/////05 – LA MORTE COME UNICA VERITÀ NEL REGNO DELLA MAYA.

05 – LA MORTE COME UNICA VERITÀ NEL REGNO DELLA MAYA.

La morte come unica verità nel regno della maya.

O.O.132 – L’evoluzione secondo verità – 05.12.1911


 

Sommario: La verità va cercata dietro le manifestazioni del mondo, nelle caratteristiche dell’anima. Sana conoscenza e meraviglia. Il carattere malinconico dell’antica Luna; Caino e Abele. La morte come unica verità nel regno della maya. Lo sviluppo della coscienza dell’io sulla Terra attraverso la morte degli uomini. La vittoria sulla morte del Cristo avvenuta sulla Terra; Paolo a Damasco e il ripetersi di quell’evento in avvenire. Il rapporto della scienza con la verità.

 

Nelle conferenze precedenti abbiamo posto davanti all’anima come dietro a quella che chiamiamo maya, o grande illusione, vi sia lo spirito. Chiediamoci ora di nuovo: come ci si è mostrato che dietro a tutto quanto abbiamo intorno a noi di percepibile ai sensi, e di comprensibile per l’intelletto vincolato al corpo, sia possibile riconoscere un fondamento spirituale?

Nel corso delle ultime conferenze, per poter caratterizzare quel fondamento spirituale, fu necessario eliminare per così dire dal nostro sguardo i fenomeni del mondo esterno a noi vicini; fu così possibile immergerci in talune qualità del mondo reale, quali la volontà sacrificale, la virtù donatrice, la rinuncia; tutte qualità che possiamo conoscere solo volgendo lo sguardo alla nostra anima e che solo ad essa possiamo anzitutto attribuire.

 

Se dunque alla realtà oggettiva, se alla verità che è dietro l’illusione, è davvero possibile attribuire qualità come quelle ora menzionate, dobbiamo dire: nel mondo dell’esistenza vera, nel mondo del reale, vive qualcosa le cui qualità sono paragonabili soltanto a quelle che percepiamo anzitutto nella nostra anima. Se ad esempio abbiamo caratterizzato, riguardo alla sua vera realtà, ciò che si manifesta attraverso la parvenza del calore come un rito sacrificale, come un sacrificio che si eff0nde nel mondo, significa appunto che abbiamo fatto risalire l’elemento del calore a un quid di spirituale, abbiamo in certo modo eliminato il velo esteriore dell’esistenza e mostrato che quanto vi è nel mondo è uguale a ciò che di spirituale riconosciamo in noi.

 

Prima di procedere nella nostra esposizione, è però necessario porre un’altra questione: tutto ciò che abbiamo intorno a noi come maya, come grande illusione, svanisce proprio in una specie di nulla? in tutto il mondo dei sensi, nel mondo che percepiamo, non vi è veramente nulla che per così dire si presenti come la verità o come una verità?

Qui possiamo fare un paragone e dire: il mondo della verità, il mondo della realtà ci è in un primo tempo nascosto, come nascoste nella massa d’acqua sono le Forze interne di uno stagno, o addirittura dell’oceano. È giusto paragonare il mondo dell’illusione col gioco delle onde che s’increspano alla superficie. Il paragone è buono, ma mostra che qualcosa fluisce da ciò che sta nel fondo dell’oceano e che produce in alto l’incresparsi delle onde: la sostanzialità dell’acqua e anche una determinata configurazione delle sue forze. Dunque è indifferente scegliere un paragone piuttosto che un altro. Possiamo allora sollevare il problema: esiste forse nel gran regno della nostra illusione qualcosa che sia veramente “reale”?

 

Anche oggi procederemo come abbiamo fatto nelle ultime conferenze. Ci avvicineremo a poco a poco al nostro tema, partendo dalle esperienze interiori dell’anima. Visto cioè che finora abbiamo considerato spiritualmente le esistenze di Saturno, Sole e Luna, e che ora ci avvicineremo all’evoluzione della Terra, muoveremo dalle esperienze animiche che ci sono più vicine, in certo senso più usuali di quelle descritte nell’ultima conferenza.

L’ultima volta eravamo partiti dalle profondità nascoste della nostra vita animica, da quello che nella scienza dello spirito conosciamo come corpo astrale. Abbiamo parlato dell’affiorare della nostalgia, del suo agitarsi anzitutto negli esseri umani, abbiamo visto che essa spinge la vita dell’anima a cercare un appagamento nel mondo delle immagini, nell’interiore movimento della vita animica. Abbiamo così trovato un sentiero che congiunge la microcosmica e singola anima umana alla creazione macrocosmica da noi ascritta agli Spiriti del movimento.

Oggi iniziamo da un’esperienza dell’anima a noi più vicina, e precisamente da un’esperienza a cui già nell’antica Grecia si attribuiva molta importanza e che ancor oggi, nella sua verità, è da considerare fondamentale, e lo si evidenzia dicendo: ogni filosofia, ogni anelito alla conoscenza umana ha origine dalla meraviglia. In effetti è giusto.

