09 – LA VITA DOPO LA MORTE

09 – La vita dopo la morte

O.O. 140 – Ricerche occulte sulla vita fra morte e nuova nascita – 26.01.1913


 

NONA CONFERENZA

 

Sommario: Osservazione di casi particolari di vita tra morte e nuova nascita – Solitudine, dopo la morte, per gli uomini che non si curarono di alcuna vita spirituale – Compito della scienza dello spirito: sostituire la perdita del collegamento diretto con il mondo spirituale tramite l’apprendimento del linguaggio della vita spirituale – Il rovesciamento di mondo interno e mondo esterno dopo la morte – Conseguenze della comodità e della mancanza di coscienza morale per la vita dopo la morte – Possibilità di comunicazione e di intesa da anima ad anima nella vita post-mortem grazie alla cura della scienza dello spirito.

 

Quando ci troviamo insieme per delle considerazioni scientifico-spirituali,

quando in genere ci riuniamo per il lavoro scientifico-spirituale, quali scopi abbiamo in realtà?

 

Qualche anima se lo può ben chiedere, perché chi è addentro nel lavoro scientifico-spirituale si può dire che dedichi una parte della sua vita dell’anima a osservazioni di cose che, in effetti, per altre persone oggi non esistono per niente. Noi prendiamo davvero in osservazione dei mondi che per la maggioranza degli uomini non ci sono affatto, e unirci per un tale lavoro, per considerazioni di questo genere, non è solo andar dietro a un ideale di quelli che esistono al presente.

Sicuramente è una cosa bella, molto bella, se un dato numero di persone seguono questo o quell’ideale elevato, ma è ben altra cosa ancora perseguire l’ideale scientifico-spirituale – quella chiamata spirituale che oggi va per il mondo forse ancora molto fievole e udibile all’anima di pochi uomini, ma che vi diverrà sempre più percepibile. Quelli che oggi si dicono, già con grande chiarezza oppure anche solo partendo da istinti indefiniti, che la scienza dello spirito è una necessità, da quali fondamenti della propria anima lo fanno?

Certo, uno segue più o meno quelli che spiritualmente si direbbero istinti, magari un dato impulso che egli non riesce a portarsi pienamente a coscienza, ma anche istinti del genere corrispondono a un volere vero e proprio, e se esaminiamo la vita dell’anima ce ne possiamo accorgere.

 

In occasione di questa riunione non desidero esporvi teorie generali, ma piuttosto andare di più al concreto, se vogliamo rispondere a domande come quelle or ora sollevate. Il veggente che sa guardare entro i mondi spirituali giunge anche un po’ alla volta a penetrare con lo sguardo quella vita che l’uomo attraversa tra la morte e una nuova nascita. Essa si svolge in regni spirituali che sono continuamente intorno a noi, ai quali ininterrottamente apparteniamo con la parte migliore della nostra vita dell’anima.

 

Quando l’uomo è passato attraverso la porta della morte e ha abbandonato la sua corporeità fisica, vive allora unicamente nel mondo spirituale, vive in un mondo che altrimenti gli è precluso finché si serve dei sensi fisici e della ragione. Il veggente è in grado di seguire la vita tra la morte e una nuova nascita.

Le questioni di fondo che sono in primo luogo determinanti per i nostri ideali, in realtà scaturiscono dall’osservazione di questa vita tra morte e nuova nascita. Si può infatti facilmente credere che essa non abbia nulla a che fare con la vita qui nel corpo fisico. Invece ha molto a che fare con essa, nel senso più profondo.

Ce ne accorgiamo in particolare guardando alle anime che già sono passate per la porta della morte, e osservando il loro rapporto con quelle che sono ancora qui nel corpo fisico. Consideriamo subito un caso concreto.

 

Un uomo era morto, era passato per la porta della morte e aveva lasciato indietro sua moglie e i suoi figli. Trascorso un po’ di tempo da quando aveva varcato la soglia, a una persona che era in grado di vedere nei mondi spirituali fu possibile trovare l’anima di lui. Era un’esistenza davvero straziante che quest’anima offriva alla vista. Essa si doleva lamentosamente riguardo a coloro che aveva abbandonato, la moglie e i figli, e ciò si esprimeva su per giù nelle seguenti parole – con ciò devo però far notare che quel che dicono le anime va rivestito con parole umane, ma questo è soltanto un rivestimento, il linguaggio è un po’ diverso e naturalmente non è possibile restituire la lingua dei defunti con parole fisiche, la si deve tradurre così:

