//////10 – I PENSIERI UNIVERSALI NELL’AZIONE DI MICHELE ED IN QUELLA DI ARIMANE – MASSIME 121-123

10 – I PENSIERI UNIVERSALI NELL’AZIONE DI MICHELE ED IN QUELLA DI ARIMANE – MASSIME 121-123

I pensieri universali nell’azione di Michele ed in quella di Arimane – Massime 121-123

Commento di Lucio Russo


 

Cominciamo stasera una nuova lettera, intitolata:

I pensieri universali nell’azione di Michele ed in quella di Arimane  (23 novembre 1924).

 

Domanda: Posso chiedere una cosa?

Risposta: Certo.

Domanda: C’è chi si limita a parlare di “pensiero riflesso” e di “pensiero vivente” e chi dice che non si deve schematizzare, dal momento che tra coscienza immaginativa, coscienza ispirata e coscienza intuitiva non ci sono pareti stagne, e che le esperienze dovute a un grado di coscienza possono quindi presentarsi insieme a quelle dovute agli altri. Che ne pensi?

Risposta: Che ci si può limitare a parlare di “pensiero riflesso” e di “pensiero vivente” (soprattutto in vista della prima meta del nostro cammino), purché si sappia, però, che una cosa è il vero e proprio pensiero “vivente” (immaginativo), altra il pensiero “ispirato”, e altra ancora quello “intuitivo”.

 

Steiner, infatti, non solo afferma:

• “Il nostro io e il nostro corpo astrale non posseggono la vita, eppure esistono. Lo spirituale e l’animico non hanno bisogno della vita. La vita comincia con il corpo eterico” (1),

ma spiega pure, con estrema chiarezza, che

• “quando si instaura la coscienza vuota [quella ispirata], quando si fanno cadere i pensieri, come è descritto nella seconda parte della mia Scienza occulta, allora si sente come in noi svanisca il pensiero vivente [grassetto nostro], come per così dire si fondi il pensare che fino ad allora avevamo prodotto con i nostri sforzi; in compenso però ci si sente allora stranamente vivificati da pensieri che affluiscono in noi come da mondi sconosciuti, che esistono per noi” (2).

 

Un conto, poi, è distinguere (dice Goethe: “Solo colui che sa dividere può unire”), altro schematizzare.

Steiner, ad esempio, spiegando (ne I gradi della conoscenza superiore) quali differenze ci sono tra la coscienza rappresentativa (materiale), la coscienza immaginativa, la coscienza ispirata e quella intuitiva, precisa che nella prima entrano in gioco quattro elementi (la sensazione, l’immagine, il concetto e l’Io), nella seconda tre (l’immagine, il concetto e l’Io), nella terza due (il concetto e l’Io) e nella quarta uno (l’Io).

Ebbene, che cosa fa qui Steiner: distingue o schematizza?

 

Tra la coscienza immaginativa, la coscienza ispirata e la coscienza intuitiva non ci sono, è vero, pareti “stagne”, ma ci sono pareti “concettuali” e “gerarchiche”. Abbiamo visto, infatti, che la coscienza immaginativa, la coscienza ispirata e quella intuitiva sono rispettivamente in rapporto con la terza, con la seconda e con la prima Gerarchia.

Il fatto che le esperienze dovute a un grado di coscienza possano presentarsi insieme a quelle dovute agli altri, non ci dispensa perciò dall’avere ben chiare le loro differenze, così come il fatto, che so, che le vocali e le consonanti si presentino insieme nelle parole non ci dispensa dal distinguere le une dalle altre.

Ascolta, al riguardo, queste parole di Steiner (le ho trascritte, a suo tempo, da una conferenza che poi non ho più ritrovato): • “Questo è ciò che da un lato è per noi particolarmente necessario: chiarezza della tensione interiore (…) Quella chiarezza della tensione interiore che oggi contraddistingue il vero scienziato della natura nella tensione esteriore. Non oscurità e crepuscolo, non una mistica crepuscolare, ma luminosa trasparente chiarezza in tutto ciò che ha a che fare col pensare”.

“La limpidezza – scrive allo stesso proposito Scaligero – è l’onestà recata nel pensare” (3).

 

Cominciamo adesso la lettera.

 

 

Chi esamina la posizione di Michele verso Arimane viene portato a chiedere: “Come si comportano nei nessi cosmici

queste due potenze spirituali, dato che entrambe operano allo sviluppo delle forze intellettuali?”.

Michele sviluppò nel passato l’intellettualità attraverso il cosmo,

e lo fece come ministro delle potenze divino-spirituali che diedero origine tanto a lui stesso quanto all’uomo.

Quando questa si staccò dalle potenze divino-spirituali per trovare la via nell’interiorità dell’essere umano,

Michele deliberò di prendere da allora in poi la giusta posizione di fronte all’umanità,

per poter trovare in essa il suo rapporto con l’intellettualità.

Ma anche in seguito egli voleva compiere tutto ciò secondo gli intendimenti e quale ministro

delle potenze divino-spirituali con le quali egli è collegato sin dall’origine sua e dell’uomo.

È dunque sua intenzione che in avvenire l’intellettualità fluisca attraverso i cuori degli uomini,

pur rimanendo quella medesima forza che era già nel principio, quando emanava dalle potenze divino-spirituali” (p. 101).

 

 

Il fatto che tanto Michele che Arimane operino “allo sviluppo delle forze intellettuali”, ci dice che tali forze (come abbiamo sottolineato parlando della matematica) sono “neutre”: ossia, né infere, né supere, e per ciò stesso suscettibili, sia di uno sviluppo superiore (evolutivo-anagogico), sia di uno sviluppo inferiore (involutivo-catagogico).

(“La matematica – afferma Goethe – non può eliminare un pregiudizio, non può mitigare la testardaggine, calmare la faziosità, non può far nulla in campo etico” [4].)

