////05 – È NECESSARIO INSERIRE L’UOMO NELLA CONOSCENZA DELLA SCIENZA

05 – È NECESSARIO INSERIRE L’UOMO NELLA CONOSCENZA DELLA SCIENZA

È necessario inserire l’uomo nella conoscenza della scienza.

O.O. 323 – Rapporto delle diverse scienze con l’astronomia – 05.01.1921


 

Sommario: La conoscenza della scienza. L’incommensurabilità matematica porta all’incompetenza nei fenomeni celesti e nell’embriologia. La legge biogenetica e l’evoluzione. Haeckel e Hertwig. È necessario inserire l’uomo nella conoscenza della scienza. La metamorfosi nella morfologia e nelle funzioni vitali. La tripartizione nell’uomo e nel cosmo. Processi nervosi e del ricambio rispetto alla fecondazione, e i processi ritmici. Cosmo ordinato e irregolare. Paralleli fra testa e astronomia, ricambio e meteorologia, e ricordi e funzioni femminili. La fecondazione nell’organismo umano e nel cosmo. La dualità fra immagini e realtà. Il sistema dello yoga. La creazione secondo la Bibbia e l’interpretazione embriologica. L’evoluzione dell’uomo supera la contrapposizione fra astronomia ed embriologia.

 

Per la continuazione del nostro studio è necessario che io inserisca qualcosa di episodico che ci permetta di comprenderci meglio. Oggi desidero inserire un’osservazione più generale sulla teoria della conoscenza scientifica, tuttavia in una speciale prospettiva. Ci colleghiamo a quel che abbiamo detto ieri, tenendo presenti i risultati ai quali siamo arrivati. Potremo verificarli soltanto nel corso delle conferenze.

 

Abbiamo osservato i fenomeni celesti come li esprime la nostra astronomia in forme geometriche o anche in numeri, e abbiamo visto che si arriva a grandezze incommensurabili. Vale a dire, come abbiamo spiegato ieri, che vi è un momento nel corso del nostro processo conoscitivo dei fenomeni celesti in cui dobbiamo fermarci e smettere di dichiarare competenti le considerazioni matematiche. Da un certo punto in poi non possiamo quindi più continuare a tracciare linee per seguire i movimenti dei corpi celesti, né possiamo continuare ad applicare l’analisi, ma solo dirci: l’analisi e la geometria ci portano sino a un certo punto e non oltre. Sia pure in via provvisoria, dovremo trarne anche un conclusione importante: quel che vediamo a occhio nudo o con gli strumenti non può essere riprodotto in figure geometriche o in formule matematiche. Mediante l’algebra, l’analisi o la geometria non afferriamo la totalità dei fenomeni.

 

Riflettiamo sull’importanza delle conseguenze. Significa che, volendo osservare la totalità dei fenomeni celesti, dobbiamo rinunciare a farlo come d’abitudine, dicendo che il Sole si muove in modo da poterne disegnare il moto con una linea, che la Luna si muove in modo da poterne tracciare il moto con una linea. Dobbiamo dunque rinunciare a esaudire proprio il nostro più grande desiderio, quando siamo di fronte alla totalità dei fenomeni celesti. Ciò è di massima importanza soprattutto oggi, perché quando si dice che il sistema copernicano è insufficiente quanto quello tolemaico, tutti ribattono: disegniamone allora un altro. Nel corso di queste conferenze vedremo che cosa si deve sostituire al disegno, se si vuole davvero tener presente la totalità dei fenomeni.

 

Devo presentare l’aspetto negativo prima di studiare quello positivo, perché è importantissimo arrivare a concetti ben chiari. D’altra parte ieri abbiamo visto come, da regioni indeterminate e caotiche, emerga qualcosa che da un certo punto in poi possiamo cogliere mediante immagini, e quindi anche geometricamente, ossia ciò che ci presenta l’embriologia. Si potrebbe dire, e ieri l’ho anche detto, che se si seguono i fenomeni celesti attraverso un processo conoscitivo, si arriva in esso a un punto in cui si deve riconoscere che il cosmo si presenta in modo diverso da come lo si desidera comprendere con quel processo; se si osservano i fenomeni dell’embriologia, si deve dire che occorre premettere qualcosa che si trova a monte di qualsiasi realtà per noi ancora afferrabile.

