////04 – NATURA DEL VOLERE. LA PARTIZIONE IN NOVE DELL’ENTITÀ DELL’UOMO.

04 – NATURA DEL VOLERE. LA PARTIZIONE IN NOVE DELL’ENTITÀ DELL’UOMO.

04 – Natura del volere. La partizione in nove dell’entità dell’uomo.

O.O.293 – Arte dell’educazione I° – Antropologia – 25.08.1919


 

Sommario: L’importanza della formazione del volere nell’avvenire. Natura del volere. La partizione in nove dell’entità dell’uomo. La forma della comparsa del volere nelle parti corporee come istinto, inclinazione, brama; in quelle animiche (io) come motivo, in quelle superiori come anelito, proposito, risoluzione. Riforme socialistiche dell’educazione. Educazione dell’anima. Formazione della volontà.

 

Ricordando quanto si è detto nella conferenza di ieri, si comprenderà in quale senso

l’educazione e l’insegnamento dell’avvenire

dovranno assegnare un valore tutto speciale alla formazione della volontà e del sentimento.

 

Sebbene si senta continuamente affermare, da parte di persone che non pensano a un rinnovamento pedagogico, che la volontà e il sentimento vanno particolarmente considerati, queste persone non potranno, con tutta la buona volontà, raggiungere grandi risultati in questo campo, perché non conoscono la vera natura della volontà; l’educazione in questione resta dunque sempre più in balìa del cosiddetto «caso».

 

Come introduzione, vorrei osservare che solo quando si conosce davvero la volontà,

è possibile conoscere pure, almeno in parte, gli altri moti dell’anima, i sentimenti.

 

Possiamo porci la domanda: che cos’è veramente un sentimento?

Un sentimento è molto affine alla volontà.

Vorrei dire: • la volontà non è che sentimento attuato,    • e il sentimento è volontà trattenuta.

La volontà che ancora non si estrinseca del tutto, che resta trattenuta nell’anima, è il sentimento;

il sentimento è volontà attutita.

 

Perciò si potrà comprendere la natura del sentimento solo dopo che si sarà afferrata la natura della volontà.

• Ora, già dalle considerazioni fatte fin qui, avrete veduto che quello che vive nella volontà

non si sviluppa compiutamente nella vita tra la nascita e la morte.

• Quando l’uomo attua una determinazione della sua volontà,

ne resta sempre un residuo che non si esaurisce durante la vita quaggiù.

• Di ogni decisione e azione volitiva resta un residuo che continua a vivere nell’uomo e prosegue dopo la morte.

• Questo residuo va considerato durante tutta la vita; e in modo speciale anche nell’età infantile.

 

Quando consideriamo l’uomo nella sua totalità, dobbiamo riconoscere in lui corpo, anima e spirito.

Anzitutto nasce il corpo, almeno nei suoi elementi più grossolani. Si veda in proposito il mio libro Teosofia.

 

• Il corpo viene accolto nella corrente ereditaria, ne porta i segni caratteristici, ecc.

• L’elemento animico, nei suoi caratteri principali, è ciò che scende dall’esistenza prenatale a congiungersi col corpo.

• Ma lo spirituale esiste solo come tendenza nell’uomo odierno;

nell’uomo di un lontano avvenire le cose saranno diverse.

 

È qui, dove vogliamo mettere le basi di una pedagogia sana,

dobbiamo tenere in considerazione questa spiritualità

che nell’uomo della nostra epoca di evoluzione esiste solo come tendenza,

e renderci conto di che cosa sia questa tendenza preparata in lui per un lontano avvenire umano.

• Anzitutto esiste nell’uomo, appunto solo come tendenza, il sé spirituale.

 

• Non potremo senz’altro annoverare il sé spirituale tra le parti costitutive della natura umana, quando parliamo dell’uomo ordinario attuale; ne hanno però chiara coscienza coloro che sono dotati della chiaroveggenza capace di percepire lo spirito.

