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08 – COME L’UOMO SPERIMENTA MICHELE-CRISTO – MASSIME 115-117

Come l’uomo sperimenta Michele-Cristo – Massime 115-117

Commento di Lucio Russo


 

Cominciamo subito a leggere questa lettera, intitolata: Come l’uomo sperimenta Michele-Cristo (9 novembre 1924).

 

 

Chi accoglie nell’anima sua una visione interiore, sorretta da profondo sentimento, dell’essere e delle azioni di Michele,

vede sorgere in sé la giusta comprensione di come l’uomo debba trattare un mondo che non è entità divina,

o manifestazione divina, o effetto operante, ma che è opera compiuta degli dèi.

Guardare questo mondo con conoscenza vuol dire avere davanti a sé forme e configurazioni

che dovunque parlano forte del divino, nelle quali però, chi non si illude, non trova essere divino per sé vivente.

Ma non si dovrà guardare solo alla conoscenza del mondo.

Ad essa si manifesta sì, nel modo più chiaro, la configurazione del mondo che oggi circonda l’uomo.

Ma per la vita quotidiana è più essenziale il sentire, il volere e il lavorare in un mondo che nella sua costituzione

può sì venir sentito come divino, ma non sperimentato come vivificato dal divino.

Per introdurre in questo mondo una vera vita morale,

occorrono gli impulsi etici che ho disegnato nella mia Filosofia della libertà” (p. 90).

 

 

Scrive Paolo: • “Non vogliate conformarvi al mondo presente ma trasformatevi, col rinnovare il vostro intelletto,

affinché possiate distinguere qual è la volontà di Dio, quale il vero bene, che gli piace e ciò ch’è perfetto” (Rm 12, 2).

 

 • Chi fa la volontà di Dio trasforma dunque il mondo presente (a partire da se stesso e dal proprio intelletto),

mentre chi fa la volontà di Arimane gli si conforma, e chi fa quella di Lucifero lo fugge.

 

Non dobbiamo mai dimenticare che “questo” mondo (“Il mio regno non è di questo mondo” Gv 18,36), non è “il” mondo, e che per poter essere del mondo non si può essere, costi quel che costi, di “questo” mondo (“Nessuno può servire a due padroni” Mt 6,24).

Una cosa, insomma, è vivere con dignità e coraggio in “questo” mondo che “non è entità divina, o manifestazione divina, o effetto operante, ma è opera compiuta degli dèi”, altra “militare” (come dice Paolo) per “questo” mondo.

Scrive Goethe: “Sempre resistere / alle forze contrarie; / mai non piegarsi, / mostrarsi saldi, / evoca l’aiuto / delle divinità” (1).

 

 

In questo mondo dell’opera compiuta

può risplendere per l’uomo dal sentimento verace l’essere e il presente mondo d’azioni di Michele.

Michele, come presenza, non entra nel mondo fisico.

Con tutto il suo operare, egli rimane in una regione soprasensibile

immediatamente confinante col mondo fisico della fase attuale di evoluzione del mondo.

Perciò non può mai verificarsi che, per le impressioni che ricevono dall’essere di Michele,

gli uomini portino la concezione della natura al fantastico, o vogliano configurare la vita morale pratica,

in un mondo creato dagli dèi, ma non da loro vivificato, come se fosse possibile l’esistenza di impulsi

che non siano eticamente e spiritualmente portati dall’uomo stesso.

Sia pensando sia volendo, si dovrà sempre, per giungere a Michele, trasferirsi nel dominio dello spirito” (pp. 90-91).

 

 

Abbiamo già detto che Michele “non entra nel mondo fisico”, in quanto agisce nella sfera eterica

(“in una regione soprasensibile immediatamente confinante col mondo fisico”),

e che detiene le chiavi che schiudono, al di là della soglia, l’accesso al mondo animico-spirituale.

Soffermiamoci quindi sulle “impressioni” che riceviamo dal suo essere.

 

Quando ci occupammo de La filosofia della libertà, ricordai che, a detta di Croce, i tedeschi avevano il concetto della libertà, ma non la pratica, mentre gli inglesi ne avevano la pratica, ma non il concetto.

Evidentemente, i primi avevano letto solo la prima parte de La filosofia della libertà (dedicata appunto alla “scienza della libertà), mentre i secondi ne avevano letto solo la seconda (dedicata appunto alla “realtà della libertà”).

Scherzi a parte, sia i tedeschi, sia gli inglesi non avevano dunque la libertà, giacché questa può essere soltanto unità o sintesi di “concetto” e “pratica” o di “scienza” e “realtà”.

 

Mi è parso opportuno ricordarlo perché Steiner dice che • “non può mai verificarsi che, per le impressioni che ricevono dall’essere di Michele, gli uomini portino la concezione della natura al fantastico, o vogliano configurare la vita morale pratica, in un mondo creato dagli dèi, ma non da loro vivificato, come se fosse possibile l’esistenza di impulsi che non siano eticamente e spiritualmente portati dall’uomo stesso”.

 

Si porta “la concezione della natura al fantastico” quando si crede (come ad esempio Schopenhauer) che sia un regno privo di pensiero, e si aspetta la manna dal cielo quando si crede (come ad esempio, vi dissi, Musatti) che l’uomo sia un essere privo di volontà.

Chi realizza, invece, che Dio è ormai nell’uomo, e che non è più possibile, perciò, “l’esistenza di impulsi che non siano eticamente e spiritualmente portati dall’uomo stesso”, non avrà difficoltà a comprendere che potrà esserci un mondo migliore solo quando noi stessi saremo migliori.

L’ho detto e ripetuto infinite volte: chi semina gli errori del pensare raccoglie gli orrori del volere.

 

Essendo abituati però a distinguere, sulla scia di Kant, la “ragion pura” dalla “ragion pratica”, crediamo che la conoscenza (il pensare) non abbia nulla a che fare con la moralità (con il volere). E’ per questo che si sente oggigiorno il bisogno di affiancare al lavoro dei ricercatori o degli scienziati quello dei cosiddetti “comitati-etici”.

Ma un vero conoscere, ossia un conoscere che fosse in grado di rapportarsi a ogni livello con la realtà, non avrebbe affatto bisogno di appoggiarsi a un’etica estrinseca, poiché sarebbe in grado di risvegliare, da sé, gli impulsi morali.

 

Ascoltate queste parole di Schelling: • “E’ un’impresa della ragione davvero temeraria liberare l’umanità, sottraendola ai terrori del mondo oggettivo; ma è un’impresa che non può fallire, perché l’uomo diventa più grande a misura che impara a conoscere se stesso e la sua forza. Gli si dia la coscienza di ciò che è, ed egli imparerà ben presto a essere ciò che deve: gli si dia il rispetto teoretico per se stesso e ne deriverà ben presto anche quello pratico” (2).

Ricordate che cosa insegnava Socrate? Insegnava che il bene deriva dalla conoscenza, il male dall’ignoranza.

Molti storici della filosofia parlano, al riguardo, di “intellettualismo etico”, giacché, nulla sapendo dell’evoluzione dell’anima, ignorano che tale insegnamento si fondava sul fatto che non si era ancora instaurata, allora, una netta separazione tra il pensare e il volere (simbolicamente, Joachim e Boaz, le due colonne del Tempio di Salomone, oppure Psiche ed Eros).

 

Lasciate che vi legga, a proposito dell’evoluzione dell’anima, questa significativa pagina di Steiner:

• “Questo vediamo vivere nella coscienza di tutte le antiche epoche. Le personalità dirigenti, dalle figure degli eroi fino a Platone, venivano considerate come figli degli dèi; vale a dire, dietro alle personalità che appaiono nella storia, gli uomini scorgevano il divino quando riguardavano indietro ai tempi preistorici, a tempi sempre più lontani; in Platone e negli eroi ravvisavano esseri discesi, anzi persino generati da entità divine. Così vedevano unirsi i figli degli dèi con le figlie degli uomini al fine di far scendere l’elemento spirituale sul piano fisico. Così erano visti in quegli antichi tempi i figli degli dèi, i semidèi, cioè gli uomini il cui essere era connesso col divino. Dal momento invece in cui sentirono di poter parlare dell’azione dell’io nell’io [cioè nel corso dello sviluppo dell’anima razionale-affettiva], di quello che vi è nella personalità umana, i greci designano le loro somme guide col nome dei sette saggi, e indicano così ciò che era divenuto puro elemento umano, discendendo dai figli degli dèi. Che cosa doveva poi dire l’istinto dei popoli nei tempi successivi alla Grecia? Si trattava ora di presentare ciò che l’uomo elabora sul piano fisico, e come lo innalza con tutto il suo frutto al mondo spirituale. Se cioè nei tempi più antichi si sentiva di dover vedere prima dell’uomo, e l’uomo fisico come un’ombra, se durante il periodo greco si vedevano dei saggi che per così dire vivevano come io nell’io, nei tempi successivi alla Grecia si dovettero vedere delle personalità che vivevano sul piano fisico e si innalzavano poi allo spirito mediante ciò che vive nel fisico. Questo concetto è nato dall’istinto di un sapere. Come l’epoca pregreca ebbe figli di dèi, come i greci ebbero dei saggi, così i popoli che seguirono hanno dei santi che si elevano alla vita spirituale attraverso quello che si conquistano sul piano fisico con le loro azioni” (3).

