////05 – IL GIUSTO DOSAGGIO DEL CONCIME

05 – IL GIUSTO DOSAGGIO DEL CONCIME

Il giusto dosaggio del concime.

O.O. 327 – Impulsi scientifico-spirituali per il progresso dell’agricoltura – 13.06.1924


 

Sommario: Trattamento con concimazioni di sostanze inorganiche. La vivificazione diretta del terreno con sostanze organiche. Dosi omeopatiche tratte dall’ambiente cosmico circostante. Forze materiali viventi e irradianti. L’achillea millefolium nel processo naturale di crescita delle piante. Il cervo e le forze del cosmo. L’azione del calcio e la camomilla officinalis. L’ortica, grande attivatrice nella crescita delle piante. La “ragionevolezza” del terreno. La natura della pianta e le malattie della pianta. La quercia. L’assorbimento di silice da parte della terra. Reciproche relazioni qualitative nei processi organici. Azioni reciproche fra acido silicico e potassio. Il tarassaco. La valeriana.

 

Quel che è stato detto ieri a proposito del miglioramento del concime messo nelle corna, rappresenta soltanto un miglioramento. Naturalmente si deve anche fare la concimazione, e oggi parleremo del come ci si debba comportare a questo scopo, dato che siamo dell’avviso che gli elementi vitali vadano conservati nell’ambito di ciò che vive.

 

Abbiamo visto che l’elemento eterico-vitale non deve mai abbandonare ciò che è nella regione, nella sfera in cui avviene la crescita. Per questo abbiamo attribuito molta importanza alla nozione che il terreno dal quale cresce la pianta, il terreno che ne avvolge le radici, è una specie di continuazione del processo di accrescimento che si svolge in seno alla terra stessa, è l’elemento vegetale vivente nella terra, comunque qualcosa di vivente. Ieri ho perfino messo in evidenza come ci si possa rappresentare il trapasso da un mucchio di terra, con la sua vitalità interna generatasi in seguito alla presenza di humus nel suo seno, alla corteccia che gli corrisponde, che avvolge l’albero e lo isola dall’esterno. È naturale, e doveva avvenire, che nel corso dell’epoca moderna questi nessi siano andati perduti assieme ad altri grandi nessi della natura, Come quello della vita comune fra pianta e terreno, della vita che poi continua nei prodotti di eliminazione dei processi vitali e che costituiscono il concime; è naturale che sia andato perduto anche il senso di come agiscano le forze di una vita che comprende il tutto. Si doveva perdere sempre più la comprensione di questi nessi.

 

Come ho già sottolineato ieri nel colloquio, la scienza dello spirito non deve agire intervenendo in modo chiassoso e rivoluzionario, proprio di certo fanatismo, contro ciò che nei tempi moderni è stato apportato in svariati campi della vita; occorre invece riconoscere appieno che cosa è stato prodotto. Vanno soltanto combattute le cose, se così ci si può esprimere, che poggiano su basi del tutto false e che sono in relazioni con la concezione materialistica attuale. Per i settori più svariati della vita essa deve essere integrata con ciò che può provenire da una concezione vivente. Quindi non darò ora particolare risalto al come si prepara il concime partendo dal letame, dal colaticcio, dal cumulo di composto. Sull’argomento dell’elaborazione del letame e del colaticcio sono stati adottati i più diversi procedimenti. In questa direzione potremo forse svolgere i nostri argomenti nel colloquio di oggi pomeriggio. Voglio ora soltanto anticipare che è giusta la corrente concezione, seconde cui l’uomo deve praticare una specie di furto nei riguardi del terreno agricolo. Un simile furto deve esistere per il semplice fatto che noi sottraiamo realmente forze alla terra, e perfino all’aria, attraverso quel che ne ricaviamo coltivandola e spedendo in giro per il mondo i suoi prodotti; le forze sottratte vanne però sostituite. Questo presuppone che in effetti sia adeguatamente trattato il contenuto in concime che, come valore, è legato a ciò che si deve dare alla terra impoverita, perché ne risulti vivificata. Su questo punto si è di recente incorsi in numerosi errori di giudizio, proprio a causa della dominante concezione materialistica.

 

In primo luogo si studia oggi in modo accurato come agiscano i batteri, i microrganismi, e si attribuisce loro proprio la giusta formazione del concime, nella sua sostanza; si guarda direttamente a ciò che i batteri operano nel concime, e si fa assegnamento su di loro. Su questa base sono state messe in opera intelligenti e logicissime esperienze di iniezioni batteriche nel terreno, per lo più poco durevoli e poco utili; comunque sempre seguendo una concezione che può assomigliare più o meno a questa: si scopre che in una stanza vi sono troppe mosche e se ne deduce che la stanza è sporca per via delle troppe mosche. Ma la stanza non è affatto sporca perché vi si trovano tante mosche, ma viceversa le mosche sono tante perché la stanza è sporca; né si arriverà certo a ripulire la stanza cercando ogni sorta di metodi di indagine per aumentare il numero delle mosche nella speranza che tutte le mosche divorino lo sporco, oppure cercando di diminuirne il numero, o così via. Sono metodi con i quali non si raggiunge molto, mentre si raggiungerà certo di più lottando direttamente contro la sporcizia.

