell’uomo, quale deve porsi nella vita sociale. Come ho già detto, la vita del sentimento (appunto la vita del sentimento e non quella del pensiero) ha da un lato la sua controparte corporea nel ritmo del respiro, e dall’altro è in relazione con contenuti spirituali. Ciò che per l’aspetto spirituale corrisponde alla vita del sentimento, come per quello fisico è la vita ritmica del respiro, può essere visto come un contenuto spirituale, come contenuto di entità spirituali, di forze spirituali, compenetrate da quella che in queste conferenze ho chiamato coscienza ispirativa.

 

Con tale coscienza non si arriva però soltanto a un contenuto spirituale che riempia la nostra esistenza fra la nascita, o meglio la concezione, e la morte: si arriva a vedere ciò che va al di là di nascita e morte, che ha a che fare con la nostra vita fra morte e rinascita, con l’essere cioè che continua a vivere quando non abbiamo più un corpo fisico.

 

Quando ci si riveste del corpo fisico grazie all’ereditarietà fisica, si crea nel ritmo della respirazione una manifestazione fisica che deriva dal mondo dell’ispirazione. Mentre nella vita del pensiero, che conosciamo nella coscienza ordinaria, veramente opera soltanto quel che vi è fra nascita e morte, nella vita del sentimento operano le forze e gli impulsi che sono attivi nell’intervallo fra l’ultima morte e la presente nascita e che saranno di nuovo attivi fra la prossima morte e la nascita successiva. Nella vita del sentimento agisce l’eterno nucleo essenziale dell’uomo.

 

Come terzo elemento va ricordato che la vita della volontà da un lato è in relazione col ricambio, in effetti la più bassa attività dell’organismo umano, con quello che si manifesta nella fame e nella sete, e che dall’altro è spiritualmente in relazione con la più alta sfera spirituale, col mondo intuitivo che ho spesso ricordato in queste conferenze.

Si ha cioè in effetti un completo capovolgimento dei rapporti.

 

La vita del pensiero è inconsciamente in relazione col mondo immaginativo e con la vita dei nervi dall’altro lato. In un mondo che al di là della nostra vita corporea personale mette in evidenza il nostro nucleo essenziale, la nostra vita del sentimento è inserita dal lato spirituale. Infine la vita della volontà, che quando abbiamo un impulso volitivo lo esprime sempre in un processo del ricambio, che cioè lo manifesta nei più bassi processi organici, dal lato spirituale è in relazione col più alto mondo spirituale, con quello intuitivo.

 

Solo in questo campo si riescono a studiare le ripetute vite terrene. Quel che si trasferisce da una vita terrena in un’altra non è un impulso che si possa afferrare con l’immaginazione, per non parlare della coscienza usuale, e neppure con la coscienza ispirata, ma solo con la coscienza intuitiva. Nella nostra vita si affacciano impulsi provenienti da vite terrene precedenti, e da questa vita sono attivi gli impulsi per la successiva incarnazione. Solo risvegliarsi a una vera intuizione può dare un’impronta a un’indagine di questo genere, e non intuizioni confuse delle quali si parla nella vita corrente.

 

Alla completa coscienza umana si presenta l’uomo anch’esso completo, che si manifesta quale essere spirituale-animico nei suoi tre mobili impulsi di pensiero, sentimento e volontà; in tre modi diversi egli trova nel lato corporeo la sua base e in quello spirituale la sua origine. Così la scienza dello spirito presenta l’aspetto eterno dell’uomo non a seguito di speculazioni o di ipotesi, ma mostrando come deve svilupparsi la coscienza per osservare il nucleo essenziale eterno dell’uomo che si manifesta nelle evoluzioni delle ripetute vite terrene.

 

Questo uomo completo (e non quello astratto presentato dalla scienza o dagli scienziati in una vuota e astratta connessione di pensieri, non aderente alla realtà) questo uomo completo è inserito nella vita sociale. Mentre con la coscienza abituale si arriva benissimo a comprendere la natura esterna, finché non è organica ma manifestazione del mondo privo di vita, meccanico, (cosa che la scienza odierna spesso asserisce o vorrebbe imporre) non si riescono a trovare concetti che abbiano una piena vitalità per la vita sociale, costruendoli secondo il modello della coscienza usuale. Il segreto della vita sociale è infatti che non va costruita con concetti presi dalla coscienza abituale, ma che venga costruita al di sopra della coscienza, in impulsi che possono essere afferrati soltanto con le coscienze superiori delle quali ho parlato.