Quando l’intellettualità “si staccò dalle potenze divino-spirituali per trovare la via nell’interiorità dell’essere umano”, il pensiero, vuoto (come abbiamo visto) di vita, anima e spirito, si posò (galileianamente) a terra, e conobbe così la realtà (meccanica) della morte.

Potremmo dire, ricorrendo a un’immagine, che il pensiero vive, come un uccello, nell’aria, ma può anche posarsi a terra (“Va’, pensiero, sull’ali dorate / Va’, ti posa sui clivi, sui colli…”).

 

C’è una bella differenza, però, tra un uccello che si posa a terra, fa quel che deve, e riprende poi il volo, e un altro che, una volta posatosi a terra, venga afferrato, spennato e messo così in condizione di non poter tornare a volare.

E’ questo, in sostanza, ciò che fa Arimane: afferra e spenna il pensiero, cercando poi, ove questo mostri di patire la nostalgia del volo, e quindi la voglia di farsi ricrescere le penne, di convincerlo (mediante la “cultura”, soprattutto “scientifica”) che mai è stato un pennuto e mai lo sarà, che mai ha volato e mai volerà: che mai si realizzerà, insomma, (come vorrebbe Michele) che “l’intellettualità fluisca attraverso i cuori degli uomini, pur rimanendo quella medesima forza che era già nel principio, quando emanava dalle potenze divino-spirituali“.

 

 

Molto diverso è il caso di Arimane. Già da lungo tempo questo essere si è staccato

dalla corrente di evoluzione a cui appartengono le entità divino-spirituali caratterizzate.

Nel più remoto passato egli si collocò accanto ad esse come potenza cosmica indipendente.

Ora egli sta sì spazialmente nel mondo al quale l’uomo appartiene,

ma non ha alcuna relazione di forze con gli esseri legittimamente appartenenti a questo mondo.

Soltanto perché l’intellettualità, staccata dagli esseri divino-spirituali, si avvicina a questo mondo,

Arimane la trova così affine a sé da potersi, per suo mezzo, collegare a modo suo con l’umanità.

Già in un lontanissimo passato egli ha infatti unito a sé ciò che l’uomo riceve ora come un dono dal cosmo.

Se gli riuscisse ciò che è nelle sue intenzioni, Arimane renderebbe simile al proprio l’intelletto dato all’umanità” (pp. 101-102).

 

 

Vedete, “soltanto perché l’intellettualità, staccata dagli esseri divino-spirituali [e per ciò stesso vuota, come abbiamo detto e ripetuto, di vita, anima e spirito], si avvicina a questo mondo [al mondo della realtà inorganica], Arimane “la trova così affine a sé da potersi, per suo mezzo, collegare a modo suo con l’umanità” (al fine di possederla e strumentalizzarla).

Dice Steiner: “Se gli riuscisse ciò che è nelle sue intenzioni, Arimane renderebbe simile al proprio l’intelletto dato all’umanità”.

Ciò vuol dire che se “l’intelletto dato all’umanità” fosse identico al suo, se fosse cioè portato sua sponte al riduzionismo materialistico e al monoideismo quantitativo, Arimane non dovrebbe fare alcuno sforzo per renderlo “simile al proprio”, facendoci così dimenticare che si tratta di uno dei doni di quello Spirito Santo di cui, purtroppo, sappiamo ancora poco o niente.

 

Ascoltate quanto scrive Bruno Forte (professore di teologia nella Facoltà teologica dell’Italia meridionale): • “Il Dio dei cristiani è un Dio cristiano? Questa domanda, in apparenza paradossale, nasce spontaneamente se si considera il modo in cui molti cristiani si raffigurano il loro Dio. Nel discorso essi parlano di Lui riferendosi ad una vaga “persona” divina, più o meno identificata con il Gesù dei Vangeli o con un essere celeste non meglio precisato. Nella preghiera essi parlano con questo Dio piuttosto indefinito, mentre sentono estranea, per non dire astrusa, la maniera in cui la liturgia fa pregare il Padre per Cristo nello Spirito Santo: si prega Dio, ma non si sa pregare in Dio. E’ innegabile il fatto che molti cristiani [cita qui Karl Rahner], “nonostante la loro esatta professione della Trinità, siano quasi solo dei “monoteisti” nella pratica della loro vita religiosa. Si potrà rischiare l’affermazione che, se si dovesse sopprimere, come falsa, la dottrina della Trinità, pur dopo un tale intervento gran parte della letteratura religiosa potrebbe rimanere quasi inalterata”” (5).

 

Abbiamo detto, a suo tempo (massima 22), che riconosciamo la “santità del volere” e la “santità del sentire”, ma non la “santità del pensare”, poiché ci è ignota la realtà dello Spirito Santo o dello “Spirito di Verità” (la prima è infatti la santità del Padre, la seconda del Figlio, e la terza, appunto, dello Spirito Santo).

Il che è grave, poiché ci troviamo in una fase evolutiva nella quale sarà sempre più difficile realizzare la santità del sentire e del volere, se non si sarà prima realizzata la santità del pensare, così come viene indicato da Michele (tanto che si potrebbe dire, rovesciando il “sine sanctitate non est homo sapiens” di Bonaventura: sine sapientia non est homo sanctus).

 

 

Senonché Arimane si è appropriato dell’intellettualità in un’epoca in cui non poteva ancora interiorizzarla in sé.

Nel suo essere essa rimaneva una forza che nulla aveva a che fare col cuore e con l’anima.

L’intellettualità emana da Arimane come un cosmico impulso gelido, senz’anima.

E gli uomini che vengono presi da quell’impulso sviluppano una logica che sembra parlare di per se stessa,

senza pietà e senza amore (in realtà è Arimane che parla per suo mezzo), una logica in cui non si mostra per nulla

il giusto e intimo collegamento dell’anima e del cuore con ciò che l’uomo pensa, dice e fa” (p. 102).

 

 

• Quella di Arimane, in sostanza, è una testa priva del restante organismo: ossia

un pensiero “senza pietà” (senza sentire) e “senza amore” (senza volere).

