/////04 – LA FORMAZIONE DEL CAPITALE A SEGUITO DELLA DIVISIONE DEL LAVORO

04 – LA FORMAZIONE DEL CAPITALE A SEGUITO DELLA DIVISIONE DEL LAVORO

La formazione del capitale a seguito della divisione del lavoro

O.O. 340 – I capisaldi dell’economia – 27.07.1922


 

Sommario: Ancora l’esempio del sarto. La formazione del capitale a seguito della divisione del lavoro. L’esempio del veicolo. L’emancipazione dalla natura. L’emancipazione dal lavoro. Economia monetaria e capitale monetario. Il denaro come spirito realizzato. Capitale di prestito, seconda tappa del processo del capitale. Divisione del lavoro, merce e valore monetario. Il valore della natura viene diviso dal lavoro afferrato dallo spirito. Il metodo economico deve guardare l’interiorità dei processi.

 

Ho scelto ieri un esempio, preso dalla vita economica, per far toccare con mano quel che volevo spiegare. Ma pare che quell’esempio piuttosto drastico abbia dato a taluni del filo da torcere. Si parlava di un sarto che, confezionando il proprio vestito (confezionando cioè un vestito per sé, mentre di solito li confeziona per altri), viene a lavorare meno a buon mercato per se stesso che non se comprasse anche il proprio vestito da un negoziante. Ora si capisce benissimo come si possa restare disorientati di fronte a un caso così estremo, perché è naturale che si dica: il negoziante, che deve pur trarre qualche guadagno, compra il vestito dal sarto più a buon mercato di come lo rivende; di conseguenza il sarto, acquistando il proprio vestito da un negoziante, deve pagarlo più di quanto gli verrebbe a costare facendoselo da sé, e precisamente deve pagarlo tanto di più quanto è il guadagno del negoziante. Questa obiezione è talmente ovvia che dobbiamo aspettarcela; eppure ho scelto questo esempio per far toccare con mano quanto sia necessario, di fronte all’economia odierna, non pensare alla stregua di un’economia domestica, ma di un’economia politica più generale, tenendo conto di tutto quanto deriva dalla divisione del lavoro.

 

Nel caso citato, il fatto saliente non è che quel sarto subisca una perdita se, appena ha portato a termine il vestito, lo vende a un negoziante, e poi per sé deve comprarne un altro perdendo così qualcosa; quel che importa è sapere se il sarto, quando dopo qualche tempo fa i suoi conti, si ritrovi in condizioni migliori per aver confezionato da sé il proprio vestito, o se non si troverebbe in condizioni migliori se avesse tralasciato di fare il vestito per sé.

 

Quando agisce la divisione del lavoro, essa ha l’effetto di far ribassare il prezzo dei prodotti nel modo giusto. Grazie alla divisione del lavoro, i prezzi si abbassano, e si abbassano appunto nel complesso economico. Se invece si contravviene alla divisione del lavoro, si determina una pressione di prezzi nei prodotti in questione; e tale pressione reagisce sul processo economico. In altre parole: il sarto avrà sì più a buon mercato il singolo vestito, ma avrà esercitata una pressione (a tutta prima sarà cosa da poco, ma se i sarti che fanno ciò saranno molti, il poco si moltiplicherà) sulla quotazione di tutti i vestiti; questi ribasseranno di prezzo, ed egli dovrà poi cedere più a buon mercato anche gli altri che confezionerà in seguito. Sarà allora solo una questione di tempo, perché egli possa constatare nel suo bilancio di quanto sarà stato minore l’introito per gli altri vestiti, in confronto a quello che egli avrebbe avuto, se non avesse esercitato la pressione sui prezzi.

