//////07 – L’AVVENIRE DELL’UMANITÀ E L’ATTIVITÀ DI MICHELE – MASSIME 112-114

07 – L’AVVENIRE DELL’UMANITÀ E L’ATTIVITÀ DI MICHELE – MASSIME 112-114

L’avvenire dell’umanità e l’attività di Michele – Massime 112-114

Commento di Lucio Russo


 

Cominciamo subito a leggere questa nuova lettera, intitolata:

L’avvenire dell’umanità e l’attività di Michele (2 novembre 1924).

 

 

In quale rapporto sta oggi l’uomo, al suo grado di evoluzione, con Michele ed i suoi?

L’uomo si trova di fronte ad un mondo che una volta era interamente entità divino-spirituale;

entità divino-spirituale della quale egli stesso era parte.

Allora, dunque, il mondo nel quale l’uomo viveva era  e n t i t à  divino-spirituale.

A una tappa successiva dell’evoluzione non lo fu più.

Il mondo divenne  m a n i f e s t a z i o n e  cosmica del divino-spirituale,

mentre l’entità di questa aleggiava dietro la manifestazione.

Nella manifestazione, tuttavia, viveva e tramava l’entità. Già era venuto ad esistenza il mondo stellare.

Nel suo risplendere e roteare, il divino-spirituale viveva e tramava come manifestazione.

Si può dire: nella posizione e nelle rivoluzioni di una stella,

si poteva allora vedere direttamente l’attività del divino-spirituale” (p. 85).

 

 

Dobbiamo qui ripetere (sed repetita iuvant) alcune cose dette a commento della lettera precedente.

Un tempo – afferma Steiner – • “il mondo nel quale l’uomo viveva era entità divino-spirituale. A una tappa successiva dell’evoluzione non lo fu più. Il mondo divenne manifestazione cosmica del divino-spirituale, mentre l’entità di questa aleggiava dietro la manifestazione. Nella manifestazione, tuttavia, viveva e tramava l’entità”.

 

• In una prima fase, l’uomo vive dunque in un mondo che è Entità divino-spirituale,

• mentre, in una seconda, vive in un mondo che è manifestazione: una manifestazione dietro la quale

l’Entità divino-spirituale dapprima aleggia, vive e trama, e dalla quale poi invece si distacca.

 

Abbiamo perciò a che fare con due concetti: con quello di Entità divino-spirituale e con quello di manifestazione,

rispettivamente corrispondenti, come abbiamo visto, al concetto di essere e al concetto di essenza della logica hegeliana.

Per Hegel, infatti, l’essere è il “puro essere” (”immediato” e “indeterminato”), mentre l’essenza è un “essere determinato”: cioè un essere che, per il fatto stesso di determinarsi come A, come B, come C, ecc., si muta appunto in un’essenza o in un “essere a sé”.

L’essenza è pertanto un essere che, rivestendo un particolare carattere, si presenta come una “qualità”, un “qualcosa” o un “alcunché: ossia come un quid – precisa Hegel – nel quale “la determinazione è una con l’essere”.

In un primo tempo, infatti, tra l’Entità e la manifestazione non c’è, come afferma la nostra lettera, una scissione.

 

Fate ora attenzione, invece, a ciò che dice Hegel della “quantità”: “La quantità è il puro essere, in cui la determinazione è posta non più come una con l’essere stesso, ma come superata o indifferente” (1).

Notate la differenza?

• Nel caso della qualità, abbiamo una manifestazione (creatrice) che “è una con l’essere”;

• in quello della quantità, abbiamo invece una manifestazione (conservatrice) che è “non più come una con l’essere”,

e che cade, per ciò stesso,

• dalla sfera dell’essere (ch’è al di sopra della soglia)    •  in quella dell’esistere (ch’è al di sotto della soglia):

ossia nella sfera del tempo e dello spazio, ch’è appunto quella della quantità, e quindi della misura.

 

 

I tempi mutarono. Il mondo stellare cessò di portare in sé, immediatamente presente, l’attività divino-spirituale.

Le stelle vivevano e si muovevano, continuando per forza d’inerzia l’attività che prima era in esse.

Il divino-spirituale viveva nel cosmo non più come manifestazione, ma solo ormai come  e f f e t t o  o p e r a n t e.

Era subentrata una dualità distinta tra il divino-spirituale e il cosmico.

Michele, in ragione della sua propria entità, rimase unito al divino-spirituale.

Egli cercò di trattenere l’uomo quanto possibile vicino al divino-spirituale. In tale intento persistette sempre.

Egli voleva preservare l’uomo dal vivere troppo in un mondo che era solo effetto operante del divino-spirituale,

non entità e non manifestazione” (pp. 85-86).

 

 

Lo abbiamo appena detto: è il decadere della manifestazione (che non porta più “in sé, immediatamente presente, l’attività divino-spirituale”) a generare, nella sfera del tempo, l’effetto operante: cioè il perdurare, “per forza d’inerzia”, dell’attività che era in precedenza nella manifestazione (stellare) dell’Entità divino-spirituale (creatrice).

Abbiamo appunto parlato, commentando la lettera precedente, di una natura “conservatrice” che procede per sola “forza d’inerzia”, di ri-produzione o ripetizione.

Come il mondo, a questo livello, continua dunque a vivere in virtù di leggi (idee) e di forze che gli sono state infuse nel passato, così l’umanità continua a vivere in virtù della tradizione (prima orale e poi scritta), e quindi della memoria o, per essere più precisi, di quel che “resta” della memoria.

 

Spiega infatti Steiner che la memoria,

• in una prima fase dell’evoluzione, è “esperienza del passato nel presente”,

• in una seconda, è “ricordo dell’anima del passato nel cosmo”,

• e soltanto in una terza fase diviene “tradizione” (2) (corsivi nostri).

 

 

“ (…) quando l’uomo, dopo aver compiuto la vita tra la morte e una nuova nascita,

riprende la via verso una nuova esistenza terrena,

nel discendervi, egli [Michele] cerca di stabilire un’armonia fra i moti delle stelle e la sua vita terrena.