 

“Sia pensando sia volendo – dice ancora Steiner -,

si dovrà sempre, per giungere a Michele, trasferirsi nel dominio dello spirito”.

 

Per chiunque intenda seguire il cammino dell’antroposofia, è questo il primo passo o il primo impegno. Ce ne saranno altri, ma sarà impossibile affrontarli se non si sarà provveduto anzitutto a liberare il pensiero dalla forza arimanica che ordinariamente lo grava. E’ questa, infatti, a tenere attaccato il pensiero al cervello (alla materia) così come la forza magnetica tiene attaccato il ferro alla calamita.

(• “Per gli antroposofi, è di straordinaria importanza familiarizzarsi con quei puri concetti mediante i quali, un gradino dopo l’altro, [si giunge a completare la rete concettuale]. E’ straordinariamente proficuo, e rappresenta un esercizio meditativo straordinariamente fecondo, vivere nella sfera dei cristallini concetti hegeliani; è un importante strumento di educazione dell’anima” [4].)

 

Pur di mantenere inalterato questo stato, Arimane, insieme a molte altre cose che vanno oggi di moda, ha inventato perfino un proverbio: “Chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quello che perde, ma non sa quello che trova”.

Grazie a Steiner, però, sappiamo che quello che perdiamo lasciando la via vecchia è meglio perderlo che trovarlo, e che quello che troviamo sulla via nuova è meglio trovarlo che perderlo.

 

 

Così facendo si vivrà spiritualmente nel modo seguente: si prenderanno la conoscenza

e la vita come appunto vanno prese ormai dal secolo quindicesimo in poi.

Ma ci si atterrà alla rivelazione di Michele; la si lascerà risplendere come una luce entro i pensieri che si ricevono dalla natura,

la si porterà nel cuore come calore mentre si vivrà conformemente al mondo divino dell’opera compiuta” (p. 91).

 

 

Vedete, viviamo in un mondo che è un’opera compiuta cui dobbiamo essere grati,

perché, senza il suo sacrificio, mai avremmo raggiunto la coscienza dell’Io.

Perché l’Io potesse dire: “Io sono il soggetto (l’ego) e tu sei l’oggetto (il non-ego)”, è stato infatti necessario realizzare

uno stato (cartesiano) in cui non si desse più quella che Lévy-Bruhl ha definito una participation mistique: vale a dire,

uno stato in cui l’uomo non era ancora un “individuo” in grado di reggersi su di sé, e di dirsi quindi: ”Io sono”.

 

Questo Io (questo ego) occorre però santificarlo. Recitando il Pater Noster, diciamo: “Sia santificato il Tuo nome”. Ma qual è il Suo nome? Ce lo dice Dio stesso: “Mosè disse a Dio: “Ecco, io vado dai figli d’Israele e dico a loro: “Il Dio dei vostri padri mi ha inviato a voi”. Mi diranno: “Quel è il suo nome?”. Che cosa risponderò loro?”. Dio disse a Mosè: “Io sono colui che sono”. E aggiunse: “Così dirai ai figli d’Israele: Io-sono mi ha mandato da voi”” (Es 3, 13-14).

 

“Sia santificato il Tuo nome” significa dunque “Sia santificato l’Io” (l’ego).

Quale frutto della coscienza corporea o spaziale dell’Io, l’ego non è infatti “santo” (spirituale),

bensì “profano” (psico-fisico).

 

Abbiamo visto, infatti, che la coscienza dell’Io (l’autocoscienza) nasce sul piano dell’opera compiuta,

perché è solo qui che il soggetto (l’ego) può contrapporsi a un oggetto (a un non-ego):

a un oggetto ch’è tutto quello (tutto il mondo) che il soggetto non è

(si potrebbe dire, dell’ego, ciò che dice Hegel, sul piano logico, dell’”essere per sé”: “Esso è uno, che ha relazione

solo con se stesso e respinge da sé l’altro”; “L’uno è ciò che esiste per sé, che si distingue assolutamente dagli altri”) (5).

 

Ritrovare l’Io al di là dell’ego e del non-ego non è facile. Di norma, riusciamo a farlo soltanto durante il sonno.

• Nostro compito, però, sarebbe quello di riuscire a superare (come abbiamo visto a suo tempo)

il dualismo di soggetto e oggetto allo stato di veglia, riconoscendo l’Io, sia nell’ego, sia nel non-ego.

 

Per assolvere questo compito occorrono però pazienza, umiltà ed equilibrio ( • “In una vera conoscenza

si rimane molto umili, perché si sa che si consegue una vera conoscenza soltanto nel corso del tempo.

Se si vive nella conoscenza si sa quanto sia difficile conseguire la più semplice verità, magari cercata per decenni”) (6).

 

Pensate, per fare un esempio, all’idea della “triarticolazione dell’organismo sociale”.

Capita, ogni tanto, che qualcuno venga preso dalla tentazione di battersi, sul piano politico, per realizzarla,

nonostante Steiner abbia detto che “il rimedio non può consistere nel creare nuove posizioni di lotta” (7).

 

Ciò vuol forse dire che dobbiamo starcene con le mani in mano, e non fare nulla per realizzarla? Assolutamente no!

Vuol dire, piuttosto, che dovremmo batterci per cominciare a realizzarla anzitutto nel nostro pensare e nel nostro sentire

(• “Sono in molti a dire di evitare di stare lì ad almanaccare e di vivere, invece, una vita d’azione.

Come sarebbe meglio, per contro, se si evitasse di compiere tante azioni premature

e la gente badasse un po’ di più a pensare!”) (8).

 

Ma davvero si crede che così come siamo, vale a dire degli ego non “triarticolati” (vedi L’iniziazione) (9), bensì “tutti d’un pezzo”, saremmo pronti a vivere in un organismo sociale nel quale la vita spirituale si fondasse sulla libertà, la vita giuridica sull’uguaglianza e quella economica sulla fraternità?

Si usa dire: “Fatta la legge, trovato l’inganno”; ebbene, quanto tempo (o quanta “fantasia immorale”) credete che occorrerebbe, a chi pensa e sente così, per mandare in malora un organismo sociale in tal modo rinnovato (nel quale, per dirne solo una, l’incentivo al lavoro non sarebbe più costituito dalla brama del guadagno personale)?

Stiamo attenti perciò a non illuderci e a non fare il passo più lungo della gamba. Guai, infatti, a voler raccogliere all’esterno (nella sfera del volere) quanto non si è prima seminato all’interno (nelle sfere del pensare e del sentire).

 

Penso sappiate, ad esempio, che la stampa, anni fa, dette notizia che la banca centrale degli Stati Uniti, la Federal Reserve, stava prendendo in considerazione l’idea (avanzata anche da Steiner) di una periodica scadenza del denaro (10).

Ma perché la stava prendendo in considerazione? E’ presto detto: per costringere la gente a spendere, dal momento che i consumi stavano diminuendo.

Ciò dimostra ch’è possibile espiantare dal corpo spirituale dell’antroposofia delle idee per trapiantarle in un altro, che gli è magari avverso (“Il materialismo nell’ambito della vita conoscitiva e l’utilitarismo nel campo della vita pratica sono due cose dello stesso genere”) (11).

 

Non dimentichiamolo: le idee sono importanti, ma ancora più importante è lo spirito che le anima e del quale sono (consciamente o inconsciamente) al servizio.