 

Ricordate che cosa abbiamo detto, una sera (lettera 2 novembre 1924), a proposito di quanti pensano che l’embrione non sia un essere umano? Abbiamo detto che in tanto possono pensarla così, in quanto la loro intellettualità, sganciata dal sentire umano, è stata inconsciamente agganciata dal sentire-non-sentire delle potenze arimaniche.

Pensate, di contro, alla Mater misericordiae, o a Parsifal, definito da Wagner “l’eroe pietoso”, oppure alla dottrina della compassione del Buddha: di quel Buddha la cui pietas – come rivelato da Steiner – è ora al servizio del Cristo nella sfera di Marte: ossia nella sfera “marziale” della lotta, della violenza e della guerra.

 

Diceva Nietzsche, com’è noto, che l’uomo è una corda tesa tra la bestia e il superuomo.

Ma non è così, giacché

l’uomo è una corda tesa tra il cielo e la terra, tra il passato e il futuro o tra Lucifero e Arimane.

 

Ho detto, sere fa, che una cosa sono le qualità, altra il soggetto o lo spirito che le ha.

Prendete ad esempio l’efficienza: non è forse una qualità o, come si usa oggi dire, un “valore”?

Che dire, però, dell’efficienza di un campo di sterminio? Non se ne dovrebbe apprezzare piuttosto l’inefficienza?

Ciò dimostra che l’efficienza

• è una qualità positiva o un valore quando è al servizio dello spirito umano (dell’Io inabitato dal Cristo),

• mentre è una qualità negativa o un dis-valore quando è al servizio di un ego

inconsciamente al servizio, a sua volta, di Lucifero, di Arimane o di qualche altra e peggiore entità.

 

Più della logica importa insomma il Logos, cioè il suo soggetto: i

mporta vedere, in altre parole, se la logica è al servizio di Michele o di Arimane.

 

Siamo soliti dire, ad esempio, che bisogna ragionare a “mente fredda”, perché è raro che un giudizio trinciato a “mente calda”, sull’onda cioè di un’emozione o di una passione, risponda alla realtà.

Un conto, però, è che il calore, risalendo dalla natura (flamma urens), ci privi del ben dell’intelletto, rendendoci così illogici, altro che, discendendo dallo spirito (flamma non urens), ci dia l’intelletto d’amore, rendendoci così umanamente logici.

Dice Steiner: • “L’intellettualità emana da Arimane come un cosmico impulso gelido, senz’anima. E gli uomini che vengono presi da quell’impulso sviluppano una logica che sembra parlare di per se stessa, senza pietà e senza amore (in realtà è Arimane che parla per suo mezzo), una logica in cui non si mostra per nulla il giusto e intimo collegamento dell’anima e del cuore con ciò che l’uomo pensa, dice e fa”.

 

Solo il calore che proviene dal cuore (e al quale apre il varco il “fiammeggiante principe del pensiero”) può dunque debellare (nella testa) la fredda e spietata logica arimanica, giacché il calore che proviene dalla pancia, rendendo illogici o irragionevoli, non fa che giustificarne e rafforzarne il monopolio.

Come vedete, una cosa è che la testa venga vivificata dal cuore, altra che il cuore venga mortificato dalla testa. Questo fa oggi, ad esempio, il “cefalocentrismo”, nella convinzione (tutta arimanica) che siamo solo testa, e ch’è il cervello a pensare, sentire e volere. Si è perfino arrivati, come sapete, ad affidare all’elettroencefalogramma il compito di rilevare e sancire il nostro stato di morte.

 

Riguardo al rapporto delle qualità con l’Io (in cui è il Logos, e quindi l’Essere dell’amore), sarà bene tornare a meditare queste parole di Paolo:

• “Quand’anche io parlassi le lingue degli uomini e degli Angeli, se non ho l’amore, io sono un bronzo che suona o un cembalo che squilla. Di più, avessi pure il dono della profezia, e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e avessi una fede tale da trasportar le montagne, se non ho l’amore, io sono un niente. Anzi anche se distribuissi tutti i miei beni ai poveri, e dessi il mio corpo ad essere bruciato, se non ho l’amore, tutto questo non mi giova a nulla. L’amore è longanime, l’amore è benigno, non è invidioso, l’amore non si vanta, né s’insuperbisce; non rifiuta nessun servizio ai fratelli, non cerca il proprio interesse, non s’irrita; non tien conto del male che riceve; non gode dell’ingiustizia, ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1Cor 13,1-7).

 

 

Michele invece non si è mai  a p p r o p r i a t o  dell’intellettualità.

Egli la amministra come forza divino-spirituale, sentendosi unito con le potenze divino-spirituali.

E compenetrando l’intellettualità, egli mostra anche come essa contenga la possibilità di essere un’espressione

del cuore e dell’anima, altrettanto bene quanto lo è della testa e dello spirito.

Michele parta infatti in sé tutte le forze primordiali delle divinità, sue e dell’uomo.

Perciò egli non trasmette all’intellettualità nulla di gelido, di insensibile,

ma la accompagna in modo interiormente caldo e pieno di anima” (p. 102).

 

 

L’intellettualità, di cui Arimane si è appropriato “in un’epoca in cui non poteva ancora interiorizzarla in sé”,

non ha per ciò stesso a che fare “col cuore e con l’anima”,

• mentre l’intellettualità, di cui Michele “non si è mai appropriato”, mostra di poter essere

“un’espressione del cuore e dell’anima, altrettanto bene quanto lo è della testa e dello spirito”.

 

Non si tratta pertanto di scegliere (come in genere si crede) tra la logicità e l’illogicità o tra la razionalità e l’irrazionalità, ma di portarsi al di là di questi dualismi per esperire una terza realtà: ossia quella del pensare umano, che agli occhi di Lucifero appare arimanicamente freddo e razionale, mentre a quelli di Arimane appare lucifericamente caldo e irrazionale (così scrive, ad esempio, Piergiorgio Odifreddi: “Il Cristianesimo è indegno della razionalità e dell’intelligenza dell’uomo”) (6).