Voi sapete che gli orientali chiamano «Manas» questa parte dell’uomo, e la considerano come qualcosa di reale, di vivente nell’essere umano. Ma una consapevolezza di questo sé spirituale esiste anche nell’umanità occidentale, quando non sia proprio «erudita». Infatti il popolo, prima di essere stato totalmente afferrato dalla mentalità materialistica, riconosceva che qualcosa dell’uomo sussiste dopo la morte, e parlava di questi residui chiamandoli «i mani». Il fatto di adoperare il plurale mostra come il popolo abbia una chiara coscienza della realtà di cui si tratta.

 

Noi che scientificamente attribuiamo il sé spirituale all’uomo già prima della sua morte, ne parliamo al singolare. Il popolo che ne parla partendo piuttosto dalla realtà, dalla conoscenza ingenua, adopera il plurale e parla dei «mani», perché l’uomo, nel momento in cui varca le porte della morte, viene accolto da una pluralità di entità spirituali.

 

Ho già accennato a ciò in un’altra connessione: ho detto che ciascuno di noi ha il suo spirito tutelare personale che appartiene alla gerarchia degli angeli; al di sopra di queste guide personali abbiamo la gerarchia degli Arcangeli, i quali intervengono non appena l’uomo ha varcato le porte della morte, così che egli entra subito in rapporto con una pluralità di esseri, perché molti sono gli Arcangeli che hanno un rapporto con la sua esistenza di allora.

 

Ciò è sentito chiaramente dal popolo il quale sa che

l’uomo, nell’al di là, in contrapposizione con l’esistenza terrena dove si sente un’unità,

si percepisce più o meno come una pluralità.

• Dunque i «mani» sono qualcosa che nella coscienza ingenua del popolo vive come pluralità

in cui si manifesta il sé spirituale o «manas ».

 

• Un secondo elemento costitutivo superiore dell’uomo è ciò che noi chiamiamo «spirito vitale». Questo è già assai poco percettibile nell’uomo odierno; è di natura molto spirituale e si svilupperà solo in un lontano avvenire umano.

• Poi vi è un elemento, ancora superiore, il più alto esistente nell’uomo, ma attualmente appena abbozzato: il vero e proprio «uomo-spirito».

Sebbene queste tre parti costitutive superiori della natura umana esistano soltanto abbozzate nell’uomo che vive attualmente sulla terra tra nascita e morte, pure, tra morte e nuova nascita, esse hanno uno sviluppo molto importante sotto la protezione di esseri spirituali superiori.

Quando dunque l’uomo muore quaggiù e comincia poi di nuovo a vivere nel mondo spirituale, queste tre parti, quasi precorrendo un’esistenza dell’umanità futura, si sviluppano molto chiaramente.

 

Dunque proprio come l’uomo, nella sua vita attuale, si sviluppa animicamente-spiritualmente tra nascita e morte,

così anche dopo la morte egli ha un chiaro sviluppo,

solo che allora egli dipende dalle entità spirituali delle gerarchie superiori,

come se fosse ad esse unito mediante un cordone ombelicale.

 

Ora aggiungiamo a queste parti superiori della natura umana, oggi impercettibili,

ciò che possiamo percepire fin d’ora: e cioè, anzitutto,

quello che si manifesta nell’anima cosciente, nell’anima razionale e nell’anima senziente.

Queste sono le tre parti costitutive dell’anima umana.

 

• Se oggi vogliamo parlare dell’anima dell’uomo quale vive nel corpo,

dobbiamo parlare delle tre parti animiche or ora enumerate.

• Se invece vogliamo parlare dei suoi corpi, dobbiamo indicare

• il corpo della sensazione, il più sottile, che si chiama anche «corpo astrale»,

• poi il corpo eterico, • e finalmente il corpo fisico più grossolano,

quello che vediamo con gli occhi, e che la scienza esteriore studia e seziona.

Con ciò abbiamo dinanzi a noi l’uomo nella sua totalità.

 

 

Ora sappiamo che abbiamo in comune con gli animali il nostro corpo fisico.

Però, se confrontiamo col mondo animale l’uomo nella sua totalità, con le sue nove parti costitutive, ci facciamo una rappresentazione del rapporto tra l’uomo e l’animale, basata sul sentimento e utile per comprendere la volontà, soltanto se sappiamo che come l’uomo, con la sua anima è rivestito del corpo fisico, così anche l’animale è rivestito d’un corpo fisico; ma quest’ultimo è, sotto molti riguardi, diversamente conformato da quello umano.

