/////06/c – IL PADRE NOSTRO COME VIA … – LE SETTE PETIZIONI DEL PADRE NOSTRO, COME VIA AD UN NUOVO RAPPORTO CON DIO PADRE

06/c – IL PADRE NOSTRO COME VIA … – LE SETTE PETIZIONI DEL PADRE NOSTRO, COME VIA AD UN NUOVO RAPPORTO CON DIO PADRE

Le sette petizioni del Padre nostro, come via ad un nuovo rapporto con Dio Padre

Il figlio dell’uomo


 

Uno dei compiti più difficili del presente è quello di illustrare a coloro che sono estranei alla scienza dello spirito la differenza tra riflessione e meditazione. Ciò è reso particolarmente difficile dal fatto che la meditazione, per un verso nasce come conseguenza di una profonda riflessione, per un altro invece non solo si differenzia dalla riflessione, ma in certo modo vi si oppone. Mentre infatti nella comune riflessione si tratta di conseguire una singola veduta intorno ad un oggetto, nella meditazione, al contrario, si tratta di immergersi ripetutamente in una tale veduta. La riflessione cessa una volta che ha riconosciuto qualcosa, e a quel punto non c’è più motivo di occuparsene ulteriormente. Questo è il punto in cui può avere inizio la meditazione.

 

Il movente della meditazione non consiste nell’acquisizione di una nuova conoscenza,

ma nel vivere nella conoscenza già acquisita.

Il motivo che spinge alla meditazione non è tanto il trovare un nuovo contenuto di pensiero,

bensì il far discendere tale contenuto nel sentire e nel volere.

• Che il contenuto di verità divenga contenuto dell’intero uomo – tale è il fine della meditazione,

la quale viene praticata per tutto il tempo necessario alla trasformazione

di un chiaro contenuto di pensiero in un chiaro contenuto di volontà.

• Pertanto la meditazione è un esercizio, mentre la riflessione è un singolo atto finalizzato.

 

Nella meditazione, tuttavia, man mano che essa si evolve, avviene una metamorfosi simile a quella per cui la riflessione si trasforma in meditazione. Come la riflessione, giunta ad una veduta, può o concludersi, o trasformarsi in esercizio di meditazione, parimenti una meditazione giunta fino a compenetrare di luce il volere, può a questo punto o concludersi, o trasformarsi in un’altra, superiore attività.

Questa superiore attività, che può fiorire dalla meditazione – come suo grado superiore – inizia nel punto in cui si è esaurito il movente originario della meditazione stessa. Se infatti il fine del meditante consiste nel compenetrarsi pienamente di un contenuto, allora può giungere il momento in cui il meditante sa: il pensiero ricolma tutto il mio essere.

 

Questo momento può però costituire il movente per un’attività ulteriore. Come conseguenza del fatto che il contenuto di meditazione compenetra il volere, questo diventa un volere dedito al mondo. Un tale volere dedito al mondo comporta anche l’esigenza di giovare al mondo.

• Se finora il movente della meditazione era quello di rinvigorire le forze luminose e benefiche della propria anima,

• ora diventa la volontà di contribuire al rinvigorimento del bene e della luce nel mondo.

Il ripetuto esercizio [Ubung] delle forze dell’anima diventa col tempo un ripetuto utilizzo [Ausùbung] di queste stesse forze. Ora non si tratta più di agire in vista della propria evoluzione, bensì affinché nel mondo si compia qualcosa che è necessario. La meditazione diventa una partecipazione cosciente al divenire oggettivo del mondo.

 

Ad esempio, la domanda sull’essere e sull’origine del concetto di Dio può dare luogo ad una complessa e profonda riflessione. È anche possibile che il ‘nome del Padre’, impresso da epoche primordiali come un sigillo nella coscienza dell’umanità, divenga oggetto di meditazione. Ma questa meditazione assurge a partecipazione al divenire spirituale, se l’uomo riversa le forze del suo pensare, sentire e volere nella frase: sia santificato il Tuo nome. Non si tratta qui del problema, che cos’è il Nome?, e neanche del mero esercizio dell’anima, ma che il nome del Padre sia santificato.

