/////04 – NECESSITÀ, ARBITRIO, LIBERTÀ

04 – NECESSITÀ, ARBITRIO, LIBERTÀ

Necessità, arbitrio, libertà


 

1. Concetto di Necessità

Oggi ci occuperemo di tre concetti che solo in apparenza fanno parte della speculazione filosofica, mentre in realtà appartengono alla stessa natura dell’uomo e segnano il corso della sua graduale evoluzione. Questi tre concetti fondamentali per la conoscenza dell’uomo, sono quelli di necessità, arbitrio e libertà. È inteso che trattando di questi difficili concetti, noi non vogliamo fare della filosofia speculativa, vogliamo all’opposto esercitare una conoscenza atta a penetrare nella viva e piena realtà dell’essere umano.

 

Cominciamo prima di tutto a formarci un concetto di ciò che è la necessità. Osserviamo una pallina da biliardo, una biglia, che corre velocemente sul tappeto verde. Perché si muove? Perché è stata urtata da una stecca. Questo urto determina in modo rigidamente fisico e matematico la velocità, la direzione, la durata del moto della biglia. Essa, ricevuto quel determinato colpo, tra le infinite velocità possibili, può assumerne una sola. Quella e nessun’altra. Similmente, tra le infinite direzioni possibili, può seguirne una sola. Quella e nessun’altra. Il movimento della biglia è quindi rigidamente determinato da un agente esterno. È assolutamente necessario che esso esista e che agisca in quel preciso modo affinché la biglia possa muoversi con quella velocità e seguire quella direzione.

Questa è la forma più bassa in cui apparisce la necessità. Si può parlare di necessità in questo senso, quando un qualsiasi fenomeno o processo del mondo ha bisogno per manifestare e svolgersi di un determinato agente esterno. Chiamiamo perciò questa prima forma di necessità, la necessità dell’agente esterno.

 

Prendiamo ora in mano un seme e domandiamoci: che pianta può uscire da questo seme? Una sola, naturalmente, quella propria del seme. Se il seme è un chicco di granoturco, da quel seme non potrà uscire che una pianta di granoturco. Perché il granoturco venga all’esistenza è necessario un seme. Quello e nessun altro. Qui vediamo agire in modo assolutamente determinante non più un agente esterno, ma un agente interno. Possiamo chiamare questa specie di necessità, la necessità dell’agente interno.

 

Consideriamo dopodiché una figura geometrica, per esempio un cerchio. Sappiamo che questa è una figura curva, nella quale ogni punto della circonferenza è equidistante dal centro. Mancando questa precisa determinazione geometrica, il cerchio non potrebbe esistere. Perché si abbia un cerchio, è assolutamente necessario che ogni punto della sua circonferenza sia equidistante dal centro. Dio stesso, in tutta la sua potenza, non potrebbe portare all’esistenza un cerchio che non corrisponda a questa determinazione matematica.

A questo punto dobbiamo far osservare che l’esistenza del cerchio è paurosamente concettuale. Il cerchio esiste solo nella mente dell’uomo come entità di pensiero. Perciò anche la determinazione matematica che si presenta come necessità assoluta della sua esistenza, è un puro concetto.

Questa forma di necessità per cui un ente mentale non può sussistere che in un solo e determinato concetto, possiamo chiamarla necessità del concetto.

 

Dopo queste considerazioni semplici ed evidenti, dobbiamo inoltrarci in pensieri un poco più difficili. Quando il modo e la forma dell’esistenza di un ente qualsiasi sono determinati dalla necessità di un agente esterno, interno o concettuale, si suole parlare di costrizione di leggi cosmiche, per cui sarebbe forzata tanto la forma d’esistenza di una pietra, di un animale, di un uomo e di un’idea nella mente di un uomo.

