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05 – IL COMPITO DI MICHELE NELLA SFERA DI ARIMANE – MASSIME 106-108

Il compito di Michele nella sfera di Arimane – Massime 106-108

Commento di Lucio Russo


 

Abbiamo visto che l’uomo ha avuto

• prima un’esperienza immediata dello spirito o degli spiriti,

•  poi una mediata dal corpo astrale, poi ancora dal corpo eterico e infine dal corpo fisico.

 

E’ il “tramonto” degli Dèi: ossia di esseri che,

• dopo essere stati sperimentati non più come “spiriti” (quali sono), ma come “anime” e come “vita”,

• vengono infine sperimentati come realtà sensibili (come “oggetti” o “fenomeni”).

 

(Canta Hördelin [1770-1843], compagno di studi e di stanza, allo Stift di Tubinga, di Hegel e Schelling: “Numi benigni! E’ miseranda pena / la vita di colui che non conosce / la vostra luce. Nel selvaggio seno, / non gli si placa mai l’interna zuffa: / notte gli è il mondo: e non fiorisce, a lui, / gioia veruna in voluttà di canto” [1].)

 

• Nella misura in cui l’uomo sperimenta gli Dèi come realtà sensibili (Eolo, ad esempio, come il vento,

e non più il vento come Eolo), sperimenta anche se stesso come corpo fisico e, di conseguenza, come ego.

• Questa “caduta” degli Dèi e dell’uomo è giunta a compimento

allorché il corpo eterico si è interamente inserito, in specie nel polo cefalico, nel corpo fisico.

In un Socrate o in un Platone, infatti, la testa eterica non coincideva ancora con quella fisica.

 

Per effetto di questa “caduta”, nasce, come abbiamo visto, il pensiero “meccanico”:

ossia un pensiero che non diventa meccanico perché si cimenta con la meccanica (perfino “celeste”),

bensì si cimenta con la meccanica perché è diventato meccanico

(perché l’eterico si è immerso, come abbiamo appena detto, nel fisico).

 

Si tratta di un pensiero ch’è in grado di sperimentare lo spazio, giacché le cose vi si trovano giustapposte,

ma che, non essendo in grado di sperimentare il tempo, si limita a misurarlo, spazializzandolo.

 

Domanda: E’ questo il cosiddetto “pensiero riflesso”?

Risposta: Si può dire anche così, ben sapendo, però, che possono essere “riflessi” i pensieri,

ossia i concetti o le idee (in forma di “pensati” o di “rappresentazioni”), ma non il pensare.

Questo è infatti una forza che, sul piano fisico, non tanto si “riflette”

quanto piuttosto si muove, come abbiamo detto, non più in modo continuo, bensì in modo discontinuo.

 

Tenendo presente questo, cominciamo a leggere la lettera, intitolata:

Il compito di Michele nella sfera di Arimane (19 ottobre 1924).

 

 

Nell’ultima lettera ho accennato, da un punto di vista, a questa svolta importante

[quella determinata, circa cinque secoli fa, dall’avvento dell’anima cosciente].

Si possono osservare i tempi primordiali dell’evoluzione, e si vede come sia venuta trasformandosi nell’uomo

la forza dell’anima che presentemente è attiva come forza dell’intelligenza” (p. 75).

 

 

Ho ricordato, una sera, il libro di Erich Neumann: Storia delle origini della coscienza (lettera 7/9/1924).

Tale storia (quella della Sophia) non è, come crede Neumann (seguendo Jung), psicologica, né astrattamente “mitica” o “simbolico-archetipica”, bensì, come mostra Steiner, una reale vicenda spirituale (dice Pietro: “Noi non abbiamo seguito astute favole (miti) ma vi abbiamo comunicato la forza e la presenza-avvento di Nostro Signore Gesù Cristo”) (2).

Potremmo paragonarla, volendo, a una lentissima manovra di atterraggio: l’umanità scende pian piano di quota e tocca infine terra (tenendo tuttavia presente, come osserva Steiner, che “lo spegnersi della chiaroveggenza e l’affermarsi della coscienza limitata al piano fisico si compie in epoche diverse presso i diversi popoli”) (3).

L’importante “svolta” cui fa riferimento Steiner è rappresentata da questo “toccare terra” e dal conseguente trasformarsi della forza delle nostre anime in quella “forza dell’intelligenza” che si è oggi arrivati perfino a “misurare”.

 

 

Nel campo della coscienza umana appaiono ora pensieri morti, astratti.

Questi pensieri sono vincolati al corpo fisico dell’uomo; l’uomo deve riconoscerli come generati da lui stesso” (p. 75).

 

 

L’uomo deve riconoscere “come generati da lui stesso” i “pensieri morti, astratti”, allo stesso modo

in cui uno specchio, ove ne fosse capace, dovrebbe riconoscere “come generate da lui stesso” le immagini che riflette.

• Possiamo dire che tali immagini sono “morte” o “astratte”, ma anche che sono un “non-essere”.

Lo specchio, infatti, è un essere “morto” (un oggetto), chi si specchia è un essere “vivo” (un soggetto),

mentre ciò che viene prodotto dal loro incontro è solo un’immagine: ossia appunto un “non-essere”,

un’ombra o, come direbbe Hegel, una “parvenza” (fumus).