E qual è il “pensare umano”? Lo abbiamo detto: quello in grado di muoversi in libertà, unitamente all’Io, tra i diversi livelli di coscienza e i corrispondenti livelli di realtà.

 

Ancora una parola sull’”appropriato”.

Ricordate quel che dice il Cristo dello Spirito Santo?

“Egli vi guiderà verso tutta la verità, perché non vi parlerà da se stesso” (Gv 16,13).

Non ci “parlerà da se stesso”, poiché appunto non si “approprierà” di ciò che riceverà dal Padre e dal Figlio,

bensì lascerà che l’Uno e l’Altro agiscano attraverso di Lui,

così come Michele lascia che agiscano, attraverso di lui, le “potenze divino-spirituali”.

 

 

Qui è anche la ragione per la quale Michele si muove nel cosmo con volto serio e con serio gesto.

L’essere così legato nel proprio intimo con il contenuto intelligente, come lo è Michele, significa al tempo stesso

dover adempiere il compito di non inserire in quel contenuto nessun arbitrio soggettivo, nessuna brama o desiderio.

Altrimenti la logica diventa arbitrio di  u n  essere, invece che espressione del cosmo.

Michele considera sua virtù di badare severamente a che il suo essere resti espressione dell’essere universale,

e di trattenere nell’interiorità tutto ciò che di individuale [soggettivo] vuole agitarvisi” (pp. 102-103).

 

 

Dice Goethe: • “Osservando la natura, così nei suoi fenomeni grandi come in quelli piccoli, mi sono posto costantemente questa domanda: “E’ l’oggetto che parla o sei tu?”. Ed è anche sotto questa luce che osservavo i miei predecessori e collaboratori” (7).

 

Quella di Michele è la serietà (moralità) di una conoscenza che, al contrario di quella odierna, divenuta sempre più “frivola” (“Non vivete più come i Gentili, – ammoniva già Paolo – la cui condotta segue la frivolezza dei loro pensieri” – Ef 4,17), tende con amore verso l’oggetto, trattenendo nell’interiorità tutto ciò che di personale o soggettivo vorrebbe vanitosamente introdurvisi.

E’ un non “parlare da se stessi” o un dirsi, parafrasando Paolo, “non io, ma l’oggetto in me”, “non io, ma il fenomeno in me” o “non io, ma il mondo in me”.

 

 

Il suo animo è rivolto verso i grandi nessi del cosmo: questo esprime il suo volto; la sua volontà, che si accosta all’uomo,

deve rispecchiare ciò che egli vede nel cosmo: questo esprime il suo contegno, il suo gesto.

Michele è serio in tutto perché la serietà, come manifestazione di un essere, è il riflesso del cosmo attraverso quell’essere;

il sorriso è invece l’espressione di ciò che, partendo da un essere, irradia nel mondo.

Una delle immaginazioni di Michele è anche questa: egli opera nel corso del tempo, portando la luce dal cosmo

come essere nel suo essere; egli opera quale essere come un mondo, affermando se stesso

soltanto con l’affermare il mondo, adducendo forze alla terra da ogni luogo dell’universo” (p. 103).

 

 

Si diceva, una volta: • “Scherza coi fanti, ma lascia stare i santi”. La conoscenza, in quanto espressione dello Spirito Santo o dello “Spirito di Verità”, esige serietà (non, si badi, “seriosità”), e non ammette quindi scherzi.

“La serietà, come manifestazione di un essere, – dice Steiner – è il riflesso del cosmo attraverso quell’essere; il sorriso è invece l’espressione di ciò che, partendo da un essere, irradia nel mondo”.

E’ bene dunque diffidare (spiritualmente), sia di chi ride quasi sempre (come può capitare ai tipi isterici, soprattutto se sottesi dal temperamento sanguigno), sia di chi non ride quasi mai (come può capitare ai tipi nevrastenici, soprattutto se sottesi dal temperamento melanconico).

 

Dice ancora Steiner che Michele afferma“se stesso soltanto con l’affermare il mondo”.

In quale errore incorrono dunque i tanti che bramano oggi “affermarsi” o “realizzarsi”?

In quello di volersi “affermare” o “realizzare” amando se stessi, e non l’oggetto

(“Amare se stessi – diceva Oscar Wilde – è l’inizio di un idillio che dura tutta la vita”).

(Sulla robusta copertina di un recente libro di Fabio Marchesi, intitolato: Àmati!,

c’è addirittura uno specchio in cui potersi rimirare [8].)

 

Il sano movimento dell’autorealizzazione è infatti un movimento indiretto o transitivo, cioè a dire

un movimento che passa attraverso l’oggetto, delegandogli tacitamente il compito di “realizzare” il soggetto.

Non è infatti attraverso la pittura che si è “realizzato” Raffaello, o attraverso la poesia che si è “realizzato” Dante,

o attraverso la musica che si è “realizzato” Mozart, o attraverso la scienza che si è “realizzato” Galilei?

Non pochi, al contrario, si danno a dipingere, poetare, comporre o ricercare al solo scopo di sentirsi pittori,

poeti, musicisti o scienziati e di potersi presentare in cotali vesti agli altri e al mondo.

 

 

Invece un’immaginazione di Arimane è la seguente: nel suo cammino egli vorrebbe, dal tempo, conquistare lo spazio;

egli ha intorno a sé tenebre in cui manda i raggi della propria luce: ha intorno a sé tanto maggior gelo

quanto più raggiunge delle proprie intenzioni; si muove come un mondo che si restringe interamente in un essere, nel proprio;

affermando se stesso soltanto nel rinnegare il mondo, si muove come se portasse con sé

le forze paurose di oscure grotte sotterranee” (p. 103).