Questo concetto è giusto. Anche un cerchio, pur avendo una forma d’esistenza puramente mentale, è forzato nel suo essere dalla legge del concetto. E ciò perché il concetto del cerchio non viene prodotto dal cerchio stesso, ma dalla mente umana. Facciamo però un’ipotesi ardita. Che cosa avverrebbe se fosse possibile a un cerchio di produrre da se stesso il concetto della propria esistenza? Avverrebbe che in questo caso puramente ipotetico la necessità della forma d’esistenza del cerchio verrebbe a coincidere e a confondersi con la libera volontà d’esistenza del cerchio stesso.

Abbiamo quindi per asserto ipotetico una quarta forma di necessità, che possiamo chiamare necessità della volontà libera.

 

È possibile questa forma apparentemente contraddittoria di necessità?

Spinoza dice a ragione che è possibile solo nell’Essere Divino.

Nel mondo tutto è necessità, perché tutto proviene da Dio. Goethe disse: «Dove è necessità, ivi è Dio».

Nell’Essere Divino la necessità trova la sua apoteosi. Anche l’esistenza di Dio è necessitata,

ma è necessitata da Dio stesso. Presso Dio la necessità diventa libera volontà eterna.

 

Prima di procedere oltre, riassumiamo in uno specchietto le quattro successive forme attraverso le quali passa e si eleva la necessità:

1. Necessità dell’agente esterno;

2. Necessità dell’agente interno;

3. Necessità del concetto;

4. Necessità della volontà libera.

 

2. La necessità in relazione con la causa ed il fine

Le forme di necessità che abbiamo ora accennate, intrecciandosi e sovrapponendosi nei più diversi modi, reggono e determinano ogni essere o fenomeno dell’universo. La grande legge di necessità, osservata nel processo della natura, ci palesa che ogni fenomeno del mondo viene prodotto da una causa ed è diretto ad un fine. In tal modo causa e fine vengono ad essere le manifestazioni concrete della legge di necessità. Spesse volte questi due poli della necessità – causa e fine – si confondono tra loro. Così, per esempio, il seme è tanto la causa della pianta, quanto il fine del fiore. Si può dire che tutta l’esistenza sensibile si svolge entro i limiti naturali che vanno dalla causalità alla finalità.

L’uomo stesso vive in questo cerchio fatale della necessità. La scienza afferma che l’uomo è un prodotto della natura. Il suo modo d’esistenza è quindi necessitato dalle leggi costrittive della natura. È immaginabile che un pesce possa viver fuori dell’acqua? No di certo. La natura lo ha conformato per l’esistenza nell’elemento acqueo. Allo stesso modo l’esistenza dell’essere umano è determinata in ogni suo particolare dalle necessità naturali. Tutto quindi nell’uomo è necessità assoluta in relazione con il complesso naturale in cui è inserito. La natura agisce di continuo sull’uomo con la legge di necessità.

 

3. L’arbitrio come eliminazione del fine

Secondo talune concezioni filosofiche perfino i pensieri e i sentimenti dell’uomo sono rigidamente determinati dalle leggi naturali. Il pensiero non sarebbe che il riflesso nell’anima dell’uomo della realtà esterna.

Se queste concezioni fossero giuste, non sarebbero possibili l’errore e la menzogna. Vero è al contrario che fra tutti gli esseri del mondo, l’uomo è l’unico che si sia parzialmente distaccato dalla natura. Ora distaccarsi dalla natura non significa altro che allontanare da sé la costrizione della necessità.

La vita interiore dell’uomo è ormai svincolata dalle leggi della necessità. L’anima non è certo uno specchio imparziale della realtà del mondo. Essa non riflette l’immagine vera, ma un’immagine fittizia conformata non dall’oggetto reale, bensì dall’Io personale dell’uomo.