 

Ascoltate, al riguardo, queste parole di László Földényi: “Nessuno guarda dallo specchio per restituire lo sguardo. Proviamo pure a guardarci negli occhi: il nostro sguardo s’immerge in pupille estranee, che fissano inanimate il nulla. Non guardano né fuori né verso l’interno. E’ uno sguardo morto, rigido e se lo osserviamo a lungo ci sembra anche spettrale (…) Cerchiamo la presenza della vita in qualcosa di inanimato. In questo modo però la vita stessa diventa inanimata. Senza vita, rigida, spettrale” (4).

 

Dall’essere del pensiero, l’uomo genera dunque il suo non-essere

(dice Paolo: “Noi ora vediamo, infatti, come per mezzo di uno specchio, in modo non chiaro;

allora invece vedremo direttamente in Dio” – 1Cor 13,12).

 

 

 Passando al corpo fisico, i pensieri perdono la loro vitalità. Diventano morti; sono formazioni spiritualmente morte.

Prima, pur appartenendo agli uomini, erano ancor sempre, al tempo stesso,

organi delle entità divino-spirituali a cui l’uomo appartiene. Esse, n e l l a   s o s t a n z a, volevano nell’uomo.

E perciò l’uomo si sentiva, per mezzo loro, vitalmente collegato col mondo spirituale” (p. 76).

 

 

Pensate, senza andare troppo lontano, all’Iliade: chi è Omero se non un uomo che porge l’orecchio al canto della “Diva”? E chi sono Ettore e Achille se non uomini mediante i quali s’incontrano o scontrano gli Dèi?

Siamo all’incirca nel IX sec. a.C.: ben prima, quindi, che maturi, con Aristotele (384-322 a.C.), l’anima razionale-affettiva e, con questa, quella logica “analitica” (statica) che ha imperato per più di duemila anni, fino a quando non è apparsa, cioè, la logica “speculativa” o “dialettica” (dinamica) di Hegel (1770-1831).

(“Si sarebbe portati a dire che, con la Logica di Hegel, il più peculiare anelito dell’umanità venga alla luce nella sua massima elevatezza” [5].)

 

Siamo dunque in un periodo in cui i pensieri, come dice Steiner, • “pur appartenendo agli uomini, erano ancor sempre, al tempo stesso, organi delle entità divino-spirituali”, e non ancora, quindi, quelle “formazioni spiritualmente morte” che s’imporranno a partire, secondo quanto abbiamo detto e ripetuto, dal quindicesimo secolo in avanti.

(In Nascita e sviluppo storico della scienza, che vi ho già consigliato di consultare, Steiner colloca la nascita della scienza tra il 1440, anno in cui vede la luce il De docta ignorantia di Nicola Cusano, e il 1543, anno in cui vede la luce il De revolutionibus orbium coelestium di Niccolò Copernico [6].)

 

Dice Steiner: • “Passando al corpo fisico i pensieri perdono la loro vitalità.

Diventano morti; sono formazioni spiritualmente morte”.

 

Vedete, pur di “vivere delle esperienze”, cosa di cui si ha oggigiorno gran voglia,

si è pronti a fare anche cose a dir poco curiose, bizzarre o strane.

Mai che venga in mente, però, di “vivere delle esperienze” col pensiero, nel pensiero o attraverso il pensiero.

 

Eppure, ricordate quanto dice Steiner ne La filosofia della libertà? Ve lo rileggo:

• “Si troverà strano che qualcuno voglia cogliere in “meri pensieri” l’essere della realtà. Ma chi consegue veramente la vita nel pensare, arriva a vedere come, entro l’ambito di quella vita, alla ricchezza interiore e all’esperienza riposante su di sé e nello stesso tempo moventesi in se stessa non possa essere neppure paragonato, e tanto meno anteposto, il vibrare in puri sentimenti o il guardare l’elemento della volontà (…) Nessun altra attività animica dell’uomo è così facile a misconoscersi quanto il pensare. Il volere, il sentire, continuano a riscaldare l’anima anche in seguito, nel rivivere lo stato d’animo originale. Troppo facilmente, invece il pensare, nella rievocazione, lascia freddi: esso sembra inaridire la vita dell’anima. Ma questo è proprio soltanto l’ombra fortemente attiva della sua realtà intessuta di luce e immergentesi con calore nelle manifestazioni del mondo. Questo immergersi avviene con una forza fluente entro la stessa attività pensante, la quale è forza d’amore di natura spirituale (…) Chi, cioè, si rivolge al pensare essenziale, trova in esso tanto il sentimento, quanto la volontà, e questi ultimi anche nel profondo della loro realtà; chi si distoglie dal pensare e si volge al “puro” sentire e volere, perde invece in questi la vera realtà” (poiché trova – aggiungiamolo – sempre e soltanto se stesso) (7).

 

Decisivo è dunque accorgersi della natura morta del pensiero ordinario.

So che non è facile, che non succede subito, che ci vogliono anzi anni di fedele e tenace impegno, ma so pure che viene prima o poi il momento in cui questo ci diviene tanto chiaro quanto ci è chiara, ad esempio, la natura salata o dolce di ciò che gustiamo.

