Sorgere dello spazio dalla forma che si spezza e sorgere della materia dallo spirito che si frantuma.

O.O. 134 – Il mondo dei sensi e il mondo dello spirito – 30.12.1911


 

Sommario: Le esperienze della materia nello spazio e le esperienze dell’anima nel tempo. Configurazione e movimento della vita animica in formazioni non spaziali. Sorgere dello spazio dalla forma che si spezza e sorgere della materia dallo spirito che si frantuma.

 

Ciò che ordinariamente si chiama materia diventa comprensibile all’uomo soltanto mediante rappresentazioni relativamente difficili. E se nel senso occulto vogliamo gettare luce sull’essenza della materia, della sostanza, dobbiamo prima di tutto chiederci quale sia la peculiarità più spiccata di ciò che ordinariamente chiamiamo materia. Se si procede senza preconcetti, si dovrà pur riconoscere che la peculiarità più spiccata d’ogni materia è la qualità di riempire uno spazio, l’estensione nello spazio.

Infatti a nessuno, di fronte a ciò che gli sorge nell’anima, di fronte a un sentimento, a un pensiero o anche a un impulso volitivo, verrà in mente di dire che la volontà o il pensiero o il sentimento riempiono uno spazio. Ognuno riconosce subito che sarebbe una sciocchezza il voler affermare che ad esempio un qualsiasi pensiero, il pensare ad un eroe, sia di 5 metri quadrati più grande del pensare ad un uomo ordinario. Volendo andare in fondo, si scorge subito che veramente ai nostri stati d’animo, ai nostri processi animici, non si può affatto attribuire l’estensione, la qualità di riempire uno spazio.

 

Si potrebbe però dire che c’è un altro contrassegno per la materia, che la materia deve avere un peso. Ma la qualità del peso non è così semplice, e lo vedremo ancora nel corso di queste conferenze. Se infatti ci poniamo di fronte al mondo solo osservando, nell’immediata visione e osservazione non possiamo affatto scorgere alcunché del peso, ma ci accorgiamo invece dell’estensione, dell’occupazione di spazio.

Sappiamo che l’« essere esteso » si calcola ordinariamente secondo le tre dimensioni che si enumerano per lo spazio: altezza, larghezza e lunghezza o profondità. È una verità generale, vorrei dire banale, che gli oggetti sono estesi nello spazio secondo le tre dimensioni. Dunque l’estensione nelle tre dimensioni dovrebbe essere riconosciuta, per così dire, come la caratteristica più spiccata di ciò che è materiale.

 

Ciascuno, se riflette a quanto abbiamo detto prima, cioè che di fronte a ciò che vive nell’anima non si può parlare di occupazione di spazio, dovrà dirsi che esiste qualcos’altro, oltre alla spazialità, oltre alla materia o sostanza, che appunto riempie lo spazio. Tra le osservazioni che si possono fare sul piano fisico, c’è senza dubbio anche quella che nelle esperienze animiche non ci sono processi e stati estesi nello spazio.

Se consideriamo altrettanto spassionatamente le esperienze dell’anima, quanto le esperienze della materia nello spazio, troviamo assai presto un’altra peculiarità senza la quale le esperienze animiche come tali non possono esistere. E cioè, spassionatamente, non possiamo far a meno di riconoscere come le esperienze animiche si svolgano nel tempo. Sebbene non possiamo dire che un sentimento, un impulso volitivo, siano ad esempio lunghi cinque metri oppure grandi cinque metri quadrati, dobbiamo pur sempre ammettere che le cose che noi sentiamo e pensiamo, in quanto sono esperienze dell’anima, si svolgono nel tempo, e che non solo ci occorre un determinato tempo per sperimentarle, ma che l’una viene prima e l’altra dopo; che insomma ciò che sperimentiamo nell’anima è soggetto al tempo.

 

Sta di fatto che nella nostra realtà, e in tutto ciò che ci circonda e che noi stessi siamo, condizioni di spazio e di tempo sono effettivamente mescolate insieme; specialmente nel mondo esterno le cose si svolgono in modo da essere bensì estese nello spazio, ma da svolgersi anche l’una dopo l’altra nel tempo; richiedono di per sé un certo tempo. Da ciò, già prima di entrare nelle verità occulte, ci si chiederà in quale rapporto stia in genere lo spazio col tempo.