 

Quando si usano concimi di origine animale occorre rendersi conto che i microrganismi, in certi loro stati di trasformazione e rispetto ai processi che avvengono qua e là in seno al concime, sono da considerare soltanto come un sintomo utilissimo, come un elemento però che non può avere un grande significato, sia che lo si immetta nel terreno, sia che lo si coltivi o tutt’al più che lo si combatta. Dappertutto, nell’ambito di ciò che è vivente e importante nell’agricoltura, si tratta di restare nel grande e applicare il meno possibile a questi piccoli esseri un modo di osservare di carattere atomistico.

 

Naturalmente non si possono osare simili asserzioni se non si è in grado anche di indicare le vie e i mezzi sul come fare giustamente le cose. Certo, quel che ho detto finora viene sottolineato anche da varie altre parti, ma ciò che conta non è soltanto sapere quel che è giusto. Con questo “giusto”, riconoscendolo come negativo, spesso nulla si conclude se allo stesso tempo non si hanno anche le norme per opporre qualcosa di positivo. Se non si è in grado di fare proposte positive conviene sempre non insistere contro il negativo, perché si finisce soltanto per irritare la gente.

 

Per di più è avvenuto che, sotto la spinta della concezione materialistica, si sia di recente considerato importante trattare il concime con ogni sorta di composti ed elementi inorganici, ma l’esperienza ha dimostrato che anche questo procedimento non dà risultati durevoli. Ci si deve render conte che, volendo migliorare il concime integrandolo con sostante minerali, il risultato è che in tal modo si vivifica soltanto l’elemento liquido, l’acqua, mentre invece per un’autentica coltivazione è necessario non soltanto l’apporto di forze organizzatrici dell’acqua, non soltanto la vivificazione dell’acqua; dall’acqua che poi filtra nella terra non viene alcuna vivificazione.

 

Si deve invece vivificare direttamente la terra, e non lo si può ottenere con raggiunta di minerali. Lo si può fare solo, usando sostanza organica e portandola in una condizioni tale da farla agire organizzando e vivificando l’elemento solido del terreno. Tutto questo, cioè la stimolazione della massa di concime o di colaticcio, o di qualsiasi altra massa che si usi allo scopo, è uno dei compiti che deriva dagli impulsi che la scienza dello spirito deve dare all’agricoltura. Questa scienza vuole penetrare dappertutto nelle grandi azioni della vita e prescinde, perché non ha appunto grande rilevanza, dall’osservare i piccoli esser, dal trarre conclusioni dal piccolo, vale a dire dalle osservazioni fatte col microscopio, da ciò che è microscopico. È invece suo compito guardare verso il macroscopico, verso il vasto campo d’azione della natura. Per questo è necessario penetrare nelle attività della natura.

 

Esiste però un’asserzione che in modi diversi è contenuta oggi in tutte le opere sull’agricoltura. Essa deriva da quel che si crede sperimentalmente assodato, e suona press’a poco così: l’azoto, il fosforo, il potassio, il calcio, il cloro e persino il ferro hanno tutti un grande valore per il terreno sul quale deve prosperare la vegetazione, mentre la silice, il piombo, l’arsenico, il mercurio e perfino il sodio (così si dice) hanno al massimo un valore di stimolo per una buona crescita dei vegetali. Con essi si può dare soltanto imo stimolo.

 

Questa asserzione documenta quanto annaspi nel buio chi la esprime; è invece senz’altro un bene che l’uomo si avvicini alle piante anche appoggiandosi su antiche tradizioni, piuttosto che comportarsi in modo tanto stolto quanto farebbe se si basasse su un simile postulato. Del resto non è neppure possibile seguirlo. Perché?

 

Nella realtà delle cose avviene che la natura non abbandoni così crudelmente l’agricoltore se egli non si cura della silice, del piombo, del mercurio e dell’arsenico; lo abbandona invece se non provvede a un ordinato apporto di potassio, calcio o acido fosforico. La silice, il piombo, il mercurio, l’arsenico vengono elargiti dal cielo che li regala con la pioggia, ma per avere in giusto modo nella terra acido fosforico, potassio e calcio è necessario lavorarla, è necessario concimarla direttamente. Il cielo non regala queste sostanze, e la coltivazione continuata può quindi impoverirne la terra, la impoverisce anzi sempre più. Di conseguenza la si deve concimare. Può avvenire con l’andar del tempo che la compensazione attraverso il concime non sia sufficiente; allora si pratica un’agricoltura di rapina, e la terra si impoverisce sempre più.

 

Si deve badare a che il processo naturale si svolga in modo giusto. Quelle che vengono denominate azioni di stimolo sono azioni di primaria importanza, e proprio le sostanze ritenute non necessarie sono presenti sotto forma di diluizioni finissime, agiscono da tutta la sfera circostante la terra. Le piante ne abbisognano nella stessa misura in cui richiedono ciò che viene loro apportato dalla terra. Soltanto che assorbono dal cosmo circostante il mercurio, l’arsenico e la silice, ma li assorbono dopo che essi sono stati irradiati dal cosmo nel terreno.

