/////05 – IL SIGNIFICATO DEI MISTERI DI EFESO. ALESSANDRO IL GRANDE

05 – IL SIGNIFICATO DEI MISTERI DI EFESO. ALESSANDRO IL GRANDE

Il significato dei misteri di Efeso. Alessandro il Grande

O.O. 233 – La storia alla luce dell’Antroposofia – 28.12.1923


 

Sommario: Presenza del divino, esperienza della natura e della sfera morale, dipendenza della rivelazione da spazio e tempo nei misteri orientali. Esperienza delle ombre del divino-spirituale; indipendenza della rivelazione da spazio e tempo; dipendenza dalla preparazione e maturità dell’individuo nei misteri greci. Efeso: l’eco della presenza spirituale. Il corso della civiltà greca; Erodoto, primo storico. La nascita di Alessandro e l’incendio del tempio di Efeso. Fondazione delle accademie in Asia e in Egitto: Alessandria. La nascita del mondo occidentale romano.

 

Fra i misteri dell’antichità, quello di Efeso occupa una posizione particolare. Parlando dell’importante fattore dell’evoluzione storica dell’occidente legato al nome di Alessandro Magno, ho dovuto menzionare anche i misteri di Efeso. Per comprendere il significato della storia recente e meno recente, occorre tener conto della svolta subita dai misteri, partendo dall’oriente ed estendendosi verso la Grecia, dato che tutte le civiltà antiche sono scaturite appunto dai misteri. Quella svolta consiste in quanto dirò ora.

 

Esaminando tutti i misteri orientali più antichi, se ne riporta l’impressione che i loro sacerdoti fossero in grado di comunicare ai discepoli grandi, importanti verità, ricavate dalla loro veggenza soprasensibile. Anzi, quanto più indietro si risale nel tempo, tanto più i saggi sacerdoti erano capaci di evocare nei misteri la presenza diretta degli dèi stessi, delle entità spirituali che guidano i mondi planetari e i fenomeni terrestri: gli dèi erano realmente presenti.

 

Il rapporto fra l’uomo e il macrocosmo si rivelava in varie sedi di misteri in modo altrettanto grandioso, quanto era quello che ho descritto per i misteri d’Ibernia, e anche quello che si esprimeva negli insegnamenti impartiti da Aristotele al suo discepolo Alessandro Magno. In tutti i misteri orientali antichi risaltava soprattutto il fatto che la sfera morale, gli impulsi morali non venivano considerati come rigorosamente distinti dai fatti naturali. Quando Aristotele attirava l’attenzione di Alessandro sul nord-ovest, dove predominavano gli spiriti dell’elemento acqueo, da quella parte non proveniva solamente un impulso fisico (come potrebbe essere il vento di nord-ovest, o altri fatti puramente fisici), ne provenivano anche determinati impulsi morali, uniti a quelli fisici: la sfera fisica e la sfera morale erano in certo senso una cosa sola. Ciò era possibile in quanto l’uomo, grazie alle conoscenze acquistate nei misteri, percepiva lo spirituale che è nella natura e si sentiva tutt’uno con l’intera natura. Per quanto concerne il nesso fra l’uomo e la natura, se ne trova un aspetto molto marcato proprio nell’epoca che sta fra la vita di Gilgamesh e il tempo in cui la stessa individualità visse nella sua successiva incarnazione all’ombra dei misteri efesini. Proprio in quel tempo (fra le due incarnazioni) troviamo ancora una conoscenza assai viva del rapporto fra l’uomo e la parte spirituale della natura. Ecco come si presenta questa connessione: l’uomo imparava allora a conoscere gli effetti esercitati dagli spiriti elementari nella natura, dalle entità intelligenti nei processi planetari. Vedeva intorno a sé il mondo delle piante, verdeggiante, rigoglioso, fecondo. Diceva: ecco, io vedo le piante annuali che crescono in primavera, e deperiscono in autunno; vedo alberi secolari che producono scorza e legno, e spingono lontane sotto terra le loro radici; tutto questo, le erbe e i fiori fugaci, i solidi alberi radicati nella terra, tutto questo era stato un tempo dentro di me, in quanto uomo io l’ho portato in me.