 

In questo esempio non bisogna, nemmeno in piccola dose, inserire il modo di pensare dell’economia domestica. Non ho certo voluto affermare che quel sarto non avrebbe il diritto o non potrebbe prendersi il gusto di confezionarsi da sé il proprio vestito; solo non deve credere che il lavorare per sé venga a costargli meno; al contrario, dopo qualche tempo sarà venuto a costargli più caro nel suo bilancio generale. Certo, in questo singolo esempio buttato là la differenza non è di grande rilievo, perché quella minima pressione di prezzo apparirà solo dopo lunghissimo tempo. Il sarto dovrebbe fare moltissimi altri vestiti, perché si verifichi il piccolo ribasso; ma una volta o l’altra esso si verificherà indubbiamente nell’insieme del suo bilancio.

 

Tutto ciò per mostrare come nel proprio pensiero si debba essere lungimiranti di fronte al processo economico; esso consiste di un numero incommensurabile di fattori che s’intrecciano e si connettono l’uno all’altro; il singolo fenomeno è causato da un numero infinitamente grande di elementi fra loro collegati.

 

Naturalmente sarebbe un errore collegare le proprie considerazioni soltanto a ciò che avviene intorno alla singola persona che opera nell’economia. Così facendo, non si riuscirebbe a orientarsi nel processo economico. Si deve imparare ad abbracciare con lo sguardo la totalità dell’organismo sociale; e abbracciare l’insieme conduce da ultimo alla necessità di citare simili esempi estremi che, non subito, ma forse nel corso di un decennio, divengono molto chiaramente palesi.

 

Si tratta di partire da simili esempi, direi quasi assurdi, per trasformare a poco a poco il proprio pensiero abituale in un pensiero che abbracci relazioni sempre più vaste, e che appunto per questo perda la rigidità dei suoi contorni e sia in grado di afferrare ciò che è fluttuante. Ciò che si trova più vicino a noi si può afferrare in netti contorni; ma qui importa conquistare la visione dell’insieme, e tale visione scorge singole idee mobili che non coincidono affatto con le idee afferrate nell’immediata vicinanza.

 

Questo vorrei far rilevare oggi in modo particolare affinché, pur partendo da cose relativamente semplici, si veda come il processo economico sia composto dei fattori più vari. Per avviarci sempre più a poter afferrare il problema del prezzo, volgiamoci oggi da un certo punto di vista al processo economico come tale.

 

Prendiamo le mosse dalla natura. Il lavoro umano deve pure essere applicato alla natura, deve trasformare il prodotto naturale così che poi, modificato, trasformato dal lavoro umano, per l’azione dell’opera umana su di esso, questo prodotto naturale acquisti un valore economico. In economia non si ha a che fare con sostanze; la sostanza come tale non ha alcun valore economico. Il carbone che è ancora sotto terra nella miniera, quale minerale carbonifero, non ha valore economico; né lo acquista se dalla miniera passa direttamente nella camera di chi con esso si accende la stufa. Ciò che fa del carbone un valore, è il lavoro che vi viene impresso; vale a dire tutto il lavoro che bisogna fare, prima per organizzare la miniera, poi per portare il carbone alla luce, per trasportarlo e così via. Tutto il lavoro umano, impresso nella sostanza del carbone, dà a questa un valore economico; e in economia si ha a che fare solo con tale valore economico.

 

Non si potrà comprendere nessun fenomeno economico se non si parte da idee del genere. Mentre dunque il lavoro umano viene così applicato alla natura, si arriva appunto, col progredire dello sviluppo economico, alla divisione del lavoro, a quella divisione del lavoro che sorge dal fatto che uomini cooperano in una qualsiasi azione che abbia importanza per l’economia.