 

 

Vedete,

• quello di Michele è il movimento centrifugo di un soggetto (di un Io)

che più diviene mondo (verità) più diviene se stesso,

• mentre quello di Arimane è il movimento centripeto di un soggetto (di un ego)

che più diviene se stesso (opinione) più respinge o rinnega (relativisticamente o nichilisticamente) il mondo.

 

Ascoltate queste parole di Scaligero:

“L’Io può compiersi in quanto non sia se stesso, ma il mondo: in quanto sia centro, ma effuso nell’immenso: dimentico

di sé, sia immerso nelle cose e con ciò le abbia veramente, essendo delle cose il fondamento: anelato da tutte le cose.

La potenza dell’Io è essere dal fondamento; ma esso lo è quando s’immerge nel mondo, perde se stesso nell’altro,

essendo l’Io che l’altro cerca come fondamento. Perciò, nel donarsi, l’Io attua la sua infinità:

riempie di suo movimento lo spazio che lo separa dall’altro e per cui l’altro è altro” (9).

 

Vi propongo la seguente meditazione (10):

 

Nei puri raggi della luce risplende la Divinità del mondo.

Nel puro amore per tutti gli esseri irraggia l’essenza divina della mia anima.

Raggiungo la quiete nella Divinità del mondo;

troverò me stesso nella Divinità del mondo.

 

 

Quando l’uomo cerca la libertà senza egoismo, quando la libertà diventa per lui puro amore per l’azione da compiere,

allora egli ha la possibilità di avvicinarsi a Michele.

Quando invece vuole agire in libertà sviluppando l’egoismo, quando la libertà diventa per lui il superbo sentimento

di manifestare se stesso nell’azione, allora l’uomo è in pericolo di cadere nella sfera di Arimane.

Le immaginazioni qui descritte si accendono a seconda che l’azione umana sia mossa dall’amore dell’uomo

per la azione (Michele), oppure dall’amore dell’uomo per se stesso in quanto agisce (Arimane)” (pp. 103-104).

 

 

• Un conto, dunque, è amare ciò che si fa, cioè servirsi di se stessi per illuminare con calore l’oggetto,

• altro è amare se stessi in quanto si fa, cioè servirsi dell’oggetto per illuminare con calore se stessi.

Si tratta di una differenza che riguarda la sfera profonda delle intenzioni (della vera moralità),

e ch’è perciò impossibile cogliere se si osservano e giudicano le cose in superficie o dall’esterno

(come fanno il materialismo e il moralismo).

 

Osserva in proposito Steiner: • “Si può essere addirittura rudimentali quanto a intuito e intendimento rispetto a un altro uomo, ed essere tuttavia capaci di osservarne le azioni [il comportamento]; ma bisognerà avere almeno un po’ delle sue qualità di spirito e della sua levatura psichica, se si vuole penetrarne le intenzioni (11).

 

Non crediate che questo non ci riguardi. Anche dell’antroposofia ci si può infatti occupare, sia per amore dell’uomo (dell’Io e del Cristo che lo inabita), sia per amore di se stessi o dell’ego (giacché il sentirsi “occultisti”, “maghi” o “Guru” può gratificare ancor più del sentirsi artisti o scienziati … e pensare che Filippo Neri preferiva passare per “matto” piuttosto che per “santo”).

Ma amare l’uomo vuol dire

tanto amare il mondo

quanto patire l’assoluta incapacità dell’ego di migliorarlo e umanarlo,

e sentire per ciò stesso l’impellente bisogno di trasformare la propria natura (da Eva in Ave),

per poter così divenire degli spiriti liberi e capaci di amore: cioè, dei veri uomini

(“tu se’ colei che l’umana natura / nobilitasti sì, che ‘l suo fattore / non disdegnò di farsi sua fattura /

Nel ventre tuo si raccese l’amore/ …”).

 

“La misura dell’essere dell’uomo – scrive Scaligero – è la capacità di donarsi. Che non è un moto del sentire, anche se si attua mediante il sentire (…) Il moto iniziale è del pensare, in cui sorga il volere. Il pensare liberato è il suscitatore del sentire che può donarsi: che può essere amore” (12).

Solo in questo modo l’uomo può diventare una benedizione per l’uomo. Quanti si lasciano invece afferrare da Lucifero o Arimane non diventano purtroppo una benedizione, ma una maledizione.

 

Domanda: Che rapporto c’è tra il “pensare liberato” di cui parla qui Scaligero e l’”imagine sintesi” che dovrebbe concludere, sempre a detta di Scaligero, l’esercizio della concentrazione?

Risposta: Attento! Nel Manuale pratico della meditazione, Scaligero dice: “imagine sintesi, o concetto” (13), e non solo “imagine sintesi”. Tale esercizio si conclude infatti con la contemplazione del concetto (che è forma, ma non ha forma), e non del “pensare liberato” (che deve essere invece vivamente e previamente sperimentato come proprio movimento o proprio atto).

 

Ho detto, una sera, che se l’Io fosse un pescatore, il pensare sarebbe allora il pescare (cioè un’attività del soggetto), mentre i pensieri o i concetti sarebbero i pesci (che, una volta pescati – cioè estratti o “astratti” dal loro mondo – si mutano in morte rappresentazioni): • “Attraverso il pensare – scrive infatti Steiner ne La filosofia della libertàsorgono concetti e idee” (14).

 

Non dobbiamo dunque confondere

• i concetti e le idee, che sono mondo,

 • dal pensare, ch’è invece, come ripeto, un movimento o un atto dell’Io.

 

Si potrebbe perfino dire, volendo, che

l’Io è il pensare in quiete o il verbo quale soggetto,

• mentre il pensare è l’Io in movimento o il soggetto quale verbo.

 

 

Quando l’uomo, come essere libero, si sente vicino a Michele,

egli è sulla via di portare la forza dell’intellettualità “nell’intero suo essere”;

egli pensa sì con la testa, ma il cuore sente il chiarore o l’oscurità del pensiero;

la volontà illumina l’essere dell’uomo, mentre i pensieri, come intenzioni, fluiscono in lui.