 

Al giorno d’oggi, se ci si trova in un ambiente chiuso, si ha la sensazione che l’anidride carbonica presente nell’aria sia stata espirata da noi. L’uomo d’oggi sente di avere egli stesso espirato nell’ambiente l’anidride carbonica. Però il rapporto dell’uomo col cosmo è oggi diventato assai labile. Egli si trova ancora in un rapporto vivo col macrocosmo, per quanto riguarda la parte aeriforme del suo essere, per l’aria che partecipa nell’organismo ai processi della respirazione.

 

L’uomo può considerare l’aria espirata, l’anidride carbonica che prima era dentro di lui e dopo si ritrova fuori dell’organismo. L’uomo d’oggi (anche se non lo fa effettivamente) potrebbe osservare l’anidride carbonica da lui espirata: similmente chi era iniziato ai misteri orientali, o ne aveva accolto la sapienza, guardava al mondo vegetale circostante e poteva dirsi: ecco che guardo indietro nell’evoluzione del mondo, guardo all’antica epoca solare. Allora io portavo ancora in me le piante, mentre più tardi lasciai fuoruscire nel vasto ambiente della Terra. Quando però portavo ancora le piante entro me stesso, quando ero ancora l’Adamo Cadmo che racchiudeva tutta la Terra e con essa il mondo delle piante, allora l’intero mondo delle piante era ancora qualcosa di acqueo-aeriforme.

 

L’uomo dunque separò da sé il mondo delle piante. Se ci raffiguriamo di possedere la grandezza di tutta la Terra e poi di separare verso l’interno qualcosa di vegetale (che da quel momento nasce nell’elemento liquido, cresce, si trasforma, deperisce, assumendo aspetti diversi), allora si evocherebbe nel nostro sentimento una condizione del passato. Coloro che si erano formati una cultura in oriente, diciamo, al tempo di Gilgamesh, potevano sentire a questo modo. Se poi guardavano le piante che crescevano nei prati, potevano esprimere i loro pensieri in questo modo: in uno stadio precedente della nostra evoluzione abbiamo separato da noi le piante, e la Terra le ha accolte. Tutto quello che nelle piante è diventato radice o legno, cioè il carattere arboreo, è stato loro conferito dalla Terra. Ma il carattere genericamente vegetale è stato eliminato dall’uomo stesso ed è stato accolto dalla Terra. In quell’epoca gli uomini sentivano una stretta affinità con tutto il mondo vegetale.

 

Non sentivano invece la stessa affinità col mondo animale superiore: sapevano infatti di aver potuto ascendere alla vita terrestre solo in quanto avevano superato le forme animali, lasciando indietro gli animali, nel corso della propria evoluzione. L’uomo portò con sé fino sulla Terra le piante, per affidarle poi alla Terra che le accolse nel suo grembo. Per le piante egli divenne sulla Terra il mediatore degli dèi, il mediatore fra gli dèi e la Terra.

 

Ebbe luogo per gli uomini una grandiosa esperienza che possiamo schematicamente raffigurare nel disegno seguente; quelli che fecero realmente tale esperienza sentivano che l’uomo si era accostato alla Terra dal cosmo (giallo). Non ha importanza il numero degli uomini: ho già menzionato ieri che in quella remota età gli uomini si interpenetravano reciprocamente. Dall’essere umano andò separandosi tutto il mondo vegetale, che la Terra accolse, conferendo ad esso le componenti radicolari e legnose (trattini verde scuro).

 

 

L’uomo sentiva di avere per così dire abbracciato la Terra con il mondo rigoglioso delle piante (rivestimento rosso); gli sembrava che la Terra fosse grata per quel rivestimento, per quell’abbraccio e che avesse accolto come un alito emesso dall’uomo gli elementi vegetali nel loro stato liquido-aeriforme. Coloro che sentivano tali cose sperimentai ano, nei riguardi di questo dono delle piante alla Terra, una stretta affinità con la principale divinità del pianeta Mercurio. Si conseguiva un particolare rapporto col dio Mercurio, grazie al sentimento di avere portato sulla Terra le piante.

 

Invece nei confronti degli animali si aveva la sensazione di non averli potuti portare con noi sulla Terra, la sensazione di averli dovuti allontanare, separare da noi; altrimenti non si sarebbe potuto sviluppare nel giusto modo la figura umana. Gli animali furono per così dire respinti dall’uomo (nel disegno i trattini rossi separati all’esterno) ed essi dovettero in seguito compiere un’evoluzione separata, a un livello inferiore a quello dell’uomo. In tal modo l’uomo antico, proprio nell’epoca di Gilgamesh e nei tempi seguenti, si sentiva posto fra il regno animale e quello vegetale. Di fronte al regno delle piante egli si sentiva incaricato di insemenzare la terra, in rappresentanza degli dèi.