 

Non che il corpo fisico umano sia più perfetto di quello animale! Pensiamo ai corpi fisici degli animali superiori, ad esempio del castoro, e al modo come esso-costruisce la sua dimora. L’uomo non ne sarebbe capace, senza prepararsi attraverso un tirocinio molto complicato, senza studiare architettura e cose simili. Il castoro invece si costruisce la casa per impulsi provenienti dal suo organismo corporeo. Questo è formato in modo da inserirsi nel mondo fisico esteriore e da utilizzare per la costruzione della casa le forze che vivono nelle forme del suo corpo fisico. Il suo corpo fisico è in questo caso il suo maestro. Osserviamo le vespe, le api, anche i cosiddetti animali inferiori, e vedremo, dalla forma dei loro corpi fisici, come in essi sia radicato qualcosa che nel corpo fisico umano non esiste con la stessa forza ed estensione. È qui in gioco ciò che abbracciamo nel concetto complessivo di istinto. Sicché, in realtà, possiamo studiare l’istinto soltanto se lo consideriamo in connessione con la forma del corpo fisico.

Studiamo tutta la serie delle specie animali che si squaderna nel mondo esterno e, nelle forme dei corpi fisici animali, troveremo ovunque la guida per studiare le diverse specie di istinti.

 

• Se vogliamo studiare la volontà, dobbiamo cercarla anzitutto nel dominio dell’istinto,

e renderci conto che lo troviamo esplicato nelle forme dei corpi fisici dei diversi animali.

• Se osserviamo e disegniamo le forme principali dei singoli animali, avremo il disegno dei diversi generi di istinti.

• Nella sua forma, il corpo fisico dei diversi animali è l’immagine della volontà manifestantesi come istinto.

 

Vedete dunque come il mondo acquisti un senso se guardiamo le cose da questo punto di vista.

Noi contempliamo le forme dei corpi fisici degli animali e vi scorgiamo l’immagine che la natura stessa crea degli istinti

per mezzo dei quali essa vuol realizzare ciò che esiste.

Nel nostro corpo fisico vive, configurandolo e compenetrandolo, il corpo eterico

che per i sensi esterni è invisibile, soprasensibile.

• Studiando la natura della volontà, scopriamo che il corpo eterico, compenetrando il corpo fisico,

afferra anche ciò che in questo si estrinseca come istinto. Allora l’istinto diventa impulso.

 

Nel corpo fisico la volontà è istinto;

ma non appena il corpo eterico si impadronisce dell’istinto, la volontà diventa impulso.

 

Osservando l’istinto, è interessante costatare che, mentre nella forma esteriore lo si può afferrare più concretamente, esso si interiorizza ed anche si unifica osservandolo invece come impulso.

Dell’istinto si dirà sempre, osservandolo nell’animale o anche, attenuato, nell’uomo, che esso s’impone all’essere da fuori, mentre per l’impulso siamo in presenza di qualcosa che si manifesta in una forma più interiorizzata, ma che viene anche da regioni più profonde, perché il corpo eterico soprasensibile s’impadronisce dell’istinto trasformandolo in inclinazione.

 

• L’uomo possiede inoltre il corpo astrale o corpo senziente, che è ancora più interiore degli altri due.

Esso, a sua volta, afferra l’inclinazione, e allora avviene non solo un’interiorizzazione, ma un fatto di coscienza:

istinto e inclinazione vengono sollevati alla coscienza, e ne nasce la brama o il desiderio.

 

Questo si trova ancora nell’animale, come vi si trova l’inclinazione, poiché l’animale possiede tutti e tre questi corpi: fisico, eterico e astrale. Ma la brama va già considerata come qualcosa di molto interiore.

Dell’inclinazione si parla come di qualcosa che si manifesta unitariamente dalla nascita fino alla più tarda età, mentre per la brama si parla di qualcosa che si rafforza con l’anima, che si manifesta in singole occasioni.

• Una brama non è qualcosa di caratterologico, che abbia bisogno di essere attaccato all’anima, bensì sorge e scompare; con ciò dimostra di essere più propria all’anima che non lo sia una semplice inclinazione.

