06 – RAPPORTO FRA PIANTA E UOMO

Rapporto fra pianta e uomo

O.O. 312 – Scienza dello spirito e medicina – 26.03.1920


 

Sommario: Il processo di formazione della pianta, la tendenza a spirale. L’azione dei pianeti. Rapporto fra pianta e uomo. Polarità fra gravità e luce. L’attività del cuore. Polarità nell’organismo umano e malattia. Rachitismo, craniotabe. Processo salino, mercuriale e fosforico. I metalli come processi planetari, e la pianta. Combustione e incenerimento. Cenni sul metodo di terapia fisica. Farmaci di origine animale.

 

Ho qualche preoccupazione riguardo a quel che debbo dire oggi. Infatti, se potessi impiegare tre mesi per esporre queste cose, sarebbe facile mostrare che non si tratta di mere fantasie. Siccome però nella lezione odierna posso passarle soltanto velocemente in rassegna, al fine di rendere comprensibile l’argomento seguente (cioè gli aspetti particolari della terapia); alcune mie affermazioni potranno apparire un po’ campate in aria. Mi sforzerò tuttavia di mostrare, col mio modo di esporre, che sono tutte cose ben fondate, forse anzi fondate meglio delle basi dell’odierna scienza naturale. Vorrei dunque oggi cominciare con l’illustrarvi il processo di formazione delle piante come tale, nella sua connessione col cosmo. Ho già fatto rilevare che nell’uomo si svolge in certo qual modo funzionalmente un processo inverso a quello che si manifesta nel divenire vegetale. Per scoprire la relazione diretta fra il mondo vegetale e l’uomo è dunque necessario almeno accennare qui al processo di formazione delle piante. L’osservazione della pianta ci mostra nel suo processo formativo due tendenze nettamente contrapposte. L’una è rivolta verso la terra, e già ieri ho accennato al fatto che nelle piante arboree la terra si è per così dire ripiegata sul tronco, in modo che i fiori e le foglie degli alberi prendono radice nel tronco, come le piante erbacee o quelle inferiori prendono radice nella terra.

 

Da un lato constatiamo dunque la tendenza della pianta verso la terra. Dall’altro lato la pianta tende ad allontanarsi dalla terra, e non solo come per effetto di una forza meccanica che si opponga alla forza di gravità, ma in tutto il suo processo formativo interno. I processi che si svolgono nel fiore sono diversi da quelli della radice: essi dipendono da fattori extraterrestri assai più dei processi che si svolgono nella radice. E noi dobbiamo anzitutto prestare attenzione a tale dipendenza della formazione del fiore dalle forze non propriamente terrestri. Le medesime forze usate dalle piante per innescare nella regione del fiore il processo di fioritura e di formazione del seme, a causa della inversione funzionale del processo vegetale nell’uomo di cui ho parlato nei giorni scorsi, possono venir ritrovate nell’addome umano e in tutto quel che concerne le secrezioni, le escrezioni e la base funzionale della sessualità. Proprio cercando la relazione dell’uomo con la pianta veniamo quindi ricondotti sia al processo extraterrestre della pianta, sia a quello terrestre.

 

Non vorrei trascurare di farvi notare che queste osservazioni non sono tratte da antichi scritti di medicina, ma sono fondate completamente sull’indagine scientifico-spirituale contemporanea. Solo che si è costretti a cercar di riallacciarsi alla letteratura antica per quel che riguarda la terminologia, in quanto la letteratura scientifica moderna non possiede ancora una terminologia adeguata. Sbaglierebbe dunque chi credesse che il contenuto di queste mie considerazioni sia tratto solo da scritti antichi.

 

Seguendo la crescita delle piante dalla terra verso l’alto, ci si mostra anzitutto l’andamento a spirale del processo formativo delle foglie e del fiore. Le forze formative della pianta seguono in certo modo un andamento spiraliforme attorno al fusto. L’andamento a spirale non può essere attribuito a forze di tensione interne alla pianta stessa, ma deve venir ricondotto all’azione di fattori extraterrestri e principalmente all’azione del moto solare apparente; infatti il moto della Terra rispetto al Sole va considerato solo in modo relativo. Sotto certi aspetti, il corso degli astri si può veramente Studiare meglio partendo dall’andamento dei processi formativi nelle piante, che non fondandosi sui principi matematici galileiani. La pianta, infatti, riproduce fedelmente quel che fanno gli astri.