 

Di fronte al regno animale provava la sensazione di averlo espulso da sé, per diventare uomo senza essere gravato dalle forze animali; per effetto di ciò, gli animali andarono poi degradando. Del resto, tutto il culto egizio degli animali sta in rapporto con quanto ho detto ora; e così pure la profonda pietà che in Asia si nutre nei confronti degli animali. Era veramente una grandiosa concezione della natura quella che sentiva in tal modo l’affinità dell’uomo, da un lato col mondo delle piante, dall’altro con quello degli animali. Nei confronti del regno animale si provava un senso di liberazione, di fronte alle piante si sentiva l’intima affinità con esse. L’uomo sentiva il mondo vegetale come un pezzo di lui stesso e portava un caldo amore alla Terra, perché aveva accolto quel pezzo di umanità che sono le piante, consentendo loro di mettere in essa le radici, e anzi rivestendo gli alberi col suo materiale terrestre. Sempre nell’antichità l’elemento morale era presente nella valutazione che si dava dell’ambiente fisico. Per esempio nelle piante dei prati non si sentivi solo il fenomeno naturale della crescita, ma anche un rapporto morale dell’uomo con l’accrescimento delle piante. Anche nei confronti degli animali si sperimentava un rapporto morale: quello di aver conquistato una posizione superiore alla loro.

 

Vediamo dunque che dai misteri dell’antico oriente si irradiava una grandiosa concezione dello spirituale nella natura. Anche in Grecia più tardi vi furono dei misteri, che però coltivarono una conoscenza assai meno reale della natura spirituale. Certo, anche i misteri greci hanno una loro grandezza, ma sono assai differenti da quelli orientali. In questi ultimi, l’uomo non veniva portato a sentirsi sulla Terra, ma piuttosto inserito nel cosmo, nell’universo. In Grecia anche il mondo dei misteri giunse per la prima volta al punto in cui l’uomo si sentiva davvero unito alla Terra. Perciò nei misteri orientali si rivelava o veniva sentito realmente il mondo spirituale nella sua essenzialità, gli dèi stessi apparivano in mezzo ai sacerdoti che sacrificavano e pregavano: questa è proprio la verità esatta. I templi dei misteri più antichi erano anche le dimore terrestri degli dèi, i luoghi nei quali gli dèi largivano agli uomini, tramite i sacerdoti, i beni celesti che essi volevano offrire all’umanità. Nei misteri greci erano presenti ormai solo i simulacri degli dèi, le loro immagini, quasi delle ombre: immagini veritiere, schiette, però ridotte quasi a ombre, non più le entità divine stesse, nella loro realtà. Sicché il greco provava un sentimento del tutto diverso da quello provato nei misteri della civiltà orientale più antica.

 

Il greco sentiva che gli dèi esistono davvero, ma sentiva pure che agli uomini del suo tempo era possibile solo disporre di immagini degli dèi, come nel ricordo si hanno delle immagini e non delle esperienze reali.

La sensazione di fondo che scaturiva dai misteri greci era dunque che gli uomini possedevano una specie di ricordo del cosmo, non i fenomeni del cosmo stessi: immagini del cosmo, degli dèi, dei processi avvenuti sull’antico Saturno, sull’antico Sole, sull’antica Luna, ma non più la connessione reale con quanto era accaduto allora, come noi oggi ci sentiamo connessi con la nostra infanzia. Gli uomini delle civiltà orientali più antiche possedevano invece una tale connessione con Saturno, col Sole, con la Luna, grazie ai loro misteri. I misteri greci avevano dunque carattere di immagini: vi si manifestavano appunto le immagini spirituali, quasi le ombre della realtà divino-spirituale. Questa condizione produsse però anche altre conseguenze, in quanto fra i misteri orientali e quelli greci c’era anche un’altra differenza.