 

Chi rifletta anche solo un poco e osservi le esperienze della sua anima per avvicinarsi alla conoscenza, potrà egli stesso constatare che una via sana verso la conoscenza parte sempre dalla meraviglia, dallo stupore che si prova per qualcosa. La meraviglia, lo stupore, da cui ha origine ogni processo di conoscenza, fanno parte delle esperienze animiche che conferiscono ad ogni cosa nobiltà e vita.

Che cosa sarebbe infatti un qualsiasi sapere che avesse un posto nella nostra anima e non partisse dalla meraviglia? Sarebbe in verità un sapere pervaso di aridità e di pedanteria. Solo il processo interiore che dalla meraviglia conduce alla gioia per aver risolto un enigma, è originato dalla meraviglia e rende interiormente vivo e degno e nobile il processo della conoscenza. Bisognerebbe proprio sentire quanta aridità, quanta astrattezza abbia un sapere che non sia per così dire ravvivato da quei due moti dell’anima.

Il vero sapere è sempre accompagnato da meraviglia e dalla gioia per avere risolto un enigma. Ogni altro sapere può ricevere il suo impulso dall’esterno, può essere conseguito per un motivo o per l’altro, ma un sapere che non sia pervaso da quei due moti dell’anima non scaturisce realmente dall’anima umana. Tutto il profumo del sapere, ciò che genera nel sapere un’atmosfera di vita, muove dallo stupore e dalla gioia attraverso lo stupore.

 

Ma quale origine ha la meraviglia? perché nella nostra anima sorge la meraviglia per qualcosa che ci si presenta? La meraviglia sorge nell’anima quando di fronte ad un essere, una cosa o un fatto, ce ne sentiamo anzitutto estranei.

L’ESTRANEITÀ è il primo elemento che conduce alla meraviglia, allo stupore.

Non proviamo stupore e meraviglia nei confronti di ogni cosa estranea, ma solo nei confronti di cose con le quali, pure se estranee, ci sentiamo in certo modo affini, tanto da dire: in questa cosa o in questo essere esiste qualcosa che non è ancora in me, ma che potrà esserlo in futuro. Dunque, di fronte a qualcosa che suscita in noi anzitutto meraviglia e stupore ci sentiamo al tempo stesso affini ed estranei.

 

Con la parola “meraviglia” è però anche connessa la parola “miracolo”. La usiamo per un evento per il quale, nella nostra conoscenza, non riusciamo a scoprire alcun rapporto di affinità; può però dipendere da noi, almeno in parte. Certo non ci comporteremmo con diffidenza nei confronti di un cosiddetto miracolo, se non avessimo la pretesa di comprenderlo, e perciò anche se sentissimo di averne una certa affinità. Per quale motivo chi parte solo da concetti materialistici o razionali nega per esempio quello che altri riconoscono come miracolo, quando non ha prove che sia una menzogna o una falsità?

 

Oggi perfino i filosofi devono ammettere che nessuno potrebbe ad esempio dimostrare, dai fenomeni del mondo, che il Cristo incarnato in Gesù di Nazareth non sia risorto. Contro ciò si possono certo addurre motivi; ma che motivi sono? Non sono sostenibili logicamente. Questo oggi lo ammettono già filosofi illustri. Infatti i motivi addotti da parte materialistica (per esempio, che di tutti gli uomini finora conosciuti nessuno sia mai risorto, come appunto fece il Cristo), sono dal punto di vista logico allo stesso livello del motivo addotto da qualcuno che, avendo finora veduto solo pesci, volesse dalla struttura dei pesci dimostrare che gli uccelli non esistono. Dall’esistenza di una certa classe di esseri, mai si potrebbe logicamente dimostrare che altri esseri non esistono.

 

Altrettanto poco, da quel che si sa degli uomini sul piano fisico, si potrebbe dedurre qualcosa (che a tutta prima appaia come miracolo) sull’evento del Golgota. Se però a qualcuno comunicassimo qualcosa che egli dovesse indicare come miracolo, se anche la cosa fosse vera, dicendo di non poterla comprendere non contraddirebbe quel che abbiamo detto sul concetto di meraviglia, perché col suo comportamento mostrerebbe chiaramente di considerare la meraviglia come punto di partenza di ogni sapere. Pretenderebbe infatti di avere qualcosa di affine con ciò che gli viene comunicato; vorrebbe che in certo modo la cosa potesse diventare sua proprietà nello spirito, e lo nega poiché crede di non poterne riscontrare una sua affinità. Se arriviamo fino al limite, fino al concetto di miracolo, dobbiamo riconoscere che la meraviglia o lo stupore, da cui già in Grecia mosse tutta la filosofia, derivano per noi dal trovarci di fronte a qualcosa di estraneo che dobbiamo però riconoscere come affine. Cerchiamo ora di creare un collegamento fra questi concetti e ciò che l’ultima volta portammo davanti alla nostra anima.

