/////06 – LA VITA NAZIONALE E INTERNAZIONALE NELLA TRIARTICOLAZIONE SOCIALE

06 – LA VITA NAZIONALE E INTERNAZIONALE NELLA TRIARTICOLAZIONE SOCIALE

La vita nazionale e internazionale nella triarticolazione sociale

O.O. 332a – Cultura, politica, economia – 30.10.1919


 

Sommario: La vita nazionale e internazionale nella triarticolazione sociale

La coscienza internazionale ha fallito nella guerra. L’egoismo e l’amore sono le fonti dell’agire umano. «Il nazionalismo è un egoismo vissuto collettivamente». L’internazionalismo cresce con l’interesse a conoscere gli altri popoli. In economia il consumo nasce dal bisogno che è per natura egocentrico. La produzione invece presuppone una vera dedizione alla comunità sociale. Nell’economia mondiale regna l’anacronismo del mercato aleatorio e della società basata sullo scambio fra gli stati. Al posto del principio commerciale del mercato deve subentrare la reciproca comprensione fra i popoli. Una moderna scienza dello spirito fa riconoscere anche lo spirito che è comune a tutti gli uomini. L’umanità è un organismo vivente, dotato di anima e spirito: i suoi organi e le sue membra – popoli e individui – costituiscono un’unità nella molteplicità. L’economia mondiale si occupa dei bisogni di tutti gli uomini, il diritto internazionale salvaguarda la loro uguale dignità. Lo spirito comune dell’umanità anima la produzione mondiale. I veri ideali sono le realtà più efficaci nel plasmare la vita pratica. Quello che uno dice è pura teoria, solo se diventa vita acquista realtà.

 

Cari ascoltatori!

Forse a qualcuno di voi sarà sembrato strano il modo in cui ho affrontato questo tema. Strano per quanto riguarda il taglio che gli è stato dato, così che forse si potrebbe dire: «Sì, abbiamo sentito singole idee, singoli pensieri su una possibile forma della struttura sociale. E in queste conferenze si è notato poco di quello che oggi viene spesso ripetuto come slogan quando ci si occupa della questione sociale.»

 

Certo, cari ascoltatori, qui abbiamo dovuto occuparci in primo luogo di pensieri e di idee.

Ma ritengo anche di aver fatto notare che questi pensieri e queste idee si differenziano dagli altri che vengono presentati in questo campo, in base ai quali si dice: «Quello che manca è una distribuzione equa dei mezzi di sostentamento. Ciò dipende da questo o quel danno che deve essere perciò eliminato» – e altre affermazioni analoghe. Oggigiorno è facile sentire tali parole.

A me pare importante agire anche in questo campo come nella vita pratica. Quando si ha a che fare con un prodotto di cui l’uomo ha bisogno e che dev’essere realizzato per mezzo di una macchina, non basta elaborare un programma e decretare: «Bene, adesso per realizzare questo prodotto devono mettersi insieme alcuni uomini organizzati in questo e in quel modo.» È più o meno questo il tenore di tanti programmi sociali che vengono formulati di questi tempi.

A me preme invece indicare il modo in cui la macchina, in questo caso l’organismo sociale, debba essere congegnata affinché possa effettivamente produrre quanto viene richiesto dalle attuali rivendicazioni sociali più o meno conscie. E non credo che si dirà che queste conferenze non abbiano trattato di come ci si debba procurare il pane o il carbone o prodotti analoghi, perché a mio parere se ne sono occupate.

 

Si sono occupate di mostrare quali sono gli effettivi fondamenti dell’organismo sociale, il modo in cui gli uomini devono vivere e lavorare insieme in questo organismo affinché si realizzi quanto è contenuto nelle rivendicazioni sociali. Ho voluto fare questa premessa perché magari alla mia conferenza di oggi, a conclusione di questa serie, si potrebbe muovere un appunto analogo.

Si renderà conto che il problema internazionale è un elemento della questione sociale solo chi capisce che il prezzo del tozzo di pane che arriva sulla tavola di ognuno è in relazione con l’intera economia mondiale, che quanto accade in Australia o in America, ciò che là viene prodotto dagli uomini, non è insignificante rispetto a quello che qui diventa il prezzo di un pezzo di pane o del carbone.

Ma oggi, di fronte ai molti giudizi e pregiudizi esistenti, non è facile parlare della questione internazionale. È appunto questa vita internazionale degli uomini che negli ultimi cinque anni ha assunto tratti a dir poco assurdi.

 

In vastissime cerchie non era già forse diffusa la convinzione che nella nuova umanità si sia affermata la sensibilità internazionale, una vera comprensione a livello internazionale? E dove ci hanno portati questa sensibilità e questa comprensione tra popolo e popolo? Al dilaniarsi dei popoli in gran parte del mondo civile! E a giudicarle secondo la loro stessa visione hanno fallito perfino quelle idee e quelle correnti culturali che tenevano moltissimo al loro carattere internazionale.

Ci basti pensare a come il cristianesimo internazionale, perché tale dovrebbe in fin dei conti essere, abbia spesso veicolato il linguaggio nazionalsciovinistico nelle sue parole, nelle sue massime, nel suo modo di vedere. E potremmo citare altri impulsi internazionali che negli ultimi tempi sono naufragati. Anche e forse soprattutto quando si parla della vita internazionale dell’umanità in rapporto all’economia, sarà necessario rivedere sotto diversi aspetti il proprio modo di pensare.

Sarà inoltre necessario addentrarsi fino a quelle sorgenti della natura umana che possono essere trovate solo se si prende in considerazione lo spirito e l’anima. E credo che le ultime conferenze abbiano perlomeno cercato di dimostrare che questo deve accadere, che non ci si può semplicemente gettare sugli slogan “spirito” e “anima”, ma che va cercata la realtà operante dello spirito e dell’anima.

 

In tutto il mondo quello che gli uomini sviluppano nella loro convivenza e nella reciproca collaborazione viene retto da due impulsi, ed è assolutamente necessario che a proposito di tali impulsi regni in noi uomini la verità, una concezione autentica, senza trucco, non deformata da slogan di alcun genere. Due impulsi vivono nell’anima umana, in rapporto fra loro come il polo nord e quello sud di una calamita. Questi due impulsi sono

• l’egoismo e

• l’amore.

 

È molto diffusa l’opinione che sia etica solo una situazione in cui l’egoismo viene superato con l’amore, che gli uomini si evolvono in modo che l’amore prenda il posto dell’egoismo.