 

Ed ora chiediamoci che cosa accada nell’uomo (mentre non può più accadere nell’animale) quando egli accoglie nel suo io, vale a dire nelle sue tre anime (senziente, razionale e cosciente) ciò che vive nella sua corporeità come istinto, inclinazione e brama. Che cosa ne risulta?

 

Qui non possiamo più distinguere altrettanto nettamente come per la corporeità, poiché nell’anima, e specialmente in quella dell’uomo odierno, tutto è più o meno mescolato e confuso. Infatti, questa è una croce per la psicologia moderna, ché gli psicologi non sanno se debbano tenere le parti dell’anima nettamente separate, oppure farle fluire l’una nell’altra. In taluni psicologi si trovano ancora mantenute le antiche rigorose demarcazioni tra volere, sentire e pensare: altri, specialmente coloro che si ispirano allo Herbart, accentuano più il lato del pensiero; altri (quelli della scuola del Wundt) piuttosto il lato volitivo. Comunque manca, in genere, una chiara consapevolezza di come debba farsi veramente questa divisione dell’anima. Ciò deriva dal fatto che, nella vita pratica, l’io compenetra effettivamente tutte le facoltà animiche e che, nell’uomo attuale, la distinzione fra le tre non appare chiara e netta nemmeno nella vita pratica. Perciò nemmeno il linguaggio dispone di parole adeguate per distinguere ciò che nell’anima è di natura volitiva — istinto, inclinazione, brama — quando sia afferrato dall’io.

 

In genere, lo si chiama « motivo »; sicché quando «parliamo degli impulsi volitivi che si manifestano nell’anima vera e propria, nell’io, parliamo di motivo, e allora sappiamo che il motivo è proprio dell’uomo: gli animali possono avere brame, ma non hanno motivi.

Solo nell’uomo la brama viene elevata, in quanto egli l’assume nella propria anima, producendo così la forte spinta ad afferrare interiormente un motivo. Solo nell’uomo brama, desiderio diventano un vero motivo di volizione.

 

• Dicendo che l’istinto, l’inclinazione e la brama provenienti dal mondo animale

vivono ancora nell’uomo, ma che egli li eleva a motivi,

abbiamo caratterizzato ciò che di volitivo esiste nell’uomo d’oggi.

• E chi osserva l’uomo dal punto di vista della sua natura volitiva, dirà:

quando io so quali sono i motivi di un uomo, posso dire di conoscerlo.

Eppure non completamente!

Perché, mentre l’uomo sviluppa dei motivi, sotto sotto risuona sommessamente qualche altra cosa,

e questa va presa molto seriamente in considerazione.

 

Vi prego ora di distinguere molto esattamente

ciò che intendo dire parlando di questo sommesso risuonare interiore ch’è presente nell’impulso volitivo,

da ciò che in esso ha invece a che fare con la rappresentazione.

 

Non voglio ora parlare di quest’ultima. Ad esempio, potete avere la rappresentazione che un’azione da voi voluta o compiuta sia stata buona e ben fatta. Non è questo che intendo; bensì voglio parlare di quella specie di eco che risuona con un’impronta di volontà. Prima vi è una cosa che, anche quando abbiamo dei motivi, agisce sempre ancora nella volontà: l’anelito. Non intendo ora i veri e propri desideri spiegati, dai quali si formano poi le brame, bensì quel sommesso echeggiare di aneliti che accompagna tutti i nostri motivi. Questo esiste sempre.

Noi lo percepiamo soprattutto quando abbiamo compiuto un’azione scaturita da un motivo del nostro volere, e poi ci ripensiamo, e sentiamo che avremmo voluto farla in modo assai migliore. Compiamo forse un’azione nella nostra vita, senza poi sentire che avremmo potuto farla assai meglio?

Sarebbe triste essere compiutamente soddisfatti di una nostra azione, poiché non esiste cosa che non sarebbe stato possibile far meglio di come l’abbiamo fatta. Questo appunto distingue l’uomo più evoluto da un altro che lo è meno; quest’ultimo vorrebbe sempre essere soddisfatto di sé, mentre l’altro non lo vorrebbe, perché un sommesso anelito a far meglio, o a far diversamente, accompagna sempre i suoi motivi. Molti errori vengono commessi in questo campo.