 

Vediamo ciò con un esempio concreto. Un ufficiale superiore viene processato per sospetto spionaggio a favore del nemico. Si tratta di appurare s’egli sia colpevole o innocente, l’opinione pubblica si appassiona del fatto e chiede a seconda del giudizio che ogni singolo si è formato, un verdetto di condanna o un verdetto di assoluzione. Sarebbe da presumere che il giudizio dei singoli sia basato sui fatti, ma non è così. Difatti se fosse così, tutti i giudizi dovrebbero coincidere. Da mille menti dovrebbe uscire la stessa immagine della realtà, come mille specchi riflettono in mille immagini uguali lo stesso oggetto. Invece i giudizi sull’ufficiale processato sono svariati come l’aspetto del cielo nel mese di marzo. Una signora dice: «Ha gli occhi troppo belli per essere colpevole». E un professore universitario: «Non può essere innocente perché è ebreo».

Purtroppo io non invento il fatto, questo processo appartiene alla storia e questi giudizi sono stati realmente pronunciati. Ciò dà un’idea di quanto l’uomo si sia ormai allontanato dalla necessità divina.

 

Ora noi dobbiamo chiederci: quali potenze hanno distaccato l’uomo dal grembo materno della natura e lo hanno svincolato dalla grande legge divina della necessità? Dalla Scienza dello Spirito sappiamo che queste potenze sono rappresentate da Lucifero ed Arimane, i due spiriti oppositori che contrastano contro l’ordinamento divino del mondo.

Per opera di questi due oppositori degli Dei, l’uomo è passato gradualmente

dalla sfera divina della necessità alla sfera infernale dell’arbitrio.

La necessità è unica perché viene da Dio.

L’arbitrio è biforcuto, perché viene generato da Lucifero e da Arimane.

 

Esaminiamo prima l’arbitrio luciferico e cerchiamo di acquistarci una comprensione del modo con cui Lucifero agisce nell’anima umana. Abbiamo già visto che i due poli della necessità sono rappresentati dalla causalità e dalla finalità. L’universo è ordinato secondo un piano divino prestabilito e tende ad un fine che trascende la normale comprensione dell’intelletto umano.

Nel passato giace la Prima Causa divina e nel futuro è riposto il Fine Supremo divino.

Tra questi due limiti scorre l’evoluzione secondo la legge della necessità.

 

Lucifero spezza questa legge di necessità rinnegando il fine divino. Egli si avvicina all’uomo e gli dice: «Tendere ad un fine, è una fatica inutile. Il mondo non ha un fine. Il tuo fine devi essere tu stesso». L’uomo che soggiace a questa seduzione non accetta il mondo nella sua anima integralmente, ma accoglie in sé soltanto quella minuscola parte della realtà che soddisfa il suo essere egoistico. Così non il mondo reale viene a vivere nell’anima, ma i fantasmi illusori del piacere.

L’anima dell’uomo che soggiace alla tentazione luciferica non contiene ciò che è vero, ma soltanto ciò che piace. Tutto ciò che non procura un immediato senso di piacere viene rifiutato, respinto. Le conseguenze di tale fatto sono evidenti. Nell’anima si fa signora la menzogna e nel mondo esterno vien posto un fitto velo davanti alla finalità obbiettiva delle cose.

 

Per meglio comprendere ciò, osserviamo l’azione luciferica al suo apice massimo. Sappiamo che tutte le azioni umane sono dirette ad un fine. Così l’uomo costruisce ponti per poter varcare gli abissi o i corsi d’acqua, trafora le montagne perché i treni vi possano passare, ecc. Ma un fanciullo che gioca con la rena di una spiaggia, perché costruisce i suoi piccoli ponti e le sue piccole gallerie? Questa domanda non trova alcuna risposta. Non c’è un perché al gioco del fanciullo. Il gioco si esaurisce nell’appagamento interiore che esso dà.

L’arte è gioco portato in una sfera superiore. Dobbiamo considerare come una delle più grandi conquiste dell’estetica moderna la scoperta dell’ateleologicità dell’arte. Se costruiamo un ombrello, lo facciamo con lo scopo preciso che esso ci ripari dalla pioggia, ma se dipingiamo un quadro, se scriviamo una poesia, non abbiamo di mira alcun fine.

