/////05 – LA VITA SOCIALE NELL’EQUILIBRIO DI UNA TRIADE

05 – LA VITA SOCIALE NELL’EQUILIBRIO DI UNA TRIADE

La vita sociale nell’equilibrio di una triade.

O.O. 186 – Esigenze sociali dei tempi nuovi – 07.12.1918


 

Sommario: La vita sociale nell’equilibrio di una triade. Ritmo del respiro e capacità di pensieri astratti. Conseguenze sociali dell’estromissione degli altri sei Elohim da parte di Jahve. La progressiva comprensione del Cristo. Fantasmi del l’Antico Testamento nel nazionalismo del presente. Il formare immagini del nostro prossimo sarà un impulso sociale.

 

Spesso per la gente è difficile trovarsi a proprio agio nel corso degli eventi del mondo, proprio quando si considerano tali eventi da un punto di vista superiore. Farebbe molto piacere all’uomo non guardare imparzialmente la verità che risolve certi conflitti della vita solo dopo lunghi periodi di tempo. Anche se non se lo confessa sempre, l’uomo gradirebbe moltissimo essere condotto con le dande dalle potenze del mondo. In particolare gli riesce difficile trovarsi serenamente a proprio agio se in qualche incarnazione è costretto a vivere in un epoca così se catastrofica, come per esempio quella a attuale. Allora pone volentieri la domanda del perché la divinità lasci che tali cose avvengano. Non indaga volentieri circa le necessità della vita. In certo qual modo egli ha infatti il desiderio di vedere le cose quanto più piacevoli possibile. Ma in un’epoca come la nostra l’uomo deve vedere varie cose che si vanno preparando nel caos. Il caos è necessario per il corso complessivo del divenire. Spesso l’uomo si deve inserire tanto nelle situazioni caotiche quanto in quelle armoniche. Il nostro quinto periodo postatlantico in particolare è uno di quelli che fa molto sperimentare alla gente il caos; è la particolarità, l’essenza di questo periodo. Noi viviamo infatti nel tempo in cui l’uomo deve attraversare gli impulsi evolutivi che lo pongono sui suoi piedi, che lo compenetrano della coscienza individuale. Viviamo nel periodo dell’anima cosciente.

 

Dopo tutto quello che abbiamo osservato, raccogliendo le cose più varie che possono far capire proprio il nostro periodo, bisogna porsi la domanda di quale sia la particolarità principale appunto del nostro tempo e dello sviluppo dell’anima cosciente. La particolarità principale di questo periodo è il fatto che l’uomo deve imparare a conoscere nel modo più profondo, nel modo più intenso, le forze che si oppongono all’armonizzazione di tutta l’umanità. Pertanto nel nostro tempo si deve diffondere man mano una conoscenza cosciente delle forze arimaniche e luciferiche che si oppongono all’uomo. Se l’uomo non sperimentasse questi impulsi dell’evoluzione, ai quali cooperano le potenze luciferiche ed arimaniche, non arriverebbe all’uso completo della sua coscienza, cioè alla formazione completa della sua anima cosciente. Dobbiamo però riconoscere in questo inserimento dell’anima cosciente nella natura umana un impulso essenzialmente antisociale. Nella nostra epoca si verifica cioè la particolarità che il sorgere dell’idea sociale appare come una reazione a ciò che vuol uscire proprio dall’essere intimo della natura umana, una reazione allo sviluppo della coscienza individuale. Direi che nel nostro tempo abbiamo una vocazione per il socialismo perché, l’essere intimo dell’uomo di oggi si oppone proprio al massimo grado al socialismo. Pertanto è necessario considerare tutto quanto nel cosmo, nel mondo, è in una relazione con l’uomo, per diventare coscienti della relazione che esiste fra gli impulsi antisociali, che sgorgano dalle profondità delle anime umane, e la vocazione all’armonizzazione sociale, che agisce come reazione a quanto sgorga dall’intimo dell’anima umana. Bisogna appunto rendersi chiaro conto del fatto che l’uomo, con la sua vita, rappresenta una condizione d’equilibrio fra potenze che reciprocamente si combattono. Ogni rappresentazione che per esempio tenda semplicemente a rappresentare una dualità, per esempio un principio buono ed uno cattivo, non sarà mai capace di illuminare la vita. Si può illuminare la vita solo rappresentandola come elemento ternario, in cui una parte rappresenta la condizione d’equilibrio, e le altre due i poli verso i quali la condizione d’equilibrio oscilla continuamente. Da ciò deriva la triade che vogliamo raffigurare nella nostra scultura, quella che deve formare il centro di questo edificio, col rappresentante dell’umanità fra Arimane e Lucifero.

