/////07/c – IL DESTINO DELL’ANTICO ISRAELE / LA MISSIONE KARMICA DELL’ENTITÀ DI ELIA NELLA STORIA DELL’ANTICO TESTAMENTO

07/c – IL DESTINO DELL’ANTICO ISRAELE / LA MISSIONE KARMICA DELL’ENTITÀ DI ELIA NELLA STORIA DELL’ANTICO TESTAMENTO

Il destino dell’antico Israele / La missione karmica dell’entità di Elia nella storia dell’Antico Testamento

L’aurora della rivelazione


 

Nel capitolo precedente si è cercato di caratterizzare l’entità di Elia come l’anima di popolo dell’antico Israele, un’anima di popolo invero singolare, costituita da un’entità che ha compiuto una discesa sacrificale da sfere superiori, e che dispone perciò di forze maggiori rispetto a quelle di una normale anima di popolo.

Questa maggiore possibilità di azione da parte dell’entità di Elia dipendeva dalle forze di cui disponeva, ma anche da un altro importante fattore, ossia dal rapporto interiore che essa stabili con le singole individualità umane.

 

Agendo non solo come anima di popolo, ma anche come spirito tutelare di un singolo uomo, essa potè far sì, che le azioni di quell’uomo avessero un significato karmico per l’intero popolo. Grazie a questo speciale rapporto con una singola individualità, le azioni di quest’ultima potevano assumere un’efficacia sul destino dell’intero popolo. In tal modo l’entità di Elia divenne l’anello di congiunzione tra la guida spirituale del popolo di Israele e la corrente della sua volontà umana. Essa prese parte all’uno e all’altro aspetto della formazione del suo destino.

Possiamo raffigurarci immaginativamente questo fatto come la folgore della guida spirituale, che scocca nella volontà umana con l’efficacia di un evento riguardante l’intero popolo.

 

 

Mediante questo scoccare interiore, l’entità di Elia produsse un rafforzamento e una trasformazione della volontà del popolo, volgendola nella giusta direzione.

Ciò accadde nel momento in cui Pincas, il figlio di Eleazaro, prese in mano una lancia.

 

La sua mano compì un’azione di portata non solo individuale, ma universale:

Il flagello cessò tra i figli di Israele. Di quel flagello erano morte ventiquattromila persone.

Il Signore disse a Mosè: “Pincas, figlio di Eleazaro, figlio del sacerdote Aronne, ha condotto la mia ira lontano dai figli d’Israele, a causa del suo zelo, sicché io non sterminerò i figli d’Israele a causa del mio zelo” (Num 25:8-11).

 

Con queste parole la Bibbia esprime, la realtà sopra illustrata. Non fu l’azione esteriore di Pincas a ottenere questo effetto: furono infatti uccise altre ventiquattromila persone, sicché, sul piano esteriore, l’uccisione compiuta da Pincas non fu diversa dalle altre. L’effetto derivava dall’essere quella un’azione dell’anima di popolo nella volontà umana. Una tale azione ebbe il potere karmico di mutare il destino del popolo, in quanto era frutto della cooperazione della volontà dell’anima di popolo e della volontà umana individuale.

Dobbiamo pensare che l’intervento di Pincas abbia prodotto una profonda scossa nell’intero popolo, la cui conseguenza fu la guarigione dagli effetti interiori dell’influenza di Baal. In seguito a quella scossa, i corpi eterici degli Israeliti si trasformarono, ritornando ad essere ‘corpi eterici di Jahvè’: ciò significa che mutò la direzione della loro corrente circolatoria. La ‘remissione’ di cui beneficiò il popolo, fu in realtà una guarigione.

 

L’entità di Elia intervenne nuovamente con azione liberatrice durante la seconda fase della storia di Israele. Al tempo dei re – da Davide alla cattività babilonese – il periodo retto da Acab e Jezabel fu il più pericoloso dal punto di vista spirituale. Il culto di Baal divenne infatti religione ufficiale del popolo e dello Stato.