 

Noi uomini possiamo certo procedere in modo da impedire che nel terreno irradi nel giusto modo ciò che gli è destinato dall’ambiente cosmico circostante e ciò di cui le piante hanno bisogno. A seguito di concimazioni irrazionali possiamo un poco alla volta rendere la terra incapace di assorbire la silice, il piombo e il mercurio che sono necessari e che, attivi in sottili diluizioni omeopatiche provenienti dal cosmo circostante, debbono venir assorbiti dalle piante affinché esse, nell’edificare i loro corpi configurandoli secondo il carbonio, si servano di ciò che giunge in dosi finissime dall’ambiente cosmico circostante e che viene ricevuto dalla terra.

 

Per evitarlo dobbiamo lavorare correttamente il concime, non soltanto in base a ciò che ho detto ieri, ma anche con qualcosa di più. Non si tratta quindi semplicemente di aggiungere soltanto sostanze che riteniamo necessarie affinché passino poi nella pianta, ma anche di aggiungere forze viventi. Per la pianta sono molto più importanti le forze viventi che le sostanze come tali. Se a poco a poco otteniamo un terreno sia pure ricco, ma fornito solo di questa o quella sostanza, ciò non gioverebbe alla crescita delle piante, se con la concimazione non giungesse loro anche la capacità di accogliere nel proprio organismo le sottili attività contenute nel terreno. Ed è questo che conta.

 

Oggi non si sa quanta straordinaria forza sviluppino proprio le piccole quantità rispetto ai fenomeni viventi. Dopo le ricerche della dott.ssa Koliskos sull’azione delle piccole entità, ricerche che hanno dato un fondamento scientifico a quel che nell’omeopatia era finora un incerto procedere a tentoni, sono dell’avviso che si possa senz’altro considerare scientificamente giustificato ritenere che dalle quantità ed entità minime si possano liberare proprio le forze radianti di cui ha bisogno il mondo organico, purché tali dosi minime siano usate in modo adeguato.

 

Nella concimazione non sarà certo difficile l’uso delle dosi minime. Abbiamo visto come, preparato e finito prima o dopo la concimazione ciò che abbiamo predisposto mediante le corna di mucca, noi aggiungiamo al concime le forze che gli devono essere aggiunte affinché il concime, che viene usato separatamente da questa preparazione omeopatica, possa venir portato nel giusto modo in azione e sia di aiuto con la sua efficacia. In tutti i modi deve esser cercata la possibilità di dare realmente al concime la giusta vitalità, la giusta consistenza, affinché arrivi da sé a contenere quel tanto di azoto o di altre sostanze che gli è necessario, di dargli la tendenza verso la vitalità che a sua volta lo renda capace di trasfonderla alla terra. Vedrò di dare oggi stesso un’indicazione, una linea direttiva, sul come aggiungere in piccole dosi al concime stesso quel che, oltre al contenuto delle corna, lo vivifichi talmente che tale vitalità passi al terreno da cui germoglierà la pianta.

 

Suggerirò parecchie cose, ma sottolineo espressamente che se gli ingredienti dovessero risultare difficili da reperire in qualche regione, essi potranno essere sostituiti con diversi altri. Solo in un caso particolare tale sostituzione non si potrà fare, perché si tratta di qualcosa di talmente caratteristico da non poter essere trovato uguale in nessun’altra specie di pianta.

 

Secondo quanto ho detto, in primo luogo si deve provvedere affinché ciò che va considerato nell’ambito del mondo organico come proveniente principalmente dal mondo esterno, vale a dire carbonio, idrogeno, azoto e zolfo, si combini in giusto modo con altre sostanze sempre nell’ambito del mondo organico, per esempio con il potassio. Certo si sanno molte cose del potassio guardando soltanto le quantità di sali di potassio di cui abbisogna la pianta per crescere; si sa che i sali di potassio o il potassio stesso favoriscono la crescita vegetale soprattutto nelle parti dell’organismo vegetale che per lo più diventano tessuti di sostegno, che generano tessuti solidi, tronco e affini; si sa che, grazie a quanto è legato al potassio, la crescita viene trattenuta nella regione del fusto e affini. Si tratta ora di preparare il potassio, nell’ambito di ciò che avviene fra terreno e pianta, in modo che esso abbia un comportamento giusto in seno al processo organico che conduce al vero e proprio corpo della pianta, alla sua proteina. Si raggiunge lo scopo procedendo come segue.

 

Si prenda l’achillea (Achillea mìllefolìum) che si trova dappertutto. Se proprio in qualche regione non dovesse crescere, la si può anche prendere dall’erborista. Come del resto ogni pianta, rachidea è un vero capolavoro. Confrontando il suo fiore con quello di altre piante ci colpisce il sentimento di quanto meraviglioso esso sia; è un vero e proprio miracolo, ed ha in sé ciò di cui parlavo quando ho detto che sempre lo spirito se ne serve quando vuole condurre verso punti determinati dell’organismo le diverse sostanze, quali il carbonio, l’azoto e così via. L’achillea si inserisce nella natura come se un ipotetico creatore di piante avesse avuto un modello di come si riesca a portare esattamente in giusta relazione lo zolfo con le altre sostanze vegetali. Si può dire che in nessun’altra specie di pianta gli spiriti della natura siano riusciti così completamente a utilizzare lo zolfo come nell’achillea. Se poi si considera la sua azione in seno all’organismo animale e umano, se si considera che l’achillea è realmente capace, inserita in modo giusto nell’ambito della sfera biologica, di migliorare tutto quanto deriva da una debolezza del corpo astrale, si è allora in grado anche di seguire le sue azioni nell’intero processo naturale della crescita delle piante. L’achillea è già molto benefica quando cresce spontanea ai margini dei campi o delle strade, dove si coltivano cereali, patate o altro. Non si dovrebbero mai strappare le piantine di achillea. Naturalmente si deve impedire che si insedino in luoghi in cui la loro presenza ci è scomoda, ma se al massimo possono essere noiose non sono mai dannose; sono come certi tipi simpatici che agiscono favorevolmente in compagnia con la loro sola presenza e non in virtù di quel che dicono. Tale è anche rachidea nei luoghi in cui cresce abbondante: agisce in modo favorevolissimo con la sua sola presenza.

