/////06 – L’IDEA WAGNERIANA DELL'”OPERA D’ARTE TOTALE”

06 – L’IDEA WAGNERIANA DELL'”OPERA D’ARTE TOTALE”

L’idea wagneriana dell'”opera d’arte totale”

O.O. 92 – Leggende e misteri antichi – 02.12.1907


 

Sommario: Wagner quale vero mistico. La sua concezione della musica come rivelazione che viene da un altro mondo. La musica delle sfere come realtà spirituale. L’idea wagneriana dell'”opera d’arte totale”. Il passaggio dalla coscienza chiaroveggente degli antichi Atlantidi alla coscienza intelligente e alla coscienza dell’io dei tempi moderni. L’inizio dell’Oro del Reno. La coscienza dell’uomo atlantico, estranea alle passioni e simile a quella della pianta, e la futura riconquista di questo stato di coscienza a uno stadio superiore.

 

Nella teosofia, o scienza dello spirito, non bisogna vedere un qualcosa di unilaterale, volto soltanto ad appagare la curiosità degli uomini o a soddisfarne la sete di sapere, ma una corrente spirituale che è chiamata a incidere profondamente su tutto ciò cui diamo il nome di civiltà, su tutta la civiltà del presente e del prossimo futuro. Che appunto questo possa costituire il suo compito, lo percepiremo osservando come ciò che pulsa al suo interno non appartenga, in fin dei conti, ad essa soltanto, ma si manifesti ai giorni nostri, sotto forma di indizi più o meno evidenti, nei campi più disparati.

 

Oggi ci occuperemo di questo: di come, in uno dei più grandi artisti dell’epoca moderna, vivesse un elemento analogo a ciò che vive in quella che definiamo teosofìa o scienza dello spirito. Non bisogna credere che tutto quanto verrò dicendo a proposito di questo artista insigne, a proposito di Richard Wagner, fosse presente alla sua coscienza in maniera chiara, in forma razionale. Altrimenti sarebbe giustificato obiettare: “Tu, parlando di Wagner, gli attribuisci una quantità di cose, ma noi siamo in grado di provare che Wagner, di se stesso, queste cose non le ha mai pensate”. Chiunque tratti di Wagner come stiamo per farlo noi può facilmente anticipare una simile obiezione. Che ciò di cui parleremo vivesse in Wagner sotto forma di idee esplicite è assolutamente insostenibile. Altra cosa è se abbiamo comunque un qualche diritto di parlarne. Sarebbe troppo lungo se volessi diffondermi qui in un’argomentazione particolareggiata della bontà di questo diritto. Tuttavia, per dimostrare la fondatezza delle considerazioni che seguiranno, può essere utile ricorrere a un’immagine, a una metafora. Il botanico non studia le piante? Non cerca di scoprire le leggi in base alle quali crescono e vivono? Non comprende con ciò la natura delle piante, o non tenta almeno di comprenderla? E qualcuno può forse negare al botanico il diritto di parlare delle piante in questi termini solo perché alle piante stesse, alla loro coscienza, quelle leggi sono ignote? Chi approfondisca il senso della metafora vedrà come, fra ciò che diremo oggi e l’artista di cui parliamo, esista lo stesso rapporto. Qui non si tratta, beninteso, di una ripetizione del luogo comune secondo il quale l’artista crea inconsapevolmente. Ma del fatto che, proprio come non c’è bisogno che la pianta conosca le leggi delle piante, così non è necessario che la coscienza dell’artista abbia espressa nozione delle leggi che, nel quadro di una determinata concezione del mondo, servono a comprenderlo. Questa premessa è indispensabile, perché altrimenti si potrebbe sollevare l’obiezione che abbiamo appena descritta.

 

Una seconda obiezione, nella quale oggi è molto facile imbattersi, si riferisce al termine “mistica”. Poco fa, in un gruppo ristretto, una persona ha pronunciato la parola “mistica”, al che un signore di una certa cultura ha detto: “Veramente anche Goethe era un mistico, perché ha ammesso che molte cose al mondo rimangono oscure e nebulose per la conoscenza umana”. Con ciò, questo signore ha mostrato di intendere per mistica, ove gli uomini vi si dedichino, tutte quelle rappresentazioni che hanno qualcosa di nebuloso, di indistinto, di oscuro. Ma un vero mistico non ha mai inteso per mistica questo contenuto indistinto, che sarebbe accessibile solamente a generiche sensazioni intuitive. Oggi, affermazioni come queste possiamo sentirle perfino in ambienti colti: “La nostra conoscenza chiara si estende fino a questo punto, ma da qui in poi si apre la strada a un sentimento generico, al senso di sprofondare nei segreti della natura, da qui in poi comincia la mistica”. Al contrario: nella mistica, il vero mistico vede quanto vi è di più chiaro, quanto può gettar luce, con i concetti più illuminanti, negli abissi dell’esistenza. E se c’è chi parla di oscurità della mistica, di vaghi sentori d’ogni genere, questo non significa altro se non che gli uomini non si sono mai dati la pena di chiarire a se stessi ciò che la mistica presenta da parte sua con tutta chiarezza. Nei primi secoli del cristianesimo, per definire i concetti della mistica si usava il termine mathesis, non perché si trattasse di matematica, ma per dire che l’insieme di idee e di rappresentazioni elaborato dalla mistica deve avere, per gli uomini, la stessa trasparente chiarezza dei concetti matematici. Occorre solo che l’uomo abbia la pazienza di immedesimarsi realmente in quella che è la vera mistica. Associandolo al nome di Wagner, adopreremo dunque il termine “mistica” unicamente nel senso che abbiamo indicato.

 

Definiamo adesso quella che è la convinzione prima e fondamentale di qualunque scienziato dello spirito. È che, dietro il nostro mondo fisico-sensibile, vi sia un mondo invisibile, e che in questo mondo invisibile l’uomo sia in grado di penetrare. Fra questi princìpi e il pensiero mistico c’è un rapporto strettissimo.