 

Tale fluire delle forze di pensiero, sentimento e volontà, attuato in nome dell’umanità, avviene in seguito alla vivente connessione con un arto costitutivo umano superiore a quelli che vengono designati come animici.

• Infatti la riflessione, che si avvale della facoltà del pensiero logico,

è un’attività resa possibile dall’anima razionale.

• Quando la riflessione diventa meditazione,

nel senso di una sempre più intensa consapevolezza di quanto già si conosce,

allora nello sforzo meditativo è attiva l’anima cosciente.

• Se però la meditazione giunge al grado della partecipazione al divenire macrocosmico,

allora nell’attività spirituale umana subentra il sé spirituale (manas).

Quest’ultimo si esprime proprio nel fatto che l’uomo metta le proprie forze al servizio di ciò che concerne il mondo.

 

Tra le realtà concernenti il mondo, cui l’uomo può donare le proprie forze,

la più importante è quella di reagire all’estraniamento reciproco del cielo e della terra,

grazie al suo sforzo di creare un collegamento tra i due regni.

 

Questo è il primo compito dell’Io umano libero:

diventare un libero arto di collegamento tra il cielo e la terra.

Ora è l’Io a costituire la prerogativa essenziale dell’uomo.

L’Io dell’uomo è il suo vero nome nel cosmo, nome che, come Rudolf Steiner ha indicato più volte in vari contesti, solo l’uomo in questione può pronunciare. Nessun uomo può dire ‘Io’ a un altro uomo. Questa parola ha senso e significato solo quando la si ode dalla bocca del soggetto in questione. Il paradosso riguardante l’uso del proprio nome da parte del singolo uomo, è nel contempo un’espressione dell’inviolabilità del santuario interiore, della libertà come tale, dell’Io.

 

L’ineffabilità del ‘nome’ altrui è l’espressione tangibile più esteriore della tutela di questo nome, quale proprietà peculiare dell’uomo, contro l’abuso – cioè contro la violazione della sua libertà. Che il santuario del nome dell’uomo venga santificato – a tal fine provvede il karma universale, finché non sia l’uomo stesso a tradire il proprio nome, a rinunciare cioè spontaneamente alla libertà e prostrarsi coscientemente dinanzi ad un’altra potenza (cf. il racconto della seconda tentazione nel deserto in Lc 4:7).

 

Se il nome dell’uomo può essere pronunciato solo dal singolo soggetto,

nessuno può pronunciare il nome di Dio Padre.

Le individualità degli esseri del mondo sono nate infatti dall’entità del Padre,

sicché l’entità del Padre è ‘transoggettiva’ rispetto a tutti gli esseri,

ossia sta dietro a ogni soggetto individuale.

 

Le individualità degli esseri esistono, in quanto l’entità del Padre pronuncia il loro nome.

Le singole individualità sono ‘lettere’, attraverso le quali

viene espressa la ‘Parola’ del nome pronunciato dal Padre.

L’insieme delle individualità umane costituisce il nome del Padre,

quale si annuncia nel mondo tramite la Gerarchia umana.

 

Per questo la prima petizione del Padre nostro dice, nel suo contenuto:

• Sia santificata la libertà di tutte le individualità del genere umano,

come è santificata la libertà delle singole individualità, poiché la libertà del singolo – il suo ‘nome’ –

ha senso e significato solo se consuona nel grande nome della libertà del genere umano, che è il nome del Padre.

 

“Sia santificato il Tuo nome” è la richiesta, affinché la Gerarchia della libertà si realizzi nel suo insieme.

È la richiesta della grande armonia dei molti nomi nell’unico nome del Padre,

il quale non è una semplice somma dei singoli nomi, ma una rivelazione del Padre stesso

tramite l’armonia di tutti gli esseri della Gerarchia uomo.

 

Nel senso di questa richiesta, nessun essere del coro può andare perduto,

poiché in questo caso la rivelazione del grande nome sarebbe incompleta.

Santificato dev’essere il grande nome del Padre,

e pertanto anche tutte le singole individualità devono essere accolte nel consorzio universale,

santificato – ossia tutelato in modo inviolabile – nel nome del Padre.