 

Dell’achillea si devono prendere le stesse parti che si usano anche in medicina, vale a dire le infiorescenze a forma di ombrello. Si possono cogliere fresche avendo piante fresche a disposizione; vanno poi lasciate essiccare brevemente, e neppure occorre che siano troppo secche. Se non si possono avere fiori freschi, se è necessario ricorrere alla pianta essiccata degli erboristi, prima dell’uso si cerchi di spremere dalle foglie delle piante il succo che si può ottenere anche da foglie essiccate facendone un decotto, e infine si irrori un po’ l’infiorescenza con il succo ottenuto. Dopo questo, e si noti come si rimanga sempre nel campo del vivente, si prenda con energia uno o due pugni di achillea così trattata e pressata, e la si metta in una vescica di cervo, da legare con il suo contenuto in modo da avere una consistente massa di fiori di achillea nella vescica di animale. Questa massa di achillea deve essere ora appesa durante l’estate in un luogo il più possibile illuminato dal sole; quando giunge l’autunno essa viene ritirata e per tutto l’inverno interrata a una modesta profondità. Abbiamo così per tutto un anno tenuto le infiorescenze dentro la vescica di un cervo (potrebbe già esservi abbozzato anche il frutto) esponendola alle azioni alternate che operano sopra e sotto la terra. Si noterà che durante l’inverno essa acquista una consistenza assai particolare.

 

Si può ora conservare in questa maniera la vescica quanto tempo si vuole, e se poi si immette il contenuto tolto dalla vescica in un cumulo di letame che potrebbe anche essere grande come una casa (senza neppur richiedere molto lavoro), semplicemente distribuendolo, la sostanza agisce come forza radiante. Vi è contenuta una forza radiante di straordinaria intensità. Il materialista finirà per credere alle forze radianti, dato che anche lui parla di radium. Basta che se ne inserisca una modestissima quantità, anche molto suddivisa, perché agisca sul letame, sul colaticcio, oppure sul cumulo di composto.

 

La massa di sostanza ricavata dall’achillea agisce in effetti in modo vivificante, rinfrescante quando il letame così trattato venga in seguito adoperato come oggi si usa fare. In tal modo viene rimediato a molto di ciò che altrimenti costituisce un furto ai danni del terreno. Si viene così a ridare al concime la possibilità di vivificare la terra in modo che possa tornare a captare le sostanze (silice, piombo e così via) che fluiscono dal cosmo in finissime dosi omeopatiche. Su questo punto gli appartenenti al circolo di ricerche scientifiche sull’agricoltura dovranno fare i loro esperimenti e vedranno che la cosa riuscirà.

 

Poiché si deve lavorare con cognizione di causa e non alla cieca, dopo aver premesso che l’achillea, come abbiamo visto, contiene zolfo in dose molto omeopatica unito in modo esemplare con il potassio, e produce un’azione capace di farsi sentire, di irradiare su grandi masse di sostanza, si può ora porre una domanda: perché immetterla proprio in una vescica di cervo?

 

Lo si può comprendere considerando l’intero processo che si svolge proprio in relazione con la vescica urinaria. I cervi sono animali che vivono in una connessione molto stretta con ciò che vi è non tanto sulla terra quanto alla sua periferia, con ciò che di cosmico circonda la terra. Di conseguenza il cervo ha il suo tipico palco di corna con il compito cui accennavo ieri. Ora, nell’organismo sia animale sia umano, proprie ciò che vi è nell’achillea si trova ad essere conservato nel processo che si svolge fra i reni e la vescica urinaria; è un processo in stretta relazione con la costituzione sostanziale della vescica urinaria. Nella vescica urinaria del cervo, per quanto sottile nella sua sostanza, abbiamo quindi le forze che sono connesse con il cosmo; così invece non è in quella per esempio del bovino, in cui le forze sono del tutto diverse e in connessione con l’interno; la vescica urinaria del cervo è quasi un’immagine del cosmo. Diamo così all’achillea la possibilità di aumentare considerevolmente l’azione che le è propria, di unire lo zolfo con altre sostanze. In questo modo di trattare l’achillea si ha così qualcosa di fondamentale per migliorare il concime, rimaniamo nel campo del vivente, e non ci addentriamo nella chimica inorganica. Ed è importante.