 

Nel creare opere d’arte, l’uomo non corrisponde ad alcuna necessità finalistica, ma obbedisce ad una pura causa interiore che è il moto dell’anima. L’arte è in questo senso causa pura, causa in sé. Come tale è il massimo prodotto dell’azione luciferica.

Lucifero spezza unilateralmente la ferrea legge della necessità, eliminando la visione del fine. Nasce così nell’anima dell’uomo la falsa impressione della libertà, la quale sorge dal fatto che una nuova forza viene data all’uomo, cioè la fantasia. Questa potente forza interiore viene a manifestazione solo quando l’anima sente se stessa coma causa pura. È questa la grande tentazione luciferica: «Voi sarete simili agli Dei».

La libertà luciferica è una menzogna.

Lucifero dà all’uomo solo quell’arbitrio che elimina la finalità dalla realtà del mondo.

 

4. L’arbitrio come eliminazione della causa

In senso contrario agisce la potenza di Arimane. Questo essere guarda costantemente ad un fine. Anche egli spezza la legge della necessità divina, rivolgersi però contro la causa. Arimane nega la causa del mondo e tende a portare il mondo verso il suo proprio fine personale. Egli dice all’uomo: «Metti al tuo servizio tutto ciò che esiste al mondo. Tutto può e deve essere diretto al fine che tu stesso avrai stabilito». Ascoltando questa voce e seguendo questo impulso, l’uomo ha preso le pietre del mondo per costruire case, ha coltivato piante per nutrirsi, ha ucciso animali per vestirsi con le loro pellicce, ha inventato macchine, si è impossessato delle forze della natura. Questo impulso ha avuto il suo coronamento negli ultimi secoli con i prodigi della tecnica.

Come l’arte luciferica si esaurisce tutta nella causa, così la tecnica arimanica è tutta diretta ad un fine.

La tecnica è fine puro, fine in sé. Il motto d’Arimane è: «Il fine giustifica i mezzi».

Le forze della tecnica sono strettamente legate con quelle della menzogna cosciente.

 

5. Il mistero dell’odio

Il campo luciferico è quello dell’anima. In questo campo noi possiamo lavorare e costruire con le forze della fantasia, solo in quanto riusciamo ad eliminare da esso una gran parte della realtà, e precisamente quella parte che non ci piace.

Il campo arimanico è quello della natura. In questo campo noi possiamo lavorare e costruire con le leggi della tecnica, solo in quanto riusciamo ad eliminare da esso una gran parte della realtà, e precisamente quella che non ci serve.

 

È necessario costruire una strada che passi per un bosco. L’uomo non prova alcun scrupolo ad abbattere un certo numero di alberi. Però non potrebbe mai alzare l’accetta ed inferire il colpo, se una forza non agisse in lui, la forza dell’odio. Questo è il mistero dell’odio. Con la forza dell’odio noi respingiamo della nostra anima quella parte della realtà che non provoca in noi un senso di piacere e demoliamo nel mondo esterno tutto ciò che non ci torna utile.

Lucifero ed Arimane ci hanno svincolati dalla necessità divina e ci hanno dato l’arbitrio della causa e l’arbitrio del fine. L’uomo ha però pagato assai caro questo doppio arbitrio. Per diventare artista e tecnico egli ha dovuto odiare l’opera divina.

 

Con le considerazioni finora svolte abbiamo imparato a conoscere in che modo l’arbitrio spezzi la legge della necessità. Ora divenendo causa pura ed ora esaltando soltanto il fine. Nascono da tale fatto due forme antitetiche di arbitrio, che sono le seguenti:

1) Arbitrio della causa (Lucifero);

2) Arbitrio del fine (Arimane).

 

6. La libertà

Ci resta ancora da considerare il vero affrancamento dalla necessità, cioè la libertà. Abbiamo detto in precedenza che l’arbitrio significa esaltazione della causa o del fine. In altre parole ciò vuol dire che l’uomo dominato dall’arbitrio vuole imporre se stesso a discapito dell’obiettiva esistenza del mondo.