 

• Il tendere a questo consorzio universale è la manifestazione del sé spirituale o manas nell’uomo, ossia del portatore della missione dell’Io, del suo vero ‘nome’ individuale, che permane da incarnazione a incarnazione.

 

Il sé spirituale è propriamente quell’arto costitutivo dell’uomo

che tende a realizzare il suono dell’individualità nell’armonia universale di cui è parte.

 

Invero questo suono si sarebbe realizzato, se non fosse subentrata una stonatura, un falso nome.

• Come infatti il sé spirituale è intonato secondo un accordo armonico dell’individualità con il cosmo,

• così il principio luciferico della personalità, risiedente nel corpo astrale, è intonato secondo un suono proprio, che non tiene conto dell’armonia universale. In conseguenza di questa intrusione luciferica nasce nella Gerarchia dell’uomo la cacofonia, la dissonanza.

 

• Ogni scissione all’interno dell’umanità avviene in conseguenza di questi ‘falsi nomi’, nati dal principio dell’egoismo.

Contro la frantumazione dell’umanità, contro la falsa libertà dell’egoismo, è diretta la petizione del Padre nostro:

“Sia santificato il Tuo nome”, la quale si fonda sulla conoscenza che la santificazione del nome del Padre comporta la santificazione di ogni singolo nome, ma anche che il vero nome del singolo può realizzarsi solo se egli reputa altrettanto sacro il ‘nome’, la libertà interiore di ogni altro uomo, essendo tutti i ‘nomi’ espressione del nome del Padre.

 

Alla base della prima petizione del Padre nostro sta dunque il principio della bilancia. La richiesta “Sia santificato il Tuo nome”, potrebbe essere integrata interiormente dalle parole “come noi santifichiamo i nomi altrui”. Questa integrazione dona alla richiesta la sua legittimazione interiore. Solo il ritenere sacra la sorgente interiore della libertà negli altri uomini, legittima infatti l’uomo a pronunciare la richiesta che, tramite questa sorgente della libertà in ogni uomo, si manifesti il Padre e santifichi tutti, santificandosi con ciò il suo stesso nome.

A differenza però che nella quinta petizione del Padre nostro, dove la parte legittimatrice viene espressa, nella prima petizione questa parte resta inespressa. Il motivo di un tale silenzio si può comprendere, se si considera che il Padre nostro, per un verso, fu dato in un determinato periodo evolutivo dell’umanità, ma, per un altro verso, non fu destinato solo a quell’epoca. Di quel grado dell’evoluzione verso la libertà, rispondente alla quarta epoca di cultura, ma anche dell’odierno grado di questa evoluzione, si può dire in senso generale, essoterico: “Come noi santifichiamo i nomi degli uomini”? Era allora – ed è oggi – l’inviolabilità della libertà interiore dell’uomo, così altamente considerata, che il detto corrispondeva – e corrisponde oggi – al reale grado evolutivo dell’umanità? Le parti inespresse del Padre nostro cominceranno a poco a poco ad essere udite, quando l’umanità avrà raggiunto i gradi corrispondenti dell’evoluzione spirituale. Nella sesta epoca di cultura – la ‘Filadelfia’ dell’Apocalisse – la petizione del Padre nostro relativa al sé spirituale risonerà per la coscienza di più ampie cerchie umane anche nella sua parte inespressa.

 

• Se l’anelito essenziale del sé spirituale trova espressione nella richiesta di una comunione santificata di tutti gli uomini, l’anelito essenziale dello spirito vitale (budhi) prosegue nella medesima direzione. Ora non si tratta più della semplice realizzazione dell’unità della Gerarchia umana, ma propriamente di portare a termine la missione di questa Gerarchia umana riunificata, nei riguardi di altri esseri. Nel mondo esistono infatti esseri la cui esistenza è nelle mani dell’uomo. Sono questi gli esseri riassumibili nel concetto generale di ‘natura’. La dipendenza dei regni della natura dall’uomo, consiste nel fatto che la natura è sì soggetta alle cosiddette ‘leggi della natura’, ma che la legge morale ha valore solo nell’interiorità umana, restandone la natura esclusa.