Come chiude infatti Steiner La filosofia della libertà? Rileggiamolo:

“Questo libro non concepisce perciò il rapporto fra scienza e vita nel senso che l’uomo debba piegarsi all’idea e consacrare le proprie forze al suo servizio, ma nel senso che egli debba impadronirsi del mondo delle idee per adoperarlo per i propri fini umani, i quali vanno al di là di quelli puramente scientifici. Dobbiamo poterci mettere di fronte all’idea in modo vivente; altrimenti si diventa schiavi di essa” (12).

 

 

Allora ci si porrà dinanzi agli occhi non solo l’osservazione e l’esperienza del mondo presente,

ma anche ciò che Michele trasmette: una condizione passata del mondo, una condizione del mondo

che appunto Michele, col suo essere e con le sue azioni, trasporta nel presente” (p. 91).

 

 

E’ questa quella che abbiamo chiamato la “nostalgia del futuro” (quella luciferica è l’abituale nostalgia del passato). Michele prende infatti il passato, vale a dire lo stato di comunione tra l’Entità divino-spirituale e la manifestazione, e lo trasporta nel presente, così che l’uomo possa fare del suo passato il suo futuro (• “Questa proposizione è una regola aurea: ogni ideale è germe di futuri eventi naturali; ogni evento naturale è frutto di passati eventi spirituali”) (13).

Solo il nostro vero passato può essere dunque il nostro sano e santo futuro, giacché dobbiamo tornare donde siamo venuti (“Se non diverrete come bambini…”). Certo, quando ci torneremo (se ci torneremo) non sarà più come prima.

 

Ricordate che cosa ha detto Steiner la volta scorsa?

“Non sarà più la stessa entità che fu una volta come cosmo, quella che sorgerà così per opera dell’umanità.

Attraversando il gradino dell’umanità, il divino-spirituale sperimenterà un’esistenza che prima non manifestava”.

 

Un conto dunque è dire (come faceva un tempo Maurizio Costanzo) che il “futuro è dietro l’angolo”,

e quindi ignoto o buio, altro sapere qual è (l’Apocalisse di Giovanni), e in quale direzione ci si debba perciò muovere.

 

Diceva Baudelaire che l’unico vero progresso consiste nella graduale cancellazione delle tracce del peccato originale;

e Steiner osserva:

“In tempi antichi ci si riferiva al peccato originale morale, e l’evoluzione dell’umanità era pensata nel senso appunto di tale peccato originale, oggi occorre pensare a un ideale dell’umanità, a un superamento del peccato originale grazie alla spiritualizzazione della conoscenza, al riconoscimento del contenuto spirituale del mondo” (14).

 

 

Se fosse altrimenti, se Michele agisse in modo da introdurre le sue azioni nel mondo

che al presente l’uomo deve conoscere e sperimentare come mondo fisico,

l’uomo di oggi non apprenderebbe dal mondo ciò che in realtà vi è in esso, ma ciò che vi fu.

Se questo avviene, una simile illusoria comprensione del mondo conduce l’anima umana

fuori dalla realtà adatta ad essa, e precisamente in una realtà luciferica.

Il modo in cui Michele porta ad effetto il passato nella vita umana attuale,

è quello conforme al vero progresso spirituale del mondo, che non contiene nulla di luciferico.

È importante che, nella concezione dell’anima umana, viva una giusta rappresentazione

di come, nella missione di Michele, venga evitato tutto ciò che è luciferico” (p. 91).

 

 

Ripensiamo al libro dei Bastaire: Per un’ecologia cristiana (lettera 19/10/1924).

Non è forse un’“illusoria comprensione del mondo” credere che Dio viva nell’effetto operante e nell’opera compiuta

(proprio nella sfera, cioè, in cui vige, non a caso, il Principio di conservazione dell’energia)?

 

Capisco che asserire che Dio non vive più in quella sfera potrebbe far pensare che si condivida l’idea nietzschiana

della “morte di Dio”, ma è questo forse un buon motivo per illudersi (lucifericamente) che ci viva ancora?

Fatto si è che Nietzsche si è accorto del Dio (creatore) ch’è morto (nella natura), ma non del Dio (ri-creatore)

ch’è risorto (nell’uomo), e che, muovendo dall’uomo (quale Figlio dell’uomo), può far risorgere anche la natura.

 

Ascoltate con quanta chiarezza Steiner riassume ciò che abbiamo detto al riguardo:

“Un tempo la natura era il corpo vivente dello spirito, come il corpo dell’uomo lo è dell’anima. Ora, il corpo dello spirito universale si espande, manifestando tratti che un tempo lo spirito gli aveva incorporato, mostrandone i gesti nel suo divenire e tessere e presentandone gli influssi. L’azione spirituale nel corpo del mondo dovette precederne lo stato attuale, affinché esso si indurisse e mostrasse nel regno minerale un precursore del sistema osseo umano, nel regno delle piante un precursore del sistema nervoso umano e in quello animale un precursore animico dell’uomo. Così il corpo del mondo venne condotto dalla gioventù alla vecchiaia. Gli attuali regni minerale, vegetale, animale sono in certo modo le creazioni irrigidite di ciò che un tempo fu compiuto secondo corpo e spirito in un divenire che oggi è spento. Dal grembo dell’antico corpo del mondo però, la spiritualità creatrice poté far nascere l’uomo dotato di anima e spirito, nella cui interiore conoscenza rilucono le idee con le quali un tempo la spiritualità creante produsse il corpo del mondo. Nella natura attuale riposa come incantato lo spirito un tempo in essa vivente e operante; nell’anima umana esso viene disincantato” (15).

 

Dice Steiner che “il modo in cui Michele porta ad effetto il passato nella vita umana attuale,

è quello conforme al vero progresso spirituale del mondo, che non contiene nulla di luciferico”.

Perché non contiene nulla di luciferico?

Perché non fugge la morte (né la scienza della morte), bensì l’affronta, la supera e la vince in grazia della risurrezione.

 

Abbiamo già detto, al riguardo, che la scienza (galileiana) è grande proprio perché comincia, conoscendola, a vincere la morte, ma che, non sapendo in virtù di quale forza (“creatrice”) le riesca di farlo, diventa ignara schiava o vittima di ciò che ha vinto (tanto che si potrebbe dire, parafrasando il celebre “Graecia capta, ferum victorem cepit”: “mors capta, vivum victorem cepit”).

 

• “È importante – dice ancora Steiner – che, nella concezione dell’anima umana, viva una giusta rappresentazione di come, nella missione di Michele, venga evitato tutto ciò che è luciferico”.

Ciò significa che dobbiamo trovare il coraggio (se intendiamo seguire Michele e comprendere l’antroposofia) di essere moderni: cioè uomini dell’anima cosciente (“Nessuno – dicevano i Padri del deserto – può essere assolto da un peccato che non ha commesso”).

Per essere moderni, però, non basta vivere oggi sulla Terra, giacché una cosa è l’evoluzione del corpo, altra quella dell’anima; così come non basta sentirsi attratti dalle “cose” dello spirito per redimersi e redimere, giacché una cosa è la luce di Lucifero (lux-fero), altra quella del Cristo (per questo i Rosacroce affermano, come sappiamo: Christus verus Lucifer).

 

Lo stile di Michele, ad esempio, è a tal punto sobrio ed essenziale (solare) che non di rado capita che quanti si sentono attratti dalle “cose” dello spirito, avvezzi alle ridondanze, alle suggestioni e agli estetismi (lunari) di quello luciferico, lo avvertano freddo e distante.

Scrive però Steiner, ne La mia vita: “Il mio stile non è tenuto in modo da far trapelare nei periodi i miei sentimenti soggettivi. Mentre scrivo attutisco ciò che sale dall’intimo calore e dal profondo sentimento, in uno stile asciutto, matematico. Ma solo questo stile può essere un risvegliatore, poiché il lettore deve suscitare in se stesso il calore e il sentimento; non può lasciare che, in uno stato di coscienza smorzata, essi vengano in lui semplicemente “travasati” dall’autore” (16); e, in altra sede, afferma: “Scrivendo nel modo in cui io cerco di scrivere, si agisce sull’io, e l’io dispone del libero arbitrio. Usando invece uno stile “ebbro” si interviene sul corpo astrale, che però non è altrettanto libero, anzi non lo è affatto (…) Osservando il modo in cui un uomo compone le proprie frasi, possiamo dire: se compone le frasi usando la logica e una frase segue l’altra, l’uomo agisce sull’io dell’altro, e l’io è libero” (17).

