08 – IL VIVENTE OPERARE RECIPROCO TRA VIVI E MORTI

08 – Il vivente operare reciproco tra vivi e morti

O.O. 140 – Ricerche occulte sulla vita fra morte e nuova nascita – 21.01.1913


 

OTTAVA CONFERENZA

 

Sommario: L’aiuto ai defunti tramite il leggere per loro. Le comunicazioni dei defunti ai vivi mediante eventi possibili, ma non accaduti. Il defunto può comprendere il linguaggio finché si trova nel kamaloka. Nel Devachan egli comprende solo i pensieri privi di parole. Io e corpo astrale rispettivamente come Sole e Luna spirituali che illuminano il corpo fisico e il corpo eterico dell’uomo che dorme. Il generarsi di coscienza durante la vita terrena grazie all’immersione nei corpi fisico ed eterico. La possibilità di essere coscienti, dopo la morte, grazie all’immergersi nella sostanza-Cristo. L’avviarsi al declino della civiltà e della corporeità umana, mentre la Terra e l’uomo vanno verso la spiritualizzazione. Il contributo della scienza dello spirito a questo processo.

(Appunti di uditori)

 

Miei cari amici, quando potei qui parlarvi la volta scorsa, accennai brevemente a quel periodo significativo della vita umana che trascorre tra la morte e la nuova nascita.

Non si può trattare questa fase della vita dell’uomo come se fosse irrilevante per la vita fisica, per la vita tra nascita e morte: dobbiamo aver chiaro che le forze della nostra vita non giungono solo dal mondo nel quale ci troviamo con la nostra corporeità fisica, ma provengono in modo molto sostanziale dai mondi soprasensibili, ai quali di per sé apparteniamo tra morte e nascita. In fondo, noi possiamo sapere come stanno le cose qui, quando siamo nel corpo fisico, soltanto se siamo in grado di formarci rappresentazioni della vita tra la morte e la nascita.

 

In realtà l’uomo, che non sa nulla della vita soprasensibile, è in genere irretito in una certa vita di sogno, o di sonno. Le persone che attraversano l’esistenza fisica, conducendovi la loro vita quotidiana e non riflettendo su nulla, assomigliano davvero a dormienti della vita. E quelli che si curano di quanto sta oltre la vita fisica, di quanto ci si fa incontro tra la morte e una nuova nascita e che appunto entra ad agire nella vita fisica, sono persone che anche nei riguardi dell’esistenza terrena si ridestano.

 

Possiamo allacciarci alle riflessioni dell’altra volta, le quali possono mostrarci come la scienza dello spirito, quando venga intesa nel giusto senso, sia atta a intervenire direttamente, nel modo più profondo e intenso, nell’esistenza umana complessiva. Vedremo che anche l’umanità tutta, se la scienza dello spirito a poco a poco si affermerà sempre più, sperimenterà come un risveglio da una specie di sonno della vita.

 

Si fanno strada fino all’uomo molte cose che, sulle prime, paiono ignote, misteriose, enigmatiche molto più per il sentimento che per l’arido intelletto. È in un certo senso inesplicabile il momento in cui una madre sta lì presso la bara del figlio, lo accompagna alla tomba o, viceversa, in cui il figlio sta presso la bara della madre e la accompagna alla sepoltura. Quando si ha da occuparsi un po’ più in profondità della vita umana, ci si accorge di come in essa si schiudano all’uomo degli enigmi.

 

Spesso vengono da me persone cui è morta la sorella, il marito o la moglie. Dicono: “Prima non avevo riflettuto sulla morte, non mi curavo di quel che c’è dopo; ma, da quando mi è stato tolto questo stretto congiunto, per me è come se fosse ancora qui, come se fosse presente, e perciò sono stato spinto a prendere in considerazione la scienza dello spirito”. È un’esperienza che si può fare spesso; dalla vita le persone vengono portate alla scienza dello spirito e questa ripaga copiosamente quello che allora accade, potremmo dire, “per lei” tramite la vita, perché la scienza dello spirito è in grado di compenetrare la vita con forze che solo da lei provengono.

Quando l’uomo passa per la porta della morte e non è più presente per i sensi fisici, sorge allora, appunto più per l’animo e per il sentimento che non per la mente rimuginante, anzitutto una domanda enigmatica:

che ne è dell’uomo dopo la morte?