L’uomo, diventando espressione del mondo, diventa sempre più uomo;

trova se stesso non cercandosi, ma, nel volere, collegandosi con il mondo nell’amore” (p. 104).

 

 

Ripensiamo a quello schema in cui l’Io reale sta al centro, tra la sua proiezione cosciente, l’ego,

e la sua proiezione incosciente, il non-ego (massima 61 e lettera 13 luglio 1924).

 

 

Dissi allora che

l’ego è l’Io come appare a se stesso quando si guarda nello specchio cerebrale,

• mentre il non-ego è l’Io così come viene sperimentato dall’ego.

 

Ebbene, portare la forza dell’intellettualità nell’intero nostro essere,

significa portarla appunto al centro, nell’Io reale, ch’è l’Io del pensare, del sentire e del volere,

così da poter pensare “con la testa”, sentendo al tempo stesso con il cuore “il chiarore o l’oscurità del pensiero”.

 

Dissi pure, se ricordate, che

è solo conoscendo il mondo come uomo e l’uomo come mondo

(vale a dire, l’ego come non-ego e il non-ego come ego, e quindi entrambi come Io) che si può ritrovare il Cristo.

 

Se si può arrivare a pensare (nonché a teorizzare), con la testa, che l’embrione non è un essere umano, ma solo un “ammasso di cellule” o un “ricciolo di materia”, oppure che l’essere umano non è che uno “psicozoo”, è soltanto per il fatto che il cuore non è più in grado di sentire la grossolanità, l’oscurità o la dis-umanità di tali pensieri.

Non ne prova orrore il cuore di quanti li pensano, ma può provarlo, con profondo dolore, il cuore di quanti li leggono o li ascoltano.

 

“Sono ancora pochi – osserva Steiner – quelli che sentono a quale orribile avvenire stia avviandosi l’umanità, se non imparerà a riconoscere l’importanza della posta in giuoco e l’entità del regresso compiuto rispetto a traguardi già raggiunti nel passato” (15) (ad esempio, da Goethe).

 

 

Quando, nello sviluppare la sua libertà, l’uomo cade nelle reti di Arimane, egli viene assorbito nell’intellettualità

come in un automatismo spirituale nel quale è una parte, e non più se stesso.

Tutto il suo pensare diventa esperienza della testa; ma la testa lo separa dall’esperienza individuale

del suo cuore e del suo volere, e annulla la vita individuale.

L’uomo va sempre più perdendo l’espressione della sua essenza umana interiore,

mentre diventa espressione del suo proprio essere; cercando se stesso, si perde; si sottrae al mondo al quale nega l’amore;

egli sperimenta veramente se stesso soltanto quando ama il mondo” (p 104).

 

 

Come non pensare, sentendo parlare di “automatismo spirituale”, alle cosiddette nevrosi “ossessivo-coatte”?

Vedete questo libro? S’intitola: Stili nevrotici, ed è stato scritto da uno psicoterapeuta americano che si chiama David Shapiro. Ha i suoi anni (è stato pubblicato in italiano nel 1969), ma ritengo sia ancor oggi uno dei più interessanti e originali studi sulle nevrosi.

Ascoltate quanto dice riguardo allo “stile ossessivo coatto”: • “Il termine “rigidità” è spesso usato per descrivere varie caratteristiche degli ossessivo-coatti. Può ad esempio riferirsi a una positura rigida del corpo, a delle maniere sociali dure, impacciate, come di chi si regga sui trampoli, o a una generale tendenza a persistere nel corso di un’azione che è diventata inopportuna o addirittura assurda. Ma soprattutto la “rigidità” descrive una maniera di pensare” (16).

 

Vedete, “una maniera di pensare” che ha il carattere di quell’automatismo rilevato, al di là dell’ambito delle nevrosi, anche da Scaligero: ricordate? • “Nel generale pensare umano qualcosa si è sclerotizzato”, poiché l’elemento “disindividuale” [positivamente proprio della scienza] è “trapassato nell’automatismo dialettico, nella medianica impersonalità dello scienziato-tecnologo” (lettera 2 novembre 1924).

 

• Una cosa è perciò il pensare che aderisce amorevolmente alla realtà inorganica,

• altra il pensare al quale Arimane toglie il carattere umano, per conferirgli quello della macchina.

(Togliere il carattere umano al pensare vuol dire toglierlo anche al linguaggio, come si verifica, ad esempio, nella scuola, quando si preferisce parlare di “funzioni obiettivo” o “funzioni strumentali” anziché di insegnanti, di “comunicazione” anziché di letteratura, o di “utenti” anziché di genitori e alunni [17].)

 

E’ soltanto perché ci si è ridotti così (perché, sprovvisti del “filo di Arianna” del pensare, ci si è smarriti nel “labirinto” cerebrale dei pensati, finendo così nelle grinfie del Minotauro) che si può arrivare a pensare, come oggi, che il computer sia più intelligente dell’essere umano.

E’ pur vero, d’altro canto, che tra un essere umano che si riducesse a una macchina, ma che mai potrebbe essere tale perché la sua residua e insopprimibile umanità ne intralcerebbe il funzionamento, e una vera macchina, sarebbe da preferire senza dubbio quest’ultima (così come sarebbe da preferire, ad esempio, un vero pesce a un essere umano che, messosi in testa di essere un pesce, pretendesse di superarlo nel nuoto).

 

 

(…) L’epoca che ora si inizia richiede che l’umanità rivolga lo sguardo ad un mondo spirituale

immediatamente confinante col mondo che viene sentito come mondo fisico,

ad un mondo spirituale nel quale si può trovare ciò che qui è stato descritto come entità e missione di Michele.

Infatti il mondo che l’uomo, osservando questo mondo fisico, si dipinge come natura,

non è nemmeno quello in cui immediatamente egli vive, ma è un mondo

che sta tanto al di sotto del mondo veramente umano, quanto il mondo di Michele ne sta al di sopra.

