/////05 – IL PROCESSO ECONOMICO È UN CERCHIO CON FORMAZIONE E DISTRUZIONE DI VALORI

05 – IL PROCESSO ECONOMICO È UN CERCHIO CON FORMAZIONE E DISTRUZIONE DI VALORI

Il processo economico è un cerchio con formazione e distruzione di valori

O.O. 340 – I capisaldi dell’economia – 28.07.1922


 

Sommario: Il processo economico è un cerchio con formazione e distruzione di valori. Tensioni formatrici di valori a seguito del consumo. Credito personale e credito reale e rispettive tendenze a diminuire o ad aumentare i costi. Accumulazione del capitale nei terreni e conseguente formazione di valori apparenti. Necessità del consumo del capitale, tranne un «seme». Le associazioni devono regolare il processo economico mediante la mobilità dei lavoratori. Il prezzo dipende dal numero dei lavoratori nei diversi settori.

 

Se nell’ambito del processo economico seguiamo i fatti che ieri abbiamo esaminati, per proseguirne l’osservazione, ci risulta dell’altro. Abbiamo veduto come il processo economico si metta in moto partendo dal lavoro che anzitutto si compie sulla natura; dal prodotto naturale non ancora lavorato, e ancora privo di valore economico, sorge il prodotto naturale lavorato. Poi il lavoro viene in certo modo afferrato dal capitale; il capitale organizza il lavoro che a sua volta scompare nel capitale; per l’ulteriore progresso del processo economico, è quindi il Capitale che deve lavorare. Ma questo lavoro non è più lavoro nello stesso senso di prima: è l’accoglimento del capitale da parte dell’elemento spirituale. Questo a sua volta, valorizzando ulteriormente il capitale nell’àmbito del processo economico, ne fa appunto proseguire lo svolgimento.

 

Per poter arrivare a poco a poco a una comprensione della formula indicata ieri, vorrei farne una raffigurazione schematica. Quando diciamo: la natura si sommerge nel lavoro, indichiamo una corrente che va da natura a lavoro (v. disegno seguente). Poi il lavoro si sviluppa oltre. I valori sviluppati continuano in certo modo il loro cammino. Il lavoro scompare nel capitale. Dopo aver seguito il processo fin qui, si potrà facilmente continuarlo. Bisogna che il circolo si chiuda. Il capitale non può semplicemente arrestarsi, ché in tal caso non si avrebbe un processo organico, ma un processo che nel capitale si estinguerebbe. Bisogna dunque che il capitale scompaia a sua volta nella natura; ma per capire giustamente questo fatto evidente, occorre prendere in aiuto un altro concetto.

 

Pensiamo un momento ai concetti che ho sviluppato fino ad ora, trattando del processo economico: ho parlato della lavorazione della natura, dell’organizzazione del lavoro da parte dello spirito, e così della genesi del capitale, fenomeno che accompagna l’organizzazione del lavoro da parte dello spirito

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Ho parlato anche dell’esistenza del capitale, che in certo modo è raccolto dallo spirito che ha organizzato il lavoro e dell’autonomia conseguita dal capitale, nel quale il lavoro scompare e lo spirito opera quale inventore nel contesto sociale. Il lato prettamente tecnico delle invenzioni non ci riguarda qui; ce ne occuperemo continuando le nostre considerazioni.

 

Se abbracciamo con lo sguardo tutto ciò che sono venuto esponendo, si vedrà che è stato esposto in una prospettiva unilaterale (ma dovevo farlo), cioè dal punto di vista della produzione; finora non ho parlato di altro, se non incidentalmente. Ho introdotto talora qualche concetto attinente al consumo, quando abbiamo dovuto sfiorare il problema del prezzo; ma del consumo in sé non ho ancora parlato. Come è ben noto, il processo economico non consiste però della sola produzione ma anche del polo opposto di questa, cioè del consumo. Il nostro sforzo è stato fin qui diretto a trovare nell’àmbito della produzione i valori generati nel processo economico; invece il consumo è un incessante dar fondo a tali valori, consiste nell’eliminarli e quindi svalorizzarli come tali. In realtà l’altra parte dèi processo economico è l’incessante eliminazione dei valori. Proprio per questo è in certo senso giustificato dire che il processo economico è un processo organico, un processo nel quale poi interviene lo spirito. Un organismo è tale per il fatto di comporre in sé qualcosa che poi torna a decomporsi; deve cioè continuamente produrre e consumare. Del pari ci deve essere una continua produzione e un continuo consumo anche nell’organismo economico.