Nell’arbitrio della causa, ispirato da Lucifero, l’uomo vuol vivere soltanto un paradiso di piacere creato dalla sua stessa anima. Egli vuol essere causa di se stesso e rifiuta di riconoscersi come un prodotto dell’obiettiva causalità del mondo. In tal modo si distacca dal mondo e fa sorgere in esso un elemento che non gli è proprio.

Nell’arbitrio del fine, ispirato da Arimane, l’uomo sceglie un fine che appaghi il suo egoismo e lo impone al mondo, in contraddizione con il fine oggettivo assegnato all’Universo dai suoi creatori. Vediamo, per esempio, come l’uomo fa deviare il corso d’un fiume e lo instrada in una direzione che gli torna utile. Questo esempio mostra come l’uomo possa realizzare nel mondo fini personali. Non si tratta ora di formarsi un giudizio morale su questo fatto; basta semplicemente riconoscerlo ai fini della conoscenza e riconoscere in conseguenza che l’uomo, con la sua opera, può opporsi all’obiettivo ordinamento del mondo.

 

L’arbitrio genera l’odio e solo con l’odio l’uomo può opporsi al mondo e respingere da sé la realtà che non gli piace o che non gli serve. In quanto è pur destino dell’uomo di essere artista e tecnico, l’odio trova la sua giustificazione nell’ordinamento del mondo.

Nell’uomo può però agire anche una forza contraria e superiore a quella dell’odio, cioè la forza dell’amore.

Amore significa piena accettazione della realtà in tutte le sue forme.

 

Anche qui sceglieremo due esempi per spiegarci meglio.

Può darsi che una persona non possa sopportare la presenza di un vicino perché costui è un avversario politico con idee opposte. Però si fa forza e dice: «La mia anima non deve limitarsi ad accogliere soltanto ciò che le piace. Il mondo è assai più ricco di contenuto. Voglio ascoltare con benevolenza il mio avversario e seguire con disinteresse personale i suoi ragionamenti». Se ciò viene realizzato, se quella persona è veramente capace di mettere in atto la sua risoluzione, allora avviene che l’interiorità dell’altro comincia a vivere nella sua anima.

Questa è la forza dell’amore, che riesce a penetrare nelle anime degli uomini e a rivelare i recessi invisibili del cuore.

 

Vediamo il secondo esempio. Un ortolano ha un cane che fa la guardia al suo giardino. Poi questo cane diventa vecchio, s’ammala e non serve più allo scopo. L’ortolano non l’uccide; lo mantiene lo stesso, lo cura e lo accarezza.

Questo non è e non vuol essere naturalmente un esempio classico d’amore. Serve semplicemente a mostrare l’altro senso in cui procede l’amore.

L’amore fa da correttivo tanto all’arbitrio della causa quanto all’arbitrio del fine, e cioè uno strumento dell’anima ugualmente valido contro Lucifero che contro Arimane.

L’amore porta alla libertà vera e non all’arbitrio, perché supera tanto la causalità che la finalità.

 

L’arbitrio della causa, come abbiamo già visto, consiste nel fatto che l’anima lascia vivere in sé soltanto ciò che le aggrada. Così è schiava della forza della causa che la domina.

L’amore spezza questo vincolo e fa sì che nell’anima viva la piena realtà del mondo.

L’arbitrio del fine impone al mondo esterno uno scopo dettato dall’egoismo personale. Così l’uomo nella sua azione è schiavo del suo ristrettissimo orizzonte mentale.

L’amore infrange questa catena facendo ricercare il fine delle cose nelle cose stesse e non nell’egoismo personale.

 

In tal modo, per la forza dell’amore,

la causa e il fine vengono eliminati dal proprio Sé personale e ricercati nell’Io dell’altro.

Questa è l’essenza della libertà.

Qui non vi è più nulla che vincoli l’azione dell’uomo.