• “Ho vissuto un tempo con coloro che ho lasciato indietro e quanto mi giungeva dalle loro anime era come un raggio di sole, quando prima, mentre vivevo nel corpo, la sera tornavo da loro dopo il lavoro quotidiano. Tutto quanto avevo sperimentato al loro fianco a quel tempo mi allietava le fatiche della vita. Allora non avrei potuto immaginarmi di poter vivere quella vita fisica senza moglie e figli. Posso ricordare tutto ciò che durante l’esistenza vissi insieme a loro, e questo lo so ancora oggi. Quando però mi risvegliai nel mondo spirituale dopo la morte non potei più ritrovare la mia sposa e i miei figli. Per me non ci sono più, c’è soltanto il ricordo di quel tempo, ora essi non ci sono più per me. So che sono giù sulla Terra, ma la loro reale vita dell’anima – ciò che da mane a sera pensano, sentono e vogliono – è come cancellata. Non li trovo più, loro, così cari, pur cercandoli tanto”.

 

Questa è davvero un’esperienza reale, ed è però esperienza comune non a poche, bensì a molte anime che attualmente passano per la porta della morte. Non fu sempre così nell’evoluzione dell’umanità; nei tempi antichi era diverso, allora gli uomini non attraversavano in questo modo la morte e non erano neppure, sulla Terra, nel corpo fisico così come sono ora.

La differenza fra il tempo presente e quello passato, è che prima le anime possedevano un’antica eredità spirituale, tramite la quale erano in connessione con il mondo spirituale. Quanto più retrocediamo in tempi in cui le anime che sono incarnate oggi lo erano già, troviamo sempre più che esse sono nel giusto nesso con i mondi spirituali. Questo antico patrimonio ereditario andò sempre più perduto per gli uomini. E oggi, sotto questo aspetto, viviamo veramente in un periodo nel quale nell’evoluzione dell’umanità cambiano molte cose. Molte, molte cose attualmente stanno cambiando.

 

Prima di prendere in considerazione i fatti gravi di cui si è appunto parlato, vogliamo anzitutto chiarirci in che modo le cose sono mutate nello sviluppo dell’umanità. Oggi ci sono uomini che conoscono ben poco del cielo stellato, anche solo di quanto si può saperne oggi. Certamente ci sono ancora persone che di tanto in tanto escono nelle notti stellate e godono lo splendore e la magnificenza del cielo, ma diventano sempre più rare, e sempre più numerose quelle che non sanno più distinguere un pianeta da una stella fissa.

Però non è questo il punto: se anche l’uomo esce nella notte rischiarata dalle stelle e alza lo sguardo al cielo, oggi non vede più nient’altro che stelle esteriori, che gli risplendono fisicamente. In epoche più antiche non era così; non era così per le anime che ora sono qui e che in altri tempi erano incarnate in altre corporeità. Quelle stesse anime che oggi vedono solo più le stelle fisiche, una volta, guardando al cielo, delle stelle vedevano meno la luce fisica, ma piuttosto quanto ad esse è legato spiritualmente. A tutti gli astri sono congiunte delle entità spirituali.

 

Quello di cui oggi nella scienza dello spirito possiamo parlare come di Gerarchie superiori, in tempi antichi dell’evoluzione dell’umanità lo scorgevano chiaroveggente-mente le anime – tutte quelle che siedono qui e tutte quelle che sono incarnate fuori di qui. L’uomo non viveva solo nella contemplazione del mondo fisico, viveva nella contemplazione del mondo spirituale, e in quei tempi negare il mondo spirituale sarebbe stato una stoltezza, come se oggi gli uomini negassero che esistono le rose e i gigli. A quell’epoca vedevano i mondi spirituali e perciò non potevano negarli. Per certi versi, il progresso consiste nel fatto che gli uomini hanno perso il collegamento diretto col mondo spirituale, ma in compenso hanno raggiunto un livello più elevato di indipendenza e di libertà.

A quei tempi l’anima dell’uomo viveva in un mondo esterno spirituale, a poco a poco quel mondo è andato perduto; ma un po’ alla volta ciò che del mondo esterno spirituale si è perso, deve venir rimpiazzato partendo dall’interiorità. Altrimenti l’anima, oggi abbandonata alla sola vista del mondo materiale, rimane desolata e svuotata.

 

E quante anime sono in circolazione oggi, che non sanno più nulla del fatto che tutti gli spazi sono ricolmi di esseri spirituali, dell’intessere spirituale e dello spirituale essere! Inoltre, tramite la sola vista del mondo esterno non si può nemmeno raggiungere una conoscenza del contenuto del mondo spirituale – lo si può raccogliendosi nell’intimo dell’anima.