 

L’ultima volta avevamo mostrato come vi sia stato un certo progresso nell’evoluzione perché determinati esseri erano pronti a sacrificare se stessi, ad offrire se stessi in sacrificio, e come la loro offerta venisse respinta, rifiutata.

Nel sacrificio respinto avevamo potuto riconoscere uno dei principali eventi dell’antica evoluzione lunare. L’essenziale di essa fu che da parte di taluni esseri un sacrificio avrebbe dovuto essere offerto a entità superiori, ma esse vi rinunciarono; così il fumo del sacrificio, anziché essere da loro accolto, fu ricondotto nella sua sostanzialità agli esseri sacrificanti.

Avevamo visto che la principale caratteristica delle entità lunari consisteva nel sentir respinta la sostanza sacrificale che volevano offrire alle entità spirituali superiori. Avevamo visto clic il fumo sacrificale non potè ascendere alle entità superiori, rimase negli esseri sacrificanti, e poi si sviluppò in loro come forza della nostalgia.

 

Anche nella nostalgia che noi portiamo nell’anima dobbiamo riconoscere un’eredità degli antichi eventi lunari, che consistettero allora nel sacrificio non accolto. Tutto il carattere dell’antica evoluzione lunare, tutta l’atmosfera spirituale dell’antica Luna, si possono in gran parte caratterizzare dicendo che taluni esseri avrebbero voluto compiere un sacrificio, ma che la loro offerta non fu accettata perché le entità superiori vi rinunciarono. Il tratto malinconico particolare dell’atmosfera lunare fu il sacrificio respinto.

Nel sacrificio respinto di Caino ci viene additato simbolicamente uno dei punti iniziali dell’evoluzione della nostra umanità terrestre, presentandoci una specie di ripetizione del carattere fondamentale dell’antica Luna; l’anima di Caino vede respinta la sua offerta. In quell’episodio troviamo simboleggiati il dolore e la sofferenza che generano nell’anima la nostalgia, caratteristica degli esseri dell’antica evoluzione lunare.

 

L’ultima volta abbiamo visto che fra il sacrificio respinto e la nostalgia delle entità la cui offerta era stata respinta, fu dato per così dire un compenso, grazie all’azione sull’antica Luna degli Spiriti del movimento. Così fu offerta per lo meno la possibilità agli esseri il cui sacrificio fu respinto di placare in certo modo la loro nostalgia.

Pensiamo vivamente la cosa: un certo sacrificio deve essere offerto a entità superiori, ma le sostanze sacrificali vengono respinte. Di conseguenza negli esseri disposti al sacrificio nasce nostalgia, ed essi sentono: se avessi potuto offrire il mio sacrificio agli esseri superiori, la parte migliore di me vivrebbe ora presso di loro, io stesso vivrei ora in quegli esseri superiori; così invece sono escluso da loro: io sono qui, loro sono lì.

 

Ora però gli Spiriti del movimento (possiamo intenderli quasi alla lettera) spingono le entità nostalgiche in posizioni che consentono loro di avvicinarsi da ogni lato agli esseri a cui anelano. Così il sacrificio incompiuto rimasto in loro può almeno trovare una compensazione, grazie alla quantità di impressioni ricevute dagli esseri superiori, attorno ai quali orbitano gli esseri il cui sacrificio era stato respinto. Può venir compensato ciò che, a causa del sacrificio respinto, non potè essere appagato; e per le posizioni assunte dagli esseri nostalgici nei confronti di quelli superiori, nasce una relazione simile a quella che si sarebbe stabilita, se il sacrificio fosse stato accolto.

Comprendiamo appieno ciò che è inteso, se pensiamo riassunte simbolicamente le entità superiori in un Sole, e poi le singole entità inferiori riassunte in un’unica posizione planetaria. Supponiamo che le entità di quel pianeta vogliano offrire un sacrificio al Sole. Il Sole però lo respinge, e le sostanze sacrificali debbono rimanere presso le entità del sacrificio rifiutato, che perciò nel loro isolamento sentono la nostalgia. Ora però gli Spiriti del movimento le fanno orbitare attorno alle entità superiori e in tal modo diviene loro possibile, in sostituzione del diretto effondersi verso l’alto della sostanza sacrificale, porre in movimento la sostanza stessa, mettendola in rapporto con gli esseri delle gerarchie superiori.

 

• È proprio come se qualcuno non fosse in grado di appagare in una sola volta tutta la sua nostalgica aspirazione, e si accontentasse di una serie di parziali appagamenti; così con una serie di parziali appagamenti tutta la sua anima si mette in movimento.

Ne abbiamo parlato a fondo l’ultima volta, e abbiamo visto che grazie alle impressioni ricevute dall’esterno, perché l’essere non si sente interiormente congiunto con le entità superiori nel sacrificio, sorge un surrogato, e nonostante tutto quegli esseri arrivano a un certo soddisfacimento.