 

Gli uomini danno una grande importanza al pentimento, quando hanno compiuto un’azione non buona. Ma il pentimento è per lo più frutto di egoismo. Ci si pente perché si vorrebbe aver fatto meglio, per essere migliori noi stessi. È un sentimento egoistico. Non lo è invece la tensione di chi si propone di far meglio un’altra volta la medesima azione. Più alto assai del semplice pentimento è il proposito, lo sforzo di far meglio in avvenire. In tale proposito di compiere l’azione in modo migliore, ci accompagna l’anelito che abbiamo detto.

Ora possiamo dunque chiederci: che cos’è veramente questo desiderio che risuona in noi come anelito? Per chi sia veramente in grado di osservare l’anima umana, questo è il primo elemento fra tutti quelli che rimangono in noi dopo la morte. L’anelito a far meglio, nella forma in cui l’ho mostrato ora, è un residuo che portiamo con noi dopo la morte, e che appartiene già al sé spirituale.

 

Ma l’anelito può concretarsi ancor più e assumere forma maggiormente definita.

Allora diventa simile al proposito, per il quale ci si forma una specie di rappresentazione di come, se si dovesse ripetere un’altra volta la stessa azione, si potrebbe farla in modo migliore.

Ma più che alla rappresentazione, io do valore agli elementi di sentimento e di volontà che accompagnano ogni motivo, portandoci a cercare un’altra volta, in un caso simile, di agire in modo migliore. Qui opera molto fortemente il cosiddetto subconscio dell’uomo.

 

Nella nostra coscienza solita

non avremo sempre la chiara rappresentazione di voler far meglio in avvenire un’azione oggi da noi compiuta.

Ma vive in noi come una seconda persona, che sviluppa sempre (non nella rappresentazione, ma nella volontà)

una chiara immagine di come, se il caso si presentasse, compiremmo meglio quella stessa azione.

Non sottovalutate una tale conoscenza!

Non sottovalutate in genere questa seconda persona che vive in voi.

 

Di questa seconda persona parla oggi molto la psicanalisi, la psicologia analitica. Quando si vuol spiegare la psicanalisi, si prende spesso come punto di partenza l’esempio seguente.

Un signore dà in casa sua un ricevimento. È previsto che subito dopo la fine della serata la padrona di casa partirà per recarsi a fare una cura. Sono presenti parecchi invitati, tra gli altri una signora; la serata finisce, la padrona di casa viene accompagnata alla stazione per partire, e gli invitati, compresa quella signora, se ne vanno. Giunti a un crocicchio, vengono sorpresi da una carrozza che sbuca da una strada, svoltando l’angolo, e di cui si accorgono solo quando se la vedono dinanzi. Che cosa fanno, allora? Naturalmente si spostano, chi a destra, chi a sinistra, tranne la signora che, invece, si mette a correre disperatamente in mezzo alla strada, sempre davanti ai cavalli della vettura.

Il cocchiere non si ferma, e gli invitati sono spaventatissimi; la signora corre così precipitosamente che essi non riescono a raggiungerla. Correndo, arriva a un ponte, ma anche là non pensa di scansarsi. Allora cade nell’acqua, ma viene salvata e riportata nella casa dove aveva avuto luogo il ricevimento. Qui può ora passare la notte. Troverete raccontata questa vicenda, come esempio, in molte esposizioni di psicanalisi. Ma sempre vi troverete un errore d’interpretazione. Infatti, bisogna chiedersi che cosa stia alla base di questa vicenda.

 

Alla base vi era la volontà della signora; che cosa voleva infatti?

Voleva ritornare nella casa dell’ospite, di cui era innamorata, dopo la partenza della moglie. Ma la sua non era una volontà cosciente, bensì vivente del tutto nel subconscio. E questo subconscio della «seconda persona», che risiede nell’uomo, è spesso assai più astuto della coscienza dei piani alti. In questo caso particolare, fu così astuto che la signora mise in opera tutta la vicenda, fino alla caduta nell’acqua, per ritornare nella casa dell’ospite. Previde persino, quasi profeticamente, che sarebbe stata salvata. Simili forze animiche occulte cerca ora di spiegare la psicanalisi. Parla però soltanto, in generale, di una «seconda persona». Ma noi possiamo sapere che quanto agisce così nelle forze subconsce dell’anima, opera in ogni uomo, e spesso in modo estremamente astuto (molto più astuto che nella vita normale dell’anima).