 

Ho trattato, fra l’altro, a grandi linee le due principali teorie embriologiche dei tempi moderni. Da un lato quella dei risoluti sostenitori della legge biogenetica, che affermavano che lo sviluppo del singolo embrione è una forma di ricapitolazione dell’evoluzione della specie. Essi volevano dunque riportare causalmente l’evoluzione dell’embrione all’evoluzione della specie.

 

Di contro vi sono coloro che non vogliono nemmeno sentir parlare della derivazione del germe individuale dall’evoluzione della specie, sostenendo che ci si debba attenere alle manifestazioni di forze direttamente presenti nell’embrione. Parlano in certo senso di una sorta di meccanica dell’evoluzione. Si può in effetti dire che dalla scuola biogenetica di Haeckel sia derivato Oscar Hertwig, il quale poi si è dato del tutto alla concezione meccanica dell’evoluzione. Poiché la meccanica va considerata per lo meno simile alla matematica, pur non arrivando alla sua forma esatta, storicamente vediamo come ciò che è cominciato prima con altre premesse sia poi proseguito in un modo diverso, matematico-meccanico.

 

Queste cose si presentano anzitutto nel loro aspetto gnoseologico. Da un lato la teoria ci conduce fino a un punto in cui non ci è più dato di procedere secondo il metodo di osservazione a noi gradito; dall’altro lato, osservando l’embrione, abbiamo qualche possibilità di comprendere la cosa nel modo consueto solo ponendo premesse che a tutta prima tralasciamo, cioè dicendo: nel campo della realtà c’è qualcosa che in un primo tempo dobbiamo lasciare nell’indeterminatezza, cominciando lo studio dal punto in cui possiamo fare osservazioni in forme e rapporti che siano almeno analoghi alla meccanica e alla matematica.

 

Tutto ciò ci costringe ad aggiungere oggi un’osservazione di carattere generale. Ho già indicato che in sostanza la scienza odierna ha l’ideale di studiare la natura nel modo più indipendente possibile dall’uomo, di fissare oggettivamente i singoli fenomeni a prescindere dall’uomo. Vedremo che proprio il voler prescindere dall’uomo rende impossibile superare i limiti che abbiamo visto presentarsi da due lati. E ciò dipende dal fatto che la teoria della metamorfosi, che Goethe aveva presentato in modo elementare ma completo, è stata seguita ancora molto poco. La si è seguita fino a un certo punto, ma si è visto come la morfologia attuale a nulla può arrivare, poiché non vede ad esempio nel modo giusto la costruzione della forma di un osso lungo rispetto a quella di un osso cranico. Si dovrebbe invece arrivare a studiare la superfìcie interna di un osso lungo e poi paragonarla alla superficie esterna di un osso cranico; si avrebbe così un rovesciamento, come si rovescia un guanto, e al tempo stesso un cambiamento di forma, ossia il cambiamento dei rapporti di tensione e di superficie, rivoltando l’interno nell’esterno. Si arriva allo scopo solo osservando le metamorfosi in questo modo, che a molti può sembrare complicato.

 

Se però si lascia l’aspetto morfologico per rivolgersi di più a quello funzionale, per il pensiero dell’uomo di oggi esistono poche possibilità di sviluppare ulteriormente il pensiero delle metamorfosi. Sarà indispensabile estenderlo anche alle funzioni dell’organismo. Iniziai a farlo nel mio libro Enigmi dell’anima, nel punto in cui ho accennato l’idea della tripartizione dell’entità umana, vista come una somma di funzioni interagenti. Ho accennato in breve che nell’uomo dobbiamo anzitutto distinguere le funzioni, i processi che chiamiamo neurosensoriali, e che quindi dobbiamo considerare come relativamente indipendenti i processi ritmici dell’organismo umano, e così anche i processi metabolici. Feci anche notare che in questi tre processi si esauriscono le funzioni dell’organismo; le altre funzioni che si presentano ne sono in realtà sottospecie.