Però molti non lo desiderano; anime siffatte sono appunto come quelle della famiglia cui ho accennato. Il padre stava nel mondo spirituale, nelle regioni ove viviamo fra morte e nuova nascita, e aveva una sete ardente di una relazione con le anime con le quali per così lungo tempo era stato unito. Ma quelle anime erano come scomparse per lui. Perché? Perché esse non andavano a cercarsi alcun contenuto spirituale, perché c’ erano soltanto finché potevano manifestarsi attraverso la corporeità fisica.

Egli bramava dunque di saper qualcosa delle anime che un tempo erano per lui come la luce dei suoi occhi, e il veggente che lo conosceva prima che fosse passato per la porta della morte non poteva recargli particolare conforto. Sarebbe stato in fondo non vero, quel conforto, sarebbe dovuto suonare così: “Le anime che per te sono estinte ti raggiungeranno, se attendi con pazienza. Allora le riavrai come un tempo le avesti sulla Terra”. Questo, però, non sarebbe stato del tutto vero, perché quelle anime erano assolutamente lontane da qualsiasi approfondimento nella vita spirituale.

Anch’esse, quando passeranno attraverso la porta della morte, avranno sete ardente di una relazione con le anime insieme alle quali erano state nella vita fisica. Ci sono infatti molteplici ostacoli, se entro quelle anime non c’è vita spirituale.

 

Ci troviamo ora in un ciclo evolutivo dell’umanità tale per cui le anime devono imparare il linguaggio della vita spirituale qui nella vita fisica. È quaggiù che ci conquistiamo la conoscenza dei mondi superiori, ciò che molte anime del presente disdegnano, quel che noi chiamiamo teosofia nel vero senso della parola. In verità è questa la lingua che dobbiamo parlare dopo la morte, se vogliamo esserci, per il mondo spirituale, nel vero senso del termine. Vi entriamo come muti se non abbiamo imparato quaggiù questa lingua. Dopo la morte non ci è più possibile recuperare quel che qui avremmo dovuto imparare come linguaggio della teosofia, della scienza dello spirito.

 

Se quel padre di famiglia, finché era sulla Terra, si fosse occupato di scienza dello spirito insieme ai suoi congiunti, allora dopo la morte avrebbe avuto tutt’altre sensazioni, una coscienza assai diversa. Avrebbe infatti saputo: “Qui le anime si possono sperimentare; se anche sono separato da loro da un abisso, esse giungeranno pure un giorno da questa parte e ci troveremo, perché parliamo una lingua spirituale comune”. Diversamente, però, egli non s’incontrerà con essi così come lo si deve fare nel giusto senso dopo la morte; egli potrà stare insieme a loro solo come sulla Terra ci si incontra tra muti, che vogliono comunicare qualcosa e non possono, non hanno proprio alcuna possibilità di intendersi.

Certo, si può ammettere che verità del genere sono spiacevoli da ascoltare, non sono simpatiche a parecchi uomini del presente. Ma non si tratta del fatto che suoni piacevole, la verità ha da essere vera.

 

Negli antichi tempi dell’evoluzione dell’umanità le anime umane ricevevano così tanto perché si trovavano ancora nella propria infanzia, e assumevano in maniera infantile le tradizioni e le rappresentazioni religiose dei mondi soprasensibili. In tal modo esse avevano un linguaggio per la vita spirituale e potevano essere in comunione con gli esseri spirituali.

Ora, proprio a partire dalla nostra epoca, l’uomo deve essere sempre più libero rispetto alla vita spirituale. Per questo la scienza dello spirito non giunge nel mondo fisico arbitrariamente, come qualcosa che si possa divulgare ad arbitrio, pressappoco nel modo in cui delle associazioni vogliono diffondere questo o quello. Coloro che oggi si sentono chiamati a portare idee spirituali nella nostra vita di pensiero hanno avuto esperienze simili a quelle appena caratterizzate; essi conoscono le anime che già oggi vivono nel regno al di là della morte, con il loro richiamo straziante rivolto alle anime che hanno lasciato quaggiù e che non riescono a trovare, essendo queste in sé spiritualmente vuote. Le grida dei defunti sono la chiamata dalla quale scaturisce l’ideale scientifico- spirituale.

