/////10 – INTELLIGENZA DIVERSA IN OCCIDENTE, CENTRO E ORIENTE

10 – INTELLIGENZA DIVERSA IN OCCIDENTE, CENTRO E ORIENTE

Intelligenza diversa in occidente, centro e oriente

O.O. 186 – Esigenze sociali dei tempi nuovi – 15.12.1918


Sommario: Intelligenza diversa in occidente, centro e oriente. Diversa applicazione della triarticolazione nei singoli paesi. Pensiero astratto e pensiero reale. Proprietà dei mezzi di produzione e dei terreni. Modernità dell’antroposofia in campo scientifico, sociale e religioso.

 

Ieri ho collegato una parte delle nostre considerazioni ad un saggio di Berdjajev che, come si è visto, parte da un preconcetto: la fede incondizionata nella scienza moderna. Egli registra inoltre il fatto curioso che il bolscevismo ha eletto Avenarius, Mach e filosofi positivisti a suoi filosofi ufficiali, cosa comprensibile solo attraverso il contrasto fra la logica razionale, a logica scientifico-naturalistica e la logica dei fatti. È forse necessario mettere in rilievo che il saggio a cui mi riferisco è stato scritto fin dal 1908, ed è molto notevole – lo si può capire solo sulla scorta delle nostre basi scientifico-spirituali – che in questo scrittore russo si riscontri un giudizio che collima perfettamente col tempo attuale; più esattamente che egli esprima un giudizio ancora valido per il tempo attuale pur restando indifferente l’atteggiamento che si può avere rispetto a questi problemi. È forse anche importante notare che Avenarius e Mach fossero stati considerati filosofi bolscevichi nel tempo in cui – e qui non voglio assolutamente riferirmi a qualcuno in particolare – in cui probabilmente una gran parte dei presenti non sapeva che cosa in realtà fosse il bolscevismo. Infatti una gran parte dell’umanità dell’Europa occidentale e centrale sa del bolscevismo solo da pochissimo tempo, mentre esso è un vecchio fenomeno. Ora vorrei collegare ancora alcune cose alle considerazioni fatte in quest’ultimo tempo. Si sarà osservato che volevo fare vedere come gli impulsi sociali siano da giudicarsi osservandoli dal punto di vista della scienza dello spirito. Abbiamo così dovuto dar molta importanza al fatto che non si creda semplicemente – non come generalmente si fa per astrazione – di poter pensare in modo uniforme sugli impulsi sociali. I pensieri e le opinioni sui problemi sociali saranno turbati e condurranno ad errare, se non si considera che in tutto il mondo civile le comunità umane sono differenziate, che si deve evitare l’errore in cui si cade dicendo che, per quanto riguarda il problema sociale, si tratta di una determinata questione e che la società deve essere organizzata in un determinato modo. Bisogna domandare piuttosto quali siano le forze che portano alle esigenze sociali fra gli uomini dell’oriente, gli uomini dell’occidente e quelli del centro. Ed infatti abbiamo caratterizzato nel modo più vario, sia dal punto di vista sintomatico esteriore sia da quello interiore occulto, in che cosa consista, come ci si debba rappresentare la differenziazione fra l’umanità occidentale, quella centrale e quella orientale, della quale ultima in particolare fa parte l’Europa orientale, la Russia. Senza conoscere questa differenziazione non è possibile pensare in modo fecondo sul problema sociale.

 

Ebbene, domandiamoci oggi un po’ quale sia la caratteristica fondamentale dell’anima umana, la caratteristica che la fa evolvere, proprio nel periodo iniziato nel secolo quindicesimo e che durerà fino ad oltre il terzo millennio; abbiamo trattato spesso questo problema e oggi vogliamo metterne in evidenza singoli aspetti. La caratteristica fondamentale che a mala pena si è rivelata nella sua vera forma, che ora è agli inizi e che sempre più si svilupperà è l’intelligenza umana, l’intelligenza come caratteristica animica. Nel corso di questo periodo l’uomo sarà quindi chiamato sempre più a giudicare con la sua intelligenza su tutto, su argomenti sociali, scientifici e religiosi, perché, in effetti gli impulsi religiosi, quelli scientifici e quelli sociali esauriscono l’attività della vita umana.