 

Prendiamo un caso semplicissimo. Supponiamo che in un paese un certo numero di persone svolga un’attività, recandosi per esempio dalle proprie case, situate in luoghi diversi, fino a una località dove svolgono un lavoro in comune per ricavare un qualsiasi prodotto di natura. Supponiamo di essere ancora in un’epoca assai primitiva e che quegli operai non abbiano altro mezzo che quello di andare a piedi al loro posto, di lavoro. Un bel giorno a qualcuno viene l’idea di costruire un veicolo e di usare dei cavalli per trainarlo; allora tutto ciò che prima ciascuno doveva fare da sé, viene ora fatto da ciascuno in collaborazione con chi fornisce il veicolo. Il lavoro viene diviso. Dove prima c’erano solo gli sforzi di singoli, regna ora in senso economico la divisione del lavoro.

In seguito poi, ogni operaio che usa il veicolo deve pagare una certa quota a chi esercita l’impresa del trasporto.

 

Con ciò, l’inventore del veicolo è entrato nella categoria dei capitalisti. Per lui il carro è ora un vero e proprio capitale. Qualsiasi caso si studi, si vedrà che in certo modo il punto d’origine del capitale si trova sempre nella divisione e nell’organizzazione del lavoro. Ma grazie a che cosa è stato inventato il carro? È stato inventato per opera dello spirito. Ogni processo del genere consiste nel fatto che lo spirito viene applicato al lavoro, che in un modo o nell’altro il lavoro viene compenetrato dallo spirito. In regime di divisione del lavoro, vediamo dunque sorgere il lavoro compenetrato dallo spirito. Quando cioè vediamo sorgere il capitale a seguito della divisione del lavoro, non abbiamo se non lavoro compenetrato di spirito. La prima fase del capitale consiste realmente sempre nel fatto che lo spirito organizza, coordina il lavoro, mentre prima questo si svolgeva legato alla natura.

 

È proprio necessario che il capitale e la formazione del capitale vengano chiaramente osservati da questo punto di vista, poiché solo da esso si potrà comprendere la funzione del capitale nel processo economico. Il sorgere del capitale è sempre il fenomeno concomitante della divisione, dell’organizzazione del lavoro.

 

Ma in tal modo qualcosa si emancipa dal contatto diretto che l’uomo ha con la natura quando la lavora. Finché si ha da fare soltanto con l’elaborazione della natura, si può parlare soltanto di prodotti naturali che, trasformati dal lavoro umano, hanno con ciò acquistato un valore; ma dal momento in cui diciamo che lo spirito organizza il lavoro come tale (poiché a quell’uomo, che costruendosi il carro si è creato il capitale, è in fondo indifferente a qual fine egli trasporti poi la gente da un posto all’altro), avviene una emancipazione dalla natura. Fin qui, attraverso il lavoro umano, la natura traspare ancora. Sebbene il valore non sia costituito ad esempio dal carbone quale sostanza, ma dal lavoro umano accumulato nel carbone, pure il prodotto naturale vi traspare ancora attraverso il lavoro umano. Questo è un lato della genesi dei valori economici.

 

L’altro lato sta nel fatto che quanto nel lavoro viene organizzato dallo spirito si emancipa dalla natura, se ne distaccò. Ora si arriva al capitalista al quale è del tutto indifferente il rapporto che il lavoro da lui organizzato ha con la natura. Ciò può verificarsi in modo assai semplice: può venir in mente a quell’uomo, che finora trasportava la gente del suo paese alla sede di quel tale lavoro agricolo, di prendere un bel giorno il suo carro e di recarsi in tutt’altro luogo a trasportare altra gente verso luoghi e lavori diversi. Ogni qualvolta vi si applichi lo. spirito, l’organizzazione del lavoro umano si emancipa assolutamente dalla base naturale. Così è data anche l’emancipazione del capitale dalla base della natura.

 

Sotto vari aspetti è stata sostenuta dagli economisti l’opinione che il capitale sia lavoro accumulato, ma poiché il fenomeno è fluttuante, questa definizione è in sostanza valida solo per un dato stadio. Finché l’attività spirituale resta legata in senso stretto a un qualsiasi genere di lavoro che essa organizza, la natura traspare ancora. Ma dal momento in cui ci si emancipa, in cui si pensa al modo di far fruttare, applicandovi lo spirito, quanto si guadagna, da quel momento nel capitale di cui si dispone l’elemento lavoro diventa gradatamente indistinto, e scompare nella sua peculiarità.