Questa esperienza è però tutt’altro che piacevole, poiché ci rende dolorosamente consapevoli dell’ordinario e quotidiano vaniloquio: non solo di quello praticato, come si usa dire, nei “bar”, ma anche, se non soprattutto, di quello praticato dai “maestri” o dagli “esperti” nei cosiddetti “luoghi di cultura”, più o meno paludati. Ci rende cioè consapevoli del fatto che girano un’infinità di parole spacciate per pensieri (8) (dice Mefistofele: “… proprio dove il concetto manca ecco la parola giungere a proposito a prenderne il posto. Eccellenti le discussioni a base di parole, ottimi i sistemi fondati sulle parole; …) (9); non solo, ma ci rende pure consapevoli di come, da un lato, la realtà vada avanti in forza delle sue leggi o della sua logica, mentre, dall’altro, una “legione” d’intellettuali ne discetti (più o meno amabilmente), pur non conoscendone in realtà che un quarto: vale a dire, la sola parte inorganica.

 

E’ stato da poco pubblicato un libro intitolato: Per un’ecologia cristiana, scritto a quattro mani da Hélène e Jean Bastaire (10).

Vi si afferma, a più riprese, che “Dio è tutto in tutti”. D’accordo, ma se “Dio è tutto in tutti”, e anche perciò nelle “cose”, come mai la scienza non ve lo trova? Perché Dio – si potrebbe rispondere – non è nella scienza o perché la scienza non è in Dio.

 

Ma c’è di più:

la scienza non trova Dio nelle “cose”,

perché nella sfera quantitativa che indaga c’è solo la spoglia o il cadavere di Dio.

 

La scienza ha quindi ragione nel non trovare nelle “cose” il Dio vivente di cui parla la religione

(“Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui” – Lc 29,38),

ma ha insieme il torto,

• vuoi di non riconoscervi il Dio morto o, nelle parole di Galilei, le “impronte del Creatore”,

• vuoi di non riconoscere (cosa ancora più grave) il Dio vivente in se stessa:

nel profondo, cioè, della propria attività conoscitiva

(La scienza non ha bisogno di Dio: questo il titolo di un recentissimo lavoro di Edoardo Boncinelli) (11).

 

Non si tratta dunque di stabilire se Dio è o non è “tutto in tutti”, ma di distinguere

in quale modo, forma o veste si presenti ai diversi livelli in cui si articola la realtà (o si articola il “tutto”).

Dice appunto Goethe: “”Credo in un Dio!” Questa è una bella, encomiabile frase;

ma riconoscere Dio là dove si manifesti, e sotto qualunque aspetto, è in realtà la beatitudine in Terra” (12).

 

Grazie alla scienza dello spirito, sappiamo infatti che Dio si presenta

• come morte sul piano fisico,

• come vita sul piano eterico,

• come anima sul piano astrale,

• e come “Io sono” (“Colui che è”) sul piano spirituale.

 

Che cosa ci ricorda questo? Ancora una volta il Prologo del Vangelo di Giovanni:

• “Tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui, neppure una delle cose create è stata fatta [fisico].

• In lui era la vita [eterico],

• e la vita era la luce degli uomini [astrale].

• E la luce risplende fra le tenebre; ma le tenebre [l’ego] non l’hanno ricevuta” – Gv 1,3-5).

 

 

Con i pensieri morti egli si sente separato dal mondo spirituale. Si sente completamente trasferito nel mondo fisico.

Ma con ciò egli è posto nella sfera della spiritualità arimanica. Questa non esercita un grande potere

nelle regioni in cui le entità delle gerarchie superiori tengono l’uomo nella loro sfera,

in modo sia da agire esse medesime nell’uomo, come nelle epoche primordiali,

sia da agirvi, come più tardi, mediante il loro riflesso compenetrato di anima o di vita.

Finché dura questa azione delle entità sovrasensibili entro l’agire umano, vale a dire fino circa al secolo quindicesimo,

le forze arimaniche hanno soltanto un potere che debolmente risuona in seno all’evoluzione umana” (p. 76).

 

 

• Quando il corpo eterico arriva a coincidere (nel polo cefalico) con il corpo fisico,

l’uomo “si sente completamente trasferito nel mondo fisico”,

e per ciò stesso “posto nella sfera della spiritualità arimanica” o della morte.

 

Abbiamo visto, a questo proposito, che Arimane, finché sta al suo posto, non può essere considerato un ostacolatore.

Mettiamoci però (si fa per dire) nei suoi panni: mentre sta nella sua sfera a fare ciò che deve, vede arrivare l’uomo, cioè un essere che, incurante degli ammonimenti di Lucifero (extra ecclesiam nulla salus), con un quarto di sé (col corpo fisico) si è introdotto nel suo regno, e che con gli altri tre quarti (col corpo eterico, col corpo astrale e con l’Io) ne è rimasto invece fuori.

Quale migliore occasione, dunque, per tentare d’impadronirsi di questo temerario intruso, inculcandogli a viva forza l’idea ch’è fatto solo di materia (di ciò che guarda caso governa), e che tutto il resto non è che morbosa fantasia o prava superstitio?

 

 

 Così l’uomo si trova alla fine di una corrente di evoluzione nella quale la sua entità si è sviluppata

da una spiritualità divina che, quanto a sé, va da ultimo a morire nell’astratta intelligenza dell’uomo.

L’uomo non è rimasto in quelle sfere, in quella spiritualità divina, da cui trae la sua origine.

Ciò che iniziò cinque secoli fa per la coscienza dell’uomo era già avvenuto,

rispetto ad una sfera più vasta della sua entità complessiva,

nell’epoca in cui il mistero del Golgota giunse a manifestazione terrena.