 

La scienza esteriore non sa dare risposte, poiché si limita a constatare quello che gli occhi vedono, e gli occhi si decompongono insieme al corpo fisico, e tutto ciò che è legato alla percezione degli occhi fisici va perduto. Anche il cervello si disgrega, ed è chiaro che quanto può venir conosciuto per suo tramite non può aver valore per ciò che l’uomo sperimenta nel mondo in cui ha da entrare senza quel cervello, senza l’involucro fisico. Nondimeno rimangono aperte, potentemente, le domande che si riferiscono all’aldilà. In fondo, per spiegare tali questioni, delle considerazioni generali non sono utili tanto quanto dei singoli casi concreti, che illustrino come possa presentarsi questa o quella realtà. Ciò può far presa direttamente nella vita.

 

Qui noi possiamo prendere le mosse dalla vita. Forse, miei cari amici, sarete venuti a conoscenza di qualche caso in cui una persona venga spinta alla scienza dello spirito dalla sua nostalgia interiore, dalla sua costituzione animica, mentre un’altra le diviene sempre più ostile. Uno si approfondirà sempre più nella scienza dello spirito, il suo amico, suo fratello o sua sorella, le diverrà sempre più ostile. La vita, però, non offre una maya solo nella natura, bensì anche laddove ci tocca direttamente nella nostra anima, nei rapporti tra uomo e uomo.

Proprio quello di cui si è ora riferito può essere un pieno abbaglio: la persona che si è messa in testa che tutta la scienza dello spirito è un’assurdità, sviluppa per essa un amore segreto, in quelle profondità dell’anima nelle quali non penetra con la coscienza. Nel profondo, percepibile solo al veggente, può essere amore quel che sale a vivere come odio; e mentre si crede che egli vada divenendo sempre più ostile, perché le si scaglia contro, in lui si sviluppa un amore segreto. Nella vita fisica dell’uomo si possono trovare cose del genere.

 

Quando l’essere umano ha attraversato la porta della morte, agiscono anche tutte le forze animiche segrete e le nostalgie; quello che nella vita fisica egli ha represso si presenta come il contenuto da sperimentare nel periodo di purificazione. Vediamo passare per la porta della morte uomini che qui furono nemici della scienza dello spirito; dopo la morte, essi ne sviluppano la più intensa nostalgia. Vediamo persone che la odiarono averne una sete ardente. Si presenta allora quel che segue: se quand’erano in vita gli avessimo proposto dei testi scientifico-spirituali ci avrebbero apostrofato, ma dopo la morte noi non possiamo rendere miglior servizio se non leggendo per loro. Ai defunti si legge in pensieri, mettendoci realmente in questa condizione: come se essi stessero davanti a noi. Non si deve leggere ad alta voce, ai defunti si legge in pensieri. Ciò può avere per il defunto un effetto assai benefico, può essere di grandissimo aiuto a progredire.

 

All’interno del nostro movimento spirituale abbiamo molti esempi in cui sono morti parenti o amici; quelli che sono rimasti hanno letto per loro, e nel più profondo dei modi li hanno aiutati. I defunti accolgono quanto viene loro offerto con la più viva gratitudine, e può sorgerne una meravigliosa convivenza. Ci si accorge allora di quel che la scienza dello spirito può significare nella pratica. Non è ancora gran cosa se si è appreso che l’uomo consiste di corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e io, e li si sa elencare. La scienza dello spirito non è solo teoria, essa deve intervenire nella vita e togliere di mezzo quel che si erge come una barriera tra vivi e morti. La frattura viene sanata. Può essere molto proficuo se si porta nella vita la scienza dello spirito con la giusta attitudine animica. Non c’è suggerimento migliore che leggere ai defunti. Perché è caratteristico il fatto che, subito dopo la morte, noi non possiamo allacciare nuove relazioni, dobbiamo proseguire con quelle vecchie.