 

Wagner ha manifestato da parte sua una simile convinzione? Sì, l’ha manifestata chiaramente! E la cosa più importante è che l’ha manifestata dal suo punto di vista di musicista, mostrando con ciò che la musica, l’arte, erano per lui ben più di un semplice complemento dell’esistenza, erano l’elemento più prezioso della vita. Nel descrivere la musica sinfonica, Wagner ha parole superbe per esprimere la propria visione dell’arte. Egli dice che tutta la musica sinfonica* pare una rivelazione proveniente da un altro mondo, che ci illumina circa i rapporti che governano l’esistenza ben diversamente da come riesca a spiegarceli la logica, e aggiunge che il prodigio più grande è quando facciamo posto, entro di noi, alle certezze che da questi elementi del linguaggio sinfonico premono su di noi; esse allora conferiscono al nostro sentire una sicurezza, contro la quale il giudizio che l’intelletto pronuncia sul mondo non può farsi valere.

 

Non bisogna pensare che queste parole siano state buttate giù occasionalmente, ma bisogna anzi leggervi l’intento di caratterizzare un dato fenomeno con il più profondo rigore conoscitivo, con il rigore di una grande conoscenza umana. Possiamo darne un’interpretazione che si riallacci alle convinzioni di fondo della mistica? Certo! Se considerate attentamente il modo in cui spesso i mistici descrivono la propria forma di conoscenza, troverete per esempio una parola ben precisa, una parola che non è scelta a caso, ma che potete costantemente riscontrare come una sorta di termine tecnico della mistica. I mistici dicono: “Nella sua forma abituale di conoscenza, l’uomo fa appello all’intelletto per conoscere le leggi della natura e del mondo dello spirito; esiste però una forma superiore di conoscenza, nella quale non annodiamo un concetto all’altro in base al metodo dell’intelletto, ma le rappresentazioni si tessono insieme come una musica spirituale; questo è un diverso metodo di conoscenza”. Il vero mistico sa che da questo metodo nasce una sicurezza ben maggiore di quella offerta, nello stesso campo, dal giudizio dell’intelletto. Ed ecco la cosa sorprendente: chiunque abbia familiarità con la mistica vi illustrerebbe questo metodo di conoscenza ricorrendo all’immagine della musica – ben più di un’immagine a dire il vero! Quando nell’antica scuola pitagorica si parla della musica delle sfere celesti, non si tratta semplicemente di un’immagine. Una piatta filosofia accademica non riesce a vedervi altro che un’immagine, una metafora. Ma chi sa di che cosa si tratti, sa anche che la musica delle sfere celesti di cui parlano i pitagorici è una realtà, e che lo spirito può venire educato ad ascoltare i suoni di questa musica.

 

Si è già detto più volte che noi siamo attorniati da mondi di natura spirituale, e che, almeno in un primo momento, non possiamo vederli, proprio come il cieco è attorniato dal mondo del colore, ma non lo vede. Se il cieco viene operato agli occhi, ecco che il chiarore, il colore, la luce, che prima gli erano inaccessibili, lo raggiungono. La stessa apertura si realizza per una vista spirituale. Basta solo aprire i sensi superiori, ed ecco che il mondo superiore emerge dall’oscurità; al più vicino dei mondi che ci attorniano diamo allora il nome di mondo della luce o mondo astrale, e quello ancora superiore lo definiamo l’autentico mondo spirituale, il mondo dei suoni delle sfere celesti. Si tratta di una vera realtà, alla quale l’uomo può nascere con una sorta di nascita superiore, così come il cieco dalla nascita può acquistare la vista se viene operato.

 

Coloro che sono iniziati parlano di questo mondo in termini espliciti. Basti ricordare talune parole di Goethe. Di sicuro molti troveranno fantasiose certe sue affermazioni. Troveranno che dire certe cose abbia addirittura ben poco di artistico, perché, nel valutarne l’opera, pretendono che il poeta oscilli quanto più possibile nell’indeterminatezza. Ma un poeta della statura di Goethe non fa della vuota retorica quando, per caratterizzare una realtà particolare, dice: «Gareggia il sole, con l’antico suono,…». Qui, o c’è un riferimento a realtà più profonde, oppure si tratta di una frase senza senso, considerato che il sole fisico di certo non risuona. E da un poeta che lavora, come Goethe, sulla base dell’esperienza, non ci si può aspettare una frase del genere. Da iniziato qual è, Goethe sa dell’esistenza di un simile mondo risonante, di un mondo echeggiante di suoni spirituali, e sa bene quello che dice. Quando, dopo le traversie descritte nella prima parte del poema, consegna il suo Faust al mondo spirituale, ritornano queste parole:

 

«Già l’intimo orecchio, d’attorno,

avverte in immenso clamore

il sorger novello del giorno…»

 

Goethe sa perfettamente quello che dice, quando vuole caratterizzare il mondo spirituale.

 

Per Richard Wagner, i suoni della musica esteriore erano espressione, rivelazione, di una musica interiore, di quel mondo in cui risuona l’eco spirituale dell’armonia pulsante nell’universo. Questo era ciò che sentiva, ciò che percepiva. E lo ha ripetuto più di una volta. Descrivendo per esempio i singoli strumenti, dice cosi:

• «I suoni degli strumenti, sebbene non si possa stabilire con precisione il loro significato, rappresentano gli organi primordiali della creazione, poiché esprimono i sentimenti stessi che si manifestarono nel mondo durante il caos delle origini, prima ancora che esistessero uomini per raccoglierne nel cuore le vaghe armonie.»

 

Parole come queste non vanno passate al torchio dell’intelletto, ma bisogna cercare di accoglierle in sé con tutta la loro suggestione: si percepirà allora come l’anima di Wagner fosse totalmente immersa in quella che abbiamo chiamato la vera mistica, la mistica autentica.

 

Wagner concepisce così tutta quanta la sua missione di artista. Come tale, non vuole limitarsi a esprimere ciò che vive in modo solo contingente nell’anima. Vuole cogliere il carattere necessario del posto ch’egli occupa nell’evoluzione. Wagner guarda retrospettivamente al passato più remoto dell’umanità, un passato nel quale non v’era ancora quella che si dice un’arte isolata. Tocchiamo qui un punto di profonda importanza, intorno al quale Wagner si è sempre arrovellato quando rifletteva sulla propria missione, lo stesso punto su cui Nietzsche ha meditato a fondo, e che ha tentato di delucidare nel suo studio su La nascita della tragedia dallo spirito della musica. Non intendiamo tuttavia diffonderci su quello che ha scritto Nietzsche, vogliamo piuttosto rifarci alla mistica, perché la mistica ci sa dire di più rispetto a quanto, su Richard Wagner, possa rivelarci Nietzsche. La mistica ci riporta agli stati primordiali dell’evoluzione umana.