Fu allora che, in modo non avvertibile per la coscienza allora esistente nella maggior parte degli uomini,

l’evoluzione dell’umanità venne scivolando a poco a poco,

da un mondo in cui Arimane ha poco potere, in un mondo in cui il suo potere è grande.

Questo scivolare in un altro strato del mondo raggiunge il suo compimento appunto nel secolo quindicesimo” (pp.76-77) .

 

 

• Quando l’uomo, spinto dalla seduzione di Lucifero, ha preso a scivolare verso il regno di Arimane

(avendo peccato contro il Padre o contro il “volere divino”, e non potendo più restare perciò in Dio),

il mondo spirituale gli ha concesso la grazia di poter disporre di un possente “antidoto” (“Io ho vinto il mondo”):

un antidoto (il Dio ch’è nell’uomo), come spiega Steiner nella sue conferenze su Il Vangelo di Giovanni (13),

che agisce sul piano eterico-fisico, ma che, per poter agire anche su quello animico-spirituale,

attende che l’uomo stesso trovi il coraggio di “assumerlo”, e di tradurre così la sua potenza in atto

(“Chiedete e vi sarà dato”, “Bussate e vi sarà aperto”).

 

La nostra evoluzione, dunque, o sarà un’evoluzione libera, vale a dire cosciente e volontaria, o non sarà un’evoluzione.

Sapete che cosa disse, se non ricordo male, Nietzsche?

Che si sarebbe ricreduto il giorno in cui avesse visto negli occhi dei cristiani la gioia di essere dei redenti.

• “Il cristianesimo – afferma infatti Berdjaev – non è solo fede in Dio

ma anche fede nell’uomo, nella possibilità di portare alla luce il divino nell’uomo” (14).

 

Ciò serve a capire, ove ce ne fosse ancora bisogno,

che il cristianesimo (il Cristo in noi) non va predicato, bensì realizzato e testimoniato.

 

 

L’influsso che Arimane esercita sull’uomo in questo strato del mondo è possibile,

e può esercitare la sua azione deleteria, per il fatto che l’azione divina, congenere all’uomo, qui è morta.

Ma l’uomo non sarebbe potuto giungere allo sviluppo della sua libera volontà in nessun altro modo

che trasferendosi in una sfera in cui non fossero viventi gli esseri divino-spirituali a lui collegati fin dal primo principio” (p. 77).

 

 

Lucifero e Arimane, in quanto entità spirituali

(attive, rispettivamente, nel mondo sub-astrale e nel sub-Devachan inferiore) (15), sono più potenti dell’uomo

(recita il Pater Noster formulato da Steiner:

“Non lasciare che il tentatore agisca su di noi oltre la misura delle nostre forze”).

 

Possiamo però tenerli a bada, vincerli e perfino redimerli, se riusciamo a mettere in campo l’Io:

quell’Io (spirituale) ch’è appunto inabitato dalla forza salvifica e redentrice del Logos.

Che cosa ci succede altrimenti?

Quello che ci succede purtroppo tutti i giorni: di finire nelle loro mani, e di trasformarci così in burattini.

 

Dice Goethe che “la quantità e la qualità devono essere considerate come i due poli del mondo apparente” (16).

Ebbene, Arimane, in quanto demone della morte, è anche il demone della quantità.

 

E che cos’è la quantità?

• Una qualità priva di qualità, e quindi una qualità che si nasconde dietro la quantità (dietro il “quanto”).

Il suo regno dell’inganno o della menzogna è dunque un contro-regno qualitativo

(quello, come ho detto, del sub-Devachan inferiore) mascherato da (neutro) regno quantitativo.

 

Il che risulta evidente quando ci si sforza – come fa oggi la scienza – di ridurre il qualitativo al quantitativo, o quando quest’ultimo, come nel caso ad esempio di Fermi (lettera 31/8/1924), ma non solo ovviamente nel suo, diventa quasi un’ossessione.

Sentite che cosa disse un giorno Goethe a Eckermann: “Io onoro la matematica, come la sublime e la utilissima delle scienze; purché però la si impieghi a proposito: e non sopporto che si voglia abusarla in campi, che non le appartengono, e dove quella nobile scienza apparisce come un assurdo. Come se non esistesse altro che quello che si può dimostrare matematicamente! E’ come se uno potesse esser tanto pazzo da non credere all’amore della sua bella, soltanto perché essa non è in grado di dimostrarglielo matematicamente! Matematicamente potrà dimostrargli la sua dote, non il suo amore” (17).

 

Vedete, può capitare di sognare che i topi ci invadano la casa, che si cominci con un bastone ad ammazzarli,

ma che da ogni topo morto ne vengano fuori orribilmente altri due, vivi e vegeti.

 

Che cosa fare nel caso di un incubo del genere? E’ semplice: procurarsi al più presto (s’intende nel sogno) un gatto.

Che cosa voglio dire con questo? Voglio dire che

l’ego non può misurarsi con Lucifero e Arimane, ma può chiamare l’Io (in cui è il Logos) a farlo.

Com’è vero, infatti, che quando il gatto non c’è i topi ballano,

così è vero che quando il gatto c’è i topi scappano (diceva Scaligero: “Il Cristo vince senza combattere”).

 

“La pietà non ha limiti”, afferma Steiner: anche Lucifero e Arimane devono farci perciò compassione.

 

Bisogna stare attenti, però,

a che questo non divenga un alibi per non affrontarli o una foglia di fico per nasconderci la verità.

