/////07/a – SEGNI E MIRACOLI DEL CRISTO GESÙ SECONDO IL VANGELO DI GIOVANNI – IL SENSO MORALE DEI MIRACOLI NEI VANGELI

07/a – SEGNI E MIRACOLI DEL CRISTO GESÙ SECONDO IL VANGELO DI GIOVANNI – IL SENSO MORALE DEI MIRACOLI NEI VANGELI

Il senso morale dei miracoli nei Vangeli

Il figlio dell’uomo


 

Trattando delle tre tentazioni del Cristo Gesù nel deserto si è richiamata l’attenzione sul nesso esistente tra il superamento delle singole tentazioni e i tre risultanti ambiti d’azione del Cristo Gesù.

 

• L’annuncio tramite la parola,     • l’attività miracolosa     • e la Passione

sono i tre ambiti della manifestazione del Cristo,

ognuno dei quali fu reso possibile grazie al superamento di una tentazione nel deserto.

 

Poiché l’aspetto essenziale dell’annuncio tramite la parola è già stato trattato nelle considerazioni dedicate al Sermone della montagna – le nove Beatitudini e il Padre nostro – è ora il momento di considerare l’attività miracolosa del Cristo Gesù, per affrontare successivamente l’evento della Passione.

 

Facendo scorrere innanzi all’anima i miracoli del Cristo Gesù nell’ordine in cui sono esposti nel Vangelo di Giovanni, un uomo che, nel senso migliore, giudichi secondo lo spirito moderno, non può altro che porsi con tutta serietà la domanda: a che fine sono stati descritti i miracoli nei Vangeli? Se sono stati descritti al fine di addurre una prova della divinità del loro operatore, ciò contraddirebbe allo spirito del cristianesimo. Un tale argomento significherebbe infatti far uso di quei mezzi che il Tentatore ha proposto al Cristo Gesù nel deserto e che il Cristo Gesù ha però rifiutato – ossia il convincere il mondo circa il potere della verità mediante un miracolo. Inoltre l’argomento del miracolo è in contraddizione con il fatto che il Cristo Gesù stesso ha proibito di parlare dei miracoli (ad es. in Lc 8:56).

 

Se però i miracoli sono descritti allo scopo di caratterizzare le particolari svolte nel destino di singoli uomini e gruppi di uomini, allorché vi entrò il Cristo Gesù – in tal caso queste esperienze individuali devono pur avere un significato universale, in vista del quale esse sono state inserite nei racconti dei Vangeli destinati all’intera umanità.

 

La questione se i miracoli riguardino solo esperienze individuali di destino, oppure esperienze che pur essendo individuali, hanno tuttavia un significato per l’intera umanità, ci conduce ad un’altra questione, atta a preparare moralmente il terreno, sul quale è possibile dare una risposta al problema centrale, concernente la natura stessa del miracolo.

È la questione del rapporto tra universale e particolare – non nel senso filosofico astratto, ma in senso morale-spirituale.

In quest’ultimo senso la vita e la storia presentano continuamente tale questione all’umanità. Per quanto semplice e convincente possa sembrare il principio logico: ‘La parte è minore del tutto’, la sua applicazione all’ambito morale umano produce gravissimi conflitti, conducendo a vicoli ciechi. I roghi dell’Inquisizione, la ghigliottina della Rivoluzione francese, gli orrori connessi col ‘ristabilimento della giustizia sociale’ nel presente, – tutto questo si basa sul principio che la parte è minore del tutto’, applicato nell’ambito morale umano.

 

Anche la massima colpa dell’umanità – la crocifissione del Dio-uomo – si fonda su questo stesso principio. Quell’azione fu infatti decisa in base all’argomento di Caifa: “È meglio che un solo uomo muoia per il popolo, piuttosto che l’intero popolo perisca” (Gv 11:50). Questo argomento determinò la più grande ingiustizia della storia universale. L’argomento di Caifa nient’altro è però che un’applicazione del principio secondo cui la parte è minore del tutto.

 

L’argomento di Caifa domina in molti ambiti della vita umana. È impossibile sostituire questo principio con un altro ‘principio’, giacché l’affermazione che una parte possa essere ‘maggiore’ del tutto, o ad esso equivalente, sarebbe assurda. Il principio di Caifa non può essere combattuto, ma soltanto riconosciuto nella sua ambivalenza. Nell’umanità non combattono infatti principio contro principio, bensì umanità creatrice contro umanità meccanizzata e caotizzata. Nell’ambito di questa lotta, al principio in questione, secondo che sia applicato nel campo dei rapporti umani da mani buone o cattive, possono essere attribuiti contenuti assai differenti. Esso permane tuttavia come una ferrea necessità della vita terrena, così come permangono vecchiaia e morte, anch’esse necessità insopprimibili della stessa.

 

Per questa ragione tutto l’agire umano sta sotto il segno tragico della necessità, o di anteporre il singolo al tutto – e in tal modo privare di qualcosa la collettività – oppure di dedicarsi a quest’ultima, ignorando di conseguenza il singolo. Chi vuol costruire una ferrovia, non può aggirare con una curva una casupola in cui abita una coppia: la ferrovia deve procedere dritta, malgrado la casupola di quelle persone. Può d’altra parte un’abitazione distrutta essere sempre risarcita col solo denaro?