 

Che cosa erano i misteri? Delle sedi misteriche, che possiamo chiamare indifferentemente templi o scuole, sono esistite presso tutti i popoli dell’antichità: Egiziani, Greci e così via. Il mistero è stato dappertutto la base di una successiva civiltà, e vi erano comprese a un tempo religione, scienza e arte. Addentriamoci allora per un momento in ciò che ne costituiva l’essenza. Che cosa sperimentava, in questo mistero, chi veniva ammesso a determinate prove, che gli schiudevano la conoscenza delle cose occulte? Sperimentava qualcosa che nel corso posteriore dell’evoluzione si è venuto differenziando in rami distinti e separati: religione, arte e scienza, che si sono ramificate in tre distinti tronconi, avevano, nel mistero, un’unica radice comune. Immaginate adesso di essere voi stessi spettatori e uditori del mistero! Prendiamo, ad esempio, il modo in cui si esponeva all’individuo l’enigma del mondo. Gli si mostrava come le forze spirituali siano scese quaggiù, com’esse vivano nel minerale e nel vegetale, come giungano a maggiore perfezione nell’animale, e come, nell’uomo, acquistino coscienza di sé. L’intero cammino dello spirito universale si presentava in modo tale che gli occhi potevano effettivamente vedere tutto questo. E quel che gli occhi vedevano e gli orecchi udivano, con colore, luce, suono, era saggezza, era scienza. Questa gente, a differenza di oggi, non si faceva un’idea astratta degli eventi governati dalle leggi universali. Rappresentarseli significava vederli nel loro concreto svolgimento. Questa rappresentazione aveva, al tempo stesso, una propria bellezza. L’arte nasceva così. Era la forma stessa della verità. E a tal punto la verità era immersa nell’arte, che l’animo umano veniva permeato di senso religioso e si prostrava in adorazione.

 

Così è stato ai primordi di tutte le grandi civiltà. La storiografia ufficiale non ne sa molto, e anzi lo nega. Ma non importa. In capo a vent’anni non disconoscerà più questo genere di cose. Ora, così come, nei misteri primordiali, scienza, arte e religione erano unite, allo stesso modo l’arte, l’insieme cioè delle arti che hanno poi seguito strade separate, era un tutt’uno. Musica e rappresentazione drammatica costituivano un’unità, e Wagner ha spinto lo sguardo in quel tempo primordiale nel quale le arti erano riunite a formare una totalità. Ha visto chiaramente che il corso dell’evoluzione dell’umanità implicava, con il suo carattere necessario, che queste arti dovessero andare ciascuna per la propria strada. Era convinto tuttavia che, ai suoi tempi, fosse ormai giunta l’epoca in cui si sarebbero dovute nuovamente riunire. Si sentiva chiamato, per quanto era in suo potere, a far sì che le correnti separate si ricongiungessero in quella ch’egli chiamava opera d’arte totale. Sentiva che la vera opera d’arte doveva avere qualcosa come un afflato religioso. Per lui, dunque, l’opera d’arte era al tempo stesso funzione religiosa. Dobbiamo figurarci, dobbiamo sentire a nostra volta come tutto questo fosse presente al suo animo. Se ripercorriamo le sue idee nei particolari, ce ne renderemo conto. Egli vedeva ricomporsi nel suo spirito l’opera drammatico-musicale prima divisa in correnti separate. Si rifaceva all’esempio di due sommi artisti, Shakespeare e Beethoven. Nel primo vedeva il drammaturgo che aveva portato sul palcoscenico con mirabile coerenza interna le azioni degli uomini, così come si dispiegano negli eventi esteriori. Nel secondo, l’artista che aveva saputo rappresentare, con la stessa mirabile coerenza interna, quello che si svolge nell’intimo del cuore umano, senza tradursi in azione esteriore, senza diventare gesto. Diceva allora a se stesso: c’è qualcosa, qui, che possiamo bensì percepire con estrema esattezza, ma che necessariamente rimane inespresso. C’è qualcosa, fra un’azione e l’altra, che dimora nel cuore dell’uomo, che è mediato dal cuore, ma che non può tradursi nella forma di arte drammatica che conosciamo. E peraltro, quando la dimensione interiore del sentire umano si dispiega nella musica sinfonica, è costretta per così dire ad avvitarsi su se stessa, se il musicista non ha altra risorsa che i suoni. Vediamo allora come, nella nona sinfonia di Beethoven, quel che vive nell’interiorità dell’anima si apra un varco e diventi infine linguaggio, come tenda a riunire in un tutto ciò che solo nell’arte è separato, ma nella natura umana è un’unica cosa.

 

Così Wagner concepiva la propria missione. Di qui è nata la sua idea dell’opera d’arte totale, che nell’arte deve inserire tutto quanto l’uomo. L’opera d’arte deve corrispondere al modo in cui l’uomo vive la propria vita interiore, e l’uomo deve avere la possibilità di manifestare questa vita interiore come azione. Quel che non può assumere forma drammatica esteriore viene lasciato alla musica. Quello che la musica non può esprimere trapassa nell’esteriorità della forma drammatica. Wagner realizza la sintesi fra Shakespeare e Beethoven. Questa è la sua idea fondamentale – un’idea che è attinta dalla più intima natura dell’uomo. In questo egli vedeva il senso della propria missione. E con questo l’arte aveva tracciata davanti a sé una strada per giungere all’interiorità più profonda della natura umana. Wagner non poteva rimanere un semplice drammaturgo. Doveva esserci la possibilità di trasfondere nell’arte, con i mezzi più alti, la realtà più profonda di cui l’uomo possa fare esperienza – come accadeva un tempo nel mistero.