 

Ora però si tratta di studiare tutte le funzioni organiche in modo che due cose vicine fra loro siano anche collegate da una metamorfosi.

Oggi non si ama studiare le cose macroscopicamente, in certo qual modo però occorre riavvicinarci all’elemento macroscopico, altrimenti ci si troverà davanti a problemi insolubili a causa dei nostri preconcetti metodologici che impediscono le sintesi.

 

Studiando l’uomo secondo la tripartizione, abbiamo una triplice modalità di rapporto dell’uomo col mondo. Nei processi neurosensoriali abbiamo un tipo di rapporto dell’uomo col mondo esterno; un altro lo abbiamo in tutti i processi ritmici. Questi non possono essere studiati nell’uomo isolata- mente; hanno infatti per base la respirazione, che si manifesta in un rapporto di scambio fra l’interno dell’organismo e il mondo esterno. Ugualmente, esiste un rapporto tra l’interno dell’uomo e il mondo esterno nel sistema del ricambio.

 

I processi neurosensoriali sono per così dire una prosecuzione del mondo esterno all’interno dell’uomo. Arriviamo a tale prosecuzione se distinguiamo tra la vera e propria percezione, che è mediata dai sensi, e ciò che vi si unisce per la nostra conoscenza: la rappresentazione. Non occorre ora approfondire di più, ma dovrà comunque apparire abbastanza illuminante che nella percezione sensoria il rapporto di scambio fra uomo e mondo sia più rivolto verso l’esterno di quanto non sia nel processo di rappresentazione. Parlando ora solo dell’organismo, non della parte animica, non v’è dubbio che siamo indirizzati all’interno dell’uomo più mediante la rappresentazione che non con la percezione dei sensi.

 

Lasciando per ora da parte il sistema ritmico di respirazione e circolazione, se osserviamo il sistema del ricambio troviamo un processo che in un modo ben preciso è l’opposto dell’esser portati verso l’interno mediante la rappresentazione. Studiando con cura il sistema del ricambio, occorre rilevare un collegamento fra i suoi processi e le funzioni degli arti. Queste funzioni sono infatti in relazione con la funzione del ricambio. Procedendo in queste cose più razionalmente di quanto di solito si faccia, si scoprirebbe appunto la relazione fra il ricambio, più rivolto verso l’interno, e i processi cui ci sottoponiamo muovendo gli arti. Alla base del movimento degli arti esistono sempre processi del ricambio.

Il nostro funzionamento organico si basa in fondo proprio sul consumo di sostanze.

 

Non dobbiamo però fermarci ai processi del ricambio. In certo qual modo essi ci portano piuttosto dall’uomo verso il mondo esterno, così come la percezione sensoria ci porta dal mondo esterno verso l’interno dell’organismo. Dobbiamo porci una buona volta queste questioni fondamentali, altrimenti non si procede in determinati campi. E che cosa ancora va verso l’esterno, partendo dal sistema del ricambio, così come dal processo sensorio si giunge verso l’interno alla rappresentazione? È il processo della fecondazione, che per così dire va in senso contrario, dall’organismo verso l’esterno. Figurandoci in uno schema (vedi disegno seguente) la percezione sensoria dall’esterno verso l’interno (senza farci urtare da queste espressioni; in seguito potremo mettere la realtà al posto dei simboli provvisori), tale processo percettivo sensoriale indirizzato dall’esterno verso l’interno viene in certo qual senso fecondato attraverso l’organismo; abbiamo così la rappresentazione. Quelli che chiamiamo processi del ricambio ci portano all’altro polo, all’esterno, e giungiamo al processo della fecondazione. Così, in ciò che sta ai due poli della natura umana tripartita abbiamo qualcosa che possiamo osservare nelle direzioni contrarie.