 

Si sbaglierebbe però a credere che nella pianta sia attivo solo l’andamento formativo diretto dalla Terra verso l’alto e dipendente dal Sole. L’azione degli astri si fonde in una risultante, insieme ai moti del nostro sistema planetario causati dal Sole. La forza del Sole tenderebbe a impadronirsi totalmente della pianta e a farne proseguire la crescita all’infinito, se non le si contrapponessero le forze dei cosiddetti pianeti esterni con le loro spirali (v. il disegno seguente). In realtà infatti i pianeti non percorrono orbite ellittiche, bensì si muovono in spirali. L’intera concezione copernicana del mondo dovrebbe in realtà venir oggi verificata e sostituita da un’altra.

 

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I cosiddetti pianeti esterni, cioè Marte, Giove e Saturno, provocano una diminuzione della forza rivolta verso l’alto, frenando la produzione a spirale delle foglie, e causando la formazione del fiore e del seme. Osservando dunque la crescita della pianta verso l’alto, a partire dalla formazione delle foglie, dobbiamo attribuirne l’origine alle forze che risultano dalla cooperazione del Sole con Marte, Giove e Saturno. Fra parentesi vorrei far notare che i pianeti Urano e Nettuno vanno annoverati fra i pianeti del nostro sistema solo dal punto di vista astronomico, perché in realtà essi non gli appartengono. Essi si sono aggregati al nostro sistema solare provenendo dall’esterno, come corpi originariamente estranei. È quindi giusto prescindere da tali corpi celesti, per così dire invitati dal nostro sistema in un secondo tempo: sono come degli ospiti!

 

Non agiscono però solo quei due elementi: ad essi si contrappone l’azione della Luna e dei cosiddetti pianeti interni, cioè Mercurio e Venere. Mercurio, Venere e la Luna producono nella pianta la tendenza verso la Terra, verso il basso, tendenza che si manifesta nel modo più significativo nella formazione della radice. Tutto quel che appare come « terrestre » è in realtà influenzato anche dai pianeti infrasolari, in connessione con la Luna. Nella pianta si esprime dunque, vorrei dire, l’intero nostro sistema planetario. Non si può comprendere la relazione fra la pianta e l’uomo, senza conoscere il modo in cui il sistema planetario si manifesta da un lato nella pianta e dall’altro nell’uomo.

 

Basta infatti osservare questo fatto: bruciando piante che tendono alla radice (quelle cioè in cui il processo di formazione dei fiori e dei semi è meno rigoglioso), oppure bruciando semplicemente delle radici, si ottiene molta più cenere di quel che si ottiene bruciando dei fiori, o del vischio, o delle piante arboree. La differenza dipende dal fatto che i pianeti infrasolari (Luna, Mercurio, Venere) agiscono più intensamente sulle piante che hanno una forte tendenza alla formazione della radice. Nella cenere si trovano allora ferro, manganese, quarzo, cioè dei componenti che sono al contempo dei rimedi, e che come tali si manifestano anche quando si usino parti della pianta. Se invece si bruciano piante dell’altro tipo, si trovano minori quantità di ceneri. Nel processo di combustione si documenta effettivamente l’appartenenza della pianta all’intero universo, non solo alla Terra.

 

Osserviamo ancora più a fondo il processo vegetale. Nel caso delle piante annuali esso termina in una certa stagione con la formazione del seme. La formazione del seme deve dunque essere fatta risalire soprattutto all’azione di fattori extraterrestri.

 

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Essa viene però interrotta e affidata all’azione di fattori terrestri: nell’anno successivo deve in certo modo proseguire a un livello inferiore quel che nell’anno precedente era già arrivato a un livello più alto. Nell’intero corso della crescita delle piante si può dunque osservare un andamento singolare. Supponiamo che questa sia la superficie terrestre (v. disegno seguente): qui abbiamo la pianta che dalla Terra cresce verso il mondo extraterrestre. Quel che viene formato nell’universo viene però riportato poi nella Terra e il ciclo ricomincia da capo. Così, nell’intero processo di crescita delle piante, ogni anno in realtà le forze del cielo si immergono nelle profondità della Terra per unirsi con le forze terrestri, in modo che il ciclo possa compiersi di nuovo. Ogni anno esse immergono dunque l’elemento del fiore e dei frutti in quello della radice, completando così i cicli a cui è soggetta la crescita di tutte le piante.

