/////05 – L’ARTE ORIGINARIA DELL’UMANITÀ

05 – L’ARTE ORIGINARIA DELL’UMANITÀ

L’arte originaria dell’umanità

O.O. 276 – La missione universale dell’arte – 08.06.1923


 

Sommario: Origine della poesia. L’arte originaria dell’umanità. Il linguaggio. La nascita dell’antica poesia. La prospettiva stellare dell’Iliade. La Madonna sistina e la prospettiva del colore. Vita in comune del cosmo. Parole della nonna di Adalbert Stifter. Le aride concezioni materialistiche.

Alle conferenze della settimana scorsa vorrei aggiungere oggi qualcos

a sull’arte. Già spesso ho sottolineato che tutta l’evoluzione spirituale dell’umanità è partita da un tempo in cui scienza, arte e religione erano riunite. Se quindi oggi nella nostra vita spirituale da un lato abbiamo la scienza, l’arte da un altro, e la religione dall’altro ancora, possiamo in un certo modo risalire a un tempo in cui quelle tre correnti della vita spirituale umana avevano una madre comune. Come fosse articolata tale origine comune si mostra nel modo più intenso risalendo agli antichissimi tempi dell’evoluzione dell’umanità, diciamo forse a quattro o cinque millenni fa, alla poesia di allora, o per meglio dire a quella che oggi chiamiamo poesia. Se oggi vogliamo sondare che cosa fosse la poesia non presso i popoli primitivi, dove la si ricercherebbe a torto, ma presso popoli più antichi, dobbiamo risalire a tempi in cui l’evoluzione spirituale dell’umanità era determinata dai misteri.

 

Osserviamo i tempi in cui gli uomini cercavano ancor poco sulla terra quello che indicavano come il contenuto della loro vita spirituale, in cui guardavano dalla terra il cosmo volendo avere un contenuto per le più profonde esigenze della loro anima. Consideriamo i tempi in cui gli uomini, sulla base di capacità chiaroveggenti, osservavano la posizione delle stelle fisse, il movimento dei pianeti e tutto quanto vi era sulla terra, come un riflesso di quel che avviene nelle vicinanze cosmiche della terra. Basta pensare a come gli antichi Egizi misurassero quel che il Nilo era diventato per la loro vita secondo l’apparizione di Sirio, secondo il sorgere di quella stella; a come essi, in ciò che il Nilo faceva per la loro vita, vedessero il risultato di quel che avevano visto nel cosmo, osservando la posizione di una determinata stella rispetto alle altre. La posizione di una stella nel cielo rispetto a un’altra si rispecchiava per loro sulla terra ad esempio nell’attività del Nilo. E questo un esempio fra i tanti, perché allora l’idea era che sulla terra avvenisse soltanto quel che in ogni singolo luogo è un riflesso di quanto nel cosmo può essere osservato nei misteri del cielo stellato. Ci deve soltanto essere chiaro che in quegli antichi tempi gli uomini vedevano nel cielo stellato cose del tutto diverse da quelle che oggi vengono calcolate e comprese con la cosiddetta meccanica celeste o con la chimica. Oggi ci deve comunque interessare come gli uomini si esprimessero poeticamente, nel tempo in cui ricevevano in quel modo il contenuto spirituale per la loro anima.

 

Risaliamo così a un tempo in cui, al di là della poesia, altre arti erano meno sviluppate. Esistevano sì, ma erano meno sviluppate, perché in quei tempi antichi l’uomo era conscio che con la parola, che egli creava dall’intimo segreto della sua organizzazione, poteva esprimere qualcosa di soprasensibile: così la parola poteva esprimere meglio quel che appariva di sopraterreno attraverso le costellazioni e i movimenti degli astri, meglio che servendosi nell’arte di un’altra materia che in definitiva doveva essere presa direttamente dalla sfera terrestre. In quei tempi antichi si sentiva che la parola derivava dalla spiritualità umana e che quindi si adattava nel modo più intenso a ciò che guardava giù sulla terra dalle lontananze cosmiche e che qui si manifestava. Quindi anzitutto nella poesia, che nei tempi antichi non era solo una diretta filiazione della fantasia, ma della veggenza spirituale, nella parola si imparava ciò che era riversato anche nelle altre arti. La poesia, che trovava la sua espressione nella parola, era sentita senz’altro come qualcosa con cui in effetti si entrava in una comunione animica con la sfera extraterrestre.