Anticamente questa armonia si stabiliva da sé, perché il divino-spirituale operava nelle stelle

nelle quali aveva la sua sorgente anche la vita umana; ma oggi, quando nel corso delle stelle continua soltanto

l’effetto operante del divino-spirituale, quell’armonia non vi sarebbe più se l’uomo non la cercasse.

L’uomo mette il suo divino-spirituale, conservato da tempi anteriori, in rapporto con le stelle che hanno in sé

il loro divino-spirituale soltanto come effetto di un’epoca passata. Così, nel rapporto dell’uomo col mondo,

entra un elemento divino che corrisponde a epoche precedenti ma che appare in tempi successivi.

Che così avvenga è opera di Michele. Quest’opera gli dà così profonda soddisfazione che in essa

egli ha una parte del suo elemento vitale, della sua energia vitale, della sua solare volontà di vita” (p. 86).

 

 

Abbiamo detto che quella di Michele è la “nostalgia del futuro”: ossia la nostalgia di un passato che occorre ritrovare andando avanti, e non indietro (diceva, com’è noto, Verdi: “Torniamo all’antico e sarà un progresso”; e Berdjaev scrive: “Non si può tornare, nel passato, a ciò che è troppo effimero e troppo corruttibile, ma si può tornare a ciò che, nel passato, è eterno”) (3).

Che cosa vuol dire, infatti, che, “nel rapporto dell’uomo col mondo, entra un elemento divino che corrisponde a epoche precedenti ma che appare in tempi successivi”? Vuol dire che, in grazia dell’opera di Michele, sia la manifestazione (la Vergine-Sophia), sia l’Entità divino-spirituale (il Cristo) entrano nel rapporto dell’uomo con l’effetto operante e con l’opera compiuta.

 

Ricordate ciò che disse il Cristo ai giudei? “In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, io sono” (Gv 8,58). E cos’è questo, se non appunto l’”elemento divino che corrisponde a epoche precedenti, ma che appare in tempi successivi”?

 

Per poter “stabilire un’armonia fra i moti delle stelle” (quale effetto operante) e la nostra “vita terrena”

(armonia che non si darebbe, sottolinea Steiner, se non la cercassimo), dobbiamo dunque

• imparare a portare incontro alla nostra passata incoscienza (di morte, di sonno e di sogno),

• attraverso la nostra presente coscienza (rappresentativa),

• la nostra futura coscienza (immaginativa, ispirata e intuitiva).

Dobbiamo imparare insomma a servirci del futuro per trasformare, rinnovare e ri-creare il passato

(“siamo gli schiavi del passato, – dice Steiner – ma i signori dell’avvenire”) (4).

 

 

Oggi però, se rivolge lo sguardo spirituale alla terra, Michele vede uno stato di fatti ancora essenzialmente differente.

L’uomo, durante la sua vita nel fisico tra nascita e morte, è circondato da un mondo che immediatamente

non mostra più nemmeno l’effetto operante del divino-spirituale, ma solo qualcosa che è rimasto di quell’effetto operante;

si può dire: la sola  o p e r a   c o m p i u t a  del divino-spirituale” (p. 86).

 

 

Teniamo presente che, nel Prologo del Vangelo di Giovanni,

• l’Entità divino-spirituale è il “Verbo” o il Logos,         • la manifestazione è la “luce”,

• l’effetto operante è la “vita”          • e l’opera compiuta è la “tenebra”;

nella scienza naturale, invece,

• la prima è rappresentata dall’elemento cosiddetto “olistico”,    • la seconda, dalla sfera delle “cause” o delle “leggi”,

• il terzo, dal campo delle “forze”    • e, la quarta, dal regno delle “sostanze” (da sub-stare: “star sotto”)

o, se pensiamo alla loro tavola periodica, degli “elementi”.

 

 

Nelle sue forme, tale opera compiuta è assolutamente di natura divino-spirituale.

Le forme, i processi naturali, rivelano alla visione umana il divino, ma non lo contengono più vivente.

La natura è opera del divino, è divina elaborazione, dovunque è immagine dell’attività divina” (pp. 86-87).

 

 

Immaginate di fare una gita ad Ardea e di visitare il museo “Giacomo Manzù”.

Ebbene, come tale museo raccoglie le opere di Manzù (1908/1991), così la natura raccoglie le opere di Dio.

Nella natura (quale “museo di Dio”) possiamo dunque ammirare il creato o le creature

(“Tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui, neppure una delle cose create è stata fatta” – Gv 1,3),

ma non il Creatore.

 

E dov’è, allora, che possiamo ammirare il Creatore?

Lo abbiamo detto: nell’uomo, nell’Io dell’uomo.

Chiunque voglia trovarlo, deve pertanto trovare l’Io,

giacché l’”Io sono” divino (macrocosmico), da quando si è “fatto carne”, inabita l’Io umano (microcosmico).

 

L’uomo – dice appunto Berdjaev – è un microcosmo e un microtheos.

Dio è il macroanthropos” (5).

Non dobbiamo più aspettare, dunque, che discenda la manna (il “manas”) dal cielo;

dobbiamo piuttosto far sì che risalga la manna dall’uomo: dal profondo, cioè, di ciascuno di noi (dall’Io).

 

Osserva Steiner (riferendosi alle condizioni sociali):

“Molti si sentono oppressi dalle vicende del tempo e disperano della forza di idee creatrici. Essi “attendono” finché le “condizioni” creino una situazione più favorevole. Ma le “condizioni” non creeranno mai altro, se non ciò che sarà stato piantato in esse da idee umane” (6).

 

 

L’uomo vive in questo mondo solarmente divino, ma non divino in modo vivo.

E come risultato dell’azione esercitata su di lui da Michele, l’uomo ha conservato il collegamento con l’entità divino-spirituale.

Vive come essere compenetrato da Dio in un mondo non compenetrato da Dio” (p.87).

 

 

L’uomo “vive come essere compenetrato da Dio in un mondo non compenetrato da Dio”.

Quale affermazione potrebbe essere più lapidaria?

Michele ha tuttavia conservato, tramite il pensare vivente o immaginativo (eterico),

il collegamento con l’Entità divino-spirituale e con la sua manifestazione.