 

La condizione in cui versava in quel periodo la vita spirituale del popolo d’Israele, è caratterizzata efficacemente dalle parole di Elia-Nabot:

Elia venne in mezzo al popolo e disse: “Fino a quando zoppicherete di qua e di là?

Se il Signore è Dio, seguitelo! Se invece lo è Baal, seguite lui”. Il popolo tacque.

Elia allora disse al popolo: “Sono rimasto solo come profeta del Signore, mentre i profeti di Baal sono quattrocentocinquanta”. (1 Re 18:21-22)

 

Questo era dunque allora il rapporto tra le due correnti: un profeta di Jahvè contro quattrocentocinquanta profeti di Baal, di fronte ad un popolo indeciso, volubile, proclive ai compromessi.

Del significato dell’azione compiuta da Elia-Nabot sul monte Carmelo abbiamo già parlato nel capitolo precedente. Qui si tratta di comprendere questa stessa azione da un altro punto di vista, che risulta in modo naturale da un confronto con l’azione di Pincas.

 

• Nel primo caso all’impulso di un’anima umana fu conferita la forza di un evento di natura,

capace di agire sui corpi eterici corrotti.

• Nel secondo caso, al contrario, ad un evento naturale – il fuoco dal cielo –

fu conferita un’efficacia morale sul piano umano.

In seguito ad essa, nelle anime dei presenti scaturì la decisione in favore di Jahvè.

 

• Se la prima azione consistette in una purificazione del corpo eterico,

• la seconda estese il proprio effetto al corpo astrale.

Il corpo astrale fu liberato dall’influenza dell’impulso di Baal e, ancora una volta, la missione di Israele fu salva.

 

Che l’azione di Elia-Nabot riguardasse soprattutto il corpo astrale, risulta non solo dalla descrizione che ne dà la Bibbia, ma anche dal grado di sviluppo cui era giunto allora il popolo di Israele. Se, infatti, durante la prima fase della sua storia – dall’esodo dall’Egitto fino al regno di Davide – il corpo eterico poteva subire influenze alteratrici, poiché non era ancora interamente formato, del pari nel periodo tra Davide e la cattività babilonese poteva subirne il corpo astrale, poiché in quel periodo quest’ultimo era in via di formazione.

 

Il male agisce sempre in anticipo. Il suo intento costante è quello di produrre nascite deformi.

Perciò, ad esempio, se il corpo eterico è già ‘nato’ – ossia si è reso indipendente -, cerca di attaccare l’organizzazione astrale, per impedirne la nascita regolare, e fa sì che al suo posto si produca una figura deforme. Questo fu appunto lo scopo del culto di Baal, quale fu praticato da Jezabel e Acab. Nel periodo in cui Israele attraversava la fase di preparazione alla nascita del corpo astrale – corrispondente all’età tra i sette e i quattordici anni nella vita di un uomo – si voleva immettere nel popolo un’astralità che avrebbe conferito ai corpi astrali una figura diversa da quella prevista dalla guida spirituale.

 

Possiamo comprendere l’intera opera, tanto di Elia-Nabot, quanto di Elia-Eliseo, se la intendiamo come una guarigione del corpo astrale. Ulteriori dettagli di quest’opera sono stati illustrati da Rudolf Steiner nel ciclo Punti di svolta della vita spirituale.1 Non è dunque necessario addentrarci più oltre nell’argomento. Solo ad un episodio sarebbe opportuno accennare: quello della morte violenta di Nabot per mano di Jezabel e Acab. Esso è importante, in quanto ci porge un esempio della continuità karmica del male, di cui si è parlato all’inizio di questo capitolo.

 

L’episodio ci fa comprendere come il passato possa vendicarsi nel futuro. Pincas, adombrato dall’alto da Elia, uccide il capo della tribù di Simeone insieme con una principessa madianita, che aveva approfittato della passione di lui come mezzo per guadagnarlo al culto di Baal. Ora accade invece che Nabot, adombrato dall’alto da Elia, viene ucciso da Jezabel e Acab, entrambi dediti al culto di Baal. L’attività di Elia non fu, per altro, interrotta da simili circostanze, poiché egli continuò ad agire tramite un’altra personalità, ossia Eliseo. L’atto di vendetta fu però perpetrata ugualmente. L’esempio ci mostra, come gli impulsi provenienti dal passato si conservino, e producano effetti fino ad un lontano futuro.