• La vera pietas o la vera compassione non s’improvvisa (come potrebbe illudersi di fare l’ego),

ma la si conquista nella medesima misura in cui si conquistano la vera anima e il vero Io.

• Ricordiamoci che Lucifero e Arimane servono l’evoluzione dell’umanità, ma solo a patto che l’uomo li contenga:

che non li lasci cioè esorbitare dalla sfera delle loro diverse e rispettive competenze.

Solo chi riesca, in virtù dell’Io e del Cristo che lo inabita, a redimersi, può dunque redimere anche gli ostacolatori.

 

 

Cosmicamente considerato, nell’essenza di questa evoluzione umana sta il mistero solare.

Con ciò che l’uomo poteva percepire nel sole, fino a quella svolta importante della sua evoluzione,

erano collegate le entità divino-spirituali della sua origine.

Queste si sono staccate dal sole, lasciandovi soltanto la loro parte morta, in modo che l’uomo

non può ormai più accogliere nella sua corporeità, per mezzo del sole, che la forza di pensieri morti” (p. 77).

 

 

Questo significa che il Sole vero

non è quello che si vede, ma quello che ci consente di vedere:

non il Sole visto, cioè, ma il Sole vedente.

 

Dal momento che dal Sole fisico non ci arriva ormai che “la forza di pensieri morti”,

dobbiamo fare appello al Sole del “sacro cuore” ch’è in noi

e alla luce e al calore del pensiero di cui è la fonte (come ben sapevano, ad esempio, gli egizi).

 

Vedete, siamo abituati a dire, giustamente (con Giovanni), che “il Verbo si è fatto carne, e abitò fra noi”.

Ma dov’era il Verbo prima di farsi “carne” e di abitare sulla Terra “fra noi”?

Era nel Sole, anzi era il Sole o, meglio ancora, lo Spirito del Sole.

 

Col farsi ”carne”, questo Spirito si è trasferito sulla Terra, diventando così lo Spirito solare della Terra,

lo Spirito che trasformerà un giorno la Terra in un nuovo Sole.

Il Sole conosciuto va quindi tramontando, mentre il Sole sconosciuto va sorgendo

(“E la luce risplende fra le tenebre; ma le tenebre non l’hanno ricevuta” Gv 1,5).

 

Solo sulla Terra è dunque possibile trovare e incontrare il Cristo.

Chiunque non lo trovi e non lo incontri durante la vita terrena

non può pertanto sperare di poterlo fare nel corso della vita dopo la morte, ma deve aspettare di tornare sulla Terra.

E’ questo, essenzialmente, il motivo per il quale

desideriamo a un certo punto lasciare il mondo spirituale per affrontare una nuova vita terrena.

 

Vi suggerisco la seguente meditazione:

 

Il Sole illumina / L’oscurità della materia;

Così illumini l’essere / Risanatore dello Spirito / L’oscurità dell’anima / Nel mio essere uomo.

Ogni volta che rammento / Con giusto calore di cuore / La potente forza del Sole

Esso splende in me / Con forza spirituale meridiana (18).

 

 

Ma quelle entità hanno inviato il Cristo dal sole sulla terra.

E il Cristo, per la salvezza dell’umanità,

ha collegato il suo essere con la morte dell’essenza divino-spirituale nel regno di Arimane” (p. 77).

 

 

E’ questa, l’ho già detto, una mutazione di ordine antropologico e cosmico,

della quale, tuttavia, non si ha ancora reale coscienza.

A tutt’oggi, ad esempio,

si usano porre la teologia e la trascendenza da una parte e l’antropologia e l’immanenza dall’altra,

senza tener conto che questi dualismi sono finiti nel momento stesso in cui il Cristo si è fatto uomo.

 

Per questo Vladimir Solov’ëv ha sentito il bisogno (come ho già ricordato) di coniare un nuovo termine: quello di “Teandria” o di “Divinoumanità” (19), e Paolo ha detto: “E’ Cristo che ci dona l’ardire, se abbiamo fede in lui, di presentarci con piena confidenza a Dio” (Ef 3,12).

 

Non dobbiamo pensare, naturalmente, che il Cristo abbia fatto d’improvviso un salto dal Sole alla Terra; dobbiamo piuttosto pensare che abbia accompagnato la discesa dell’umanità (attraverso i livelli di cui abbiamo parlato commentando la lettera precedente), per poi raggiungerla quando questa è entrata infine nella sfera della morte

(dice, a questo proposito, Steiner: • “Sappiamo già che l’entità, che indichiamo col nome del Cristo, è discesa sulla nostra terra da regioni superiori; che per così dire essa era stata veduta mentre si avvicinava: nell’antica Persia, sul sole, per mezzo della chiaroveggenza di Zarathustra; poi da Mosè, nel roveto ardente; ed infine da coloro che sperimentarono l’avvento del Cristo, con la presenza del Cristo nel corpo di Gesù di Nazareth”) (20).

 

Ricordate che cosa rispose Lucifero a Eva, che temeva, mangiando il “frutto proibito”, di morire?

Ve lo leggo:

• “Voi non morirete affatto! Anzi! Dio sa che nel giorno in cui ne mangerete, si apriranno i vostri occhi

e diventerete come Dio, conoscitori del bene e del male” (Gn 3,4-5).

E sapete che cosa significa Michael? Significa: “Chi come Dio?”.

