09/a – DAVIDE E SALOMONE / GIUDICI E RE

Davide e Salomone / Giudici e re

L’aurora della rivelazione


 

L’intento del capitolo precedente era di mostrare il significato dell’individualità di Mosè nella storia spirituale dell’umanità. Si presume che il lettore attento si sia accorto, che in quel capitolo, dedicato ad una singola personalità, si è parlato invero assai poco di essa. Mosè è stato considerato solo come il latore di impulsi di saggezza. Alla sua vita individuale non si è prestata alcuna attenzione. Di ciò vi è però una ragione precisa, la quale può essere facilmente intesa se si confrontano, alla luce della Bibbia, le biografie di tre importanti personalità del periodo dei giudici, Mosè, Giosuè e Samuele, con quelle dei re Saul, Davide e Salomone.

 

In proposito colpisce il fatto che nei ‘giudici’1 l’elemento personale scompaia quasi interamente nell’impersonalità della loro missione. Per comprendere i giudici non è affatto necessario addentrarsi negli aspetti personali della loro vita. Diversamente avviene invece per i ‘re’. In loro l’elemento personale risalta così fortemente, che è impossibile comprendere la loro missione, senza prenderlo in considerazione. Di ciò erano consapevoli gli scrittori della Bibbia. Essi descrivono le vicende di Mosè, di Giosuè, o di Samuele quasi come uno sfondo su cui possa apparire la storia del popolo. Nelle vicende dei re sopra menzionati è invece la storia del popolo a fare da sfondo alle loro biografie.

 

L’elemento personale balza in primo piano solo con l’istituzione della monarchia. Ciò avviene in modo così radicale che, al carattere generalmente epico della Bibbia si sovrappongono ora toni lirici. I Salmi e il Cantico dei cantici di Salomone sono infatti parti liriche della Bibbia, in cui l’esperienza personale di singoli uomini trova larga espressione.

Questo fatto ci porta immediatamente a chiederci, in che cosa consista la differenza tra il periodo dei giudici e quello dei re nella storia di Israele.

 

L’istituto dei giudici, che ebbe vigore da Mosè fino a Samuele, comportava un’autorità, che oggi si definirebbe semplicemente ‘teocratica’. Una tale definizione, invero, non dice molto, tuttavia indica la direzione in cui dobbiamo volgerci, per comprendere questo tipo di autorità.

L’autorità dei giudici si fondava infatti sul rapporto che il popolo aveva con Jahvè-Elohim, di cui i giudici erano i rappresentanti. Quando il popolo, con la sua coscienza, si allontanava da Jahvè, l’autorità dei giudici si indeboliva. Quando si volgeva nuovamente a lui, essa riacquistava vigore.

I giudici non possedevano una vera e propria giurisdizione temporale: erano meri portavoce e rappresentanti di Jahvè, di cui essi, nella coscienza del popolo, condividevano il destino.

 

Così, ad esempio, nella vita di Mosè vi furono momenti, in cui la sua autorità fu prossima ad annullarsi, e fu ripristinata solo grazie ad un intervento straordinario della guida spirituale. Il potere dei giudici non era quindi stabile. Questo fu uno dei motivi per cui, al tempo di Samuele, si desiderò l’istituzione della regalità. Quest’ultima doveva appunto costituire un potere stabile e inalterabile, di fronte alla mutevolezza della pietà popolare. L’altro, più profondo motivo per l’istituzione della regalità, risultava dal conseguimento di uno stadio di evoluzione per il quale, a determinare il destino di Israele non bastava più la semplice fiducia nelle forze divine, ma si sentiva il bisogno che vi cooperassero le forze umane.

All’elemento umano doveva essere accordato uno spazio maggiore di quanto non fosse avvenuto fino allora. Queste forze umane dovevano però essere le migliori, onde la scelta del re fu lasciata alla Divinità. Avvenuta la scelta, il re doveva rappresentare non solo la Divinità, ma anche la migliore volontà e capacità degli uomini. Il bisogno di guardare con venerazione non solo alla Divinità, ma anche ad una personalità, era naturale per lo stadio di evoluzione che il popolo di Israele aveva raggiunto al tempo di Samuele. La legge e la giustizia dei giudici non poteva più soddisfarlo: si voleva vedere un uomo, nel quale l’elemento umano fosse legittimato a cooperare con l’azione divina.

 

Questo bisogno del popolo fu corrisposto. Samuele designò una personalità atta ad essere consacrata re, e la scelta fu approvata dal popolo.

Saul, il primo re di Israele, era in senso eminente un personaggio rappresentativo. Che egli superasse “dalla spalla in su chiunque altro membro del popolo”, era segno, non solo del suo sviluppo fisico, ma anche della sua personalità fuori dal comune. La personalità di Saul racchiudeva in sé tutte le possibilità della natura spirituale israelita. Egli poteva rappresentare Israele, in quanto era capace, sia di innalzarsi alle sue somme altezze, che di immergersi nelle sue infime profondità. Nel suo essere si trovavano riuniti l’angelo e il demone di Israele. Egli, ad esempio, amava profondamente Davide, ma nel contempo lo odiava, tanto da attentare alla sua vita. Del pari, amava il proprio figlio Giònata sopra ogni cosa ma, quando questi lo contraddisse, minacciò di colpirlo con la lancia.