Ricordiamoci, insomma, che Michele non opera nella sfera (astrale) del sentire, bensì in quella (eterica) del pensare immaginativo, e ch’è solo in virtù di questa sua vivente mediazione ch’è concesso accedere, al momento giusto, a quella del sentire, della luce e della bellezza dello spirito, ch’è la sfera, come ormai sappiamo, della Vergine-Sophia.

 

 

Prendere questa posizione di fronte alla luce di Michele che sta sorgendo nella storia dell’umanità,

vuol dire anche poter trovare la giusta via al Cristo.

Michele darà il giusto orientamento quando si tratta del mondo che circonda l’uomo,

quale campo per la sua conoscenza o la sua azione.

La via al Cristo dovrà venir trovata nell’interiorità” (pp. 91-92).

 

 

Non so se sapete che tra i vari archetipi di cui parla la psicologia junghiana c’è quello cosiddetto del “Puer aeternus”.

• Un conto, tuttavia, è il Puer aeternus (quello, ad esempio, ch’è nelle braccia della Madonna Sistina),

• altro è l’aeternus puer, ch’è figlio di Lucifero.

 

Non tutti se ne rendono conto, e faticano quindi a capire il perché Steiner affermi (come vedremo) che “Michele è serio in tutto perché la serietà, come manifestazione di un essere, è il riflesso del cosmo attraverso quell’essere”, e che ciò che occorre è un “virile ingresso nel severo mondo dello spirito”.

Dice Steiner: • “Prendere questa posizione di fronte alla luce di Michele che sta sorgendo nella storia dell’umanità, vuol dire anche poter trovare la giusta via al Cristo”.

 

Qual è questa “giusta via”? Lo sappiamo: è quella che

dal Battista, in qualità di “precursore”, ossia di ego (“Io sono la voce di colui che grida nel deserto” – Gv 1,23),

risale a Michele (alla coscienza immaginativa),

• che da Michele risale (attraversando la soglia) alla Vergine-Sophia (alla coscienza ispirata),

• e che dalla Vergine-Sophia risale al Cristo (alla coscienza intuitiva).

 

Ricordiamo che

Lucifero media tra noi e la conoscenza della nostra interiorità,

• mentre Arimane media tra noi e la conoscenza del mondo esterno.

 

• Non vediamo perciò il mondo esterno nella sua verità, ma così come Arimane ci costringe a vederlo;

se non fosse per lui, insieme al corpo delle cose vedremmo infatti l’anima e lo spirito delle cose

(“In verità, in verità vi dico: voi vedrete il cielo aperto, e gli Angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo” – Gv 1,51).

• Siamo chiamati dunque a porre, interiormente, il Cristo al posto di Lucifero

• e a raccordare o integrare, esteriormente, l’ordinaria mediazione di Arimane con quella immaginativa di Michele.

 

• Ho detto “raccordare” o “integrare” perché la mediazione di Arimane non va annullata,

bensì limitata alla sfera che le compete, ch’è quella, come abbiamo detto e ripetuto, della realtà inorganica.

• Questo raccordare o integrare la mediazione di Arimane con quella di Michele vuol dire ad esempio

realizzare (in modo scientifico-spirituale) che la morte nasce dalla vita,

e non, come oggi si vorrebbe far credere (in modo scientistico),

che la vita nasce dalla morte (che la vita è una proprietà della morte o della materia).

 

 

(…) La natura deve venire conosciuta e sperimentata, riconoscendo che tutto vi è vuoto di divinità.

Perciò, in una relazione simile col mondo, l’uomo non sperimenta più se stesso.

In quanto l’uomo è un essere soprasensibile, la posizione del suo sé nei confronti della natura,

una posizione adatta ai tempi, non gli dice nulla del suo proprio essere.

Se considera soltanto quella posizione, l’uomo non può vivere eticamente in modo adeguato alla sua umanità” (p. 92).

 

 

Abbiamo già visto, parlando del libro dei Bastaire, che “la natura deve venire conosciuta e sperimentata, riconoscendo che tutto vi è vuoto di divinità” (vivente), dal momento che quanto conosciamo e sperimentiamo non è che opera compiuta, effetto operante e manifestazione (congelata) del passato.

 

Questo che cosa vuol dire? Vuol dire che

• per trovare una forza in grado di ri-creare a nuovo il passato dobbiamo guardare non alla natura

(nella quale vige, come ho già ricordato, il Principio di conservazione dell’energia), ma all’uomo,

poiché lo spirito che ha creato un tempo il mondo è ora in lui, ed è da qui che vuole portare avanti la creazione.

Siamo noi, però, a doverglielo permettere divenendo ciò che siamo (degli Io)

e cominciando quindi col ri-creare noi stessi.

 

Fatto sta che come noi guardiamo la natura, così la natura guarda noi, poiché è da noi che attende la propria liberazione o il riscatto del proprio sacrificio. Mai dovremmo perciò dimenticare la grave responsabilità che abbiamo nei confronti di tutti i suoi esseri.

 

Lasciate che vi legga, a questo proposito, un brano della Lettera ai Romani (8, 19-23), nella traduzione di Emil Bock:

• “Attorno a noi tutte le creature attendono con grande nostalgia che nell’umanità i figli di Dio inizino a rilucere. La creatura è sottomessa alla caducità, non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha trascinata con sé in questa caducità, e così tutto in lei è ricolmo di nostalgia del futuro. Anche nei regni della creazione deve passare il respiro della libertà; la schiavitù della caducità deve cessare. Nell’illuminarsi delle sfere dello spirito la schiavitù farà posto alla libertà, alla quale sono destinati tutti gli esseri generati da Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola; ma anche noi, che possediamo le primizie dello spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, che ci porterà la redenzione fino nel nostro corpo” (18).

 

Dice Steiner: • ”Perciò, in una relazione simile con il mondo, l’uomo non sperimenta più se stesso”.

 

• Se è vero (com’è vero) che il Logos vive nell’uomo (nel suo Io), e non più nella natura,

• è vero allora che l’uomo, conoscendo la natura, conosce il proprio passato, la propria storia

o la scia prodotta dal proprio passaggio, ma non se stesso: vale a dire, il proprio presente (inabitato dal proprio futuro).

E’ per questo che “non può vivere eticamente in modo adeguato alla sua umanità”.

 

Ascoltate quanto dice qui Steiner (siamo nel dicembre del 1919): • “Se lasciamo che ancora per tre decenni si continui a insegnare come si fa ora nelle nostre università, che si continui a pensare sulle questioni sociali come si fa attualmente, avremo fra trent’anni un’Europa devastata. Si potranno proporre ideali in questo o quel campo, ci si potrà sgolare a parlare delle singole aspirazioni che vengono dai diversi gruppi di uomini, o a parlare della fede che qualcosa sia fatto per tali pressanti aspirazioni per il futuro dell’umanità; tutto sarà inutile se la trasformazione non avverrà partendo dalle fondamenta delle anime umane, dal pensiero dei nessi esistenti fra questo mondo e quello spirituale. Se non ci si trasformerà, se non si muterà pensiero, verrà il diluvio morale sopra l’Europa” (19).

 

Ci si conferma dunque, come sempre, che gli orrori della volontà discendono dagli errori del pensiero.

E quale sommo errore commette l’odierna scienza (materialistica)? Quello di voler spiegare l’uomo a partire dalla natura.

Ma com’è possibile spiegare l’uomo, cioè l’essere in cui vive Dio, a partire da una natura in cui non vive Dio?

 

Fatto sta che gli ostacolatori approfittano della frattura tra la noetica e l’etica

per dividersi l’essere umano (divide et impera):

Arimane si accaparra infatti la scienza, che naturalizza l’uomo,

• mentre Lucifero si accaparra la fede, che spiritualizza (come abbiamo visto fare dai Bastaire) la natura.

 

Sappiamo che l’antroposofia è in grado di saldare questa frattura, ma sappiamo pure che proprio per questo è invisa tanto alla cosiddetta “comunità scientifica” quanto alla Chiesa cattolica (ma non solo a questa): alla prima, perché è spirituale; alla seconda, perché è scientifica.

Dovremmo cominciare dunque a saldare tale frattura (ch’è quella tra il pensare e il volere), rivolgendoci a Michele, giacché il suo impulso immaginativo è insieme conoscitivo e artistico.

Non nel senso, badate, che Michele da un lato conosca e dall’altro magari balli, dipinga, suoni o si dedichi ad altre “attività artistiche”, ma nel senso che Michele impegna nell’attività conoscitiva le stesse forze che vengono abitualmente impegnate in tali attività.