Dunque, notate: Lucifero dice: “diventerete come Dio”, mentre Michele dice: “Chi come Dio?”.

 

Che cosa significa?

• Significa che un conto è divenire un Dio (ciò che si è), ossia un Io o un’entità spirituale,

• altro voler essere “come” Dio, ossia imitare, da ego, l’Io (il “diavolo”, infatti, viene anche detto la “scimmia di Dio”).

 

In Dostoevskij, ad esempio, questo contrasto

è quello tra il “Dio-uomo” e l’”uomo-Dio” o tra la “divino-umanità” e l’”umano-divinità” (21).

(Così precisa, a scanso di equivoci, Steiner: • “Non si pensi di essere noi stessi Dio! […]

Come una goccia del mare non è il mare stesso, ma solo una goccia,

così l’io dell’uomo non è Dio ma una goccia della sostanza divina: Dio comincia a parlare nell’anima umana” [22].)

 

Dice Ireneo di Lione: • “Dio si è fatto uomo perché l’uomo si faccia Dio” (in grazia appunto del “Dio-uomo”),

e Pavel Evdokimov afferma:

• “L’antropologia ortodossa non è morale ma ontologica, è l’ontologia della deificazione” (23).

 

Che il Cristo, come dice Steiner,

abbia “collegato il suo essere con la morte dell’essenza divino-spirituale nel regno di Arimane”

vuol dire dunque che il Cristo ha posto il germe della vita nel grembo della morte,

e ch’è solo da questo grembo, e solo in virtù di tale germe, che può pertanto nascere, crescere e fiorire una “vita nova”.

 

Uno dei libri di Steiner è intitolato, lo sapete: Il cristianesimo come fatto mistico (24).

Vedete, come un “fatto”, un “evento” o, come abbiamo appena detto, un “germe” (carico di futuro), e non quindi come un “insegnamento”, una “dottrina” o, tantomeno, una concreta “istituzione” religiosa.

Ascoltate, in proposito, queste parole del poeta e filosofo russo Aleksej Chomjakov (1804-1860):

• “Il cristianesimo altro non è che la libertà in Cristo”; “Nessun indizio esteriore, nessun segno possono limitare la libertà della coscienza cristiana”; “L’unità della chiesa altro non è che l’accordo delle libertà individuali” (25).

 

 

In tal modo l’umanità ha una doppia possibilità che è la garanzia della sua libertà: di rivolgersi al Cristo,

ora coscientemente, con l’atteggiamento dello spirito che essa ebbe incoscientemente nella discesa

dalla veggenza dell’esistenza spirituale soprasensibile, fino all’uso dell’intelligenza;

oppure di voler sentire sé stessa nella separazione da quell’esistenza spirituale,

abbandonandosi con ciò all’orientamento preso dalle potenze arimaniche” (pp. 77-78).

 

 

Ecco il grande bivio, la grande scelta. L’incarnazione del Logos, lo abbiamo appena detto, è una potenzialità che l’uomo, in quanto libero, può attuare o non attuare (non peccando o peccando contro il Figlio o il “sentire divino”).

Chi voglia attuarla deve però imparare a risalire dalla “intelligenza” alla “veggenza dell’esistenza spirituale”, sviluppando, a partire dall’ordinaria coscienza intellettuale o rappresentativa, la coscienza immaginativa, la coscienza ispirata e quella intuitiva (santificando cioè lo spirito o l’intelletto profano, ed evitando così di peccare contro lo Spirito Santo o il “pensare divino”).

 

 

Si può ora dire: ciò che in questa condizione fu fatto fin qui dall’umanità si compì semi-inconsciamente.

E in questo modo siamo stati condotti al buono che vi è nella concezione naturale vivente in idee astratte,

nonché ad altri altrettanto buoni principii di condotta di vita.

Ma ora è passata l’epoca in cui all’uomo è consentito di svolgere la propria esistenza inconsciamente

entro la pericolosa sfera di Arimane.

L’indagatore del mondo spirituale deve oggi rendere avvertita l’umanità del fatto spirituale

che Michele ha preso su di sé la direzione spirituale delle vicende umane.

Michele compie quello che deve compiere in modo da non influire sugli uomini;

ma essi, liberamente, possono seguirlo per ritrovare, con la forza del Cristo,

la via per uscire dalla sfera di Arimane nella quale di necessità dovettero entrare” (p. 78).

 

 

“Raddrizzate la via del Signore”, dice il Battista,

poiché è “passata l’epoca – spiega Steiner –

in cui all’uomo è consentito di svolgere la propria esistenza inconsciamente”.

 

L’umanità, discesa

• dal sonno (spirituale) al sogno (astrale),

• dal sogno al dormiveglia (eterico)

• e dal dormiveglia alla veglia (fisica o terrena),

dovrebbe quindi, invertendo (“raddrizzando”) la rotta,

risalire coscientemente, grado a grado, questi stessi livelli.

 

“Michele – dice Steiner – compie quello che deve compiere in modo da non influire sugli uomini”.

E’ questa, di fatto, la principale differenza tra le forze irregolari od ostacolatrici e le forze regolari o aiutatrici:

• le prime possiedono,

• mentre le seconde, rispettando la libertà umana, attendono che l’uomo le evochi e apra loro le porte dell’anima.