 

Questa prospettiva potrebbe chiarire molte delle cose che oggi nella vita sociale portano all’assurdo, perché i concetti con i quali la si vorrebbe afferrare non sono corrispondenti alla realtà. Oggi, con i concetti che si usano per il pensiero scientifico, si vuole operare nella vita sociale. Essa richiede però concetti diversi da quelli della coscienza usuale, proprio come anche la vita animica inconscia, caratterizzata dalla psicoanalisi, richiede nuovi concetti.

 

Nelle comunità sociali si presentano anzitutto tre campi che possono venir illuminati dalla scienza dello spirito orientata antroposoficamente. Intendo fame solo un cenno, perché la scienza dello spirito è solo ai suoi inizi e molto dovrà essere studiato; io caratterizzerò dunque solo in generale i fili che dovranno essere tirati dalle conoscenze scientifico-spirituali alla conoscenza della vita sociale.

 

Si presentano dunque tre campi della vita sociale. Il primo che si prospetta, e per il quale trova applicazione ciò che ho appena caratterizzato, è il campo dell’economia. Sappiamo che nella struttura sociale vigono leggi economiche e che occorre conoscerle. I legislatori e gli uomini di Stato o chi è attivo in un campo qualsiasi come imprenditore e appunto si inserisce nella complessiva struttura sociale, tutti costoro devono regolare i fenomeni che si manifestano nella vita economica.

 

Tuttavia la struttura economica che ci si presenta non può essere afferrata volendo applicare soltanto i concetti acquisiti per la scienza, concetti che oggi dominano quasi tutto il pensiero umano. Nella vita economica sono dominanti impulsi del tutto diversi da quelli validi per la natura e persino per le basi naturali umane. Ad esempio per le basi naturali umane va considerato il problema dei bisogni. Anche nell’ordine economico vi è alla base il problema di soddisfarli. Se intendo veramente conoscere un gruppo sociale nella sua struttura economica, mi occorre sapere quali mezzi vi siano per soddisfare le condizioni umane secondo le caratteristiche geografiche o di altra natura. Si parte dai bisogni per studiare individualmente l’uomo. Per studiare invece una struttura economica si parte proprio dal lato opposto. Ora non va osservato ciò di cui la gente ha bisogno, ma la popolazione che vive in quella regione e come vi si sviluppi una vita collettiva. È solo un accenno, ma molto dovrebbe esser detto per parlare di una struttura economica nel suo complesso. Che cosa in effetti sia l’organismo della struttura economica di uno Stato o di una comunità non può essere afferrato con i concetti presi dalla scienza usuale.

 

Succedono però allora cose piuttosto strane! Mi permetto di ricordare un caso che davvero non tocco sotto l’influsso degli eventi attuali. Mi si potrebbe infatti rimproverare di essere sotto l’influenza degli eventi attuali, ma proprio non è così. Esposi infatti quel che ora dirò già prima che iniziassero gli attuali eventi bellici in un ciclo di conferenze che avevo tenuto a Helsinki; quel che ora dirò non fa dunque alcun riferimento agli eventi bellici. Dovevo premetterlo per non essere frainteso.

 

Accennai allora a Helsinki, quindi prima dello scoppio di questa guerra, come si possa sbagliare volendo capire la struttura sociale delle comunità umane usando solo idee scientifiche; avevo scelto come esempio una personalità che in larga misura incorre in questo errore: Woodrow Wilson.

Avevo fatto rilevare che Woodrow Wilson (e in questo caso l’erudito è diventato uomo di Stato) stranamente dice: al tempo di Newton, quando si studiò il mondo in modo meccanico, si nota che la gente usava per la vita sociale, per la vita dello Stato gli stessi concetti meccanici che Newton aveva messo in auge. È però sbagliato, dice Woodrow Wilson, voler comprendere la vita sociale con quei concetti limitati. Oggi occorre procedere in modo diverso e applicare alla vita sociale i concetti darwinistici! Auspica cioè la stessa cosa, solo applicando i concetti scientifici oggi in auge.