 

Ora riuscirà forse più facile la rappresentazione dell’essere intelligente, dell’essere umano, che a questo punto bisogna suscitare, se ci si rende conto che non si può dire che nel quarto periodo postatlantico l’uomo, come personalità, si volesse mettere, come oggi si mette, sul solo fondamento dell’intelligenza. Per quanto riguarda il pensiero filosofico ho messo in particolare evidenza questo fatto specialmente nel mio libro Gli enigmi della filosofia. Nel quarto periodo postatlantico, che finì nel secolo quindicesimo dopo Cristo, non era necessario che gli uomini si servissero personalmente dell’intelligenza. Come il colore ed il suono penetrano nell’uomo attraverso le percezioni, così fluivano nell’uomo con le percezioni del mondo circostante, con tutti i rapporti della vita, anche i concetti e le idee, vale a dire l’elemento intellettuale. Ad esempio per i greci, ed anche per i romani, il contenuto dell’elemento intellettuale era anche percezione.

 

A partire dal secolo quindicesimo l’elemento intellettuale non poté, più essere per l’uomo risultato di percezione. La percezione dei concetti rimase ben esclusa dal mondo delle percezioni. L’uomo non accolse più i concetti e le idee contemporaneamente alle percezioni. È solo un errore credere che non sia avvenuta questa grande trasformazione all’inizio del secolo quindicesimo. Questo errore deriva dal non sapere distinguere. Vari uomini lo hanno già osservato nella vita esteriore. All’europeo succede per esempio di considerare assolutamente uguali i giapponesi che invece si differenziano uno dall’altro, come gli europei. Egli infatti non distingue. Allo stesso modo la scienza non distingue i singoli periodi, crede che tutto sia uguale. Ma non è così, si tratta invece del fatto che si è avuta una grande trasformazione all’inizio del secolo quindicesimo. Allora gli uomini cessarono di accogliere insieme alle percezioni i concetti, cominciarono a dover elaborare anche i concetti. L’uomo attuale deve elaborare i concetti traendoli dalla sua personalità. Così è all’inizio, e il processo si svilupperà sempre più. Proprio per quanto riguarda lo sviluppo dell’intelligenza gli uomini dell’occidente, del centro e dell’oriente sono diversi al massimo grado. E poiché le odierne esigenze teoriche del proletariato hanno il carattere dell’intelligenza – com’è ovvio nel quinto periodo postatlantico, in quello dell’anima cosciente – è importante considerare il rapporto dell’entità intelligente dell’essere umano, nella sua differenziazione sulla terra, anche per quanto riguarda gli impulsi sociali.

 

Si sottovaluta il significato di queste cose perché, esse al presente agiscono spesso soltanto nel subcosciente. L’uomo, col suo comodo pensare in piena coscienza, non gradisce distinguere. Ma ognuno ha in sé, un uomo interiore che svela la sua presenza nella coscienza solo in una certa misura. A seconda del suo punto di vista di occidentale, centrale ed orientale, l’uomo interiore fa una netta distinzione, distingue nettamente fra uomo occidentale, uomo centrale e uomo orientale. In questo caso non ciò si riferisce alla singola individualità, ma a quella parte dell’uomo che riguarda l’elemento etnico. Prego di fare sempre questa distinzione. Naturalmente il singolo emerge dall’elemento etnico. Certo, ci sono oggi degli uomini in cui l’elemento etnico agisce a mala pena; si tratta di quelli che sistematicamente si sforzano di essere uomini senza che l’elemento etnico agisca in loro; ma in quanto agisce, esso si manifesta come in vari modi l’abbiamo già caratterizzato e come ora, ancora una volta, lo vogliamo caratterizzare da certi punti di vista connessi col problema sociale.

 

Se si manifesta infatti qualcosa come il problema sociale, o anche qualcosa non dipendente dal singolo ma dalla comunità, allora bisogna già tener sempre conto dell’elemento etnico. Anche se un appartenente alla nazione britannica o un tedesco o un abitante della terra russa faccio intenzionalmente questa distinzione anche se questi tre, in quanto uomini, giudicassero nell’identico modo la politica o la struttura sociale inglese, tedesca o russa, i giudizi non sarebbero uguali, dovrebbero essere differenziati perché in tal caso, entra in funzione l’elemento comune. Dunque qui non è tanto questione del nesso da uomo a uomo, ma di ciò che agisce da popolo a popolo, di un elemento etnico che si distingue da un altro elemento etnico. Devo sempre mettere questo in forte rilievo perché, queste cose vengono continuamente fraintese con animo in parte benevolo, in parte malevolo.