 

L’inserirsi in un’unità animica con qualcosa di extraterrestre, di stellare, era in sostanza l’atteggiamento della poesia. Grazie a questa comunione animica si sentiva che il pensiero, che ancora non veniva separato dalle cose, acquisiva nella testa umana, nella volta superiore della testa, simile a quel firmamento, un’immagine di firmamento spirituale, di una volta spirituale celeste. Ciò che si recepiva quale pensiero era sentito come inserito nel cosmo intero. I singoli pensieri erano espressi secondo la reciproca posizione delle stelle, secondo il loro reciproco movimento. In quegli antichi tempi non si pensava solo in base alla forza interiore dell’uomo. Questo lo fece solo più avanti l’uomo libero. In ogni movimento di pensieri si sentiva un riflesso del movimento delle stelle, in ogni figura di pensieri, in ogni forma di pensieri si aveva un’immagine delle stelle nel cielo. Quando si pensava ci si sentiva trasferiti nello spazio stellare. Di conseguenza si sentiva che in effetti indicava la saggezza non la luce solare che durante il giorno abbaglia rispetto a ciò che fuori nel cosmo dirige e orienta i pensieri, cioè l’autentica luce solare, ma quel che veniva irraggiato dalla luna entro il mondo delle stelle. Ci si diceva, ed era questa l’antica saggezza dei misteri: di giorno si vede la luce con il corpo fisico, di notte non si vede solo la luce del sole, ma essa viene afferrata dalla coppa argentea della luna. La luna era la coppa argentea che di notte carpiva la luce del sole. Di notte si coglieva la luce del sole carpita dalla coppa argentea della luna, e l’anima la beveva come soma. Spiritualizzata dall’aver bevuto il soma, l’anima poteva afferrare i pensieri che in effetti erano il risultato, il riflesso del cielo stellato.

 

L’uomo in quanto pensatore sentiva così come se le forze del suo pensare non fossero nel suo organismo che si moveva sulla terra, come se esse fossero dove orbitano le stelle e dove si formano le costellazioni. Con la sua anima l’uomo si sentiva riversato in tutto l’universo. Non cercava le leggi logiche indagando la riunione e la separazione dei pensieri, ma osservava il corso e le immagini delle stelle nel firmamento notturno se voleva sapere come i pensieri si uniscano e si separino. Cercava nel cielo le leggi e le immagini per il suo pensare.

 

Se poi guardava al suo sentire per rendersene conto, non si riferiva al sentire astratto del quale parliamo oggi nel nostro tempo astratto, ma il sentire concreto, l’interiore esperienza del respiro e della circolazione del sangue, legata con tutto l’attivo tessere nell’interiorità del corpo umano. Sentiva come nell’anima si intrecciavano la circolazione del sangue e il respiro. Ci si sentiva però anche non solo sulla terra fisica, ma in uno spazio planetario. Non si diceva che nell’organismo umano circolavano milioni di globuli sanguigni, ma che Mercurio e Venere si incrociavano con il Sole e con la Luna. Ci si sentiva riversati nell’universo con la propria anima. Quando si viveva nei propri pensieri ci si sentiva più nelle stelle fisse e nelle loro costellazioni, mentre si viveva col sentire entro la sfera dei pianeti, dei pianeti in movimento. Soltanto con la volontà ci si sentiva sulla terra. Sentendo la terra come immagine del cosmo, se le forze di Giove, della Luna, di Venere e del Sole colpivano la terra, ne compenetravano il terreno nei suoi elementi solidi, liquidi e aeriformi, ci si diceva che da questi elementi entravano nell’uomo gli impulsi della volontà, come entravano in lui gli impulsi dei pensieri dalle stelle fisse e quelli del sentire dal movimento dei pianeti.