Chi oggi entra in quel mondo, ed è in grado di verificare lo strazio, la nostalgia, la privazione, ma anche la disperazione delle anime che sono passate per la porta della morte, costui sa perché noi ci uniamo qui. Sa anche che non può far altro che sostenere tale vita spirituale. Questa è una faccenda seria, profonda, che risulterà dagli aneliti più profondi dell’umanità.

Oggi ci sono anime che sentono, per quanto solo dall’oscurità dell’istinto: “Voglio apprendere qualcosa dei mondi soprasensibili!”. Questi sono i pionieri di quel futuro dell’uomo che deve venire, anime che vedranno una faccenda importante nella cura della vita spirituale ricavata dalla conoscenza delle condizioni fondamentali della vita spirituale stessa. Poiché l’umanità terrena perderebbe altrimenti sempre più la possibilità di passare dall’altra parte, nell’altro mondo, in modo diverso che spiritualmente muta, senza la capacità di manifestarsi spiritualmente: per questo qui sulla Terra deve venir coltivata la vita spirituale nel senso della moderna scienza dello spirito.

 

Hanno completamente torto anche quelli che credono ad esempio di avere tempo, per sapere una cosa piuttosto che un’altra sulle questioni spirituali, fino a quando siano passati attraverso la porta della morte, fino a che sono dall’altra parte, nell’altro mondo. Per venire a sapere qualcosa di queste faccende si devono avere gli organi, la capacità di percepirle, e questa facoltà non si può avere dopo il passaggio attraverso la porta della morte se non la si è acquisita qui. Noi infatti non a caso viviamo nel mondo fisico!

Le nostre anime non scendono invano nel mondo fisico, vi scendono perché effettivamente in questo mondo deve venir acquisito quello che solo in esso è possibile acquisire: la conoscenza spirituale. Non possiamo vedere la Terra semplicemente come una valle di lacrime entro la quale viene relegata la nostra anima, dobbiamo invece vederla come qualcosa tramite cui possiamo acquistarci una possibilità di conseguire spiritualità, e questo ci si mostra come una verità.

 

Se chiediamo poi al veggente come si presenti la vita quando siamo passati per la porta della morte, egli dice che è molto diversa da come figura qui sulla Terra. Qui noi andiamo per il mondo, vediamo stendersi la volta celeste, splendere il sole. Guardiamo là fuori i monti, i mari, gli esseri degli altri regni di natura. Noi stessi attraversiamo questo mondo e abbiamo dentro, nell’intimo, i nostri pensieri, sensazioni, passioni, brame.

Varchiamo poi la porta della morte e lì le cose stanno diversamente; per chi non è abituato a fare considerazioni scientifico-spirituali la cosa appare del tutto paradossale, ed è vero quanto disse una volta Schopenhauer: che la povera verità deve tollerare il fatto di essere paradossale.

Quello che qui noi vediamo come pensieri, come rappresentazioni, che crediamo di albergare in noi, appare dopo la morte come mondo esterno. Dopo la morte, ciò che qui sono pensieri, rappresentazioni, ciò che qui è vita interiore appare come un grande, possente, quadro cosmico. Quegli uomini che qui vanno per il mondo spensierati, attraversano poi il mondo fra la morte e una nuova nascita così da trovare vuoto e desolato quanto avrebbero dovuto sperimentare ripieno di pensieri, di saggezza.

 

Tra la morte e una nuova nascita trova il mondo pieno di significato solo chi ha trovato il modo di vedere, negli astri, pensieri dispiegati. Ci si acquista questa possibilità elaborando dall’anima, tra nascita e morte, un contenuto di pensiero. Se qui non abbiamo colmato la nostra anima con quanto le possono dare gli organi fisici, percorriamo il cammino da morte a nuova nascita come se non avessimo orecchi e perciò non potessimo mai udire un suono, come se non avessimo occhi e pertanto mai potessimo percepire un colore. E come ora il Sole si trova nella volta celeste illuminando ogni cosa, e tutto ciò scompare ai nostri occhi quando tramonta, così la vita che qui sotto molti aspetti è esteriore, dopo la morte appare come vita interiore.

 

Guardiamo di nuovo a un’altra esperienza concreta del veggente. Quando osserviamo uomini che vivono tra la morte e una nuova nascita, e ci traduciamo nel linguaggio usuale ciò che li tormenta, essi dicono pressappoco: “Vive in me qualcosa che mi procura dolori, essi affiorano da me stesso” – come il mal di testa per l’uomo fisico, solo che è un dolore interiore. “Sono io stesso a causarlo, me lo provoco io”. Dopo la morte l’uomo può avere molto di cui lamentarsi, quanto a dolori e sofferenze interiori.