Soltanto l’uomo non si accorge che inconsciamente, facendosi un’immagine del suo mondo,

ne sorge veramente l’immagine di un altro.

Dipingendosi quell’immagine, egli sta già eliminando se stesso e sta per cadere nell’automatismo spirituale.

L’uomo può conservare la sua umanità soltanto se, all’immagine nella quale egli perde se stesso,

come nella concezione naturale, egli oppone l’altra in cui domina Michele,

nella quale Michele conduce alla via verso il Cristo” (p. 105).

 

 

Il “mondo spirituale immediatamente confinante col mondo che viene sentito come mondo fisico”,

e “nel quale si può trovare ciò che qui è stato descritto come entità e missione di Michele”

è, come sappiamo, il mondo eterico della vita, del divenire e del tempo.

 

Abbiamo visto, infatti,

• che “una delle immaginazioni di Michele è anche questa: egli opera nel corso del tempo …”;

• e che “invece un’immaginazione di Arimane è la seguente:

nel suo cammino egli vorrebbe, dal tempo, conquistare lo spazio …”.

 

Scrive Scaligero:

• “Non v’è evoluzione che non si compia come ricongiungimento della forma creata con il suo principio” (18).

 

Michele vuole dunque esortarci a passare dallo spazio al tempo,

per permetterci di attraversare poi la soglia che divide

la sfera (spazio-temporale) dell’esistenza da quella (animico-spirituale) dell’essenza

(o, come dice Scaligero, del “principio”),

• mentre Arimane vuole spingerci dal tempo nello spazio,

per poter così congelare ed eternare la separazione tra la “forma creata” e “il suo principio”.

 

Occupiamoci adesso delle massime.

Massime 121/122/123 (23 novembre 1924)

 

 

121 –  “Non si è ancora compreso nella sua importanza per il mondo

qualcosa che vi agisce – per esempio i pensieri universali – se ci si arresta a questo agente in sé;

bisogna invece guardare conoscitivamente agli esseri da cui proviene; ad esempio, per i pensieri universali,

se siano portati nel mondo e attraverso il mondo da Michele o da Arimane”.

 

 

Come vedete, e come abbiamo detto e ripetuto,

• una cosa è il soggetto,    •  altra le idee, i concetti o i “pensieri universali”.

Non dobbiamo perciò fermarci a questi, ma sforzarci di capire da chi ci vengono ispirati o trasmessi.

 

Sapete che uso parlare della “scienza dello spirito” come di una “scienza degli spiriti”, proprio perché

ci permette di distinguere un essere (elementare) dall’altro, uno spirito dall’altro o una Gerarchia dall’altra.

Sappiamo inoltre che lo spirito è il soggetto (l’Io) dal quale (per via d’intuizione o ispirazione)

proviene quell’idea che mediante l’agire possiamo poi trasformare in azione.

 

Ricorderete che quando provai a riassumere in un “motto” l’insegnamento etico de La filosofia della libertà,

dissi (parafrasando il noto “ama, e fa’ ciò che vuoi” di Agostino): “Sii l’Io, e fa’ ciò che vuoi”.

Dissi così, perché non tanto importa che sia morale l’azione (nella quale si è tradotta, mediante l’agire, l’idea),

quanto piuttosto che sia morale il soggetto (dal quale fluisce, quale intenzione, l’idea).

 

Si parla qui di Michele e di Arimane, e quindi di un intelletto che può,

• sia portarsi deliberatamente a livelli di coscienza superiori (il primo dei quali è quello immaginativo),

• sia farsi inconsciamente attrarre da Arimane verso quel meccanicismo o automatismo intellettualistico

che caratterizza l’odierna cultura “tecnoscientifica”.

 

 

122 – “Ciò che, provenendo da un essere, può agire salutarmente e costruttivamente

a causa della relazione che questo essere ha col mondo,

può dimostrarsi malsano e deleterio se proviene da un altro essere.

I pensieri universali portano l’uomo verso il futuro se egli li riceve da Michele;

lo sviano invece dal sano futuro per lui se glieli può dare Arimane”.

 

 

Non aveva dunque torto, Jung, nel dire che l’idea giusta nell’uomo sbagliato è sbagliata

(anche se qui dovremmo dire: “nell’entità spirituale sbagliata”).

 

Come vedete, si tratta di una “diagnosi differenziale” che presuppone una qualche capacità di discernere gli spiriti.

Abbiamo detto, ad esempio, che • Lucifero guarda al passato, • mentre Michele e Arimane guardano al futuro:

• il futuro di Michele è però l’uomo (spirituale),  •  mentre quello di Arimane è l’androide o la macchina (materiale).

 

Abbiamo anche detto che

il futuro di Michele è il passato,

in quanto dobbiamo tornare al Logos (a quel Logos che era appunto “in principio”),

• ma che il passato al quale (grazie a lui) torneremo sarà diverso da quello dal quale ci siamo un tempo allontanati,

dal momento che si tratterà di una realtà coscientemente e liberamente ricercata, amata e ri-creata.

 

Michele e Arimane, al contrario di Lucifero, ch’è un “conservatore”, sono dunque, per così dire, dei “progressisti”:

• c’è però un “progressismo” reale,

• così come c’è un “progressismo” apparente e ingannevole,

ed è invero tragico (come dimostra la storia del Novecento) il non saper distinguere l’uno dall’altro.

 

Si tenga tuttavia presente che,

• dal punto di vista del tempo, Lucifero, come si è soliti dire, è di “destra” e Arimane è di “sinistra”,

• mentre, dal punto di vista dello spazio, Lucifero è di “sinistra” e Arimane è di “destra” (19).

 

 

123 – “Da simili osservazioni si è sempre più indotti a superare la concezione

di una spiritualità indeterminata che debba valere panteisticamente sulla base delle cose;

e si è guidati ad una concezione determinata, concreta,

che è in grado di rappresentarsi entità spirituali delle gerarchie superiori.