 

Facciamo anche un altro esempio: se vogliamo dare al concime la possibilità di accogliere tanta vitalità da poterla poi trasfondere al terreno da cui deve crescere la pianta, dobbiamo rendere quel concime atto a legare più fortemente fra loro le sostanze necessarie alla crescita vegetale: non solo il potassio, ma anche il calcio, i composti del calcio. Nell’achillea abbiamo a che fare prevalentemente con effetti riguardanti il potassio, ma se vogliamo captare anche Fazione del calcio, dobbiamo ricorrere a una pianta che, se non desta entusiasmo come l’achillea, contiene però anch’essa zolfo in forma omeopatica; partendo dallo zolfo, questa pianta può così attirare le altre sostanze che le sono necessarie e inserirle in un processo organico. Parlo della camomilla, la Chamomilla officinalis.

 

Non si deve però semplicemente dire che la camomilla si distingue perché contiene molto potassio e molto calcio; se l’achillea sviluppa la sua forza sulfurea prevalentemente in direzione dei processi formativi riguardanti il potassio, e per questo contiene esattamente la quantità di zolfo necessaria per elaborare il potassio, la camomilla vi aggiunge un’elaborazione del calcio, e con ciò essenzialmente può contribuire a tenere lontane dalle piante le azioni dannose di fruttificazione, conservandole sane. Il meraviglioso è che anche la camomilla contiene zolfo, ma in dosaggio diverso, appunto perché deve elaborare il calcio. Il processo va studiato ulteriormente. Quel che viene dalla scienza dello spirito ha il suo punto di partenza da lontano, dal grande, dal macrocosmo come si usa dire, e non dal microcosmo.

 

Dobbiamo ora seguire il processo operato dalla camomilla quando venga ingerita nell’organismo animale o umano. Per tutto ciò che si svolge nell’organismo umano o animale in seguito all’ingestione della camomilla la vescica urinaria è abbastanza trascurabile, mentre assume invece grande significato proprio la sostanza delle pareti intestinali. Volendo perciò agire con la camomilla come ci si è comportati con l’achillea, se ne devono cogliere le belle testine gialle e trattarle in analogia come si è fatto con gli ombrellini dell’achillea, non immettendole però in una vescica urinaria, ma nelle budella di un bovino.

 

Di nuovo si fa qualcosa di bello; senza molta fatica si fa qualcosa di meraviglioso; invece di usare tutto per delle salsicce, come ovunque si fa a questo proposito, si fanno delle salsicce con degli intestini di bovino nei quali il riempitivo è quello che è stato elaborato nel modo indicato prendendole dalle piantine di camomilla. Si è così fatto qualcosa che deve venir esposto in modo giusto agli influssi naturali, rimanendo anche qui sempre nel campo delle cose viventi. In questo caso si tratta però di far agire il più possibile la forma di vitalità affine all’elemento terrestre, e occorre mettere nuovamente per tutto l’inverno questi preziosi salsicciotti (e sono veramente preziosi) in un terreno possibilmente ricco di humus ad una non eccessiva profondità, cercando a tale scopo un posto in cui la neve rimane più a lungo e a lungo sia esposta bene ai raggi solari; così le azioni astrali cosmiche vengono ad agire nel posto in cui sono stati sotterrati i preziosi salsicciotti.

 

In primavera i salsicciotti vengono poi estratti e conservati come ho già detto, per venir poi aggiunti al concime nello stesso modo usato per l’achillea. Si vedrà come con questa aggiunta si ottenga un concime che anzitutto è più costante di ogni altro per contenuto di sostanze azotate, avendo allo stesso tempo la capacità di vivificare la terra in modo da conferirle un’azione molto stimolante sull’accrescimento vegetali. Operando la concimazione in questo modo invece di trascurarla, si otterranno soprattutto piante più sane, veramente più sane.

 

Oggi tutte queste sembrano cose da pazzi, lo so bene, ma pensiamo quante sono le cose che la gente ha considerato folli e che poi sono finite per entrare nella pratica dopo pochi anni. Basterebbe leggere i giornali svizzeri dove si racconta di un tale che voleva costruire funicolari e che dovette subire non so quanti improperi. Poco tempo dopo le funicolari furono ugualmente costruite, e oggi nessuno pensa più che quel tale fosse pazzo quanto lo si riteneva. In tutte le cose si tratta di saper mettere da parte i pregiudizi. Come ho detto, queste due piante potrebbero a volte essere di difficile reperimento in qualche zona, e in tal caso bisognerebbe ricorrere a qualche surrogato, ma allora il processo non sarebbe più altrettanto efficace. Si può però usare la pianta nella forma essiccata.