Come i concetti di Newton non erano in grado di afferrare la struttura sociale, così non lo sono quelli di Darwin; come abbiamo anzi visto, essi non sono neppure tutti applicabili alla vita organica. In Wilson ciò rimane nel subconscio, ed egli non avverte di fare proprio lo stesso errore che prima aveva criticato e rimproverato.

 

Abbiamo qui un eccellente esempio di come la gente non sia in grado di riconoscere che sta lavorando con mezzi inadeguati di conoscenza, non in grado di dominare la realtà, quando inizia a voler comprendere e dominare oggi la vita sociale. Si trova tuttavia ad ogni passo che non solo non si riconosce l’inadeguatezza dei mezzi conoscitivi, ma con gli stessi si fa la storia. Se si osservasse bene tutto ciò si riuscirebbe a penetrare nelle cause più profonde e nascoste al mondo di oggi con tutte le sue frasi fatte.

 

Non si capiscono le strutture economiche con concetti scientifici, derivino essi da Darwin o da Newton, perché essi valgono solo per le cose della natura. In questo campo occorre passare ad altri concetti.

 

Io posso solo caratterizzarli dicendo che devono essere tali da far sorgere idee che siano parte della vita immaginativa; non se ne avrà magari una precisa idea, ma si potrà avere il sentimento dell’immedesimarsi nella struttura sociale. Solo con l’aiuto di rappresentazioni immaginative ci si può fare un’idea di una concreta struttura sociale. Altrimenti si arriva ad astrazioni prive di essenza e di valore.

 

Oggi non costruiamo più miti. Nella forza che formava i miti esisteva però un impulso animico che superava la realtà quotidiana. Dallo stesso impulso col quale i nostri antenati formavano i miti, col quale se posso dire essi avevano creato immagini che nella fantasia corrispondevano alla realtà spirituale, dallo stesso impulso chi oggi voglia capire qualcosa dell’ordine economico deve avere rappresentazioni immaginative. Egli non deve costruire miti, ma deve poter pensare contemporaneamente le condizioni geografiche e del terreno, il carattere degli abitanti e le loro necessità, per avere questi pensieri complessivi con la stessa forza con la quale un tempo erano stati creati i miti, con la forza immaginativa che vive e opera nello spirito e che compare in immagine nella struttura economica.

 

Un secondo settore della vita sociale è quello della morale, della struttura morale, degli impulsi morali che si manifestano in una comunità. Di nuovo ci si immerge nella sfera dell’inconscio, volendo studiare gli impulsi che vengono alla luce nelle umane aspirazioni morali, nel senso più vasto della parola. Chi, sia esso uomo di Stato o parlamentare, o capo di qualsivoglia impresa, intenda operare in questo campo e proporsi come guida, ne capisce la struttura soltanto se riesce a dominarla con concetti che abbiano la loro base almeno nelle conoscenze ispirative.

 

È più necessario di quanto oggi non si creda che operino impulsi morali per intervenire in campo sociale. Per la verità gli impulsi morali vanno studiati sulla base dalla realtà, mentre non vanno inventati gli impulsi della vita organica, ma studiati partendo dallo stesso organismo. Se dalla vita spirituale umana si volessero estrarre concetti relativi alla natura del leone, del gatto o dell’istrice, come li si escogita per formulare la teoria del marxismo o altri teoremi socialistici, senza studiarli nella loro realtà, si costruirebbero concetti aprioristici sulla natura degli animali e si arriverebbe a strane teorie sull’organizzazione animale.

 

Essenziale è che si studi nella sua concretezza l’organismo sociale nel quale operano forze morali nel modo più ampio. Anche i bisogni che l’uomo manifesta (anche di carattere morale in senso ampio) possono venir dominati studiando l’organismo sociale nella sua concretezza, sia pure con pensieri non del tutto chiari ma pur sempre radicati nel mondo dell’ispirazione. Oggi si è però lontanissimi da questo modo di pensare.