 

Questa coscienza di una condizione d’equilibrio alla quale si tende, sempre in pericolo di volgersi verso una parte o verso quella opposta, deve diventare l’elemento essenziale della concezione del quinto periodo postatlantico. Mentre l’uomo sperimenta l’anima cosciente, egli si evolve verso il sé spirituale Il periodo di evoluzione dell’anima cosciente durerà ancora a lungo. Ma in realtà le cose non si svolgono in modo che sempre come in un bello schema, una cosa segua all’altra; una è in certo qual modo inclusa nell’altra. Così, mentre educhiamo l’anima cosciente ad essere sempre più forte, direi che il sé spirituale che si manifesterà nel sesto periodo postatlantico con la stessa forza dell’anima cosciente nel quinto, resta in attesa sullo sfondo. Con la stessa forza con la quale l’anima cosciente, sviluppandosi, ha un effetto antisociale, agirà socialmente il sé spirituale. Si può quindi dire che l’uomo, dagli intimi impulsi della sua anima, sviluppa nel nostro tempo elementi antisociali, ma che sotto sotto si stanno preparando elementi spiritualmente sociali. Tali elementi spiritualmente sociali, che sotto sotto si stanno preparando, si manifesteranno essenzialmente quando sorgerà, nel sesto periodo postatlantico, la luce del sé spirituale. Per questa ragione non c’è da meravigliarsi che in questo quinto periodo postatlantico si manifesti in forme astruse, iper-radicali, quel che potrà inserirsi nell’umanità in modo ordinato soltanto nel sesto periodo postatlantico che seguirà il nostro.

 

Durante il quinto periodo postatlantico l’uomo sarà esposto ai prodromi di quanto deve sopraggiungere nel sesto periodo postatlantico, e tutto dipenderà dal fatto che si acquisti una comprensione di quello che dobbiamo passare nel quinto periodo. Le spinte antisociali avranno un’enorme importanza e potranno essere attutite e incorporate in una vita realmente sociale se, come ho esposto recentemente, gli uomini si varranno della scienza sociale che risulta dalla generale scienza dello spirito.

 

Così molto anticipate, sullo sfondo, dietro ai vari sforzi del presente e dell’avvenire, abbiamo le aspirazioni sociali. Ma dobbiamo ripetere dai più svariati punti di vista che la forma sociale richiesta non potrebbe essere vitale senza un collegamento con altre due cose. Nel sesto periodo postatlantico questo collegamento si manifesterà più o meno spontaneamente. Nel quinto periodo postatlantico la vita sociale deve essere regolata coltivando la scienza dello spirito. Ogni sforzo per regolare la vitale al di fuori dell’ambito della scienza dello spirito porterà soltanto al caos e ad un iper-radicalismo che rende infelici gli omini. Riguardo alla struttura sociale della vita, proprio il quinto periodo postatlantico dipende particolarmente dalla scienza dello spirito. Dobbiamo infatti riflettere ancora una volta sul fatto – ne ho già accennato ieri ed anche recentemente a Basilea nella conferenza pubblica – che in certo qual modo l’uomo supera la natura che si riferisce al regno animale. Egli supera la natura animale, porta in sé la natura animale.

 

Darwinisti ingenui sostengono che la morale umana sia soltanto un’evoluzione degli istinti sociali degli animali. Gli istinti sono però innati negli animali, e da istinti sociali negli animali si trasformano nell’uomo in istinti antisociali; l’uomo potrà tornare a svegliarsi alla vita sociale quando supererà ciò che provenendo dal regno animale, si trasforma nell’elemento antisociale. Questa è la verità. Se quindi vogliamo rappresentarci schematicamente l’uomo da questo punto di vista, possiamo dire che egli supera l’animale, si evolve al di là dell’animale. Quello che nell’animale è elemento sociale, diventa antisociale nell’uomo. Ma l’uomo si eleva alla spiritualità, e nello spirituale può tornare a conquistarsi l’elemento sociale. L’uomo si conquista l’elemento sociale a un livello più alto di quello che gli è proprio nell’epoca dell’anima cosciente, nel corso della quale è uscito dall’animalità; nello stato caotico l’elemento sociale irradia nella condizione intermedia in cui appunto si trova.

 

A questo punto sono necessarie altre due aggiunte. Se il socialismo che sorge come impulso elementare, si presenta da solo come un’esigenza nell’ambito dell’umanità, esso finisce col portar danno. Il socialismo può portare del bene solo se è appaiato alle altre due cose che si devono sviluppare nell’umanità fino alla fine della nostra epoca postatlantica, fino al settimo periodo postatlantico, se è appaiato a quanto si può chiamare una libera vita di pensiero, ad una comprensione della natura spirituale del mondo che sta dietro alla natura sensibile. Il socialismo senza scienza dello spirito e senza libertà di pensiero è un assurdo. Questa è appunto una verità obiettiva. Ma l’uomo deve svegliarsi alla libertà di pensiero, deve maturarsi proprio nel nostro periodo dell’anima cosciente. Perché, deve svegliarsi all’anima cosciente?