 

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Al centro vi è tutto ciò che fa parte del sistema ritmico. Se ci si domanda che cosa nel sistema ritmico è rivolto verso l’esterno e che cosa verso l’interno, non si troveranno distinzioni nette come fra ricambio interno e fecondazione, o fra percezione e rappresentazione, ma si troverà un processo maggiormente mescolato nell’inspirazione e nell’espirazione. È un processo più unitario. Qui non si possono fare le stesse distinzioni, ma si può dire che come qui (fig. 1) troviamo la percezione che viene dall’esterno e la fecondazione che va verso l’esterno, così nella respirazione abbiamo un movimento verso l’esterno e un altro verso l’interno. Nella respirazione abbiamo dunque come un processo intermedio.

 

Si sarà così già notato qualcosa che qui si presenta come una specie di metamorfosi, qualcosa di unitario che sta alla base della natura umana tripartita, qualcosa che prende una volta una forma e una volta un’altra. In certo modo si può seguire fisiologicamente molto bene in una direzione, verso l’alto, ciò che ora avviene. Molti dei presenti sanno già di che si tratta. Osservando la respirazione, quando introduciamo l’aria il nostro organismo è influenzato in un dato modo. Il liquido cefalo-rachidiano è spinto dalla respirazione verso l’alto. Dobbiamo tener presente che il cervello in realtà galleggia in quel liquido e ne riceve quindi una spinta verso l’alto. Senza quella spinta non potremmo vivere. Non ne parliamo ora, ma ricordiamo solo che con l’inspirazione abbiamo un movimento del liquido verso l’alto, e con l’espirazione un movimento verso il basso. Così il processo della respirazione agisce anche nel cranio, nella testa, e si crea con ciò una relazione reciproca fra processi neurosensoriali e processi ritmici.

 

Si vede dunque come, per così dire, lavorino gli organi per produrre le metamorfosi delle funzioni. Possiamo allora fare un’ipotesi, o forse dire solo come postulato: può darsi che accada qualcosa di simile anche nel ricambio e nella fecondazione. A nulla però si arriva, cercando una relazione del genere. E tipico che per noi sia abbastanza facile seguire col pensiero le relazioni tra sistema ritmico e sistema neurosensoriale, ma che non si riesca a trovare una relazione analoga tra sistema ritmico e sistema del ricambio e della riproduzione. Lo si nota quando, riesaminando tutto quello di cui si dispone in fisiologia, ci se ne occupa a fondo. Se ne possono comprendere con facilità le ragioni. Seguendo il regolare alternarsi di sonno e veglia, si vede come per le percezioni sensorie siamo sempre esposti al mondo esterno, come vi siamo esposti di continuo.

 

Quando però interveniamo con il pensiero, mettiamo ordine in tutto quel che ci circonda durante lo stato di veglia, e veniamo in certo modo orientati dall’interno. L’orientamento viene dunque dall’interno. Possiamo in effetti dire di trovarci innanzi a un mondo esterno orientato secondo leggi proprie, e che in esso portiamo un altro ordine dalla nostra interiorità. Pensiamo sul mondo esterno e ne determiniamo le condizioni, in certo modo a nostro arbitrio, purtroppo spesso secondo un ben cattivo arbitrio. Inseriamo però nel mondo esterno qualcosa dalla nostra interiorità che non gli è necessariamente adeguato. Se così non fosse, non ci sbaglieremmo mai. Dalla nostra interiorità proviene quindi una certa trasformazione del mondo esterno.

 

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Osservando l’altro polo della natura umana, dobbiamo ammettere che in entrambe le direzioni il disordine viene dall’esterno. Dipende infatti da noi come manteniamo il ricambio con l’alimentazione, e ancor più è nostro arbitrio la riproduzione. Siamo dunque rimandati al mondo esterno, se guardiamo all’arbitrio. Il mondo esterno ci è a tutta prima estraneo. Con l’arbitrio che dall’interno portiamo nel processo di percezione abbiamo almeno familiarità, ma quello che portiamo in noi dall’esterno ci è meno familiare. Ad esempio, abbiamo a male pena un’idea, o almeno la maggior parte della gente ha a mala pena un’idea, di come la nostra relazione col mondo esterno sia influenzata da ciò che mangiamo e beviamo, o quali siano le nostre relazioni col mondo esterno negli intervalli fra i pasti. Anche se cercassimo di osservare tutto questo, quasi non arriveremmo ad alcun risultato, poiché otterremmo qualcosa di indefinito, di inafferrabile. Da un lato dunque abbiamo nell’uomo il cosmo ordinato che si espande nei nostri sensi come una specie di golfo (vedi disegno).