 

Prendiamo un esempio. Prego di voler considerare queste cose in modo del tutto pacifico, in quanto non vogliono essere una critica, ma soltanto un’indicazione di dati di fatto, prego dunque di considerarle del tutto senza simpatia ed antipatia. Prendiamo un uomo dell’Europa centrale che osservi da un lato la vita della nazione di lingua inglese, e dall’altro la vita della nazione di lingua russa, come esse si manifestano nei modi di pensare del popolo, cioè nel modo di pensare non del singolo ma del popolo. L’appartenente ad un popolo centro-europeo coscientemente esprimerà ogni genere di giudizi. Secondo l’opinione pubblica, che è sempre una pigrizia privata, si esternano determinati giudizi. Ciò può avvenire, ma l’uomo interiore, intendo ora quello centroeuropeo, esprimendo un giudizio e non è affatto necessario che ne diventi cosciente se guarda ad occidente la popolazione di lingua inglese e considera l’elemento etnico nel modo in cui esso si manifesta politicamente, socialmente, dirà che si tratta di borghesume; e se guarda alla Russia dirà che si tratta di bohème. Naturalmente ciò è espresso in modo un po’ radicale, ma è così. Egli stesso sentirà certamente dire da sinistra e da destra: puoi chiamarci borghesi, puoi chiamarci bohemiens, ma tu sei un pedante! Certo ciò può capitare, questa naturalmente è l’opinione espressa dagli altri. Queste cose sono però più reali di quanto non si creda; sono realtà che bisogna attingere dai fondamenti del divenire umano.

 

Ed ora subentra il fatto caratteristico: nell’àmbito della popolazione di lingua inglese l’intelligenza è istintiva. Essa agisce istintivamente; un nuovo istinto è sorto nell’evoluzione dell’umanità, l’istinto di pensare intelligentemente. Quella appunto che l’anima cosciente deve educare, l’intelligenza, viene praticata istintivamente dalla popolazione di lingua inglese. L’elemento nazionale inglese ha l’attitudine all’esercizio istintivo dell’intelligenza.

 

Per quanto riguarda l’impulso ad essere intelligenti, la popolazione di lingua russa si distingue da quella di lingua inglese come il polo nord dal polo sud, oppure potrei dire perfino come il polo nord dall’equatore. Nell’Europa centrale – anche a questo ho già accennato – l’intelligenza non è istintiva, bisogna essere educati a conseguirla, viene inculcata con l’educazione. Questa è la grande, l’enorme differenza. In Inghilterra, nell’America, l’intelligenza è istintiva. Ivi essa ha tutte le caratteristiche dell’istinto. Nell’Europa centrale l’intelligenza non è innata, ma deve essere inculcata, deve essere afferrata nel divenire dell’uomo. In Russia – voglio basarmi a questo riguardo su varie manifestazioni letterarie perché, non si creda che io inventi queste cose – per così dire si disputa su che cosa sia veramente l’intelligenza. In base a dichiarazioni fatte da russi capaci di comprensione, ciò che là si chiama intelligenza è del tutto diverso da quanto si chiama intelligenza già nell’Europa centrale, per non parlare dell’Inghilterra. In Russia non è intelligente chi abbia imparato qualcosa. Chi viene considerato intelligente qui da noi? Chi ha imparato una certa cosa, chi l’ha fatta sua, chi a mezzo di questa ha acquistato destrezza nel pensare. Come ho detto questa capacità è addirittura innata nell’Europa occidentale e in America. Noi però non ciò permettiamo di non annoverare fra le persone intelligenti un commerciante, un impiegato statale o un rappresentante di un’arte liberale. Ma il russo sì. Il russo non considera senz’altro intelligente un commerciante, un impiegato dello Stato o un rappresentante di un’arte liberale; secondo lui è intelligente chi è sveglio, chi è pervenuto ad un certo grado di autocoscienza. L’impiegato dello Stato che ha imparato molto, che ha una propria opinione su molte cose può non essere un uomo sveglio. L’operaio che medita sul proprio nesso con l’ordinamento sociale, che è desto per quanto riguarda il meditare sul proprio nesso con la società, quegli è intelligente. Ed è molto caratteristico che si è perfino costretti ad usare la parola intelligenza in un senso del tutto diverso. Mentre in occidente l’intelligenza è infatti istintiva, innata, mentre nell’Europa centrale viene inculcata o almeno sviluppata, in oriente viene trattata in realtà come una cosa per niente affatto innata, una cosa che non può essere inculcata, che non può essere sviluppata così senz’altro, ma che deve essere destata da una certa profondità dell’anima. Ci si desta all’intelligenza. Ciò viene osservato particolarmente da certi membri del partito cosiddetto dei Cadetti i quali credono che la fede nello sviluppo dell’intelligenza sia appunto il motivo per cui si può notare nell’intelligenza russa una certa superbia, una certa sopravvalutazione di se stessi malgrado tutte le altre caratteristiche di umiltà.