 

Giungiamo così a vedere in un’altra luce, da un altro punto di vista, le forze produttive di valori che ci sono apparse sin qui. Finora abbiamo solo assistito al nascere dei valori nel corso del processo produttivo. Ma ogni qualvolta un valore viene a trovarsi all’inizio della sua svalorizzazione, tutto il movimento da noi indicato si muta. Quel che abbiamo osservato sin qui è un continuo movimento di valori che si formano dall’applicare il lavoro alla natura, poi lo spirito al lavoro, e finalmente lo spirito al capitale; tutto ciò è un movimento progrediente.

 

Possiamo dunque dire di aver considerato finora il movimento generatore di valori nel processo economico. Ma per il fatto che in questo entra continuamente in gioco anche l’elemento svalorizzatore, il consumo, si verifica anche un altro sviluppo di valori: quello che sorge tra la produzione stessa e il consumo. Quando il valore entra nella sfera del consumo, non procede più oltre, non aumenta. Gli si pone di fronte appunto il consumo con le sue esigenze. Qui il valore s’imposta in tutt’altro modo da come ci è apparso impostato finora. Se prima abbiamo considerato il valore in un movimento progrediente (v. dis. precedente), ora dobbiamo cominciare a seguirlo nel suo movimento fino a un dato punto, e poi vederlo arrestato. Ogni qualvolta il valore viene arrestato, non si ha più un movimento generatore di valori, ma sorge una tensione generatrice di valori.

 

Questo è un secondo elemento che troviamo nel processo economico. In esso non si hanno soltanto movimenti produttori di valori, ma anche tensioni che producono valori. Noi possiamo osservarle con la massima evidenza, quando il consumatore viene a trovarsi di fronte al produttore o al negoziante; un momento dopo, si potrebbe dire, la formazione del valore cessa e si passa alla svalorizzazione. Qui si forma una tensione che viene tenuta in equilibrio dall’altro lato, cioè dalla richiesta. Il processo della produzione di valori viene arrestato; la richiesta, il consumo gli si fanno incontro, e ne nasce la tensione tra produzione e consumo. Anch’essa è un fattore generatore di valori che si deve però paragonare a uno sviluppo d’energie trattenuto, tenuto in equilibrio, non a una propagazione ulteriore di esse. Si ha qui assolutamente un’analogia col fenomeno fisico delle forze vive e delle forze di tensione, delle energie cinetiche e delle energie di posizione, dove si genera equilibrio.

 

Se teniamo presenti queste energie di tensione nel processo economico, e ci formiamo delle giuste vedute, saremo in grado di comprendere ogni singolo fenomeno economico-sociale; altrimenti, ci smarriremo nella più grande confusione. Per esempio, tenendo conto solo unilateralmente dei movimenti economici delle energie, riuscirà incomprensibile perché il brillante della corona d’Inghilterra abbia un valore così immenso: per comprenderlo, si deve ricorrere al concetto del valore economico di tensione. Così ancora oggi si vedono molti economisti tener conto della rarità di qualche prodotto naturale. La rarità non andrebbe mai considerata quale produttrice di valori, se si pensa generatore di valori nel processo economico solo il movimento, e non s’impara gradatamente a capire come qua o là, segnatamente grazie al consumo ma anche grazie ad altre circostanze, entri in gioco la generazione di valori dovuta a tensioni, a situazioni, a posizioni di equilibrio.

 

Nel processo economico, che dobbiamo proprio considerare come un processo organico e nel quale continuamente interviene lo spirito, può dunque subentrare anche la svalorizzazione. La svalorizzazione deve essere di continuo presente, o meglio è continuamente presente. Diremo dunque: mentre i valori percorrono la via dalla natura al capitale, attraverso il lavoro, si verificherà in pari tempo una continua svalorizzazione. Se però essa non potesse verificarsi in modo adeguato, che cosa avverrebbe? Lo si può vedere dal disegno che abbiamo fatto (a sinistra: consumo del capitale).

 

Per chiarirci bene la cosa, guardiamo il problema del credito. Se vogliamo porre il capitale al servizio dello spirito, nel senso esposto ieri, il produttore spirituale diventa debitore. Diventa debitore, o può diventare tale solo per il fatto di avere credito. Qui (nel disegno fra «capitale» e «natura») entra in gioco il credito e precisamente quello che si può chiamare credito personale. Il credito si può esprimere in cifre. Il capitale, che altre persone concedono a qualcuno, forma in certo modo il suo credito personale. Ora questo credito personale, come si sa, ha una determinata conseguenza, per lo meno se lo consideriamo nel quadro dell’economia attuale. Esso, nei suoi effetti economici, è legato col saggio d’interesse.