 

Per ottenere un’azione efficace sulle nostre masse di concime sarà invece più difficile trovare un surrogato per una pianta che spesso non si apprezza, nel senso che si accarezza quel che piace. Non si accarezza volentieri questa pianta, perché si tratta dell’ortica. Essa è davvero la massima benefattrice della crescita vegetale, e proprio non la si può sostituire con altre piante. Ammesso che non la si possa trovare sul terreno in qualche posto, la si dovrebbe comperare essiccata, ma l’ortica è un essere cosmopolita e può fare veramente molto. Anch’essa porta in sé l’elemento che dappertutto introduce ed elabora le forze spirituali, porta in sé lo zolfo che ha l’importanza di cui ho già parlato. Ma oltre a favorire nelle loro irradiazioni e correnti il calcio e il potassio, l’ortica favorisce anche radiazioni del ferro, quasi altrettanto utili nei processi della natura quanto lo sono le radiazioni del ferro nel nostro sangue. Data la sua bontà l’ortica non si merita proprio di essere spesso tanto disprezzata per come cresce in natura. Essa dovrebbe veramente crescere intorno al cuore stesso dell’uomo, perché nella natura, con la sua grandiosa azione interiore, con la sua organizzazione interna, è proprio affine al cuore nell’organismo umano. Va tenuto presente che anzitutto l’ortica apporta un grande beneficio (e mi scuserà l’ospite se in questo momento mi riferisco troppo a questo luogo) perché essa, si può dire, contribuisce a liberare il terreno dal ferro quando è necessario; lo si ottiene coltivando ortiche in luoghi non importanti. Esse liberano in modo particolare lo strato superiore del terreno da effetti indesiderabili del ferro perché lo assorbono volentieri, lo attirano a sé. Se l’ortica non sbarazza il terreno proprio dal ferro materiale, ne impedisce però l’effetto sulla crescita delle piante. La semina di ortiche dovrebbe perciò avere proprio per questa regione un effetto particolarmente favorevole. Ne accenno in ogni caso di passaggio. Comunque voglio dire che la sola presenza dell’ortica può essere significativa in tutta una zona per la crescita delle piante.

 

Per migliorare il concime si prenda dunque l’ortica, come la si può avere, la si lasci di nuovo appassire un po’, la si pressi un poco, ma non la si metta né in una vescica di cervo, né in una budella di bovino; la si interri semplicemente come sta, al massimo la si ricopra tutt’attorno per esempio con della torba allo scopo di isolarla un po’ dal contatto diretto con la terra. La si seppellisca direttamente nel terreno e si osservi bene il luogo affinché non capiti di prendere della pura terra quando poi si vorrà dissotterrare l’ortica. Le ortiche così interrate vengano lasciate in sito tutto l’inverno e tutta l’estate (devono cioè rimanere interrate per un anno intero). Si ha allora una sostanza dall’azione intensissima.

 

Se viene ora immessa nel concime nel modo che ho già indicato per le altre, si ottiene che il concime diventa interiormente sensibile, nel vero senso della parola, come se fosse diventato ragionevole; quindi ora non permette più che una sostanza qualsiasi si decomponga in modo errato, liberi in modo errato azoto, e così via. Proprio con questo additivo si può rendere ragionevole il concime, e soprattutto lo si può rendere atto a rendere a sua volta ragionevole anche il terreno al quale viene distribuito; così il terreno stesso si individualizza nei confronti delle singole piante che si vogliono coltivare. Si tratta veramente di un “render ragionevole” il terreno, e lo si ottiene con questo additivo di Urtica dioica.

 

Gli odierni metodi di miglioramento del concime, anche se al momento sono talvolta sorprendenti per il loro effetto esteriore, in conclusione arrivano a trasformare per così dire gli eccellenti prodotti della terra in meri riempitivi dello stomaco, senza più forza nutritiva vera e propria. Non devono ingannare prodotti voluminosi e gonfiati, ma si deve badare che siano consistenti e provvisti di vera forza nutritiva.

 

Qua e là si possono presentare in agricoltura malattie delle piante, e ora voglio parlarne solo in generale. Oggi si tende alla specializzazione per ogni sorta di cose, e si parla quindi di singole specifiche malattie. Finché si fa pura scienza è giusto che si sappia come si presentano i diversi fenomeni, ma in genere al medico giova poco il solo saper descrivere una malattia; per lui conta essere in grado di guarirla, e per la guarigione valgono ben altre prospettive che non quelle valide per la descrizione della malattia. Si può aver raggiunto una grande perfezione nella descrizione delle malattie, si può sapere che cosa avviene con esattezza nell’organismo secondo le regole della fisiologia o della chimica fisiologica, e non essere affatto in grado di guarire il male. Non si deve guarire partendo da reperti istologici o microscopici, ma partire dalle grandi connessioni. Così è anche per la natura delle piante, e dato che sotto questo profilo la natura delle piante è più semplice di quella degli animali o dell’uomo, anche la cura può in un certo senso prendere le mosse da elementi che si svolgono in una sfera più generale; si può così ricorrere a mezzi che abbiano piuttosto il carattere di medicine universali. Se non lo si potesse fare rispetto al mondo delle piante ci si troverebbe in una condizione veramente precaria, simile a quella in cui ci si trova spesso in veterinaria (e torneremo a parlarne), ma non nella medicina umana. L’uomo può infitti dire dove ha male, le piante e gli animali no. Per le piante il fenomeno si svolge proprio in termini più generali. Se non tutte, numerose malattie delle piante appena osservate possono venir eliminate con una razionale preparazione del concime, purché si proceda giustamente.

 

È necessario allo scopo immettere calcio nel terreno con la concimazione, ma a nulla serve buttarlo nel terreno saltando il passaggio attraverso l’elemento vita. Per agire in senso terapeutico il calcio deve rimanere nell’ambito del vivente, non deve uscire dall’ambito del vivente. Non otterremmo nulla con la calce abituale o con altri prodotti simili.