 

E’ questa, di fatto, l’ultima chance offerta all’umanità,

se non vuole precipitare dalla natura (dall’opera compiuta) nella “sub-natura”: vale a dire,

nel mondo sub-astrale, nel sub-Devachan inferiore e nel sub-Devachan superiore

(ne riparleremo quando affronteremo l’ultima lettera) (7).

 

Ascoltate quanto scrive Scaligero: • “Sulla linea di una determinazione volitiva, il pensiero che pensa il pensiero riflesso non è riflesso, perché non ha bisogno di essere riflesso per darsi obiettivamente: tuttavia attua, grazie alla dimensione del riflesso, la sua originaria impersonalità, la sua apsichicità. E’ il potere interno del pensiero astratto, che sarebbe dovuto essere realizzato dal fisico-matematico occidentale, se questi avesse avuto consapevolezza di ciò che si svolgeva nella scena della sua coscienza come controparte interiore della sua indagine: ben più importante dell’indagine stessa. Oggi non lo scoprirebbe più, perché gli sono venuti meno i mezzi intuitivi per capirlo: del resto, nel generale pensare umano qualcosa si è sclerotizzato. Quell’elemento disindividuale è trapassato nell’automatismo dialettico, nella medianica impersonalità dello scienziato-tecnologo. Perciò l’impresa di reintegrazione, urgente all’umano, oggi è l’ideale ravvisabile da rari uomini. Per pochissimi l’accennato elemento disindividuale è ancora la possibilità del pensiero-luce che, freddamente e intensamente voluto, desta l’originaria vita della coscienza, con la sua metafisica luce. E’ la chiave ultima, la possibilità elementare, il semplice assoluto del pensiero, di cui ancora si dispone. Perduto anche questo, sarà inevitabile il caos” (8).

 

 

In questo mondo divenuto vuoto di Dio, l’uomo porterà ciò che è in lui, ciò che in quest’epoca è divenuta la sua entità.

L’umanità, evolvendosi, penetrerà in un’evoluzione universale.

Il divino-spirituale da cui l’uomo proviene, come entità umana cosmicamente espandentesi,

può pervadere di luce il cosmo che oramai esiste solo nell’immagine del divino-spirituale.

Non sarà più la stessa entità che fu una volta come cosmo, quella che sorgerà così per opera dell’umanità.

Attraversando il gradino dell’umanità, il divino-spirituale sperimenterà una esistenza che prima non manifestava“ (p. 87).

 

 

Il cosiddetto “ottavo” giorno della creazione è dunque il “primo” della ri-creazione dell’uomo, della natura e del cosmo.

• “Attraversando il gradino dell’umanità, – dice infatti Steiner – il divino-spirituale sperimenterà una esistenza che prima non manifestava“, e non sarà più, perciò, “la stessa entità che fu una volta come cosmo”.

Sentite ciò che scrive, a questo proposito, Berdjaev: “La mia tematica della creazione era vicina nello spirito all’epoca della rinascita [quella dell’inizio del ‘900], ma era estranea alla maggior parte dei filosofi del tempo. Non si trattava infatti della creazione nell’ambito della cultura, della creatività umana “nelle scienze e nell’arte”, ma di una problematica più profonda, metafisica, quella del proseguimento della creazione del mondo da parte dell’uomo, della risposta dell’uomo a Dio, risposta che può arricchire la stessa vita divina” (9).

 

Che cosa significa, dunque, che il divino-spirituale “non sarà più la stessa entità che fu una volta come cosmo”?

In termini astratti, significa,

filosoficamente, che l’Essere diverrà Spirito o, se preferite, che l’originaria Entità incosciente diverrà autocosciente;

teologicamente, significa invece che

• come siamo passati incoscientemente dal Padre al Figlio, e dal Figlio allo Spirito Santo,

• così ri-passeremo coscientemente dallo Spirito Santo al Figlio, e dal Figlio al Padre (“In verità, vi dico:

chi accoglie colui che io manderò, accoglie me, e chi accoglie me, riceve colui che mi ha mandato” Gv – 13,20).

 

• “Per mezzo del Cristo Dio-Uomo, – scrive ancora Berdjaev –

la natura umana è resa partecipe della Santissima Trinità ed entra nelle profondità della vita divina” (10).

 

Ascoltate, a questo stesso proposito, i versetti del Calendario dell’anima relativi alla cinquantesima settimana (16/22 marzo), in una traduzione leggermente diversa da quella di Aldo Bargero (11):

 

Il gioioso divenire dell’esistenza universale,

manifestandosi con potenza e liberando la forze del suo essere, dice all’Io dell’uomo:

portando in te la mia vita, sciolta dal suo incantesimo, raggiungo la mia vera meta.

 

 

A che l’evoluzione prenda questo corso si oppongono le potenze arimaniche.

Esse non vogliono che le originarie potenze divino-spirituali illuminino l’universo nel suo progresso ulteriore;

vogliono che tutto il nuovo cosmo sia irradiato dall’intellettualità cosmica che esse stesse hanno assorbita,

e che l’uomo continui la sua vita in questo cosmo intellettualizzato ed arimanizzato” (p. 87).

 

 

Abbiamo già detto che un cosa è l’intelletto, altra l’intellettualismo (così come una cosa – detto fra noi – è l’antroposofia, altra l’antroposofismo), e che dovremmo imparare a distinguerli (“Nel presentimento della notte, – scrive sempre Berdjaev – bisogna armarsi spiritualmente per la lotta contro il male, aguzzare la capacità di distinguerlo, elaborare una nuova cavalleria”) (12).

 

L’intellettualismo è una sorta di “elefantiasi” dell’intelletto (un troppo che – come recita l’adagio – “stroppia”)

generata dalle potenze arimaniche al fine di surrogare lo sviluppo qualitativo del pensiero ordinario

(che lo eleverebbe al grado immaginativo) con il suo mero sviluppo quantitativo.