 

Osservazioni di tal genere ci permettono di riconoscere in effetti nella flora della terra il risultato dell’azione reciproca della Terra complessiva stessa e dei fattori extraterrestri. Questa azione combinata non si limita solo alla forma, ma si estende invece anche al chimismo interno e all’intero sistema organico. Proprio come l’elemento terrestre viene superato da quello cosmico sul piano della forma, così anche il chimismo terrestre viene in certo modo superato nella pianta da fattori extraterrestri: una volta superato fino a un certo punto, deve poi venir nuovamente ricondotto nell’ambito terrestre, al fine di rappresentare un chimismo terrestre. A questo punto non è difficile rendersi conto che il chimismo terrestre si mostra esternamente nella formazione di cenere e può dunque esprimersi in ciò che abbandona l’ambito del vivente; quel che esce dal vivente è però sottoposto alla gravità, mentre la crescita della pianta verso l’alto è invece un continuo superamento della gravità e delle altre forze legate alla Terra. Si può dunque parlare di una contrapposizione polare fra la gravità e la luce. La luce è ciò che vince continuamente la gravità. La pianta è dunque inserita nella lotta fra la gravità e la luce, fra quello che tende verso la cenere e quello che tende verso il fuoco. Q si presenta qui il contrasto polare fra il divenir-cenere e ciò che si manifesta nel fuoco; si potrebbe anche dire la polarità fra il ponderabile e l’imponderabile. Così dunque abbiamo, da un lato, il mondo vegetale nelle sue connessioni cosmiche.

 

Passiamo ora a considerare Tessere limano. Dopo le considerazioni fatte nei giorni scorsi non penserete certo di venirne a capo senza riconoscere nell’uomo stesso un orientamento di tipo polare. Ho infatti descritto come quel che nella pianta cresce dal basso verso l’alto, nell’uomo cresca invece dall’alto verso il basso: nella sessualità e nei processi di secrezione dell’uomo le qualità del fiore e del seme sono rivolte verso il basso, mentre le qualità della radice sono rivolte verso l’alto. Nell’uomo però tutto questo avviene sul piano funzionale, mentre nella pianta si tratta di un processo materiale.

 

Nell’uomo abbiamo dunque l’opposto rispetto alla pianta: e non solo l’opposto, ma anche il portatore di tale contrapposizione. Sul piano funzionale abbiamo dunque nell’uomo una specie di pianta radicata in alto che cresce verso il basso, e intorno ad essa la sua parte materiale che invece ha la tendenza dal basso verso l’alto. Nell’uomo avviene di continuo quel che nella pianta si fa artificialmente, quando si colgono i frutti della sfera superiore per immergerli in quella inferiore. Nell’uomo collaborano sempre le tendenze dei processi operanti dall’alto verso il basso con quelle dei processi che si svolgono in direzione opposta. La salute e la malattia dell’uomo consistono in fondo in tale alternanza. Non si possono affatto comprendere i complicati processi che si svolgono nell’uomo, senza tener conto che le cose stanno così: da un lato c’è un portatore che dalla Terra agisce verso l’alto, dall’altro lato si inserisce nel portatore qualcosa che opera dall’alto verso il basso.

 

La vita dell’uomo deve le condizioni di salute o di malattia all’azione congiunta di queste forze. Lo si può riconoscere facilmente, quando ci si trova (con una certa disperazione) dinanzi a un fatto molto importante: l’organismo umano va curato in modo diverso, a seconda che si ammalino le parti situate sotto il cuore, o quelle situate sopra il cuore. L’essere umano va addirittura considerato a tale proposito secondo princìpi diversi, nei due casi. Prendiamo ad esempio il comportamento, per molti misterioso, della craniotabe e del comune rachitismo, due fenomeni molto vicini fra loro, per chi consideri l’uomo come un essere unitario. Siccome però i due quadri clinici prendono origine da regioni diverse dell’organismo, da regioni polarmente opposte, essi devono venire considerati secondo princìpi differenti. Questo vale in modo nettissimo anche per il procedimento terapeutico. Può darsi che un medico abbia successo in casi di rachitismo con un trattamento a base di fosforo, e non invece, con lo stesso trattamento, in casi di craniotabe; in questo caso si dovrà instaurare il trattamento opposto, cioè una terapia a base di carbonato di calcio o di sostanze simili. Questo però non è che il caso particolare di un fatto generale che si esita a formulare, anche se è vero. Si tratta di questo: nel campo della medicina umana, di ogni affermazione giusta può essere giusto, in certi casi, anche il contrario: e questa è una realtà certamente deplorevole! È senz’altro possibile che qualcuno suggerisca un indirizzo terapeutico corretto per questa o quella malattia, ma che poi tale indirizzo si riveli del tutto inefficace di fronte a manifestazioni apparentemente identiche: si dovrà allora ricorrere a un trattamento di tipo opposto. In medicina una teoria terapeutica può sempre scacciarne un’altra, se non ci si rende conto che con un certo metodo è possibile curare solo una parte dell’uomo, mentre un’altra sua parte deve essere curata con un metodo diverso. Queste cose dobbiamo riconoscerle a fondo, proprio a questo punto delle nostre considerazioni.