 

Voglio far osservare che nel corso della sua evoluzione l’uomo, nel quinto periodo postatlantico, è giunto come ad un punto decisivo. Fino al quinto periodo postatlantico l’uomo aveva mantenuto la possibilità che il tempo prenatale continuasse ad agire dopo la nascita. Rendiamocene ben conto. Fino al nostro periodo l’uomo portava in sé forze che non erano state da lui conquistate nel corso della vita, ma che già aveva quando, come si dice, vedeva la luce, quando nasceva; forze che gli erano state impresse nel periodo embrionale. Fino al quarto periodo postatlantico l’uomo aveva le forze che gli venivano impresse nel periodo embrionale e che poi continuavano ad agire nel corso della vita. Solo ora ci troviamo dinanzi la grande crisi nell’evoluzione dell’umanità per cui quelle forze non possono dare il « la », non possono più avere un’azione elementare come fino ad ora. In altre parole, nel quinto periodo postatlantico l’uomo sarà molto più esposto alle impressioni della vita, perché, le forze che si oppongono alle impressioni della vita, che vengono acquisite nel periodo embrionale prima della nascita, perdono la loro forza portante. È di grandissima importanza che queste forze perdano la loro forza portante.

 

Soltanto per un aspetto la vita è già stata ordinata fin qui in modo che l’uomo potesse acquisire fra nascita e morte qualcosa, che non gli era stato inoculato durante il periodo embrionale. Questo fu solo possibile per ciò che segue. Ieri abbiamo esaminato particolari fenomeni del sonno in rapporto con la vita sociale. Quando l’uomo dorme il suo io ed il suo corpo astrale si trovano fuori dal corpo fisico e dal corpo eterico. Nel sonno vi è un’altra relazione fra io e corpo astrale da un lato, corpo fisico e corpo eterico dall’altro, che non nella veglia. Quando dorme l’uomo si comporta diversamente nei confronti del suo corpo fisico e di quello eterico. Ora vi è una certa somiglianza fra il nostro sonno ed il nostro periodo embrionale – somiglianza, non uguaglianza! In un certo senso, quando ci addormentiamo e fino al risveglio la nostra vita diventa simile, non uguale, alla vita che conduciamo dalla concezione – o in realtà da tre settimane dopo la stessa – fino alla nascita. Quando siamo nel grembo materno conduciamo una vita simile a quella che abbiamo dopo quando dormiamo. La sola differenza deriva da qualcosa di molto importante, e cioè dal respiro, dal respirare l’aria esterna. Per questo motivo ho potuto dire: simile ma non uguale. Quando siamo nel grembo materno non respiriamo l’aria esterna. Siamo chiamati a respirare l’aria esterna quando veniamo messi al mondo. Questo è il motivo per cui la vita nel sonno è diversa da quella embrionale. Si tenga ora presente che quando dorme, da molti punti di vista l’uomo ha una vita simile a quella embrionale. Ora interferisce qualcosa che può esistere solo fra nascita e morte, non nella vita embrionale: interviene il respiro. Per il fatto che l’uomo respira l’aria esterna, il suo organismo viene influenzato in un certo modo. Ma tutto quanto influenza il nostro organismo influisce su tutte le nostre manifestazioni di vita, anche sulle nostre manifestazioni animiche. Comprendiamo la vita in mondo diverso se respiriamo o se non respiriamo.

 

Nell’evoluzione dell’umanità vi è un particolare elemento – ed esaminandolo tocchiamo un importante segreto dell’evoluzione dell’umanità – quello dell’Antico Testamento i cui iniziati erano profondamente compenetrati in modo particolare dal fatto che l’uomo, fra nascita e morte, si differenzia per il respiro dalla vita embrionale alla quale, per il resto, la vita nel sonno è molto simile. Sul riconoscimento interiore della natura del respiro si basava il nesso degli antichi iniziati ebrei, degli iniziati ebrei dell’Antico Testamento, con il loro Dio Jahve. Possiamo rilevare dalla Bibbia che il Dio Jahve si manifestava al suo popolo. Quale era il popolo di Jahve? Il popolo che aveva un particolare nesso con la verità relativa al respiro che appunto ho enunciato. Con ciò è connesso il fatto che proprio questo popolo ricevette la rivelazione che l’uomo è diventato tale perché, gli fu dato il vivo respiro.

 

Si acquista una comprensione del tutto particolare se si bada alla natura del respiro Umano. Si conquista la comprensione per la vita del pensiero astratto, quella che nell’Antico Testamento viene chiamata la vita della legge, per l’accoglimento di pensieri astratti. Per quanto strano possa suonare oggi al pensiero materialistico, è vero tuttavia che la forza di astrazione umana è essenzialmente condizionata proprio dal processo di respirazione. Che l’uomo possa astrarre, che possa afferrare pensieri astratti nel senso in cui anche le leggi sono pensieri astratti, anche fisiologicamente è connesso col suo processo di respirazione. Lo strumento per il pensiero astratto è il cervello. Esso è compreso in un continuo ritmo che è conforme al ritmo del respiro. A proposito del rapporto del ritmo del cervello col ritmo del respiro ho già parlato qui, perfino più volte. Ho spiegato come il cervello riposi nel liquido cerebrale, come il liquido cerebrale, quando l’aria viene espirata, scorra attraverso la colonna del midollo spinale e si riversi, in basso, nella cavità addominale. Come nell’inspirazione il liquido venga poi spinto indietro in modo che abbia luogo un continuo vibrare: all’atto dell’espirazione un abbassarsi del liquido cerebrale, all’atto dell’inspirazione un salire del liquido cerebrale ed un adagiarsi del cervello nel liquido cerebrale. La capacità di astrazione dell’uomo è in rapporto anche fisiologicamente con questo ritmo del processo di respirazione.