 

(La parola “ordinato” non deve essere fraintesa; indica solo uno stato di fatto. Non ci perderemo ora in indagini filosofiche per decidere se il cosmo debba essere considerato ordinato oppure no. Qui vogliamo solo esprimere uno stato di fatto). Al polo opposto abbiamo un cosmo che dobbiamo veramente chiamare disordinato, se osserviamo i processi che ce ne derivano, se osserviamo tutto ciò che ingozziamo, oppure come provvediamo alla riproduzione senza alcuna regolare periodicità. Osservando tutti i processi che dal mondo esterno giungono al ricambio, dobbiamo riconoscere di avere a che fare con un cosmo per noi disordinato. Possiamo a questo punto inserire una domanda che ha a che fare con la teoria della conoscenza nel senso più universale (oggi voglio parlarne solo per inciso): fino a che punto siamo collegati con gli astri?

 

Guardando il cielo, abbiamo una sensazione vivente di come le cose del cielo stellato diventino incerte, quando le pensiamo. Non solo abbiamo escogitato i più diversi sistemi astronomici, ma in base a quanto abbiamo detto ieri non possiamo comprendere la totalità del cielo stellato col pensiero meccanico-matematico, che pure è la cosa più sicura di tutti i nostri pensieri. Non solo dobbiamo dire che non possiamo fidarci dei sensi per quanto riguarda il cielo stellato, ma anche che ciò che in noi è interiore neppure si avvicina al cielo stellato, finché lo osserviamo con i sensi. Lo affermo nel senso più reale, e non semplicemente per dire: il cielo stellato nella sua totalità (naturalmente, nella sua totalità relativa) esiste solo per la percezione sensoria. Se infatti, partendo dalla percezione sensoria, penetriamo di più nella nostra interiorità per comprendere il cielo stellato, in quanto uomini ce ne sentiamo piuttosto estranei. Abbiamo comunque la netta sensazione di non poterlo afferrare. Dobbiamo però ammettere che pure in ciò che osserviamo dovrebbe esistere qualcosa che ci permetta di comprenderlo.

 

Dobbiamo dunque dire: fuori di noi c’è il cosmo ordinato, il quale si offre soltanto alla nostra percezione sensoria e di certo non alla nostra conoscenza razionale. Abbiamo dunque da un lato il cosmo ordinato, col quale non possiamo entrare nell’uomo. Ci diciamo che le percezioni sensorie ci portano nella nostra interiorità, ma non riusciamo a far entrare il cosmo in noi. L’astronomia è infatti qualcosa che non ci entra nella testa. Non lo dico a mo’ di paragone, ma è il risultato di una conoscenza teorica: l’astronomia non entra nella testa, non vi si adatta.

 

Che cosa c’è dall’altro lato, quello in cui vi è il cosmo disordinato? Chiariamoci ora solo i fatti, e osserviamoli senza costruire teorie né formulare ipotesi. Se, badando solo ai fatti, cerchiamo nel mondo l’opposto dell’astronomia, e cerchiamo nell’uomo l’opposto di ciò che esiste nei processi di percezione e rappresentazione (quale continuazione del mondo esterno, del cosmo ordinato), siamo portati al processo del ricambio con la fecondazione, siamo condotti nel disordine. Se allo stesso modo comincio a studiare il mondo esterno (fig. 2) e voglio poi addentrarmi in esso, in un certo senso scendendo giù dall’astronomia, a cosa sono condotto? Alla meteorologia, a tutto ciò che si presenta nei fenomeni esterni e che è oggetto della meteorologia. Studiando infatti i fenomeni meteorologici e cercando di portarvi una regolarità, questa sta al cosmo ordinato dell’astronomia proprio come tutto ciò che è incostante nel sistema del ricambio e della riproduzione sta a quel che si presenta a tutta prima alla percezione in cui riluce l’intero cielo stellato, e a quel che comincia ed essere disordinato nella nostra interiorità, nella rappresentazione.