 

S’impone la domanda: dall’altra parte, il cosiddetto morto non potrebbe trovare esseri spirituali che lo possano istruire? Questo non è possibile! In un primo tempo si possono avere relazioni solo con gli esseri cui si era legati prima di passare per la porta della morte. Se si incontra uno spirito che sulla Terra non si conosceva, gli si passa accanto; anche qui non lo riconosciamo, se incontriamo un gran genio che indossa l’abito di un carrettiere. Si hanno relazioni con gli esseri che si conobbero quaggiù come uomini, che ci furono amici o parenti. Se anche si incontrassero molte entità capaci di aiutare, ma con le quali non si ebbe alcun rapporto, non sarebbero utili in alcun modo. Ci può essere d’aiuto quello che ci viene dato qui sulla Terra.

 

Essendo la scienza dello spirito al punto di partenza del suo sviluppo, le persone cominciano appena a farla agire su di sé; i vivi possono rendere un grande servizio ai defunti, accordando loro questo aiuto. Abbiamo qui un esempio di come, dal nostro, si possa influire sull’altro mondo. Ma è anche possibile, viceversa, che pure i defunti possano entrare ad agire nel mondo fisico.

Se la scienza dello spirito avrà la buona sorte di afferrare sempre di più la civiltà, le pareti che dividono i vivi dai morti verranno sempre più levate via, così che gli esseri agiranno gli uni sugli altri da entrambi i mondi. Anche i defunti possono influire sui vivi.

 

L’uomo sa davvero pochissimo del mondo, sa soltanto quel che avviene qui nello svolgersi del tempo. Molti pensano che tutto il resto non abbia significato. Ciò che avviene è in realtà solo una piccolissima parte di quanto è degno d’essere conosciuto, e si rimane di fatto degli ignoranti della vita se si conosce soltanto quello che accade, e si ignora tutto quello che non accade. Chiariamocelo con un esempio.

Al mattino ce ne andiamo al lavoro, siamo abituati a percorrere sempre lo stesso tragitto, forse riterremo che la cosa più importante sia tutto quanto ci succede per la strada. Un giorno usciamo tre minuti più tardi del solito e, mentre camminiamo, magari si verificano degli eventi inaspettati. Potrebbe essere che, se fossimo usciti all’ora giusta, avremmo attraversato un incrocio in un dato momento, nel quale saremmo stati investiti. Avendo ritardato, ne siamo stati preservati.

Oppure supponiamo che avessimo dovuto fare un viaggio: abbiamo perso il treno e in seguito siamo venuti a sapere che proprio quel treno è stato coinvolto in un grave incidente e probabilmente vi saremmo periti. Cosa possiamo apprendere da un’osservazione del genere?

 

Nella vita c’è molto che non accade, che noi non siamo in grado di osservare, e tuttavia dobbiamo annoverare fra le sue possibilità. Sa l’uomo a quante eventualità del genere sfugge durante il giorno? Quanto potrebbe succedere, se non vi sfuggissimo! Lo ignoriamo, perché per un’asciutta osservazione della vita ciò non ha alcun significato. Ma per un ’osservazione più profonda comincia ad averlo. Proviamo a guardare come si sente l’anima che è scampata, per un apparente caso, a pericoli simili! Un tale di Berlino, per esempio, voleva andare in America, aveva già il biglietto. Un amico, per qualche oscuro impulso, gli disse di non andarci col Titanic. Egli si lasciò convincere e la tragedia del Titanic si verificò. Immaginatevi i sentimenti del superstite quando venne a sapere dell’affondamento del Titanic! Questo ha agito sconvolgendo il suo animo, sconvolgendolo nel senso più profondo.

 

Che impressioni potremmo avere nell’animo se lungo tutto il giorno fossimo in grado di osservare da cosa veniamo preservati, cosa avrebbe potuto succederci! Quando le persone cominciano a occuparsi di questioni spirituali, acquistano una ricettività molto maggiore nei confronti della complessità della vita, di quello che si svolge tra i momenti del giorno, tra le esperienze della giornata. Nel caso prima citato, può essere che se fossimo usciti tre minuti prima saremmo stati investiti; se anche non ci accade nulla, se abbiamo ricettività animica, se siamo spiritualmente preparati dalla scienza dello spirito, allora in un momento del genere possiamo ricevere, per grazia, un’impressione spirituale. Qualcosa può affiorare nella nostra anima, una specie di comunicazione dai defunti.