Teniamo conto, infatti, che anche quella del pensare vivente è un’”attività artistica” capace di suscitare non meno entusiasmo di quello che in genere suscita, che so, la nona sinfonia di Beethoven o il “Va’, pensiero” di Verdi.

 

Rileggiamo queste parole di Steiner: • “Ho conosciuto molte persone che hanno messo subito da parte proprio quell’opera di Hegel [l’Enciclopedia delle scienze filosofiche], dopo averne letto due o tre pagine. Però una cosa non si è disposti ad ammettere facilmente: che potrebbe essere colpa nostra, se quei pensieri ci lasciano freddi, se non suscitano in noi conflitti di portata vitale, capaci di sollevarci dagli abissi al cielo. Non si ammette volentieri che potrebbe dipendere da noi! Esiste infatti la possibilità di partecipare appassionatamente a quello che la gente chiama le “astrazioni” di quei tre filosofi [Fichte, Schelling ed Hegel], di sentirvi non soltanto del calore, ma addirittura l’intero trapasso dal massimo gelo al calore vitale più ardente. Si può arrivare a sentire che quelle pagine non sono scritte solo con pensieri astratti, ma direttamente col sangue” (20).

 

 

Ciò dà l’occasione di non far penetrare quella conoscenza e quella maniera di vita

in nessuna cosa relativa all’entità soprasensibile dell’uomo e, in genere, al mondo soprasensibile.

Questo campo, viene separato da quello accessibile alla conoscenza umana.

Di fronte al conoscibile si stabilisce un campo extra-scientifico, o al di là della scienza, di rivelazioni religiose.

Ma di fronte a ciò sta l’attività puramente spirituale del Cristo.

Il Cristo, dal mistero del Golgota in poi, è raggiungibile per l’anima umana.

E non occorre che i rapporti dell’anima col Cristo rimangano indeterminati e oscuri sentimenti mistici;

possono divenire esperienza umana pienamente concreta, chiara e profonda” (p. 92).

 

 

Ho letto da poco un libro che non è male. E’ del matematico Giorgio Israel e s’intitola: Chi sono i nemici della scienza (21).

Vi si sostiene che la scienza non è un metodo, in quanto la scienza è una, mentre i metodi sono tanti quanti sono i campi d’indagine. D’accordo, ma se la scienza non è un metodo, che cos’è allora?

Israel fa della giusta e garbata ironia sul “metodologismo” (sull’odierna mania del metodo), ma non arriva ad affermare, chiaro e tondo, che la scienza è spirito: quello spirito che, animando il ricercatore, gli suggerisce appunto il metodo che il suo campo d’indagine richiede.

 

Allorché Freud, tanto per dirne una, decise di affrontare il fenomeno della psiche inconscia, trovò che il metodo richiesto da tale campo d’indagine era costituito dalle cosiddette “libere associazioni” e dalla interpretazione dei sogni; se avesse deciso di affrontare qualche altro fenomeno, avrebbe sicuramente adottato un metodo diverso.

Ma qual è il problema? E’ che, per tutti noi (coscienti o incoscienti nominalisti), lo spirito scientifico è solo una “parola”, ossia “roba – come si usa dire a Roma – che non se magna”.

 

Sia in questo libro di Israel, sia in quello di Sermonti, si polemizza dunque con la scienza attuale, ma non ci si rende conto che il solo torto di questa sta nel fatto di voler studiare le realtà della vita, dell’anima e dello spirito con lo stesso pensare e con gli stessi metodi con i quali è abituata ad affrontare, con indubbio successo, la realtà meccanica o inorganica del mondo: ossia con un pensare e con dei metodi che possono servire a spiegare il cadavere dell’uomo, ma non il suo essere.

Se si vuole evitare un tale riduzionismo (“Dovunque sarà il cadavere, ivi si raduneranno gli avvoltoi” – Mt, 24,28), evitando al tempo stesso che la conoscenza della vita, dell’anima e dello spirito rimanga monopolio delle dottrine religiose, è necessario allora che la scienza sviluppi e adotti nuovi livelli di pensiero e nuovi metodi.

A che ciò si verifichi si oppongono però i rappresentanti di tali dottrine, che lanciano anatemi contro qualsiasi presunta o vera forma di “gnosticismo”.

Ignorano, purtroppo, che simili anatemi vengono lanciati, di fatto, contro lo Spirito Santo: contro quello “Spirito di Verità” del quale la scienza, quando è vera, costituisce appunto il veicolo (“Non c’è nulla infatti di nascosto che non debba essere manifestato e nulla di segreto che non debba essere messo in luce” – Mc 4,22).

 

Domanda: Ma la scienza è veicolo di Michele o dello Spirito Santo?

Risposta: E’ veicolo di Michele sul piano eterico del pensare; è veicolo della Vergine-Sophia sul piano astrale della coscienza; ed è veicolo dello Spirito Santo sul piano dell’Io.

 

Ogni volta che si pecca contro il conoscere si pecca, essenzialmente, contro lo Spirito Santo, e quindi contro quello spirito che solo potrebbe permetterci, come titola un ciclo di conferenze di Steiner, di “ritrovare il Cristo” (22).

Vedi, nel Pater Noster formulato da Steiner a un certo punto è detto: • “Poiché in te, o Padre santo, non esiste tentazione alcuna”. Sai che cosa significa? Significa che Dio è la Realtà e che la Realtà è Dio (mentre gli ostacolatori, come recita poco dopo la stessa preghiera, sono “illusione” e “inganno”).

 

Se potessimo conoscere e vedere il reale, conosceremmo e vedremmo dunque Dio:

“Beati i puri di cuore – dice infatti il Vangelo – perché vedranno Dio” (Mt 5,8).

E chi sono i “puri di cuore”? Appunto quelli che, in grazia di Michele, della Vergine-Sophia e dello Spirito Santo,

si sono conquistati l’intelletto d’amore o il pensiero del (sacro) cuore.

 

Dice Steiner che • “il Cristo, dal mistero del Golgota in poi, è raggiungibile per l’anima umana”.

L’anima umana può raggiungere il Cristo, perché il Cristo, facendosi “carne”, ha raggiunto l’anima umana.

 • “E non occorre – prosegue – che i rapporti dell’anima col Cristo rimangano indeterminati e oscuri sentimenti mistici; possono divenire esperienza umana pienamente concreta, chiara e profonda”.

Grazie all’antroposofia, possiamo infatti andare incontro alle realtà della vita, dell’anima, dello spirito e del Cristo con la stessa lucidità e sicurezza con le quali la scienza ordinaria va incontro alla realtà inorganica (dice Paolo: “Tutto quello che non deriva da ferma convinzione è peccato” – Rm 14,23).

 

 

In tal caso, da questo vivere in unione col Cristo,

fluisce nell’anima umana ciò che essa deve sapere sulla sua entità soprasensibile.

Allora, nella rivelazione religiosa si deve sentir continuamente fluire la vivente esperienza del Cristo.

La vita potrà venir cristianizzata dal sentire nel Cristo l’essere che dà all’anima umana

la veggenza della propria natura soprasensibile” (p. 92).

 

 

Sapete che Steiner chiama il Cristo il “Rappresentante dell’umanità”, e Florenskij la “Santa Entelechia dell’umanità”.

Fatto si è che se ciascuno di noi (ciascun Io) è, come afferma Steiner in Teosofia, “una specie a sé”,

il Cristo è allora il “genere umano”: cioè a dire l’Essere in cui sono tutte le specie (tutte le “essenze”).

 

Steiner, infatti, suggerirà (tra non molto) questo pensiero: • “Cristo mi dà la mia essenza umana”.

Il che implica che chi non trova il Cristo non trova l’umano, e quindi il proprio vero essere.

 

Già Michele, comunque, comincia a dare “all’anima umana la veggenza della propria natura soprasensibile”, riportando non solo, come abbiamo detto, all’interno dell’esperienza conoscitiva (del pensare) quella artistica (del sentire), ma anche quella religiosa (del volere). Quest’ultima prende infatti a ri-vivere nella sfera immaginativa, per poi intensificarsi e approfondirsi nella sfera ispirata della Vergine-Sophia, che è in comunione con quella intuitiva del Cristo.