Egli nutriva una sincera devozione per il Dio dei suoi padri, ma non paventò di consultare una negromante per evocare il defunto Samuele. In lui vivevano contemporaneamente Jahvè e Baal, e in tal senso egli era rappresentante di un popolo che, per secoli, era stato teatro dello scontro tra queste due forze, nella coscienza e nel sangue. Proprio per questo motivo, la scelta di Saul come re andò incontro al desiderio del popolo di vedere le proprie forze concorrere alla determinazione del destino. Quando infatti Saul divenne re, tutte le forze umane che vivevano nelle anime degli Israeliti, divennero ‘re’ con lui e per lui. Tutta la componente umana del popolo, qual era di fatto, ottenne la sovranità con Saul. E se questi fece una fine tragica, e un altro fu scelto al suo posto come re, ciò non avvenne perché il popolo era insoddisfatto di lui, ma perché lo era il Dio di Israele. Il risultato del primo esperimento della libertà umana fu negativo: il demone si dimostrò più forte dell’angelo.

 

Era tuttavia necessario conservare la regalità, ossia la legittimazione delle forze ormai sviluppate della personalità. Se, infatti, durante il periodo dei giudici, il rapporto lunare con la luce spirituale dell’universo era in armonia con i tempi, successivamente lo sviluppo della vita spirituale israelita richiese un rapporto d’altro genere. Il mero rispecchiamento passivo della luce spirituale fu sentito come insoddisfacente.

La luce spirituale doveva essere accolta dalle forze proprie dell’uomo, in modo tale che lo spirito potesse fluire nella vita spirituale del popolo, non solo come spirito, ma come spirito e anima.

 

Il bisogno di uno spirito permeato di anima

era l’espressione del passo, compiuto nel frattempo dal popolo di Israele, dalla Luna a Mercurio.

Nel corso ulteriore della storia di Israele furono compiuti altri due passi:

• quello da Mercurio a Venere al tempo della cattività babilonese,

• e quello, infine, dell’incontro con la luce solare diretta, al tempo in cui il Cristo Gesù visse sulla Terra

(cf. la seconda conferenza del ciclo Il Vangelo di Matteo, di Rudolf Steiner).

 

Questi passi rappresentavano propriamente l’interiorizzarsi progressivo dell’esperienza della luce del Cristo, la quale fu in un primo tempo accolta sotto forma di comandamenti e promesse dall’alto, per accostarsi quindi sempre più all’umano – ossia interiorizzarsi -, fino a irradiare da un uomo, Gesù di Nazareth. Di questo cammino, per il quale la luce del Cristo si rese sempre più interiore, congiungendosi a poco a poco con la personalità, lo stadio di Mercurio costituisce il primo momento.

Dietro il bisogno del popolo di non essere più guidato da un ‘giudice’, ma da un ‘re’, vi è appunto il passaggio, nell’evoluzione interiore, dalla Luna a Mercurio – ossia il desiderio crescente di guardare ad un uomo, che possa parlare in nome di Dio, in modo tale che sia l’uomo a parlare di Dio, e non solo Dio a parlare attraverso l’uomo. L’esperienza e la saggezza dell’uomo devono risonare insieme con la rivelazione divina. Alla parola umana deve essere riconosciuto il diritto, non solo di trasmettere la parola divina, ma anche di risonare con essa.

 

Fu questo il motivo più profondo dell’istituzione dei re in Israele. Per questo stesso motivo, a partire dal tempo dell’istituzione dei re, nelle Sacre Scritture fu dato spazio alla parola umana. I Salmi e l’Ecclesiaste furono accolti nelle Sacre Scritture, in quanto la parola e la saggezza umane furono ritenute abbastanza sacre da poter stare accanto alla parola di Dio. La grettezza del più tardo fariseismo non esisteva ancora al tempo in cui il primo risonare della personalità umana con la sua parola annunziava l’aurora della futura Divino/umanità. Gli uomini salutarono allora la nascita della personalità, e incorporarono nelle Sacre Scritture i documenti che ne davano testimonianza.

 

 


 

Note:

1 – I giudici erano i capi del popolo ebraico durante il primo periodo della dimora nella terra promessa, anteriormente all’istituzione della monarchia. Di solito il periodo dei giudici si fa iniziare con la morte di Giosuè. Qui, però, l’Autore considera giudici anche Mosè e Giosuè, i quali di fatto erano tali.

 

 

By | 2018-12-17T12:25:11+01:00 Dicembre 13th, 2018|L’AURORA DELLA RIVELAZIONE|Commenti disabilitati su 09/a – DAVIDE E SALOMONE / GIUDICI E RE