 

Supponiamo che il saggio d’interesse sia basso; in tal caso ho poco da pagare a chi mi presta il capitale se, come produttore spirituale, domando credito e divento così debitore nel processo economico. Avendo quindi meno interessi da pagare, potrò produrre le mie merci più a buon mercato; di conseguenza eserciterò nel processo economico un’influenza moderatrice sui prezzi. Possiamo cioè dire: il credito personale ribassa i costi di produzione quando il tassò d’interesse diminuisce. Questo avviene sempre finché nel processo economico il capitale venga ancora semplicemente adoperato dallo spirito. Più è basso il saggio d’interesse, e più chi ha bisogno di credito può muoversi agevolmente e intervenire più intensamente nel processo economico, s’intende a beneficio della collettività. Se dunque egli può far sì che le merci ribassino di prezzo, la sua azione è vantaggiosa anzitutto per i consumatori.

 

Ora però rappresentiamoci l’altro lato del fenomeno. Si accorda anche del credito sulle terre, il cosiddetto credito reale, credito fondiario. Quando si tratta di credito fondiario, di credito su immobili, la cosa cambia totalmente. Poniamo che l’interesse sia del 5%, che dunque chi riceve dei capitali dati a credito su terreni debba pagare il 5%. Capitalizzando l’interesse, si avrà il valore del fondo in caso di vendita. Se invece il tasso d’interesse scende al 4%, potrà essere investito nel fondo un capitale maggiore.

 

Vediamo dovunque che, ribassando il tasso d’interesse, le terre aumentano di valore. Vengono dunque a costare non meno, ma di più. Il credito fondiario eleva i prezzi, mentre il credito personale li abbassa. Questo è un fatto molto significativo nel processo economico, poiché vuol dire che quando il capitale ritorna alla natura, e con essa semplicemente si collega in forma di credito fondiario, quando cioè il capitale si collega con la terra, il processo economico viene condotto sempre più verso il rincaro.

 

Solo una cosa può dunque essere ragionevole, e cioè che, nel punto già indicato sul disegno, nella natura, il capitale non si conservi, ma scompaia. In qual modo può esso scomparire nella natura? Finché in genere si potrà collegare il capitale con la natura, vale a dire finché, attraverso la formazione di capitali, si potrà far rincarare la terra ancora incolta, il capitale non potrà scomparire nella natura, ma al contrario vi si manterrà. In tutti i paesi dove la legislazione ipotecaria consente che il capitale possa collegarsi con la natura, si vede il capitale fermarsi nella natura, nelle terre. Sicché così, in luogo di un consumarsi, di un dileguarsi del capitale, invece del sorgere di una tensione formatrice di valore, si ha una continuazione del movimento formatore di valore che è dannosa al processo economico. Lo si potrà evitare solo quando il processò economico sia sano, se a chi deve lavorare la terra non si concede un credito fondiario, bensì anche qui soltanto un credito persona-, le, ossia un credito per l’utilizzazione del capitale mediante il terreno. Se semplicemente colleghiamo il capitale col terreno, nel momento in cui arriva alla natura, il capitale si accumula. Se invece lo colleghiamo con le facoltà spirituali fattive di chi amministra e fa lavorare la terra, promuovendo così il processo economico, vedremo che il capitale, arrivando alla natura, scomparirà, non si accumulerà, non si conserverà, ma passando per la natura, si riverserà di nuovo nel lavoro e così ricomincerà il suo giro. Uno dei peggiori intoppi nel processo economico si ha quando il capitale si collega semplicemente con la natura, quando (prendendo per ipotesi il processo economico al suo punto iniziale) dopo che lavoro e capitale si sono sviluppati applicandosi alla natura, il capitale viene a trovarsi nella situazione di impadronirsi della natura, invece di scomparire in essa.

 

Ora si potrà naturalmente fare un’obiezione molto importante: il capitale è sorto appunto entro il movimento indicato; come si fa se, arrivato alla natura, esso è tanto abbondante che non si ha la possibilità di farlo affluire nel lavoro, di scoprire ad esempio nuovi metodi per promuovere la produzione di materie prime gregge? In questi casi il capitale non si collega con la natura, ma col lavoro. Se dunque si arriva col capitale a questo punto e qui si razionalizza la produzione di materie prime, o se ne schiudono nuove fonti, il capitale viene passato direttamente al lavoro. Se arrivati qui si ha un’esuberanza di capitale, i singoli capitalisti, che non sanno più che fare col loro capitale, naturalmente ne risentono. Osservando infatti il fenomeno in una prospettiva storica, si vede che in effetti si è prodotta un’esuberanza di capitale, tanto ch’esso non ha potuto trovare altro impiego che quello di conservarsi nella natura; appunto per questo abbiamo visto formarsi nel processo economico il cosiddetto valore delle terre, l’aumento del valore delle terre.