Ascoltate quanto scrive Scaligero: • “Ogniqualvolta l’uomo veramente pensa, il Logos ravviva la forza-pensiero nell’anima e desta in essa la beatitudine della donazione di sé: opera mediante una segreta grazia, che è la Vergine. Il Christo già ha in sé la Vergine. Se l’uomo ha il Christo, ha la Vergine. Se ha la Vergine, ha il Christo: non sono separabili” (23).

 

Lasciate che vi legga, al riguardo, questi versi di Goethe (da Dedica) (24):

 

“Ed ecco che, trasportata da nuvole, vidi librarsi una donna divina.

Immagine più bella mai m’apparve! Sempre librata, si fermò a guardarmi.

Non mi conosci? Chiese la sua bocca con l’accento più fido e più amorevole.

Non riconosci chi nelle ferite della vita ti versò puro balsamo?

Sì, mi conosci, a me il tuo cuore ardente si legò sempre più, con patto eterno:

non ti vidi, ragazzo, a me anelare col più sofferto struggersi del cuore?

Sì, esclamai felice, prosternandomi a lei, tu sei un antico sentimento.

Tu acquetasti le mie giovani membra in preda alla passione furibonda;

nei giorni torridi, con penne celesti soave rinfrescasti la mia fronte m’hai dato i più bei doni della terra;

voglio che sia tu sola a darmi gioia.

Non pronuncio il tuo nome. Ho inteso molti chiamarti spesso, e ognuno ti dice sua,

ogni occhio crede di mirarti, e tutti restano vulnerati dal tuo raggio.

Quando sbagliavo eravamo in parecchi da quando ti conobbi sono solo;

non ho con chi spartire questo bene, schermo, nascondo in me il tuo dolce lume”.

 

 

Potranno così stare l’una accanto all’altra l’esperienza di Michele e l’esperienza del Cristo.

Per mezzo di Michele l’uomo troverà nel giusto modo la via al soprasensibile di fronte alla natura esteriore.

La concezione della natura, senza venir falsificata in sé stessa,

potrà collocarsi accanto ad una concezione spirituale del mondo e dell’uomo, in quanto essere cosmico” (p.93).

 

 

Dice Steiner che

“per mezzo di Michele l’uomo troverà nel giusto modo la via al soprasensibile di fronte alla natura esteriore”.

 

Pensate, per fare un solo esempio, al cervello (ch’è “natura esteriore”), e sentite quel che dichiara Giulio Giorello: “Per me la mente non è una sostanza, è un processo. Anzi, chiamo mente l’insieme di quei processi che, come conquista direi preliminare, portano all’individuazione e allo studio di invarianti. Sotto questo profilo la mente non è altro che l’attività del cervello che è in grado di costruire mappe e modelli dell’ambiente circostante” (25).

Che dire, però, se si scoprisse che tale attività è svolta nel cervello, ma non dal cervello?

 

Potremmo addirittura affermare che nella differenza tra “nel cervello” e “dal cervello”

sta tutta la differenza tra l’impulso (anagogico) di Michele e quello (catagogico) di Arimane.

Entrambi distinguono, infatti, la sostanza dall’attività (dal “processo”),

• ma Michele si serve dell’attività (eterica) per aprire l’orizzonte verso l’animico-spirituale (che è al di là della soglia),

• mentre Arimane lo chiude, riportando l’attività (eterica) alla sostanza (fisica):

costringendoci cioè a pensarla come una sua proprietà.

 

Come vedete,

• “per mezzo di Michele”, si trova “nel giusto modo la via al soprasensibile di fronte alla natura esteriore”,

• mentre, “per mezzo di Arimane”, “la concezione della natura” viene “falsificata in sé stessa”

(“Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini;

perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci” – Mt 23,13).

 

 

Mercé il giusto atteggiamento di fronte al Cristo,

l’uomo potrà sperimentare, in una relazione vivente dell’anima col Cristo,

quello che altrimenti potrebbe ricevere soltanto come rivelazione religiosa tradizionale

(quale lascito, si potrebbe dire, degli antichi veggenti ed udenti ai moderni non-veggenti e non-udenti).

Sperimenterà il mondo interiore dell’anima come illuminato dallo spirito,

così come gli apparirà portato dallo spirito il mondo esteriore della natura” (p. 93).

 

 

Abbiamo infatti ricordato:

a) che Lucifero media tra noi e la conoscenza della nostra interiorità,

mentre Arimane media tra noi e la conoscenza del mondo esterno;

b) che se vogliamo sperimentare “il mondo interiore dell’anima come illuminato dallo spirito”,

dobbiamo porre il Cristo al posto di Lucifero;

c) che se vogliamo vedere “portato dallo spirito il mondo esteriore della natura”, dobbiamo raccordare o integrare

l’ordinaria mediazione di Arimane con quella immaginativa di Michele (veicolo degli eteri della vita e del suono

perduti a causa della caduta, ma che qui chiameremo, per comodità, il novello e vivo “effetto operante”).

 

 

Se l’uomo volesse aver nozione della propria entità soprasensibile senza l’unione con l’entità del Cristo,

ciò lo toglierebbe dalla propria realtà per condurlo in quella arimanica.

Cristo porta in sé gli impulsi avvenire dell’umanità in modo cosmicamente giustificato.

Unirsi con Lui vuol dire per l’anima umana accogliere in sé in modo cosmicamente giustificato i propri germi avvenire.

Appartengono invece alla sfera arimanica altri esseri i quali, già presentemente,

mostrano configurazioni che cosmicamente saranno giustificate per l’uomo soltanto in avvenire.

Unirsi nel giusto modo col Cristo vuol anche dire preservarsi nel giusto modo dall’elemento arimanico” (p. 93).

 

 

Abbiamo distinto l’Arimane “mediatore” dall’Arimane “ostacolatore”, aggiungendo che l’azione di quest’ultimo non solo fissa o congela la coscienza ordinaria, ma apre pure le porte a potenze ancor più temibili della sua, in quanto appartenenti al sub-Devachan superiore.

E come può farlo? E’ presto detto: anticipando il futuro (mostrando “configurazioni che cosmicamente saranno giustificate per l’uomo soltanto in avvenire”); non portando cioè coscientemente il futuro, attraverso il presente, incontro al passato, avendo cura che lo sviluppo qualitativo dell’intelletto proceda di pari passo con quello della moralità, ma portando incoscientemente il futuro incontro a un presente avulso dal suo vero passato, avendo cura che lo sviluppo quantitativo dell’intelletto sopravanzi quello della moralità.

 

Ascoltate, a quest’ultimo proposito, quanto scrive Hegel: • “Il numero è un oggetto immateriale, e l’occuparsi del numero e delle sue combinazioni è una occupazione immateriale. Lo spirito vien quindi da cotesta occupazione obbligato alla riflessione in sé e ad un lavoro astratto, il che ha una importanza grande, però unilaterale. Perocché dall’altra parte, siccome al numero sta in fondo soltanto la differenza estrinseca, priva di pensiero, così quell’occupazione diventa una occupazione priva di pensiero, meccanica. Lo sforzo consiste soprattutto nel fissare ciò ch’è vuoto di concetto, e nel combinarlo in una maniera vuota di concetto. Il contenuto è il vacuo Uno; la sostanza solida della vita morale e spirituale e delle sue configurazioni individuali (sostanza colla quale, come col più nobile nutrimento, l’educazione ha da allevare lo spirito della gioventù), dovrebb’esser cacciata via dall’Uno privo di contenuto; l’effetto (quando a quegli esercizi si attribuisca l’importanza maggiore e se ne faccia l’occupazione principale) non può esser altro, che quello di vuotare e ottundere lo spirito così dal lato della forma come da quello del contenuto. Poiché il calcolare è una faccenda così estrinseca, epperò meccanica, si son potute costruir macchine, che compiono nella maniera più perfetta le operazioni aritmetiche. Quando intorno alla natura del calcolare non si conoscesse che questa sola circostanza, vi sarebbe in essa abbastanza per decidersi, che cosa si debba pensare di quell’idea di far del calcolo il principal mezzo di educazione dello spirito, mettendo questo alla tortura di perfezionarsi fino a diventare una macchina” (26).

 

In parole povere, agire come fa Arimane equivale a mettere alla portata dei bambini ciò che dovrebbe esserne tenuto viceversa lontano (mettere alla portata dell’ego, ad esempio, l’energia nucleare).