Se, come veggente, si studia a fondo da dove provengano tali intime sofferenze, allora queste che colpiscono l’essere umano dopo la morte sono da ricondurre al modo in cui ha vissuto qui la sua vita: se per esempio ha odiato particolarmente una persona che non avrebbe dovuto odiare. Ciò gli diventa dopo la morte dolore interiore e, quel che ha cagionato alla persona tramite l’odio, ora gli fa male come sua interiorità.

 

Mentre i nostri pensieri ci permettono di vedere un mondo esterno, diviene in seguito vita interiore quel che noi qui sperimentiamo come nostro mondo esterno morale – ciò che esperiamo come nostre relazioni di sentimento, di animo con altri esseri umani.

Davvero, è abbastanza paradossale dire: come qui a uno può far male il polmone, o lo stomaco, come si può avere mal di testa, così nell’aldilà gli può far male il torto morale.

Quello che qui è interiore, là è esteriore, e quanto qui è esteriore, là è interiore.

 

Nel nostro tempo è appunto giunta quella fase evolutiva umana nella quale molte cose si possono sperimentare solo dopo la morte. All’uomo che qui non vuole sapere proprio nulla del fatto che esiste un karma, e che ci sono ripetute vite terrene, in fondo non può mai venire in mente di appartenere a quanto egli chiama il suo destino. In che modo l’uomo va per il mondo? Uno gli fa questo, un altro gli fa quello; una cosa gli piace, un’altra gli dispiace. Non sa, non riflette sul fatto di essere egli stesso la causa per cui qualcosa gli accade, se qualcuno gli causa qualcosa di doloroso. Altrimenti sentirebbe: “Sei tu stesso che te lo causi!”. Se nella vita si riesce a tener dietro a questi pensieri, dopo la morte perlomeno si sente da dove provenga questa o quella sofferenza.

 

Nella vita tra morte e nuova nascita, sapere del karma è già un sollievo.

Diversamente resta invece la domanda straziante, per la vita dopo la morte, del perché si abbia a soffrire questo o quello. Sono tali cose che oggi si deve cominciare a sapere, senza le quali, diciamo, lo sviluppo dell’umanità non può proseguire.

 

Un altro caso che si mostra al veggente è il fatto che esistono uomini, tra morte e nuova nascita, che hanno da sbrigare cose ben poco rallegranti, poco simpatiche. Non ci si deve immaginare di non aver niente da fare fra morte e nuova nascita, abbiamo da eseguire le più svariate attività, a seconda delle nostre capacità. Così il veggente può trovare che là ci sono anime che per esempio devono servire quello spirito che chiamiamo Arimane. Appena entriamo nel regno al di là del mondo fisico, Arimane ci appare subito chiaramente come un’entità particolare.

Tutto quello che è rappresentato nel dramma ‘Il guardiano della soglia’’ come regno di Arimane e Lucifero sono mondi reali. Arimane ha il suo compito. Il veggente trova anime che là, dall’altra parte, sono aggregate al regno di Arimane, lo devono servire. Perché? Come veggenti si indaga al riguardo: per quale motivo sono condannate a servire Arimane?

Si risale alla vita che hanno condotto tra nascita e morte, si indagano le più eminenti caratteristiche di queste anime e si trova che hanno sofferto di un male, erano assoggettate ad esso, e quel male è la comodità. La comodità fa parte delle caratteristiche più diffuse dell’umanità odierna. Da dove deriva che la maggior parte delle persone ometta questo o quello? È fare i propri comodi!

 

Possiamo andare alle cose più importanti o a quelle meno importanti dell’esistenza: è la comodità ciò che compenetra tutta la vita umana. La propensione al vecchio e il non venirne fuori è un restare attaccati a quanto è comodo. Gli uomini non sono così cattivi come si suppone, non è per cattiveria che hanno mandato al rogo Giordano Bruno, Savonarola, e che hanno trattato Galilei così come è avvenuto. Nemmeno è per cattiveria che durante la loro vita non si interessino di apprezzare i grandi spiriti, bensì per comodità!

 

Ce ne vorrà di tempo perché persone del genere imparino a pensare e a sentire diversamente riguardo a qualcosa, e proprio a causa della comodità, che è una qualità generale molto diffusa. Questa comodità ci abilita a venir inseriti dopo la morte nelle schiere di Arimane, perché Arimane, oltre agli altri suoi uffici, è lo spirito dell’ostacolo. Ovunque dove sorgono ostacoli, lì è Arimane il signore; egli frena la vita e gli uomini. Quelli che qui sono assoggettati alla comodità diventano dei frenatori nel mondo in relazione a tutto ciò che, originando dai mondi soprasensibili, viene guidato verso questo mondo. Nella vita tra morte e nuova nascita è la comodità che incatena dunque l’uomo a quegli spiriti che, sottomessi ad Arimane, devono servire alle opposizioni, agli ostacoli.