 

Vedete, il pensiero intellettuale è vincolato al sensibile, mentre tanto il pensiero immaginativo quanto quello intellettualistico ne sono svincolati; rispetto al pensiero intellettuale, il primo è però un progresso (un consapevole ascendere al sopra-sensibile), mentre il secondo è un regresso (un’inconsapevole discendere al sub-sensibile). Un regresso che mina, nel suo portatore, il sano “buon senso”: l’umano senso, cioè, della realtà materiale (sostituito, magari, da quello della realtà “virtuale”).

 

• “Sono pochi – lamentava già Goethe – quelli che hanno il senso e il gusto del reale” (13);

e Steiner spiega: • “Essere improntati dall’intellettualismo significa avere un’anima con pensieri sepolti nella Terra,

con pensieri, cioè, che le forze interne alla Terra privano degli impulsi celesti” (14).

 

Un conto, dunque, sono i pensieri terreni o sensibili dell’intelletto, altro quelli sub-terreni o sub-sensibili dell’intellettualismo.

 

“Che cosa sia il “percepire” conoscente – osserva Steiner – può essere sperimentato solo nel conoscere il mondo dei sensi. Se là lo si è sperimentato, lo si può formare anche per il percepire spirituale. Ritraendosi da questo modo di percepire, ci si priva del tutto dell’esperienza percettiva e ci si riporta su un gradino dell’esperienza animica che è meno reale della percezione dei sensi” (15).

 

Guardate ad esempio i giovani: non passano più tempo a guardare i display che non la natura o il mondo che li circonda? E i cosiddetti “ricercatori”, che immagineremmo intenti a frugare nella realtà, non passano la maggior parte delle loro giornate davanti ai computer? E che dire, poi, di quanti vantano i miracoli dell’intelligenza artificiale o si compiacciono di congetturare un post-umano bio-tech o robotico?

 

(Ascoltate, al riguardo, questo gustoso racconto del celebre neurofisiologo John Eccles: “Ricordo un episodio durante la grande cerimonia d’inaugurazione dei grandiosi laboratori scientifici della Western Reserve University di Cleveland, nel 1962. Io ero l’ultimo a parlare e mi era stato assegnato un interessante argomento: “La mente: l’espressione finale dello stato vivente”. Nella discussione, presieduta e condotta dal professor Philip Abelson, mi trovai di fronte alla contrapposizione fra l’incredibile futuro delle macchine per l’intelligenza artificiale, e la mia conferenza sulla meraviglia dell’evoluzione cerebrale con la mente. Non si trattava solo di intelligenza artificiale, come nel gioco degli scacchi, ma di una prestazione di tipo cognitivo, creativo, sentimentale, intenzionale e mnestico che, secondo lui, avrebbe oltrepassato di gran lunga le capacità dell’uomo. Nella disperazione di questo scontro lungo e appassionato, alla fine gli gridai: “Sarebbe contento se sua figlia ne sposasse uno?”. I cinquemila studenti scoppiarono a ridere, mentre io non sono mai stato perdonato” [16].)

 

Per distinguere l’intellettualismo dall’intelletto, occorre naturalmente sviluppare un occhio (“clinico”) capace di cogliere non solo il carattere menzognero del primo, ma anche quelli (dis-umani) del sentire (freddo-secco) e del volere (istintivo) che lo nutrono e sottendono.

Sentite quanto dice appunto John Searle (fautore di un realismo che non ha nulla a che vedere con il “realismo delle idee” di Steiner): • “La motivazione profonda per la negazione del realismo non è fornita da un particolare argomento piuttosto che da un altro, ma da una volontà di potenza, da un desiderio di controllo e da un risentimento profondo e consolidato” (17).

 

 

In una simile vita l’uomo perderebbe il Cristo, perché il Cristo è venuto nel mondo con un’intellettualità

che è ancora quale viveva un tempo nel divino-spirituale, allorché questo ancora nella sua entità formava il cosmo.

Se oggi parliamo in modo che i nostri pensieri possano essere anche quelli del Cristo,

opponiamo alle potenze arimaniche qualcosa che ci preserva dal divenire loro preda” (p. 87).

 

 

Come vedete, viene qui detto esplicitamente che il Logos, facendosi “carne”,

ha riportato agli uomini, viventi nella sfera dell’opera compiuta, l’Entità divino-spirituale,

unitamente alla santità e alla forza dell’intellettualità originaria.

 

Arimane sa che questa forza è in grado di vincerlo (“Io ho vinto il mondo”) e s’industria allora, in tutti i modi, affinché gli uomini, che potrebbero liberamente tradurla da potenza in atto (da forza del Figlio di Dio in forza del Figlio dell’uomo), ne ignorino la realtà e la presenza.

A tal fine, provvede a “vaccinarli” fin dalla più tenera età, non tanto insegnando loro che il Cristo non esiste (e ch’è esistito, semmai, solo l’uomo Gesù), quanto piuttosto stimolandoli a sviluppare il più precocemente possibile (per mezzo, magari, dell’uso dei computer nella scuola primaria) una intellettualità che, essendogli affine, li porti, sua sponte, a non comprendere o a ignorare la realtà (spirituale e solare) del Cristo.

 

Sappiamo, però, che chi non comprende o ignora la realtà del Cristo, non comprende o ignora la realtà dell’uomo, e non è quindi in grado di accorgersi che quanto oggi ci circonda, intelligente o meno che sia, è sempre meno umano.

Torniamo, ad esempio, al problema degli embrioni. Come abbiamo visto, c’è chi pensa (scomodando perfino Aristotele) che l’embrione non sia un essere umano. Ma per quale ragione la pensa così? La pensa così, non perché non sia “intelligente” (anzi), ma perché la sua intellettualità, sganciata dal sentire umano, è stata inconsciamente agganciata dal sentire-non-sentire delle “potenze arimaniche”.

Ho detto dal “sentire-non-sentire, ma avrei potuto anche dire dall’”anima-non-anima” di tali potenze. Il che è significativo, giacché è proprio la presenza del Cristo nell’anima a permetterci di purificarla e nobilitarla, preparandola così all’avvento dello Spirito Santo (18).

 

“E’ l’anima – scrive Scaligero – che esige la Resurrezione,

non lo spirito, che non è mai caduto e ha solo il compito di sapersi spirito: di esserlo” (19).