 

In Russia l’intelligenza ha una posizione del tutto particolare. Anche se in base ai concetti dell’Europa centrale o dell’Europa occidentale l’intelligenza russa può apparire molto scarsa, se non ci si lascia ingannare, se non ci si illude circa i sintomi esteriori, ma si bada al nocciolo, si può dire che essa viene preservata da tutto quanto è istintivo. Essa non deve farsi intaccare così pensa il russo da qualche istinto umano, e non si deve credere di poter conseguire nulla di particolare con quanto si sviluppa come intelligenza. Il russo, naturalmente in modo non cosciente, vuol preservare l’intelligenza fin quando non sia giunto il sesto periodo postatlantico, il suo periodo, per non andare a pescare per mezzo dell’intelligenza negli istinti, ma per portarla lassù dove fiorirà il sé, spirituale. Mentre la popolazione di lingua inglese fa sprofondare l’intelligenza negli istinti, il russo vuole preservarla da ciò. Egli non vuole lasciar scendere l’intelligenza negli istinti, vuole averne cura, per quanto scarsa essa possa essere al presente, perché, sia preservata per il periodo futuro in cui il sé, spirituale, il puro spirituale, potrà essere compenetrato dall’intelligenza.

 

Considerando tutto questo nella sua essenza, si rivela che quanto con un giudizio senza preconcetti è anche passibile di una profonda critica, dipende tuttavia da una certa necessità dell’evoluzione umana. Come ho detto, gli stessi russi, quelli capaci di comprensione, nel caratterizzare queste cose scoprono in modo esatto che l’intelligenza russa, in base alla sua evoluzione, ha due fondamenti. L’intelligenza russa ha conseguito la sua configurazione, il suo carattere attuale perché, il russo che si sviluppa all’intelligenza, che vuole diventare un uomo sveglio, era stato dapprima oppresso dalla polizia; doveva difendersi fino al martirio dall’oppressione della polizia. Come ho detto, questa può anche essere condannata, ma al riguardo bisogna formarsi un’opinione senza preconcetti. D’altro canto il carattere specifico dell’intelligenza russa, che vuole appunto preservarsi per i futuri impulsi spirituali dell’umanità, è completamente condizionato dall’oppressione poliziesca che poteva condurre fino al martirio. Inoltre oggi l’intelligenza russa, in quanto essa si vuole preservare per tempi a venire, e gli scrittori russi lo mettono sempre in rilievo, è ovviamente qualcosa di estraneo al mondo, qualcosa che non è capace di destreggiarsi nella vita; è indirizzata a fini del tutto diversi da quelli che ora vivono nel mondo. Si può così dire che anche a questo riguardo la vita animica russa è opposta a quella della popolazione di lingua inglese. Si può dire che in occidente l’intelligenza è protetta dalla polizia, in oriente l’intelligenza è respinta dalla polizia. A qualcuno può piacere la prima soluzione, ad altri la seconda; qui si tratta di assodare dati di fatto. Come ho dunque detto, in occidente l’intelligenza è protetta. Il carattere particolare dell’intelligenza deve fluire nella vita esteriore, deve trovarsi in ogni elemento della struttura sociale. La gente, per mezzo della sua intelligenza, deve partecipare alla vita sociale e così via. In Russia, per iniziativa dello zar o di Lenin, l’intelligenza viene soffocata dalla polizia e verrà soffocata dalla polizia per molto tempo ancora. Forse proprio nel fatto di essere perseguitata dalla polizia sta il nerbo della sua forza. A questo riguardo si può fare proprio una classificazione piuttosto schematica e tuttavia valida, dicendo che l’intelligenza viene perseguitata in Russia, che viene domata nell’Europa centrale e che nasce già doma in occidente.