 

Se consideriamo che Wagner vede nella musica sinfonica la rivelazione di un mondo sconosciuto, e negli strumenti gli organi primordiali della creazione, comprenderemo facilmente come egli avverta la necessità di far emergere, nei suoi drammi musicali, più di ciò che costituisce la vita dell’uomo qual è vissuta qui, nel mondo fisico. Questo rappresenta solo una parte della natura umana, oltre la quale c’è l’uomo superiore, che vive in ogni interiorità umana, e che è ben più di quanto riesca a tradursi in vita esteriore. Quest’uomo superiore, che si libra all’intorno dell’uomo comune come avvolgendolo in un’aura di gloria, è legato alle sorgenti della vita da rapporti più profondi di quel che si possa vedere esteriormente. In quanto vuol fare riferimento alla natura superiore dell’uomo, Wagner non può servirsi di personaggi tratti dalla vita quotidiana, ma deve ricorrere a quelli che si ritrovano nel mito. Qui gli uomini vengono presentati nella loro capacità di trascendersi, nel loro voler essere, ed essere effettivamente, ben più grandi di quanto possa e voglia esserlo l’uomo del piano fisico. Il fatto che Wagner si innalzi sopra l’uomo comune e metta in scena il mito è dunque legato, ancora una volta, alla sua missione. Nel mito egli deve al tempo stesso — senza bisogno di averne perciò consapevolezza razionale – far trasparire attraverso l’azione drammatica, attraverso l’elemento musicale, le leggi più profonde dell’universo, le leggi e gli esseri del mondo sconosciuto. Ed è quello che fa.

 

Non possiamo naturalmente soffermarci su tutti i particolari, possiamo scegliere soltanto qualche esempio. Dappertutto verrà in luce l’intima, sostanziale sintonia fra Wagner e quel che la scienza dello spirito ha da dirci sul mondo. Per esempio, che cosa ha da dirci la mistica sulla convivenza umana? Osservati dall’esterno, gli uomini stanno gli uni accanto agli altri, agiscono gli uni sugli altri nel contesto del mondo fisico parlandosi reciprocamente, instaurando rapporti di reciproca dipendenza. Ma nella natura umana sono presenti relazioni più profonde. Quel che vive nel cuore di un uomo, la sua anima, ha una parentela profondamente nascosta con ciò che vive nel cuore dell’altro, con l’anima dell’altro. E le leggi che appaiono in superficie sono le meno importanti. La rete profonda di leggi che sta alla base dell’anima passa direttamente da uomo a uomo. Questo è ciò che la scienza dello spirito disvela. Questo è ciò che l’artista intuisce. Egli si sceglie pertanto i materiali che gli consentono di mostrare come da uomo a uomo agisca una legge più profonda di quella che l’occhio può cogliere esteriormente.

 

Questa spinta a mettere in luce misteriose correlazioni Wagner ce la testimonia fin da una delle sue prime opere. Non avvertiamo forse la presenza di qualcosa del genere, di qualcosa che agisce invisibilmente fra uomo e uomo, quando ci si fanno incontro l’Olandese e Senta? Non ci tornano alla mente certe correlazioni prodigiose che troviamo nel Povero Enrico, dove il sacrificio di una vergine pura ha un effetto risanatore? Dobbiamo percepire in queste immagini l’espressione di una verità più profonda. Qui c’è qualcosa di più vero della verità superficiale offerta dal sapere comune. Nel sacrificio cui un uomo è disposto in favore dell’altro c’è qualcosa di reale. In questo vincolo mistico, inafferrabile dall’intelligenza superficiale, viene in luce ad esempio ciò che s’intende quando si parla, e con certezza, dell’anima universale. Quando un uomo fa qualcosa per l’altro, v’è, in questo, ciò che di più profondamente vero si esprime nell’immagine.

Per condurvi su un terreno sul quale ciò di cui stiamo parlando possa chiarirsi meglio, mi soffermerò a questo punto su qualche indicazione che può venirvi dalla scienza dello spirito. Noi sappiamo che il mondo si evolve, e che sempre, nel corso dell’evoluzione, vi sono degli esseri che vengono ricacciati indietro. Vi è una legge, insegnata dalla scienza dello spirito, per la quale ogni evoluzione verso un livello superiore è connessa con una spinta verso il basso. Successivamente, si realizza una compensazione. Per ogni santo dev’esserci un peccatore. Lo richiede il necessario equilibrio. Così è, in verità, per quanto singolare possa sembrare. E come quando un liquido risulta dalla mescolanza di altri due. Volendo chiarificarne uno, l’altro si fa necessariamente più torbido. Con il processo di ascesa accade lo stesso. Ad ogni ascesa è legato un declino. Ciò comporta che l’essere che ha compiuto la sua ascesa usi la propria forza per salvare l’altro, l’essere inferiore. Se non vi fosse questa cooperazione fra gli esseri, il mondo non conoscerebbe evoluzione alcuna. È questo ciò che mette in moto l’evoluzione. E vedere un uomo sacrificarsi per l’altro ci richiama a questo misterioso legame, sorto dal fatto che l’evoluzione è stata innalzamento per un essere, e abbassamento per l’altro. Ci vuole sensibilità per cogliere una cosa del genere. Richard Wagner, dunque, è già immerso in quel vincolo misterioso che si estende da anima ad anima.

 

Se prendiamo in esame le diverse opere di Wagner, scopriremo che i fatti principali li ha sempre attinti dalla vita mistica. Accostiamoci direttamente ai suoi lavori centrali, a drammi come il Sigfrido e i Nibelunghi. Se vogliamo renderci conto di quanto profondamente siano radicati nella saggezza universale, dobbiamo richiamarci a cose che la teosofia mette in piena luce, per quanto contraddittorie possano risultare rispetto alla scienza del nostro tempo. I nostri remoti progenitori abitavano un paese che era sito a ovest dell’Europa, tra l’Africa e l’America. Perfino la scienza naturale comincia lentamente ad ammettere che una volta lì c’era la terra, una terra che noi chiamiamo Atlantide. Lì vivevano i nostri antichissimi progenitori, di aspetto certamente del tutto diverso dal nostro. Oggi, come ho detto, anche la scienza naturale comincia a parlare ormai di quest’antica Atlantide. Su “Kosmos”, una rivista pubblicata sotto l’egida di Haeckel, è apparso un saggio sull’argomento. Naturalmente vi si parla soltanto di quali animali e quali piante siano vissuti in quei posti. Ancora nessuna parola sul fatto che vi è vissuto anche l’uomo.