Teniamo comunque presente, dicendo questo, la seguente raccomandazione di Steiner:

“L’imprecare contro Arimane, anche se suona tanto santo, mi si scusi l’espressione, è solo una sciocchezza. Non si può infatti evitare di dover vivere con Arimane. Occorre solo vivere con lui nel modo giusto e non farsi da lui dominare (…) Arimane e Lucifero hanno il massimo potere sull’essere umano quando questi non sappia nulla di loro, quando possano agire su di lui, senza che egli lo sappia” (27).

 

Quella di Arimane, in sostanza, è una cieca “fuga in avanti”: una fuga che dà modo a molti di sbizzarrirsi con la “fantascienza” o con la “futurologia”.

Fatto sta, però, che occorre molta più immaginazione per “immaginare” il reale, che racchiude e custodisce nel profondo i germi del futuro, che non per “fantasticare” a piacere sul post-moderno o su ciò che sta dietro l’angolo.

Teniamo anche presente che l’ansia ha uno stretto legame con il futuro. Quanti sono ipotecati maggiormente dal futuro cadono infatti facilmente in preda all’ansia, alla paura se non addirittura al panico, mentre quanti sono ipotecati maggiormente dal passato sono generalmente in preda agli scrupoli, ai rimorsi o ai sensi di colpa.

 

• Essendo il passato (quale corrente temporale che va verso il futuro, muovendo dal corpo eterico)

• e il futuro (quale corrente temporale che va verso il passato, muovendo dal corpo astrale) (28) delle realtà,

dobbiamo sforzarci di metterli in un sano rapporto con il presente,

così che Lucifero non ci renda schiavi del primo e Arimane del secondo.

 

 

Chi severamente richiede che le rivelazioni della fede siano preservate da ogni ingerenza della conoscenza umana,

è spinto dall’inconscia paura che l’uomo, per tal via, possa cadere sotto gli influssi arimanici.

Bisogna comprenderlo; ma bisognerebbe anche comprendere che è proprio ad onore ed a vero riconoscimento del Cristo,

se all’unione col Cristo viene attribuito il fluire, pieno di grazia, dello spirito nell’anima umana” (p. 93).

 

 

Si cade “sotto gli influssi arimanici” quando si dichiara, ad esempio, che i vivi sono morti

(per poter espiantar loro gli organi) o che gli embrioni non sono esseri umani (per poterne utilizzare le cellule staminali).

Come non comprendere, quindi, quanti si oppongono, in nome delle “rivelazioni della fede”,

a queste aberrazioni della scienza materialistica?

 

Per quale ragione, però, limitarsi a contrastarle (peraltro con sempre minore efficacia) in nome della fede, e non, “ad onore ed a vero riconoscimento del Cristo”, di una scienza spirituale? Per quale ragione, ossia, lasciare la scienza nelle grinfie di Arimane, e non, sempre “ad onore ed a vero riconoscimento del Cristo”, liberarla e redimerla?

Per quale ragione, insomma, affidare il compito di “dimostrare” che i vivi sono vivi, e non morti (29), o che gli embrioni sono esseri umani, e non dei “riccioli di materia” (Lidia Ravera), all’etica (ai comitati etici), e non, in primo luogo, a una rinnovata e umana noetica?

 

• Nel “mistero drammatico” La prova dell’anima, Maria così dice ad Arimane:

“C’è solo una regione del mondo dello spirito / dove si può temprare la spada / alla cui vista tu devi sparire. /

E’ il regno in cui le anime umane / si forgiano conoscenza con le forze dell’intelletto /

e la trasformano in saggezza spirituale” (30).

 

 

In avvenire potranno così stare accanto l’una all’altra l’esperienza di Michele e l’esperienza del Cristo.

In tal modo l’uomo troverà in libertà la sua giusta via fra il traviamento luciferico nelle illusioni del pensiero e della vita,

e la seduzione arimanica nelle strutture dell’avvenire atte a soddisfare il suo orgoglio, ma oggi non ancora atte ad essere sue.

Cadere in illusioni luciferiche vuol dire non diventare pienamente uomo, non voler procedere fino alla tappa della libertà,

ma volersi fermare prematuramente, come uomo-dio, a un gradino troppo precoce dell’evoluzione.

Cadere nelle seduzioni arimaniche vuol dire

non voler aspettare il giusto momento cosmico per sviluppare un dato grado di umanità, ma volerlo anticipare.

Michele-Cristo sarà in avvenire la parola direttiva scritta all’inizio della via per la quale, in modo cosmicamente giusto,

l’uomo potrà passare fra le potenze luciferiche e quelle arimaniche, per giungere alla sua mèta universale” (pp. 93-94).

 

 

Dice Steiner:

“Cadere in illusioni luciferiche, vuol dire non diventare pienamente uomo, non voler procedere fino alla tappa della libertà, ma volersi fermare prematuramente, come uomo-dio, a un gradino troppo precoce dell’evoluzione”.

 

Abbiamo già detto della differenza tra il Puer aeternus (spirituale) e l’aeternus puer (psichico).

Da che cosa è affetto, in sostanza, l’aeternus puer? E’ presto detto: da una sorta d’infantilismo animico-spirituale.

Per questo teme la modernità, la libertà e l’indipendenza del giudizio e dell’azione: in una parola, il male

(nonostante il Cristo-Gesù dica: “Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” – Mt 9,13).

Il male, lo abbiamo detto, va affrontato, e non fuggito,

andandosi magari a riparare sotto l’ala di uno dei tanti “gruppi” o “collettivi” laici o religiosi.

 

“In tal modo – dice ancora Steiner – l’uomo troverà in libertà la sua giusta via fra il traviamento luciferico nelle illusioni del pensiero e della vita, e la seduzione arimanica nelle strutture dell’avvenire atte a soddisfare il suo orgoglio, ma oggi non ancora atte ad essere sue”.

 

Non so se sapete che Giuseppe Prezzolini e Giovanni Papini (che dichiarava, guarda caso, di essere nato con “la malattia della grandezza”) fondarono, nel 1903, la rivista Leonardo allo scopo di dare così voce ai “liberi pensatori”. Una cosa, tuttavia, è il narcisismo o l’orgoglio dei “liberi pensatori”, altra la forza dei “pensatori liberi” (dai sensi), giacché questi possono divenire tali solo se seguono la via di Michele.

Stiamo perciò attenti a non farci incantare da queste sirene, né da quelle, per dirne un’altra, degli odierni “libertari”, seguaci della cosiddetta “filosofia del disincanto” (31).

Si tratta infatti di individui consciamente disincantati rispetto a quanto proviene (lucifericamente) dal passato in forma metafisica, ma inconsciamente incantati rispetto a quanto proviene (arimanicamente) dal presente (e dal futuro) in forma fisica (tecno-scientifica).

 

Dice ancora Steiner che • “Michele-Cristo sarà in avvenire la parola direttiva scritta all’inizio della via per la quale, in modo cosmicamente giusto, l’uomo potrà passare fra le potenze luciferiche e quelle arimaniche, per giungere alla sua mèta universale”.

Il nostro procedere somiglia, in effetti, a quello degli equilibristi: per raggiungere la nostra meta camminiamo anche noi come su un filo, spostandoci verso destra quando stiamo per cadere a sinistra e spostandoci verso sinistra quando stiamo per cadere a destra.

 

Ricordo, in proposito, che Scaligero, al termine di uno dei nostri primi incontri, mi regalò il suo Dallo Yoga alla Rosacroce (32). Rimasi particolarmente colpito dal capitolo dedicato alle “Deità ostacolatrici”, giacché mi permise di capire che il parlare, come in genere si fa (e come ha fatto anche Sartre), “del diavolo e del buon Dio” costituisce un’illusione e un inganno, dal momento che abbiamo in realtà a che fare con una triade, e non con una diade; non solo, ma mi permise anche di capire che quanti fanno propria la diade, o vedono Arimane come “diavolo” (modernista), in quanto l’osservano dal punto di vista di Lucifero (che scambiano per il “buon Dio”), o vedono Lucifero come “diavolo” (tradizionalista), in quanto l’osservano dal punto di vista di Arimane (che scambiano per il “buon Dio”).

 

Quale punto di vista dovremmo dunque adottare per vedere entrambi i “diavoli”? E’ ovvio: quello del “buon Dio”.

E qual è il punto di vista del “buon Dio”? Non è difficile: quello dell’Io.

Tenetelo ben presente, poiché

• è proprio con l’esercitarsi a osservare e meditare le opposte caratteristiche di Lucifero e Arimane,

che si arriva a collocarsi in una terza posizione: in quella appunto dell’Io e del Cristo che lo inabita.