Sì, cari ascoltatori, questa pretesa vive oggi in molti non solo come ideale morale ma anche come rivendicazione sociale. Quello che manca però è una comprensione vera della polarità di forze che c’è fra l’egoismo e l’amore.

Parlando dell’egoismo, dobbiamo innanzitutto sapere che per l’uomo esso ha inizio con i suoi bisogni fisici. Ciò che scaturisce dai bisogni corporei dell’uomo lo possiamo capire solo come una manifestazione dell’egoismo. Ciò di cui l’uomo ha bisogno nasce ovviamente dal suo egoismo.

 

A questo punto bisogna pensare che questo egoismo può anche essere nobilitato, perciò non è intelligente formarsi le proprie opinioni in questo campo con degli slogan. Affermando che l’egoismo dev’essere “superato” o vinto dall’amore non si è fatto molto in direzione della sua comprensione. Va considerato il fatto che chi per esempio si accosta ai propri simili con sincero interesse e comprensione umana agisce in maniera diversa da colui che ha interessi ristretti, che non si occupa di ciò che vive nelle anime e nei cuori dei suoi simili, che non prova nessun interesse per il proprio ambiente.

 

Il primo, che ha una vera comprensione per i propri simili, non deve per questo essere privo di egoismo, poiché il mettersi al servizio degli uomini può far parte anch’esso del suo egoismo. Questo atteggiamento può benissimo procurargli una sensazione di godimento interiore, perfino un senso di piacere. E delle manifestazioni che viste dall’esterno sono oggettivamente altruistiche possono senz’altro derivare dall’egoismo – che nella vita emotiva non può che essere valutato come tale.

Ma la questione dell’egoismo va vista in modo ancora molto più vasto. Occorre osservarlo anche in tutta la vita animico-spirituale dell’uomo. Ci si deve rendere conto di come, in certi ambiti, il fattore animico e spirituale nasca dalla natura interiore dell’uomo, allo stesso modo dei suoi bisogni corporei.

Così per esempio è dalla natura dell’uomo che ha origine la creatività nella sua fantasia, ciò che crea in ambito artistico. Se si procede in maniera spassionata e si cerca di capire correttamente queste cose, ci si deve dire: quello che viene creato dalla fantasia dell’uomo, che proviene da substrati indefiniti del suo essere, ha la stessa origine dei bisogni fisici, solo ad un livello più alto.

 

Da un punto di vista soggettivo, la vita immaginativa, che per esempio si esplica nell’arte, si fonda assolutamente su una soddisfazione interiore dell’uomo, in un appagamento più raffinato e nobile della soddisfazione della fame, ma che per l’uomo non è diverso a livello qualitativo – fermo restando che quanto viene in tal modo prodotto ha per il mondo un significato diverso.

E d’altra parte, tutto l’egoismo dell’uomo ha bisogno che l’uomo si intenda con i propri simili, che viva e collabori con loro. L’egoismo stesso, l’amore di sè, esige la convivenza e la cooperazione con gli altri. Ecco allora che anche gran parte delle cose che sviluppiamo insieme ad altre persone si basa del tutto sull’egoismo, e può perfino far parte delle virtù più nobili dell’essere umano.

 

Prendiamo in considerazione l’amore di una mamma: esso si fonda decisamente sull’egoismo della madre, ma dà origine alle cose più nobili della convivenza umana.

Così anche quello che in effetti è fondato sull’egoismo, nel senso che l’uomo ha bisogno dell’altro per soddisfare il proprio egoismo, si estende alla convivenza nella famiglia, alla convivenza all’interno della stirpe, della nazione, del popolo.

 

E il modo in cui l’uomo vive nel suo popolo, nella sua nazione, altro non è che l’immagine riflessa di ciò che vive in lui a livello egoistico. Certo, nell’amore per la patria, nel patriottismo, questo egoismo viene in un certo senso nobilitato, fino ad apparire come un ideale, e a ragione. Ma questo ideale affonda le proprie radici nell’egoismo umano.

 

Ed è necessario che questo ideale scaturisca dall’egoismo umano e che si appaghi, se si vuol far sì che tutto ciò che nasce dalla produttività di un popolo si trasmetta a tutta l’umanità. E così vediamo che in definitiva tutto ciò che si esprime nel nazionalismo si sviluppa a partire da questo singolo impulso dell’anima umana che è l’egoismo. Il nazionalismo è un egoismo vissuto collettivamente, un egoismo trasposto nella sfera dello spirito.

 

Il nazionalismo è per esempio intriso e attraversato dal calore della vita immaginativa del popolo in cui esso si esprime. Ma questa vita immaginativa stessa è lo sviluppo spirituale più elevato di quelli che sono i bisogni umani. Bisogna scendere fino a questa radice per poter comprendere nel modo giusto il fenomeno.

 

Di tutt’altro genere, cari ascoltatori, è quello che si sviluppa nella natura umana sotto forma di internazionalismo.

Diventiamo nazionali per il fatto che il nazionalismo sgorga dalla nostra natura personale, è una fioritura della crescita del singolo individuo, unito alla propria stirpe dai legami di sangue o al proprio popolo da un altro tipo di appartenenza. Il nazionalismo cresce insieme all’uomo, è dentro di lui e fa parte di lui, un po’ come l’uomo cresce in una determinata statura.

L’internazionalismo invece non nasce in questo modo. Lo si può paragonare meglio a un sentimento che proviamo quando abbiamo davanti a noi la bellezza della natura e contemplandola, abbandonandoci in piena libertà all’impressione che essa suscita in noi, veniamo indotti all’amore, alla venerazione, al riconoscimento.

Noi cresciamo all’interno del nostro popolo, siamo un membro al suo interno, ma degli altri popoli facciamo conoscenza dall’esterno. Essi agiscono su di noi indirettamente attraverso la conoscenza, con la comprensione. Impariamo ad amarli e a comprenderli a poco a poco. Il nostro internazionalismo interiore cresce nella misura in cui siamo in grado di comprendere e amare l’umanità nei suoi vari popoli, ognuno con la sua terra.

 

Nella natura umana esistono due fonti diverse che stanno alla base del nazionalismo e dell’internazionalismo:

• il nazionalismo è il massimo sviluppo dell’egoismo;

• l’internazionalismo è ciò che ci compenetra sempre di più man mano che riusciamo a dedicarci ad una concezione dell’uomo piena di comprensione, piena di amore.