 

Si coglie nel segno facendo questa classificazione, questa ripartizione, malgrado le parole suonino strane. In Inghilterra ed in America, per quanto riguarda lo stato costituzionale, la politica estera ed anche la struttura sociale, l’intelligenza nasce già doma. Nell’Europa centrale viene domata. In oriente vorrebbe circolare libera, ma viene perseguitata.

 

Queste sono le cose che devono senz’altro essere considerate, se si vuole vedere la realtà, se non ciò si vuole semplicemente impegnare in modo confuso in cose che poi non permettono che ci si faccia un’idea precisa. Si tratta cioè del fatto che gli uomini, proprio per quanto riguarda l’intelligenza, sono differenziati in questo modo perché, l’elemento nazionale agisce nell’uomo. Essi sono differenziati come in vari modi ho accennato e come torno ad accennare oggi da un certo punto di vista. Ma d’altro canto nel periodo dell’anima cosciente bisogna comprendere questa differenziazione ed avere la possibilità di superarla.

 

Nella vita la si supera praticamente in due modi. In primo luogo venendo a conoscerla. Non significa nulla se soltanto si declama, da un comune punto di vista astratto, che è giusto un determinato punto di vista sociale, senza conoscere le differenziazioni entro l’umanità; in tal caso si passa accanto alla realtà facendo delle chiacchiere vuote. Il riconoscimento di questi nessi è dunque uno dei punti importanti. L’altro, volendo essere pratici, è di essere tuttavia in condizione di superare incerto qual modo queste cose con tutta la propria esperienza umana, e di tener conto della differenziazione; di non credere che gli uomini siano uguali su tutta la terra, e che si possa risolvere allo stesso modo su tutta la terra il problema sociale. Bisogna sapere che il problema sociale va risolto in vari modi perché, esso richiede di essere risolto in vari modi in base agli impulsi degli elementi nazionali.

 

Ciò è per solo possibile con la premessa fatta qui da parte della scienza dello spirito. Se infatti si possiede un ideale sociale più o meno confuso, o anche uno impostato armonicamente, come lo si applica a tutti gli uomini? Lo si può applicare solo unilateralmente. Si possono avere le più belle idee, dimostrabili nel modo migliore; non sì potrà fare a meno di pensare di poter rendere con esse felici gli uomini di tutta la terra. Il male del nostro tempo sta proprio nel voler qualcosa del genere. Quando ci si mette a fare dei discorsi su problemi sociali o politici, si pensa che le situazioni sulla terra possano essere ordinate soltanto in un certo modo, e che con le idee escogitate si possa rendere felice tutta l’umanità. Questo appunto si pensa oggi, ed in base alle premesse delle nostre abitudini di pensiero è difficile pensare diversamente.

 

Si consideri però l’elemento sociale, attinto alla scienza del lo spirito, da me esposto qui tempo fa. Si vedrà senz’altro che esso è in contrasto con le abitudini di pensiero del nostro tempo, che esso ha un carattere del tutto diverso. Ho detto che non si tratta di avere un ideale unitario, ma di indagare su quanto attende di diventare una realtà nel mondo. Poi ho fatto rivolgere l’attenzione alla triarticolazione della vita che lo stato unitario abbraccia in modo caotico. Al giorno d’oggi vi è dappertutto un governo, un parlamento, e si considerai ideale far confluire caoticamente tutto in un parlamento. Ho detto che la realtà tende a tener separato ciò che è unito in un complesso cosiffatto. La vita spirituale, in essa compreso l’elemento giuridico non la giustizia amministrativa, ma quella civile e quella penale ne forma una parte; la vita economica ne forma la seconda parte; e la vita che regola le prime due forma la terza parte; qui si amministra, si presta il servizio di pubblica sicurezza e così via. Queste tre parti si fronteggiano come stati che si trovano gli uni di fronte agli altri. Sono in relazioni reciproche per mezzo di rappresentanti, regolano i loro reciproci rapporti, ma sono in sé, sovrane, se è consentita l’espressione.