 

• Il Cristo è infatti in noi (nell’Io), ma l’anima (la psiche ordinaria) non è con l’Io,

e ciò fa sì che il corpo (la nostra vita terrena) non sia quindi per l’Io (“In Cristo, con Cristo, per Cristo”).

 

Domanda: Che differenza c’è tra l’intellettualità sganciata dal sentire umano e quella agganciata dalle potenze arimaniche?

Risposta: Abbiamo detto, una sera, che un conto è il pensare astratto, quello della matematica (della geometria o della logica), altro il pensare concreto, quello della matematica applicata alla realtà inorganica, e altro ancora il pensare riduttivo, quello del pensare concreto applicato non solo alla realtà inorganica, ma anche a quelle della vita dell’anima e dello spirito.

 

• Il pensare concreto (ad esempio quello della fisica classica)

in quanto sganciato dal sentire umano (in quanto cioè “impersonale”), ma agganciato al sensibile, è scientifico,

• mentre quello riduttivo, in quanto sganciato e dal sentire umano e dal sensibile

(giacché la vita, l’anima e lo spirito sono extrasensibili), è intellettualistico (scientistico o ideologico).

 

Va aggiunto che quest’ultimo apre la strada a potenze ancor più temibili di quelle arimaniche (poiché provenienti dal sub-Devachan superiore): ossia a potenze che lo rafforzano volitivamente (come nel caso, ad esempio, della fisica sub-atomica o nucleare), mutandolo così in una forza distruttiva che scinde, smembra, disgrega o disintegra.

 

Tieni presente, a questo proposito, che

Lucifero si è insinuato nell’anima senziente,  • Arimane nell’anima razionale,

• e “nell’epoca che ora verrà – dice Steiner – saranno delle entità denominate gli Asura

che si insinueranno nell’anima cosciente,

e perciò in quello che chiamiamo l’io dell’uomo (perché l’io sorge nell’anima cosciente)” (20).

 

Domanda: Perché il Cristo viene detto “Figlio dell’uomo”?

Risposta: Pensa all’inno alla Vergine, messo in bocca, da Dante, a Bernardo di Chiaravalle: “… tu se’ colei che l’umana natura / nobilitasti sì, che ‘l suo fattore / non disdegnò di farsi sua fattura”, e prova a dirlo in quest’altro modo: “… tu sei colei che l’umana natura / nobilitasti sì, che il Figlio di Dio / non disdegnò di farsi Figlio dell’uomo”.

 

• Come una madre porta in sé il bambino per darlo poi naturalmente alla luce,

• così ciascuno di noi porta in sé il Cristo, quale Figlio di Dio,

• per darlo poi spiritualmente alla luce, quale Figlio dell’uomo.

 

E’ ovvio che se il Cristo non si fosse “fatto carne”, mai potremmo darlo alla luce, così come mai potrebbe parlare un essere che non ne avesse la pre-disposizione. Non basterebbe però che l’avesse, dovrebbe anche e-ducarla: ossia portarla o tirarla fuori.

 

Il problema è tutto qui.

• Il Cristo è nel nostro spirito (nell’Io),

• ma, dal momento che non lo portiamo nella nostra anima e nel nostro esistere, è come se non ci fosse.

 

Come vedi, non aveva torto, Nietzsche, nell’affermare, l’ho ricordato una sera, che si sarebbe ricreduto se avesse visto negli occhi dei cristiani la gioia di essere dei redenti.

 

Domanda: Non mi è ancora chiaro questo passo: “L’uomo mette il suo divino-spirituale, conservato da tempi anteriori, in rapporto con le stelle che hanno in sé il loro divino-spirituale soltanto come effetto di un’epoca passata. Così, nel rapporto dell’uomo col mondo, entra un elemento divino che corrisponde a epoche precedenti ma che appare in tempi successivi”.

Risposta:

Il divino-spirituale che le stelle “hanno in sé”,

quale manifestazione in cui non è più attiva l’Entità divino-spirituale, rappresenta il passato.

Il divino-spirituale che è nell’uomo, cioè a dire quel Verbo “conservato da tempi anteriori”, ossia dal “principio”

(“In principio, era il Verbo”), rappresenta invece il presente e il futuro.

Mettere in rapporto il divino-spirituale dell’uomo con il divino-spirituale delle stelle,

vuol dire dunque armonizzare il presente e il futuro con il passato.

 

“Anticamente – dice Steiner – questa armonia si stabiliva da sé”:

• “si stabiliva da sé” perché l’uomo non era ancora separato o diviso dalla manifestazione,

bensì era nella manifestazione e la manifestazione era nell’Entità divino-spirituale

(dice appunto Steiner: “Perché il divino-spirituale [l’Entità]

operava nelle stelle nelle quali aveva la sua sorgente anche la vita umana”).

 

Per quanto riguarda l’affermazione che “così, nel rapporto dell’uomo col mondo, entra un elemento divino che corrisponde a epoche precedenti ma che appare in tempi successivi”, ho già ricordato quel che disse il Cristo ai giudei: “In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, io sono”.

Il Cristo che s’incarna dopo Abramo (“in tempi successivi”) era dunque prima di Abramo (in “epoche precedenti”).

 

Ho già detto, una sera, che uno dei tanti compiti che abbiamo

è quello di stabilire un sano e fecondo rapporto tra il passato, il presente e il futuro, dal momento che

• in qualità di corpo fisico (di costituzione), di corpo eterico (di temperamento) e di corpo astrale (di carattere),

siamo frutto del nostro passato,

• mentre in qualità di Io siamo un presente ch’è il germe, in quanto inabitato dal Cristo, del nostro futuro.

Dunque,

• come dobbiamo mettere il nostro “divino-spirituale, conservato da tempi anteriori,

in rapporto con le stelle che hanno in sé il loro divino-spirituale soltanto come effetto di un’epoca passata”,

• così dobbiamo mettere l’Io (in cui è l’Entità divino-spirituale)

in rapporto con il corpo fisico, con il corpo eterico e con il corpo astrale

“che hanno in sé il loro divino-spirituale soltanto come effetto di un’epoca passata”.