 

Dobbiamo ora osservare correttamente quel che nella pianta ci si presenta separato e che costituisce una parte della costituzione dell’uomo. Ieri ho attirato la vostra attenzione sui tre impulsi formativi propri della natura extraumana: l’impulso formativo salino, l’impulso formativo mercuriale e l’impulso formativo per cui certi corpi, come il fosforo o lo zolfo, sono in grado di conservare in sé le forze degli imponderabili, sono portatori degli imponderabili.

 

Riguardo a quel che ho detto oggi, qual è la differenza fra quei tre diversi impulsi formativi, propri della natura extraumana? Il processo salino, o meglio il processo che porta alla formazione di sale, trasferisce i processi interni nell’ambito della gravità. Chi legge gli antichi scritti medici, farebbe bene, ogni volta che si imbatte nel concetto delle « sostanze che diventano sale », a tener presente che con quel processo la sostanza in questione viene assoggettata alla forza di gravità. Al contrario, col processo opposto, con il processo della luce, gli imponderabili vengono sottratti alla forza di gravità. Come rappresentante degli imponderabili possiamo prendere in considerazione la luce. Anche nella natura extraumana dobbiamo raffigurarci presente dappertutto il contrasto fra la luce e la gravità, fra quel che tende verso l’esistenza extra-terrestre e quel che invece fa sì che le sostanze terrestri tendano verso il centro della Terra. Ci si presenta qui dunque la polarità gravità-luce e poi la continua, oscillante ricerca dell’equilibrio tra gravità e luce, ricerca che si esprime nella qualità mercuriale. « Mercuriale » non significa altro che la continua ricerca di un equilibrio fra la luce e la gravità.

 

Cerchiamo ora di inserire nell’intero universo le contrastanti realtà dell’elemento salino, di quello fosforico e di quello mercuriale, cerchiamo di inserirle in ciò che è soggetto alla gravità, in ciò che possiede qualità di luce e in ciò che tende all’equilibrio fra i due.

 

L’intera attività del cuore umano si trova inserita in modo singolare nel pieno di quei contrasti. A prescindere dall’idea del cuore concepito come una pompa, di cui ho già mostrato l’insostenibilità, è veramente terribile che la scienza moderna consideri che l’attività del cuore si esaurisca in se stessa, che sia per così dire separata dal mondo esterno dalla pelle dell’uomo. Oggi si pensa che il cuore sia in qualche modo collegato solo con quello che pulsa attraverso il corpo, ma non è così. L’uomo è un essere dotato di organi, inserito nell’intera processualità dell’universo, e il suo cuore non è solo un organo presente nel suo organismo, ma appartiene all’intera processualità universale. L’azione congiunta dei pianeti esterni, o « extra-solari », e di quelli interni, o « infra-solari », non si svolge solo nella pianta, ma anche nell’uomo, e si esprime nei moti del cuore. I movimenti del cuore non riproducono soltanto quel che accade nell’uomo, ma anche certi rapporti extraumani. Osservando il cuore dell’uomo, si può constatare che in esso si rispecchia in fondo, vorrei dire, tutta la processuale dell’universo. L’uomo è un individuo solo per quanto riguarda la sua essenza animico-spirituale. È invece inserito nella processuale universale per il fatto, ad esempio, che i battiti del suo cuore effettivamente non esprimono quel che accade nell’uomo, bensì la lotta che si svolge nell’universo fra la luce e la gravità.

 