 

Un popolo che si fondava in modo speciale sul processo di respirazione era contemporaneamente il popolo del processo di astrazione. Per questo motivo gli iniziati, percependo nel loro modo jahvetico, potevano dare al foro popolo una rivelazione del tutto particolare perché, tale rivelazione era completamente adeguata al pensiero astratto. Il segreto della rivelazione dell’Antico Testamento sta nel fatto che l’uomo ha accolto una saggezza che era adeguata alla capacità di astrazione, alla capacità del pensiero astratto; e la saggezza jahvetica era adeguata al pensiero astratto. Nella coscienza normale, dormendo, l’uomo perde la saggezza jahvetica. Gli iniziati di Jahve, nella loro iniziazione, accoglievano semplicemente ciò che l’uomo sperimenta per mezzo del respiro, da quando si addormenta fino al risveglio. Per questo motivo molto spesso, da coloro che amano le mezze verità, Jahve viene indicato come la divinità che regola il sonno. È anche così. Egli ha trasmesso all’uomo la parte di saggezza che l’uomo sperimenterebbe se diventasse tanto veggente, quanto appunto divennero gli iniziati, da sperimentare coscientemente la vita da quando ci si addormenta fino al risveglio. Ciò non venne però sperimentato dalla coscienza normale nella vita dell’Antico Testamento, ma fu dato alla gente come rivelazione; nella saggezza jahvetica la gente riceveva quindi come rivelazione ciò che doveva perdere dormendo. Doveva essere perduto dormendo perché, altrimenti il processo vitale non avrebbe potuto proseguire.

 

L’essenziale della civiltà dell’Antico Testamento è che la saggezza notturna viene rivelata come saggezza jahvetica. Questa possibilità si era esaurita fino ad un certo grado – prego di notare: fino ad un certo grado – per la gente nel tempo in cui si approssimava il mistero del Golgota. Infatti la saggezza che in certo modo è la saggezza del sonno-respiro, è un settimo della saggezza che l’uomo deve sviluppare; un settimo! È la saggezza di uno degli Elohim, di Jahve. Gli altri sei settimi potevano e possono avvicinarsi all’umanità solo per la penetrazione dell’impulso del Cristo nell’umanità. Si può così dire che rivelandosi Jahve, egli rivela direi in anticipo la saggezza notturna della respirazione. Gli altri sei Elohim, che nel loro complesso, col settimo, rappresentano l’impulso del Cristo rivelano il resto che si avvicina all’uomo fra nascita e morte al di là del respiro.

 

Nell’ambito della civiltà dell’Antico Testamento l’uomo sarebbe diventato un essere del tutto antisociale, se Jahve non avesse rivelato al suo popolo l’elemento sociale nella legge astratta che regolava ed armonizzava la vita appunto di quel popolo. Jahve potè, conquistarsi questo primato respingendo gli altri Elohim, quasi detronizzandoli, come ho spiegato. A seguito di ciò si sono avvicinati alla natura umana altri esseri spirituali di più bassa levatura, e se ne sono impossessati. L’uomo fu esposto a questi altri esseri per cui, durante l’evoluzione dell’Antico Testamento, dobbiamo registrare due fatti. In primo luogo la saggezza jahvetica armonizzatrice, in ciò che gli ebrei chiamavano la legge e nella quale allo stesso tempo era definita la vita sociale; in secondo luogo ciò che si opponeva a quella coesione sociale, vale a dire gli altri esseri di più bassa levatura vicini alla natura umana, perché, gli altri Elohim non erano ammessi nel tempo precedente il mistero del Golgota. Questi esseri di più bassa levatura dirigevano i loro forti attacchi in senso antisociale contro l’elemento jahvetico.

 

Si verifica il particolare fatto che a metà del secolo diciannovesimo, negli anni quaranta, Jahve non poté più dominare con la sua influenza gli spiriti oppositori, e così questi ultimi acquistarono particolare potenza. In realtà appena nel corso del secolo diciannovesimo è sorta la necessità di comprendere veramente l’impulso del Cristo che prima, come spesso ho ricordato, veniva solo preparato, perché, senza di esso la civiltà umana non può progredire. L’elemento sociale della vita umana si trovava appunto davanti a questa notevole crisi per cui l’impulso del Cristo deve essere compreso per l’avvenire quanto più possibile. Senza la comprensione dell’impulso del Cristo nessuna esigenza sociale si avvia ad una soluzione benefica.