 

Per comprendere nella maniera giusta quali sono gli elementi che contrastano fra loro nell’internazionalismo e nel nazionalismo, si dovrà considerare sotto questa luce la convivenza umana nel mondo civile. Anche semplicemente per capire l’economia mondiale occorre richiamarsi ai due impulsi presenti nell’anima umana di cui abbiamo or ora parlato.

Quello che in queste conferenze è stato presentato come elemento di vita triarticolato dell’uomo, ci riconduce ai due impulsi dell’anima umana appena descritti.

 

Osserviamo per esempio la vita economica – lo vedremo in seguito –, in quanto determina tutta la convivenza nazionale e internazionale degli uomini.

Osserviamo questa vita economica in modo da riconoscere il suo punto di partenza nel bisogno umano, nel consumo. In fondo il compito della vita economica non consiste in altro che nella soddisfazione del bisogno umano. La produzione e la circolazione delle merci, l’amministrazione, il traffico di persone ecc. sono preposti ad appagare il bisogno umano. Anche qui possiamo chiederci: qual è il fondamento naturale del bisogno, del consumo?

 

Alla base del bisogno e del consumo c’è l’egoismo. E la cosa importante è proprio capire questo fatto nel modo giusto. Allora in fatto di economia non si chiederà: «Come si fa a superare l’egoismo?», bensì: «Cosa deve fare l’altruismo per soddisfare il legittimo egoismo?» Cari ascoltatori, questa espressione può forse sembrare meno idealistica, ma è vera.

 

Quando si prende in esame la produzione che deve rispondere al bisogno di consumo e soddisfarlo, si vede subito che c’è bisogno di qualcos’altro. Colui che deve produrre è ovviamente nello stesso tempo anche un consumatore.

Chi ha il compito di produrre – l’ho esposto nelle conferenze precedenti – deve capire non solo il processo produttivo, ma anche la vita dei propri simili, così da potersi dedicare al processo di produzione in modo tale da rispondere alle loro esigenze. L’uomo dev’essere in grado di individuare i bisogni dei propri simili, direttamente o indirettamente, per mezzo delle istituzioni di cui abbiamo parlato.

 

Muovendo da questa comprensione caratterizzata da spirito di dedizione, di amore, l’uomo dovrà poi dedicarsi al tipo di produzione per cui è portato. È sufficiente enunciare la cosa, dopo di che, per quanto arido e prosaico possa sembrare in quest’ambito, nell’amore che si dedica alla comunità umana si dovrà vedere l’effettivo motore della produzione.

E non si potrà dire niente di positivo sull’effettivo compito della questione sociale finché non ci si sarà resi conto che la produzione può essere regolata in modo sociale solo creando con la vita culturale e giuridica i fondamenti per cui, grazie all’interessamento per i propri simili e per la vita, fluirà nell’anima umana un amore pieno di dedizione per i rami della produzione.

 

Fra il consumo egoistico e la produzione intrisa di amore c’è la circolazione delle merci, dei beni, che crea l’equilibrio fra i due – oggi tramite la casualità del mercato, tramite offerta e domanda, in futuro mediante un’associazione umana che al posto del mercato aleatorio ponga la ragione degli uomini.

Ci saranno così uomini che si occupano di organizzare la produzione in base all’osservazione dei bisogni del mercato, e il mercato consisterà in ciò che la ragione delle organizzazioni interessate sarà in grado di produrre per il consumo, per i bisogni, che prima vanno correttamente osservati e compresi. In questo campo bisognerà liberarsi di tutte le frasi fatte e attenersi ai fatti concreti.

 

Cari ascoltatori, chi non si renderebbe conto che l’epoca moderna ha realizzato sempre più quello che doveva manifestarsi man mano che l’orizzonte degli uomini andava ampliandosi fino ad abbracciare la Terra intera? L’economia mondiale ha preso il posto delle vecchie economie nazionali, dell’economia su territori ristretti.

Però questa economia mondiale esiste a tutta prima solo come una specie di esigenza. Certo, cari ascoltatori, questa esigenza si è sviluppata al punto che quasi in ogni luogo del mondo civile vengono consumati prodotti realizzati in altri posti – non importa se nello stesso paese o in un altro.

 

Ma anche in quest’ambito la comprensione pensante dell’uomo, lo stato d’animo umano, non ha tenuto il passo con quella che si è manifestata come un’esigenza mondiale. Vediamo ovunque come sia un’esigenza impellente di questi tempi quella di tener conto dell’economia mondiale, di adottare misure per renderla possibile.

E quali condizioni sono necessarie per rendere possibile l’economia mondiale, cari ascoltatori?

 

Lo si può capire solo dando un’occhiata a come deve organizzarsi – l’ho descritto nella mia conferenza di ieri – l’ordinamento sociale a partire dal presente verso il futuro, se al posto dell’antica economia e società di potere, se al posto dell’attuale economia e società di scambio, sorgerà una società organica e un’economia in cui sono le associazioni, i contratti tra associazioni a decidere della produzione.

 

E se la si mette veramente in atto, in che cosa consiste la differenza fra una simile società organica e la semplice società basata sullo scambio che oggi è ancora dominante?

La differenza si manifesta nel fatto che nella società di scambio sono per lo più il singolo o i singoli gruppi che hanno a che fare con l’altro singolo o con l’altro gruppo. E quest’altro singolo o questo gruppo di cosa si interessa nel rapporto reciproco? Che si tratti di consumatori o di produttori, fra la loro produzione e il loro consumo c’è per così dire un abisso, i due vengono separati da un mercato a rischio, dove è la circolazione delle merci, il commercio cieco, a fare da mediatore.

 

Cari ascoltatori! Che si parli in maniera fondata o meno del potere del capitale, del potere del lavoro, dell’importanza che hanno il capitale e il lavoro e via discorrendo, bisogna comunque dire: l’essenziale nella nostra economia basata sullo scambio è che in essa domina la casuale circolazione delle merci. È infatti questa circolazione che fa da tramite fra la produzione e il consumo. Produzione e consumo sono fra loro separati dall’abisso del caotico mercato, così che non è il raziocinio umano a metterli a fronte.

Nella società organica che cosa prenderà il posto del dominio della circolazione delle merci?

 

Cari ascoltatori, l’intero campo della vita economica verrà fatto rientrare nell’interesse di ogni individuo che partecipa all’economia! Mentre oggi chi commercia si interessa a come procurarsi le merci o vendere i propri prodotti, ma se ne deve occupare in base all’interesse che ha per se stesso, nella società organica ogni persona coinvolta in attività economiche sarà pienamente interessata al consumo, al commercio e alla produzione nel loro insieme, a livello mondiale.