 

Nei misteri orientali bisognava sempre attendere che fosse giunto il momento giusto per poter fare certe grandiose esperienze. Si potevano apprendere certi segreti solo se la rispettiva azione sacrificale, vorrei dire se l’esperimento soprasensibile, veniva compiuto in certi casi d’autunno, in altri in primavera, in altri casi ancora d’estate o d’inverno. Oppure si doveva sacrificare a certe divinità solo quando la Luna si trovava in una determinata posizione: in tal caso gli dèi si manifestavano nei misteri, e se ne ricevevano delle rivelazioni. Dopo bisognava attendere magari anche trent’anni perché una certa entità divina si manifestasse nei misteri. Per esempio tutto ciò che si riferiva a Saturno poteva mostrarsi nell’ambito dei misteri solo ogni trent’anni, mentre ciò che riguardava la Luna si rivelava ogni diciotto anni, e così via. Sicché i saggi sacerdoti dei misteri orientali ricevevano le loro grandiose conoscenze solamente in dipendenza del tempo e dello spazio, nonché di molti altri fattori. Così pure si ricevevano rivelazioni del tutto diverse in grotte o caverne, da quelle che si potevano ricevere sulle cime dei monti; diverse nell’interno dell’Asia che lungo le coste marine, e altre simili differenze. Caratteristica dei misteri dell’oriente era dunque proprio questa dipendenza dallo spazio e dal tempo.

 

In Grecia le grandiose realtà soprasensibili erano ormai sparite; ne rimanevano solo delle immagini. Però queste immagini si potevano ora conseguire, non in dipendenza delle stagioni o del passare dei secoli in relazione al luogo, bensì se ci si era adeguatamente preparati, se si erano compiuti determinati esercizi, se si erano fatti certi sacrifici personali. Quando si aveva raggiunto, per effetto dei sacrifici, una sufficiente maturità personale, si potevano percepire, in quanto esseri umani maturati, le ombre dei grandi eventi universali e delle entità cosmiche.

 

In questo consiste la grande svolta fra i misteri dell’antico oriente e quelli di Grecia: i misteri orientali erano soggetti alle condizioni terrestri del tempo e dello spazio, mentre in quelli cresi l’importanza maggiore spettava all’uomo, a ciò che egli stesso portava in sé mentre si accostava agli dèi. Quando una persona ne era divenuta degna, grazie alla preparazione fatta, allora la divinità le si presentava sotto forma di immagine, quasi di spettro. In questo modo i misteri greci divennero realmente la preparazione dell’umanità moderna. Ora; il centro dei misteri di Efeso si trovava giusto a metà strada fra i misteri orientali e quelli greci, e occupava una posizione particolare. Coloro che conseguivano l’iniziazione ad Efeso potevano realmente apprendere ancora qualcosa delle immense, grandiose verità dell’oriente antico.

 

Essi venivano ancora toccati dal profondo sentimento del nesso fra l’uomo e l’essenza divino- spirituale del macrocosmo. In Efeso si percepiva davvero ancora gran parte di ciò che è sovraterreno. L’identificazione dell’iniziato con Artemide, la dea del mistero di Efeso, produceva appunto l’antica esperienza che si poteva esprimere così: il mondo delle piante è il tuo, e ora le ha accolte la terra; il mondo degli animali è stato invece da te superato, tu hai dovuto lasciarlo indietro.

Perciò devi guardare gli animali con la massima compassione: essi dovettero restare indietro, affinché tu potessi diventare uomo. L’iniziato di Efeso accoglieva ancora dalle realtà trasmessegli, dall’esperienza spirituale diretta, il sentimento della sua stretta unione con l’universo.

 

Tuttavia nei misteri di Efeso (i primi ad essere rivolti verso l’occidente) vigeva già l’indipendenza dalle stagioni, dal corso dei secoli, cioè dal tempo e dallo spazio quali si presentano sulla Terra. A Efeso contavano già di più gli esercizi fatti dall’uomo, il modo in cui esso si era maturato per mezzo degli esercizi e della dedizione agli dèi. Sicché i misteri di Efeso da un lato erano ancora rivolti all’oriente antico, grazie ai contenuti di verità che essi trasmettevano; dall’altro si intonavano già alla civiltà greca, per il fatto di fondarsi sull’attività propria dell’uomo, sulle facoltà umane. Essi furono gli ultimi fra i misteri dell’oriente in cui ancora si rivelavano le grandiose antiche conoscenze, dato che in generale a quell’epoca i misteri orientali erano già avviati alla decadenza.