 

Michele perciò non ci forza, non ci obbliga, non ci costringe, ma si propone

(sulla soglia che divide il corpo eterico da quello fisico) come “modello” o come “esempio”

di ciò che dovremmo fare (“arruolandoci”) per ritrovare e realizzare la nostra umanità.

A noi, dunque, la responsabilità di seguire o non seguire il suo esempio.

 

Sappiamo che Lucifero e Arimane ci “dis-umanano”. Stiamo attenti, però, perché per riconoscere il dis-umano bisogna aver sviluppato il senso dell’umano (dice ancora il Pater Noster formulato da Steiner: “Essendo il tentatore solo illusione e inganno dai quali Tu ci liberi grazie alla luce della conoscenza di Te”).

Il che non è facile, giacché il dis-umano si presenta oggi non solo ingannevolmente come “umano”, ma anche come “post-umano” (“Il peccato della Cristianità – scrive Merežkovskij (1861-1945) – sta nel fatto che, ora come mai, i padroni del mondo non sono gli uomini cattivi o stupidi, ma i non-uomini: “loglio” con sembianza umana…) (26).

 

Vi consiglio caldamente di leggere, al riguardo, le conferenze di Steiner raccolte nel volume intitolato: Il cristianesimo esoterico e la guida spirituale dell’umanità (27), dal momento che possono far capire, forse più di altre, quanto sia arduo sviluppare una vera coscienza (un vero senso) della realtà del Cristo, e per ciò stesso dell’umano.

 

 

“Chi onestamente, dall’essere profondo dell’anima sua, può sentirsi uno con l’antroposofia,

comprende nel giusto modo questo fenomeno di Michele.

E l’antroposofia vorrebbe essere il messaggio di questa missione di Michele” (p. 78).

 

 

Un conto, diceva Schopenhauer, è vivere di qualcosa, altro vivere per qualcosa.

Per vivere per l’antroposofia occorre sentirsi “uno con l’antroposofia”;

ma può “sentirsi uno con l’antroposofia” soltanto chi, dopo averla fatta passare (doverosamente) per i nervi,

se la faccia entrare nel sangue.

 

Diamo adesso una breve occhiata alle massime.

Massime 106, 107, 108 (19 otttobre 1924)

 

 

106 – “Michele riascende le vie che l’umanità ha discese sui gradini dell’evoluzione dello spirito

fino all’esplicazione dell’intelligenza. Solo che Michele guiderà la volontà

a riascendere le vie che la saggezza ha discese fino al suo ultimo gradino, all’intelligenza”.

 

 

Abbiamo appunto detto che l’umanità, inconsciamente discesa

dal sonno (spirituale) al sogno (astrale), dal sogno al dormiveglia (eterico) e dal dormiveglia alla veglia (fisica),

dovrebbe coscientemente “riascendere”, grado a grado e sotto la guida di Michele, questi stessi livelli.

 

 

107 – “Il fatto che da questo momento dell’evoluzione del mondo Michele mostri soltanto la sua via,

in modo che l’uomo possa percorrerla in libertà,

distingue questa epoca di Michele da ogni altra epoca degli arcangeli,

nonché da ogni altra precedente di Michele stesso.

Quelle epoche agivano nell’uomo; non si limitavano a mostrare la loro azione;

e l’uomo non poteva allora essere libero nella propria“.

 

 

Abbiamo visto che le forze irregolari (ostacolatrici) non chiedono il permesso di entrare nelle nostre anime, ma ci possiedono. Non dobbiamo quindi aver paura di cadere nelle loro mani, poiché già siamo, di norma, in loro possesso.

Dovremmo aver paura, semmai, di precluderci, a causa della nostra indolenza o negligenza, il soccorso delle forze regolari, rispettose della nostra libertà.

Fatto si è che le entità luciferiche e arimaniche non hanno interesse a portare avanti l’evoluzione dell’uomo, bensì a “servirsi” dell’uomo per portare avanti la loro evoluzione, che non coincide affatto con quella umana.

L’evoluzione di Michele coincide viceversa con quella umana, giacché Michele ci guida alla Vergine (alla Sophia), che ci guida a sua volta al Cristo (al “Rappresentante dell’umanità”), e per ciò stesso alla nostra vera e più intima essenza.

 

Teniamo presente, come ricorda Steiner, che l’ultima reggenza di Michele si è avuta nell’epoca greco-latina, quella di Alessandro (356-323 a.C.) e di Aristotele, e quindi nell’epoca in cui era da poco nata, non la libertà, ma quell’”anelito alla libertà” che accompagnava – secondo quanto abbiamo visto (lettera 12/10/1924) – l’anima razionale-affettiva.

In quell’epoca (e a maggior ragione nelle precedenti) le forze di Michele (e degli altri Arcangeli) “agivano – come dice Steiner – nell’uomo; non si limitavano a mostrare la loro azione; e l’uomo non poteva allora essere libero nella propria”.

Oggi, invece, Michele svolge la sua attività nel mondo eterico (del pensare) ch’è quello più vicino a quello fisico (dei pensati), e quindi a noi (agli ego).

 

Ascoltate, al riguardo, questo passo dell’Enciclopedia delle scienze filosofiche di Hegel: • “S’intende bene che, per osservare i fatti della propria coscienza e delle proprie rappresentazioni, è presupposta una certa cultura dell’attenzione e dell’astrazione” (28): è cioè presupposta, diremmo noi, la pratica della concentrazione (il termine “astrazione” sta a significare libertà dai sensi o dalla percezione sensibile).