 

Questo fatto, insieme con i compiti e doveri che ne conseguono per l’umanità, fu già trattato nella considerazione precedente (in connessione con il versetto “il sale della terra”). Ora si tratta di compiere un passo ulteriore verso una più profonda e chiara comprensione di questi compiti e doveri. Per prima cosa occorre considerare più attentamente i gradi dell’opera di redenzione della natura da parte dell’uomo.

 

• Il primo di questi gradi è la visione, da parte dell’anima cosciente divenuta anima della coscienza morale,

del nesso tra la condizione della natura, quale umanità decadente, e il peccato originale dell’uomo.

• Il grado successivo è il realizzarsi della connessione della natura con l’elemento morale-spirituale,

tramite l’umanità portatrice del manas.

 

Questa connessione, che si realizzerà grazie all’apporto del ‘sale della terra’, dell’etere morale, non significa però ancora la redenzione della natura. Quest’ultima è riservata al futuro stato di esistenza di Venere, quando il principio del budhi, o spirito vitale, dell’umanità sarà pienamente esplicato. Allora la forza morale scaturente dall’umanità, non darà solo orientamento alla natura, ma conferirà agli esseri della natura una forza vitale di origine morale.

La natura non sarà solo guidata dall’uomo, per il fatto di poterlo seguire fiduciosamente, ma verrà in possesso di forze morali proprie. Così, ad esempio, i discendenti del regno vegetale terrestre determineranno la propria figura, non più secondo leggi ‘organiche’, ma morali. Non vi saranno più, ad esempio, specie di piante con radici, fanerogame e crittogame, o specie senza radici fornite o meno di foglie, bensì mobili figure immaginative della bontà, della riconoscenza, dell’umiltà, ecc., fiorenti in manifestazioni sonore.

 

Il regno della natura diverrà un regno sostanzialmente diverso da quello odierno. Esso si ergerà moralmente ed otterrà un rapporto autonomo con il regno dei cieli, non già nel senso di un rigido rispecchiamento del passato cosmico, ma in quello di una rispondenza attuale a ciò che avviene spiritualmente nei cieli. La natura si desterà allora dal proprio sonno, cioè non dipenderà più dai ricordi sognanti del passato, ma sarà collocata nel presente dello spirito. Il regno del Padre diverrà attuale.

 

• La richiesta che esprime l’anelito essenziale dello spirito vitale, del budhi: “Venga il Tuo regno”,

è la richiesta che il regno dei cieli divenga presente nella natura.

 

Affinché questa richiesta sia legittima, essa deve contenere qualcosa – quantunque di inespresso – che si possa collocare sull’altro piatto della bilancia.

Se la natura deve giungere a un nuovo rapporto con la Divinità, anche l’umanità deve compiere qualcosa, affinché un simile mutamento possa avvenire. Se infatti la richiesta comporta che la natura venga liberata dai legami del passato e che il regno dei cieli divenga una realtà presente, allora da parte dell’umanità deve avvenire qualcosa che muti il suo rapporto con il tempo, in modo corrispondente al mutamento che avviene nel rapporto della natura.

 

Affinché venga garantita alla natura la presenza attuale del regno dei cieli – in altre parole, affinché si ridesti l’anima della natura, essendo il presente il principio dell’anima, come il futuro è il principio dello spirito e il passato quello del corpo – l’umanità stessa deve rinunciare al presente e vivere incontro al futuro.

Questo è il modo di essere della coscienza del budhi: tutto il presente viene donato all’ambiente circostante, mentre l’uomo stesso vive grazie al passato e per il futuro.

 

Con l’affermarsi della coscienza del budhi,

l’umanità farà fluire l’anima nella natura, mentre essa stessa sarà dedita allo spirito.

 

Essa rinuncerà al presente a favore della natura, per essere dedita alla preparazione e realizzazione del futuro. In questo senso la seconda petizione del Padre nostro dovrebbe essere compresa nella sua integrità nel modo seguente:

• “Il tuo regno divenga presente, come noi viviamo il futuro.

Libera la natura dai legami provenienti dal regno del passato e donale il presente del tuo regno,

come noi rinunciamo al regno del presente e ci dedichiamo al regno del futuro”.