 

Supponiamo di avere risparmiato per un certo tempo, acquistando così un capitale che adesso lavora nel giro dell’economia generale.

Chi all’inizio aveva un solo carro può sviluppare il suo lavoro acquistandone un altro, e così via. Il suo capitale e economicamente attivo, ma in sostanza non ha più nulla in sé della natura del lavoro. In quello che fa un minatore, la natura del lavoro entra ancora moltissimo; ma nel capitale si vede che il lavoro come tale entra sempre meno. Se poi l’uomo in questione trasmette addirittura la sua impresa a un altro, potrà darsi benissimo che, dopo avvenuto il trapasso, all’altro non importi più se non di far fruttare quel ch’era stato prodotto per opera dello spirito, mentre gli sarà assolutamente indifferente la qualità del lavoro da organizzare; gli basterà che qualcosa venga organizzato.

 

In altre parole: abbiamo qui un reale processo di astrazione; è proprio lo stesso processo che di solito Si compie interiormente nell’astrazione del pensiero logico; qui esso si compie esteriormente. Ogni particolarità scompare: nella massa dei capitali scompaiono a poco a poco sia le particolarità della sostanza naturale sia le particolarità del genere di lavoro. Se poi seguiamo il processo economico ancora più oltre, non troveremo assolutamente più nulla di quel che inizialmente era stato organizzato come lavoro. Il processo economico nel suo progredire ci si prospetterà nel modo seguente: l’uomo che ha costruito il carro ha per lo meno impresso il proprio spirito in questa sua invenzione; ma ora egli guadagna, guadagna valori maggiori di quelli ch’egli stesso può comunque padroneggiare. Dovrebbero forse questi valori rimanere inutilizzati per l’economia? Niente affatto. Deve sopraggiungere un altro che sia, in grado di padroneggiare questi valori in qualche altra maniera.

 

Possiamo immaginare che i valori ricavati dall’inventore del veicolo, dunque i frutti che ne sono maturati, passino dopo qualche tempo a un fabbro. Il fabbro ha lo spirito che occorre per organizzare un’officina, ma con lo spirito solo non può far nulla. Il primo ha invece già creato dei valori economici; e li trasmette ora al fabbro. Ecco qui, nella realtà del mondo, il processo completo di astrazione.

 

Affinché il processo possa continuare (altrimenti in qual modo il costruttore del veicolo potrebbe trasmettere al fabbro i valori che ha ricavati?), è cioè necessario che vi sia qualcosa che si comporti come un quid astratto rispetto al fatto particolare del processo economico. È il denaro. Il denaro è l’espressione esteriore del valore creato dalla divisione del lavoro, e può venir trasmesso da una persona all’altra.

 

Nel successivo svolgimento della divisione del lavoro, vediamo dunque nascere il capitalismo, e nello svolgersi del capitalismo vediamo, già molto presto, sorgere l’economia monetaria. Rispetto ai fattori economici particolari, il denaro è un quid totalmente astratto. Col denaro che si ha in tasca si può acquistare del cibo, oppure un capo di abbigliamento o altro. Per il carattere del denaro è indifferente con che cosa esso venga scambiato nel processo economico o che cosa venga con esso acquistato. Per i singoli fattori economici, in quanto subiscono ancora l’influenza della natura, il denaro è l’elemento assolutamente neutro, indifferente. Ma appunto perciò esso è l’espressione, lo strumento, il mezzo di cui si serve lo spirito per intervenire nell’organismo economico basato sulla divisione del lavoro.