Ciò significa che ogni attività economica si rifletterà nell’interesse economico del singolo – a questo si dovrà mirare nella società organica.

 

E ora prendiamo in esame il rapporto che deve avere questa società organica, che oggi è ancora un’esigenza del futuro anche nel singolo Stato, con la questione internazionale. Come ci si presenta questo problema internazionale rispetto alla vita economica?

 

Si può vedere che c’è da un lato a livello internazionale l’esigenza di un’economia mondiale, ma che all’interno dell’intera economia mondiale si stagliano i singoli Stati nazionali. In un primo tempo questi singoli Stati nazionali, indipendentemente dalle condizioni storiche in cui sono sorti, sono tenuti insieme da ciò che emerge dall’egoismo degli uomini che convivono nello stesso territorio. Perfino nelle manifestazioni più nobili dell’elemento nazionale, nella letteratura, nell’arte ecc., i gruppi etnici sono tenuti insieme dalla fantasia che nasce dall’egoismo.

Questi gruppi etnici si sono inseriti con la loro solidarietà di gruppo nel campo dell’economia mondiale, con sempre maggiore intensità nel corso del diciannovesimo secolo, fino a raggiungere il culmine agli inizi del ventesimo secolo.

 

Volendo descrivere quello che è effettivamente accaduto, dobbiamo dire: mentre prima fra gli Stati regnavano altri interessi, molto più affini all’antica società di potere, il principio della società di scambio è diventato in seguito predominante proprio nelle transazioni economiche della vita internazionale degli Stati, che all’inizio del ventesimo secolo hanno raggiunto il culmine. Cari ascoltatori, il modo in cui nei singoli Stati veniva prodotto e consumato ciò che si vendeva ad altri Stati o si acquistava da loro è stato fatto rientrare completamente nell’egoismo dei singoli Stati.

 

Per questo si faceva valere solo ciò che interessava al singolo Stato. I rapporti di tipo economico fra gli Stati dipendevano in tutto e per tutto dal principio commerciale, dal principio in vigore nella società di scambio per quanto riguarda la circolazione delle merci. Era soprattutto in questo campo, ma su vasta scala, che si vedeva come la società basata semplicemente sullo scambio dovesse portare a situazioni assurde. E questo ridursi all’assurdo è stata una delle cause principali della catastrofe di questa guerra mondiale.

 

Gli uomini si rendono sempre più conto che c’era questo profondo conflitto fra l’esigenza di un’economia mondiale e il piazzarsi in questa economia mondiale dei singoli Stati che si chiudevano in se stessi, che invece di favorire all’interno dei loro confini l’economia mondiale, si chiudevano con dogane e altre misure analoghe, rivendicando per sè quello che poteva essere il prodotto dell’economia mondiale.

 

Ciò ha portato a quella crisi, a quella catastrofe a cui diamo il nome di guerra mondiale. Certo, vi sono anche altre cause, ma questa è una delle principali. E così, cari ascoltatori, occorrerà rendersi conto di come proprio riguardo alla vita internazionale sia innanzitutto necessario creare la possibilità di commerciare oltre le frontiere nazionali, in base a principi diversi da quelli dell’economia di scambio.

 

Proprio come nella società organica, se vuole collaborare, il singolo deve provare interesse sia per la produzione che per il consumo, ovunque essi abbiano luogo, come il singolo deve interessarsi all’intero processo economico – produzione, consumo e circolazione delle merci –, così dev’essere possibile trovare degli impulsi per mezzo dei quali ogni struttura statale al mondo provi un vero e autentico interesse per ogni altra struttura statale, di modo che fra i popoli non si formi ancora qualcosa di analogo al mercato incontrollabile, ma regni fra essi una vera e intima comprensione.

 

E così arriviamo alle origini più profonde di quello che oggi viene cercato a livello astratto nella cosiddetta Società delle nazioni, che mira a correggere determinati danni che sorgono nella convivenza fra i popoli. Solo che anch’essa deriva dallo stesso principio da cui oggi derivano tante altre cose.

 

Chi al giorno d’oggi riflette sui danni della vita, pensa sovente alle più immediate correzioni che permettano di realizzare questa o quella cosa. Uno vede che c’è molto lusso e allora lo vuole tassare, e via dicendo. Non gli viene in mente di andare all’origine del problema, di individuare quella struttura della convivenza sociale tramite la quale un lusso assurdo non possa sorgere. Ma è proprio questo che conta anche nella vita dei popoli: risalire alle origini, alle radici dei fenomeni.

Quindi non si giungerà ad una intima convivenza internazionale mediante delle misure volte a correggere singoli sintomi, ma andando alle fonti che consentono ai popoli di comprendersi reciprocamente.

 

Ora, cari ascoltatori, non può nascere nessuna comprensione dei popoli fra loro se ci si ferma a quello che risulta per così dire dalla crescita stessa dell’uomo, se ci si limita a considerare quello che, come vi ho mostrato a proposito dell’egoismo, porta necessariamente al nazionalismo, alla chiusura all’interno della propria nazionalità.

Cosa abbiamo oggigiorno nella vita culturale? Qualcosa che in fondo non ha perso il suo carattere internazionale durante la guerra solo perché gli uomini non erano in grado di portarglielo via. Se infatti gliel’avessero tolto avrebbero dovuto annientare la sua realtà stessa.

 

E cos’è che oggi è davvero internazionale su tutta la Terra? Nient’altro che il campo delle scienze naturali che si occupano del mondo sensibile esteriore. La scienza intellettualistica – vi ho mostrato in queste conferenze come la scienza debba essere definita intellettualistica – ha assunto un carattere internazionale.

 

E di questi tempi, in cui nel mondo sono sorte tante cose non vere, era facile notare una cosa: quando qualcuno faceva alla scienza il torto di usarla in senso nazionalistico, in un certo senso la snaturava. D’altra parte non è forse evidente, proprio per il fatto a cui ho appena dovuto accennare, che questo genere di vita culturale che si esprime in forma intellettualistica non era in condizione di fondare una vita internazionale?

 

Penso che l’impotenza delle idee e della cultura che ho descritto dai più svariati punti di vista, si sia manifestata con particolare evidenza nel rapporto fra la vita culturale e l’internazionalismo. La scienza non è stata in grado di instillare nelle anime umane impulsi internazionali così forti da renderle capaci di tener testa ai terribili eventi degli ultimi anni.