Tuttavia non si può negare che la sostanza sacrificale, se non fosse stata respinta, si sarebbe trovata, presso gli esseri superiori, in tutt’altre condizioni che non presso gli esseri inferiori. Presso gli esseri superiori si sarebbe infatti attuata la giusta condizione di ciò che doveva essere sacrificato, mentre presso gli esseri inferiori sono subentrate altre condizioni di esistenza.

 

Simbolicamente possiamo di nuovo dire: se tutta la sostanza di un pianeta potesse fluire nel Sole, e se il Sole non la respingesse, gli esseri del pianeta troverebbero sul Sole condizioni di esistenza diverse. Il Sole ha però respinto quella sostanza nel pianeta stesso. In breve: subentra così un estraniamento di ciò che possiamo chiamare “contenuto del sacrificio”, un estraniamento dalla propria origine della sostanza sacrificale.

Consideriamo questo pensiero: determinate entità sono costrette a trattenere in loro ciò che avrebbero voluto offrire in sacrificio, e di cui sentono che avrebbe conseguito il suo vero senso solo se avesse potuto essere sacrificato. Pensiamo i sentimenti di quelle entità, e avremo quel che possiamo chiamare l’esclusione di una certa parte delle entità cosmiche dal loro vero senso, dalla loro vera cosmica meta.

 

• Taluni esseri hanno dentro di sé qualcosa che in effetti, per parlare in immagini, avrebbe il suo vero senso in un’altra sede. Sempre parlando per immagini, la conseguenza è che lo spostamento del fumo sacrificale della sostanza sacrificale respinta produce anzitutto un’esclusione della sostanza stessa dal restante processo universale.

Se afferriamo questo pensiero non con l’intelletto (che non è adatto per queste cose), ma col sentimento, avremo la sensazione che qualcosa sia stato come strappato dal processo generale del mondo. Per gli esseri che respinsero l’offerta, è solo qualcosa che hanno respinto; per gli altri esseri nei quali rimase la sostanza del sacrificio, è qualcosa che ha il carattere dell’estraneità dalla propria origine.

 

• Abbiamo dunque esseri nella cui sostanzialità è impressa l’estraneità dalla propria origine.

Comprendendo il tutto col sentimento,

ponendosi quest’idea di fronte all’anima in cui abiti l’estraneità dalla propria origine, si ha la morte.

• Nel cosmo la morte null’altro è se non la necessità che interviene quando la sostanza del sacrificio

è respinta dagli esseri che appunto la dovevano trattenere.

 

Così, dalla rinuncia che avevamo trovato al terzo gradino dell’evoluzione,

da ciò che era stato rifiutato dagli esseri superiori, arriviamo alla morte.

• Nel suo vero significato la morte non è null’altro che la caratteristica di contenuti

che non sono nella loro giusta sede, che sono esclusi dalla loro vera sede.

 

Anche quando la morte colpisce l’uomo, vi è sempre il medesimo processo perché, se guardiamo il cadavere che rimane nel mondo della maya, vi troviamo contenuta solo sostanza che al momento della morte è esclusa dall’io, dal corpo astrale e da quello eterico; è estraniata dalla sede che sola le conferirebbe un giusto senso. Il corpo fisico umano non ha infatti senso alcuno senza corpo eterico, corpo astrale e io.

Ciò che non possiamo più vedere quando un uomo muore, ci si presenta nel macrocosmo. Poiché le entità delle gerarchie superiori respingono il sacrificio loro offerto, nelle entità a cui era stata offerta quella sostanza sacrificale si trasforma in morte, perché la morte è l’esclusione di una sostanza cosmica, di un’entità cosmica, dal suo vero senso.

 

Così però siamo giunti a caratterizzare spiritualmente quello che chiamiamo il quarto elemento del cosmo.

Finora abbiamo visto

• che dietro al calore, o fuoco, sta un purissimo impulso spirituale al sacrificio,

• che dietro all’aria, dietro all’atmosfera che circonda il nostro pianeta, si trova in verità una virtù elargitrice, donatrice,

• che caratterizzando l’elemento dell’acqua, l’elemento liquido, mettiamo in evidenza spiritualmente una rinuncia,

e che dobbiamo caratterizzare l’elemento terra (che solo può diventare

portatore della morte, perché senza di esso la morte non esisterebbe)

come ciò che, a causa di una rinuncia, è stato separato dal suo vero senso.

• Abbiamo così in concreto, in sostanza, qualcosa che da liquido diventa solido.

In un certo modo anche qui si rispecchia un processo spirituale.

 

Pensiamo che nella massa d’acqua di uno stagno si formi del ghiaccio, ossia che l’acqua si solidifichi. A base di questo processo sta in verità ciò che fa diventare ghiaccio l’acqua, che la estranea dall’essenzialità liquida. Abbiamo qui il fondamento spirituale del solidificarsi, del suo divenir terra. Per quanto riguarda le caratteristiche dei quattro elementi, il ghiaccio è anch’esso infatti “terra”, e solo quel che è liquido è “acqua”.