 

Quello che anche la scienza naturale comincia ormai a sospettare, nella scienza dello spirito è chiaramente descritto. Nell’antica Atlantide c’era un’atmosfera completamente diversa dalla nostra, c’erano condizioni di tutt’altro genere. Acqua e luce solare non erano ancora distribuite nell’aria come lo sono oggi. In quella remota regione dell’Occidente l’aria era costantemente carica di vapore acqueo, di masse nebbiose. Sole e Luna erano visibili soltanto attraverso gli aloni iridati che li avvolgevano. Era completamente diversa anche la vita dell’anima. Gli uomini vivevano in un rapporto molto più stretto con la natura, con minerali, piante e animali. Erano inglobati nelle masse di nebbia. Le parole: «Lo spirito della divinità aleggiava, gravava sulle acque» corrispondono perfettamente al vero. Ciò di cui i popoli che discendono dagli Atlantidi hanno conservato un’eco, infatti, presso gli Atlantidi era altamente sviluppato: essi comprendevano tutto quello che avevano intorno. Il mormorio della sorgente non era un suono inarticolato, era espressione della saggezza della natura. Ogni cosa dell’ambiente che lo circondava parlava direttamente all’uomo della saggezza, in quanto l’ambiente stesso faceva di questo antico progenitore, la cui coscienza era ancora ottusa, un chiaroveggente. Egli non percepiva le cose nella loro dimensione spaziale, percepiva solo dei fenomeni cromatici. Disponeva di forze chiaroveggenti. La saggezza tesseva nelle nebbie, ed egli la percepiva con le sue forze ottuse. Possiamo solo cercare di farcene un’idea. L’evoluzione è consistita nel fatto che le nebbie precipitarono in acqua e l’aria si fece sempre più pura. Con ciò, l’uomo pervenne all’attuale stato di coscienza. Giunse a isolarsi dalla natura esterna e divenne un essere chiuso in se stesso. Finché l’uomo è legato alla natura, la saggezza rimane indivisa, ed egli vive come entro una sfera di saggezza; questo ingenera una certa fraternità, poiché ciascuno percepisce la medesima saggezza, ciascuno vive nell’anima dell’altro. Con il precipitare delle masse nebbiose, l’uomo si ritrasse nella coscienza egoistica, nella coscienza dell’io, nella quale ognuno sentiva di avere in sé il proprio centro, nella quale l’uno si contrapponeva all’altro e rivendicava per sé la propria sfera. La fraternità si mutò in lotta per l’esistenza.

 

Miti e leggende non sono riducibili alle teorie fantasiose che crede di scoprirvi chi li studia a tavolino. Che cosa sono in realtà? Sono i residui delle antiche esperienze chiaroveggenti dei progenitori. Questo è un dato di fatto. È assurdo affermare, come si fa oggi, che il senso di certi miti stia nella lotta fra un popolo e un altro. Gli studiosi parlano di fantasia poetica popolare, ma dovrebbero verificare se il popolo sia capace di trasfigurare le nubi in figure divine. Questo è ciò che si dà ad intendere, e queste sono fole, fantasticherie. Ancor oggi è possibile sincerarsi di come nascano i miti. Esistono leggende che sono vive ancora oggi. In diverse zone troviamo per esempio la leggenda della “donna del meriggio”. Vi si racconta che quando dei contadini, a mezzogiorno, restano sul campo invece di interrompere il lavoro agricolo e andare a casa, giunge la donna del meriggio, che pone loro delle domande. Se essi non riescono a risponderle entro una certa ora, la donna del meriggio li soffoca. Come non vedere qui l’immagine di un sogno, di un sogno che si insinua nell’uomo attardatosi sotto la vampa del sole. Il sogno è l’ultimo residuo della coscienza di un tempo. Questo ci mostra come ancor oggi la leggenda tragga origine dal sogno.

 

Tutte le leggende e tutti i miti di area germanica giunti fino a noi si sono formati così. Si tratta ancora in gran parte di leggende e di miti sorti fra gli ultimi superstiti della popolazione atlantica. Gli antichi Germani serbavano dunque il ricordo dell’epoca in cui i loro progenitori risiedevano nell’estremo Occidente – non venivano infatti da Oriente -, e di come fossero migrati a est quando le nebbie di Atlantide, il paese della nebbia, si erano condensate e avevano formato le acque della memorabile inondazione, serbavano il ricordo di come l’aria si fosse purificata e di come fosse venuta formandosi la chiara coscienza diurna dei tempi nuovi. Guardando retrospettivamente al paese della nebbia, al Nifelheim, i Germani di quell’età remota dicevano: “Siamo passati dall’antico Nifelheim al mondo di oggi”. Ora, però, vi erano anche degli esseri spirituali che si erano arrestati allo stadio spirituale proprio dei tempi passati; erano coloro che in tutto il loro modo d’intendere avevano conservato il carattere, la natura dell’antico Nifelheim, del paese dei Nibelunghi, e che, addentrandosi nei nuovi tempi, erano diventati “spiriti”, in quanto ora non avevano un corpo fisico. Qui siamo di fronte a una prodigiosa trama di eventi. Non è assolutamente il caso di fare i pedanti nell’affrontare queste cose. Dobbiamo renderci conto di come si intreccino fra loro fantasia e capacità di chiaroveggenza, leggenda e realtà di fatto. Non possiamo tirar via la rugiada di cui devono essere rivestite. Al ricordo dello sprofondare delle nebbie si venne associando l’idea che ciò fosse avvenuto nel nord dell’Europa centrale, e che esse avessero formato i fiumi di questa regione. Nelle acque del Reno si vedeva scorrere come un residuo delle nebbie dell’antica Atlantide. Qual è stato lo sviluppo degli avvenimenti? L’uomo aveva appreso la saggezza dal mormorio delle sorgenti. Era, questa, una saggezza comune a tutti, era quell’elemento collettivo che escludeva l’egoismo. Ora, la saggezza ha un suo antichissimo simbolo nell’oro. Quest’oro era stato portato nelle nuove terre dall’antico Nifelheim. E che cos’era diventato? Era diventato un possesso dell’io umano. Quella che un tempo era stata saggezza collettiva, sussurrata dalla natura, era adesso una saggezza che scaturiva dal giudizio umano, dall’io, e alla quale l’uomo si accostava come essere autonomo. Ora l’uomo si circondava di un “anello”. Per via di questo anello, l’antica fraternità fra gli uomini degenerò in una lotta reciproca. Nelle grandi leggende dei tempi antichi, quella saggezza che era elemento comune a tutti viveva nelle acque, e il Reno ne accoglieva l’ultimo residuo. Quella saggezza era inabissata nel Reno.