 

Sentendo in questo modo, con quel sentimento si può risalire ancora al tempo in cui era nata l’arte primordiale dell’umanità. Ma che cosa è l’arte primordiale? Null’altro che lo stesso linguaggio umano. Oggi si sente ancora poco che il linguaggio è la vera e propria arte primordiale, perché il nostro linguaggio è incatenato alla sfera materiale e terrena. Il nostro linguaggio non mostra più quel che un tempo era stato, quando gli uomini si sentivano trasposti nello zodiaco, e nel sentire le sue immagini facevano proprie le dodici consonanti, mentre nel movimento dei pianeti entro le costellazioni zodiacali facevano proprie le vocali. Se non volevano esprimere quel che sperimentavano sulla terra, ma se col linguaggio intendevano esprimere quel che l’anima sperimentava quando si sentiva rapita dalla terra nel cosmo, il linguaggio diventava ciò che era la poesia in quegli antichi tempi. Così nell’uomo nasceva col linguaggio l’immagine di quel che egli sperimentava nella comunione animica con il cosmo spirituale. Da quella comunione è in effetti nata tutta l’antica poesia. Gli ultimi residui di quell’antica poesia sono quelli rimastici nei Veda, e quelli già più astratti della Edda. Sono ancora immagini di ciò che con ben maggiore maestosità nasceva in quei tempi direttamente nella struttura dei linguaggi nei quali gli uomini potevano sentire la propria vita animica in interiore comunione con i movimenti e le esperienze cosmiche.

 

Nella poesia di oggi che cosa è ancora rimasto di quegli antichi tempi? La poesia non sarebbe più tale, e nel nostro tempo molta di essa non lo è più, se ad essa non si collegasse qualcosa della vita in comune dell’uomo terreno con il cosmo. Quello che le è rimasto è il superamento del significato prosastico della parola nel ritmo, nella rima, nell’immaginazione, nella struttura del linguaggio, che sempre dobbiamo cercare dietro il significato prosastico della parola. In effetti è vera poesia solo quella che non consiste unicamente nel significato delle parole. La poesia consiste nel testo prosastico che troviamo scritto o meglio recitato o declamato, ma vi devono risuonare il ritmo, la battuta o l’immaginazione. Vi si indica qualcosa che non è presente nella prosa, un retroscena che viene intuito, indovinato in ogni vera poesia, e non capito, perché si capisce quel che è contenuto in prosa nelle parole. Ancora oggi la poesia è tale perché ha qualcosa che non è solo nelle parole, per cui le parole sono soltanto un mezzo grazie al quale la poesia ha un’atmosfera, un retroscena che per così dire è un’eco dell’armonia, della melodia e dell’immaginazione dell’universo.

 

In Omero si presagisce ancora che cosa per lui significhi «Cantami, o Diva, del pelide Achille l’ira funesta». Il poeta non canta la sua anima, ma l’anima che in lui è comune con i movimenti del cosmo. Nei pianeti vivono le muse. La musa epica in uno dei pianeti. Omero si sente rapito da quel pianeta: cantami o Diva, fa risuonare in me la melodia del pianeta, racconta quel che gli uomini, Agamennone, Achille, Ulisse, Idomeneo, Menelao, fecero sulla terra, che cosa si vede indirizzando lo sguardo non da un punto qui sulla terra, ma quando lo si dirige dal mondo delle stelle, quando lo si dirige da fuori della terra. Crede forse qualcuno che le grandiose immagini che compaiono nell’Iliade abbiano una prospettiva limitata? No, non è neppure una prospettiva di aria: è una prospettiva stellare. Quindi ciò che nell’Iliade viene raccontato in una prospettiva stellare non viene detto come se gli uomini avessero qualcosa a che fare fra loro, ma vi operano gli dèi, compaiono sempre le azioni degli dèi fra quelle degli uomini. Non è la prospettiva limitata della terra, ma quella delle stelle, del cielo, alla quale vuol salire l’anima del poeta quando dice: «Cantami, o Diva, del pelide Achille l’ira funesta».