 

In quel momento vengono offerte le occasioni in cui le porte vengono per così dire sfondate dall’altro mondo, dai defunti. E da ciò si può comprendere come gli uomini che si siano educati ad essere ricettivi per le possibilità della vita, poco per volta giungeranno davvero a riconoscere in modo naturale quando i defunti vogliono entrare in dialogo con loro. Nell’anima possono affiorare, possono farsi strada fino a noi cose importanti, significative, come pensieri di presagio che vengono dai defunti, il fatto che, per esempio, si esegua qualcosa che essi hanno tralasciato. Viene così sanata la frattura.

 

Sotto un certo aspetto, ognuno che si occupi di scienza dello spirito con animo buono, sinceramente fervente, può sanare la frattura tra la vita fisica e quella che sta oltre la porta della morte. Perciò, se la scienza dello spirito diventa pratica, potremo veramente entrare in relazione con i defunti, nell’una e nell’altra direzione. Così che essi non saranno, per così dire, persi per la vita terrena e tutta questa vita terrena – raffiguriamocelo – verrà trasformata, grazie al fatto che può avvenire quello cui si è accennato. Così la scienza dello spirito può diventare pratica della vita ed essa farà entrare il mondo soprasensibile nell’immediato presente.

 

Può ora emergere la seguente domanda: quando prendiamo in mano un testo di scienza dello spirito leggiamo in una determinata lingua, i defunti la comprendono? Nel periodo di purificazione, il cosiddetto kamaloka, i defunti comprendono la lingua che quaggiù hanno parlato come loro lingua principale; ma appena si passa al Devachan questa comprensione del linguaggio viene meno, e allora dobbiamo intenderci con i defunti più con pensieri privi di parole. Per questo, trascorso un certo numero di anni, subentra un cambiamento nel rapporto coi defunti.

 

Se in chi è rimasto c’è sensibilità, egli può soffermarsi a riflettere e sentire: il defunto è presso di te, è intorno a te, tu pensi come egli ti guida, proprio come si viene guidati e condotti da una persona viva. Questo può durare per anni; giunge poi il tempo in cui si perde il collegamento: è il momento nel quale il defunto dal mondo animico passa nel Devachan. Per lui ha allora inizio una fase totalmente nuova. Nel periodo del kamaloka infatti si ha ancora memoria della vita terrena, esso consiste nel fatto che l’uomo è ancora attaccato a questi ricordi, alle esperienze della vita sulla Terra, e che se ne deve anzitutto liberare.

 

Che cos’è una lingua terrena?

• Ogni lingua ha significato solo per la vita sulla Terra ed è intimamente legata all’organizzazione dell’uomo, al clima, e anche al fatto che la laringe, gli organi del linguaggio, sono diversamente formati. In Europa non si parla come in India.

I pensieri invece non sono legati all’organizzazione fisica, non vengono formati secondo condizioni terrene.

I defunti comprendono il linguaggio, di un luogo o di un altro, solo finché si trovano nel kamaloka, fino a quando sono legati a situazioni terrene. Da ciò si può desumere che, se giungono comunicazioni da un altro mondo tramite un medium e sono riversate in una determinata lingua, quelle comunicazioni, anche quando sono importanti, possono venir date soltanto da persone morte da poco tempo, non da altri esseri. Nei confronti di queste cose non bisogna proprio farsi la minima illusione.

 

In fondo, entro il mondo superiore ci siamo già sempre. Addormentandoci, vi entriamo inconsapevolmente e quando dormiamo viviamo nello stesso mondo nel quale entriamo quando passiamo per la porta della morte. Adesso vorrei porre questa domanda: chi ancora non è in grado di vedere con sguardo chiaroveggente, chi ancora non sa osservare come veggente, può sapere come stanno le cose quando subentra il sonno?

Tutti vi direte che, se si osserva una persona che dorme, essa vive, respira. Cos’è mai quel che è rimasto a giacere nel letto? In fondo è qualcosa di molto simile a una pianta. La pianta non è sostanza morta, come non lo è il corpo rimasto a giacere nel letto. Certo ricorderete che un rappresentante della scienza, Raoul France scrive che la pianta ha sentimenti e sa mangiare. Nella pianta, però, non c’è niente di animico. Essa per l’appunto non ha coscienza, però ha vita. Quel che oggi vanno fantasticando alcuni filosofi della natura riguardo alla coscienza della pianta è veramente soltanto una sciocchezza. Essi dicono ci siano piante che contraggono le foglie quando le si tocca, e ciò dimostrerebbe che hanno una specie di vita dell’anima.