 

Osservando ora in questa connessione più vasta, quello che da certi fautori della riforma fondiaria fu sempre prospettato in modo insufficiente, si dovrà dire: se colleghiamo il capitale con la natura, il valore della natura ne viene accresciuto.

 

Quante più ipoteche gravano sopra un fondo, tanto più caro esso dovrà poi esser pagato; il suo valore aumenta di continuo. Ma questo aumento di valore del terreno è forse reale? No, non lo è affatto. Per sua natura, il terreno non può acquistare maggior valore; tutt’al più potrà acquistarlo, sé ad esso verrà applicato un lavoro più razionale. In tal caso sarà il lavoro che rialza il valore; ma pensare accresciuto di valore il terreno stesso come tale è un assurdo, un assoluto nonsenso. Il terreno, in quanto è natura, non può ancora avere un valore; gli si conferisce un valore nel momento in cui lo si congiunge col capitale; sicché si può dire: quel che viene chiamato valore del terreno nell’economia odierna, non è in realtà se non capitale fissato nel terreno. Ma il capitale fissato nel terreno non è un valore reale, è un valore apparente. In definitiva è importante imparare, anche nell’ambito del processo economico, quali siano i valori reali e quali i valori apparenti.

 

Se nel nostro sistema di idee s’insinua un errore, in un primo tempo non ne osserviamo gli effetti, perché la connessione tra l’errore e tutti i conseguenti processi perturbatori del nostro organismo (che si riconoscono solo mediante la scienza dello spirito) sfugge all’odierna osservazione scientifica. Per esempio si ignora come, in seguito a tali errori, si producano in organi periferici dei disturbi di digestione. Ma nel processo economico gli errori e le illusioni agiscono, diventano reali e portano conseguenze. Economicamente non vi è alcuna differenza sostanziale tra lo spendere del denaro non fondato sopra una realtà, ma dovuto a un semplice aumento delle banconote in circolazione, e l’attribuire un valore di capitale alle terre. In ambedue i casi io creo dei valori apparenti. Se aumento la circolazione, rialzo i prezzi come cifra, ma in realtà non faccio nulla nel processo economico, compio soltanto uno spostamento; posso però danneggiare enormemente singoli individui. Così questa capitalizzazione del terreno danneggia gli uomini collegati fra loro nel processo economico.

 

Si potrebbero fare studi molto interessanti, confrontando per esempio la legislazione ipotecaria nei paesi dell’Europa centrale prima della guerra, nei quali si poteva elevare a piacimento il valore della terra, determinato appunto dalla legislazione, con la legislazione inglese per la quale non era possibile fare salire in modo sostanziale il valore del terreno, ove si considerino gli effetti sul processo economico. Questi argomenti potrebbero essere temi interessanti per tesi di laurea, in modo particolare il confronto tra gli effetti monetari delle legislazioni inglese e tedesca in materia ipotecaria.

 

Ho cercato così di mostrare quale sia in realtà il problema e come effettivamente la natura non debba imprigionare il capitale, conservandolo come tale, ma come esso debba continuare ulteriormente a operare indisturbato nel lavoro. Se però, giunti al punto già indicato nel disegno, il capitale c’è e non può venir impiegato, l’unico modo di non conservarlo in maniera indebita, è che lungo la via esso venga consumato, così che alla fine ne resti solo quel tanto che si possa trasfondere di nuovo nella lavorazione del suolo, ma non in misura maggiore di quanto sia richiesto dal lavoro stesso. La cosa più ovvia è che il capitale, lungo questa via, venga realmente consumato. Sarebbe infatti terribile (pensiamolo come ipotesi), se lungo tutto questo cammino nulla venisse consumato: bisognerebbe trascinarci dietro i prodotti. Il processo diventa organico solo per il fatto che i prodotti vengono consumati. Ma proprio come viene consumata la natura elaborata, come viene consumato il lavoro organizzato dal capitale, così anche il capitale deve venir consumato nel suo cammino ulteriore. Il consumo del capitale deve in effetti avvenire.