 

Esiste una pianta ricca di calcio, col settantasette percento di calcio nelle sue ceneri, sotto forma però di fine composizione: è la quercia. La sua corteccia rappresenta specialmente una specie di prodotto intermedio fra l’elemento vegetale e l’elemento vivente della terra, proprio nel senso che ho spiegato a proposito della parentela fra l’elemento vivificato della terra e la corteccia degli alberi. Rispetto al calcio che si presenta, si può dire che le struttura calcarea esistente nella corteccia della quercia è proprio l’ideale. Quando il calcio si trova ancora in uno stato vitalizzato (non quando è in condizione di sostanza morta, sebbene agisca ancora nella condizione di elemento morto) ha le proprietà che ho indicate, genera cioè ordine quando il corpo eterico agisce troppo intensamente, e di conseguenza l’astrale non può penetrare in qualcosa di organico. Il calcio uccide (smorza) il corpo eterico e rende così libero il corpo astrale, il che avviene nel caso di ogni sostanza calcarea. Quando vogliamo che in un modo molto bello un eterico ipertrofico si ritragga, e lo faccia in modo che il ritrarsi avvenga molto regolarmente, senza generare scosse in seno all’organismo, dobbiamo adoperare il calcio proprio nella struttura che troviamo nella corteccia della quercia.

 

Possiamo quindi raccogliere corteccia di quercia come la troviamo. Non ce ne occorre molta, basta quel tanto che possiamo raccogliere con facilità. Dopo raccolta, la trituriamo un po’ in modo da ottenerne briciole, una consistenza granulare; prendiamo poi un cranio di una qualsiasi delle nostre bestie domestiche, una teca cranica, e vi mettiamo la corteccia di quercia sbriciolata, chiudiamo con altra massa ossea il meglio possibile la teca cranica così riempita, la mettiamo nel terreno e, dopo averla interrata non molto profondamente, vi mettiamo sopra della torba cercando di far fluire in quel posto la maggior quantità possibile di acqua piovana con un canale qualsiasi. Si potrebbe persino fare in modo di introdurre in una botte sostanza vegetale così che si formi sempre una melma vegetale; nella botte si fa fluire in continuità l’acqua piovana, facendola anche scorrer via. In questa melma si mette l’involucro osseo che ho descritto e che contiene la corteccia di quercia ridotta a briciole. Essa deve stare così tutto un inverno. L’acqua da neve è altrettanto buona quanto l’acqua piovana. L’insieme deve così poter passare l’inverno, trascorrere se possibile l’autunno e l’inverno in questa condizione.

 

Questo preparato viene aggiunto come additivo al nostro concime per quel tanto di forza che occorre per combattere profilatticamente malattie dannose alle piante. Abbiamo così già inserito quattro additivi. Tutto ciò richiede certamente un po’ di lavoro, ma pensandoci bene ci si accorgerà che esso procura meno fatica dell’uso di tutte le chincaglierie chimiche prodotte nelle fabbriche per l’agricoltura, chincaglierie che fra l’altro devono essere anche pagate. Ci si accorgerà che dal punto di vista economico è più redditizio quel che abbiamo esposto.

Ma abbiamo bisogno anche di altro additivo che ci aiuti ad attirare nel giusto modo da tutto l’ambiente cosmico anche la silice.

 

Anch’essa deve trovarsi nella pianta, perché proprio a questo riguardo la terra sta perdendo con l’andar del tempo la sua capacità di accoglierla. La terra la perde gradualmente, e quindi non ce ne accorgiamo. Coloro che guardano soltanto ai fenomeni microcosmici, e non al macrocosmo, non fanno caso alla perdita di silice, perché secondo loro essa non ha alcun significato per la crescita delle piante. Invece ne ha moltissimo. A questo riguardo bisogna sapere certe cose. Per gli scienziati non è oggi più motivo di confusione quel che ancora lo era poco tempo fa, e oggi si può parlare di trasmutazione degli elementi senza imbarazzo. L’osservazione di molti elementi ha in proposito già domato i leoni del materialismo.

 

Eppure non si conoscono affatto certi fenomeni che si svolgono di continuo attorno a noi. Se si conoscessero sarebbe più facile trovare credibili cose come quelle da me spiegate qui. So benissimo che qualcuno, imbottito dal modo attuale di pensare, mi obietterà di non aver detto nulla del come si venga a migliorare il contenuto azotato del concime. Invece ne ho parlato di continuo, specialmente quando ho detto dell’achillea, della camomilla e dell’ortica, perché nel processo organico esiste una misteriosa alchimia per cui, se il potassio lavora in modo corretto, viene trasmutato realmente in azoto, così come avviene per il calcio che si trasmuta in azoto, sempre a condizione che anche il calcio lavori correttamente. Già sappiamo che nella crescita delle piante ci sono tutti e quattro gli elementi di cui abbiamo parlato. Oltre allo zolfo c’è anche l’idrogeno. Ho già parlato del significato dell’idrogeno. Esiste però un rapporto qualitativo reciproco fra calcio e idrogeno che è affine al rapporto esistente nell’aria fra l’ossigeno e l’azoto. Lo si porrebbe già dedurre per mezzo di un’analisi chimica puramente quantitativa, che rileverebbe un’affinità nel rapporto esistente fra l’ossigeno e l’azoto dell’aria, e il calcio e l’idrogeno per quanto si riferisce ai processi organici. Sotto l’influsso dell’idrogeno vengono infatti continuamente trasformati il calcio e il potassio in elementi di natura azotata, e alla fine in azoto vero e proprio. L’azoto nato per questa via è di estrema utilità per la crescita delle piante, ma lo si deve lasciar generare per le vie che ho descritte.