 

La dedizione al futuro

è essenzialmente un vivere per le intenzioni del futuro, che l’uomo accoglie nel proprio volere.

Egli allora anticipa nel proprio volere il futuro, mentre offre il cuore all’ambiente circostante.

Questo stato di coscienza è quello della crocifissione.

 

La crocifissione 

è la dedizione sacrificale delle forze del cuore – ossia del presente – all’ambiente circostante,

mentre la volontà si protende verso il lontano futuro.

La richiesta della venuta del Regno, pertanto, contiene sempre un grado di crocifissione della coscienza umana.

Il grado della crocifissione determina anche il grado della legittimità, e quindi dell’efficacia della richiesta stessa.

 

L’atto sacrificale della coscienza umana può però spingersi più oltre ancora che alla rinuncia del presente:

può rinunciare alla stessa volontà del futuro.

Allora il sacrificio è completo e alla coscienza non rimane più nulla – la sua stessa esistenza è messa in questione.

Se la coscienza compie questo estremo sacrificio, allora essa passa per l’esperienza della morte.

 

• Il miracolo della resurrezione che può seguire, è l’azione di Dio Padre,

il quale fa sì che si manifesti la realtà dell’uomo-spirito (atma).

• La richiesta: “Sia fatta la Tua volontà come in cielo, così in terra”

– è la rinuncia al volere proprio, ma è al tempo stesso il trasferimento di tale volere agli esseri del regno inferiore.

 

Come il compiuto adempimento della seconda petizione è riservato alla futura esistenza di Venere,

così il compiuto adempimento della terza è riservato alla futura esistenza di Vulcano.

È infatti un’assoluta verità, valevole soprattutto per il Padre nostro, quella annunciata nel versetto seguente:

“Cielo e terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (Mt 24:35; Me 13:31; Le 21:33).

 

Le parole della terza petizione valgono dunque fino al periodo di Vulcano dell’evoluzione umana. La loro validità durante quel periodo si mostrerà nel fatto che, in conseguenza del sacrificio e della resurrezione dell’umanità progredita, il regno umano rimasto indietro sarà redento. Allora lo stesso interno della Terra, il nucleo del male primigenio, verrà trasformato e la volontà del Padre si compirà letteralmente, “come in cielo, così in terra”.

 

Le prime tre petizioni del Padre nostro contengono, quale intrinseca legittimazione,

la rinuncia al pensare proprio – cioè all’imposizione arbitraria del nome – al sentire e al volere.

• Invero la rinuncia al pensare proprio è il presupposto per la richiesta del manas;

• la rinuncia al sentire proprio è connessa con la richiesta del budhi

• e la rinuncia al volere proprio è contenuta nella richiesta dell’atma,

costituenti nel loro insieme la prima parte del Padre nostro.

 

• L’ultima delle tre petizioni qui considerate comprende non solo l’umanità e la natura, ma anche la sub-natura,

ossia ciò che agisce attualmente come male dall’interno della Terra verso la superficie della stessa.

Questa azione è presente in ogni sostanza fisica della superficie terrestre.

 

Nella medesima direzione verticale è tuttavia anche presente l’azione del Padre, che compenetra ogni sostanza materiale. Il pane che noi mangiamo, può quindi essere veicolo sia dell’una, come dell’altra azione. Può da un lato essere il veicolo dell’azione del sacramento eucaristico, della comunione; dall’altro può invece servire come mezzo, ad esempio dell’oscuramento della coscienza, che unifica milioni di uomini nella comunità dell’odio recante sul proprio vessillo il ‘pane quotidiano’. Non vi è alcun delitto che non sia commesso nel nome del pane quotidiano, come d’altronde nulla esiste nel mondo fisico che sia più santo e più risanante nel profondo, del pane eucaristico.

 

Questo doppio significato del pane era anche il motivo originario dei due differenti modi di lettura della quarta petizione del Padre nostro. Nei primi secoli dell’era cristiana esistevano infatti due letture della petizione: “Dacci oggi il nostro pane soprasostanziale” (Ton àrton hemòn ton epioùsion – lat. panem supersub- stantialem).