 

Dal momento in cui si parla di divisione del lavoro, non è assolutamente possibile che lo spirito intervenga nell’organismo economico senza che si crei il denaro. Quindi possiamo dire: le funzioni che nello stato naturale dell’economia erano unite, perché ciascuno faceva da sé tutti i lavori in un isolamento egoistico, ora sono distribuite nella collettività. Così avviene appunto nella divisione del lavoro.

 

Nel capitale i fattori particolari vengono di nuovo accentrati in un processo di portata generale. La formazione del capitale è una sintesi, è assolutamente una sintesi. Chi ha formato un capitale nel modo che abbiamo visto, lo può trasformare in denaro, dopo che il denaro è diventato una necessità economica, e lo presta a chi non può fornire altro che il suo ingegno. Questi riceve il denaro. Il denaro è il vero rappresentante dei valori economici prodotti mediante lo spirito.

 

Dobbiamo osservare tutto ciò in senso strettamente economico. Sia pure il denaro una pessima cosa, in una prospettiva etica o religiosa, in senso economico esso è lo spirito che opera nell’organismo economico, null’altro. Nel processo economico dev’essere dunque creato il denaro affinché lo spirito, dal punto iniziale in cui è ancora rivolto alla sola natura, possa procedere nel proprio svolgimento. Si fermerebbe a condizioni primitive se restasse rivolto alla sola natura; affinché possa nuovamente riversare nel processo economico le conquiste dello spirito, esso deve realizzarsi come denaro. Il denaro è spirito realizzato; entra però subito nel concreto. In un primo tempo esso è un quid astratto di cui si può dire: per il denaro è indifferente se, per una certa somma, mi compro un oggetto, oppure se una o più volte mi faccio tagliare i capelli. Ma nel momento in cui diventa disponibile per una persona e quindi è posto al servizio del suo spirito, il denaro ridiventa un fatto concreto che opera nell’economia. Vale a dire: lo spirito esplica un’attività economica nel denaro.

 

Ora però sorge un nesso speciale. Chi per primo ha guadagnato il denaro, lo presta, e quindi diventa creditore. L’altro che riceve il denaro, che ha soltanto lo spirito, diventa debitore. Abbiamo qui una relazione fra due singole persone; ma si può stabilire la stessa relazione anche se i prestatori sono molti e dànno appunto il superfluo dei loro proventi a chi, mediante il suo spirito, operi una sintesi ancora più alta, pur rimanendo il debitore. Ora questi lavora senz’altro sopra una base che si è andata totalmente emancipando da quella naturale, poiché nemmeno ciò ch’egli riceve dai primi capitalisti è una sua proprietà; egli non possiede nulla, perché quanto gli fu dato deve restituirlo in seguito.

 

In realtà, economicamente, egli lavora da un lato come debitore, mentre dall’altro è economicamente impegnato come creatore spirituale. È anzi uno dei rapporti più sani (nel problema sociale, questo punto va considerato in modo particolare), quando un lavoratore spirituale lavora per la collettività grazie al fatto che essa (poiché per lui è appunto la «collettività») gli fornisce il denaro necessario. Vedremo più tardi quale parte abbiano qui il possesso e la proprietà; per ora si tratta soltanto di seguire il processo economico. È del tutto indifferente considerare il prestatore come proprietario o no, e considerare il debitore come lo considera il diritto. Per noi ora importa come si svolge il processo economico.

 

Vediamo dunque alla fine la parte del processo economico in cui il lavoro procede ormai soltanto da ciò che è stato conquistato spiritualmente e che ha già raggiunto un’autonomia. Ma questa conquista spirituale è figlia dell’organizzazione del lavoro. Ora siamo alla seconda tappa. Giunti a questa seconda tappa, nella quale un lavoratore spirituale lavora essendo debitore, volendo ancora dire che il denaro ricevuto in prestito è lavoro cristallizzato, in una prospettiva economica si direbbe un’enorme assurdità; per il processo economico, non ha infatti nessuna importanza il modo in cui è sorto il capitale prestato al lavoratore spirituale, ma sono importanti le facoltà dello spirito di chi ora ha il denaro, il modo in cui egli è capace di farlo fruttare nel processo economico.