Qui, in un ciclo di conferenze antroposofiche, tocchiamo in maniera supremamente innocente una questione che è sempre andata per il mondo come una grande questione filosofica; intorno alla quale, figuratamente parlando, si sono rotte innumerevoli teste: il rapporto del tempo con lo spazio. Mentre, come ho detto, ci accostiamo a questo problema in modo supremamente innocente, non ci riuscirà forse molto facile seguire i pensieri qui esposti sul rapporto del tempo con lo spazio, perché probabilmente la maggior parte di questo uditorio non ha avuto una speciale preparazione filosofica. Ma se ci si adoprerà a seguir questi pensieri, si vedrà come essi siano infinitamente fecondi e come, specialmente elaborandoli nella meditazione, si potrà svilupparli.

In tal caso, è bene che si parta anzitutto dal tempo che si sperimenta nella propria anima. Chiediamoci però come sperimentiamo il tempo nella nostra propria interiorità.

 

Voglio ora parlare più chiaramente, e cioè pregare di non prendere in considerazione il tempo che si legge sull’orologio; così, naturalmente, non si fa che confrontare la propria vita interiore con processi esteriori. Prescindiamo dunque completamente dalla lettura del tempo sull’orologio o da altri processi esteriori, e cerchiamo solo di chiederci come la domanda può venir posta alla nostra anima: « Come e fino dove si manifesta il rapporto di tempo nella nostra anima? ».

E qui, per quanto si possa riflettere, e per quanto a fondo si possa considerare la questione, non potrà venir in mente null’altro di determinante, riguardo al tempo, se non ancora che si può ora pensare un pensiero, il quale viene suscitato in noi da una percezione esteriore. Noi vediamo o ascoltiamo qualcosa, e allora nella nostra anima sorge un pensiero o una rappresentazione; e se ci chiediamo più precisamente quale sia veramente il rapporto tra noi stessi e tale rappresentazione o pensiero, dovremo dirci che, mentre abbiamo il pensiero, siamo veramente noi stessi il pensiero.

 

Si provi un po’ a riflettere a fondo sopra questa cosa, e si vedrà che, mentre siamo occupati da quel pensiero, nel nostro essere più intimo siamo noi stessi il pensiero. Sarebbe pregiudizio credere d’avere, nel contempo, anche la rappresentazione: « Io sono », o simili. L’«io sono » non c’è, mentre noi stessi siamo dediti al pensiero. Noi stessi siamo il pensiero. Si deve già far uso di una certa abilità se, accanto al pensiero che si ha, si vuol essere anche qualcos’altro.

A tutta prima l’uomo si effonde tutto nei pensieri o nei sentimenti che gli sono immediatamente dati. Ma supponiamo di suscitare in noi un pensiero da questo pezzo di gesso: se prescindiamo da ogni altra cosa, se ci abbandoniamo solamente alla rappresentazione « gesso » che viene suscitata dalla percezione, la nostra interiorità sarà una cosa sola con la rappresentazione « gesso ». Ma se abbiamo formato questa rappresentazione, e ci viene in mente che anche ieri abbiamo veduto del gesso, noi confronteremo la rappresentazione del gesso, che ci è data immediatamente, col gesso che abbiamo sperimentato ieri.

 

E se si considera esattamente il pensiero che ci identifichiamo immediatamente col gesso di oggi, ci si accorgerà pure che, così come ci si identifica col gesso di oggi, non ci si può identificare col gesso di ieri. Il gesso di ieri deve esser rimasto come una rappresentazione della memoria.

Se dunque realmente si diventa una cosa sola con la rappresentazione « gesso » di ora, allora il gesso di ieri è diventato, nella nostra interiorità, qualcosa di esteriore; vale a dire, il gesso di oggi è la nostra vera interiorità di oggi, ma la nostra rappresentazione-ricordo è qualcosa a cui certo si guarda indietro, ma che, di fronte alla rappresentazione d’oggi, è per noi qualcosa di esteriore. E così è per tutto ciò che si è sperimentato nell’anima, ad eccezione del momento attuale.

 

Il momento attuale è di volta in volta, la nostra interiorità.

• Tutto ciò che abbiamo sperimentato viene eliminato, è già fuori della nostra interiorità.

Volendo avere un’immagine, si può pensare:

• il momento attuale, con le rappresentazioni che abbiamo, è il serpente,

• e ciò che abbiamo eliminato è la pelle smessa del serpente.

 

È come se il serpente abbia smesso e lasciato dietro di sé una pelle, e poi un’altra, e un’altra ancora; così tutte le nostre rappresentazioni eliminate sarebbero qualcosa di esteriore, di fronte alla nostra interiorità che volta a volta è attuale; vale a dire che, fin dove ci ricordiamo, continuamente facciamo di ciò ch’era interiore qualcosa di esteriore, perché si fa della rappresentazione del gesso che abbiamo ora qualcosa di esteriore nel momento successivo, passando ad un’altra rappresentazione.