Ché la realtà consiste dappertutto in entità; e ciò che in essa non è entità,

è attività che si esplica nella relazione fra un essere e un altro.

Lo si può capire soltanto quando si può gettare lo sguardo sugli esseri attivi”.

 

 

E’ difficile immaginare un naturalista che non sappia distinguere un cane da un gatto, una rosa da una margherita o l’argento dall’oro (anche se, a dire il vero, assistetti una volta alla conferenza di un botanico che esordì dicendo: ”Non chiedetemi, per carità, che cos’è una pianta!”); non è difficile invece immaginare uno spiritualista che non sappia distinguere le diverse entità spirituali: non sulla carta, s’intende, ma nel vivo delle sue esperienze esistenziali o animico-spirituali.

Un conto, infatti, è lo spiritualismo (la “spiritualità indeterminata”), altro la scienza dello spirito, che permette, in quanto appunto scienza, di analizzare e discriminare.

 

Dice Steiner che • “la realtà consiste dappertutto in entità; e ciò che in essa non è entità, è attività che si esplica nella relazione fra un essere e un altro”: è questa un’asserzione che sarebbe bene adottare quale contenuto di meditazione.

 

Mi è capitato, giorni fa, di leggere, sulla stampa, il breve resoconto di un dibattito, svoltosi a Como, tra Edoardo Boncinelli ed Emanuele Severino. Pare che a un certo punto si siano scontrati, perché Severino ha detto che la filosofia guarda al Tutto (con la maiuscola), e quando Boncinelli ha replicato d’ignorare che cosa sia tale Tutto, dal momento che la percezione coglie solo le differenze, Severino (detto, non a caso, “doctor implacabilis”) gli ha allora consigliato (come a uno scolaro) di andarsi a rileggere Aristotele.

Fatto si è che quanti parlano, come Severino, di un Tutto astratto non si avvedono di fare così il gioco di quanti, come Boncinelli, sono pronti a opporre, a tale filosofema, le concrete differenze (singolarità) colte dalla percezione (dalla scienza naturale).

Hanno però coscienza, costoro, del modo in cui sanno delle differenze colte dalla percezione: del modo, cioè, in cui riescono a determinare, ad esempio, che la percezione A è un “fischio”, mentre quella B è un “fiasco”? Hanno forse dimenticato che, per Kant (di cui Boncinelli si proclama grande estimatore), la percezione non sa nulla, in quanto, di per sé, è “cieca”?

 

In realtà, asserire, come fa Boncinelli, che la percezione coglie solo le differenze, significa asserire che l’Io, mediante la percezione, riceve (qui e ora) una pluralità di stimoli (sensoriali) che pensa come A, o una pluralità di stimoli che pensa come B, o una pluralità di stimoli che pensa come C, e così via: significa asserire, cioè, che A, B e C sono concetti (ovvero, le determinazioni sintetico-ideali di quanto viene trasmesso in modo analitico dai sensi). Quelle di cui parla Boncinelli sono pertanto differenze concettuali, e non percettive.

Sono tali contenuti, in quanto sintetico-ideali, a costituire dunque il tutto (minuscolo) di ogni differenza (singolarità).

Se si realizza questo, si realizza allora che il Tutto (quello maiuscolo al quale guarda Severino) non è che il Tutto dei tutti: ovvero, il “Concetto dei concetti” (l’Io), e non delle percezioni.

 

Basta fare quindi un altro passo per realizzare che A, B e C, in quanto concetti, sono delle entità, e che la realtà – come dice Steiner – consiste dunque “dappertutto in entità; e ciò che in essa non è entità, è attività che si esplica nella relazione fra un essere e un altro”.

Morale della favola: solo chi coglie il tutto delle singole cose, può cogliere il Tutto di tutte le cose.

 

Note:

  1. R.Steiner: Sedi di misteri nel medioevo. La festa di Pasqua – Antroposofica, Milano 1984, p. 21;
  2. R.Steiner: Lo sviluppo occulto dell’uomo nelle sue quattro parti costitutive – Antroposofica, Milano 1986, p. 70;
  3. M.Scaligero: La luce. Introduzione all’immaginazione creatrice – Tilopa, Roma 1964, p. 20;
  4. J.W.Goethe: Massime e riflessioni – TEA, Roma 1988, p. 142;
  5. B.Forte: Trinità come storia – Paoline, Cinisello-Balsamo (Mi) 1985, p. 13;
  6. P.Odifreddi: Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici) – Longanesi, Milano 2007, p. 10;
  7. J.W.Goethe: Massime e riflessioni, p. 140;
  8. cfr. F.Marchesi: Àmati! – Tecniche Nuove, Milano 2009;
  9. M.Scaligero: Dell’amore immortale – Tilopa, Roma 1982, p. 16;
  10. R.Steiner: Indicazioni per una scuola esoterica – Antroposofica, Milano 1999, p. 49;
  11. R.Steiner: Iniziazione e misteri – Rocco, Napoli 1953, pp. 30-31;
  12. M.Scaligero: Dell’amore immortale, p. 19;
  13. M.Scaligero: Manuale pratico della meditazione – Tilopa, Roma 1984, p. 31;
  14. R.Steiner: La filosofia della libertà – Antroposofica, Milano 1966, p. 48;
  15. R.Steiner: Impulsi evolutivi interiori dell’umanità. Goethe e la crisi del secolo diciannovesimo – Antroposofica, Milano 1976, p. 281;
  16. D.Shapiro: Stili nevrotici – Astrolabio, Roma 1969, p. 29;
  17. cfr. La scuola e la mortificazione delle anime, 19 dicembre 2004;
  18. M.Scaligero: Dell’amore immortale, p. 11;
  19. R.Steiner: Il mondo come risultato di processi di equilibrio – Antroposofica, Milano 2012, p. 32.

 

 

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