• Quella che chiamiamo morte, è soltanto una separazione dal suo vero senso,

• e ciò in cui la morte si manifesta è l’elemento della terra.

 

Siamo partiti domandandoci se nel nostro mondo dell’illusione, della maya, non esista nulla di vero, se non esista proprio nulla che per così dire corrisponda a una realtà.

Consideriamo ora con grande accuratezza il concetto che ci siamo posti davanti all’anima. Fin dal principio ho detto che i concetti di queste nostre considerazioni sono assai complicati. Sarà perciò necessario non solo accoglierli intellettualmente, ma meditarli; solo allora ci diventeranno chiari.

 

Prendiamo ora il concetto di morte, ovvero dell’elemento terra: esso ci mostra un volto assai singolare.

Per tutti gli altri concetti abbiamo potuto dire: nel mondo della maya nulla vi è di vero, perché la sua verità è basata sullo spirito. Ora invece abbiamo scoperto che vi è in essa, proprio perché separato dal suo senso, poiché dovrebbe essere nella sfera spirituale, ciò che si caratterizza come morte.

 

Troviamo dunque entro la maya qualcosa di isolato che propriamente non vi dovrebbe essere.

Ovunque, nel vasto regno della maya ci siamo trovati di fronte a inganni, a illusioni.

Ma ora nella maya ci troviamo di fronte a qualcosa che corrisponde a qualcosa di vero

che viene isolato dal senso che ha nella sfera spirituale, che si annienta nel momento in cui si presenta, e diviene morte.

Così ci troviamo posti di fronte a una grande verità occulta:

nel mondo della maya, l’unica cosa che ci si presenta nella sua realtà è la morte!

 

• Tutti gli altri fenomeni dobbiamo farli risalire alla loro realtà:

tutti gli altri fenomeni che nella maya ci si presentano hanno dietro di essi la verità.

Soltanto la morte ha la verità nella maya, perché dalla verità qualcosa si è staccato

ed è entrato nella maya. Per questo la morte è la sola verità nel mondo della maya.

 

Se dunque da ciò che si dipana nella maya generale passiamo ai grandi principi del mondo, con la scienza occulta ci si presenta l’importantissima conseguenza che nel mondo della maya è vera in effetti solo la morte.

Cerchiamo di accostarci alla cosa anche da un altro lato, e prendiamo in esame gli esseri degli altri regni che ci circondano.

Possiamo chiederci: muoiono per esempio i minerali? Per l’occultista non ha senso dire che i minerali muoiono; sarebbe infatti come dire che muoia l’unghia di un dito che abbiamo tagliata. L’unghia di un dito non è qualcosa che come tale pretenda di avere in sé un’esistenza, ma è solo una parte di noi che quando la tagliamo non ha più vita. In fondo l’unghia muore solo quando noi stessi moriamo.

 

Nello stesso senso, secondo la scienza occulta, i minerali non muoiono, perché i minerali sono solo parti di un grande organismo, come l’unghia di un dito è una parte del nostro organismo. Quando un minerale in apparenza si disintegra, in realtà è solo strappato dal grande organismo, come l’unghia di un dito è strappata dal nostro organismo quando la tagliamo. La distruzione di un minerale non è una morte perché il minerale non vive in se stesso, ma nel grande organismo di cui è parte.

Se ricordiamo quel che abbiamo detto in una conferenza sulla natura delle piante sappiamo che la pianta, in quanto tale, non è un essere autonomo, ma è un membro, non come il minerale di un grande organismo, bensì di tutto l’organismo terrestre.

 

• In una prospettiva occulta non ha senso parlare della vita di una singola pianta;

bisogna invece parlare dell’organismo terrestre di cui tutte le piante sono parte.

Se facciamo “morire” una pianta, è come se ci tagliassimo l’unghia di un dito.

Non possiamo dire che l’unghia tagliata di un dito muoia.

Similmente non possiamo dire che le piante muoiano, perché sono parte del grande organismo che è la terra;

è il grande organismo che in primavera si addormenta e manda incontro al sole come suoi organi le piante,

in autunno si desta e con i semi accoglie di nuovo in sé l’elemento spirituale delle piante.

 

Non ha senso alcuno considerare le piante di per sé, perché l’organismo terrestre non muore quando le singole piante appassiscono, come pure noi non moriamo quando i nostri capelli diventano grigi e non possiamo ridar loro il colore nero. Solo che noi siamo in una condizione diversa da quella delle piante. L’organismo terrestre è in una situazione paragonabile a quella di un uomo che sia in grado di far tornare neri i suoi capelli grigi. L’organismo terrestre dunque non muore; quello che esso palesa con l’appassire delle piante è un processo che si svolge solo alla sua superficie. Non possiamo perciò dire che in verità le piante muoiano.