 

Con questo è anche detto che il mezzo terreno del quale ci si può servire nell’arte, in questo caso la poesia, è solo un mezzo e che la vera e propria arte consiste nel trattarlo in modo che parola, colori, suoni e forme possano condurre in mondi spirituali. Per risvegliare di nuovo nell’umanità la vera e propria atmosfera artistica occorre in qualche modo ritornare a quegli antichi tempi, quando nell’anima umana vi era un’atmosfera poetica e celeste. Facendolo si ha un’impressione di come ci si possa servire di altri mezzi artistici per avvicinare l’arte al mondo spirituale, che cosa deve avvenire affinché diventi vera arte. La nostra sensibilità è diventata oggi tanto rozza che quanto, ancora non molto tempo fa, faceva dell’arte vera arte, non è più sentito come tale.

 

Attorno a noi nel mondo fisico siamo abituati a vedere una madre che porta in braccio un bambino. Sulla terra è certo qualcosa di molto solenne. Siamo anche abituati, quando vediamo una madre con un bambino, ad avere una diretta impressione che dura per un breve tempo e che può essere trattenuta per un breve istante, direi. Essendo noi nel mondo fisico siamo anche abituati che la posizione della testa della madre in un momento successivo sia diversa da quella del momento precedente. Siamo abituati che il bambino in braccio alla mamma faccia qualche movimento, siamo abituati che in ogni momento si modifichi qualcosa di quanto abbiamo davanti nel mondo fisico. Guardiamo ora la Madonna Sistina di Raffaello. Vediamo la Madonna col Bambino. La guardiamo ora, la guardiamo fra un’ora, la guardiamo dopo un anno: nulla si è modificato. L’attimo si è fermato, nulla si muove nel Bambino, nulla si muove nella Madonna. Sembra che quel che siamo abituati a trattenere fermo per un istante sia ora fissato. Oggi non sentiamo più quel che Raffaello ha certo sentito: mi è concesso di farlo? posso trattenerlo un solo istante col mio pennello? non è forse una menzogna nel mondo trattenere un singolo istante? posso essere tanto insincero da suscitare dopo un giorno l’impressione che la Madonna tenga il Bambino come lo aveva tenuto il giorno prima? posso pretendere che qualcuno continui ad avere davanti a sé questo istante per lungo tempo?

 

All’uomo di oggi queste domande appaiono forse senza senso, paradossali. Raffaello le ha senz’altro sentite. Che cosa sorse in lui di fronte a queste sensazioni? Di fronte ad esse sorse in lui un impegno artistico: tu devi riparare in modo artistico il peccato che hai commesso contro la realtà. Devi elevare dal tempo e dallo spazio ciò che è solo un istante. Non puoi lasciarlo nel tempo e nello spazio perché in essi non è vero. Devi dare eternità a quell’istante. In ciò che dipingi sulla superficie devi far intuire quel che proprio non può essere sulla superficie.

 

È quella che oggi in astratto si chiama la pittura idealistica di Raffaello, ed essa è la sua giustificazione per aver fissato l’attimo. Quel che egli raggiunge con la profondità e l’armonia dei suoi colori è raggiunto perché, esclusa la terza dimensione spaziale sulla superficie per la pittura, lo ha fatto spiritualizzandolo. Così, stendendo i colori, egli sollevò allo spirito ciò che materialisticamente si vede altrimenti nella terza dimensione. Ciò che dà eternità all’attimo non è sulla superficie, ma il colore azzurro dietro la superficie, o il rosso davanti che risultano sulla superficie in modo spirituale, mentre in modo materiale risulta nel mondo la terza dimensione spaziale. L’eterno deve agire dall’arte, altrimenti essa non è più arte. Nella mia vita ho conosciuto gente che odiava Raffaello, ho conosciuto artisti che lo odiavano. Perché?