Ho cercato spesso di chiarire ai profani il modo in cui l’uomo è inserito nell’universo, con un dato grossolanamente evidente e facendo il conto seguente. Ammettendo che l’uomo compia in media circa diciotto atti respiratori in un minuto, il numero totale degli atti respiratori in un giorno, in ventiquattro ore, sarà precisamente 25.920. Tenendo conto poi che i giorni di un anno sono 365 e ammettendo una durata media della vita umana di circa 71 armi (naturalmente si può raggiungere anche un’età molto più avanzata!), si trova che il numero dei giorni di una vita umana è uguale a quello degli atti respiratori in un solo giorno: 25.915. Consideriamo ora l’intero corso del Sole attraverso lo zodiaco, cioè un cosiddetto anno platonico: il tempo che il Sole impiega per sorgere nuovamente nello stesso segno zodiacale, il giorno dell’equinozio di primavera, è di 25.920 anni. Ecco qui dunque un singolare esempio numerico della connessione fra l’uomo e l’universo: dal corso del Sole, cioè dall’anno platonico, risulta lo stesso numero, in anni, che può venir espresso dai giorni di vita dell’uomo. Questa corrispondenza è molto facile da evidenziare, ma indica aspetti straordinariamente profondi della vita dell’universo. Basta considerare il fatto, sul quale dobbiamo sempre insistere nell’antroposofia, che durante il sonno l’io e il corpo astrale umani fuoriescono dal corpo fisico e da quello eterico, per rientrarvi al momento del risveglio. Possiamo raffigurarci questo fatto come una specie di espirazione e di inspirazione dell’animico-spirituale da parte del corpo fisico: si scopre che questi « atti respiratori » compiuti durante una vita umana sono 25.915 o 25.920, e che un’intera vita umana deve rappresentare, da qualche punto di vista, qualcosa di analogo a « un giorno ». Naturalmente vi sono i giorni intercalari, dai quali proviene quella piccola differenza nel conto. Deve dunque esistere nell’universo qualcosa di connesso con un’intera rivoluzione (sia pure apparente) del Sole e che si esprime nello stesso numero. Scopriamo qui dunque un ritmo che si manifesta in grande nell’universo, ma anche in ogni singola vita umana e poi anche nei processi respiratori umani di un singolo giorno; Non ci sembrerà più tanto strano che, in base all’antica conoscenza chiaroveggente atavica, in un remoto passato si sia parlato dei giorni e delle notti di Brahma, di inspirazione ed espirazione del mondo. Allora si sapeva che l’inspirazione e l’espirazione del mondo si riflettono microcosmicamente nel processo vitale giornaliero dell’uomo.

 

Non generici sentimenti di simpatia o di antipatia, ma fatti molto concreti come questi ispirano un senso di schietta venerazione per la saggezza primordiale dell’umanità. Posso assicurarvi che io non sarei un ammiratore della saggezza primordiale, se non mi fossi convinto per innumerevoli esempi che oggi si può giungere alla scoperta di cose che erano note alla saggezza primordiale e che poi sono state del tutto dimenticate. Chi aspira veramente alla conoscenza non si educa alla venerazione della saggezza primordiale spinto da un generico sentimento: lo fa perché è in grado di comprendere certi rapporti precisi e concreti.

 

Per ricercare l’elemento della luce dobbiamo dunque innalzare il nostro sguardo ai pianeti del nostro sistema che si trovano oltre il Sole: a Marte, a Giove, a Saturno. Tutto quel che accade sulla Terra è in un certo senso un effetto di quello che esiste al di fuori della Terra: perciò dobbiamo ritrovare entro l’ambito della Terra gli effetti di quel che avviene nel cosmo. Non dobbiamo dunque cercare nelle sostanze terrestri, in un modo astratto e fantastico, le cause della loro configurazione o dei loro stati di aggregazione, come fa l’odierna fisica delle molecole, o la chimica degli atomi e delle molecole. La chimica atomica cerca per così dire di vedere ciò in cui non si può guardare: l’interno della costituzione dei corpi; essa inventa una quantità di belle idee sull’atomo e sulla molecola, parlando poi (forse oggi un po’ meno orgogliosamente che qualche decennio fa) di « conoscenza astronomica » della struttura interna dei corpi. Così si diceva tempo fa; oggi queste cose si fotografano, come ho detto nella conferenza pubblica dell’altro ieri, ma in ambienti spiritistici si fotografano anche… gli spiriti! Siccome però gli scienziati odierni non sono inclini a credere alle fotografie degli spiriti, essi dovrebbero permettere ad altri, che comprendono queste cose, di non credere alle loro fotografie degli atomi. Infatti le stesse cause d’errore stanno alla base di entrambi i tipi di fotografia.

 

Nelle piante non sono in gioco le forze legate agli atomi e alle molecole, ma quelle che dall’esterno della Terra agiscono entro le sostanze terrestri. La configurazione di una sostanza terrestre non è data da questi piccoli dèmoni, dagli atomi e dalle molecole, ma dalle forze cosmiche che operano in un modo o nell’altro. Supponiamo che al di fuori della Terra si crei una disposizione di astri tale, per cui sopra un certo punto della Terra possa agire in modo particolarmente favorevole il pianeta Saturno. Al centro sta la Terra, e all’esterno Saturno che agisce su di essa (v. disegno seguente). Saturno può agire in modo ottimale, se dalla sua linea d’azione sotto molto lontane le linee d’azione di altri corpi celesti, come il Sole, o Marte, o altri. L’azione del Sole o dei pianeti deve essere quanto possibile lontana dalle linee d’azione di Saturno, perché questo possa agire da solo. Poiché la nostra Terra è condizionata anche da altre cause, se in un certo punto della Terra si crea una condizione favorevole per le forze di Saturno poco influenzate da altre forze extraterrestri, nella sostanza terrestre si forma una struttura diversa da quella che si forma quando, ad esempio, Marte agisce nelle stesse condizioni. Nelle sostanze terrestri ritroviamo appunto solo i prodotti dell’azione congiunta delle forze stellari. Nel caso citato, in cui Saturno agisce su certi punti della Terra in condizioni particolarmente favorevoli e per lungo tempo, questa sua azione si manifesta nel suo prodotto: si constata cioè la formazione del piombo.