 

Ci sono piante che, quando si mette loro vicino qualcosa, ad esempio un insetto, lo risucchiano, lo attirano entro i loro petali e se lo mangiano. Se ne trae la conclusione che i vegetali abbiano una sorta di coscienza, una specie di vita dell’anima. Illazioni del genere le fa qualcuno che non sa pensare. Un certo Raul France ora scrive parecchio su queste cose. Egli afferma che le piante abbiano una vita animica perché inglobano nelle loro foglie un insetto e se ne nutrono.

Si deve dire che queste persone hanno una logica singolare. Se si vuole sostenere che tutto quel che attira qualcosa per trattenerlo o per inghiottirlo ha un’anima, allora si potrebbe dire, a pari diritto, che ce l’abbia una trappola per topi. L’organismo dell’uomo che dorme ha lo stesso valore della pianta. Ma essa di cosa ha bisogno, quando la vediamo germogliare dal terreno, quando dispiega foglie e fiori? Per poter vivere, ha assoluto bisogno dei raggi del Sole che la colpiscano. Noi vediamo la Terra coperta di piante perché il Sole le suscita. Senza il Sole, la Terra non ne sarebbe ricoperta, nel periodo invernale le piante non possono far spuntar fuori nulla.

 

• Ora, nell’attuale ciclo dell’umanità, l’uomo è come una pianta se lo pensiamo dormiente,

senza il suo Io e il suo corpo astrale – è proprio come una pianta! Ha lo stesso valore organico.

Ma dov’è allora il suo Sole?

• Come non possiamo immaginarci la pianta sulla Terra senza il Sole,

anche ciò che giace nel letto non possiamo figurarcelo senza. Dov’è questo Sole?

• È in quello che, come Io dell’uomo, è uscito fuori.

È l’Io che allora ha da lavorare sull’organismo che dorme, come il Sole sulla pianta.

 

Anche la Luna, non soltanto il Sole, partecipa alla generazione e all’esistenza della pianta.

Senza l’influsso della Luna non ci sarebbe neppure la crescita dei vegetali così come essa è.

L’influenza lunare però non fa parte di ciò cui gli eruditi prestano attenzione.

 

In verità avviene che la luce lunare agisca sulle piante in modo molto simile a com’è per la luce solare, anche se non così intensamente. Mentre l’influsso del Sole ha più a che fare con l’attrarre fuori, per così dire, le piante, l’influsso lunare riguarda maggiormente lo svilupparle verso i lati, ha più rapporto con la larghezza. Un albero che cresca slanciato in altezza ha poca influenza lunare. Alla crescita dei vegetali partecipa il cosmo intero.

 

• Come il Sole partecipa alla crescita vegetale,

• così l’Io partecipa al corpo fisico e al corpo eterico nello stato di sonno dell’uomo;

e il corpo astrale vi partecipa così come la Luna prende parte alla crescita vegetale. C’è la stessa relazione.

 

• L’Io è il Sole per il corpo fisico e per il corpo eterico,

• il corpo astrale è la loro Luna, ma una Luna spirituale.

• Vediamo che il nostro Io fa le veci dell’influsso solare,

• e il nostro corpo astrale dell’influsso lunare.

 

In questo sta la giustificazione di ciò che intende il veggente, quando dice che l’uomo si è formato come un distillato delle forze del cosmo. Come il Sole si trova al centro del nostro sistema planetario, e diffonde la sua luce così che in ogni dove vi sia luce, altrettanto la luce dell’Io deve illuminare il corpo fisico e il corpo eterico.

 

La luce del Sole non è soltanto fisica, è anche animico-spirituale;

da ultimo essa si staccò dall’elemento cosmico e divenne Io.

• L’Io umano è dunque un estratto di quello che è diffuso nello spazio come luce solare

• e il corpo astrale umano è un estratto della luce lunare. Tutto è disposto con grande saggezza.