 

Perché non riuscivano a capire, perché volevano restare alla diretta imitazione di ciò che l’attimo offre e che nell’attimo successivo più non esiste. Conobbi uno che odiava Raffaello e che vedeva il massimo progresso della propria pittura perché, come diceva, aveva per primo osato dipingere ogni singolo pelo sul corpo umano nudo per non peccare contro la natura. Si può comprendere come possa odiare Raffaello un uomo che si immagina che quello sia un grande progresso. Questo prova come nell’arte il nostro tempo sia stato abbandonato dall’elemento portatore dello spirito, da quell’elemento che ad esempio nella pittura sa perché nella superficie si deve vedere la base, la prima base per la pittura. Pensiamo alla prospettiva spaziale. Nel nostro tempo, nel quinto periodo postatlantico dedito alla libertà, era necessario che si comprendesse la prospettiva spaziale, che in effetti vorrebbe incantare l’elemento plastico sulla superficie, e non quella pittorica. Importante però è la prospettiva del colore che non supera la terza dimensione attraverso scorci, lontananze o altro del genere, ma grazie al rapporto spirituale-animico fra azzurro e rosso, fra azzurro e giallo. Proprio nella pittura va conquistata la prospettiva del colore che supera in modo spirituale lo spazio. Attraverso queste cose si giunge di nuovo a quella che una volta era appunto l’arte, qualcosa che avvicinava direttamente l’umanità ai mondi spirituali.

 

Allora, quando ciò era sentito, si poteva anche rilevare l’armonia fra scienza, religione e arte, cosa che l’umanità deve di nuovo sentire. In Goethe era rimasta un’eco di quel sentire. La grandezza di Goethe sta proprio nell’aver rilevato quell’eco. Certo l’uomo, nella sua libertà, doveva sperimentare separati quei suoi tre figlioli: scienza, arte e religione. È però andata perduta per lui la profondità di quelle tre attività, e anzitutto la vita in comune con il cosmo. Basta guardare un momento a fondo il rapporto odierno fra arte e scienza, fra poesia e scienza. Si potrà dire che non è necessario portare le cose a questi estremi per presentare la cosiddetta non affinità fra poesia, cioè arte, e scienza, mostrandole appunto in questa loro estrema e radicale posizione.

 

In una città ci fu una volta un convegno di naturalisti, e in quell’occasione essi parlarono con molta serietà dei grandi problemi materialistici della scienza. E noto con quale grande serietà si parli in quei convegni dei problemi scientifici, una serietà tale da farla pensare tanto grande da non poterla raggiungere con la propria persona, da non poter osare di raggiungere quella serietà con la propria diretta persona. Di conseguenza di volta in volta l’oratore ha il podio davanti a sé, vi depone il suo manoscritto e trattandosi di un convegno ognuno legge la sua seria scienza. I fatti personali non sono oggettivi, e la serietà agisce in modo tanto forte da escludere le personalità che sono sul podio. In quelle riunioni la stessa serietà si vede su tutte le facce. Tutte le facce sono come il riflesso del podio e tutte sono molto serie. In riunioni del genere, delle quali sto parlando, è magari presente anche il segretario in carica di un’associazione di poeti. Sulla base della loro arte poetica essi daranno forma a poesie che poi saranno lette fra una portata e l’altra dei pranzi, durante i festeggiamenti che seguiranno le riunioni. Nel frattempo i signori, e magari ci saranno anche le signore, avranno già abbandonato la loro seria riunione, e più tardi, fra una portata e l’altra, la scienza sarà riportata, forse ridicolizzata, ogni volta a seconda della propria scienza. E questi sono i contatti fra la scienza e l’arte.