 

In molte persone troviamo sviluppata, nella vita terrena, una qualità che già qui annoveriamo tra le qualità immorali: la mancanza di coscienza. Nella voce della coscienza abbiamo qualcosa che regola mirabilmente la nostra vita dell’anima. La mancanza di coscienza, la scarsa facoltà a prestare ascolto alla voce della coscienza che ci ammonisce, ci consegna ad altre potenze ancora, per il periodo tra la morte e la nuova nascita. Il veggente vi trova certe anime che, dopo esser passate per la porta della morte, sono divenute servitori di spiriti molto malvagi.

 

Qui nella vita compaiono malattie, che si presentano in un modo o nell’altro. Sappiamo per esempio che in tempi passati anche attraverso l’Europa corsero epidemie di peste, o di colera. La scienza esteriore potrà mostrare le cause esteriori, ma non le cause interiori. Tutto ciò che accade ha i suoi motivi spirituali. Se viene qualcuno a dirvi che la scienza ha appunto il compito di cercare le cause fisiche di quanto accade, si può sempre rispondere che la scienza dello spirito non esclude la verità delle cause esteriori quando esse sono fondate, ma vi aggiunge le cause spirituali.

Una volta, allorché si parlava di cause spirituali, una persona chiese: “Se Napoleone si presenta con la passione di condurre battaglie, non lo possiamo spiegare col fatto che sua madre, quando lo portava in grembo, andava volentieri sui campi di battaglia e glielo ha trasmesso per ereditarietà fisica? Questo ha del vero, ma fu proprio Napoleone a spingersi verso di lei, e a instillarle quella caratteristica, quell’inclinazione. La scienza dello spirito non esclude mai che anche l’elemento esteriore sia effettivamente vero.

 

Se qualcuno dice: “Qui c’è un uomo. Perché vive?”. Il materialista può allora replicare: “Perché respira”. Un altro può dire: “Io la so più lunga: non potrebbe vivere se tre mesi fa non l’avessi ripescato dall’acqua!”. Certo, forse che quest’ultimo nesso non è vero, se il primo è vero? Si crede infatti sempre che le correlazioni della scienza naturale verrebbero cancellate per via di quelle scientifico-spirituali. Se anche qualcuno può dimostrare di avere ereditato una o un’altra qualità dal padre, dal nonno e così via, è pur anche vero che lui ne ha creato i presupposti.

Si possono perciò studiare le cause delle malattie, che si sono diffuse, anche puramente al modo della scienza naturale. Ci si può pure chiedere solo esteriormente perché qualcuno sia morto di morte prematura. Tutto ciò, però, ha anche i suoi motivi nel mondo spirituale. Mentre qui sulla Terra si verificano delle malattie, determinate entità spirituali devono lavorare per farle entrare dal mondo spirituale in quello fisico.

 

Se guardiamo ai defunti che entrano in questo regno, mentre la vita non è del tutto giunta alla sua scadenza del decorso naturale e che forse muoiono per malattia nell’età migliore, nella giovinezza, ma che nella loro vita vennero anche perseguitati dalla sfortuna e dall’avversità – allora il veggente, quando osserva chiaroveggentemente questi destini che sono veramente numerosi, si trova di fronte a un fatto sconvolgente. Egli ha davanti a sé un campo di malattia e di morte, dominato interamente da certi spiriti maligni che le portano sulla Terra.

Quando poi si cerca di seguire il corso della vita di quelle anime che qui furono persone prive di coscienza, si trova dunque che ora esse hanno dovuto diventare servitori di questi spiriti malvagi della malattia, della morte e dell’avversità, per cagionare tali morti premature e pesanti destini. Questo è il nesso!

La vita diventa comprensibile soltanto se la si osserva nel suo complesso, non se si ritaglia solo il breve periodo di tempo tra nascita e morte. Questo periodo è infatti a sua volta intimamente dipendente da ciò che l’ha preceduto nella nostra innatalità, nel mondo prenatale puramente spirituale.

 

Con tutto il nostro essere

noi dipendiamo da ciò che è avvenuto precedentemente nel mondo spirituale.