 

Se l’Io dell’uomo fosse ancor sempre legato al Sole, anche gli esseri umani potrebbero alternarsi tra sonno e veglia solo al modo delle piante. Stando all’influsso del Sole, non potrebbero mai dormire di giorno, dovrebbero dormire sempre di notte se il nostro Io non si fosse emancipato dal Sole. Ma tutta la vita della civiltà umana si fonda su questa emancipazione. Noi portiamo dentro di noi il nostro Sole. L’Io è un estratto dell’azione solare; ciò che nell’uomo vive come corpo astrale è un estratto dell’azione lunare.

Così nel sonno, nel mondo spirituale, quando giacciamo nel letto come una pianta, non dipendiamo dall’azione solare cosmica; il nostro Io compie ciò che normalmente il Sole fa per la pianta e il nostro corpo astrale compie quel che per la pianta fa la Luna.

 

Noi veniamo illuminati dal nostro stesso Io e dal corpo astrale.

Soltanto antiche concezioni occulte si fanno strada, talvolta, fino a questo.

Di un uomo che dorme la scienza dello spirito ci dà questa immagine:

• sopra di lui risplende il Sole, il suo Io – e senza di esso, quando dorme, egli non potrebbe essere come una pianta,

non potrebbe verificarsi il processo, avente luogo nel sonno, di ricostruzione di quanto è logorato.

• Sopra di lui risplende la Luna, il suo stesso corpo astrale.

Poi si riceve però anche l’immagine dell’uomo in stato di veglia.

 

Immaginiamocelo: con l’autunno il Sole perde la sua efficacia,

la crescita delle piante va spegnendosi, così è l’uomo quando si risveglia.

Nell’uomo desto il corpo astrale e l’Io sono dentro il corpo fisico e il corpo eterico.

 

In un certo senso, quando l’uomo si sveglia,

con l’entrare nel corpo si ha un tramonto del Sole e della Luna,

allora cessa anche la vera e propria vita vegetale.

 

Tanto attiva com’è nel sonno, per ristabilire, per rigenerare le forze, così arzilla non lo è al risveglio.

Quando l’uomo si sveglia, l’elemento affine alla crescita vegetale avvizzisce.

Al mattino, in quanto piante, noi deperiamo.

Si spiega così molto di quel che si svolge tra l’anima e il corpo umano.

 

Molte persone subito dopo il risveglio si sentono incredibilmente bene, pronte ad agire: sono le persone capaci di vivere più nell’elemento animico. Quelle che vivono maggiormente nell’elemento corporeo, al mattino sperimentano facilmente una certa stanchezza. Quanto più si dipende dal corpo, tanto più al mattino ci si sente spossati.

La nostra vita da svegli è veramente come il deperire delle piante nel periodo invernale, dunque è un morire.

Ogni mattina noi facciamo entrare nel nostro organismo forze di morte che nel corso della vita si sommano ed è per questo che moriamo. Il motivo della morte sta nella coscienza. Possiamo dedurne come la vita diurna cosciente, percorsa dall’Io, sia ciò che consuma il corpo fisico e il corpo eterico: moriamo perché viviamo in modo cosciente.

Oggi la gente si dà molto da fare per spiegare il sonno. Sarebbe uno stato di affaticamento che esisterebbe allo scopo di eliminare la stanchezza. Il sonno però non è una condizione di affaticamento, dato che il bambino per lo più dorme.

 

Il sonno è qualcosa che si inserisce nel complesso della vita che si svolge fisicamente,

nel ritmo tra l’addormentarsi e il risveglio.

 

• Così come si svolgono il sorgere e il tramontare del Sole,

• altrettanto è per il sorgere e il tramontare dell’Io,

• per il sorgere e il tramontare della Luna,

• per il sorgere e il tramontare del corpo astrale.

 

• Come nel periodo invernale noi vediamo la natura che va verso la morte,

• così anche in noi qualcosa deperisce mentre viviamo in stato di veglia.

 

Quando attraversiamo la porta della morte, lasciamo indietro i nostri corpi fisico ed eterico. Allora il nostro Io e il corpo astrale potrebbero apparire come un Sole e una Luna che non hanno nulla da illuminare. Effettivamente è anche possibile la condizione per cui l’Io e il corpo astrale continuino a vivere pur non potendo illuminare nulla. Quando essi si immergono nel corpo viene suscitata la coscienza. Anche nel mondo spirituale l’uomo deve immergersi in qualcosa per diventare cosciente, altrimenti non avrebbe vita cosciente.