Ciò che conta non è però il tipo di lettura, bensì il comprendere che nel pane si incontrano due ambiti d’azione e che dipende propriamente dall’uomo, con quale di questi ambiti egli voglia instaurare un rapporto di comunione mediante il pane.

 

Il senso della quarta petizione, come tale, consiste appunto nel fatto che il nostro pane, nel presente (“oggi”), venga ricevuto dalle mani del Padre. In questa petizione si tratta quindi del disporsi della coscienza umana verso l’azione del Padre nel pane, quale sostanza fisica.

Non si tratta dunque di un pane puramente simbolico, né di un mero nutrimento fisico. La nutrizione è infatti necessaria per vivere sulla terra nel corpo fisico – per vivere però da uomini.

 

Il corpo fisico non è una semplice combinazione di sostanze,

ma anche una configurazione dinamica delle forze morali di volontà presenti del mondo.

Come tale esso necessita,

• per un verso di sostanze,

• e per un altro di forze morali, al fine di poter sussistere

• non solo come figura fisica,

• ma anche come organizzazione funzionale all’entità animico-spirituale dell’uomo.

 

Il corpo dell’uomo, in quanto corpo umano, vive letteralmente “non di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. Nelle più arcane profondità del subconscio la parola di Dio risuona configurando e sostenendo il corpo, come, d’altro lato, nelle profondità del metabolismo avvengono i processi di assimilazione per la costruzione del corpo stesso. Alla vita e al sostentamento del corpo sono essenziali sia un’azione che l’altra.

 

Nel presente (“oggi”) queste due condizioni di vita del corpo devono mantenersi in equilibrio. Nella scena della tentazione nel deserto la necessità di un tale equilibrio viene espressa dalle parole del Cristo Gesù: “Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4:4; Le 4:4).

 

La quarta petizione del Padre nostro è quindi un’espressione della necessità di questo equilibrio, una richiesta affinché esso si realizzi. Nel suo senso interiore, è la richiesta, valevole per l’umanità intera, di quella forza che il Cristo Gesù ha manifestato nel respingere la tentazione di mutare le pietre in pane. Si potrebbe anche, per questa ragione, esprimerla in pensieri nel modo seguente: “Dacci nel tempo presente il pane terreno compenetrato dalla tua azione, come la parola celeste è compenetrata dall’azione del tuo Essere, di cui noi siamo affamati”.

 

• Come la quarta petizione si riferisce ai processi del ricambio e della volontà nel corpo fisico,

• così la quinta si riferisce al campo d’azione corrispondente nel corpo eterico.

 

Infatti anche il corpo eterico possiede una ‘organizzazione del ricambio e della volontà’.

• Il suo ‘ricambio’ si esprime nella sua ‘vita mnemonica’; le esperienze del passato continuano a vivere in esso e ne formano il contenuto, come le sostanze fisiche formano il contenuto del corpo fisico.

• La sua attività volitiva si esprime invece nei processi morali del ‘serbare’ e del ‘dimenticare’, ossia nell’estinguere determinate esperienze o, al contrario, nel rafforzarle.

 

Il corpo eterico è dunque il portatore sia di quelle esperienze del passato che lo contraggono in sé, come per effetto di correnti fredde, che di quelle che ne espandono l’essere, come per irradiazione di calore. Il lato morale del ‘serbare’ e del ‘dimenticare’ nel corpo eterico consiste nel fatto che, contenuti negativi, apportatori di malattia, siano oscurati da quelli positivi, apportatori di salute, o al contrario che questi siano oscurati da quelli.

In quest’ambito l’uomo non può, nel corso di una vita, produrre cambiamenti: il passato permane, fisso e immutabile, e le sue colpe sono come frecce. Proprio perché l’uomo non è in grado direttamente di mutare nulla, egli rivolge la quinta petizione del Padre nostro a Dio Padre. Non la rivolge a nome proprio, a causa della propria colpa personale, bensì nel nome dell’umanità, per la colpa che la riguarda tutta.

 

• Il contenuto della richiesta è la speranza che il passato negativo, di cui l’umanità è gravata, venga cancellato. La cancellazione del passato, quale ‘oblio’ cosciente e morale, è la remissione. La remissione da parte del Padre può avvenire solo nel caso che nel piatto inferiore della bilancia karmica, quello umano, venga posto un bene che vi corrisponda.