 

In ciascuno di noi esiste, sotto sotto, quasi sotterraneo, «l’altro».

E in questo «altro» vive anche «l’uomo migliore»,

quello che per ogni azione compiuta forma sempre l’inconscio,

il subconscio proponimento di attuarla meglio la prossima volta.

 

Solo più tardi, quando l’anima sarà liberata dal corpo, dal proposito che abbiamo detto sorgerà la risoluzione.

Il proposito resta del tutto come tendenza dentro l’anima; più tardi segue la risoluzione.

• E la risoluzione risiede nell’uomo-spirito,

• come il proposito nello spirito vitale,

• e come il puro anelito nel sé spirituale.

 

• Se dunque considerate l’uomo quale essere volitivo, potete trovare tutti questi elementi costitutivi:

istinto, impulso, brama e motivo,

• e poi, come un sommesso accompagnamento in sordina,

ciò che già vive nel sé spirituale, nello spirito vitale e nell’uomo-spirito,

come anelito, proposito e risoluzione.

 

 

Tutto questo ha una grande importanza per lo sviluppo dell’essere umano, poiché ciò che in esso vive così sommessamente, conservandosi per il periodo dopo la morte, tra la nascita e la morte si esprime in forma d’immagine. Per indicarlo noi adoperiamo le stesse parole, e sperimentiamo anche quaggiù, in rappresentazioni, l’anelito, il proposito e la risoluzione. Ma li sperimenteremo in modo umanamente adeguato solo se essi verranno in noi giustamente plasmati.

Ciò che anelito, proponimento e risoluzione

sono veramente nella natura umana più profonda,

non appare nell’uomo esteriore tra la nascita e la morte;

se ne presentano nella rappresentazione solo le immagini.

Se possediamo soltanto la nostra coscienza solita,

noi non sappiamo in realtà che cosa sia l’anelito;

ne abbiamo solo la rappresentazione.

Di conseguenza Herbart crede che nella rappresentazione dell’anelito vi sia un elemento di tensione.

Così pure del proposito abbiamo soltanto la rappresentazione.

Vogliamo fare in un modo o in un altro qualcosa che si svolge realmente nel fondo dell’anima, ma non sappiamo ciò che sta in quel fondo.

E la risoluzione poi! Chi ne sa qualche cosa?

La psicologia corrente parla solo di un «volere generale».

E nondimeno l’insegnante e l’educatore devono intervenire in tutte e tre queste forze dell’anima a portarvi regola e ordine. Quando si vuole educare e istruire bisogna lavorare appunto con ciò che si svolge nelle profondità della natura umana.

Per maestri ed educatori è sempre estremamente importante sapere che non basta orientare la propria opera secondo le relazioni umane ordinarie, ma che bisogna configurarla partendo dalla comprensione dell’uomo interiore.

 

 

 

 

Questo errore, di regolare l’insegnamento secondo le relazioni ordinarie fra gli uomini, vorrebbe commettere appunto il socialismo oggi corrente. Pensate soltanto a che cosa avverrebbe se le scuole future fossero organizzate secondo l’ideale marxistico e socialistico. In Russia ciò è già avvenuto, e per questo la riforma scolastica di Lunaciarsky è qualcosa di orrendo. È la morte della cultura!

E se già dal bolscevismo viene molto di male, la cosa peggiore sarà il metodo bolscevico di insegnamento, perché distruggerà radicalmente la cultura trasmessa dai tempi precedenti. Questo metodo non raggiungerà subito il suo fine nella prima generazione, ma lo potrà raggiungere tanto meglio nelle successive, facendo così scomparire ogni cultura dalla terra. Questo va visto. Alcuni dovrebbero rendersene conto.