 

Ciò può essere realizzato solo se l’intero processo economico, dall’inizio alla fine, vale a dire fino al suo ritorno alla natura, sia regolato in modo giusto, sì che vi sia qualcosa di simile all’«autoregolazione» dell’organismo umano. Questo, quando funziona normalmente, impedisce che si depositino in qualche posto tutte le sostanze alimentari non assimilate. Se invece sostanze alimentari non assimilate si depositano qua e là nel nostro corpo, noi ci ammaliamo. Si pensi per esempio a come sostanze si depositano quando si ha una digestione nella testa, quando cioè si ha nella testa una digestione irregolare. Le sostanze non vengono eliminate, si depositano; in altre parole l’eliminazione non è regolare e abbiamo l’emicrania. In ogni parte dell’organismo umano si può riscontrare come molto spesso la causa di fenomeni patologici risieda nell’irregolare assorbimento ed eliminazione delle sostanze che si dovrebbero digerire. Lo stesso avviene nell’organismo sociale per l’accumulo di ciò che in un dato luogo dovrebbe essere consumato. È assolutamente necessario che, nel punto già indicato nel disegno, avvenga il consumo del capitale, affinché il capitale non possa andare a morire nella natura, formandovi un deposito fossilizzato. La capitalizzazione dei terreni è infatti un’inclusione dannosa nel processo economico.

 

Desidero far notare esplicitamente che non si tratta di atteggiamenti agitatori. Io intendo sviluppare i problemi come essi si presentano nel processo naturale. Qui considero solo l’aspetto scientifico, ma non si può trattare una scienza che si occupa delle azioni umane senza far presenti i fenomeni patologici che possono sorgere, così come non si può studiare l’organismo umano senza far presenti i fenomeni patologici che in esso possono insorgere. Un certo consumo di capitale deve verificarsi; però non il consumo totale. Bisogna che qualcosa ne sopravanzi, affinché la natura possa poi venir lavorata ulteriormente.

 

Che cosa debba sopravanzare può essere spiegato con un’altra immagine. Prendiamo un contadino; economicamente egli deve di certo consumare il prodotto dei suoi campi; bisogna però che ne conservi una parte come semente per l’anno successivo. La semente deve essere trattenuta, conservata. Quest’immagine si può benissimo applicare al processo indicato nel disegno. Il capitale va consumato fino al punto in cui ne avanzi solo quel tanto che, come una specie di semente, prendendo di nuovo le mosse dalla natura, serva a riaccendere il processo economico. Bisogna dunque che ne rimanga solo quel tanto che ad esempio occorre per promuovere in modo più razionale la provvista di materie prime, o per migliorare il suolo con l’apporto di fertilizzanti migliori. Ma per questo occorre applicare del lavoro. Al consumo del capitale va dunque sottratto ciò che può attivare ulteriormente il lavoro; per contro, deve essere precedentemente consumata la parte che, continuando a sussistere, si collegherebbe qui (il solito punto nel disegno) con la natura in modo inorganico e malsano.

 

Ora si potrà chiedere: ma come si fa per far arrivare a questo punto proprio solo quel tanto di capitale che serva in certo modo da semente per il lavoro ulteriore?

 

Parlando di scienza economica, non possiamo metterci solo sul piano della logica, ma dobbiamo metterci sul piano della realtà. Qui non si possono dare risposte, quali in certe circostanze si hanno nell’etica teorica. Si può benissimo nell’etica teorica ammonire un delinquente e fare tante altre cose. Per l’etica potrà anche bastare. Ma nel campo dell’economia bisogna fare; qualcosa deve compiersi. Si deve parlare di realtà.

 

Quando si parla del processo di produzione e si mostra fino a qual punto esso generi valori, si parla di realtà; quanto al consumo, tutti sanno che si tratta di realtà. Nell’economia bisogna dunque parlare di realtà. Le sole idee non determinano nulla nel mondo reale. Il fattore che regola nel modo giusto il processo economico si esprime nelle «associazioni», come le ho caratterizzate nel mio libro I punti essenziali della questione sociale.

 

Poggiando la vita economica su se stessa e riunendo in modo adeguato in associazioni gli uomini che partecipano alla vita economica, sia da produttori, sia da commercianti, sia da consumatori, essi avranno la possibilità, attraverso tutto il processo economico, di ostacolare una formazione eccessiva di capitale, o di alimentare una formazione troppo debole.