 

Più a lungo che ovunque altrove le verità antiche si son conservate nelle sedi dei misteri dell’occidente; così per esempio si possono rintracciare i misteri di Ibernia ancora per secoli, dopo la nascita del cristianesimo. Vorrei però dire che i segreti di Ibernia sono in fondo doppiamente misteriosi. Quello che ho esposto qui ieri sui segreti delle due statue, una maschile e una femminile, una solare e l’altra lunare, risulta oggi difficilmente indagabile anche sulla scorta della cosiddetta cronaca dell’akasha. Per chi è esperto di queste cose è relativamente poco difficile accostarsi alle immagini dei misteri orientali, ricavandole dalla luce astrale. Se invece ci si vuole avvicinare ai misteri di Ibernia, si subisce in un primo momento una specie di stordimento: è come se si venisse respinti. Perfino nelle immagini dell’akasha quei misteri irlandesi, di Ibernia, non vogliono più lasciarsi scorgere, sebbene essi si siano conservati nella primitiva purezza più a lungo di tutti gli altri.

 

Teniamo ora ben fermo che l’individualità presente in Alessandro Magno, al tempo di Gilgamesh era stata in contatto coi misteri di Ibernia, durante la spedizione compiuta verso occidente, nel territorio dell’odierno Burgenland. Gli effetti di quel contatto vivevano in quella individualità umana, e precisamente in un modo molto antico, e in un tempo nel quale in occidente erano ancora assai vivi gli echi dell’epoca atlantica. Questi effetti erano stati poi portati dall’individualità in questione attraverso la condizione animica esistente fra la morte e una nuova nascita. In seguito, i due amici Eabani e Gilgamesh si ritrovarono proprio ad Efeso, dove sperimentarono nuovamente con viva consapevolezza i rapporti col mondo divino-spirituale che prima (nell’epoca di Gilgamesh) erano stati vissuti ancora in modo più o meno incosciente. Nel tempo in cui vissero in Efeso, la loro vita si svolse in modo relativamente tranquillo, quasi come in una “digestione”, in una elaborazione di quanto era penetrato nelle loro anime in tempi passati e più agitati.

Va tenuto conto di quante cose si erano compiute in Grecia, prima che le due individualità riapparissero, quando già la civiltà greca cominciava a declinare, e mentre cominciava a fiorire l’età macedone.

 

Nei suoi periodi più antichi la civiltà greca si estendeva oltre il mare, nell’Asia Minore, appunto fino ad Efeso e a molti altri centri; e abbiamo veduto che essa conosceva ancora, in immagini, quasi come in ombre proiettate, l’eco dell’antico tempo degli dèi. Il nesso dell’uomo con il mondo spirituale veniva senz’altro sperimentato, sia pure come attenuato in un’ombra. Da questa ombra la civiltà greca uscì a poco a poco, trasformandosi gradualmente da una civiltà per così dire divina in una puramente umana e terrena.

 

Le realtà più importanti del divenire storico non vengono neppure sfiorate dalla odierna storiografia interamente materialistica. Poiché nella civiltà greca non vi era più che un’ombra dell’antica realtà divina in cui l’uomo era connesso coi mondi soprasensibili, è importante per la comprensione del mondo greco il fatto che l’uomo sia allora uscito gradualmente dal mondo degli dèi e abbiamo conseguito l’uso delle proprie facoltà spirituali, interamente individuali. Ciò avvenne gradualmente. Nei drammi di Eschilo si manifesta ancora in immagine artistica il sentimento dell’antico tempo degli dèi. Già in Sofocle però l’uomo si strappa per così dire da quel senso di appartenenza alla sfera divino-spirituale. Poco dopo vediamo nascere un fenomeno legato a un nome che, da un certo punto di vista, non potrebbe essere più degno di onore: sennonché i modi di vedere le cose possono essere per l’appunto differenti.