Pensate che ora stiamo vivendo sotto le pretese dilettantistiche di un socialismo moderato; a questo tendono le voci che vogliono strutturare il socialismo in modo sbagliato. Bene e male si mescolano. In questa stessa sala avete ascoltato persone che hanno lodato il bolscevismo, ma che non avevano alcuna idea che con la riforma scolastica un elemento diabolico si è inserito nel socialismo.

 

Bisogna prestare attenzione a questi fenomeni. Occorrono uomini consapevoli che il progresso dal lato sociale esige un’educazione fondata sopra una conoscenza approfondita dell’essere umano.

Perciò l’educatore e l’insegnante dell’avvenire dovranno vivere tanto più intimamente con la parte profonda della natura umana e afferrarla in pieno, sapendo di non dover applicare senz’altro nell’insegnamento e nell’educazione i rapporti che regnano di solito tra persone adulte.

Che cosa vogliono invece di solito i marxisti? Vogliono strutturare la scuola in senso socialistico, abolendo ogni direzione e lasciando che i ragazzi si educhino da sé. Ne deriva qualcosa di terribile!

 

Una volta mi capitò di visitare un istituto in campagna, e volli ascoltare una lezione di religione. Entrai nella classe e vidi un ragazzo seduto sulla finestra con le gambe penzoloni in fuori; un secondo era sdraiato bocconi sul pavimento, e più o meno così erano sistemati gli altri ragazzi. Arrivò poi il cosiddetto insegnante di religione che lesse una novella di Gottfried Keller senza nessuna introduzione; nel frattempo la scolaresca accompagnava la lettura con ogni sorta di rumori. Finalmente l’insegnante terminò. La lezione era finita, e tutti uscirono in cortile. In quell’occasione mi venne l’immagine che vicino a quella scuola vi era una stalla, e che la scolaresca le somigliava molto. Certo anche questi tentativi non vanno classificati troppo duramente. Sono fatti con molta buona volontà, ma rappresentano la completa ignoranza di che cosa sia necessario per la civiltà dell’avvenire.

 

Che cosa si vuole oggi secondo i cosiddetti programmi socialistici?

Si vuole che i ragazzi si comportino fra loro come si comportano gli adulti.

È la cosa più falsa che si possa tentare nell’educazione.

 

Dobbiamo invece divenire coscienti che il fanciullo ha da sviluppare forze animiche, e anche corporee, diverse da quelle che sviluppano gli adulti nei loro reciproci rapporti. Per progredire nell’educazione bisognerà basarsi sulle profondità dell’anima e chiedersi seriamente: che cosa agisce sulla natura volitiva profonda dell’uomo da parte dell’educazione e dell’insegnamento?

Ripensiamo a quel che è stato detto ieri:

tutto quanto è intellettuale è già volontà senile, è già volontà pervenuta alla vecchiaia.

Dunque qualunque istruzione ordinaria, nel senso intellettuale, qualunque ammonimento e, in genere, tutto ciò che nell’educazione viene dato in concetti, non può agire ancora sul fanciullo nell’età in cui si svolge l’educazione.

 

Riassumiamo la cosa ancora una volta, così da essere coscienti che il sentimento è volontà non ancora divenuta, ma in via di divenire.

• Ora nella volontà vive l’uomo intero, sicché anche nei riguardi del fanciullo dobbiamo contare sulle risoluzioni subconsce. Guardiamoci dal credere di poter avere un influsso sulla volontà del fanciullo solo mediante ciò che pensiamo di aver concepito giustamente. Dobbiamo quindi domandarci:

come possiamo avere un buon influsso sulla natura di sentimento del bambino?

 

In realtà possiamo influire sul suo sentimento solo mediante un ripetersi di azioni.

Non certo dicendo una sola volta a un fanciullo ciò che è giusto fare, potrete determinare una giusta manifestazione dei suoi impulsi volitivi, ma solo se gli farete compiere una data azione oggi e domani e dopodomani.

 

Il metodo giusto non sta nel dare al bambino ammonimenti, regole morali, ecc.,

ma nel dirigere la sua attenzione su qualcosa che riterrete atto a destare in lui il sentimento di ciò che è giusto,

e nel farglielo poi ripetere e ripetere, finché diventi per lini un’abitudine.