 

Domanda: Un mio amico cattolico, col quale mi capita ogni tanto di discutere, dice di non poter accettare l’antroposofia perché è una gnosi.

Risposta: Devi capirlo. Il Dizionario di Teologia di Karl Rahner ed Herbert Vorgrimler, alla voce “Antroposofia”, rimanda infatti alle voci “Gnosi” e “Intuizione” (33). Ma l’antroposofia è una “gnosi” perché è una “via del pensiero” o una “scienza”, e non perché abbia a che fare – come non solo i cattolici credono – con l’antico gnosticismo.

 

E’ una posizione che va rispettata, ma con la quale è inutile entrare in discussione. Di che cosa si potrebbe infatti discutere con chi dichiara, come ha fatto ad esempio un cattolico tradizionalista, che “o si vive come si pensa, e si pensa come si crede, o allora si crede come si pensa e si pensa come si vive” (34), mostrando così di non prendere nemmeno in considerazione che si possa anche credere e vivere come si pensa?

Dichiarazioni del genere non sono, in realtà, che “razionalizzazioni” dell’inconscio timore di “procedere fino alla tappa della libertà” (“Le idee coscienti debbono spesso la loro origine solo alla circostanza che gli uomini non hanno la forza spirituale di riconoscere veramente ciò che avviene in loro”) (35).

 

Sai che cosa mi disse una volta Scaligero? “Io do ragione a tutti”.

Me lo disse perché

tutti, dal loro punto di vista, hanno ragione,

mentre non tutti, dal punto di vista della realtà, ce l’hanno.

 

Vedi,

• se il punto di vista coincide con quello della realtà, non c’è motivo di discutere;

• se non vi coincide, sarà la realtà stessa a metterlo prima o poi in discussione.

 

Passiamo adesso alle massime.

Massime 115/116/117 (9 novembre 1924).

 

 

115 – “L’uomo percorre il suo cammino nel cosmo in modo

che la visione del passato gli possa essere falsata da impulsi luciferici,

e che nel presagio del futuro egli possa essere ingannato da seduzioni arimaniche”.

 

 

• Non possiamo sapere dove dobbiamo andare, se non sappiamo da dove veniamo.

• Per questo, Lucifero falsa la nostra visione del passato e Arimane c’inganna nel presagio del futuro.

 

Pensate a quelle storie in cui si racconta di un bambino, figlio di re, che, rapito in fasce dai briganti e da loro allevato, è convinto di essere un brigante figlio di briganti (come succede ad esempio a Manrico, Il Trovatore di Verdi).

Ebbene, che cosa accade – come sempre capita in queste storie – allorché al bambino, divenuto ormai uomo, viene rivelata, in un modo o nell’altro, la sua vera origine? Lo sappiamo: che la coscienza della sua vera origine (del suo vero passato) gli dà coscienza della sua vera identità, e che la coscienza della sua vera identità gli dà coscienza del suo compito (del suo futuro): ch’è appunto quello di riconquistare il trono, scacciandone l’usurpatore.

Che cosa c’insegna dunque questa storia (ch’è in realtà la storia di ciascuno di noi)? Che dobbiamo andare incontro al futuro non alla cieca, bensì col fermo proposito di riappropriarci di un bene perduto (nel passato).

 

So che qualcuno lamenta il fatto che Steiner parli più del passato che non del futuro dell’umanità. Credo che questo sia vero, anche se non ho mai tenuto una contabilità del genere. La cosa comunque non mi meraviglia, perché è solo conoscendo il nostro vero passato che potremo liberamente indirizzare il nostro presente verso il nostro vero, sano e santo futuro.

E’ proprio per questo, d’altronde, che ci viene insegnato un giorno sì e l’altro pure che, se non siamo “macchine”, siamo allora degli “psicozoi”, degli “scimmioni intelligenti” o degli “scimmioni giocherelloni”.

 

 

116 – “Di fronte ai falsamenti luciferici l’uomo assume la giusta posizione

se compenetra il suo intendimento per la conoscenza e la vita con l’entità e la missione di Michele”.

 

 

 

117 – “Con ciò stesso però l’uomo si preserva anche dalle seduzioni arimaniche,

poiché la via spirituale che Michele lo stimola a seguire nella natura esteriore,

lo porta a collocarsi giustamente di fronte all’elemento arimanico,

facendogli trovare la giusta esperienza col Cristo”.

 

 

Ogni volta che si supera Lucifero si supera anche Arimane, giacché questo può agire soltanto se agisce quello.

Ciò vuol dire che ogni volta che ci conquistiamo uno spazio di libertà rispetto a Lucifero,

ce ne conquistiamo uno anche rispetto ad Arimane.

 

Note:

  1. J.W.Goethe: Cento poesie – Einaudi, Torino 2011, p. 73;
  2. F.W.J.Schelling: Dell’Io come principio della filosofia – Cronopio, Napoli 1991, p. 23;
  3. R.Steiner: Storia occulta – Antroposofica, Milano 1972, pp. 102-103;
  4. R.Steiner: La posizione dell’antroposofia nei confronti della filosofia – Antroposofica, Milano 2012, p. 94;
  5. G.W.F.Hegel: Propedeutica filosofica – La Nuova Italia, Firenze 1977, pp. 89-90;
  6. R.Steiner: Conoscenza vivente della natura – Antroposofica, Milano 1993, p. 131;
  7. R.Steiner: I punti essenziali della questione sociale – Antroposofica, Milano 1999, p. 265;
  8. R.Steiner: Il Cristianesimo esoterico e la guida spirituale dell’umanità – Antroposofica, Milano 2010, p. 174;
  9. cfr. R.Steiner: L’iniziazione – Antroposofica, Milano 1971;
  10. cfr. Pensare la triarticolazione, 11 novembre 2002;
  11. R.Steiner: Impulsi evolutivi interiori dell’umanità. Goethe e la crisi del secolo diciannovesimo – Antroposofica, Milano 1976, p. 216;
  12. R.Steiner: La filosofia della libertà – Antroposofica, Milano 1966, p. 230;
  13. R.Steiner: Il divenire dell’uomo – Antroposofica, Milano 2007, p. 197;
  14. R.Steiner: Conoscenza vivente della natura, p. 126;
  15. R.Steiner: Enigmi dell’essere umano – Antroposofica, Milano 2006, pp. 32-33;
  16. R.Steiner: La mia vita – Antroposofica, Milano 1992, p. 334;
  17. R.Steiner: Natura e uomo secondo la scienza dello spirito – Antroposofica, Milano 2008, pp. 158-159;
  18. cit. in Antroposofia e protezione dell’animale – Uomo e animale fratelli nell’evoluzione: intervista di Heidi Weber al dott. Werner Hartinger – Novalis, Milano 2001, p. 31;
  19. R.Steiner: La missione di Michele – Antroposofica, Milano 1981, p. 183;
  20. R.Steiner: Il Vangelo di Marco – Antroposofica, Milano 1993, p. 88;
  21. cfr. G.Israel: Chi sono i nemici della scienza? – Lindau, Torino 2008;
  22. cfr. R.Steiner: Come ritrovare il Cristo – Antroposofica, Milano 1988;
  23. M.Scaligero: Iside-Sophia. La Dea ignota – Mediterranee, Roma 1980, p. 14;
  24. J.W.Goethe: op. cit., p. 3;
  25. cfr. Il Gatto e la Volpe, 18 luglio 2009;
  26. G.W.F.Hegel: Scienza della logica – Laterza, Roma-Bari 1974, vol. I, pp. 234-235;
  27. R.Steiner: Conoscenza vivente della natura, pp.173-174;
  28. R.Steiner: Antroposofia-Psicosofia-Pneumatosofia – Antroposofica, Milano 1991, p. 186;
  29. cfr. Il cadavere vivente, 21 maggio 2003;
  30. R.Steiner: La prova dell’anima – Antroposofica, Milano 1986, p. 191;
  31. cfr. L’individuo libertario, 15 febbraio 2002;
  32. cfr. M.Scaligero: Dallo Yoga alla Rosacroce – Perseo, Roma 1972;
  33. cfr. K.Rahner-H.Vorgrimler: Dizionario di teologia – TEA, Milano 1994;
  34. cfr. Noterella, 24 giugno 2008;
  35. R.Steiner: I punti essenziali della questione sociale, p. 223.

 

 

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