 

Il primo lavoro, attraverso il quale il capitale è sorto, non ha ormai più nessun valore economico; ha valore economico solamente lo spirito che chi dispone del capitale mette in attività per far fruttare il denaro. Per quanto grande sia la somma di lavoro accumulata nel capitale, se capita in mano a un imbecille che polverizzi ogni cosa, il risultato sarà ben differente che non se capita in mano a un uomo abile che con esso inizi un processo fecondo.

 

Giunti dunque a questa seconda tappa in cui abbiamo a che fare con prestatori e debitori, ci troviamo di fronte a un capitale dal quale il lavoro è già scomparso.

 

In che consiste l’importanza economica di questo capitale? Consiste in primo’ luogo nella possibilità che si è creata di raccoglierlo, di averlo messo insieme; secondariamente nel fatto ch’esso si possa utilizzare spiritualmente. In questo consiste l’importanza economica del capitale.

 

La realtà che ne scaturisce è il rapporto fra il debitore e i suoi finanziatori. Nel processo economico che viene iniziato dal debitore, egli sta proprio nel mezzo. Da un lato abbiamo a che fare con una corrente che va verso il debitore, e dall’altro con una corrente che muove dal debitore, dal produttore spirituale. Possiamo dunque dire: in questo caso il capitale dato in prestito, per il fatto che diventa capitale di debito, inizia la seconda tappa del processo economico.

 

In tutto ciò non abbiamo altro che una circolazione del capitale: ma essa si trova inserita in un’attività organica sociale, così come è inserito in un’attività organica umana o animale il sangue quando scorre attraverso la testa e viene utilizzato per ciò che la testa produce.

 

Ora vorrei chiedere: che cosa consegue dal fatto che abbiamo di fronte prestatori e debitori? Consegue qualcosa di molto simile a ciò che ci si presenta in fisica come dislivello. L’acqua tende a defluire dall’alto verso il basso, a causa del dislivello. Così vi è semplicemente un dislivello sociale fra la prima posizione del capitale e la seconda, cioè tra quella del prestatore che nulla saprebbe organizzare con esso e quella del debitore che sa utilizzarlo. Questo determina la differenza di livello.

 

Ma quale è l’elemento attivo in questo dislivello? Non è tanto l’intelligenza che si esprime nel processo, quanto le varie disposizioni e attitudini umane. Se il capitale è posseduto da uno stupido, in un sano processo economico lo stupido è in alto e l’intelligente è sotto. Ciò fa sorgere un dislivello. Il capitale scorre giù verso l’intelligente. Appunto grazie al dislivello tra le varie disposizioni e capacità umane, il capitale è in movimento. Non sono tanto le diverse attività quanto le diverse qualità degli uomini, collegati fra loro nell’organismo sociale, quelle che producono il dislivello, e in seguito portano avanti il processo economico.

 

Se consideriamo ora concretamente questo processo economico dovremo dirci: abbiamo preso le mosse dalla natura che non ha ancora alcun valore; che non abbia alcun valore economico appare dal fatto che il passero non paga nulla, quando prende dalla natura ciò che gli occorre per soddisfare i suoi bisogni. Dunque la natura come tale non ha ancora alcun valore economico, come appare dalla contrapposizione fra l’economia dei passeri e quella umana. Il valore economico comincia quando il lavoro umano si collega con la natura. La continuazione del processo economico avviene poi per il fatto che il lavoro si organizza, si divide.

 

Chiamiamo per ora questo concetto, ancora abbastanza vago, lavoro applicato alla natura, ed esprimiamolo con la sigla: NL = natura trasformata dal lavoro. Che cosa è, in senso economico? Come abbiamo visto, è valore; in economia è valore. Dunque: la natura afferrata dal lavoro umano, diventa valore: vNL.