 

La scienza dello spirito arriva a studiare nei particolari quali siano gli impulsi dei popoli che abitano l’Europa centrale, occidentale e orientale. Arriva in concreto a vedere come i diversi impulsi animici, che salgono dall’organismo sociale, siano altrettanto fondati e concreti quanto lo sono quelli che salgono dall’organismo fìsico. Essa impara a conoscere come anche la vita in comune dei popoli sia in relazione con questi impulsi più profondi. La scienza dello spirito trova una struttura animica del tutto diversa nelle popolazioni dell’occidente e dell’oriente europeo, e sa come si manifesti tale struttura in tutta la vita europea. Faccio presente che, sulla base di pensieri derivati dalla scienza dello spirito, già anni fa parlai delle diverse strutture animiche che sono alla base della vita sociale europea; quel che allora presentai viene confermato da ciò che dicono conoscitori empirici, inseriti nella vita concreta. Leggendo la «Neue Zurcher Zeitung» di ieri e di oggi e quel che vi è detto in merito al pensiero di Dostojevsky sull’anima russa e sugli ideali russi, si ha la completa conferma dei risultati raggiunti da anni dalla scienza dello spirito.

 

Dalla vita reale si arriva così a studiare le forze e gli impulsi sociali, cosa che oggi manca. Poiché però non si riesce a padroneggiare la vita, con concetti lontani della realtà, ma solo con concetti nati dalla vivente realtà, la vita sfugge di mano agli uomini. Essi non sanno più comprendere la vita con concetti che hanno lo stesso grado di astrattezza di quelli impiegati nel campo della scienza. Questi ultimi non sono sufficienti in campo sociale. Così proprio questa vita non afferrata dalla coscienza, e però attiva e operante nel profondo, condusse alle catastrofi che oggi sperimentiamo in modo tanto spaventoso.

 

Vi è inoltre un terzo settore che ci si presenta nella vita sociale: è quello che possiamo chiamare della vita giuridica. La struttura sociale di una comunità consiste in effetti di vita economica, vita morale e vita giuridica. Tutti questi concetti vanno intesi in senso spirituale. Come la vita economica può solo veramente essere studiata se ne vengono poste alla base rappresentazioni immaginative, quella morale si raggiunge nella realtà solo ponendole alla base rappresentazioni ispirative, così la vita giuridica viene in sostanza compresa con rappresentazioni intuitive, anch’esse acquisite da una piena e concreta realtà.

 

Ciò che quindi la scienza dello spirito tende a conoscere per la sfera soprasensibile e a cui esercita e affina le sue forze di coscienza e di conoscenza, può venir applicato nei diversi settori della vita sociale. Anche in campo pedagogico, anch’esso facente parte della sfera sociale, si avranno concetti fecondi soltanto se si sarà capaci di immettere immaginazioni nei propri concetti; si penserà allora la vita in formazione grazie alle immaginazioni destate in noi e ci si regolerà di conseguenza, non più grazie a concetti astratti, come spesso oggi avviene in pedagogia, ma secondo vere immaginazioni.

 

Vita giuridica, concetti giuridici! Che cosa non si è scritto e detto proprio negli ultimi tempi sui problemi del diritto! E quanto poco è oggi per l’umanità in sostanza chiaro che cosa siano anche i più semplici concetti del diritto! In questo campo basta soltanto guardare persone, come ad esempio Fritz Mauthner, l’autore dell’interessante Dizionario della filosofia, che vogliono lavorare sulla base di un’educazione scientifica. Nel suo Dizionario si vedano le voci “diritto” o “punizione” e quanto vi è connesso, e si vedrà come egli dissolva tutte le idee e i concetti noti e anche le istituzioni oggi esistenti, come egli mostri che proprio non esiste la possibilità e la capacità di mettere qualcos’altro al loro posto. Lo si potrà fare soltanto se ciò che si cerca per la vita giuridica sarà preso dal mondo della conoscenza intuitiva che appunto è alla base della struttura sociale.