 

Riprendiamo la lettura.

 

 

Comprendere il senso della missione di Michele nel cosmo vuol dire parlare in questo modo.

Oggi si deve poter parlare della natura come lo esige il gradino dell’evoluzione dell’anima cosciente.

Si deve poter accogliere in sé il puro pensare scientifico, ma si dovrebbe anche imparare a parlare

– cioè a sentire – intorno alla natura nel modo che è conforme al Cristo.

Dobbiamo imparare a parlare il linguaggio del Cristo, non solo intorno alla liberazione dalla natura,

non solo intorno all’anima e alla Divinità, ma intorno al cosmo” (p. 88).

 

 

Vedete questo libro? E’ intitolato: Una scienza senz’anima; ne è autore il genetista Giuseppe Sermonti (21).

Il titolo è interessante, ma non purtroppo il contenuto, giacché Sermonti prende, sì, le distanze dal meccanicismo e dal riduzionismo, ma lo fa più sulla base di un umanistico “buon senso” o di un sano sentimento, che non su quella di un lucido e agguerrito pensiero.

Consideriamo, ad esempio, questo passo: “Questa idea secondo cui la scienza possa assumere da sola la gestione della società, sostituendo i suoi precetti igienici ed economici alla grande ricchezza di un vivere fondato sulla partecipazione viva dell’uomo alla vicenda della natura e dell’universo, è stato chiamato “scientismo” e mi sembra analogo a quello che nel campo religioso abbiamo chiamato “moralismo”. Lungi dall’essere una vera opposizione al moralismo, lo scientismo moraleggia la scienza. Al di sopra di questi limiti, in un emozionante e pericoloso “al di là del bene e del male”, una religione elevata al piano metafisico e una scienza alla ricerca di uno spirito del mondo possono identificarsi, ritornare a essere un’unica cosa” (22).

 

Ma ha forse senso auspicare che “una religione elevata al piano metafisico e una scienza alla ricerca dello spirito del mondo” possano “ritornare a essere un’unica cosa”, mostrando al tempo stesso d’ignorare la scienza dello spirito: ossia la sola scienza in grado di realizzare un simile auspicio?

Dice ancora Sermonti che la scienza è “un modo di apprendere il mondo” (23): d’accordo, ma qual è questo modo? Che cosa lo rende diverso, ad esempio, da quello filosofico?

E’ impossibile rispondere a questi interrogativi se non si penetra nell’anima e non si osservano i vari rapporti che instaurano, tra loro, il pensare, il sentire e il volere. Abbiamo visto, infatti, che la scienza è nutrita dal “volere nel pensare”, mentre la filosofia è nutrita dal “sentire nel pensare” (al pari, diciamolo pure, di questo lavoro di Sermonti).

 

Perché vi ho detto questo? Perché possiate constatare, ancora una volta, quanto sia indispensabile opporre, a una scienza senz’anima (arimanica), non un’anima senza scienza (luciferica), bensì (nel nome di Michele) una scienza dello spirito.

Dice Steiner: • “Si dovrebbe anche imparare a parlare – cioè a sentire – intorno alla natura nel modo che è conforme al Cristo. Dobbiamo imparare a parlare il linguaggio del Cristo …”.

Il che significa che non dobbiamo lasciare il pensare nelle mani di Arimane, bensì porlo in quelle del Cristo, con l’aiuto appunto di Michele.

(“Lo gnosticismo anticristiano trionfa – scrive Berdjaev – perché il cristianesimo non ritrova la propria gnosi cristiana” [24].)

 

Non si tratta, insomma, di pensare (nel solito modo) al Cristo, ma di pensare nel Cristo e di pensare col Cristo.

Chi è d’altro canto Michele, se non colui che porta l’amore del Cristo proprio nel pensare?

 

 

L’antroposofia apprezza nel suo giusto valore

ciò che da quattro o cinque secoli il pensiero scientifico ha imparato a dire sul mondo.

Ma al di là di questo linguaggio essa ne parla un altro in merito all’essere dell’uomo, alla sua evoluzione e al divenire del cosmo;

essa vorrebbe parlare il linguaggio di Cristo-Michele” (p. 88).

 

 

Vedete? “Al di là” del linguaggio della scienza naturale.

Abbiamo infatti detto che chi segue seriamente l’antroposofia non solo apprezza in tutto il suo valore quanto la scienza (galileiana) ha fatto e fa nella sfera inorganica, ma si sente anche in vera comunione con il moderno spirito scientifico (“Per chi è penetrato nel vero senso della scienza moderna è chiaro che essa non mina la conoscenza del mondo spirituale, ma invece la sostiene e la assicura”) (25).

E’ in nome di questo spirito che ci si deve perciò battere contro la scienza materialistica che lo usurpa e mortifica ogni volta che si spinge “al di là” del mondo inorganico, con la pretesa di spiegare, in base a questo, i mondi della vita, dell’anima e dello spirito.

(“L’anima cosciente non arriverà mai alla conoscenza, neppure delle cose esteriori, se non si accosta ad esse con amore e dedizione, perché noi passiamo effettivamente davanti alle cose senza avvertirle, se non le avviciniamo con tali sentimenti, cioè con devozione. Questo sentimento è così la guida alla conoscenza dell’ignoto; lo è già nella vita ordinaria e tanto più lo è nei confronti del mondo soprasensibile” [26].)

 

Immaginate, per fare un banale esempio, d’inforcare degli occhiali con lenti rosse; vedrete tutto rosso: vedrete cioè rosse tanto le cose che sono rosse quanto quelle che non lo sono. Vedendo rosse le cose che sono rosse, vedrete dunque la realtà, mentre vedendo rosse le cose che non lo sono, non vedrete più la realtà, bensì v’illuderete o ingannerete.

Lo stesso vale per l’ordinaria “mente computazionale”: quando pensa in modo morto il mondo morto, pensa la realtà; quando pensa in modo morto i mondi della vita, dell’anima e dello spirito, non pensa più la realtà, bensì si pasce di se stessa, illudendosi o ingannandosi (il che è l’opposto della devozione, giacché questa, come dice Steiner, “deve sgorgare dall’Io e andare verso l’oggetto che si vuol conoscere”) (27).