 

I signori prendono prima con grande serietà una posizione conoscitiva in merito alla chela del maggiolino, oppure ai cromosomi del maggiolino, e poi magari ridono di quelle ricerche fra una portata e la successiva. I signori prima si riuniscono con grande serietà e poi ci ridono su. Certo non si può dire che si stabilisca così un’intima relazione. Si potrà anche dire che non dovevo portare a questi estremi i fatti della nostra civiltà, ma potevo farlo, perché sono caratteristici. Risultano così in modo molto radicale del tutto inesistenti i rapporti in genere fra la conoscenza e l’arte. I signori che avranno poetato per la serata conviviale nulla avranno naturalmente capito di quello che gli altri avevano letto nel loro convegno scientifico. Il rovescio non sarà magari altrettanto sicuro, che cioè gli illustri scienziati nulla abbiano capito delle poesie. I poeti lo avranno anzi presunto. Lo credo senz’altro perché essi stimano gli scienziati molto profondi. D’altra parte in poesie del genere non vi è di solito molto da comprendere, e si può quindi presumere che la stessa illuminata assemblea abbia in genere capito quelle poesie, almeno fino a un certo punto.

 

La cosa più importante da osservare per il nostro tempo è appunto come la vita culturale unitaria sia stata divisa in una triade e come questa sia ora del tutto separata. E però urgente e necessario tendere di nuovo all’unità. Quando oggi un filosofo specula su unità e dualità, su monismo e dualismo, si direbbe che lo fa con un’anima piuttosto neutra. Si presentano concetti astratti con i quali si afferma qualcosa o qualcos’altro, e con lo stesso diritto si dimostrano entrambi. Quando nei tempi dei quali ho parlato oggi e nei quali ci si occupava dell’arte nel modo in cui l’ho raccontato oggi, parlando ad esempio di unità e dualità, come si usava allora, oppure di un uno con o senza un due, si spendevano tutte le forze dell’anima. L’antica discussione se il mondo avesse come base una struttura unitaria, oppure se il bene e il male fossero anzitutto due potenze fra loro divise, la discussione fra monismo e dualismo in tempi passati era un problema artistico-religioso che sconvolgeva tutte le forze dell’anima umana dalle quali l’uomo sentiva che dipendevano la sua salvezza e la sua felicità. Di fronte a qualcosa che lascia del tutto indifferente l’uomo di oggi, un tempo egli sentiva legate la sua salvezza e la sua felicità. Ma senza che di nuovo entri nel nostro tempo quell’atteggiamento dell’anima che abbia un alito artistico, religioso e conoscitivo, un tempo esistente, non si raggiunge un vero impulso nell’arte, nella vera e grande arte.

 

Negli antichi tempi si sentiva anche dell’altro. Si parlava del soma, di quella bevanda della quale si sapeva che proveniva dalla luce del sole, che era stata accolta dal calice argenteo della luna e con la quale l’uomo si compenetrava nell’anima per comprendere i segreti del cosmo, grazie appunto al soma. Se ne parlava e si sapeva che si aveva una diretta comunione animica con il cosmo. L’anima sperimentava qualcosa sulla terra e nello stesso tempo nel cosmo, era nello stesso tempo nel cosmo, quando lo si sperimentava. Si sentiva quindi che gli dèi si manifestavano attraverso le stelle, le stelle fisse che rimangono nella quiete, attraverso i pianeti che si muovono. Grazie alle immagini sulla terra che si avevano delle stelle fisse e dei movimenti dei pianeti, l’anima sperimentava il cosmo. Quando essa beveva il soma compiva il sacrificio cultico artistico-conoscitivo e restituiva agli dèi, col fumo sacrificale che fluiva verso l’alto, la parola religiosa, artistica e poetica di cui essi avevano bisogno per continuare a strutturare il mondo. Infatti l’uomo non è stato creato invano dagli dèi, ma esiste sulla terra affinché quel che solo in lui può essere portato a termine, possa dagli dèi venir ripreso per l’ulteriore costruzione del mondo. Sì, l’uomo è sulla terra perché gli dèi se ne servano e perché pensi, senta e voglia quel che vive nel cosmo. Se infatti l’uomo pensa, sente e vuole in modo giusto quel che vive nel cosmo, gli dèi lo riprendono e lo ripongono di nuovo nella struttura del mondo in modo che egli costruisca con loro tutto il cosmo quando nel sacrificio e nell’arte ridà quel che gli dèi gli offrono manifestandosi nel mondo stellare. Così l’uomo è in relazione col corso del mondo sperimentandolo affine alla sua anima.