 

Qui a Zurigo è stato pubblicato un libro che comincia a trattare nuovi problemi giuridici: E contratto collettivo di lavoro nel diritto svizzero del dott. Roman Boos. Nel libro si pongono veramente in modo eccellente le basi per concreti problemi giuridici, per rapporti esistenti nella struttura giuridica e sociale e per arrivare a singole e concrete idee su particolari giuridici. Da inizi del genere risulterà che cosa in effetti si intenda quando si pone l’esigenza di studiare la vita giuridica inserita in quella sociale in modo concreto e non astratto, per farla uscire da ciò che essa è realmente e per immettervi concetti aderenti alla realtà. Certo questo è più scomodo che non costruire e proporre programmi utopistici, strutture statali utopistiche, perché così occorre considerare l’uomo nel suo complesso e veramente avere un senso per quel che accade nella realtà.

 

Per questo ho considerato fondamentale il concetto di libertà, per mostrare che, anche se in questo campo occorre cercare regole nel mondo spirituale, per la scienza dello spirito deve comunque valere il concetto di libertà. Sarà ancor più scomodo studiare questi argomenti! Si perviene così infatti e soprattutto a vedere quanto sia complicata la realtà e come non la si possa afferrare con concetti unilaterali in qualche modo puntellati, ma come non appena si intenda uscire dal singolo individuo essa debba essere afferrata con i concetti della scienza dello spirito illustrati in queste conferenze.

 

Posso qui ricordare un esempio drastico. La gente vive volentieri in concetti unilaterali, derivati dalle sue abitudini di pensiero. Quando per la prima volta fu costruita nell’Europa centrale una ferrovia, venne chiesto un consiglio a un collegio di medici, un collegio cioè di esperti; la cosa è documentata anche se suona un po’ irreale. Il dotto collegio trovò che non si dovevano costruire ferrovie, perché si sarebbe danneggiato il sistema nervoso della gente. Se poi qualcuno avesse voluto comunque costruire ferrovie, avrebbero almeno dovuto elevare, a destra e sinistra dei binari, alte palizzate di legno, affinché non fossero colpiti da commozione cerebrale quelli che vivevano vicino alle ferrovie. Questo giudizio, emesso nella prima metà del secolo scorso, deriva appunto dalle abitudini di pensiero di allora. All’uomo di oggi è ovviamente facile ridere di un simile giudizio unilaterale, perché certo quei dotti avevano torto. L’evoluzione li superò, e la stessa evoluzione supererà molte altre cose che quei “dotti signori” consideravano giuste.

 

Per quanto paradossale sembri, vi è però un altro problema: avevano quei dotti signori davvero torto? Anche questo è solo apparente. Da un lato avevano senz’altro torto, ma non avevano soltanto torto. Chi abbia un senso per le più sottili caratteristiche dell’evoluzione della natura umana, sa già che nell’evoluzione alcuni fenomeni nervosi dei quali soffre l’umanità di oggi sono stranamente in relazione con l’inizio delle ferrovie, se non nel modo radicale espresso da quei dotti, pure il loro giudizio è in parte giusto. Chi abbia davvero un senso per il differenziarsi della vita, per la differenza fra la vita di oggi e quella alla svolta fra il secolo diciottesimo e il diciannovesimo, sa che le ferrovie rendono gli uomini più nervosi e che per un certo aspetto quel dotto collegio aveva un po’ di ragione.

 

Quel che è “giusto” e “ingiusto” applicato in qualche modo ai fenomeni della natura o ai processi in cui vanno considerati la natura e l’uomo, non lo è però alla struttura sociale!

 

Qui il problema è che l’uomo, grazie a una tutt’altra educazione delle sue qualità animiche, realmente sviluppi la capacità di formare idee più adatte alla vita sociale; nella sua evoluzione, questa a sua volta agisce sulle unilaterali e astratte idee scientifiche che devono invece essere astratte.

 

A causa della ristrettezza del tempo è chiaro come io possa solo accennare che il campo della sociologia, dell’economia, della moralità sociale in senso lato e del diritto, con tutto quanto vi è connesso, potrà essere padroneggiato soltanto quando saranno superate le inerzie di fronte alle quali oggi ci troviamo, perché in sostanza sono l’inerzia e il timore che trattengono dal percorrere le vere vie conoscitive suggerite dalla scienza dello spirito. Sebbene io abbia tenuto qui un ciclo di quattro conferenze, potei naturalmente indicare solo alcune cose, e sono ben conscio di essermi limitato a dare qualche spunto. Volevo soltanto mettere in relazione i diversi settori che oggi abbiamo toccato. So che è possibile muovere molte obiezioni a quel che ho detto, e io le conosco molto bene. Chi è sul terreno della scienza dello spirito deve porsi man mano le possibili obiezioni, perché solo confrontando quel che conosce con l’obiezione, si sviluppa dalle profondità dell’anima la facoltà di vedere e di padroneggiare la realtà.