 

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Questa è la ragione per cui certe sostanze terrestri, soprattutto di natura metallica, si debbono collegare con certe situazioni nel cosmo extraterrestre. Non si può proprio rinunciare a fare un parallelo fra quanto può offrire l’indagine odierna, la moderna scienza dello spirito, e quel che in tempi antichi scaturì dalla saggezza primordiale e che può venir veramente compreso solo dopo essere stato riscoperto.

 

Infatti gli scritti antichi sono davvero incomprensibili per gli uomini d’oggi che pensano in termini di fisica o di chimica. Ce lo mostra un esempio offerto da uno scienziato nordico molto intelligente: in una storia dell’alchimia egli ha descritto un processo che, come osserva molto giustamente, è un’assurdità secondo gli odierni concetti della chimica, perché non se ne ricava nulla: si tratta di un processo che concerne il piombo. Il brav’uomo però non ha riconosciuto che con quei termini veniva spiegato il processo di formazione del seme: pensava che si intendesse parlare di un processo osservabile in laboratorio, e in questo caso la cosa sarebbe naturalmente assurda. Egli ignora che occorre per così dire trasferire la terminologia sopra un altro piano, che molti termini avevano un senso del tutto diverso da quello che noi attribuiamo loro adesso. Perciò considera la cosa un’assurdità; naturalmente ha ragione e anche torto!

 

È dunque necessario collegare le sostanze terrestri con le forze che agiscono sulla Terra dall’universo circostante. Se condotto nel modo da me indicato in queste conferenze, lo studio dei metalli mostra delle connessioni ben precise. Dobbiamo per esempio ascrivere il piombo soprattutto all’azione indisturbata di Saturno, lo stagno all’azione indisturbata di Giove, il ferro all’azione indi- sturbata di Marte, il rame all’indisturbata azione di Venere, il mercurio o argento vivo (come viene anche chiamato) all’indisturbata azione di Mercurio (gli antichi infatti avevano dato lo stesso nome al pianeta Mercurio e al mercurio metallico). Dovremo poi riconoscere l’affinità fra tutto ciò che è argenteo (e dico espressamente « argenteo ») e l’indisturbata azione della Luna. È veramente simpatico leggere nei libri di oggi che l’affinità dell’argento con la Luna era stata affermata perché la Luna ha una lucentezza argentea e che ci si era attenuti soltanto a questa caratteristica esteriore. Non potrà però cadere in questo errore chi sa come Siano stati a loro modo accurati gli studi sui diversi metalli. Da quanto ho detto risulta però quante possibilità siano state offerte anche ad altre sostanze. Quelle che ho nominato finora, il piombo, lo stagno, il ferro, il rame, il mercurio, l’argento, sono soltanto le sostanze più caratteristiche. Viene però offerta un’ampia opportunità ad altre sostanze, per il fatto che le più diverse azioni planetarie possono interferire con quelle indicate: ad esempio, nella linea d’azione di Saturno può interferire quella di Marte, eccetera. Così hanno origine i metalli meno rappresentativi. Ad ogni modo dobbiamo scorgere nei metalli della Terra il risultato dell’azione di forze extraterrestri. Così le forze che si manifesta no nell’azione dei metalli si connettono in qualche modo con quelle che vediamo agire nella formazione delle piante. Prendiamo le forze formative del piombo, dello stagno e del ferro: in esse ritroviamo press’a poco tutte le forze collegate nelle piante con la formazione dei fiori e dei semi, in quanto essa avviene al di fuori dell’ambito terrestre, al di sopra della superficie della Terra.

 

La formazione delle radici deve invece essere collegata con tutte le forze del rame, del mercurio e dell’argento.

: Mentre da un lato un certo pareggio viene realizzato grazie all’elemento mercuriale, da un altro si scopre naturalmente la necessità di creare un differente equilibrio o pareggio. Infatti l’elemento mercuriale stabilisce l’equilibrio fra le forze terrestri e quelle extraterrestri. Però l’intero universo è in realtà permeato di spirito, e a questo punto si presenta, vorrei dire, un’altra polarità; Raffigurandoci come contrapposte la sfera terrestre e quella extraterrestre, ci si presenta il contrasto fra luce e gravità. Tale constatazione ci schiude però soltanto la possibilità di scorgere uno stato di equilibrio appunto fra il terrestre e l’extraterrestre.