 

Tutti i secoli, e sono ormai quasi venti, in cui il cristianesimo si è diffuso, sono stati solo preparatori per la vera comprensione dell’impulso del Cristo. L’impulso del Cristo può essere infatti afferrato solo nello spirito. Tutto avviene a poco a poco, e nel nostro tempo critico, nell’epoca in cui appunto per quanto riguarda le cose da me esposte ha luogo una crisi, avviene che, come un residuo, penetra ancora l’impulso verso la sola saggezza jahvetica, verso la saggezza che dipendeva da quanto viene acquisito nella vita, embrionale e che viene modificato dal processo di respirazione, peraltro incosciente. Il processo di respirazione non viene a coscienza. La saggezza jahvetica-deve venir rivelata alla coscienza. Ciò durò fin tanto che l’anima cosciente non fu sviluppata fino ad un certo grado. Ora l’anima cosciente è sviluppata fino a quel grado non si può continuare ad utilizzare la saggezza jahvetica sintonizzata col respiro. Sempre si manifesta invece la tendenza a continuare ad utilizzare ciò che, secondo le necessità interiori, non si può utilizzare. Poiché, per la vita fra la nascita e la morte resta incosciente ciò che è connesso col respiro, la civiltà ebraica è stata una civiltà individuale dell’umanità, ma una civiltà di popolo in cui tutto è connesso con la discendenza dal comune capostipite. La rivelazione ebraica è essenzialmente una rivelazione calcolata per il popolo ebraico, perché, appunto tiene conto di quanto viene acquisito nella vita embrionale edificato solo da un elemento inconscio: il processo di respirazione.

 

Che cosa ne consegue nel nostro tempo critico? Che chi non vuol aderire alla saggezza cristica, la quale porta nell’uomo l’altro elemento che viene conquistato fra nascita e morte al di fuori del processo di respirazione, vuole fermarsi alla saggezza jahvetica, vuole orientare l’umanità solo verso civiltà nazionali. L’attuale appello per una divisione degli uomini in singoli popoli è l’appello, arimanicamente ritardato, per la fondazione di una civiltà in cui tutti i popoli rappresentino solo civiltà nazionali, vale a dire civiltà secondo l’Antico Testamento. Che i popoli di tutta la terra abbiano a diventare simili al popolo ebreo antico, questo è l’appello di Woodrow Wilson!

 

Con ciò tocchiamo un enigma profondissimo, un enigma che si rivelerà nelle forme più diverse. Un elemento sociale, che è antisociale rispetto a tutta l’umanità, che vuole fondare la socialità soltanto nei singoli popoli, vuol emergere quale elemento arimanico; l’impulso di civiltà dell’Antico Testamento viene mantenuto arimanicamente!

 

Vedete, le cose non sono tanto semplici come molta gente crede; non basta escogitare questo o quello per proporre ideali all’uomo. Bisogna poter abbordare la realtà, bisogna essere capaci di dire che cosa veramente domini ed agisca in tale realtà. L’uomo ha appunto la prospettiva, fra nascita e morte, di non costruire su quanto è inconscio, ma su quanto è cosciente. L’elemento inconscio si fonda sul processo di respirazione e ovviamente su quanto è in rapporto col processo di respirazione, sul sangue, sulla circolazione sanguigna, vale a dire sulla discendenza, sulla relazione del sangue, sull’ereditarietà. La civiltà a venire non può fondare l’ordine sociale sulla sola relazione del sangue, perché, tale nesso dà solo un settimo di ciò che deve essere fondato nella civiltà umana. Gli altri sei settimi devono aggiungersi per mezzo dell’impulso del Cristo, un settimo nel quinto periodo, un altro nel sesto, un terzo nel settimo ed il resto nei tempi successivi. Pertanto nell’umanità si deve sviluppare man mano ciò che è in relazione col vero impulso del Cristo, e deve essere superato ciò che è connesso col solo impulso jahvetico.

 

Sarà caratteristico dell’impulso jahvetico che per l’ultima volta poderosi tentativi di vasta portata si verificheranno nel socialismo internazionale, quale viene compreso dal proletariato. Sarà in sostanza l’estremo tentativo dell’impulso jahvetico. Avverrà il particolare fenomeno che ogni popolo diventerà popolo di Jahve e che contemporaneamente ogni popolo pretenderà di diffondere il suo culto di Jahve, il suo socialismo.

 

Queste saranno poi le forze reciprocamente contrastatesi fra le quali si dovrà trovare l’equilibrio. In tutto ciò che si attua come necessità obiettiva nel corso dell’evoluzione umana, si mescolano i sentimenti e le sensazioni degli uomini che prendono diversi atteggiamenti rispetto ai vari gruppi di popoli e che, nell’ambito del corso necessariamente obiettivo dell’evoluzione, hanno un’azione molesta. Per mezzo della saggezza jahvetica si apre uno dei sette varchi per i legami fra gli uomini. Si aprirà un secondo varco quando si riconoscerà che la natura fisica ed eterica dell’uomo si ammala nel corso della vita. Naturalmente non si intende una malattia acuta, ma vivere nel nostro quinto periodo significa un lento ammalarsi. Ciò avviene dal quarto periodo in poi, ed in particolare è così nel quinto. Anche se lento e continuo, il processo vitale corrisponde a una malattia acuta; soltanto che questa ha un decorso rapido. Pertanto, come si deve guarire da una malattia per mezzo di una cura specifica, così deve verificarsi nella vita umana qualcosa che risana.