 

Se anche so quanto siano state imperfette le mie esposizioni, perché molte settimane sarebbero state necessarie per spiegare tutti i particolari di cui potei solo presentare in breve i risultati, pure mi sarà concesso credere che almeno in una direzione io abbia suscitato un’idea, che cioè la scienza dello spirito non è una forma qualsiasi di propaganda che intende portare a uno o a un altro ideale astratto, ma un campo di indagine, richiesto oggi dallo stesso corso dell’evoluzione umana. Chi si trovi in questa sfera di indagine, chi ne veda realmente gli impulsi, sa che proprio i campi che si presentano nel nostro presente, come ad esempio quello della psicoanalisi al quale accennai, se davvero approfonditi, mostrano che potranno trovare il loro compimento se illuminati da quella che qui è stata chiamata scienza dello spirito orientata antroposoficamente. Intendevo suscitare l’immagine che essa non è basata su cieche idee, su qualche confusa mistica, ma che è qualcosa che viene portato avanti seriamente e con un serio senso della ricerca, almeno nei suoi intendimenti; per questo ho mostrato in diversi particolari che i. concetti scientifici oggi usuali possono essere fecondati dalla scienza dello spirito.

 

Credo che essa non sia nuova. Basta infatti risalire solo fino a Goethe per trovare nella sua dottrina della metamorfosi le tracce elementari che devono venir sviluppate dalla scienza dello spirito, comunque non attraverso ipotesi scientifiche solo logiche e astratte, ma a seguito di un’elaborazione vitale di quel che da lui era stato avviato.

 

Poiché da più di trent’anni io parto dalla concezione goethiana del mondo, amo chiamare goetheanica la scienza dello spirito antroposofica che io rappresento. La costruzione a Dornach che è dedicata a tale concezione, se dipendesse solo da me vorrei che fosse chiamata “Goetheanum” per indicare come la scienza dello spirito antroposofica non si presenta nel mondo soltanto come qualcosa ricavato da una nuova idea arbitraria, ma come qualcosa richiesto dallo spirito del nostro tempo e anche dallo spirito di tutta l’evoluzione dell’umanità.

 

Credo infatti che coloro che in tutti i tempi seguirono lo spirito dell’evoluzione dell’umanità, nelle loro migliori aspirazioni tendessero ai frutti e ai fiori di una concezione scientifica che oggi deve realizzarsi affinché si formino reali e serie idee nella vita dello spirito; esse sono tanto serie e degne quanto lo è la scienza che non è combattuta o sminuita dalla scienza dello spirito, ma invece stimate per come le ha proposte negli ultimi secoli e fino ai giorni nostri.

 

Non ho tenuto queste conferenze per combattere o contestare le altre scienze, ma per mostrare, come già dissi nell’introduzione, che io le apprezzo e non solo credo che siano grandi per quello che già sono, ma perché sono anche grandi per quello che potranno ancora produrre. Credo che oggi vi sia una ancora maggiore stima del modo di pensare scientifico o di altro genere, ove non si pensi di doversi fermare ad esso, ma si abbia la fiducia che un giusto inserimento in quanto vi è di buono nei diversi campi della scienza sia non solo adatto a sviluppare una concezione logica del mondo che non arriva poi ad altro che a quanto in sostanza ha già in sé, ma capace di produrre qualcosa di vitale. E la scienza dello spirito antroposofica vuole appunto essere qualcosa di vivente e con nuove aperture.

 

 

By | 2018-11-10T10:46:11+01:00 Novembre 10th, 2018|LE SCIENZE ALLA LUCE DELL'ANTROPOSOFIA|Commenti disabilitati su 04 – ANTROPOSOFIA E SCIENZE SOCIALI