 

Se dunque non studiamo l’uomo come essere separato, ma lo vediamo inserito nell’ordine naturale, allora possiamo dirci: con la testa l’uomo prende parte all’astronomia e col ricambio alla meteorologia. Così l’uomo sta da entrambi i lati dentro il cosmo intero.

 

Aggiungiamo ora un’altra considerazione. L’altro ieri abbiamo parlato di quei processi che in un certo senso sono una riproduzione organica interna dei processi lunari, dei processi che si svolgono nell’organismo femminile. In esso abbiamo per così dire un’alternanza di fasi, un succedersi di processi che si svolgono in 28 giorni. Naturalmente, per come oggi stanno le cose, essi non coincidono con i processi lunari, ma vi si collegano interiormente. Ho già ricordato il fatto psico-fisiologico che si svolge nella memoria umana.

 

Se la analizziamo realmente e prendiamo il processo organico interno che ne sta alla base, dobbiamo mettere tale processo in parallelo con quello delle funzioni femminili. Solo che quest’ultimo coinvolge l’organismo con forza maggiore di quanto non faccia la memoria quando trattiene un’esperienza esteriore. Quel che si esprime nel ciclo dei 28 giorni come risultato di impressioni esteriori oltrepassa la vita individuale fra nascita e morte; invece le relazioni tra l’esperienza dei processi esterni e la memoria sono appunto di durata minore e si limitano alla vita fra nascita e morte. Però, nella prospettiva psico-fisiologica è la stessa esperienza di un processo esteriore. Di questa esperienza parlo con molta precisione nella mia Scienza occulta.

 

Osservando ora le funzioni delle cellule ovariche fino alla fecondazione, si vedrà che queste funzioni, prima della fecondazione, sono comprese nel processo interno dei 28 giorni; in un certo senso ne fanno parte. Non appena si ha la fecondazione, quel che avviene nell’uovo esce dall’interno dell’organismo umano e stabilisce subito una relazione di scambio col mondo esterno, e da ciò riconosciamo che essa non ha più a che fare con i processi interni dell’organismo. La fecondazione stacca la cellula dal semplice processo interno e la inoltra nel campo dei processi che appartengono generalmente tanto all’interno umano che al cosmo, senza confini fra quanto avviene dentro all’essere umano e il cosmo. Quel che avviene dopo la fecondazione, quel che avviene nella formazione dell’embrione deve essere studiato in rapporto con i processi cosmici esterni e non secondo una semplice meccanica evolutiva applicata alla cellula e ai suoi stadi di sviluppo.

 

Pensiamo a che cosa in effetti abbiamo. Quel che avviene nell’uovo fino alla fecondazione riguarda in certo senso l’interno dell’organismo umano; quel che avviane durante e dopo la fecondazione è qualcosa per cui l’essere umano si apre al cosmo e ne è influenzato.

 

Abbiamo dunque da un lato il cosmo che agisce su di noi fino alla sfera della rappresentazione, e nella percezione sensoria uno scambio tra uomo e cosmo. Noi studiamo queste relazioni mediante le leggi della prospettiva, mediante le leggi della fisiologia dei sensi e simili. Con quelle leggi dobbiamo analizzare il modo in cui vediamo un oggetto: se siamo in un punto e passa un treno (perpendicolarmente alla direzione dello sguardo), ne vediamo tutto il movimento nel senso della lunghezza; se siamo con lo sguardo nella stessa direzione del treno, per quanto esso sia veloce lo vediamo quasi fermo, se è abbastanza lontano. Le immagini suscitate in noi dipendono quindi dalle condizioni del cosmo rispetto a noi. Siamo all’interno dei processi, siamo noi stessi parte delle immagini. Vediamo come ci impelaghiamo nel caos (perché i diversi sistemi cosmici sono qualcosa di caotico), se da ciò che osserviamo esternamente vogliamo trarre conclusioni sulla verità dei processi.