 

Dal quinto periodo postatlantico in poi la vita naturale degli uomini è dunque una specie di continuo, lento ammalarsi. L’educazione, tutti gli influssi culturali devono avere come mèta la guarigione. In certo qual modo questa è la prima vera spinta dell’impulso del Cristo: il risanamento, la redenzione. Il Redentore è chiamato nel quinto periodo postatlantico ad essere specialmente il risanatore. Le altre forme dell’impulso Cristo devono stare sullo sfondo. Per il sesto periodo postatlantico l’impulso del Cristo avrà una particolare azione per la chiaroveggenza. Allora si svilupperà il sé spirituale, entro il quale l’uomo non può vivere senza la chiaroveggenza. Nel settimo periodo postatlantico si svilupperà una specie di natura profetica, in quanto il terzo impulso si trasferirà profeticamente in un’epoca del tutto diversa. Le altre tre parti della sestuplice saggezza cristica agiranno nelle epoche successive. Così l’impulso del Cristo deve penetrare nell’umanità come processo risanatore, come processo veggente, come processo profetico, come l’elemento che infuoca socialmente l’umanità nel presente e nei due successivi periodi di civiltà. Questa è la reale penetrazione dell’impulso del Cristo nella vita, ed essa si insinua in tutte le altre cose che abbiamo già menzionato in merito all’evoluzione. Un varco è stato aperto per mezzo della saggezza jahvetica. Ma esso è diventato impraticabile a metà del secolo diciannovesimo. Che sia possibile attraversare tale varco, potrà avvenire soltanto se tutti i popoli svilupperanno, in certo qual modo a seconda della loro forma, delle civiltà di tipo ebraico. Altri varchi devono essere aperti; deve aggiungersi cioè la saggezza iniziatica – che diventa nota per mezzo di un secondo, di un terzo, di un quarto varco – alla saggezza nota per mezzo del varco di Jahve. Solo in questo modo l’uomo potrà inserirsi in nessi diversi da quelli regolati dai legami del sangue, vale a dire dai legami della respirazione; ciò sarà di particolare importanza per lui nell’avvenire.

 

Elemento critico del nostro tempo è poi che la gente vuol conservare arimanicamente da tempi antichi la regolazione dell’ordinamento mondiale secondo legami del sangue, ma che una necessità intima cerca di superare tali legami del sangue. In avvenire il regolatore dell’elemento sociale non potrà derivare da ciò che in qualche modo è affine, ma avrà valore solo quello che l’anima stessa, per libera determinazione, potrà sperimentare come normativo per l’ordine sociale. In un certo senso una necessità interiore guiderà gli uomini in modo che sarà abolito tutto quanto penetra nell’ordinamento sociale attraverso i meri legami del sangue. Agli inizi tutte queste cose appariranno in maniera tumultuosa. Nel nostro tempo dovranno la conoscenza dello spirito e la libertà di pensiero, quest’ultima soprattutto in campo religioso. La scienza dello spirito deve svilupparsi perché, gli uomini devono sviluppare dei nessi fra di loro, e l’uomo è spirito. Si può entrare in relazione con l’uomo solo partendo dallo spirito. Il rapporto precedente, in cui gli uomini si erano inseriti, partiva dallo spirito inconscio, vibrante nel sangue nel senso della saggezza jahvetica, che però portò solo all’astrazione. Il grado successivo, al quale l’uomo deve essere condotto, deve essere qualcosa che viene afferrato nell’animico. In immagine, per atavismo, i popoli pagani avevano i miti in antiche forme culturali. Il popolo ebreo aveva le sue astrazioni – non miti, ma astrazioni – aveva la legge. Il fenomeno è continuato. Con ciò l’uomo è stato elevato dapprima alla capacità rappresentativa, alla capacità di pensiero. Ma dalla sua attuale concezione del mondo, nella quale vive l’eco del «Non costruirti alcun simulacro» *, l’uomo deve ritornare alla capacità dell’anima che è in grado coscientemente di costruirsi delle immagini. In avvenire la vita sociale potrà infatti essere realizzata in modo giusto solo in immagini, in immaginazioni. La vita sociale poté essere regolata in astrazioni solo nell’ambito del singolo popolo, e la regolamentazione nazionale più eminente dal punto di vista sociale fu quella dell’Antico Testamento. La successiva regolamentazione della vita sociale dipenderà dalla capacità di esercitare coscientemente la stessa forza che era insita in modo inconscio o semicosciente, in maniera atavica, nella capacità di produrre miti. La gente si riempirebbe completamente di istinti antisociali se si limitasse a diffondere solo delle leggi astratte. Attraverso la loro concezione del mondo gli uomini devono arrivare a creare immagini soltanto così, grazie a questa creazione cosciente di miti, sorgerà la possibilità che nella relazione da uomo a uomo si formi l’elemento sociale.