 

L’acido silicico contiene il silicio. Nell’organismo il silicio viene di nuovo trasformato in una sostanza che ha ima straordinaria importanza e che per ora non viene ancora annoverata fra gli elementi chimici. Per poter attrarre e usare le forze cosmiche è necessaria la silice, e perciò deve crearsi nella pianta una corretta azione reciproca fra la silice e il potassio, e non il calcio. Dobbiamo dunque vivificare il terreno affinché esso stabilisca tale corretta azione reciproca per mezzo della concimazione. Dobbiamo cercare una pianta che, in virtù della propria relazione fra potassio e silice, sia in grado di trasmettere questo suo potere al concime, una volta che vi sia stata immessa di nuovo in una specie di dose omeopatica. Questa pianta è senz’altro reperibile, e sotto questo profilo è per se stessa un fattore benefico quando cresce nelle nostre campagne Si tratta del tarassaco, del dente di leone (volgarmente “soffione”). L’innocente e giallo tarassaco è per se stesso straordinariamente benefico per le zone in cui prospera, perché è Lintermediario fra la silice finemente suddivisa in modo omeopatico nel cosmo e la silice richiesta dall’intera zona in cui esso si trova. Il tarassaco è veramente una specie di messaggero celeste, ma volendo renderlo attivo nel concime, avendone bisogno, lo si deve usare in modo adeguato. Lo si deve naturalmente esporre all’azione della terra proprio nel periodo invernale. Si tratta però ora di utilizzare le forze periferiche, lavorandolo allo stesso modo degli altri preparati.

 

Raccogliamo quindi le testine gialle del tarassaco, lasciamole appassire un poco, pressiamole e cuciamole poi in una membrana mesenteriale di bovino, e mettiamole infine nella terra per tutto l’inverno. Quando poi a primavera si tolgono dalla terra i fiori (che possono essere conservati fino al momento in cui se ne ha bisogno) essi sono effettivamente compenetrati in modo completo da attività cosmica. La sostanza così ottenuta può essere aggiunta al concime nel modo usuale; essa darà al terreno la capacità di attrarre dall’atmosfera e dal cosmo tanta silice quanta è necessaria alla pianta per renderla realmente sensibile verso tutto ciò che agisce dall’ambiente, e attrarre a se per propria attività ciò di cui ha bisogno.

 

Per poter crescere realmente le piante devono avere una specie di sensibilità. In quanto uomo posso passare davanti a un tipo ottuso senza che egli avverta la mia presemi e così tutto quanto sta sul terreno e al di sopra di esso può passare oltre di fronte a una pianta ottusa senza che questa ne avverta la presenza. Essa non lo percepisce e quindi non può usarlo per la propria crescita. Ma se viene finemente vivificata e compenetrata dalla silice nella maniera predetta, allora essa diventa sensibile verso tutto e attira a sé tutto. Si può per altro con facilità indurre la pianta a utilizzare soltanto un piccolo settore dell’ambiente terrestre che la circonda per attirare ciò di cui ha bisogno. Naturalmente questo non è bene. Se però ai lavora il terreno come ho detto prima, la pianta diventa capace di attirare da un ambiente più vasto quanto le necessita. Essa si può giovare non solo di quanto esiste sul proprio terreno, ma anche di ciò che sta sul prato più vicino; avendone bisogno é in grado di giovarsi di quanto esiste in un vicino bosco, purché essa sia stata prima resa opportunamente sensibile. Mettiamo cosi in opera un’interazione in seno alla natura proprio somministrando alle piante le forze che vogliamo far loro giungere in questo modo, tramite il tarassaco.

 

Ritengo quindi che si debba mettere in atto la preparatone del concime immettendovi realmente questi cinque ingredienti, oppure dei loro surrogati. Nel futuro si dovrà trattare un concime con achillea, camomilla, ortica, corteccia di quercia, tarassaco o dente di leone, invece che con chincaglierie chimiche. Un concime trattato come ho detto avrà in effetti molto di ciò che gli si richiede.

 

Per fare ancora un passo, prima ancora di adoperare il letame preparato, si prendano i fiori della Valeriana officinalis, si premano e si diluisca molto fortemente il prodotto di tale spremitura; lo si può preparare in ogni momento e poi conservarlo, specie se per diluirlo si usa acqua calda. Aggiungendo in modo sottile al concime questo succo così diluito di fiori di valeriana, si può risvegliare in esso quanto lo stimola in modo particolare a comportarsi in giusto modo rispetto a quella che si indica come sostanza fosforica. Con questi sei ingredienti si potrà allora preparare un concime veramente eccellente, sia che si parta dal letame, sia da un composto organico, sia anche dal colaticcio.

 

 

By | 2018-10-29T23:46:02+01:00 Ottobre 29th, 2018|BIODINAMICA|Commenti disabilitati su 05 – IL GIUSTO DOSAGGIO DEL CONCIME