 

Nei tempi più antichi della civiltà greca non era ancora affatto necessario registrare per iscritto i fatti storici. Perché si sarebbe dovuto farlo, dato che vi era ancora un riflesso vivente dei fatti importanti del passato? La storia si apprendeva da quanto si rivelava nei misteri: qui si manifestavano le immagini, le vive immagini del passato. Perché dunque si sarebbe dovuto mettere per iscritto la storia? Sopraggiunse però poi il tempo nel quale tali immagini sparirono e in cui la coscienza umana non potè più accoglierle. Proprio allora nacque il bisogno di registrare la storia: sorse il primo prosatore della storia, Erodoto. Da quel momento si potrebbero citare molti nomi: la storiografia mirava sempre a strappare per così dire l’umanità dal grembo del divino-spirituale, a inserirla nell’esistenza puramente terrestre. Tuttavia durante l’epoca greca questo processo di immersione nel terrestre fu illuminato sempre da una luce che (come dirò domani) non si trasmise alla civiltà romana, né al medioevo. C’era come uno splendore che illuminava ogni aspetto del mondo greco. Anche nelle ultime immagini emergenti dal crepuscolo della civiltà greca si sentiva ancora la loro origine divina.

 

Efeso stava al centro di questa atmosfera, quasi come un rifugio in cui si poteva trovare la chiave per quanto ancora fioriva nella Grecia, vorrei dire come frammenti di civiltà. Eraclito, molti dei massimi filosofi, tra cui anche Pitagora e Platone, tutti avevano ancora imparato da Efeso. Ivi si erano realmente conservati fino a un certo grado i frutti dell’antica sapienza orientale. Anche le individualità presenti poco più tardi in Aristotele e in Alessandro poterono apprendere nei misteri di Efeso, poco più tardi di Eraclito, quanto vi era rimasto vivo del sapere dei misteri orientali. Soprattutto l’anima di Alessandro fu intimamente congiunta con quanto viveva nei misteri di Efeso. A questo proposito dobbiamo ora menzionare uno di quegli eventi storici dei quali si afferma di solito superficialmente che si tratta di casuali coincidenze, mentre sono in realtà profondamente connessi coi più importanti sviluppi della evoluzione dell’umanità. Per comprendere il significato di quell’avvenimento converrà tener conto di alcune circostanze importanti.

 

Ricordiamo che nelle anime di Aristotele e di Alessandro era presente anzitutto il frutto elaborato di esperienze di tempi molto antichi, e poi ciò che esse avevano accolto come un dono infinitamente prezioso dai misteri di Efeso. Vorrei dire che in essi (ma soprattutto in colui che poi fu Alessandro) viveva tutta l’antica Asia, ma nella forma in cui essa era diventata greca in Efeso. Si tenga presente anche il carattere personale di colui che era stato Gilgamesh, carattere che ho descritto in un precedente conferenza; e ci si rappresenti come nel vivo rapporto fra Alessandro e Aristotele si sia ripetuto, ma in forma nuova, tutto il sapere che era scaturito dall’oriente antico e poi dai misteri di Efeso. Cerchiamo di rappresentarci vivamente quel che sarebbe dovuto accadere, se l’immenso documento di sapienza rappresentato dai misteri efesini (documento che era realmente vivo nel fondo di quelle due anime), se i misteri di Efeso fossero stati ancora presenti, se Alessandro avesse ritrovato anche nella sua nuova incarnazione quella sede di misteri. Si provi a pensare a fondo questa ipotesi, e poi si affronti il fatto che, proprio nel giorno in cui nacque Alessandro, il sacrario di Efeso fu incendiato da Erostrato: il tempio di Artemide in Efeso fu infatti distrutto da mano sacrilega nel giorno in cui Alessandro vide la luce. Dunque quando visse Alessandro non esisteva più sulla Terra la documentazione monumentale di quel centro di saggezza. Tutto quanto era connesso con quell’antica saggezza era ormai presente soltanto come missione storica nell’anima di Alessandro e nel suo maestro Aristotele.

 

Proviamo ora a connettere quanto viveva in quelle due anime con i rapporti di cui parlai ieri, esistenti fra la missione di Alessandro Magno e i fenomeni legati alla configurazione della Terra. A questo punto si potrà comprendere che in Efeso era ormai spenta la rivelazione del divino-spirituale, quale si era manifestata in piena realtà nell’oriente più antico. Gli altri misteri erano ormai in decadenza: vi venivano conservate solo delle tradizioni, in certi casi anche molto vive, capaci anche di risvegliare forze chiaroveggenti in certe nature umane particolarmente predisposte. Ma non c’era più la grandezza del passato; con Efeso era spento il vivente retaggio dell’Asia antica. Adesso cerchiamo di apprezzare la decisione nata nell’anima di Alessandro: riportare all’oriente quello che esso aveva ormai perduto, riportarglielo almeno nella forma in cui si era conservato, quasi come un’ombra, nella civiltà greca. Così nacque in Alessandro il pensiero di penetrare quanto più possibile all’interno dell’Asia, per riportarvi nella forma delle vaghe immagini della civiltà greca ciò che l’oriente aveva perduto.