Neanche degli animali possiamo dire che muoiano come moriamo noi, perché in verità neppure il singolo animale esiste; ha esistenza reale soltanto la sua anima di gruppo che dimora nel soprasensibile. L’essere dell’animale in verità esiste solo come anima di gruppo sul piano astrale, e il singolo animale è come un addensamento dall’anima di gruppo. Quando un animale muore, è solo un elemento dell’anima di gruppo che viene deposto e sostituito da un altro elemento.

 

La morte che incontriamo nei regni minerale, vegetale e animale,

è dunque solo un fenomeno apparente, è morte soltanto nella sfera della maya.

In verità muore realmente solo l’uomo, che discende con la sua individualità in un corpo fisico

nel quale deve essere reale durante l’esistenza terrestre.

• In verità ha senso parlare di “morte” solo per l’esistenza terrestre dell’uomo.

Dobbiamo perciò dire: solo l’uomo può in effetti sperimentare realmente la morte.

 

Nell’uomo vi è dunque un reale superamento della morte, una vera vittoria sulla morte, di cui si ha notizia grazie all’indagine occulta, perché negli altri esseri la morte è solo apparente, non esiste in realtà. Anche se ascendessimo dall’uomo fino agli esseri delle gerarchie superiori, troveremmo che essi non conoscono la morte nel senso in cui la conoscono gli uomini.

• In sostanza una morte reale, ossia una morte sul piano fisico, esiste solo per gli esseri che sul piano fisico abbiano anche da acquisire qualcosa, e l’uomo sul piano fisico ha da ottenere la coscienza dell’io. Né lo potrebbe senza la morte.

• Per gli esseri che stanno al di sotto dell’uomo, e per quelli che sono al di sopra, non ha senso parlare di una vera morte.

 

Apparirà quindi comprensibile come per noi non vi sia possibilità alcuna di eliminare la più importante azione terrestre compiuta dall’entità che chiamiamo Cristo. Abbiamo infatti visto altre volte che per l’entità del Cristo il mistero del Golgota è da considerare come l’evento essenziale, appunto la vittoria della vita sulla morte.

Dove può aver luogo questa vittoria sulla morte? può realizzarsi nei mondi superiori? No! Già per gli esseri inferiori, per il regno minerale, per il vegetale e per l’animale, non è possibile parlare di morte, perché la loro vera natura è nei mondi superiori soprasensibili. Neppure per gli esseri superiori (lo vedremo in altre conferenze) si può parlare di morte, ma solo di metamorfosi, di trasformazione.

È soltanto per l’uomo che si può parlare di quella svolta nella vita che denominiamo “morte” e che sperimentiamo solo sul piano fisico. Se non fossimo mai discesi sul piano fisico, nulla sapremmo della morte, perché nessun essere ne sa qualcosa, se non è disceso sul piano fisico.

 

• Negli altri mondi non esiste quella che noi chiamiamo “morte”, ma esistono solo trasformazioni, metamorfosi.

• Per poter attraversare la morte, il Cristo dovette scendere sul piano fisico. Solo qui potè sperimentare la morte.

 

Vediamo così che anche nel divenire storico umano è penetrata in modo singolare nella maya la verità dei mondi superiori. Mentre afferriamo ogni altro evento storico col pensiero solo se diciamo che l’evento è sul piano fisico e la sua causa prima è nel mondo spirituale, e che a quel mondo dobbiamo ascendere, per l’evento del Golgota, avvenuto qui sul piano fisico, non possiamo affatto dire che solo nel mondo spirituale se ne possa trovare la causa prima. Certo il Cristo stesso è parte dei mondi spirituali, e da lì è disceso sul piano fisico; tuttavia nei mondi spirituali non esiste un archetipo del mistero del Golgota, come invece esiste per gli altri eventi storici. Esso si compì solo sul piano fisico.

 

Come spesso è stato detto, tra le molte indicazioni date dalla scienza dello spirito per questi fatti, vi è ad esempio che nel corso dei prossimi tre millenni l’evento di Damasco si ripeterà per un numero abbastanza grande di individui. Ciò significa che negli uomini si svilupperanno nuove facoltà che consentiranno loro di percepire sul piano astrale il Cristo come figura eterica, come fu a Damasco per Paolo. Nel corso dei prossimi tre millenni questa percezione del Cristo si attuerà a poco a poco negli uomini in virtù di facoltà superiori che si stanno sviluppando in loro dall’inizio del secolo ventesimo. Da allora in avanti quelle facoltà a poco a poco si svilupperanno in un numero abbastanza grande di uomini che, volgendo lo sguardo ai mondi superiori, sapranno che il Cristo è una realtà, che Egli vive, e lo conosceranno come ora vive. Non sapranno solo come vive ora, ma come Paolo avranno la certezza che morì e poi risorse. La base per questo convincimento non è però nei mondi superiori, ma sul piano fisico.