 

L’entità di Elia appare una terza volta sullo scenario della storia di Israele negli anni critici che precedettero l’avvento di Cristo sulla terra. Della necessità della comparsa di Elia e della gravità dell’epoca parla con parole incisive il profeta Malachia.

Ecco io manderò a voi il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore. Egli volgerà il cuore dei padri verso i figli, e il cuore dei figli verso i padri, così che io, venendo, non colpisca la terra con lo sterminio. (Mal 4:5-6; o 3:23-24; a seconda della suddivisione del testo)

 

Nella figura di Giovanni il Battista, l’anima di popolo di Israele agì come tale per l’ultima volta. È dunque giusto considerare storia dell’Antico Testamento tutto ciò che è avvenuto fino al momento del battesimo di Gesù nel Giordano. Qui è l’esatto confine che separa l’Antico dal Nuovo Testamento. Perciò anche i trentanni della vita di Gesù, fino al battesimo del Giordano, fanno parte della preparazione alla venuta del Cristo, e dunque dell’Antico Testamento.

 

Questa digressione è stata necessaria per giustificare un approfondimento della figura di Giovanni il Battista in un lavoro dedicato all’Antico Testamento. La missione di Giovanni il Battista è in effetti così strettamente legata all’Antico Testamento, da non poterne essere disgiunta. È tanto più facile rendersene conto, se si considera che era l’entità di Elia ad agire in Giovanni, per completare l’opera della preparazione, coincidente con la storia stessa dell’Antico Testamento. In che cosa consistesse questo completamento, possiamo comprenderlo esaminando la natura del battesimo di Giovanni.

 

Il ‘battesimo’ era semplicemente l’ultimo stadio di una trasformazione interiore che i discepoli di Giovanni erano tenuti a compiere. Prima, infatti, di poter accedere all’esperienza del battesimo con l’acqua, essi dovevano aver raggiunto un certo grado di allentamento del legame tra il corpo eterico e il corpo fisico, affinché il corpo eterico, così predisposto, potesse, nel momento del battesimo, staccarsi parzialmente dallo stesso corpo fisico.

L’iniziale allentamento del corpo eterico – facilitato dalla costituzione degli uomini di quell’epoca – era provocato dal destarsi della forza della coscienza morale. La parola di Giovanni aveva infatti il potere di risvegliare la coscienza morale.

La predicazione del Battista non andrebbe vista come una mera critica contro la sua epoca, e ancor meno come un’istruzione morale. Essa possedeva la virtù della folgore propria dell’entità di Elia. Questa virtù non si esprimeva più tramite miracoli esterni, poiché si era ora elevata al più alto dei miracoli: il risveglio della coscienza morale. Il potere misterioso di Giovanni il Battista non si manifestò né mediante azioni, né mediante profezie, ma mediante la sua voce.

 

Alla domanda se egli fosse un profeta – ossia un annunciatore del futuro -, o Elia – ossia il taumaturgo del passato – Giovanni rispose di no. Egli non era né un tramite di rivelazioni, né un operatore di miracoli, ma la voce di uno che parla nella solitudine della coscienza morale. L’intera forza di Giovanni era racchiusa nella sua voce. Giovanni parlava all’esterno come la coscienza parla all’interno. Nessuno poteva dimenticare la sua voce: essa penetrava nelle più recondite profondità dell’anima.

 

Giovanni non diceva: “È scritto che il regno dei cieli è vicino”, e neanche diceva.- “Dio mi ha rivelato che il regno dei cieli è vicino”. Diceva semplicemente: “Il regno dei cieli è vicino”. Chiunque lo ascoltava, poteva percepire nella sua voce la presenza del regno dei cieli.