 

 

Se verranno parlati tutti e due i linguaggi, l’evoluzione non potrà infatti interrompersi

e cadere in balìa di Arimane prima di aver ritrovato il divino-spirituale originario (…)” (p. 88).

 

 

Potrebbe capitare che qualcuno, sentendo dire che si devono parlare “tutti e due i linguaggi”, ritenga che si tratti allora di raggiungere un compromesso tra la scienza spirituale e quella materialistica.

Sarebbe un grave errore, poiché si tratta invece di liberare il pensiero dai sensi, così che sia in grado di pensare in modo attivo la vita, in modo qualitativo l’anima e in modo essenziale lo spirito.

 

“Quando nel movimento antroposofico – afferma Steiner -, si parla di occuparsi di aspirazioni scientifiche, esse vanno condotte con profonda serietà, in modo da non esporre l’antroposofia al pericolo di deviarla verso la chimica, la fisica, la fisiologia di oggi o verso altre scienze, ma da far fluire le singole scienze nella vera corrente della vivente conoscenza. Si vorrebbe sentire che i chimici, i fisici, i fisiologi, i medici parlassero antroposoficamente [non in senso, ovviamente, terminologico], perché non porta a niente che i singoli scienziati riescano a costringere l’antroposofia a parlare secondo la chimica, la fisica o la fisiologia” (28).

 

Lo abbiamo detto: ad Arimane non tanto preme che non si parli di vita, di anima e di spirito, quanto piuttosto che se ne parli (se proprio non se ne può fare a meno) allo stesso modo in cui si parla delle cose morte o materiali (come avviene, ad esempio, quando si parla dell’energia come di una “grandezza fisica”, o quando si parla, invece che di pensiero, d’”informazione”).

Vediamo adesso le massime, anche se ci sarà poco o nulla da aggiungere.

 

Massime 112/113/114 (2 novembre 1924)

 

 

112 – “Il divino spirituale si afferma variamente nel cosmo attraverso le seguenti tappe:

1° – con la sua propria   e n t i t à   originaria;

2° – con la   m a n i f e s t a z i o n e   di quell’entità;

3° – con l’ e f f e t t o   o p e r a n t e,  quando l’entità si ritrae dalla manifestazione;

4° – con l’ o p e r a   c o m p i u t a,  quando nel parvente universo non c’è più il divino,

bensì unicamente le sue forme”.

 

 

 

113 – “Nella concezione attuale della natura, l’uomo non ha un rapporto col divino,

bensì unicamente con l’opera di esso.

Con ciò che questa concezione comunica alla disposizione della nostra anima,

ciascuno può, in quanto uomo, congiungersi sia con le forze del Cristo, sia con le potenze arimaniche”.

 

 

Dal momento che il divino vive nel conoscere, e non nel conosciuto (nell’”opera di esso”),

chi voglia “congiungersi con le forze del Cristo” deve congiungersi scientemente con il pensare e con il conoscere,

onde evitare di venire inconsciamente congiunto, mediante il pensato e il conosciuto, “con le potenze arimaniche”.

 

Mi sembra di aver già fatto, una sera, questo esempio: l’Io è il soggetto “conoscente” e il cervello è l’oggetto “conosciuto”. Sembrerebbe ovvio, ma non è così. Le potenze arimaniche rovesciano infatti questo rapporto, sostenendo (tramite l’odierna neurofisiologia) che il cervello è il soggetto conoscente (addirittura “emotivo”, secondo Joseph LeDoux) (29), mentre il soggetto è l’oggetto conosciuto.

(Un recente lavoro del neurologo olandese Dick Swaab s’intitola: Noi siamo il nostro cervello. Come pensiamo, soffriamo e amiamo. Ci sarebbe però da chiedergli: “nostro” di chi? [30].)

 

 

114 – “Michele è pervaso dall’intento di incorporare nell’evoluzione umano-cosmica,

mercé il suo stesso esempio che agisce liberamente, quel rapporto col cosmo che l’uomo ha conservato

dai tempi dell’affermazione divina come entità e come manifestazione

[come Entità presente e attiva nella manifestazione, o come Io presente e attivo nel corpo astrale],

in modo che quanto dice la concezione naturale relativa alla semplice immagine, alla forma del divino,

sfoci in una superiore concezione della natura, adeguata allo spirito.

Quest’ultima sarà sì insita nell’uomo; sarà però appunto una successiva esperienza umana

del rapporto divino col cosmo durante le due prime tappe dell’evoluzione cosmica.

In questo senso l’antroposofia approva la concezione naturale dell’epoca dell’anima cosciente;

la integra però con quella che risulta dalla visione dell’occhio dello spirito”.

 

 

Dice Steiner che tale • “superiore concezione della natura”, sarà “una successiva esperienza umana del rapporto divino col cosmo durante le due prime tappe dell’evoluzione cosmica”.

E perché? Perché, in grazia dell’incarnazione del Logos, si è trasferita nell’uomo

non solo – come abbiamo detto – L’Entità divino-spirituale, ma anche la sua diretta o immediata manifestazione.

 

Che cosa dice infatti la massima 112? Dice che

• “Il divino spirituale si afferma” nel cosmo prima “con la sua propria entità originaria,

• poi “con la manifestazione di quell’entità”,

• poi ancora “con l’effetto operante, quando l’entità si ritrae dalla manifestazione”,

• e infine “con l’opera compiuta, quando nel parvente universo non c’è più il divino, bensì unicamente le sue forme”.

 

Dunque, è “quando l’entità si ritrae dalla manifestazione” che questa cessa di essere creatrice,

per mutarsi in una costante, e decadere così a effetto operante.

 

Riflettete: quando diciamo, recitando l’Ave Maria, “Il Signore è con te”, non alludiamo appunto

alla manifestazione (astrale) nel cui grembo è l’Entità divina (l’”Io sono”), e non a quella ridottasi a effetto operante?