 

Se già oggi qualcuno arriva a comprendere queste cose, e concepire come l’evoluzione del Cristo stesso procede e con ciò procede l’evoluzione di certe facoltà umane, se qualcuno lo comprende oggi con la scienza dello spirito, dopo aver attraversato la porta della morte non vi sarà alcun impedimento a che egli partecipi a quell’evento, e nel mondo degli uomini se ne avrà un primo bagliore.

Chi dunque già oggi nel corpo fisico si prepara a quell’evento, potrà anche sperimentarlo nella vita fra la morte e una nuova nascita. Chi invece non vi si prepara, chi in questa incarnazione non lo comprende, nulla potrà sapere nella vita fra la morte e una nuova nascita di ciò che a partire dal nostro secolo e nei prossimi tre millenni deve avvenire riguardo al Cristo; dovrà perciò attendere e prepararvisi, finché sarà di nuovo incarnato.

 

Ciò che dunque si svolse qui sul piano fisico come causa di ogni successiva evoluzione del Cristo, vale a dire la morte sul Golgota e tutto ciò che vi si collega, potrà essere compreso solo entro il corpo fisico.

Fra tutti gli eventi decisivi per una vita superiore, questo è l’unico che può essere compreso solo nel corpo fisico. Poi potrà essere ulteriormente elaborato e sviluppato nei mondi superiori; comprenderlo è per ora possibile solo nel corpo fisico.

Come il mistero del Golgota non avrebbe mai potuto svolgersi nel mondo soprasensibile, come quel mondo non ne ha alcun archetipo, perché si tratta di un evento che ha in sé la morte e dovette perciò svolgersi sul piano fisico, così la sua comprensione potrà essere acquisita soltanto sul piano fisico. È proprio uno dei compiti dell’uomo sulla terra giungere in una delle sue incarnazioni a questa comprensione.

 

Possiamo dunque dire di aver trovato anche in grande qualcosa che ci mostra direttamente sul piano fisico una realtà, una verità. Che cosa è poi reale sul piano fisico, tanto da dire che qui vi è qualcosa di vero? Possiamo asserire che sul piano fisico solo la morte è una realtà, beninteso la morte per gli uomini, e non per gli altri regni della natura.

• Di tutti gli eventi avvenuti nel corso della storia dobbiamo riconoscere che, per poterli comprendere, è necessario risalire alla loro causa prima, vale a dire al loro archetipo spirituale; non però per il mistero del Golgota, perché lì ci si presenta qualcosa che in quanto tale fa direttamente parte del mondo dei fenomeni veri.

 

Ora però è interessantissimo scoprire anche l’altro lato di quel che abbiamo detto. È importantissimo vedere che l’evento del Golgota, unico evento reale, oggi in genere venga negato, non sia riconosciuto come un fatto storicamente dimostrabile in base ai documenti fra tutti gli altri fatti storici. L’evento del Golgota non è in effetti veramente dimostrabile con reali ragioni storiche. Per la vita di un Socrate, o di un Platone, o di un qualsiasi eroe greco significativo per la storia dell’umanità, è in un certo senso facile trovare testimonianze storiche. A buon diritto si può invece obiettare che di Gesù di Nazareth nessun documento storico sia in grado di dimostrare l’esistenza! Non ne esistono neppure di contrari. Non è assolutamente possibile trattare quell’evento come si trattano tutti gli altri fatti della storia.

È veramente singolare: l’evento del Golgota, svoltosi realmente sul piano fisico sensibile, ha in comune con tutti gli eventi soprasensibili il fatto di non potersi dimostrare esteriormente.

 

Alle stesse persone che negano l’esistenza del mondo soprasensibile manca la possibilità di comprendere l’evento del Golgota, che non è affatto soprasensibile. Lo si potrebbe spiegare alla luce dei suoi effetti. In proposito esse hanno l’idea che quegli effetti potrebbero anche essersi verificati senza che nella storia avesse avuto luogo quell’evento reale; li spiegano come conseguenze di situazioni sociologiche.

Per chi invece conosce l’intimo corso del divenire del mondo, l’idea per cui effetti come quelli che ci si mostrano nel cristianesimo possano avvenire senza che dietro vi sia una forza reale, ha tanto poco senso quanto il dire che i cavoli crescono in un campo senza che prima ne siano stati sparsi i semi.

 

Possiamo però fare un altro passo avanti e dire: coloro che furono impegnati nella stesura definitiva dei Vangeli non avevano alcuna possibilità di dimostrare con ragioni storiche la storicità del mistero del Golgota, perché quel mistero in effetti passò inosservato, quasi senza lasciar tracce.