E laddove questa scienza ha voluto entrare in campo per formare degli impulsi sociali, come nell’internazionalismo socialista, si è visto che anche questo tipo di internazionalismo non era in grado di reggere, ma che prima o poi si è ripiegato, è riscivolato anch’esso nel nazionalismo. Per quale motivo? Perché dell’antico patrimonio culturale dell’umanità il socialismo ha assorbito solo l’intellettualismo della scienza, che non ha forza a sufficienza per agire nella vita così da formarla.

 

È questo che da un lato testimonia che il recente orientamento scientifico, sorto in contemporanea con il capitalismo e con la cultura tecnocratica, contiene effettivamente un elemento internazionale, ma nello stesso tempo ne dimostra l’impotenza rispetto alla fondazione di una vera vita internazionale dell’umanità.

Di fronte a tutto ciò bisogna far valere quello che ho illustrato nella quarta conferenza a proposito dell’orientamento scientifico-spirituale, basato sulla visione e sulla conoscenza dello spirito, quale ve l’ho descritto. Questa visione spirituale non si fonda sulla percezione sensibile esteriore, ma nasce da un’ulteriore trasformazione della natura umana. Scaturisce dalle stesse profondità della natura umana dalle quali ha origine anche la fantasia.

 

Però non si limita ad elevarsi alle creazioni individualistiche della fantasia, ma giunge alla conoscenza oggettiva della realtà spirituale del mondo. È proprio sotto questo aspetto che al giorno d’oggi questa visione spirituale viene spesso fraintesa. Chi non la conosce dice: «Quello che si trova in questo modo con la visione spirituale è solo soggettivo, nessuno lo può dimostrare.»

Anche le conoscenze matematiche sono soggettive, non dimostrabili, e mai sarà possibile convalidare delle verità matematiche in base all’accordo delle opinioni degli uomini. Chi conosce il teorema di Pitagora sa che è giusto, anche se milioni di persone fossero in disaccordo con lui. Così anche quello che si intende con scienza dello spirito arriva a conseguire un’oggettività interiore.

 

Prende la stessa strada della fantasia, e sale ancora più in alto. Questa visione ha le proprie radici nelle profondità oggettive della natura umana e raggiunge vette altrettanto oggettive; ragion per cui si eleva anche al di sopra di tutto quello che di solito infiamma i popoli sotto forma di fantasia popolare. Questa visione spirituale viene cercata contemporaneamente in questo o quel popolo, in questa o quella lingua; se la si indaga abbastanza a fondo, si scopre che è la stessa per tutti gli uomini della Terra.

Per questo, cari ascoltatori, questa visione spirituale, la cui capacità di intervenire creativamente nella vita pratica e sociale ho potuto dimostrarvi, crea nel contempo la possibilità di costituire un legame fra popolo e popolo.

 

Ogni popolo produrrà in modo individuale la propria lirica e anche i tratti particolari dei suoi altri campi artistici. Dall’individualismo del popolo sorgerà per la visione spirituale qualcosa di assolutamente uguale a quello che sorge in ogni altro luogo. I fondamenti da cui le cose hanno origine sono in luoghi diversi – ma ciò in cui alla fine sfociano le loro esperienze è lo stesso su tutta la Terra.

Oggi sono in molti a parlare dello spirito, solo che non sanno che esso dev’essere realmente vissuto. Quando lo si sperimenta, si vede che non è qualcosa che divide gli uomini, bensì qualcosa che li unisce, poiché risale all’essenza più intima dell’uomo, in cui un uomo produce lo stesso che produce l’altro ed è in grado di comprenderlo pienamente.

 

Ma allora, cari ascoltatori, se davvero si approfondisce fino alla visione spirituale quello che di solito si esprime solo a livello individuale nella singola fantasia popolare, allora le singole manifestazioni popolari diventano molteplici espressioni di ciò che nella visione spirituale è un’unità. Allora si potrà lasciare che su tutta la Terra esistano le varie individualità di popoli, poiché non è necessario avere un’unità astratta. Si permetterà all’unità concreta, trovata grazie alla visione spirituale, di esprimersi nei modi più diversi.

E così i molti potranno comprendersi nella realtà unitaria dello spirito. Allora, muovendo dalla loro composita comprensione dell’unità, creeranno degli statuti per un’alleanza fra le nazioni, allora dalle condizioni culturali potrà nascere uno statuto giuridico in grado di unire i popoli.

 

Così nei singoli popoli si affermerà quello che può esistere in ogni popolo: l’interesse per la produzione e il consumo di altri popoli. Allora quella che è la vita culturale e giuridica dei popoli potrà veramente far sorgere una comprensione per tutti i popoli della Terra.

 

Così, cari ascoltatori, o si passerà anche in questo campo allo spirito o bisognerà rinunciare a realizzare qualcosa di migliore di quanto è stato fatto finora, pur con statuti stilati con le migliori intenzioni. Certo, cari ascoltatori, oggi moltissime persone parlano in maniera comprensibile del loro scetticismo nei confronti di una realtà spirituale di questo tipo, ma lo fanno perché non hanno il coraggio di accostarsi veramente a questo spirito.

Gli si rende la vita davvero difficile, ma laddove esso può svilupparsi se pur in una cerchia ristretta di persone riesce già ora a mostrare che le cose stanno così come ve le ho appena descritte, nonostante gli si renda la vita difficile.

 

Cari ascoltatori, se in uno degli Stati che hanno condotto la guerra si ha avuto modo di conoscere lo stato d’animo degli uomini, ciò che essi pensavano dei cittadini degli Stati nemici, come li hanno odiati, quanto poco di internazionale vi era in un tale territorio in stato di guerra, allora ci si può formare un giudizio come quello di chi vi sta parlando, che ha continuato a recarsi in quel luogo a cui vi ho già accennato in queste conferenze, nella Svizzera nord-occidentale, dove si trova il Goetheanum, l’università della scienza dello spirito di cui parliamo in questa sede.

 

Che luogo è stato questo durante tutti gli anni della guerra? In quel luogo, per tutti gli anni della guerra, hanno collaborato persone di tutte le nazioni, senza che l’accordo fra di loro venisse meno in alcun modo, anche quando hanno avuto discussioni inutili o pure necessarie. Questa armonia, nella misura in cui è sorta dal comune interessamento per una visione spirituale, è diventata realtà, sebbene in una cerchia ristretta di persone.