 

Per comprendere questo fatto, occorre sapere

che tutte le facoltà umane attraversano tre gradi di sviluppo.

Sono i tre gradi che Rudolf Steiner designò con i termini di    • immaginazione,    • ispirazione,    • intuizione.

Essi possono manifestarsi in forme diverse, a seconda di quale delle sette facoltà umane riguardino. Vi sono perciò ventun modi diversi, in cui le sette facoltà sovrasensibili possono esprimersi. Una di queste facoltà è la parola.

 

La facoltà della parola si sviluppa anch’essa in tre gradi.

•  Il primo grado della ‘parola’ consiste nel fatto che un uomo possa comunicare ad altri

   ciò che di nuovo ha conosciuto intorno al mondo spirituale.

•  Il secondo grado della ‘parola’ viene conseguito,

   quando in ciò che l’uomo dice partecipa attivamente il mondo spirituale.

• Il terzo e più alto grado di evoluzione della ‘parola’ è un linguaggio in cui appare qualcosa di nuovo,

  tanto per il mondo fisico, quanto per quello spirituale.

 

In questo caso sia l’uomo che il mondo spirituale parlano e ascoltano simultaneamente: il mondo spirituale rivela i propri segreti all’umanità, e l’umanità rivela i propri al mondo spirituale. L’uomo non è né un messaggero, né un profeta. Egli è divenuto una voce che parla contemporaneamente da e ad entrambi i mondi, una voce che scaturisce dalla solitudine della coscienza morale divenuta tutt’uno con il mondo spirituale.

 

Giovanni parlava dal proprio intimo, nel senso più vero della parola,

e facendo ciò l’entità di Elia parlava attraverso di lui.

Per questo nella voce di Giovanni operavano i lampi della rivelazione di Elia.

Le sue parole vivevano negli animi degli uomini e producevano una conversione,

ossia un risveglio della coscienza morale.

 

Le forze della coscienza morale,

sperimentate dapprima come un coraggio conoscitivo vincitore della vergogna e della paura,

allentavano i legami del corpo eterico mediante la scossa che una tale vittoria comportava.

• Una volta che il corpo eterico era stato in tal modo allentato, si era maturi per l’esperienza del battesimo.

Con il battesimo si sperimentava interiormente il corpo eterico svincolato dal corpo fisico.

• Una tale esperienza comportava la visione del quadro della propria vita, ossia della vera immagine di essa.

 

Per il fatto che il battezzato sperimentava se stesso come uno spettatore, al di fuori della corrente della propria vita,

il battesimo significava per lui il risveglio del vero Io.

 

Elia-Giovanni preparò dunque gli Io umani, affinché Cristo potesse trovare uomini risvegliati dal sogno della vita. Se Giovanni non avesse compiuto una tale preparazione, non vi sarebbero state orecchie capaci di ascoltare il Cristo.

Grazie all’opera di Giovanni, potè formarsi una cerchia di persone in grado di portare incontro al Cristo almeno la facoltà di udirlo, quando Egli si rivolgeva loro mediante la parola.

 

Così ci appare a lunghi tratti la missione dell’entità di Elia nel destino del popolo di Israele.

Tramite le personalità di Pincas, Nabot-Elia, Elia-Eliseo e Giovanni il Battista, essa opera nei momenti decisivi del destino di questo popolo, ascendendo a grado a grado con la sua azione risanatrice e risvegliatrice:

• dapprima opera risanando il corpo eterico,

• quindi purificando il corpo astrale,

• per ascendere infine ad un’attività risvegliatrice dell’Io.

 

Questi tre gradi corrispondono alle tre ‘età’ della vita del popolo d’Israele.

 

Nei capitoli seguenti si esamineranno le tre epoche della storia dell’Antico Testamento

in relazione ad alcune figure caratteristiche.

 

 


 

Note:

1 – (O.O. n. 61); Conf. del 14 dic. 1911. Ed. it. I profeti dell’Io, Tilopa, pp. 32-54

 

 

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