 

Ora viene la divisione del lavoro. Ma che cosa significa in questo senso divisione del lavoro? Significa separare l’uno dall’altro i processi che prima si compivano come lavoro intorno alla natura, e che poi continuano. Per esempio: se prima costruivo per intero una stufa, eseguivo i più svariati processi di lavoro; ora invece io divido il lavoro, scevero l’uno dall’altro quei processi, li divido. Se vNL è prodotta naturale trasformato dal lavoro, divenuto valore, ciò che sorge dalla divisione del lavoro, in quanto il vNL viene smembrato, sarà: vNL1, vNL2, ecc. (naturalmente potrei anche scriverlo in altro modo).

 

Se ora tutto ciò si svolge in un processo proprio reale, come dovremo esprimerlo quando interviene la divisione del lavoro? Dovremo esprimerlo con un quoziente, con una frazione. Quel che esiste nella realtà deve in qualche modo venir diviso, quando il valore vNL passa alla divisione del lavoro. Il problema è: per che cosa deve venir diviso? quale sarà il divisore? che- cosa suddivide questo processo? Qui dobbiamo rivolgerci all’altro lato. Se si trattasse di matematica pura, basterebbe prendere i numeri dati; ma quando i processi da calcolare si trovano nella realtà stessa, bisogna cercare ciò che divide veramente. Avevamo trovato una seconda fonte di valore: ii lavoro afferrato dallo spirito; possiamo così contrapporre al vNL (natura afferrata dal lavoro umano), l’altro valore vLS (lavoro organizzato dallo spirito) e lo scriveremo sotto là linea della frazione:

 

 

Così siamo arrivati a intendere un poco il lavoro afferrato dallo spirito. Se esso deve agire ulteriormente nel processo economico, se il vNL viene diviso e il capitale prosegue a operare, abbiamo visto che cosa subentri a rappresentare il vLS (lavoro organizzato dallo spirito, divenuto valore): subentra il denaro. Ma qui non è denaro in tutta la sua astrazione. Da prima è astratto, vorrei dire, come sostanza generica a cui si applica lo spirito; diventa invece molto individualizzato, quando lo spirito lo afferra per impiegarlo in un modo o nell’altro. In quanto fa questo, è lo spirito come tale che determina il valore del denaro. Qui il denaro comincia ad avere un valore determinato, concreto, perché il fatto ch’esso càpiti in mano di uno stupido che lo spreca malamente o di qualcuno che lo impiega in modo fruttuoso, si manifesta ora come valore reale nel processo economico. Avremo quindi come denominatore qualcosa che ha a che fare col denaro, e come numeratore, evidentemente, non potremo avere altro che qualcosa in cui sia stata trasformata la sostanza naturale. Ma che cos’è una sostanza naturale trasformata dal lavoro umano e quindi inserita nel processo economico? È merce. (Scriviamo, sopra la linea orizzontale della frazione, merce); e ciò che qui è lavoro organizzato, che cos’è? Denaro (nella formula, lo collochiamo sotto la linea della frazione):

 

 

Ecco che ci sono apparsi ora due nuovi valori: il valore merce e il valore denaro.

 

Dobbiamo riconoscere che, in un processo economico fondato sulla divisione del lavoro, il quoziente fra merce esistente nell’organismo economico e denaro esistente nell’organismo economico (il denaro considerato però non come dormente nelle casseforti, bensì come utilizzato dallo spirito umano), rappresenta una collaborazione nella quale il denaro è il divisore. In questa collabo- razione (tale però da non dover essere rappresentata con una sottrazione, ma appunto solo con una divisione), consiste veramente la sanità del processo economico. Per giungere a poco a poco a comprendere la sanità del processo economico, dovremo intendere anzitutto che cosa operi veramente nel numeratore e nel denominatore; in che cosa consista da un lato la vera natura della merce, e dall’altro la vera natura del mezzo circolante, del denaro. Le più importanti questioni economiche non possono venir risolte se non si penetri nelle cose in questo modo preciso, e se al tempo stesso non si riconosca chiaramente che qualsiasi manifestazione ci appaia nell’economia dovrà essere sempre qualcosa di fluttuante. Non appena della merce venga semplicemente trasportata da un luogo a un altro, il numeratore varierà, e così via. Dovremo sempre di nuovo riconoscere come nel processo economico tutto sia fluttuante.