Si può dire: in questo territorio abbiamo potuto fare l’esperimento, abbiamo potuto dimostrare che coloro che in certi periodi hanno voluto venire lì erano in grado di capire le altre persone. Ma questa comprensione non va cercata facendo riferimento allo spirito in maniera astratta, bensì in una seria ed effettiva elaborazione esperienziale dello spirito.

 

Del fatto che lo spirito debba essere indagato, sperimentato, l’umanità odierna non vuole quasi saperne. Oggi si parla molto dello spirito, della necessità della sua venuta – ve l’ho accennato ieri – e di come debba pervadere quelle che sono le semplici rivendicazioni sociali materialistiche; ma al massimo si sente dire che bisogna “far appello” allo spirito.

Sì, cari ascoltatori, se tali uomini, di solito benintenzionati e anche ragionevoli, nonché pervasi da un’etica sociale, riuscissero a pensare solo a questo, a dirsi: «Sì, l’abbiamo avuto lo spirito, ma possiamo oggi appellarci a quello stesso spirito? Dopotutto è lui che ci ha condotti nella situazione in cui ci troviamo. Quindi non è con il vecchio spirito che possiamo ottenere una nuova situazione, l’abbiamo visto. È di uno spirito nuovo che abbiamo bisogno.»

Ma questo spirito nuovo va elaborato, va vissuto, e questo è possibile solo in una vita culturale autonoma.

 

Allora, cari ascoltatori, immaginiamoci quanto segue: come si realizza dappertutto l’esigenza di un’economia mondiale – perché lo deve fare di necessità, per via della sua natura –, così all’interno di questa economia mondiale ci sarà una struttura sociale accanto all’altra, così dappertutto la cultura e il diritto verranno creati in modo individuale dagli uomini che convivono in queste strutture. Ma quello che verrà creato a livello individuale diventerà lo strumento per capire le altre strutture sociali e quindi anche per realizzare un’economia veramente mondiale.

 

Ma se non verrà prodotto un simile strumento, nell’economia mondiale s’imporranno di nuovo i cosiddetti interessi nazionali che approfitteranno di tutto ciò che da essa si può ricavare. Dato che ciascuno lo vuole senza comprensione per l’altro, riapparirà di nuovo la disarmonia.

Come potrà essere allora gestita una vera economia mondiale? Non lo si potrà fare se l’organizzazione culturale e giuridica si impossessano delle singole strutture di questa economia – poiché devono avere una forma individuale: all’universale, a ciò che è unitario, arrivano solo nella comprensione spirituale, solo attraverso quella che su tutta la Terra è l’altra unità. L’altra unità, quella culturale-spirituale, consiste nel fatto che questa Terra si liberi da tutti i nazionalismi.

 

Bene, cari ascoltatori, com’è vero che chi si addentra abbastanza a fondo nella natura umana può salire con un’evoluzione interiore ad un’altezza oggettiva – così che nella visione spirituale si ritrovi ciò che vi trova ogni altro uomo di ogni altra nazione –, così bisogna dire che anche i bisogni di consumo umani in tutto il mondo non vengono toccati dai singoli nazionalismi.

I bisogni umani sono internazionali, solo che sono polarmente opposti a quello che è la realtà internazionale dello spirito.

L’elemento internazionale dello spirito deve portare alla comprensione, deve saper intridere di amore la comprensione per l’altra nazionalità, deve far espandere l’amore fino all’internazionalità nel senso di quanto ho detto prima.

 

Ma anche l’egoismo è altrettanto internazionale: potrà gettare un ponte verso la produzione mondiale solo se essa proverrà da una comprensione spirituale comune, da una visione spirituale unitaria. Dagli egoismi dei popoli non potrà mai venire la comprensione per il consumo comune che si basa sull’egoismo che tutti gli uomini hanno in comune. Solo da una visione spirituale unitaria può scaturire quello che non proviene dall’egoismo, ma esclusivamente dall’amore, come vi ho spiegato, e che quindi può padroneggiare la produzione mondiale.

 

Da dove nasce l’esigenza di una economia mondiale? Data la crescente complessità delle condizioni di vita in tutto il mondo civile, le esigenze di consumo degli uomini si sono andate via via uniformando, si vede come gli uomini sempre più abbiano bisogno delle medesime cose.

Come può da questo bisogno uniforme derivare un principio di produzione omogeneo che sia valido in tutto il mondo per l’economia mondiale? Ciò avviene elevandosi alla vita dello spirito, come l’abbiamo inteso in questa sede, ad una vera visione spirituale sufficientemente forte da poter creare una produzione a livello mondiale corrispondente al consumo mondiale divenuto anch’esso unitario.

Allora sarà possibile creare un vero equilibrio: quando l’unità spirituale favorirà quella del consumo, quella materiale. Allora si potrà ottenere l’equità della circolazione delle merci grazie alla mediazione fra produzione e consumo a livello mondiale.

 

Per capire come dai molti organismi di popolo debba sorgere nel mondo civile un organismo unitario, occorre guardare nell’interiorità dell’uomo. Non c’è altro modo che questo per costruire l’organismo unitario dell’umanità, che ha in sè le condizioni per stabilire su tutta la Terra un rapporto organico fra produzione e consumo in base alle esigenze sociali, così che il pezzo di pane o il carbone di cui si ha bisogno per il singolo uomo o per la singola casa corrisponda realmente alle esigenze sociali oggi attive nel subconscio degli uomini.

 

Cari ascoltatori, so molto bene che quando queste cose vengono innalzate a una sfera di osservazione di questo tipo molti dicono: «Sì, ma si tratta di idealismo, di qualcosa che si eleva ad altezze ideali.»

Ma solo così si trova quello che è il motore trainante per la molteplicità esteriore. E proprio per il fatto che gli uomini non hanno cercato questo motore, che può essere trovato solo in questo modo, tutto il mondo civile è finito nelle condizioni sociali e politiche del presente.

 

La questione sociale potrà mettersi su un terreno saldo solo quando ci si dirà: coloro che si occupano di creare le forze motrici interiori per l’organismo sociale singolo e per l’organismo sociale dell’umanità sono i veri pragmatici, mentre quelli che si definiscono pragmatici spesso hanno solo una conoscenza rudimentale del proprio campo ristretto e per questo sono astratti.

Uno di quelli che parecchio tempo fa prendevano sul serio la questione, parlando di un certo campo della vita umana ha fatto notare che i cosiddetti idealisti non sono persone che non sanno qual è il rapporto che intercorre fra gli ideali e la vita reale. Si è reso conto dell’assurdità del comportamento dei cosiddetti pragmatici, che vengono a dire all’idealista: «Sì, i tuoi ideali sono molto belli, ma la pratica richiede ben altro.»