 

• In noi avviene una continua esteriorizzazione:

la nostra interiorità diventa, subito qualcosa di esteriore, come una pelle.

• La vita animica consiste nel fatto che l’interiore diventa continuamente esteriore,

così che nella nostra interiorità, in questo interiore processo spirituale,

noi possiamo distinguere il vero e proprio interiore dall’esteriore, e tutto ciò entro l’interiorità.

• Siamo ancora nell’interiorità,

ma in questa stessa interiorità abbiamo da distinguere due parti:

• quella della nostra propria interiorità,   • e l’interiorità che è divenuta esteriore.

 

Il processo che ora abbiamo veduto compiersi, con l’esteriorizzarsi dell’interiorità,

è ciò che produce il contenuto della nostra vita animica

perché, riflettendo un po’ anche su questo,

si riconoscerà di poter chiamare anima tutto ciò che si è sperimentato

dal momento al quale risalgono i ricordi nella prima infanzia.

 

Un uomo che avesse dimenticato tutto ciò che ha vissuto da allora in poi, avrebbe veramente perduto il suo io.

Di modo che nella possibilità di mandare dietro a noi i ricordi, e di conservarli tuttora come spoglie,

consiste la realtà della nostra vita animica.

Tale realtà della vita animica si può pensare configurata nel modo più vario.

• Si ponga attenzione al fatto che veramente in ogni momento

la vita dell’anima è configurata diversamente che in un altro momento.

 

Supponiamo di passeggiare in una bellissima notte stellata, oppure di stare ascoltando una sinfonia di Beethoven; in ognuno di questi momenti identifichiamo con la nostra interiorità una vasta sfera della vita animica. Supponiamo di lasciare dietro di noi quella chiara notte stellata per entrare in una stanzuccia povera e oscura: sarà come se la nostra vita animica si fosse improvvisamente rattrappita; non conterrebbe più che poche rappresentazioni; e così pure, finita la sinfonia, riguardo alle rappresentazioni del nostro udito siamo tutti raggricciati; soprattutto quando dormiamo la nostra vita animica è totalmente rattrappita, finché al risveglio non si dilata di nuovo. Abbiamo dunque un continuo configurarsi della vita animica.

 

Se volessimo ora disegnare tutto ciò (darebbe naturalmente solo un simbolo, poiché dobbiamo disegnarlo spazialmente, mentre intendiamo parlare del tempo che non è spaziale), se vogliamo disegnarlo, possiamo configurarlo nel modo più vario.

• Volontà               • saggezza               • movimento              •  forma

 

 

Qui, nel punto a, sarebbe rattrappito, in b si dilata di nuovo. Dovremmo pensarlo configurato nel modo più vario, mentre c è sempre il contenuto della vita animica. Dal simbolo si può già riconoscere (e questo non fa altro che mostrare visibilmente ciò che non è visibile) il dilatarsi e il restringersi della vita animica. Una vita animica che ascolta una sinfonia è più ricca di un’altra che sente solo un’unica battuta. Si può dunque dire che la vita animica si dilata e si rattrappisce, ma in ciò non deve mescolarsi nessuna rappresentazione spaziale. Durante questo dilatarsi e rattrappirsi, avviene senza alcun dubbio un movimento spirituale interiore.

 

Movimento! La vita animica è movimento.

Ora però si deve pensare il movimento solo come è stato descritto, non già come un movimento nello spazio.

Ma il dilatarsi e restringersi dà delle forme; abbiamo così movimento,

e l’espressione esteriore del movimento in certe configurazioni, in certe forme.

Ma tutto ciò senza forme spaziali;

le forme qui intese non sono forme spaziali, ma forme della vita animica che si allarga e si restringe.

 

E che cosa vive in questo estendersi e restringersi? Che cosa vive dentro, veramente?

Ebbene, ci si accosta già alla realtà, riflettendo un po’ a ciò che deve vivere qua dentro.

• Qua dentro vivono le nostre sensazioni, i nostri pensieri e impulsi volitivi, in quanto tutto ciò è spirituale.

Tutto ciò è per così dire “acqua che ondeggia”, che si muove in forme, ma sempre spiritualmente.

 

Occorre ancora una sola rappresentazione per penetrare tutto ciò.

Abbiamo detto che qua dentro vivono pensieri, rappresentazioni, sentimenti, impulsi volitivi. Ma in certo modo gli impulsi volitivi sono qualcosa di più fondamentalmente necessario che non i pensieri stessi, perché, riflettendo che la vita animica può venir messa in movimento a volte più rapido, a volte più lento, si avverte nella propria interiorità che veramente è il volere stesso a mettere tutto in movimento.