(“L’anima ridiventa completa soltanto accogliendo in sé il Cristo. Soltanto ora io sono completamente anima:

ora soltanto io torno ad essere quello cui ero destinato per divino decreto fin dal principio della Terra” [31].)

 

 

Domanda: I miracoli sono una manifestazione?

Risposta: Sì, i miracoli (quelli veri) sono una manifestazione “creatrice”: ossia una manifestazione

di quella Entità divino-spirituale (l’”Io sono”) che agisce al di là o al di sopra del piano (astrale) delle cause e delle leggi.

 

Ricordi che cosa abbiamo visto una sera (massima 20)? Che Steiner parla dei miracoli come di “effetti senza causa”, e quindi di eventi che in tanto infrangono la regolarità e la prevedibilità delle leggi naturali in quanto sgorgano da un’Entità presente e attiva a un livello che trascende quello causale o normativo.

 

Ti leggo, al riguardo, questi passi di Meditazione e miracolo di Scaligero: “Occorre esercitarsi ad aprire il varco all’idea più audace: la possibilità che il divino irrompa d’autorità nell’umano. La vera legge della Natura in realtà è questa: la Sopra-Natura ha in pugno la natura, può in qualsiasi momento farne quello che vuole. L’uomo può aprirle il varco con la meditazione e con la preghiera (…) Il miracolo è a disposizione di chiunque sia capace di una certezza appassionata, a cui risponda la forza del cuore, come forza di donazione assoluta di sé (…) Il miracolo è la legge vera del reale. E’ sufficiente destarsi dall’ottuso stato di coscienza quotidiano, per accorgersene. In realtà, ogni momento avviene un miracolo. La possibilità di superare l’ineluttabile, di vincere la morte, di liberarsi dell’angoscia e della paura, avvolge tutto l’essere dell’uomo, pronta ogni momento a realizzarsi. La libertà dell’uomo consiste nel respingere questa possibilità, o nello schiuderle il varco” (32).

 

Voglio solo aggiungere, avendo scritto, in un breve ricordo del mio incontro con Scaligero (33), che “certi incontri si fanno non perché li si merita, ma per poterli meritare”, che la stessa cosa si potrebbe dire dei miracoli: anche questi, infatti, avvengono non perché li si meriti, ma per poterli meritare, cambiando e ri-creando anzitutto se stessi (in Gesù – scrive Paolo – siete stati “ammaestrati a spogliarvi, per quanto riguarda la vostra vita passata, dell’uomo vecchio, che si corrompe, seguendo le passioni ingannatrici; a rinnovarvi nello spirito dei vostri pensieri, a rivestirvi dell’uomo nuovo, che è stato creato ad immagine di Dio, nella vera giustizia e santità” – Ef 4, 21-24).

 


 

Note:

  1. G.W.F.Hegel: Enciclopedia delle scienze filosofiche – Laterza, Bari 1989, p. 115;
  2. R.Steiner: La storia alla luce dell’antroposofia – Antroposofica, Milano 1982, p. 92;
  3. N.Berdjaev: Nuovo Medioevo – Fazi, Roma 2004, p. 67;
  4. R.Steiner: La saggezza dei Rosacroce – Antroposofica, Milano 1959, p. 73;
  5. N.Berdjaev: Pensieri controcorrente – La Casa di Matriona, Milano 2007, pp. 121-122;
  6. R.Steiner: I punti essenziali della questione sociale – Antroposofica – Milano 1999, p. 267;
  7. R.Steiner: Il cristianesimo esoterico e la guida spirituale dell’umanità – Antroposofica, Milano 2010, p. 72;
  8. M.Scaligero: Graal. Saggio sul Mistero del Sacro Amore – Tilopa, Roma 1982, p. 19;
  9. N.Berdjaev: L’idea russa – Mursia, Milano 1992, p. 237;
  10. N.Berdjaev: Pensieri controcorrente, p. 142;
  11. R.Steiner: Calendario dell’anima – Arcobaleno, Oriago di Mira (Venezia) 2011, p. 113;
  12. N.Berdjaev: Nuovo Medioevo, p. 107;
  13. G.P.Eckermann: Colloqui col Goethe – Laterza, Bari 1912, vol. I, p. 168;
  14. R.Steiner: Azione e impulsi delle potenze spirituali sulla scena del mondo – Antroposofica, Milano 2010, p. 133;
  15. R.Steiner: Enigmi dell’essere umano – Antroposofica, Milano 2006, p. 124;
  16. J.C.Eccles: Come l’io controlla il suo cervello – Rizzoli, Milano 1994, p. 67;
  17. J.R.Searle: Mente, linguaggio, società – Raffaello Cortina, Milano 2000, pp. 36-37;
  18. cfr. R.Steiner: Cristo e l’anima umana – Antroposofica, Milano 1996;
  19. M.Scaligero: Iside-Sophia. La Dea ignota – Mediterranee, Roma 1980, p. 106;
  20. R.Steiner: Antropologia scientifico-spirituale – Antroposofica, Milano 2009, vol. II, p. 117;
  21. cfr. G.Sermonti: Una scienza senz’anima – Lindau, Torino 2008;
  22. ibid., p. 122;
  23. ibid., p. 91;
  24. N.Berdjaev: Il senso della creazione – Jaca Book, Milano 1994, p. 26;
  25. R.Steiner: Enigmi dell’essere umano, p. 105;
  26. R.Steiner: Metamorfosi della vita dell’anima – Tilopa, Roma 1984, p. 58;
  27. ibid., p. 59;
  28. R.Steiner: Conoscenza vivente della natura – Antroposofica, Milano 1993, p. 50;
  29. cfr. J.LeDouxe: Il cervello emotivo – Baldini Castoldi Dalai, Milano 2003;
  30. cfr. D.Swaab: Noi siamo il nostro cervello. Come pensiamo, soffriamo e amiamo – Elliot, Roma 2011;
  31. R.Steiner: Cristo e l’anima umana, p. 190;
  32. M.Scaligero: Meditazione e miracolo – Mediterranee, Roma 1988, p. 101;
  33. cfr. Intelletto d’amore, 20 giugno 2004.

 

 

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