 

• Le azioni che hanno di mira la collettività, procedono ignorando il singolo e i suoi destini.

• Al contrario, se si tiene conto solo del singolo, vengono sottratte forze alla collettività.

 

 Tale è la croce di ogni agire umano: esso è sempre accompagnato da una distruzione o da una privazione. Il nostro agire ci impone, o la croce dell’assassino o quella del ladro – fa di noi il malfattore crocifisso alla destra o il malfattore crocifisso alla sinistra del Dio-uomo. La possibilità di un terzo modo di agire non è data senz’altro all’umanità – un lungo cammino di cristianizzazione del pensare, e quindi del sentire, è necessario prima che l’umanità apprenda questo nuovo agire. Il senso e lo scopo della Croce centrale sul Golgota è però che l’umanità apprenda il terzo modo di agire.

Esso è conseguibile solo dopo una profonda trasformazione dell’essere umano, nel suo pensare, sentire e volere, in accordo con l’impulso del Cristo. Allora l’umanità sarà capace di azioni, le quali potranno giovare tanto al singolo, quanto alla collettività.

 

Questo ‘tanto, quanto’ fu sentito come una necessità già al tempo del Mistero del Golgota. Al principio di Caifa si cercò allora di contrapporne un altro, che aveva come contenuto tanto la tutela degli interessi della collettività quanto l’astensione del sacrificio del singolo. Ponzio Pilato, infatti, non prestò ascolto alla richiesta del Sinedrio, ma inviò Cristo al re Erode, poiché Egli era un galileo. Erode, da parte sua, non trovò alcuna colpa che giustificasse la condanna a morte, ma lo schernì insieme con i suoi soldati, lo rivestì di una veste chiara e lo rimandò a Pilato. Da quel giorno Erode e Pilato divennero amici, giacché anche quest’ultimo non trovò in lui alcuna colpa e propose di limitarsi ad una punizione corporale (Lc 23:6-25).

 

I due divennero amici, poiché si erano incontrati nel pensiero di giustizia da loro concepito. Questo pensiero non era però il vero terzo, che sarebbe stato possibile solo dopo il Mistero del Golgota, bensì il ‘tanto, quanto’ del compromesso. Per evitare la morte dell’innocente, lo volevano uccidere moralmente, facendolo schernire, per umiliarlo. Una volta umiliato, perché ucciderlo ancora?

 

L’argomento di Erode e Pilato era – prescindendo dall’estrazione della spada da parte di Pietro – l’unico che l’umanità, la natura umana, aveva da opporre all’argomento di Caifa. All’ingiustizia del principio della parte e del tutto poteva essere opposto solo il principio di compromesso del ‘tanto, quanto’. Questo fatto indica con la massima chiarezza quale sia la condizione della natura umana che non abbia ancora accolto in sé l’impulso del Cristo. Tale condizione della natura umana viene svelata dalle parole dello stesso Cristo Gesù: “Tutti quelli che sono venuti prima di me sono ladri o assassini” (Gv 10:8).

 

• L’essenza del terzo modo di agire può essere compresa, se si considerano gli atti del Cristo Gesù tramandati come miracoli, alla luce della questione relativa al rapporto del singolo col tutto.

I miracoli di cui raccontano i Vangeli sono appunto, nella loro essenza, quel ‘terzo agire’ che si distingue da quello dei due malfattori di sinistra e di destra come una possibilità completamente nuova. Affinché si impari a riconoscere, alla luce dei miracoli, la possibilità del nuovo agire, gli autori dei Vangeli vi hanno introdotto estesi racconti degli atti miracolosi compiuti dal Cristo.

Il senso di quei racconti, quindi, non è di dimostrare, mediante i miracoli, la divinità del Cristo Gesù, bensì che l’umanità venga a conoscere fatti relativi a una nuova possibilità di agire in futuro, nel senso delle parole del Cristo Gesù: “Le opere che io ho compiuto, le compirete anche voi e di più grandi ancora” (cf. Gv 14:12).

 

Il segreto dell’azione che, tramite il singolo, va a beneficio della collettività

e, tramite la collettività, va a beneficio del singolo,

diviene manifesto alla luce degli atti miracolosi compiuti dal Cristo Gesù.

 

Questo segreto può essere considerato secondo diversi aspetti – come ad esempio ha fatto Rudolf Steiner nei cicli di conferenze in cui si parla dei miracoli nei Vangeli. Qui lo sarà secondo un altro aspetto ancora.

 

 

By | 2019-01-04T21:34:50+01:00 Dicembre 31st, 2018|IL FIGLIO DELL'UOMO|Commenti disabilitati su 07/a – SEGNI E MIRACOLI DEL CRISTO GESÙ SECONDO IL VANGELO DI GIOVANNI – IL SENSO MORALE DEI MIRACOLI NEI VANGELI