 

Compenetrandosi con questa visione dell’uomo e con la sua affinità animica col corso divino-spirituale e fìsico del mondo, la si può tuttavia applicare anche al presente. Guardiamo però la conoscenza di oggi che vuole sondare soltanto quel che vi è sulla terra, indirizzando alla terra la stessa chimica celeste e facendo i calcoli delle stelle solo in base ai conteggi che si sono appresi sulla terra. Questa conoscenza che oggi vale come veramente scientifica ha però valore solo per il divenire terreno. Cessa di avere un significato nella misura in cui la terra si svilupperà in Giove, Venere e Vulcano. Quella che oggi si chiama scienza ha un’importanza terrena solo perché l’uomo sulla terra possa essere libero, ma gli dèi non la possono usare per l’ulteriore costruzione cosmica del mondo.

 

Con i nostri pensieri astratti siamo giunti al massimo dell’astrazione, al cadavere del mondo spirituale. Quel che viene prodotto dalla scienza ha importanza soltanto per la terra, vive sulla terra come produzione concettuale, viene sbriciolato, sotterrato, senza possibilità di vita. Si deve dire, come ebbe a ricordare la nonna Ursula Kary a suo nipote Adalbert Stifter a proposito del rosso tramonto, che tutto ciò fa parte più intensamente del cosmo di quanto oggi la conoscenza non riesca a leggere nei libri in modo scientifico. Prendiamo tutto quanto oggi viene detto nei libri scientifici sui raggi del sole che si comportano in un certo modo con le nuvole per arrivare al tramonto, prendiamo tutto quanto è detto sulle leggi della natura: ha solo un significato terrestre. Gli dèi più non lo attingono dalla terra per impiegarlo nel cosmo. La nonna di Adalbert Stifter diceva a suo nipote: «Bambino, che cos’è il tramonto? Bambino, quando viene il rosso tramonto la madre di Dio appende fuori i suoi vestiti, perché alla sera ne ha tanti da appendere alla volta del cielo». La nonna di Stifter insegnava al ragazzo che i vestiti che la Madonna appende sono il tramonto. È un discorso in base al quale gli dèi possono attingere per l’ulteriore costruzione del mondo.

 

La scienza di oggi cerca per quanto possibile esattamente di esprimere in concetti quel che oggi esiste. Ma quel che vi è oggi mai diventerà futuro. La nonna di Stifter, che ancora conservava molto di quanto viveva nelle anime del passato, diceva qualcosa di cui ovviamente gli scienziati del presente possono solo sorridere. Forse lo troveranno anche bello, ma non sanno che per il cosmo quel che diceva la nonna di Adalbert Stifter sui vestiti della Madonna che sono il tramonto, ha più importanza che non tutta la scienza attuale. Ivi attingono le potenze divino-spirituali affinché il presente del cosmo continui a formare il futuro. Tutta la vera arte è sorta da tutto quanto è così utilizzabile e non dai pensieri creati dal tempo e dallo Spazio, ma da ciò che creano i pensieri attivi per l’eternità. Le parole che Adalbert Stifter ascoltò dalla nonna e che lo resero un poeta si trovano nella medesima relazione rispetto all’arida concezione materialistica di quel che Raffaello creò nella Madonna Sistina, superando l’attimo, afferrandolo nella sua eternità, rispetto a ciò che noi vediamo nel mondo fìsico, quando guardiamo una madre con il suo bambino.

Questo volevo ancora aggiungere a quel che avevo detto, per approfondire forse ancora un poco l’argomento.

 

 

By | 2018-10-28T13:33:45+01:00 Ottobre 28th, 2018|LA MISSIONE UNIVERSALE DELL'ARTE|Commenti disabilitati su 05 – L’ARTE ORIGINARIA DELL’UMANITÀ