 

In che cosa s’immerge l’uomo dopo la morte?

Ci troviamo davanti al fatto significativo per cui,

• prima che sulla Terra avvenisse il mistero del Golgota,

l’uomo si immergeva in sostanze spirituali esistenti senza il suo intervento.

 

• Dopo il mistero del Golgota l’uomo deve immergersi sempre più

in ciò che è giunto nella vita umana attraverso questo mistero, come sostanza cristica della Terra.

E qui vediamo un meraviglioso, intimo nesso.

Abbiamo conosciuto Cristo come spirito del Sole.

L’Io si è emancipato dalla luce solare.

Poi il grande spirito solare è sceso sulla Terra e, grazie a ciò, l’Io s’immerge nella sostanza dello spirito solare.

 

Quando l’uomo è passato per la porta della morte,

sperimenta questo immergersi nella sostanza-Cristo,

e in tal modo è in grado di sviluppare coscienza dopo la morte.

 

Volendo completare adeguatamente l’immagine precedente, otterremmo qualcosa che di fatto non esiste nella natura fisica, ma in quella spirituale. Nella natura fisica si arriverà a questa condizione quando la Terra sarà giunta allo stato di Vulcano.

 

• Quando il Sole dall’alto splende sulla Terra, possiamo dire: il Sole produce per incanto la crescita delle piante.

• Ma se splendesse sul pianeta Terra con la sua forza di suscitare la crescita delle piante

e la Terra divenisse a poco a poco incapace di produrre piante,

ma accogliesse la luce solare e la riflettesse sempre più,

allora poco alla volta potrebbe darsi che la luce del Sole non si perda,

ma dalla Terra torni di nuovo indietro verso lo spazio cosmico.

 

Allora la luce irradiata dalla Terra potrebbe sostentare la crescita di piante da qualche altra parte nello spazio celeste,

darebbe impulso a una crescita di piante soprasensibile. Questo non avviene fisicamente, ma spiritualmente.

• Per il fatto di essersi unito alla Terra,

Cristo agisce in modo che l’uomo che si congiunge a lui sperimenta, dopo la morte,

l’effetto retroattivo di quello che qui sulla Terra ha afferrato secondo coscienza.

 

Comprendiamo così come l’uomo proprio sulla Terra

debba conquistarsi la possibilità di sviluppare coscienza anche dopo la morte,

e come egli debba portare con sé dal corpo fisico, dalla vita fisica, le forze che sviluppano la coscienza.

Nel periodo greco-latino la corporeità fisica fu massimamente irraggiata.

A quel tempo aveva realtà l’espressione di un eroe omerico:

“Meglio essere un mendicante qui sulla Terra che un re nel regno delle ombre”.

 

In quell’epoca la vita negli inferi era un’esistenza miserevole.

La vita dopo la morte, prima che Cristo nascesse, era poco evoluta, smorzata per via di una coscienza crepuscolare.

Noi invece apparteniamo a un’epoca che è singolare per il fatto

che sulla corporeità non vengono più esercitate forze come quelle di allora.

 

Per quanto possa apparire strano, la corporeità umana, quello che è l’uomo dormiente,

di fatto va incontro gradualmente a una decadenza, iniziata nel periodo in cui cadde il mistero del Golgota.

L’elemento vegetativo era sviluppato al massimo grado nell’epoca greco-latina

e ora va a poco a poco incontro al declino; la corporeità umana,

giunti al traguardo dell’evoluzione dell’umanità, sarà massimamente disseccata.

 

• All’inizio gli uomini erano chiaroveggenti, era molto sviluppata l’anima;

questa chiaroveggenza andò persa avvicinandosi al mistero del Golgota.

• Con la decadenza spirituale-animica, la corporeità salì fino all’apice della bellezza greca

e da allora la corporeità di nuovo tramonta e si accresce la spiritualità.

 

• Ma ogni aspirazione alla bellezza, andando verso il futuro, ha qualcosa che non va:

la bellezza esteriore non ha futuro.

• La bellezza deve essere interiore, in essa deve divenire visibile l’elemento caratteristico.

I bei visi inespressivi del passato… ciò in futuro dovrà divenire spirituale, interiore.