 

Nel guardare un’immagine come quella del gruppo scultoreo col rappresentante dell’umanità, con Lucifero e con Arimane, ci sta dinanzi ciò che agisce in tutto l’uomo, perché, l’uomo rappresenta la condizione d’equilibrio fra l’elemento luciferico e quello arimanico. Se durante la vita ci si compenetra dell’impulso a stare di fronte ad ogni uomo in modo da vedere in lui questa triade, da vederla concretamente in lui, si incomincerà a comprenderlo. La forza essenziale che tende a svilupparsi nel quinto periodo postatlantico è quella per cui non si passerà più vicino al prossimo come uno spettro a fianco di altro spettro, senza farsi un’immagine l’uno dell’altro e definendo il prossimo con i nostri concetti astratti. Al presente non si fa altro, ci si passa vicini l’un l’altro come spettri.

 

Uno spettro forma l’idea: «Ecco un tipo simpatico», L’altro: «Ecco un tipo meno simpatico! ecco un malvagio! ecco un buono!» Sempre concetti astratti del genere. Nelle relazioni fra uomo e uomo non abbiamo altro che un fascio di concetti astratti. È questo l’effetto essenziale che è risultato nell’uomo dalla norma dell’Antico Testamento: «Non costruirti alcun simulacro», e che avrebbe tutte le qualità per condurre ad una vita antisociale se l mantenessimo. Ciò che irraggia dall’intimo dell’uomo, ciò che vuol diventare realtà è che in un certo qual modo dal nostro prossimo emana un’immagine: l’immagine di quel particolare tipo di equilibrio che ogni uomo individualmente esprime. A questo si aggiunge l’aumentato interesse che l’uomo deve avere per il suo prossimo, l’interesse che spesso ho descritto come base di una vita sociale. Al giorno d’oggi non abbiamo ancora un intenso interesse per il prossimo; per questo motivo lo critichiamo, per questo lo giudichiamo, per questo pronunciamo giudizi secondo simpatia o antipatia, e non in base all’immagine obiettiva che ci viene incontro dal prossimo.

 

La capacità di essere sollecitati, direi misticamente, quando veniamo a trovarci di fronte al nostro prossimo, questa capacità vuol diventare realtà. Essa entrerà nella vita sotto forma di un particolare stimolo sociale. Da un lato l’anima cosciente si sforza di manifestarsi in pieno antisocialmente nel quinto periodo postatlantico. Dall’altro lato cerca di uscire dall’intimo dell’uomo qualcos’altro: la capacità di formarsi delle immagini degli uomini con cui viviamo, che incontriamo nella vita. Stimoli sociali, impulsi sociali queste cose sono molto più nel profondo di quanto non si creda, quando si parla di elementi sociali e antisociali.

 

Ora può sorgere la domanda: con quale mezzo ci procuriamo man mano la capacità di vedere l’immagine dell’uomo che ci si fa incontro? Dobbiamo assimilare questa capacità nel corso della vita. Riceviamo con la nascita capacità jahvetiche, e le sviluppiamo durante la vita embrionale. Nella civiltà a venire le cose non saranno così facili per l’uomo che dovrà conquistare e anche sviluppare nel corso della vita le sue capacità. Nell’educazione dovranno affermarsi massime molto più concrete, più definite di quelle che vengono sostenute in maniera tanto confusa nella pedagogia. Anzitutto l’uomo dovrà essere stimolato a guardare spesso indietro alla vita passata, ma nel modo giusto. Al giorno d’oggi i ricordi di esperienze passate che si suscitano hanno ancora un carattere molto egoistico. Se si dirige lo sguardo più disinteressatamente, a seconda dell’età si è raggiunta, sulle esperienze fatte nella fanciullezza o nella gioventù, come da grigie profondità spirituali sorgono varie persone che nelle condizioni più varie presero parte alla nostra vita. Guardiamo indietro, allo svolgimento della nostra vita meno chiusi in noi stessi, e non tanto a ciò che interessa la nostra riverita persona, ma piuttosto alle persone che si sono avvicinate a noi per educarci, con le quali abbiamo stretto un’amicizia, che hanno contribuito al nostro progresso, che forse ci hanno anche danneggiato, talvolta anche in maniera molto utile. Da quel che sorgerà come da grigie profondità spirituali, da quel che ci si farà incontro, comprenderemo quanto pochi motivi abbia in fondo l’uomo per ascrivere a se stesso ciò che è diventato. Spesso qualcosa d’importante in noi è legato al fatto che in una certa epoca abbiamo incontrato una persona la quale, senza saperlo oppure anche sapendolo benissimo, ebbe ad attirare la nostra attenzione su qualcosa dì particolare. Uno sguardo retrospettivo sulla vita, dato disinteressatamente, ce la mostra composta delle cose più varie nel senso più lato, e non ci dà motivo per immergerci egoisticamente in noi stessi, per almanaccare egoisticamente su di noi, ma per estendere il nostro sguardo su quello che ci è venuto incontro. Immergendoci amorevolmente in ciò che ci è venuto incontro! Spesso osserveremo che quanto in un certo periodo ci ha colpito antipaticamente, non ci farà effetto tanto antipatico, solo che sia passato un tempo abbastanza lungo, perché, vi vedremo un nesso interiore. Il fatto che una persona ci abbia fatto un effetto antipatico ha forse potuto esserci anche utile. Talvolta ci riesce più vantaggioso il danno che qualcuno ci procura, del vantaggio che altro ci reca. Sarebbe molto utile all’uomo se guardasse spesso indietro alla propria vita disinteressatamente, se saturasse la vita con la convinzione che ne deriva, e cioè di che scarsi motivi egli abbia di occuparsi di se stesso, quanto infinitamente più ricca diventi la sua vita se fa scorrere lo sguardo sulle diverse persone entrate nella sua vita. Ci stacchiamo in certo qual modo da noi stessi se ci osserviamo con un simile sguardo retrospettivo disinteressato. Allora superiamo il terribile male della nostra epoca, dal quale tanta gente è assillata: l’almanaccare su noi stessi. Ed è tanto necessario che ci liberiamo dall’almanaccare su noi stessi! Chi una sola volta rimanga impressionato da un tale esame di se stesso, come ora l’ho descritto, si troverà non tanto interessante da almanaccare troppo sulla sua vita. Infinita luce si espande su questa nostra vita, se la vediamo illuminata da ciò che perviene dalle sue grigie profondità spirituali.