 

Qualcosa del genere si capisce al meglio quando si è in grado di studiare chiaroveggentemente un fenomeno del quale molti desiderano credere che sia un’obiezione contro i fatti dell’indagine spirituale. Parecchie persone dicono, per esempio: “Sì, voi volete ricondurre attitudini e destini degli uomini a precedenti vite terrene. Guardatevi però una famiglia Bernoulli, che è rappresentata da otto matematici! Qui è davvero molto chiaro che determinate qualità vengono trasmesse ereditariamente di generazione in generazione!”.

Se però davvero si studia un fenomeno simile con sguardo veggente, risulta che tutto ciò che si presenta nel mondo nell’una o nell’altra forma artistica, e riesce a colmare gli uomini di un presentimento del mondo soprasensibile (e questo l’arte lo fa sempre), è il risultato dell’esistenza nel mondo soprasensibile. Chi entra in questo mondo con facoltà artistiche le porta con sé per il fatto di aver vissuto già in modo molto particolare nel mondo dell’armonia delle sfere, attraverso precedenti vite terrene, o per una speciale grazia nel periodo prima della nascita, prima del concepimento; e per il fatto di mostrare, ora, una certa inclinazione proprio verso un corpo fisico umano che gli permette di portare a espressione nel mondo fisico quello che percepì nei mondi spirituali.

 

Nessuna anima umana cerca di incarnarsi in un corpo, in una tale serie di generazioni ove si tramandano qualità musicali, se non si è acquisita in una vita precedente la capacità di sperimentare nel post-mortem proprio ciò che rende atti a quell’arte, per nascere poi in un corpo particolarmente musicale. Nella linea ereditaria, infatti, sono presenti solo le primissime disposizioni. Un buon orecchio musicale viene ereditato, e questi organi vengono trasformati, conformemente alle particolari facoltà dell’anima, ancora nella vita embrionale o dopo la nascita.

Il primo strumento sul quale l’uomo suona è il suo stesso organismo, e questo è davvero uno strumento molto, molto complicato, poiché entità divino-spirituali hanno impiegato l’intero periodo di evoluzione di Saturno, Sole e Luna per prepararlo. E noi veniamo al mondo con una saggezza che è veramente molto più grande di quella che possiamo acquisire in seguito.

 

L’uomo crede di essere molto sapiente quando comincia a saper pensare; ma la sapienza che riusciamo a realizzare quando iniziamo a poter pensare è piccola, in realtà, a confronto di una sapienza molto più grande che abbiamo assunto come habitus, ma che a un certo momento perdiamo.

Quando nasciamo, il nostro cervello è ancora duttile; allora i collegamenti che dal cervello vanno ai singoli organi sono ancora rudimentali, e questa sapienza noi la possediamo al tempo della nostra infanzia per accordare gli organi, lo strumento.

Più tardi, nel momento che possiamo ricordare come quello in cui diventammo coscienti di noi stessi, abbiamo ormai perduto la capacità di suonare il nostro strumento; quella facoltà è assai migliore nella prima infanzia che non in seguito.

 

Una sapienza grandiosa viene impiegata per farci divenire il complesso strumento che siamo. Questo può colmarci di grande rispetto per quel che siamo finché ancora ci troviamo nel grembo della sapienza divino-spirituale. Ci accorgiamo allora di come, in effetti, entriamo nella vita con una sapienza molto maggiore di quanto finora potessimo sapere; possiamo allora anche rappresentarci come questa sapienza sia grande prima, nella vita che precede quella embrionale. Questo è straordinariamente significativo, perché lo sguardo del veggente riconosce che, quanto più andiamo a ritroso, tanto più grandi sono la saggezza e la capacità dell’uomo.

 

Osserviamo ora, con lo sguardo del veggente, l’anima di un uomo che è divenuto servitore degli spiriti malvagi di malattia e morte. Possiamo vedere come la sapienza di cui l’uomo è capace sia come cancellata in una tale anima, per il fatto di essersi degradato. Quell’anima offre uno spettacolo orribile: un tempo destinata a possedere la più elevata sapienza, e ora ad essere tanto profondamente degradata da divenire serva di potenze arimaniche!

Quando dunque l’uomo è entrato nell’incarnazione chiudendo intorno a sé il corpo fisico, allora, prendendo parte alla vita spirituale, accogliendo in sé quel mondo, può vivificare la sua anima, e renderla capace di avere attorno un mondo spirituale al passaggio attraverso la vita tra morte e nuova nascita. Oppure può rendersi ottuso. Un’anima di quel genere si è resa ottusa quando qui, tra nascita e morte, non ha voluto accogliere nulla che la rendesse atta a vedere un mondo spirituale intorno a sé.