Grazie a tale pratica è possibile infatti osservare, non solo “i fatti della propria coscienza e delle proprie rappresentazioni”, ma anche, e soprattutto, la vita del pensare: quella vita che caratterizza appunto la logica “speculativa” o “dialettica” di Hegel, e non quella “analitica” di Aristotele o di Kant (“La filosofia – dice Hegel – ha bisogno di contenere un’idea viva; l’universo è un fiore, che nasce eternamente da un seme”) (29).

Ricordo di aver perfino detto, a questo proposito, che Hegel sta ad Aristotele come Goethe sta a Linneo (30).

 

 

108 – “Il ravvisare ciò è l’attuale compito dell’uomo,

affinché con tutta l’anima egli possa trovare nell’epoca di Michele la sua via dello spirito“.

 

 

Vi ho già parlato (lettera 19/10/1924) del libro intitolato: Per un’ecologia cristiana, dei coniugi Bastaire, dicendo che tutto il suo contenuto ruota intorno a questa affermazione di San Paolo, riguardo al Padre: “E quando avrà assoggettato a Lui tutte le cose, allora il figlio stesso sarà sottomesso a Colui che gli ha sottoposto ogni cosa, affinché Dio sia tutto in tutti” (1Cor 15,28).

Non basta però affermare, come abbiamo detto, che “Dio è tutto in tutti”; si dovrebbe anche distinguere in quale forma si manifesti ai diversi livelli in cui si articola la realtà.

Non farlo, ci rende infatti dei “mistici”. E perché? Perché è per l’appunto il sentire mistico che, essendo “allergico” all’analisi (pensante), si precipita anzitempo verso la sintesi o l’unità.

 

Se vogliamo, dunque, che l’affermazione che “Dio è tutto in tutti” abbia carattere “scientifico-spirituale”, e non “mistico”, dobbiamo avere allora la pazienza di risalire, grado a grado, la “scala santa” delle manifestazioni di Dio.

Affrontare l’antroposofia, cioè la “via del pensiero”, più con il sentimento che con il pensiero (come non di rado accade) significa dunque non affrontarla.

 

 


 

Note:

  1. V.Errante: La lirica di Hoerderlin – Sansoni, Firenze 1943, vol. I, p. 176;
  2. cit. in D.Merežkovskij: La missione di Gesù – Bemporad, Firenze 1937, p. 271;
  3. R.Steiner: Storia occulta – Antroposofica, Milano 1972, p. 9;
  4. L.F.Földényi: Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere – il melangolo, Genova 2009, pp. 18-19;
  5. R.Steiner: L’elemento perenne della logica hegeliana ed il suo capovolgimento nel marxismo in GRAAL – Rivista di Scienza dello Spirito, marzo 1988, anno VI, n° 21, p. 23;
  6. R.Steiner: Nascita e sviluppo storico della scienza – Antroposofica, Milano 1982, p. 21;
  7. R.Steiner: La filosofia della libertà – Antroposofica, Milano 1966, pp. 120-121;
  8. cfr. Parole, parole, parole…, 18 ottobre 2003;
  9. J.W.Goethe: Faust – Einaudi, Torino 1967, p. 54;
  10. cfr. Divide et impera, 14 giugno 2008;
  11. cfr. E.Boncinelli: La scienza non ha bisogno di Dio – Rizzoli, Milano 2012;
  12. J.W.Goethe: Massime e riflessioni – TEA, Roma 1988, pp. 176-177;
  13. cfr. R.Steiner: Il Vangelo di Giovanni – Antroposofica, Milano 1995;
  14. N.Berdjaev: L’idea russa – Mursia, Milano 1992, p. 182;
  15. R.Steiner: Il cristianesimo esoterico e la guida spirituale dell’umanità – Antroposofica, Milano 2010, p. 72;
  16. J.W.Goethe: op. cit., p. 241;
  17. G.P. Eckermann: Colloqui col Goethe – Laterza, Bari 1912, vol. I, pp. 192-193;
  18. R.Steiner: Indicazioni per una scuola esoterica – Antroposofica, Milano 1999, p. 93;
  19. cfr. V. Solov’ëv: Sulla Divinoumanità – Jaca Book, Milano 1971;
  20. R.Steiner: Il Vangelo di Giovanni in relazione con gli altri tre e specialmente col Vangelo di Luca – Antroposofica, Milano 1970, p. 247;
  21. cfr. E.Bock: Cesari e apostoli – Bocca, Milano-Roma 1954;
  22. R.Steiner: Risposte a enigmi della vita – Antroposofica, Milano 2012, p. 47;
  23. P.Evdokimov: La donna e la salvezza del mondo – Jaca Book, Milano 1980, p. 77;
  24. cfr. R.Steiner: Il cristianesimo come fatto mistico e i misteri antichi – Antroposofica, Milano 1988;
  25. cit. in N.Berdjaev: L’idea russa, p. 175;
  26. D.Merežkovskij: op. cit., p. 95;
  27. cfr. nota 9;
  28. G.W.F.Hegel: Enciclopedia delle scienze filosofiche – Laterza, Roma-Bari 1989, p. 33;
  29. G.W.F.Hegel: Lezioni sulla storia della filosofia – La Nuova Italia, Firenze 1981, vol. 3, II, p. 346;
  30. cfr. Le opere scientifiche di Goethe (4), 24 novembre 2005.

 

 

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