 

Questo ci feconda talmente che davvero riceviamo le forze immaginative per metterci di fronte all’uomo del presente; ci può così apparire in lui ciò che altrimenti nell’esame retrospettivo ci appare soltanto dopo anni, relativamente alle persone con le quali abbiamo vissuto. Così ci procuriamo la capacità di vederci venire incontro immagini dalla persona che incontriamo.

 

La cura della vita sociale, che in realtà per il passato derivava soltanto dai legami del sangue, non è legata tanto con programmi socialistici, quanto col fatto che l’uomo diventi un essere spiritualmente sociale. Ma lo diventa risvegliando in sè, nel modo descritto le forze più profonde che suscitano in lui la rappresentazione immaginativa del suo prossimo. Altrimenti restiamo sempre esseri antisociali che possiamo avere legami basati su simpatia e antipatia con le persone con le quali dobbiamo vivere, e non possiamo avere rapporti in base all’immagine che può sorgere da ognuno quando noi, nelle nostre relazioni con gli uomini, sviluppiamo forze immaginative. Proprio nella vita sociale umana deve svilupparsi la massima: « Costruisciti un’immagine del tuo simile ». Se poi saremo riusciti a costruirci un’immagine del nostro simile, avremo arricchito la nostra vita animica; con ogni relazione umana consegneremo allora un tesoro alla nostra vita animica. Allora non avverrà più che A vivrà qui, B vivrà là, e C ancora più in là; ma A, B e C vivranno in D; A, B e D vivranno in C; C, D ed E in A; e così via. Ci viene data la possibilità che le altre persone vivano in noi. Questa è però una capacità che deve essere conquistata, non è qualcosa che riceviamo con la nascita. Se continuassimo a coltivare soltanto le qualità innate resteremmo attaccati soltanto ad una civiltà legata al sangue, non ad una civiltà che possa parlare della fratellanza umana nel vero senso della parola. Possiamo infatti parlare della fratellanza umana, inizialmente sorta come parola astratta, se portiamo il nostro prossimo in noi come noi stessi. Se ci facciamo un’immagine del nostro prossimo che è impressa in noi come tesoro della nostra anima, allora portiamo qualcosa con noi nella sfera animica qualcosa di lui, come portiamo in noi qualcosa del fratello carnale per mezzo del sangue. Come fondamento della vita sociale deve subentrare in questo modo concreto la parentela elettiva alla semplice parentela di sangue. È qualcosa che effettivamente si dovrà sviluppare. Deve dipendere dalla volontà il modo con cui si svilupperà la fratellanza fra gli uomini. Ma per il fatto che la fratellanza si sveglierà in questo modo, bisognerà che vi sia una compensazione in un campo completamente diverso, e cioè per mezzo della libertà del pensiero.

 

Finora gli uomini sono stati divisi. Devono socializzarsi in fratellanza. Perché non si perda in varietà bisogna che in ognuno si possa formare individualmente l’elemento più intimo: il pensiero. Tutto il popolo era in rapporto con Jahve. Ogni singolo deve essere in relazione col Cristo.

 

 

By | 2018-11-13T15:39:15+01:00 Novembre 13th, 2018|ESIGENZE SOCIALI|Commenti disabilitati su 05 – LA VITA SOCIALE NELL’EQUILIBRIO DI UNA TRIADE