Ogni traccia di necessità è scomparsa con l’eliminazione della causalità e delle finalità.

Queste esistono sì ancora, ma non più in noi; vivono obiettivamente fuori di noi.

 

È difficile comprendere la piena portata di questo fatto; vogliamo servirci di un esempio paradossale.

L’uomo è costretto a mangiare delle necessità naturali; lo stimolo della fame ve lo costringe. Immaginiamo ora che l’ordinamento del mondo fosse stabilito in modo che l’uomo non sentisse il proprio stimolo della fame, ma percepisse in qualche maniera quello degli altri. Quali ne sarebbero le conseguenze? L’uomo si sentirebbe completamente libero nell’atto del nutrirsi. Mangerebbe non per sé, ma per sostentare gli altri, nel caso che lo considerasse opportuno.

Nella sfera naturale ciò è naturalmente impossibile. Nella sfera etica questa possibilità è già offerta all’uomo. Qui l’uomo può essere libero; egli cioè può eliminare del suo essere personale la causa ed il fine della sua azione e collocarli nell’Io obiettivo del suo simile. Perciò si sente non solo libero da ogni imposizione di necessità, ma qualcosa di assai di più. Si sente creatore di necessità obiettiva. Agisce da una sfera superiore a quella della necessità, in quella della necessità.

• Vi è un solo campo della realtà in cui l’uomo può oggi realizzare questa libertà, quello dell’etica, cioè dell’azione dell’uomo sull’uomo. Da questo campo limitato comincia il cammino della sua libertà.

 

A questo punto è interessante far notare ch’egli tratta se stesso come essere libero. Non può farlo nella coscienza ordinaria, perché qui appunto agiscono Lucifero ed Arimane, ma lo fa indubbiamente nella coscienza superiore.

Perciò l’uomo non è libero nelle azioni che compie nel mondo,

ma è libero nel suo destino, cioè nelle azioni che compie su se stesso.

 

Per le azioni che compie nel mondo, l’uomo pone ancora la causalità e la finalità nel proprio sé personale,

mentre per le azioni che compie su se stesso, cioè per gli atti del destino, porta la causa e il fine fuori di sé,

in quella sfera obiettiva in cui dimora il suo Io superiore.

 

Il destino si svolge dunque nella libertà, perciò appare come “caso”, cioè senza nesso causale o finale.

Guardato dall’eterno, il destino non è legge di causa ed effetto, ma graduale realizzazione dell’Io superiore.

Con il destino però l’uomo si costruisce l’avvenire. Ciò significa che il futuro riposa nel seno della libertà.

 

• La necessità regge il passato;

• l’arbitrio domina nel presente, nel momentaneo;

• la libertà illumina l’avvenire.

 

La necessità, l’arbitrio e la libertà si spartiscono così tre campi della realtà e della progressiva evoluzione umana.

Questo specchietto ce lo mostra:

 

• Necessità                     • Natura                               • Passato

• Arbitrio                       • Arte e Tecnica                   • Presente

• Libertà                        • Etica                                    • Futuro

 

7. Magia bianca e magia nera

Il campo della libera azione umana è finora quello dei rapporti tra uomo e uomo. Questi rapporti sono regolati dalle leggi superiori della morale. Non vi è essere umano tanto degradato da non sentire come nell’uomo viva un elemento più alto che non negli altri esseri della natura. Perciò l’uomo va trattato in modo particolare, con rispetto, devozione ed amore.

È vero: vi sono i cannibali che considerano il proprio simile come un ottimo alimento naturale, allo stesso modo come noi consideriamo tanti animali. E oltre questi cannibali delle selve, vi sono i cannibali assai più feroci e inumani della civiltà moderna. Noi sappiamo che in molti paesi del mondo cosiddetto civile, l’uomo è già stato trattato come una cavia da esperimenti. Alcune concezioni filosofiche e politiche giungono ad affermare apertamente che l’uomo è un semplice essere naturale come tutti gli altri e che i suoi rapporti non sono regolati dall’etica, ma da leggi biologiche. Ciò rappresenta la fine della moralità e il principio della magia nera.