 

Ora ci vediamo come singole anime in connessione con tutta la vita spirituale del mondo; ora ci vediamo separati dal complesso della vita del mondo; sentiamo quindi la necessità di non lasciar atrofizzare le nostre forze spirituali ancestrali, ma di curarle, in modo da non cancellarci a poco a poco dal mondo.

Ora qualcuno potrebbe dire: “Sì, mi voglio cancellare dal mondo circostante, perché della vita non m’importa nulla.”.

Questo estinguersi, però, non equivale all’annientamento, è solo un cancellarsi per l’ambiente circostante. In tal caso non si esiste più per l’ambiente, ma per sé stessi si è ancora presenti.

“Cancellare” è isolamento nel mondo spirituale, significa vivere solo come su un’isola in solitudine, segregati, senza possibilità di un’intesa. A questo si giunge, se ci si esclude dal mondo spirituale.

 

Si può qui impiegare l’immagine seguente, imprimetevela bene, consideratela come buona base di meditazione.

Nel progredire sempre più nell’evoluzione del mondo, l’uomo diviene sempre più libero.

Egli esplica la vita in modo da vivere come su un’isola.

I nostri richiami, la nostra comprensione, devono andare da un’isola all’altra.

L’uomo che in futuro prenderà parte alla vita spirituale dell’umanità

saprà intendersi, da un’isola all’altra, con tutti quelli che vivono indipendenti sulle isole.

 

Per contro, chi fugge la vita spirituale starà sulla sua isola

e, se vorrà comunicare con coloro che già in precedenza ha conosciuto, non lo potrà.

In lui il suono si spegnerà, egli presagirà:

“Là, là dall’altra parte, su quelle isole ci sono quelli che conosco, che mi appartengono.”

– Ma non gli giunge nulla; egli starà in ascolto e non udirà nulla.

 

La scienza spirituale ci dà il linguaggio tramite il quale ottenere in futuro la possibilità di giungere ad intenderci, superando la solitudine. Le massime che qua ci risuonano provenendo dalle scritture occulte sono talvolta molto più profonde di quanto si pensi.

 

Quando avvenne il mistero del Golgota, fu esso il primo annuncio

di ciò che occorre all’uomo per trovare l’intesa dall’una all’altra di quelle isole.

• Ora c’è il secondo annuncio, la scienza dello spirito antroposofica,

che deve rendere sempre più chiaro per l’anima umana il mistero del Cristo.

• Quello che Cristo ha detto è indicato in alcune parole. Alle più profonde appartengono anche queste:

“Quando due sono uniti nel mio nome, Io sono in mezzo a loro”.

Ma questo nome si imparerà a comprenderlo solo se si impara il linguaggio spirituale.

 

All’inizio dell’annuncio cristiano era ancora possibile trovarlo in modo ingenuo;

in futuro riconosceranno Cristo soltanto gli uomini che lo riconoscono in modo scientifico-spirituale.

 

Oggi a molte persone può sembrare una follia che la scienza dello spirito venga chiamata la lingua spirituale di cui gli uomini hanno bisogno per non isolarsi, per non separarsi nella morte, nel morire, per trovare la possibilità di andare da un’isola all’altra.

Quanto oggi ho cercato di comunicarvi vi darà la piena idea del perché ci riuniamo per prenderci cura della scienza dello spirito. Chi oggi lavora consapevolmente per la scienza dello spirito segue quei richiami, quelle voci che segue anche, spesso, chi avverte l’anelito ad ascoltare qualcosa sul mondo spirituale. Queste voci, questi appelli provengono dal mondo spirituale stesso; e anche la necessità che si sente dal mondo spirituale quando parlano le anime umane che vivono tra morte e nuova nascita, quando parlano anche le altre entità spirituali delle diverse Gerarchie.

 

Se ci risuonano tutte queste voci, esse potranno ridestare nelle nostre anime ciò che sempre più condurrà l’umanità alla cura di quella vita spirituale che noi coltiviamo nei nostri gruppi.

Che anche qui in questo gruppo essa possa in futuro venir fedelmente curata, sia questo l’augurio che oggi, a conclusione di queste riflessioni, desidero porre nelle vostre anime e che spero ardentemente possa in esse infiammarsi, con sempre più vigore per il prosperare del lavoro scientifico-spirituale, portato da vero calore scientifico-spirituale.

 

 

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