 

Esiste però un altro stato di equilibrio, quello fra tutto ciò che compenetra ugualmente sia la Terra, sia l’universo extraterrestre, e l’insieme stesso del terrestre e dell’extraterrestre, cioè l’equilibrio fra lo spirito e la materia, sia il ponderabile, sia l’imponderabile. In ogni punto dell’esistenza materiale deve essere mantenuto l’equilibrio fra lo spirito e la materia, anche nell’universo. Il punto a noi più vicino nell’universo in cui l’equilibrio viene mantenuto è il Sole stesso: il Sole mantiene l’equilibrio fra lo spirito nell’universo e la materia nell’universo. Perciò esso è al contempo un corpo celeste che mantiene l’ordine nel sistema planetario, ma anche realizza l’ordine partendo dalle forze che penetrano nel nostro sistema materiale. Come si può accertare la connessione fra i diversi pianeti e i metalli, nel modo che ho descritto in precedenza, così è possibile anche stabilire la connessione fra il Sole e l’oro. Anche in questo caso va messo in rilievo che gli antichi non apprezzarono certamente l’oro per il suo valore arimanico, bensì a causa della sua connessione con il Sole, con l’equilibrio fra lo spirito e la materia.

 

È importante non dimenticare mai che in natura si trovano sempre unite le cose che noi distinguiamo, sia nei nostri pensieri, sia nelle azioni che compiamo. Nei nostri pensieri, per esempio, distinguiamo ciò che è soggetto alla forza di gravità e che quindi tende alla formazione di sali, da ciò che diventa portatore di luce, che tende cioè verso l’azione della luce, e ancora distinguiamo ciò che è soggetto all’equilibrio fra le due forze.

 

In natura però le cose non sono affatto separate o distinte; le diverse modalità di azione sono invece collegate fra loro, si intrecciano a formare sistemi costruttivi molto ingegnosi. Un tale sistema si trova ingegnosamente edificato già nello splendore dell’oro, in quanto attraverso l’oro lo spirituale guarda per così dire in modo puro nel mondo esterno. Qui la nostra attenzione viene stimolata a osservare qualcosa che vorrei menzionare quasi tra parentesi: si potrebbero forse valorizzare di nuovo fruttuosamente nella moderna letteratura scientifica certi suggerimenti ancor oggi ricavabili dagli scritti antichi. Qualora svolgeste alcuni dei temi di studio qui proposti ieri, potreste trovare nella letteratura medica antica qualche suggerimento, purché la comprendiate in modo giusto. È importantissimo notare come negli scritti antichi tutti e tre i princìpi (il salino, il mercuriale e il fosforico o sulfureo) si ritrovino variamente connessi fra loro in ogni sostanza; nei tempi antichi ci si sforzava di estrarre separatamente dalle sostanze quei tre princìpi. Si era convinti che il piombo, ad esempio, avesse un’origine quale l’abbiamo qui ora accennata, ma anche che il piombo contenesse (non meno che l’oro o il rame) tutti e tre i princìpi, il salino, il mercuriale e il fosforico. Ora, ai fini di una terapia in campo umano con uno dei tre princìpi, occorreva isolarlo, in certo modo separarlo dagli altri con cui è connesso. La chimica antica dedicava moltissima cura a questo processo che presentava la massima difficoltà nel caso dell’oro. Da qui il detto romano (capace anch’esso di suscitare in noi venerazione per l’antichità) « facilius est aurutn facere quam destruere »: è più facile creare l’oro che distruggerlo. Si pensava che nell’oro i tre princìpi, il salino, il mercuriale e il fosforico, fossero così strettamente collegati fra loro, da poterli isolare dall’oro solo con la massima difficoltà.

 

È senz’altro vero che oggi non si otterrebbero dei risultati considerevoli, se ci si volesse comportare esattamente come gli antichi per cercar di isolare i tre princìpi naturali. Prescindiamo dunque del tutto dall’antico, come dobbiamo fare proprio in queste conferenze in cui solo di quando in quando si fa cenno alla letteratura antica, ed esaminiamo invece i possibili oggetti di una ricerca moderna. Per isolare, dei tre princìpi caratterizzati qui da me ieri e oggi, quello di cui si ha bisogno, è necessario sottoporre le sostanze della natura in Certo modo a un processo di combustione, così da separare per primo il principio del fuoco, della luce. Per conseguire certi scopi, bisogna poi cercare di isolare dalle sostanze il principio mercuriale, in modo che residui soltanto ciò che tende alla salificazione. Si può infine estrarre con un acido la parte salina, e in tal modo si sarà allora ottenuto un vero rimedio di tipo salino, di origine sia vegetale, sia anche minerale. Più avanti esporrò altri particolari in proposito. Nella natura dovremo dunque cercare le sostanze portatrici di luce, al fine di poterci valere dell’elemento extraterrestre; oppure invece dovremo sforzarci di eliminare dalle sostanze terrestri l’elemento extraterrestre, e in tale modo disporremo del sale vero e proprio; oppure infine dovremo cercare di ricavare il principio che mantiene l’equilibrio fra gli altri due.