 

La Scienza della natura è secondo i suoi principi amorale:

Essa tende a impossessarsi delle forze della natura per metterle al servigio dell’egoismo umano.

Il mago nero porta questo principio e questa tendenza dalla natura all’uomo.

 

Lo scienziato dice: il mondo è un macrocosmo dinamizzato da forze ch’io voglio usare a mio vantaggio.

Il mago nero dice: l’uomo è un microcosmo saturo di forze ch’io voglio carpire e impiegare

per il rafforzamento del mio essere.

 

Quelle concezioni del mondo che vogliono riguardare l’uomo come natura, segnano già l’inizio della magia nera. Tutto ciò assumerà nel corso dell’evoluzione umana un aspetto fosco e pauroso.

L’odio, che ora vuol demolire una parte del mondo, si rivolgerà in futuro alla stessa distruzione dell’entità umana. L’uomo ucciderà l’uomo per carpirgli, con metodi o processi che avrà modo di escogitare, le forze vitali, l’intelligenza, ecc. E farà ciò con la stessa insensibilità morale con la quale getta oggi una palata di combustibile nel forno che riscalda la caldaia.

 

La magia nera riguarda l’uomo come natura e segna il trionfo dell’odio.

La magia bianca all’opposto riguarda la natura come uomo

ed estende gradatamente la sfera della moralità all’animale, alla pianta, alla pietra.

 

La strada della magia bianca viene aperta dalla forza dell’amore.

Mentre non vi è nessuna difficoltà a rappresentarsi i fini della via nera, perché coincidono con l’egoismo umano, è praticamente impossibile per l’uomo comune – che ignori la Scienza dello Spirito – acquistare la comprensione dell’altra meta a cui conduce la via bianca dell’evoluzione umana.

Il fondamento di questa comprensione è dato dalla conoscenza che i tre regni inferiori della natura sono parti distaccatesi dal regno umano.

Tutto è umanità nel mondo in cui viviamo.

 

 

 

 

 

Durante l’evoluzione di Giove, l’umanità riassumerà nel suo seno il regno animale; durante l’evoluzione di Venere, ritornerà nel seno originario il regno vegetale e infine durante l’evoluzione di Vulcano lo stesso regno minerale verrà riaccolto nella grande sfera umana. Il che significa che su Vulcano non vi sarà più distinzione tra natura e umanità, perché tutta la natura sarà ridiventata umanità.

 

Noi abbiamo cominciato con l’osservare che la libertà è possibile solo entro la sfera dei rapporti umani, perché nella sfera della natura domina la necessità. Poi abbiamo notato che al grado massimo dell’evoluzione umana, su Vulcano cioè, non vi sarà più natura. Vulcano non sarà più regolato da leggi naturali, ma solo da leggi morali. In altre parole ciò significa che la necessità divina si sarà trasformata in libertà umana.

 

L’evoluzione del mondo principia dall’umanità e finisce nell’umanità.

Su Saturno tutto era umanità nella sfera della necessità;

su Vulcano tutto sarà di nuovo umanità, ma nella sfera della libertà.

 

 

Tra necessità e libertà non vi è alcuna contraddizione,

perché esse rappresentano soltanto diversificazioni di coscienza.

Su Vulcano la coscienza dell’uomo sarà salita a un grado tale

che l’Io umano produrrà da sé la legge della sua esistenza.

L’uomo si sentirà esistere nella forma da lui stesso voluta.

Perciò esperimenterà in sé la congiunzione della necessità e della libertà

nella libera necessità propria dell’Essere divino.

 

22 maggio 1948

 

 

By | 2019-01-10T23:23:27+01:00 Gennaio 8th, 2019|I|Commenti disabilitati su 04 – NECESSITÀ, ARBITRIO, LIBERTÀ