 

In realtà nella spedizione intrapresa da Alessandro si manifesta in modo veramente meraviglioso che non si trattò di una spedizione di conquista, nemmeno di conquista culturale; non si cercò affatto di imporre esteriormente agli orientali la civiltà greca: al contrario, Alessandro il Grande non solo adottò i costumi dei diversi paesi, ma apprese subito a pensare, a sentire secondo il cuore e il sentimento delle varie genti. Quando per esempio giunse a Menfi, in Egitto, egli fu acclamato come liberatore da tutta la schiavitù spirituale che vi aveva fin allora dominato. Egli portò nell’impero persiano una civiltà e una cultura che i persiani non avrebbero mai potuto conquistare da se stessi. Raggiunse infine l’India, avendo concepito il piano di armonizzare tra loro la civiltà greca e quelle orientali. Sappiamo che egli fondò ovunque delle accademie, la più importante delle quali fu, per la posterità, quella di Alessandria in Egitto. La cosa più importante fu proprio il fatto che in molte località dell’Asia egli abbia fondato piccole accademie, nelle quali si continuarono a studiare per lungo tempo le opere di Aristotele, e a coltivarne la tradizione.

 

Questo continuò per secoli ad esercitare un’importante influenza nelle regioni asiatiche occidentali in modo, si potrebbe dire, che vi si è a lungo ripetuto, quasi come in immagine, ciò che Alessandro aveva inaugurato. Egli cominciò col trapiantare in Asia con la massima energia la conoscenza della natura, giungendo fino all’India: e questo fu il suo principale proposito. La sua morte precoce gli impedì di giungere anche in Arabia. Fin nel cuore dell’India e dell’Egitto Alessandro trapiantò le conoscenze spirituali sulla natura che aveva apprese da Aristotele. Le istituzioni culturali da lui fondate nei diversi paesi poterono dare i loro frutti migliori perché egli si preoccupò che gli uomini di ogni popolo sentissero quel sapere come loro proprio, non come un che di estraneo, imposto dai greci. Solo una natura ardente come quella di Alessandro potè avere successo in un’impresa del genere; nei tempi successivi sempre nuovi filosofi e scienziati si trasferirono dalla Grecia verso quei paesi del vicino oriente. Fra le accademie fondate da Alessandro in oriente, oltre a quella di Edessa, fu soprattutto l’accademia di Gondishapur ad accogliere sempre di nuovo, per secoli, studiosi e maestri greci.

 

Qui si compì qualcosa di grandioso: ciò che era provenuto dall’oriente (nel disegno seguente: linee rosse, da destra verso sinistra), e che in Efeso fu fermato dalla fiaccola incendiaria di Erostrato, venne più tardi illuminato dal suo riflesso attenuato che viveva in Grecia (nel disegno: verde chiaro, da sinistra verso destra); finché, ad opera della tirannide imperiale romana d’oriente le scuole filosofiche greche vennero definitivamente chiuse, nel VI secolo dopo Cristo; allora gli ultimi filosofi greci si rifugiarono nella lontana accademia di Gondishapur.

 

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Avvenne una compenetrazione di certi elementi che erano progrediti in anticipo sul loro tempo, e di altri che erano rimasti invece indietro, rispetto al loro tempo. Perciò nella missione di Alessandro era presente (più o meno incoscientemente) il fatto che in Grecia l’onda del progresso culturale era pervenuta in certo senso con un’impronta luciferica, mentre laggiù in Asia essa era rimasta indietro, in modo arimanico. In Efeso ebbe luogo un riequilibrio, un conguaglio. Poiché i misteri di Efeso erano andati fisicamente distrutti nel giorno della sua nascita, Alessandro volle fondare una Efeso spirituale che inviasse i suoi raggi luminosi tanto verso l’oriente, quanto verso l’occidente. Nel fondo della volontà di Alessandro stava l’intento di creare un’Efeso spirituale che s’irradiasse attraverso l’Asia Minore fino alla Persia e all’India, e attraverso l’Egitto su tutto l’oriente d’Europa.