 

Allo scopo occorre naturalmente un’osservazione giusta del processo economico. Se dunque in qualche luogo il prezzo di una merce, diciamo, ribassa eccessivamente, oppure rincara troppo, bisogna saperlo osservare in modo adeguato. Il semplice ribasso o rialzo dei prezzi non ha ancora un significato; solo se, partendo dalle esperienze che possono sorgere unicamente dalle deliberazioni collettive delle associazioni, si sia in grado di dire: cinque unità di denaro, per una certa quantità di sale, sono troppe o troppo poche, cioè il prezzo è troppo alto o troppo basso, solo allora si potranno prendere i necessari provvedimenti.

 

Se il prezzo di qualche merce o prodotto si contrae eccessivamente, fino al punto che i produttori non possono più ricavare la loro adeguata rimunerazione per le loro prestazioni e per i loro prodotti troppo ribassati, bisognerà impiegare in quel ramo un numero minore di operai, e cioè far defluire i lavoratori verso altre occupazioni. Se invece una merce rincara troppo, bisognerà attirare più operai verso quel determinato ramo. È compito delle associazioni occupare un numero adeguato di individui nei singoli rami dell’economia. Si deve essere persuasi che un effettivo rialzo dei prezzi di un prodotto deve provocare un aumento di operai nella sua fabbricazione, mentre una contrazione eccessiva di prezzo porterà la necessità di sviare dei lavoratori da quel campo di lavoro e di dirigerli verso un altro. Possiamo parlare dei prezzi soltanto riguardo alla distribuzione degli uomini in dati campi di lavoro dell’organismo sociale.

 

Quali opinioni dominino a volte oggi, data l’attuale preferenza di lavorare coi concetti piuttosto che con le realtà, lo mostrano certi fautori del cosiddetto «denaro libero». Essi vedono il problema molto semplice: quando, mettiamo, in qualche luogo i prezzi sono troppo alti, quando dunque bisogna spendere troppo denaro per un articolo qualsiasi, essi dicono: si faccia in modo che il denaro scarseggi e allora le merci ribasseranno di prezzo, e viceversa. Ma se si riflettesse a fondo, si vedrebbe che in realtà, nel processo economico, ciò non ha un significato diverso da quello che avrebbe il provocare nel termometro, con astuta manovra, la salita del mercurio quando ci accorgiamo che fa troppo freddo. Così non si fa che curare i sintomi esterni. Non si produce niente di reale col dare semplicemente al denaro un valore diverso.

 

Si produce invece qualcosa di reale, regolando il lavoro, cioè la quantità degli individui addetti al lavoro, poiché i prezzi dipendono appunto dalla quantità dei lavoratori addetti a un determinato campo. Voler far regolare tutto dallo Stato porterebbe alla peggiore tirannia.

 

Si deve invece tendere a che queste disposizioni siano prese da libere associazioni, nate nell’àmbito dei diversi settori sociali, nelle quali ognuno possa partecipare, o perché vi siede di persona, o perché vi è rappresentato, o perché gli viene comunicato che cosa vi avviene, o perché vede direttamente che cosa vada deciso.

 

Questo è naturalmente collegato alla necessità di curare a che il lavoratore sappia fare con le sue mani qualcosa di più che non lo stesso gesto per tutta la vita, ma si metta in grado di cambiare, se occorre, la propria attività. Questa è una necessità proprio perché altrimenti affluirebbe nel solito punto indicato nel disegno troppo capitale. Il capitale che qui sovrabbonda potrà essere impiegato per istruire gli operai, per istradarli verso altri rami di attività. Si vede dunque che, pensando razionalmente, il processo economico si corregge; ed è importantissimo che il processo economico possa venir corretto. Ma non si correggerebbe mai, se si dicesse soltanto: mediante questa o quella misura, mediante l’inflazione o l’emanazione di tale o tal altro provvedimento, le cose miglioreranno. No, così non miglioreranno mai. Miglioreranno solo se si farà in modo che gli uomini osservino il processo punto per punto e possano poi trarre le relative conseguenze.

 

Fino a qui volevo oggi arrivare, affinché si veda che quanto è inteso con la triarticolazione non si riferisce a qualcosa di agitatorio; si vuole invece offrire al mondo qualcosa che deriva dalla reale osservazione del processo economico.

 

 

By | 2018-11-12T17:52:40+01:00 Novembre 12th, 2018|CAPISALDI ECONOMIA|Commenti disabilitati su 05 – IL PROCESSO ECONOMICO È UN CERCHIO CON FORMAZIONE E DISTRUZIONE DI VALORI