 

Si può stroncare quanto dico, ma in tal modo non si critica un punto di vista, bensì ciò che tende a diventare realtà nel corso dei prossimi quaranta o cinquant’anni. Soltanto la triarticolazione dà la possibilità di tener conto delle differenziazioni nell’umanità. Se infatti si ha un solo elemento unitario, lo si deve imporre a tutta l’umanità, come se si volesse far indossare la medesima giacca ad un piccolino, ad un uomo medio o ad un gigante; dove la grandezza viene considerata qui solo a titolo di chiarimento e non per classificare i popoli in grandi o piccoli. Se per c’è la triarticolazione, si ha la possibilità di avere in essa un elemento universale. In tal caso, per quanto riguarda la sua struttura sociale, l’occidente si configurerà in modo che in esso prevarrà l’amministrazione, la costituzione, ciò che regola la vita pubblica, la polizia in senso lato, e così via. Gli altri due saranno dei momenti subalterni, dipenderanno dal primo. Invece in altri paesi sarà diverso. Uno dei tre settori sarà preponderante, e gli altri due saranno in posizione più o meno subalterna. Esistendo una triarticolazione si avrà anche la possibilità, nel considerare i problemi, di scoprire la differenziazione della realtà. Va applicato su tutta la terra ciò che ha carattere unitario; ma di ciò che in effetti è triarticolato si può dire che in occidente è bene predomini il primo elemento, nei paesi centrali il secondo ed in oriente il terzo. Così si differenzia su tutta la terra ciò che viene considerato l’ideale della struttura sociale. Qui sta la differenza fondamentale fra la concezione che sosteniamo qui, attingendo alla scienza dello spirito, e le altre concezioni.

 

La concezione che si sostiene attingendo alla scienza dello spirito si può applicare alla realtà a priori, perché, essa accetta in sé, la differenziazione e, differenziata, può essere applicata alla realtà. La differenza fra una concezione astratta ed una concreta sta in questo: una concezione astratta è una somma di concetti, e con essa si crede di essere o di poter rendere felici gli uomini; di una concezione concreta si sa che da essa può derivare una volta una soluzione, poi un’altra o una terza; in diverse condizioni esterne si può quindi applicare la prima, la seconda o la terza soluzione. Ecco la differenza fra una concezione conforme alla realtà ed il dogmatismo. Ma il dogmatismo giura sui dogmi. I dogmi si possono però far valere soltanto tiranneggiando la realtà. Una concezione conforme alla realtà è uguale alla realtà stessa, è viva in sé. Come un organismo umano e non umano è mobile e vivo, non qualcosa di solido e in sé, conchiuso, così una concezione conforme alla realtà è viva e si sviluppa in un senso o in un altro.

 

L’osservazione della differenza fra la concezione conforme alla realtà e il dogmatismo è importantissima per la trasformazione delle abitudini di pensiero; oggi essa è tanto necessaria agli uomini, ma essi ne sono ancora molto lontani, in realtà molto più lontani di quanto si sappia. Ciò che dico sta a sua volta in intima relazione con la scienza dello spirito Ad orientamento antroposofico.

 

Per la scienza ordinaria oggi corrente, l’uomo è un’unità. L’anatomista, il fisiologo, considera il cervello, gli organi di senso, i nervi, il fegato, la milza, il cuore come organi che egli inserisce in un organismo unitario. Noi non facciamo così. Noi distinguiamo l’uomo che si manifesta nel capo, cioè l’uomo che si manifesta nel sistema neuro-sensoriale, da quello che si manifesta nel petto, vale a dire nella circolazione e nel respiro, e ancora da quello del ricambio o degli arti o anche dei muscoli. Come si sa, per noi l’uomo è triarticolato, e l’uomo triarticolato, vive nel mondo. E poiché nella scienza dello spirito ad orientamento antroposofico non siamo fissati astrattamente sull’uomo unitario, succede che lo scienziato dello spirito ad orientamento antroposofico scopre quell’ordinamento sociale di cui l’uomo fa parte, in quanto essere triarticolato. Il filo conduttore è infatti l’articolazione antroposofica dell’uomo. Più o meno i tre arti sono anche soltanto i simboli dell’essere umano, riscontrabili esteriormente, in quanto l’uomo ha le sue radici in tutti i mondi. Ma se consideriamo la triarticolazione, essa rappresenta per noi il filo conduttore per osservare poi il modo di essere differenziato degli uomini sulla terra.