 

Saranno significativi solo i visi caratteristici, quelli nei quali sia incisa spiritualità,

non quelli che hanno una bellezza esteriore in senso greco.

• Nello stesso senso in cui l’umanità va incontro esteriormente al disseccamento

e si avvicina sempre più all’ideale di essere non appariscente,

l’elemento spirituale-animico, la ‘solarità’ e la ‘lunarità’,

l’intimo essere del Sole e della Luna diverrà sempre più splendente.

 

Comprendono di più il futuro coloro che si prendono cura dello spirito e dell’anima tramite la scienza dello spirito, rispetto a quelli che vogliono riportare in auge nella nuova epoca i giochi dei greci.

 

Quanto più l’uomo lascia incolto, lascia nell’incoscienza il suo animico-spirituale,

tanto più tra morte e nuova nascita va incontro a una sorte miserevole.

• Che il corpo si dissecchi non ha nulla a che fare con la vita dopo la morte;

ma se l’uomo non ha sviluppato niente di spirituale-animico,

allora non ha niente da portare nel mondo spirituale.

• Quanto più egli si è messo d’impegno a compenetrarsi di contenuto spirituale,

tanto meglio gli andrà dopo la morte.

• Gli uomini impareranno sempre più a divenire indipendenti da ciò che è legato al corpo.

 

Oggi siamo ancora vincolati a parlare in questa o in quella lingua, ma la scienza dello spirito non conserverà sempre la forma che ha oggi. Il linguaggio può esprimere solo in modo estremamente povero quel che essa vorrebbe.

 

Nella scienza dello spirito sarà sempre più importante il ‘come’ si dice qualcosa,

piuttosto che il ‘cosa’ si dice. Questo sarà internazionale – e può vivere in ogni lingua.

Ci si abituerà a prestare ascolto al ‘come’ ci si esprime.

 

E così la scienza dello spirito darà all’anima qualcosa che è indipendente dalla corporeità. In tal modo si entra in relazione con gli abitanti del Devachan.

Oggi, miei cari amici, sediamo qui insieme e parliamo di scienza dello spirito. Varcheremo la porta della morte, ci evolveremo ulteriormente passando per molte incarnazioni: avremo allora pensieri che non dipendono dall’attuale linguaggio terreno.

 

La vita spirituale comincerà ad affacciarsi nella nostra vita

e potremo dialogare con i defunti anche quando sono morti da gran tempo.

La vita della civiltà terrena va incontro alla propria decadenza – lo possiamo scorgere anche senza essere veggenti.

• Un giorno tutta l’aria sarà impregnata da aeroplani, la vita della Terra si trasformerà in un deserto.

Ma, mentre questo avviene, l’anima dell’uomo cresce entro il mondo spirituale.

 

Alla fine dell’evoluzione terrena l’uomo sarà giunto al punto nel quale

non ci sarà più differenza tra la vita dei viventi e la vita dei defunti, essi vivranno in modo molto simile.

La Terra stessa deporrà il suo elemento corporeo, tornerà a trasmutarsi in qualcosa di spirituale,

perché l’umanità stessa si sarà spiritualizzata.

 

Una riflessione di questo genere può fornirvi una direzione per la risposta adeguata quando le persone domandano: “Sì, voi ci presentate questa alternanza tra gli stati della vita e della morte: deve durare per sempre che l’uomo ritorni ogni volta?”

Si deve allora dire: “Date tempo al tempo, solo osservate ogni cosa e vedrete che, quando si arriva al periodo finale della Terra, tutto si riequilibra. Quando la vita si avvicina alla fine della Terra, vedrete che tutta la Terra gradualmente si spiritualizza per la coscienza! Questa spiritualizzazione della Terra, questo dirigersi su verso le sfere spirituali, suscita quella condizione che viene attraversata su Giove, affinché l’uomo vi possa fare ulteriori progressi.”

 

È un ambito vasto e particolareggiato quello nel quale entriamo parlando della vita tra la morte e una nuova nascita. Tutto è soggetto anche lì ad alternanza, al cambiamento – pure il rapporto dei defunti con i viventi: tutto progredisce.

Poco alla volta entreremo sempre più nel modo in cui l’uomo conduce questa sua vita, alterna fra corporeità e spiritualità.

 

 

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