 

A tale scopo si possono percorrere due vie diverse, ciascuna delle quali porta fino a un certo grado alla meta: in realtà, si possono percorrere entrambe. Si può condividere il punto di vista dei medici antichi che cercavano sempre di ricavare dalle sostanze note ciò che (secondo il loro modo di vedere) era fosforo, o sale, o mercurio; poi usavano il principio isolato.

 

Per loro la diversa e specifica efficacia dei farmaci dipendeva dalla loro origine: ad esempio era diversa a seconda che il farmaco era ricavato dal piombo o dal rame. Essi tenevano cioè conto della provenienza: un sale ricavato dal piombo era qualcosa di diverso che un sale ricavato dal rame. Anche quando parlavano di « sale », in realtà essi intendevano non solo la qualità terrestre del sale stesso, ma anche una qualità extraterrestre, perché il sale veniva ricavato da diversi metalli. Esso aveva poi un rapporto con i più diversi organi dell’uomo, come vedremo con maggior precisione domani. Per la preparazione di un sale da usare in medicina, si può dunque percorrere questa via. Si può però percorrere anche l’altra, inaugurata dopo che la via dei medici antichi si era rivelata senza sbocco, e inaugurata per la chiara persuasione che l’organismo umano è qualcosa di più di un alambicco. Per questa via si cerca di utilizzare le forze insite nelle sostanze della natura, partendo da ciò che già vi esiste, potenziandolo. È la via indicata essenzialmente dalla corrente medica inaugurata da Hahnemann; essa rappresenta, vorrei dite, una specie di risalita di tutte le aspirazioni mediche dell’umanità, dopo che l’antica via si era rivelata ormai priva di sbocchi, essendo andata perduta qualsiasi conoscenza delle connessioni extraterrestri o di altro genere.

 

Le perplessità dei medici odierni derivano dal fatto che nella medicina moderna non si guarda più alle forze extraterrestri che stanno poi alla base delle qualità terrestri, e che ci si accontenta sempre più di limitarsi all’ambito del terrestre. Il sistema omeopatico tende a superare questa posizione, e così pure tende a superarla la terapia fisica: essa infatti, non più in grado di servirsi in modo giusto del portatore di luce, cioè del fosforo, o del portatore dell’aria, cioè del mercurio, si serve direttamente della luce e dell’aria. Questa rappresenta ovviamente una terza possibilità.

 

Una via veramente promettente si aprirà però soltanto quando, con l’aiuto della scienza dello spirito, si approfondiranno le connessioni fra i minerali e le forze extraterrestri, fra i vegetali e le forze extraterrestri, fra gli animali e le forze extraterrestri. Ho già detto ieri che, quando si giunge a parlare degli animali, ci si trova già per così dire in pericolosa vicinanza dell’uomo. A quel punto gli antichi eressero un limite che noi vogliamo esplorare nuovamente cori ricerche moderne. Essi infatti ritenevano che le piante stanno nell’ambito del sistema planetario, e così pure i minerali; ma che quando si ascende al regno animale si esce dal sistema planetario. A questo punto non si può più giocare con le cose, come quando si rimane entro la sfera planetaria extraterrestre. Le forze che portano alla formazione degli animali e soprattutto poi dell’uomo sono disperse molto più lontano nell’universo di quelle proprie dei minerali e delle piante. Gli antichi tracciarono lo zodiaco perché non si ricercassero le forze terapeutiche al di là di quelle proprie delle piante o dei minerali; per lo meno, occorre fare attenzione, perché qui si entra in un àmbito pericoloso.

 

D’altronde si è già entrati in quest’àmbito percorrendo la via che ho cominciato a descrivere ieri e di cui dovremo ancora parlare con maggior precisione, quando ci addentreremo nella patologia speciale e nella sieroterapia. Vie di tal genere possono far sorgere molte illusioni, in quanto portano a singoli successi, e le illusioni nascondono i pericoli ìnsiti in queste cose.

 

 

By | 2018-11-05T15:02:27+01:00 Novembre 5th, 2018|SCIENZA DELLO SPIRITO E MEDICINA|Commenti disabilitati su 06 – RAPPORTO FRA PIANTA E UOMO