 

• Spronando il volere, si possono portare in un più rapido flusso i pensieri e i sentimenti;

se la volontà è pigra, tutto scorre più lentamente. Occorre la volontà, per allargare la vita animica.

 

Procedendo in ordine, abbiamo quindi

• per prima la volontà;

• poi tutto ciò che vive nei sentimenti, nelle rappresentazioni e che, dentro la nostra

vita animica (dico vita animica), possiamo prendere come espressione della saggezza;

• poi abbiamo il movimento, il dilatarsi e il restringersi;

• e finalmente abbiamo la formazione, la forma, che appare come espressione del movimento.

 

• Entro la nostra vita animica possiamo, distinguere precisamente: volontà, saggezza, movimento e forma.

Questo vive e trama entro la vita animica.

 

È peccato che non possiamo prolungare il nostro corso per un mese; si potrebbe parlare con maggior precisione.

In tal caso si vedrebbe che si può dare un fondamento a quel che abbiamo detto, che cioè

nella nostra propria vita animica si svolge ciò che ha, per così dire, la sua radice nella volontà,

e che poi contiene in sé saggezza e movimento e forma.

 

Vediamo così in modo singolare che

• la sequenza che abbiamo qui registrata per la vita animica

si accorda in modo meraviglioso coi nomi che abbiamo potuto dare alla serie delle gerarchie,

dagli spiriti della volontà, della saggezza, del movimento, agli spiriti della forma.

• In certo qual modo, aprendo così la nostra vita animica,

abbiamo afferrato per un lembo le gerarchie, le abbiamo veramente colte in essa.

Le gerarchie si mostrano in modo singolarissimo nell’interiore vita animica,

e ci mostrano così che la loro azione è assolutamente non spaziale.

 

Se anche non avessimo ottenuto null’altro con ciò che abbiamo detto, abbiamo per lo meno ottenuto le prime rappresentazioni circa una importante qualità di queste quattro gerarchie: spiriti della volontà, spiriti della saggezza, spiriti del movimento e spiriti della forma; la qualità cioè che esse sono non spaziali.

 

• La «forma» è dunque intesa a tutta prima come formazione non spaziale,

operante in modo animico-spirituale. Ciò è molto importante.

 

• Se dunque parliamo delle forme che vengono create dagli spiriti della forma, non si tratta di forme spaziali esteriori, ma di formazioni interiori che giungono soltanto interiormente alla nostra coscienza e che possiamo afferrare nello svolgimento della nostra vita animica.

Ma qui tutto si svolge solamente nel tempo; senza tempo non potremmo affatto rappresentarcelo. Indipendentemente dal disegno che non significa nulla per la cosa stessa, dobbiamo rappresentarcelo (in quanto si rimane nella vita animica) in maniera non spaziale.

• Se dunque diciamo che gli spiriti della volontà hanno operato da prima sull’antico Saturno, gli spiriti della saggezza sull’antico Sole, gli spiriti del movimento sull’antica Luna, e gli spiriti della forma sulla Terra, dovremmo dire, tenendo d’occhio soltanto la qualità puramente interiore degli spiriti della forma, che gli spiriti della forma hanno creato l’uomo sulla Terra in modo che egli avesse ancora una forma invisibile.

 

Ciò si accorda bene con quanto ci è risultato anche ieri.

• Al principio della sua vita terrena,

gli spiriti della forma diedero anzitutto all’uomo delle forme invisibili, non spaziali.

 

Ora dobbiamo a tutta prima osservare che anche tutti gli oggetti esteriori che incontriamo,

• anche tutto ciò che scorgiamo nel mondo esterno per mezzo dei nostri sensi,

non è altro appunto che un’espressione esteriore di una spiritualità interiore.

• Dietro ad ogni oggetto esteriore materiale spaziale

dobbiamo cercare qualcosa di simile a quel che vive nella nostra anima stessa.

Naturalmente ciò non si offre ai nostri sensi esteriori, ma sta dietro a quanto i sensi esteriori ci presentano.

 

• Come potrebbe ora venir rappresentato un operare che andasse oltre gli spiriti della forma,

oltre ciò che questi creano come forma non ancora spaziale?

Vale a dire

che cosa avviene se questo operare, da volontà, saggezza, movimento, forma,

procede oltre, più in là della forma?  Così va posto il quesito.

 

Vedete, se nell’universo un processo è arrivato fino alla forma

che si mantiene ancora totalmente nello spirituale-animico, che non è ancora una forma spaziale;

se il processo è arrivato fino a questa forma soprasensibile,

allora il passo successivo è possibile soltanto a patto che la forma, quale è, si rompa.