 

Vi è una differenza notevolissima tra una somma di denaro che ha in tasca Tizio, e la stessa somma che ha in tasca un altro. Non è indifferente che una somma sia nell’una o nell’altra tasca, perché tutto deve assolutamente venir afferrato nel processo economico reale; altrimenti non avremo mai altro che qualche concetto astratto, campato in aria, di prezzo, valore, merce, produzione, consumo, ecc., ma non avremo le realtà che conducono alla vera comprensione del processo economico.

 

La tragedia del momento attuale è che, appunto perché da secoli l’umanità si è abituata a concetti rigidi che non si possono applicare a un processo vivo, noi non siamo in grado di soddisfare le impellenti necessità che oggi ci si presentano, di mettere in movimento i nostri concetti per poter penetrare nei processi economici. Ecco ciò che va conquistato: la mobilità del pensiero atta a pensare un processo come tale,- interiormente, fino in fondo. Certo, anche nelle scienze naturali si pensano dei processi, ma si pensano come sono visibili dall’esterno. Qui però non serve a nulla. Sarebbe come salire molto in alto in un pallone, per contemplare il processo economico da fuori, come fa il chimico quando contempla da fuori i suoi processi. Quel che distingue i processi economici è che noi ci troviamo dentro di essi; dobbiamo dunque osservarli dall’interno. Dobbiamo sentirci inseriti nei processi economici, come un essere che si trovi dentro la storta del chimico dove si elabora una sostanza sotto l’azione del calore. Questo individuo che immagino dentro la storta, che voglio confrontare con noi, non può essere il chimico stesso; dovrebbe poter sperimentare egli stesso il calore, la liquefazione. Il chimico non lo può; per lui è tutto un processo esterno. Nella scienza naturale noi siamo estromessi. Il chimico non può sperimentare di persona ciò che avviene quando si sviluppa una temperatura di 150 gradi. Invece sperimentiamo da dentro il processo economico, e da dentro dobbiamo anche comprenderlo. Perciò un matematico potrebbe dirci: «Avete scritto qui una specie di formula; ma noi non siamo avvezzi a veder costruire formule matematiche in questo modo». Certamente, perché siamo abituati a veder costruire le formule matematiche solo quando si guardano i processi da fuori!

 

Dobbiamo infatti sviluppare un tipo di comprensione, se vogliamo ottenere un numeratore e un denominatore e capire che occorre fare una divisione, e non una sottrazione. Dobbiamo tentare di entrare col pensiero nel processo economico. Anche per questo ho scelto ieri quell’esempio drastico, nel quale dobbiamo rappresentarci interiormente tutta la somma dei processi che si svolgono tra il sarto e gli effetti che economicamente derivano dal suo operato, e non vi ho prospettato quel sarto e quel negoziante considerandoli da fuori, come fa lo scienziato di fronte alla natura, poiché in questo modo non si potrebbe mai arrivare all’essenziale in questo campo.

 

Non sarei veritiero rispetto a quello che mi è stato chiesto, se presentassi i problemi in modo diverso da come ho fatto. Così però l’argomento risulta un po’ difficile.

 

 

By | 2018-11-12T17:57:04+01:00 Novembre 12th, 2018|CAPISALDI ECONOMIA|Commenti disabilitati su 04 – LA FORMAZIONE DEL CAPITALE A SEGUITO DELLA DIVISIONE DEL LAVORO