La condizione per la remissione del nostro debito è che noi perdoniamo ai nostri debitori.

 

• Se l’uomo impara, nei riguardi del prossimo, a ‘dimenticare’ moralmente il negativo,

mutandone i contenuti nel proprio corpo astrale, sul quale egli ha potere,

allora anche nel suo corpo eterico, su cui egli non ha potere, si estingueranno i contenuti negativi.

 

• A chi estingue nel proprio corpo astrale i contenuti di colpa altrui sul piano astrale, ossia nella forma dell’antipatia, sarà estinta corrispondentemente nel corpo eterico la propria colpa, sul piano eterico, ossia come causa profonda di malattia.

 

Nella quinta petizione non si tratta solo, come già detto, di interessi individuali, bensì di interessi riguardanti l’intera umanità e comprendenti tutto ciò che è individuale. Pertanto, quando si chiede la remissione, non si intende questa o quella colpa, ma la colpa dell’umanità, dalla quale discendono le colpe individuali. Questa colpa dell’umanità è la stessa che, come possibilità, si è presentata al Cristo Gesù nella tentazione nel deserto, ossia l’entrare in possesso del mondo al prezzo dell’adorazione del principe di questo mondo.

Il Cristo Gesù respinse la tentazione; l’umanità invece, in occasione della prima tentazione nel paradiso, vi soggiacque. Il cosiddetto ‘peccato originale’ [lett. ‘ereditario’: Erbsunde] è la conseguenza del primo peccato dell’umanità, la quale per un aspetto è divenuta dominatrice della terra, ma per un altro è caduta in un rapporto di dipendenza nei confronti del principe di questo mondo.

 

Il rimettere le colpe individuali agli altri uomini

può quindi avere l’effetto che la prima colpa non individuale possa essere cancellata.

 

Alla richiesta si associa infatti ogni volta la voce del Figlio, che presenta al Padre l’argomento d’intercessione: “Perdona loro, poiché non sanno quello che fanno”. Affinché ciò avvenga, è stata pronunciata dal Cristo Gesù a favore dell’umanità la quinta petizione del Padre nostro, che chiede la guarigione dalle conseguenze del peccato originale: “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”.

 

• Se nella quinta petizione si tratta della remissione della colpa generale,

che trova la sua legittimazione nel perdono da parte del singolo delle colpe di altri uomini nei propri riguardi,

• nella sesta petizione si tratta invece proprio delle colpe individuali degli uomini.

Questo nel senso che la fonte, la possibilità di tali colpe costituisce l’oggetto della petizione stessa:

la tentazione è infatti la loro causa e il loro principio.

 

Il testo della sesta petizione è tale da suscitare l’impressione che Dio Padre tenti l’uomo. È evidente che ciò non è possibile, ma è altrettanto fuori discussione che il testo della preghiera suoni: “Non ci indurre in tentazione”. L’enigma di questo paradosso si risolve tuttavia, se si afferra il rapporto del male con Dio Padre nel senso profondo in cui, ad esempio, è rappresentato nel libro di Giobbe dell’Antico Testamento, o anche nel Faust di Goethe (Prologo in Cielo). Lì al male viene accordato da Dio un termine, durante il quale l’uomo può venirne tentato, per essere messo alla prova. Questi termini in effetti esistono, sia nella vita del singolo uomo, che nella storia dell’umanità. Quello che, ad esempio, è chiamato kaliyuga, rappresenta un termine di questo genere nella storia dell’umanità.

 

L’“indurre in tentazione” consiste quindi, da un lato, nel concedere alle forze tentatrici la possibilità di avvicinarsi dall’esterno, e, dall’altro, nel fatto che nel corpo astrale umano sia presente, a causa dell’influsso luciferico, la naturale inclinazione a cedere alla tentazione.