Questo è precisamente ciò che si presenta allo sguardo occulto.

 

Quando certe forme, che sono create sotto l’influsso degli spiriti della forma,

si sono sviluppate fino a una data condizione, le forme s’infrangono.

• Se ora si rivolge lo sguardo alle forme infrante, a qualcosa che nasce

per il fatto che forme, le quali sono ancora soprasensibili, s’infrangono,

allora si ha il trapasso dal soprasensibile al sensibile-spaziale.

• E forma infranta è materia.

La materia, là dove appare nell’universo, per l’occultista non è altro che forma rotta, spezzata, frantumata.

 

Si immagini che questo gesso sia invisibile come tale, che abbia questa singolare forma di parallelepipedo, ma che come tale sia invisibile; ed ora prendiamo un martello e picchiamo rapidamente il pezzo di gesso in modo da frantumarlo, da mandarlo in tanti pezzetti: si sarà spezzata la forma.

Supponiamo che nel momento in cui si rompe la forma, l’invisibile diventi visibile, e si avrà un’immagine per il nascere della materia.

 

La materia è spirito che si è sviluppato fino alla forma, e poi si è spezzato, frantumato, sgretolato.

La materia è un ammasso di macerie dello spirito.

È straordinariamente importante considerare proprio questa definizione;

la materia è dunque in realtà spirito, ma spirito frantumato.

 

Se ora si riflette ulteriormente, si dirà: «Eppure incontriamo forme spaziali, come ad esempio le belle forme cristalline; vediamo nei cristalli delle forme molto belle.. e tu dici che tutto ciò che è materiale è un ammasso di macerie dello spirito, è spirito frantumato!».

Per farsene una certa rappresentazione, si pensi un getto d’acqua che cade (a); si supponga che esso sia invisibile, che non lo si possa vedere; si pensi di contrapporgli qualcosa (b); per il fatto che cade su b, esso si frange in tante gocce (c). Ora supponiamo che il getto d’acqua che cade sia invisibile, mentre ciò che si è frantumato è diventato visibile.

 

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Si avrà allora un getto d’acqua frantumato, e di nuovo un’immagine della materia.

Ma ora si deve eliminare dal pensiero l’ostacolo contrapposto qua sotto, perché esso non esiste, perché presupporrebbe già che vi fosse materia.

Si deve immaginare che, senza che vi sia un siffatto ostacolo, la materia, mentre si organizza spiritualmente a forma, è soprasensibile, è in movimento, poiché il movimento precede la forma.

 

• Nulla esiste, e in nessun luogo,

all’infuori di ciò che è compenetrato dalle azioni degli spiriti del movimento.

• In un certo punto il movimento diventa forma,

si paralizza in se stesso e in se stesso s’infrange.

 

La cosa principale è comprendere

che ciò che a tutta prima è animico-spirituale irradia, ma ha soltanto un dato slancio;

giunto poi al punto limite del suo slancio, rimbalza in se stesso, e così facendo si frantuma;

di modo che, • dovunque vediamo sorgere materia, possiamo dire

che a base di essa sta un elemento soprasensibile

che è giunto al limite della sua azione, e a quel limite si rompe.

Ma prima di rompersi ha interiormente-spiritualmente ancora le forme.

Dopo che si è frantumato, nei singoli frantumi crollanti

agisce ancora ciò che esisteva come forma spirituale.

 

• Dove quest’azione permane energica, dopo lo spezzettamento si continuano le linee delle forme spirituali e, dopo che il pezzo si è frantumato, i frammenti che rimbalzano descrivono delle linee in cui si esprime ancora un effetto postumo delle linee spirituali. Da ciò sorgono i cristalli. I cristalli sono riproduzioni di forme spirituali che per così dire conservano ancora, per propria forza propulsiva, la direzione originale nel senso contrario.

Ciò che ho descritto qui è quasi precisamente quello che risulta all’osservazione occulta dell’idrogeno. L’idrogeno appare come un getto che prorompe verso di noi dall’infinito, che si paralizza in se stesso, e polverizzandosi si disperde; noi lo dovremmo disegnare press’a poco come se le linee andassero oltre il segno e conservassero la loro forma, come è indicato nel disegno.

Una particella d’idrogeno si presenta dunque press’a poco come un getto invisibile che viene da infinite vastità dello spazio e che alla fine si rompe in spruzzaglia. Dovunque, insomma, la materia è ciò che si può chiamare spiritualità infranta.

 

• La materia non è veramente altro che spirito, ma spirito frantumato.

 

Ed ora devo presentar