• Più tale abitudine resterà inconscia, e tanto meglio sarà per lo sviluppo del sentimento;

invece quanto più il fanciullo avrà coscienza di eseguire ripetutamente l’azione per dedizione, perché dev’essere fatta,

e tanto più solleverete quell’azione al grado di vero impulso di volontà.

 

Una ripetizione inconscia coltiva il sentimento;

una ripetizione pienamente cosciente coltiva il vero impulso volitivo accrescendo la forza della decisione.

Quest’ultima, che di solito resta nel subconscio, viene stimolata dal far ripetere le cose al fanciullo coscientemente.

 

Per sviluppare la volontà non dobbiamo dunque ricorrere ai metodi che sono specialmente importanti per la vita intellettuale, e che mirano soprattutto a far comprendere una cosa una volta, perché venga poi ritenuta.

Ma le nozioni soltanto comprese una volta e poi ritenute, non agiscono sul sentimento e sulla volontà;

sul sentimento e sulla volontà agisce ciò che una volta considerato giusto e conveniente,

venga poi fatto ripetere sempre di nuovo.

 

I metodi pedagogici antichi, più ingenui e patriarcali, applicavano anche ingenuamente tali princìpi; le cose diventavano abitudini e contenevano elementi pedagogici ottimi.

Perché, ad esempio, si fa dire ogni giorno la stessa preghiera, il «Padre nostro»?

 

Se l’uomo moderno dovesse leggere ogni giorno la stessa storia, gli verrebbe a noia; egli si è abituato a fare le cose una volta sola. Gli uomini di tempi passati non solo dicevano ogni giorno il «Padre nostro», ma avevano altresì un libro di storie che leggevano per lo meno una volta ogni settimana. Perciò erano uomini che, riguardo alla volontà, avevano forze più considerevoli di quelle che si formano con l’educazione attuale; lo sviluppo della volontà dipende infatti dalla ripetizione, e dalla ripetizione cosciente. Di ciò va tenuto conto.

Non basta dunque proclamare astrattamente che bisogna educare anche la volontà, e credere che, se si hanno delle buone idee al riguardo e si inculcano al fanciullo, mercé qualche metodo raffinato, si raggiungerà lo scopo. In realtà ciò non serve affatto a rafforzare la volontà, e i fanciulli che si educano a mezzo di «ammonimenti morali» diventano lo stesso uomini deboli e nervosi. Invece diventeranno uomini interiormente energici i fanciulli a cui si dice: «Oggi tu farai questo, e tu farai quello, ed entrambi farete anche domani e dopodomani la stessa cosa». Essi lo fanno allora per obbedire a un’autorità, perché comprendono che nella scuola ci dev’essere uno che comanda.

 

Riassumendo: l’assegnare quotidianamente a ciascun fanciullo qualche azione da fare ripetutamente ogni giorno, e in certi casi anche durante tutto l’anno scolastico, è una disciplina che rinvigorisce molto energicamente la volontà. Prima di tutto crea un contatto tra gli scolari, poi rafforza l’autorità dell’insegnante, e abitua i ragazzi a un’attività ripetuta che agisce potentemente sulla volontà.

Come mai agisce con forza tutta speciale sulla formazione della volontà l’elemento artistico? Prima di tutto perché esercitare un’arte deve poggiare sulla ripetizione e poi perché ciò che l’uomo fa proprio in fatto d’arte gli porta sempre nuova gioia. L’arte non si gode una volta sola, ma sempre di nuovo; porta già in sé la disposizione a stimolare l’uomo sempre di nuovo, e a riempirlo di gioia in modo immediato e ripetuto. Per questa ragione le mete che noi perseguiamo con la nostra pedagogia sono strettamente connesse con l’elemento artistico. Domani ne parleremo ancora.

Oggi volevo mostrare come si debba agire sulla formazione della volontà in modo diverso dall’educazione dell’elemento intellettuale.

 

 

By | 2019-06-06T15:26:59+02:00 Giugno 3rd, 2019|ANTROPOLOGIA|Commenti disabilitati su 04 – NATURA DEL VOLERE. LA PARTIZIONE IN NOVE DELL’ENTITÀ DELL’UOMO.