Ma più tardi gli autori dei Vangeli (ad eccezione dell’autore del vangelo di Giovanni, che fu proprio un testimone diretto dell’evento) come si sono convinti della realtà del mistero del Golgota? Anzitutto se ne convinsero prescindendo dai documenti storici: non possedevano infatti di quell’evento se non comunicazioni orali e testi misteriosofici (come è descritto nel mio libro Il cristianesimo come fatto mistico). Essi si convinsero dell’esistenza reale del Cristo Gesù, dalla posizione delle stelle: erano infatti ancora profondi conoscitori del rapporto fra macrocosmo e microcosmo. Conoscevano quel rapporto (come anche oggi lo si può conoscere calcolando la posizione degli astri relativamente a un determinato momento della storia) e dicevano: se la posizione degli astri è in un certo modo, chi viene designato come Cristo deve essere vissuto qui sul piano fisico.

 

Proprio in quel modo gli scrittori dei vangeli di Matteo, Marco e Luca si convinsero di quello storico evento. Vi pervennero per via chiaroveggente; però al convincimento della sua realtà pervennero attraverso le costellazioni del macrocosmo, convincendosi che sulla terra erano avvenuti quei fatti. Chi è a conoscenza di questi sostrati spirituali, può loro prestar fede. È inutile cercar di dimostrare la falsità degli argomenti addotti contro la storicità dei Vangeli. In quanto antroposofi, dobbiamo piuttosto vedere chiaramente che occorre porsi su di un terreno del tutto diverso: sul terreno delle conoscenze che solo la scienza spirituale può offrirci.

Cercherò in proposito di richiamare qualcosa che cercai di motivare altrove in questi giorni, ossia che con obiezioni magari giuste per se stesse, non sempre si riescono a cogliere le verità della scienza dello spirito; sebbene talvolta si dicano cose giustissime, che alla conoscenza ordinaria possono apparire giustificatissime, tuttavia spesso esse non costituiscono vere obiezioni contro la scienza dello spirito.

 

Nella conferenza “Come si motiva la teosofia” feci un paragone, dicendo che in un paese di campagna c’era una volta un ragazzino che aveva il compito di andare tutte le mattine a comperare i panini per la prima colazione della sua famiglia. In quel paese a quel tempo un panino costava due soldi, e il ragazzo portava sempre con sé dieci soldi. Non essendo molto forte in aritmetica, non si preoccupava però di contare i panini. Nella famiglia un figlio adottivo fu incaricato di andare al posto dell’altro a comperare i panini al forno. Questi era però forte in aritmetica e pensò: vado a comperare il pane: ho dieci soldi, un panino ne costa due, dieci diviso due uguale a cinque, porterò dunque a casa cinque panini. Ma, giunto a casa, si accorge che i panini sono sei! Allora pensa: c’è qualcosa di sbagliato; non potevo ricevere sei panini per dieci soldi; il mio conto è giusto, e domani certo riceverò non sei, ma solo cinque panini. Il giorno dopo però, ne riportò di nuovo a casa sei! Che cosa era successo? Era successo che il calcolo del ragazzo era giustissimo, ma non concordava con la realtà, che era diversa. Infatti in quel paese, a chi comperava panini per dieci soldi, si usava regalarne uno in più, sei, invece di cinque! L’obiezione del ragazzo era giustissima, solo non si accordava con la realtà.

 

Simili obiezioni acutissime, escogitate da taluni contro la scienza dello spirito, possono anche essere coerenti, senza per questo accordarsi con la realtà, perché essa si fonda su tutt’altri sostrati. L’episodio singolare che ho narrato consente proprio di rendersi conto, anche da un punto eli vista conoscitivo, del rapporto che esiste fra un calcolo esattissimo e la verità.

Nel corso di questa esposizione ci siamo sforzati di ricondurre il mondo della maya alla sua verità. Ci si è mostrato che l’elemento del calore, o fuoco, è sacrificio, che l’elemento gassoso è virtù elargitrice o donatrice, che l’elemento liquido è rinuncia.

Oggi a queste tre verità abbiamo aggiunto che la vera essenza dell’elemento solido, o terra, è la morte, il distacco di una sostanza qualsiasi dal suo senso cosmico.

 

Con quel distacco subentra la morte quale verità nel mondo della maya o dell’illusione. Gli dèi stessi non avrebbero potuto conoscere la morte senza discendere nel mondo fisico per comprenderla, nella sua verità, nel mondo fisico dell’illusione.

Oggi abbiamo voluto aggiungere qualcosa ai concetti che già conosciamo. Dobbiamo però ancora una volta tener presente che si può pervenire a chiarezza intorno a questi concetti, che ci saranno utili per molti passi del vangelo di Marco, soltanto grazie a una accurata meditazione, facendoli passare più e più volte davanti alla nostra anima. Il vangelo di Marco può infatti venir compreso solo ponendo alla sua base i più significativi concetti dell’universo.

 

 

By | 2020-01-13T12:01:16+01:00 Gennaio 12th, 2020|EV. SECONDO VERITA'|Commenti disabilitati su 05 – LA MORTE COME UNICA VERITÀ NEL REGNO DELLA MAYA.