 

Ma gli uomini, nella loro evoluzione, sono giunti alla coscienza egoistica. E anche i Nibelunghi dovevano pervenire alla coscienza dell’io. Essi si impadronirono di ciò che era di tutti, e foggiarono quell’anello che li cinge come anello dell’egoismo. Questo quadro, che abbiamo esposto in termini alquanto frammentari, ci fa vedere come i fatti reali confluiscano nel mondo della fantasia, e come nell’oro si condensi il residuo dell’antica saggezza che era diffusa nella nebbia, come l’io ricolmo di saggezza si costruisca intorno l’anello dal quale nasce la lotta per l’esistenza. È questa la base profonda su cui poggia il mito del tesoro dei Nibelunghi.

 

E proprio in questo Richard Wagner poteva trovare la materia cui dare espressione con potente azione drammatica e con i suoni della sua musica, che palesa un mondo invisibile nascosto dietro quello visibile. Egli ha così rielaborato in una forma moderna il mito dei Nibelunghi, e ci ha restituito, nel suo dramma nibelungico, tutto quanto questo processo. Quello che vi cogliamo è il passaggio dai vecchi ai nuovi dèi, cui spetta il governo dell’umanità.

 

Torniamo per un momento con il pensiero all’antica Atlantide: esalazioni e nebbie, entro le quali dappertutto, e da ogni cosa, la saggezza faceva udire la propria voce. Qui devono agire in mezzo agli uomini delle potenze che ora non esercitano più la propria guida attraverso la saggezza comune a tutti, ma per mezzo di patti e comandamenti, e che per mezzo di patti hanno stabilito dei vincoli per gli stessi dèi. Questo ha origine dalla coscienza ricolma di saggezza primordiale. Nel momento decisivo in cui il nuovo dio Wotan deve cedere Freia a Fafner, nel momento in cui egli stesso, Wotan, è angustiato dalla saggezza dell’io, dall’anello, in quel momento gli si presenta nuovamente l’antichissima, sacra coscienza dell’umanità, la coscienza terrestre, che avvolgeva gli uomini quando ancora esisteva l’Atlantide. Questa coscienza dei tempi remoti, in cui tutto era inglobato, è personificata da Erda: il suo sonno è sognare, il suo sognare è pensare, il suo pensare è sapere sovrano. Qui è contenuta una verità cosmologica. Questa saggezza è in ogni cosa, ha creato ogni cosa. Vive nella sorgente, mormora nelle foglie, soffia nel vento. L’io umano la scopre in tutte queste cose. Si trattava di una coscienza universale, dalla quale si è originata ogni coscienza individuale: sapere sovrano. L’antica chiaroveggenza era un riflesso di questo sapere sovrano. Allora l’uomo non era rinchiuso nella sua pelle. La coscienza penetrava ogni cosa. Non si poteva dire che la coscienza dell’io fosse qui o là: risiedeva in ogni cosa.

L’intuito di Wagner ce ne offre una superba descrizione:

 

A te è noto quel che cela l’abisso, quel che ospitano monte e valle, aria e acqua.

Dove stanno creature, soffia il tuo respiro; dove una mente pensa, lì aderisce il tuo pensiero:

dicono che tutto ti sia noto.

 

Erda conosce tutto mediante questa coscienza. E così, passo dopo passo, possiamo vedere come, in tutto ciò che l’intuito wagneriano ha colto del mito dei Nibelunghi, si manifesti quasi un’impronta della saggezza primordiale.

 

A questo punto – non prima di aver ribadito che, sul piano razionale, Wagner non aveva un’esplicita consapevolezza di ciò cui dava espressione – torniamo al momento in cui si attua il passaggio dalla vecchia alla nuova fase dell’evoluzione. La coscienza, nell’antica Atlantide, era coscienza della fraternità fra gli uomini. Di qui si passa alla coscienza dell’io, all’affermazione dell’autonomia nella natura umana. E ora riandiamo all’inizio dell’Oro del Reno. Nelle sue prime battute, nel prolungato accordo in mi bemolle maggiore, non udiamo forse irrompere la coscienza dell’io? E non percepiamo l’emergere, dalla coscienza generale, di questa coscienza particolare? Così, motivo dopo motivo, potremmo renderci conto di come Wagner, in virtù della propria conoscenza, faccia trasparire ne suoni della sua musica un mondo che sta dietro le apparenze del mondo, e di come egli stesso, nella sua prassi, si serva degli strumenti come degli organi primordiali della creazione. Non potrei certo parlarvi di Richard Wagner come di uno che abbia dato corpo a una mistica confusa. La sua creazione artistica è tutta immersa nell’essenza della mistica chiara.

 

Se da quest’opera passiamo a un’altra, al Lohengrin, qual è in questo caso l’apporto della mistica? Lohengrin è l’inviato del santo Gral, che viene dalla dimora degli iniziati, ove domina la saggezza superiore. La leggenda di Lohengrin si ricollega a quel genere di leggende, riscontrabili un po’ dappertutto, che testimoniano l’intervento degli iniziati fra i comuni esseri umani. Tutte le volte che l’evoluzione giunge a un punto decisivo, la nostra attenzione è richiamata dalla leggenda, che va più a fondo della narrazione storica, rendendoci attenti a come le forze degli iniziati si inseriscano attivamente nel corso della storia. La leggenda non riporta semplicemente una successione di eventi esteriori.