L’Io umano è però nella condizione di non assecondare questa inclinazione. Il fatto che l’Io umano resista di fronte alla tentazione interiore, si esprime nel non dubitare riguardo alla potenza del bene e del vero – agenti non sul piano esteriore, ma in virtù della loro stessa essenza. Infatti, dietro a ogni ricorso a mezzi e misure fondati sulla forza esteriore – anche al fine di condurre l’uomo al bene – si nasconde il dubbio circa l’immediata efficacia operativa del vero e del bene, dunque la sfiducia in Dio. Questa sfiducia nella potenza del vero e del bene, agenti per il loro stesso contenuto, si manifesta nella pretesa che tale potenza debba mostrarsi esteriormente.

 

Durante il periodo del kaliyuga, il karma dovette restare custodito come un segreto di fronte alla coscienza dell’umanità europea, affinché questa umanità fosse messa alla prova e imparasse a credere al vero ed al bene in quanto tali e non per le loro conseguenze karmiche.

Nel periodo in cui l’azione rimunerativa del karma restò celata, la tentazione del male si accostò in modo visibile all’umanità. Sorse così la situazione della grande prova: il bene e il vero parvero ridursi a semplici ideali umani, mentre il male parlava con la voce tuonante di una potenza della natura. Chi però in tale situazione rimase fedele all’ideale ossia, rinunciando a ‘prove’ esteriori della potenza del bene, cedette all’invincibilità del vero e del bene, in virtù del loro valore intrinseco, costui è anche legittimato a pronunciare la sesta petizione, incentrata sulla reciprocità della fiducia tra uomo e Dio. Infatti la parte inespressa, legittimante questa petizione, potrebbe essere pensata con le seguenti parole: “Non indurci in tentazione, come noi non tentiamo Te, non aspettandoci manifestazioni esteriori della tua potenza”.

 

Ancora una volta nella scena della tentazione nel deserto troviamo la chiave per una comprensione più profonda di questa petizione: mentre il Tentatore si avvicina al Cristo Gesù per indurlo a dare prova, mediante un miracolo esteriore – il gettarsi dal pinnacolo del tempio – della sua realtà divina, Il Cristo Gesù respinge la tentazione con le parole: “Sta scritto: non tenterai il Signore Dio tuo” (Mt 4:7; Le 4:12).

 

La legittimazione della petizione di essere preservato dalla tentazione,

consiste appunto in questa rinuncia all’inclinazione umana a tentare Dio,

ossia a non volerlo vedere come verità, ma come forza esteriore che attesta e dimostra la verità.

 

• Come la quarta, quinta e sesta petizione del Padre nostro stanno in rapporto con le tre tentazioni nel deserto,

• così la settima sta in rapporto con la grande prova affrontata dal Cristo Gesù nella notte di Getsemani.

 

Si tratta della resistenza all’azione oggettiva del male primigenio del mondo, che può venire designato con la parola ‘Male’ (poneròn). Questo male non si rivela ancora, nella sua essenza, alla coscienza umana; esso agisce solo come forza remota tramite l’essere arimanico, e si manifesta nel suo effetto come forza sinistra e oscura nella subcoscienza corporea. In tal senso è l’assoluto contrario dell’Io umano. Come infatti l’Io produce nell’organizzazione corporea dell’uomo il punto più luminoso, così il male produce il punto di maggior tenebra.

Tuttavia l’uomo che si sforza di combattere il male oggettivo in virtù della conoscenza, può venir liberato dal male.

 

La legittimazione, ossia l’efficacia, della petizione: “Ma liberaci dal male”,

è subordinata all’opporsi dell’uomo al male nel mondo.

Questa petizione si dovrebbe dunque integrare interiormente nel modo seguente:

• “Ma liberaci dal male, come noi combattiamo contro il male nel mondo”.

 

La composizione morale-spirituale del Padre nostro è dunque tale, che

tre sacrifici e quattro modi di resistere alla tentazione

conferiscano peso karmico alle sette petizioni.

 

• Il triangolo dello spirito e il quadrato della personalità terrestre, che stanno alla base del Padre nostro,

• sono al tempo stesso espressione della capacità di sacrificio e di resistenza dell’uomo nei suoi sette arti costitutivi.

 

La bilancia karmica della nuova Alleanza, il cui piatto inferiore è sulla terra e quello superiore nelle mani del Padre,

agisce in corrispondenza a questa capacità.

 

 

 

 

 

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