 

Lo stato di fatto è che la prassi, se vuole diventare davvero pratica, ha bisogno di questi ideali. E sono proprio i presunti pragmatici che non ne consentono la realizzazione, o perché sono troppo pigri o perché hanno qualche interesse a impedirne la realizzazione.

E lo stesso uomo ha detto: «Che gli ideali non sono immediatamente applicabili nella vita, lo sappiamo anche noi come gli altri. Solo che noi sappiamo anche che la vita dev’essere sempre plasmata secondo questi ideali. Ma quelli che non riescono a convincersene, non fanno altro che mostrare che nel proprio formarsi la vita non ha più contato sulla loro collaborazione. A costoro si augura quindi di ricevere il sole e la pioggia al momento giusto e, se possibile, di fare una buona digestione.»

 

È questo, cari ascoltatori, che deve caratterizzare il rapporto fra l’idealismo spesso bollato come balordo e la vera vita concreta, necessario anche per la semplice costruzione di un ponte. Come l’ingegnere padroneggia la propria arte in base a idee non materiali, e come l’intero ponte deve prima essere ideale e solo in un secondo tempo, dopo essere stato calcolato a livello ideale, può diventare un ponte realmente pratico, così quello che si forma come idealismo a partire da un senso pratico interiore dev’essere un’idea pratica.

 

E bisogna avere l’istinto e la sensibilità necessari per introdurre nella vita concreta reale una simile legge oggettiva. Allora non si chiederà più: «Come si fa a realizzare queste cose nella vita concreta?», ma si saprà che se c’è un numero sufficiente di persone che capiscono le cose, costoro e le loro azioni rendono la faccenda immediatamente pratica.

Oggigiorno si sente spesso dire: «Sì, queste idee sono bellissime, e anche se le si pensa realizzate sarebbero molto belle, ma gli uomini non sono ancora maturi.» Si ritiene che gli uomini a livello di massa non siano ancora maturi per queste cose.

 

Sì, cari ascoltatori, cosa significa effettivamente l’affermazione secondo la quale gli uomini a livello di “massa” non sono ancora maturi? Chi conosce il rapporto fra l’idea e la realtà, chi vede la vita concreta in base al suo carattere reale, la pensa in modo diverso riguardo a questi uomini. Egli sa infatti che al giorno d’oggi c’è un numero sufficiente di uomini che, se si immergono abbastanza profondamente nella loro interiorità, possono avere una piena comprensione per ciò di cui stiamo parlando.

Quello che blocca è perlopiù la pusillanimità, la mancanza di coraggio. Manca l’energia di spingersi davvero fin dove si potrebbe arrivare, se solo si riuscisse a sviluppare una piena coscienza di sé.

Quello di cui abbiamo soprattutto bisogno, cari ascoltatori, è qualcosa che in linea di massima oggi ogni uomo può conquistare se solo osserva bene la realtà. Ma, mentre da un lato si cade nel materialismo, arrivando perfino a compiacersene, dall’altro ci si innamora dell’astrattezza, di tutti i principi astratti e intellettuali, e non si vuole affatto immergersi nella realtà.

 

Oggi nella vita esteriore si è convinti di essere già pratici, ma non ci si sforza di vedere le cose in modo tale da coglierne il carattere di realtà. Chi oggi per esempio sente una qualsiasi affermazione, la fa sua cogliendone solo il contenuto astratto. Ma così si allontana ancora di più dalla vita, invece di avvicinarcisi sempre di più.

Se oggi uno legge un bell’articolo di fondo, c’è solo da dire che di questi tempi non è particolarmente difficile scrivere un bell’editoriale. Nella moderna civiltà si è pensato così tanto che basta impratichirsi un po’ per mettere una frase fatta accanto all’altra. Oggi quello che conta non è l’essere d’accordo con il contenuto letterale di qualche cosa, ma farsi un giudizio sul modo in cui questo contenuto è in relazione con la realtà.

Ma allora ai nostri tempi ci sono molte cose da correggere nel senso che bisogna dirsi: oggi gli uomini dovrebbero più di tutto tendere a quella verità che permette loro di affrontare con coraggio la realtà.

Eccovi due esempi in proposito, cari ascoltatori.

 

Vedete, in certe statistiche si può leggere qualcosa sugli Stati balcanici. Oggi gli uomini si informano sulle condizioni del mondo esterno, giudicano le varie situazioni politiche e via dicendo. In base al modo in cui si informano, si potrà leggere in una qualsiasi statistica sugli Stati balcanici quanto segue: là vivono tot greci, tot serbi e tot bulgari, e allora si può calcolare quali sono le aspirazioni legittime dell’elemento greco, di quello bulgaro e di quello serbo.

 

Se però si osserva la questione da vicino, cioè se si collega quanto si è appreso in astratto sul numero dei bulgari, dei serbi e dei greci in Macedonia, a volte si scopre che il padre è registrato come greco, un figlio come bulgaro e il secondo figlio come serbo. A quel punto si vorrebbe sapere cosa c’entra la statistica con la realtà. È realmente possibile che una famiglia sia costituita in maniera tale per cui il padre è greco, il primo figlio è bulgaro e il secondo è serbo? Si viene davvero a sapere qualcosa sulla realtà quando si hanno davanti statistiche fatte a partire da simili premesse?

 

Cari ascoltatori, la maggior parte di quello che oggi è racchiuso nelle statistiche si basa su compilazioni analoghe, con particolare frequenza nella vita d’affari. Dato che gli uomini non hanno l’esigenza di spingersi da ciò che vien loro detto letteralmente fino al contenuto della verità, della realtà, oggi si giudica a vanvera, poiché non ci si occupa a fondo delle cose.

 

Gli uomini si accontentano di quello che, come un semplice strato superficiale della vita, cela le effettive realtà. Ma la prima necessità nella vita del nostro tempo è quella di affrontare le vere realtà, non di stare a cianciare sul fatto che gli uomini siano o meno maturi, ma di additare quelli che sono i danni principali. Gli uomini se ne renderanno conto solo se ci saranno altri uomini che si danno da fare per scoprire questi danni principali e per farli notare in maniera sufficientemente energica.