Il passaggio dalla coscienza generale alla coscienza individuale è stato uno di questi momenti decisivi. Il mito di Lohengrin vuole rendere conto di questa svolta. Vediamo che è giunto il tempo in cui uno spirito nuovo si emancipa da quello finora dominante. Sono due spiriti del tempo che si affrontano. Essi sono rappresentati dalle due donne in conflitto. Elsa è quell’elemento femminile che impersona sempre l’anima tesa al raggiungimento della realtà suprema. Le parole di Goethe nel “Chorus mysticus”: «L’eterno femminino ci attira verso l’alto», non si prestano alle interpretazioni banali che ne sono state date; esse sono dettate dalla mistica più profonda. L’anima deve lasciarsi fecondare dai grandi eventi attraverso i quali nell’evoluzione si introducono nuovi princìpi. Quel che interviene nell’evoluzione è rappresentato dagli iniziati, che provengono da luoghi eminenti. Qui, la scienza dello spirito parla di individualità progredite. Ci si sente sempre domandare: “Perché queste individualità non si rivelano?” Se si rivelassero, non verrebbero riconosciute. Ci si preoccuperebbe soltanto di chiedere loro nome e condizione civile, di apprenderne le generalità. Ma, per colui che agisce dai mondi spirituali, questo è ciò che conta meno di tutto. Chi infatti, in quanto iniziato, deve comunicare le cose occulte, è talmente al di sopra di tutto ciò che è nascita, nome, condizione, professione, che è assurdo domandargli proprio questo. Metterlo di fronte a domande del genere significa essere talmente lontani dal comprenderne la missione profonda che la separazione diviene inevitabile.

 

Mai mi devi chiedere, né tentar di sapere, da qual terra io

sia venuto, né il mio nome e la mia natura.

 

Interrogato sul suo nome e sulla sua condizione, ciascuno di coloro che non vivono solo nel mondo ordinario potrebbe ripetere queste parole di Lohengrin. È uno degli aspetti toccati dal Lohengrin, ove la vera mistica, la mistica chiara, traluce nella vita drammatico-musicale.

 

L’umanità è depositaria di un profondo segreto, di un mistero, che agisce nel mondo. Lo espone, in forma simbolica, un mito che dev’essere compreso a fondo: alla caduta di quello spirito che nel principio della nostra evoluzione decadde dagli altri spiriti posti a guida dell’umanità, alla caduta di Lucifero, dalla sua corona si staccò una pietra, e con questa pietra venne foggiato il calice dal quale il Cristo Gesù bevve con i suoi discepoli nell’ultima cena, e nel quale Giuseppe di Arimatea raccolse il sangue del Golgota; lo stesso Giuseppe portò poi il calice in Occidente. Dopo numerosi passaggi, esso capitò nelle mani di Titurel, che fece costruire la rocca del Gral. Titurel lo custodì insieme con la santa lancia d’amore. La leggenda riferisce che tutti coloro i quali guardavano nel calice accoglievano in sé un elemento dell’eternità.

 

Cerchiamo ancora una volta di cogliere appieno il segreto di questo mito, ove riecheggia la concezione che, dei progressi dell’evoluzione umana, hanno coloro che sono a conoscenza del mistero del Gral. Essi dicono: quando sulla Terra ha avuto inizio l’evoluzione dell’umanità, l’amore era ancora completamente legato al sangue. Ciò che univa gli uomini era la consanguineità. Troviamo a quei tempi dei gruppi poco numerosi, fra i quali vediamo dominare esclusivamente il matrimonio fra appartenenti allo stesso gruppo. Il matrimonio fra estranei venne in uso solo in un secondo tempo. Il momento a partire dal quale si può contrarre matrimonio fuori dei confini del gruppo costituisce un passaggio importante nella vita di ogni popolo.

 

Miti e leggende serbano la coscienza di questo stato di cose. In un primo momento, dunque, l’amore era legato alla consanguineità; poi, i gruppi all’interno dei quali ci si sposava diventarono sempre più estesi. La prima corrente dell’evoluzione è questa: l’amore legato all’affinità e alla comunanza di carne e sangue. In seguito si afferma un altro principio, che segna lo sviluppo dell’autonomia. Nei tempi antichi che precedettero il cristianesimo – così dicevano i cavalieri del Gral – esistevano queste due correnti: l’amore legato all’affinità di sangue e il principio della libertà, quello che agisce nell’uomo come motore di autonomia, come elemento luciferico, la potenza di Jahvè, il cui nome significa “Io sono colui che sono”. Il cristianesimo era destinato a introdurre nel mondo un amore indipendente dall’affinità di sangue. In questo senso va inteso il detto del Cristo: «Chi non abbandona padre e madre non può essere mio discepolo». Ossia: colui che, al posto dell’amore che è legato a carne e sangue, non sa mettere l’amore per tutti gli uomini, che è diretto da anima ad anima, o in generale da uomo a uomo, e che deve formarsi lentamente, costui non può essere mio discepolo.

 

Così vediamo che il calice si distacca dalla corona di Lucifero. Esso connette il principio del Cristo con il principio di Lucifero. In questa conoscenza si fa presente ai cavalieri del Gral la grande forza che li compenetra con la vita dell’io. Tale è il senso che scopriamo nella leggenda del santo Gral. E a coloro che erano discepoli del santo Gral veniva spiegato ciò che segue. Lo esporrò brevemente in forma dialogica, anche se i discepoli del Gral lo apprendevano gradualmente attraverso lunghi esercizi. Qualcuno dirà che non è credibile. Ma, con la verità, accade come con gli ambasciatori delle nazioni civilizzate alle corti dei barbari: prima di essere riconosciuti, come narra Voltaire, devono sopportare di venir trattati in malo modo.