 

D’altro lato con la fecondazione l’essere umano è inserito in reali processi cosmici, non nell’immagine. In un polo si è nell’immagine, nell’altro si è nella realtà. Per così dire, ciò che studiando il cosmo ci si sottrae, agisce sull’uomo durante il processo della fecondazione. Vediamo qui due parti di un’unità. Da un lato abbiamo solo l’immagine che non ci consente di giungere alla realtà; dall’altro abbiamo la realtà, dalla quale nasce il nuovo essere umano. Ciò però non diventa immagine, ma rimane per noi nell’indeterminatezza, come quando studiamo le condizioni meteorologiche. Abbiamo dunque due poli; da due lati ci arrivano due metà del mondo: da uno l’immagine, dall’altro in certo senso la realtà che ne è alla base.

 

Vediamo così che siamo di fronte al mondo in modo assai più complesso di quanto si immagini la filosofia, quando dice di avere come dato l’immagine sensoria del mondo e di volerne trar fuori la realtà almanaccandovi sopra. Come trovare la realtà nella percezione sensoria è una questione fondamentale per la gnoseologia. Noi però vediamo che l’uomo si inserisce in modo singolare tra immagine e realtà. Dobbiamo comunque cercare la mediazione tra immagine e realtà con mezzi diversi dalla speculazione filosofica.

 

Nel corso del tempo fu già cercata quella mediazione nell’inspirazione e nell’espirazione. L’antica saggezza indiana, che come ho detto sovente non possiamo imitare, partiva più o meno istintivamente dal presupposto che la percezione sensoria non permettesse di afferrare le realtà, e non lo permettessero neppure i processi del sesso e della riproduzione, poiché essi non danno alcuna immagine. Si atteneva dunque al mezzo che, per così dire, una volta si presenta in immagini, un’altra volta si trasforma in realtà. Si atteneva a ciò mediante cui in qualche modo era possibile avvicinarsi sia alla realtà, sia all’immagine. Di conseguenza l’antica saggezza indiana creò quel tipo artificiale di respirazione nel sistema dello yoga, tentando di portare coscientemente il pensiero in una certa realtà per afferrare in pari tempo realtà e immagine nel processo respiratorio.

 

Se ne chiediamo la ragione, la risposta può essere più o meno istintiva, ma non è solo tale. Se seguiamo nella filosofia indiana la nascita di quello speciale sistema respiratorio e ne chiediamo la ragione, si ha questa risposta: la respirazione collega tra loro immagine e realtà; si vive interiormente l’immagine in relazione con la realtà, sollevando il processo respiratorio dall’incoscienza alla coscienza. Si comprende quel che là si era presentato nel corso storico dell’evoluzione umana, solo osservando la questione in modo interiore-fisiologico.

 

Teniamo presente tutto questo e diciamoci: un tempo si cercò di afferrare la realtà rivolgendosi all’uomo stesso. Come si hanno i sensi esterni per le immagini, e qualcosa di completamente diverso per la realtà, così ci si rivolse a ciò che nell’uomo non è chiuso né verso l’immagine, né verso l’esperienza della realtà: all’elemento indifferenziato del processo respiratorio. Si inserì così l’uomo nel complesso del cosmo. Non si studiò il mondo staccato dall’uomo, come nel nostro pensiero scientifico, ma si osservò un mondo nel quale l’uomo, in quanto essere ritmico, diventa organo di percezione. Ci si diceva all’incirca così: l’uomo non può afferrare il mondo né mediante il sistema neurosensoriale, né con quello del ricambio. L’uomo neurosensoriale diventa tanto cosciente, che ciò cui arriva col sistema neurosensoriale si rarefà in immagine, e nel ricambio la realtà non sale fino alla coscienza. Mediante la respirazione regolata, gli antichi indiani cercarono di sperimentare questa cooperazione tra la realtà sperimentata inconsciamente e la realtà rarefatta in immagine. Si comprende anche ciò che è più antico del sistema tolemaico, solo avendo un’idea di come si presenta il cosmo quando in tal modo si crea una sintesi indifferenziata tra ciò che oggi è chiamato processo conoscitivo e ciò che è la realtà del processo riproduttivo.