 

L’altro esempio, cari ascoltatori, è che ai primi di giugno del 1917, il mondo ha letto – una parte del mondo se ne è ancora interessata – il discorso della corona dell’allora imperatore austriaco Carlo I. In quel discorso della corona, cari ascoltatori, si parla continuamente di “democrazia”, secondo lo spirito del tempo. Orbene, cari ascoltatori, a proposito di questo discorso ho letto di come la gente si sia entusiasmata del fatto che proprio da quella cattedra sia stata annunciata al mondo la democrazia, che da lì sia stato detto al mondo qualcosa sulla democrazia.

 

Bene, se si esamina questo discorso della corona dall’inizio alla fine solo in base al suo contenuto letterale, si vede che si è trattato di una bella prestazione da terza pagina – se si vuol godere solo dello stile, della struttura delle frasi, per come suscitano piacere in chi le ascolta. Bello. Ma si guardi la verità. Allora quello che è stato letteralmente detto va inserito nel proprio ambiente, allora bisogna chiedersi: chi fa questo discorso? E in quale contesto?

 

E allora nell’antichissima veste da incoronazione, sontuosa e pomposa, si vede il sovrano medievale, che non nasconde affatto quello che c’è nel suo discorso, circondato dai suoi splendenti paladini, rilucenti d’oro: tutto il Medioevo, che in verità non ha nulla a che fare con la democrazia. Che cos’è allora il parlare di democrazia, pur con bellissime parole, in un simile discorso? Una menzogna storica di portata mondiale!

 

Dal significato letterale delle cose odierne bisogna tornare alla visione della realtà. Non basta comprendere le cose con l’intelletto, ma bisogna interessarsi degli stati d’animo. Ed è proprio questo che richiede la scienza dello spirito.

Non si resta impuniti quando si valuta erroneamente la realtà esteriore. Chi vuole conoscere la realtà spirituale in senso scientifico-spirituale, come abbiamo inteso fare in questi giorni, chi vuole vedere il mondo spirituale, deve in primo luogo abituarsi alla più assoluta veracità nel mondo sensibile, non abbandonarsi ad illusioni su quello che accade intorno a lui secondo i suoi cinque sensi.

 

Così, proprio colui che vuole entrare nella realtà dello spirito deve usare i suoi cinque sensi sani in spirito di verità, non cullarsi nelle fantasticherie a cui si abbandonano tanti cosiddetti “pragmatici”, tanti uomini d’affari molto apprezzati, nelle cui mani si mette quasi il mondo intero. Quello di cui abbiamo bisogno non è un lamentio piagnucoloso per l’immaturità degli uomini, bensì un’indicazione su come dobbiamo diventare veri, intimamente veraci.

 

Allora, cari ascoltatori, nel mondo smetteranno di risuonare le chiacchiere sullo spirito, allora non si sentiranno più le menzogne sulla differenza fra diritto e morale, ma

• allora si sentirà parlare di un lavoro interiore che deve conquistarsi lo spirito, la cultura;

• allora si sentirà qualcosa su come gli uomini, una volta conseguita la realtà dello spirito, vivranno in un contesto tale per cui saranno anche in grado di trovare un uguale diritto fra di loro.

• E allora soltanto si potrà parlare di come fondare una vera società organica per mezzo di un’economia pervasa di cultura e di diritto.

 

Questo, cari ascoltatori, è necessario: che ci si renda conto del fatto che c’è un numero sufficiente di persone che, se solo fanno uno sforzo interiore, possono comprendere queste indicazioni. Non bisogna stancarsi di continuare a sottolineare queste cose. L’importante è non credere che basti dire che deve regnare lo spirito perché questo spirito compaia come per magìa.

 

No, questo spirito può fare ingresso nel nostro mondo solo attraverso il lavoro spirituale dell’uomo. Anche sotto questo aspetto si tratta di diventare veri, di non lasciar risuonare nel mondo la falsità che continua a declamare che ci vuole lo spirito, ma dar voce alla verità che dice: ci sarà lo spirito solo quando ci saranno luoghi in cui non si lavora solo sulla natura esteriore, nel senso del materialismo, ma in cui viene elaborata una visione spirituale.

 

Da questa visione spirituale – e credo di avervelo mostrato in queste conferenze, che vanno intese come un tentativo, un debole tentativo – deve nascere anche una reale comprensione sociale delle necessità vitali dell’umanità del presente e del prossimo futuro. L’importante è che gli uomini diventino autentici per quanto riguarda lo spirito e il cammino spirituale.

 

Lo spirito infatti può essere trovato solo sulla via della verità. Cari ascoltatori, dire: «Sì, gli uomini non lo sanno» non è una scusa, o è solo una scusa. Nel cammino spirituale, seguire inconsciamente la menzogna fa sì che essa produca effetti negativi nel mondo non meno che quando viene seguita consapevolmente. L’uomo d’oggi ha infatti il dovere di portare a coscienza il subconscio per estirpare definitivamente la falsità da tutti i campi, compreso quello del subconscio

 

Per questo, cari ascoltatori, desidero concludere con parole intese davvero sinceramente. Posso immaginarmi che, anche dopo aver cercato di descrivere dai più svariati punti di vista l’organismo sociale nella sua struttura come lo deve vedere la scienza dello spirito in riferimento alla triarticolazione dell’organismo sociale, ci siano ancora persone che dicono: «Sì, queste idee sono davvero nobili. Ma oggi come fanno gli uomini ad elevarsi fino a queste idee? C’è però un abisso fra ciò che gli uomini possono oggi capire e queste idee.»

 

Cari ascoltatori, desidero solo dirvi che in proposito si può avere anche questa opinione – e chi vi ha parlato desidera vederla in questo modo: non c’è bisogno di stare a sindacare quanto maturi o immaturi siano gli uomini, ma occorre dire sempre di nuovo ad alta voce ciò che si ritiene vero e fruttuoso, e poi stare a vedere che gli uomini maturino. Se si fa così, se non ci si stanca di continuare a ripeterlo, gli uomini matureranno prima di quanto farebbero se si continua a rinfacciargli la loro immaturità.

 

Cari ascoltatori, io credo che allora gli uomini potranno maturare in fretta. Per questo non mi stancherò mai di ripetere sempre di nuovo quelle cose che a mio parere fanno parte del cammino di maturazione degli uomini.

 

 

By | 2020-05-03T20:00:18+02:00 Novembre 12th, 2018|CULTURA, POLITICA, ECONOMIA|Commenti disabilitati su 06 – LA VITA NAZIONALE E INTERNAZIONALE NELLA TRIARTICOLAZIONE SOCIALE