 

Dunque, al discepolo del Gral veniva detto: “Osserva la pianta. Non è possibile paragonarne il fiore al capo dell’uomo; il fiore, con i suoi organi riproduttivi maschili e femminili, corrisponde a quella parte dell’uomo che è deputata alla sessualità. Al capo corrisponde invece la radice della pianta”. Lo stesso Darwin ha correttamente evidenziato con un paragone questa corrispondenza fra radice della pianta e capo dell’uomo. L’uomo è la pianta capovolta: egli ha pienamente realizzato questo rovesciamento. Pudicamente la pianta leva il suo calice incontro alla luce, accogliendone i raggi, la santa lancia d’amore, ricevendo il casto bacio sotto il quale si forma il frutto. Nell’animale, questo rovesciamento è realizzato a metà. La pianta che affonda con il capo nella terra, l’animale con la colonna vertebrale orizzontale, e l’uomo con la sua andatura eretta, lo sguardo rivolto verso l’alto (vengono disegnati alla lavagna). Questi tre, uniti, formano la croce. “Guarda – così si diceva al discepolo – come Platone annunci il vero quando afferma che l’anima del mondo giace distesa, crocifissa al corpo del mondo”. L’anima del mondo, l’anima che passa attraverso pianta, animale e uomo, si trova nei corpi che raffigurano la croce. Il significato originario della croce è questo. Tutto il resto sono chiacchiere.

 

Che cosa ha portato l’uomo a realizzare questo rovesciamento? Se consideriamo la pianta, vediamo che per i veri mistici essa ha uno stato di coscienza identico a quello che l’uomo ha nel sonno. Quando dorme, l’uomo equivale alla pianta. A quella che è la sua coscienza attuale, egli è giunto insinuando nel corpo casto e puro della pianta il desiderio, il corpo passionale. Con ciò si è in un certo modo elevato alla coscienza di sé, ma per ottenere questa condizione ha dovuto permeare la sostanza pura della pianta di brame e appetiti. Al discepolo, allora, veniva prospettato l’avvento di una futura condizione umana, di uno stato in cui l’uomo avrebbe bensì conservato la sua chiara coscienza, ma sarebbe tornato, nuovamente purificato e mondato, alla pura sostanza della pianta. Egli avrebbe quindi riottenuto una natura pura, casta. L’organo della riproduzione sarebbe stato trasformato. L’idea del cavaliere del Gral era che nell’uomo del futuro gli organi deputati alla riproduzione non avrebbero avuto bisogno dello stimolo del desiderio, ma sarebbero stati casti e puri come il calice della pianta, che si rivolge verso la lancia d’amore, verso il raggio del sole. Si sarebbe così realizzato l’ideale del Gral, quello per cui l’uomo potrà generare i suoi pari in pura castità, proprio come la pianta, e, divenuto creatore nello spirito, riprodurrà la sua immagine nel calice elevato e puro. Col nome di santo Gral si designava questo concreto ideale, questa trasformazione degli organi riproduttivi dell’uomo, capaci infine di generare l’uomo con la stessa casta purezza con cui oggi la laringe genera la parola che produce le onde dell’aria.

 

E ora cercheremo di mostrare come questo grande ideale abbia continuato a vivere nell’animo di Richard Wagner. Nel 1857, il giorno di venerdì santo, egli era al balcone nel padiglione da giardino della villa di Mathilde Wesendonck, e, guardando fuori, vedeva spuntare le prime piante. Wagner ha preso nota di questo momento memorabile. Nel germogliare delle giovani piante egli percepì tutto il mistero del santo Gral, della comparsa di tutto ciò che è legato alla rappresentazione del Gral. E lo percepì in associazione con il giorno del venerdì santo. Fu afferrato da un senso di meraviglia, e la prima idea del Parsifal nacque in lui proprio allora. Trascorsero molto tempo e molte vicende da quel momento. Ma la sensazione rimase. In base ad essa Wagner diede forma al suo Parsifal, a quella figura nella quale il sentire è elevato a sapere, e il sapere è frutto del compatire, è un farsi «sapiente attraverso la compassione». E l’intera evoluzione, per cui la natura umana viene ferita dalla lancia impura, è quel che ci si fa incontro nel segreto di Amfortas. Vediamo risplendere, qui, il segreto mistico del santo Gral.

 

Cose come queste sfuggono a una presa rozza e incerta. Per afferrarle, è necessario seguire il sentimento lungo tutto il suo percorso, e disporre innanzi all’anima i concetti nella loro totalità. Vedremo così, dappertutto, come Wagner non abbia forse pensato in termini mistici, ma sia riuscito a un esito mistico in tutto ciò che ha fatto come artista e come uomo. Questo è ciò che importa.

 

Nella scienza dello spirito non si tratta di accogliere una teoria, ma qualcosa che immediatamente si fa vita. In questo senso Richard Wagner ha avuto una chiara percezione della propria missione, una percezione a tal punto chiara, a tal punto mistica, da poter dire a se stesso: “Quell’arte, che vive in me come ideale, dev’essere anche servizio divino”. Egli ha percepito di nuovo il confluire delle tre correnti, e ha voluto essere egli stesso messaggero del loro comune agire. Dalla sua conoscenza mistica scaturisce quello stesso sentire mistico, e perciò chiaro, che è stato vivo in tutti i grandi maestri, e che noi possiamo avvertire mettendo i grandi maestri in relazione con la mistica. Goethe aveva il senso di queste cose. L’uomo tornerà a guarire, percepirà qualcosa di ciò che gli permette di vincere il proprio sé, quando sperimenterà fino in fondo ciò di cui si parla nei Segreti.

 

Da quel potere che ogni essere avvince si affranca l’uomo che se stesso vince.

 

Allorché questo stato d’animo di liberazione dall’io, di immissione vitale nei segreti del mondo, pulserà in tutte le forze, allora l’uomo sarà un mistico in tutti i campi. Che esteriormente ciò avvenga nel campo religioso, o in quello scientifico, o in quello artistico, egli tenderà comunque all’unità nel senso della natura unitaria dell’uomo. Ecco ciò che Goethe ha voluto esprimere come segreto di ogni uomo nella totalità del suo essere, quando ha condensato il segreto della propria anima in queste parole:

 

Chi possiede scienza e arte, ha insieme religione.

Chi quelle due non possiede, abbia la religione.

 

 

 

By | 2018-11-07T09:43:22+01:00 Novembre 7th, 2018|RICHARD WAGNER - I MITI|Commenti disabilitati su 06 – L’IDEA WAGNERIANA DELL'”OPERA D’ARTE TOTALE”