 

Ora prego di considerare in questa prospettiva la cosmogonia biblica, benché all’attuale stato delle cose sia difficile comprenderla bene. Consideriamola come è intesa da quelli che l’interpretavano secondo le tradizioni più antiche. In sostanza è possibile comprendere la storia biblica della creazione solo mettendo in relazione il racconto della Genesi con l’embriologia. Nella Genesi è presentato il compenetrarsi di ciò che offrono i sensi con l’embriologia.

Da ciò i sempre nuovi tentativi di interpretare alla lettera la storia della creazione con fatti embriologici. Questa interpretazione è del tutto implicita.

 

Oggi ho parlato di ciò per una ragione ben definita. Se devono avere un senso i nostri studi che vogliono costruire un ponte tra la scienza attuale e la scienza dello spirito, dobbiamo acquisire un sentimento speciale; dobbiamo compenetrarcene, se vogliamo progredire. Per arrivarvi dobbiamo avere la possibilità di riconoscere la superficialità, l’esteriorità di certi metodi dell’indagine attuale, ma in modo veramente profondo. Dobbiamo imparare a riconoscere la superficialità che sta dietro al costruire immagini del cosmo che vogliono correggere in un modo o nell’altro il sistema copernicano, oppure studiare l’embriologia come si usa fare oggi. Si vorrebbe quasi dire che da questo sentimento derivi la frase di Nietzsche: «Profondo è il mondo, e più profondo che nei pensieri del giorno». Si deve avere l’impulso di non cercare la possibilità di spiegazioni nella superficiale accettazione di quel che ci si presenta per via diretta, sia pure con occhi armati di telescopio, microscopio o raggi X. Occorre avere un certo rispetto per altri tipi di spiegazioni che tendono ad altre possibilità di conoscenza, come fecero gli antichi indiani col sistema yoga, al fine di penetrare nella realtà e farsene un’immagine adeguata.

 

Poiché abbiamo superato l’antico sistema yoga, dobbiamo cercare di comprendere il mondo in modo nuovo, creando dapprima procedimenti che non si colleghino direttamente con il nostro patrimonio consuetudinario. L’uomo si colloca infatti a metà tra l’immagine del cosmo che ci si manifesta nel cielo stellato, e che però non è decifrabile secondo un patrimonio logico di pensieri, e quel che ci si presenta imprevedibilmente nei processi della riproduzione, grazie ai quali esiste il genere umano. L’uomo è posto in questi due campi, e per trovare una relazione tra di essi deve cercare un’evoluzione analoga a quella dello yoga, che ormai non è più percorribile.

 

L’astronomia, se studiata com’è stato fatto sino ad ora, non ci porterà mai ad afferrare la realtà, ma solo immagini; l’embriologia ci porta ad afferrare la realtà, senza però permetterci di rappresentarcela in immagini. Le immagini astronomiche del cosmo sono carenti di realtà; le immagini dell’embriologia sono carenti di pensiero, non possiamo penetrare nei fatti mediante le rappresentazioni. Anche nella teoria della conoscenza ci si deve avvicinare all’uomo nel suo complesso; non si deve fantasticare sulle percezioni sensorie con una qualsiasi gnoseologia filosofico-psicologica, ma ci si deve avvicinare all’uomo completo ed essere poi in grado di inserirlo nel cosmo. Con ciò si vede come da un lato nell’astronomia si perde il terreno della conoscenza, e dall’altro come, se non si è in grado di attingere conoscenze dalla realtà, si ha solo un parlare vano sui fatti, sia che si segua la legge fondamentale della biogenesi, sia nella meccanica dello sviluppo. Si nota chiaramente che in entrambe le direzioni sono necessari ulteriori approfondimenti.

 

Ho dovuto premettere tutto ciò affinché sia possibile intenderci meglio in seguito. Ci si renderà infatti conto che a nulla servirebbe se io aggiungessi solo qualche novità alle antiche immagini del cosmo, come in genere si desidera nel nostro tempo.

 

 

By | 2018-10-29T15:44:44+01:00 Ottobre 29th, 2018|ASTRONOMIA|Commenti disabilitati su 05 – È NECESSARIO INSERIRE L’UOMO NELLA CONOSCENZA DELLA SCIENZA