Senza questo sfondo non è possibile comprendere l’evoluzione storica dell’umanità occidentale.

 

Infatti poco dopo l’impresa di Alessandro, con la quale si era tentato di estendere su un vastissimo territorio l’antichissima, venerata saggezza efesina, si prese a custodire in Alessandria d’Egitto, sia pure solo in pallide lettere, ciò che un tempo splendeva in lettere luminose dal mistero di Efeso. Dopo la fioritura di quella colonia spirituale di Efeso, dopo la civiltà alessandrina, ebbe il sopravvento in occidente la civiltà romana che rappresenta un mondo del tutto diverso: esso non ha più nulla a che fare con le immagini spirituali ancora operanti nella civiltà greca, ma si limita a conservare nell’uomo solo i ricordi di quei tempi antichi. Perciò la svolta storica più importante che si possa studiare è quella che avvenne dopo l’incendio di Efeso, quando Alessandro intraprese la fondazione di una specie di “Efeso spirituale”, cioè un impulso culturale che più tardi fu respinto da ciò che si venne affermando in occidente: prima dalla romanità, poi dal cristianesimo e così via. Per comprendere l’evoluzione dell’umanità occorre riconoscere che l’uomo moderno, col suo modo di ragionare, di sentire e di agire volontariamente, può guardare indietro fino alla civiltà romana.

Non può invece comprendere la Grecia antica, né le precedenti civiltà orientali: a tal fine bisogna disporre della veggenza immaginativa, della veggenza spirituale.

 

Col nostro prosaico intelletto ordinario possiamo ancora seguire il divenire storico nel sud dell’Europa, ma non possiamo comprendere l’oriente. Infatti, per guardare all’oriente dobbiamo disporre delle immaginazioni: nello sfondo abbiamo i poderosi templi misterici dell’Asia primordiale, nei tempi postatlantici, dove i sapienti sacerdoti insegnavano a ogni singolo discepolo il suo rapporto con il cosmo divino-spirituale. Come ho già detto, una civiltà di questo tipo fioriva ancora al tempo di Gilgamesh. Quei mirabili templi si scorgono dunque sparsi per l’Asia; ci si presenta, quasi come in primo piano, Efeso dove si conservò ancora molto della saggezza che nei templi dell’Asia era ormai impallidita: in Efeso quella saggezza aveva però assunto il carattere greco. Per ricevere le rivelazioni degli dèi, in Efeso non era più necessario attendere determinate posizioni degli astri, o certe stagioni dell’anno, né tener conto della propria età: ormai l’uomo poteva accostarsi agli dèi e riceverne per grazia le rilevazioni, per effetto di quanto gli offriva in sacrificio dopo conseguita la sua maturità individuale, dopo avere compiuto determinati esercizi. In questo ambiente, al tempo di Eraclito, si vanno preparando le due personalità di cui ho parlato, e nel 356, proprio nel giorno in cui nacque Alessandro, le fiamme distruggono il tempio di Efeso. Nasce Alessandro, che poi trova in Aristotele il suo maestro. Fu come se da quelle fiamme si elevasse un appello a coloro che potevano comprenderlo: vogliate fondare una Efeso spirituale! E l’antica Efeso fisica sarebbe rimasta come al centro di una vasta zona di civiltà, come un ricordo perenne. Vediamo dunque questo quadro: sullo sfondo dell’antica Asia, il tempio incendiato di Efeso, con i suoi discepoli; e poco dopo (quasi contemporaneamente) le spedizioni di Alessandro che portarono in oriente quanto era nato in Grecia dal progresso della civiltà. Cosicché ritornò in Asia, sotto forma di sola immagine, quello che l’Asia aveva perduto come realtà vera. Consideriamo quei grandiosi eventi con lo sguardo potenziato dalle nostre immaginazioni, riconosciamo la vera svolta della storia. Più vicini a noi, per così dire in primo piano, ci si presentano poi il mondo romano, quello del medioevo, i tempi moderni. Tutte le usuali distinzioni invece, storia antica, medievale e moderna, o altre simili, danno in fondo solo idee errate. Soltanto il quadro che ho ora delineato, purché venga considerato sempre più profondamente, può offrire una visione reale dei segreti che si trovano nascosti nel corso della storia europea.

 

 

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