 

Se mi soffermo su questi argomenti prego ancora di considerarli sine ira perché, io caratterizzo, non critico, né dico qualcosa che possa sembrare contrario a una parte o a favore dell’altra. Prendiamo le mosse dal russo, dall’uomo dell’oriente europeo. Non lo si può studiare affatto se si considerano soltanto le attuali anatomia, fisiologia, o psicologia e non l’uomo articolato al quale, almeno per grandi linee, ho accennato nel mio libro Enigmi dell’anima. Se infatti si considera la odierna (prego di notare: odierna) caratteristica dell’anima o in genere del popolo russo, si può dire che la Russia è l patria dell’uomo che si manifesta nella testa; i russi vogliano perdonarmi, ma è vero. Chiedo perdono ai russi perché, essi stessi non lo credono, ma sbagliano appunto. Forse si penserà che la Russia sia la patria dell’uomo che si manifesta nel cuore che la testa faccia piuttosto da sfondo. Lo si può sostenere soltanto se non si studia bene la scienza dello spirito. Infatti in Russia la civiltà, estrinsecazione della testa, sembra soprattutto una civiltà derivata dal cuore perché, se mi è consentita l’espressione banale, il russo ha il cuore nella testa; vale a dire che l’attività del cuore è così forte da estendere la sua azione alla testa, compenetrare tutta l’intelligenza, da compenetrare tutto. L’azione del cuore sulla testa, sui concetti, sulle idee, configura tutta la civiltà dell’Europa orientale.

 

A loro volta gli uomini dell’Europa centrale non se ne abbiano a male, ma la nota distintiva che caratterizza tutta la civiltà medioeuropea, è la continua discesa dell’attività della testa nel petto e la salita dell’addome o delle estremità nel cuore. Questo è l’essenziale nell’uomo mitteleuropeo; per questo motivo se la cava malissimo perché, non è in effetti né, ad un capo né all’altro. Ho descritto la situazione dicendo che presso il guardiano della soglia l’uomo dell’Europa centrale giunge a sperimentare particolarmente il tentennamento, l’incertezza, dubbio.

 

Gli europei occidentali, a loro volta, non se ne abbiano a male – ci si può già immaginare di quale parte resti da parlare – ma la loro civiltà è precipuamente una civiltà derivata dall’addome, una civiltà dei muscoli, perché, tutto quanto promana dalla civiltà dei muscoli estende nel popolo, non nel singolo individuo, la sua azione anche alla testa. Da qui l’intelligenza istintiva, ed è per questo motivo che da lì prende origine la civiltà dei muscoli nel senso moderno della vita: sport e così via. Tutto quanto sto dicendo lo si può anche scoprire dappertutto nella vita esteriore purché si voglia, purché si osservino realmente e senza preconcetti le circostanze. Un indirizzo in questo senso lo dà solo la scienza dello spirito orientata antroposoficamente. Nel russo il cuore manda le sue emanazioni nella testa, nella popolazione di lingua inglese l’addome manda la sua emanazione nella testa, ma la testa reagisce verso l’addome e lo dirige. È molto importante considerare queste cose. Non è necessario esprimersi in modo tanto radicale su questi argomenti come facciamo fra di noi, ma noi ci comprendiamo perché, fra di noi abbiamo forse, fino ad un certo punto, una reciproca benevolenza e sappiamo prendere queste cose con obiettività, non con simpatia ed antipatia.

 

Come si vede, volendo studiare le differenziazioni anche fisiologicamente e psicologicamente, è necessario considerare l’uomo triarticolato, bisogna sapere realmente che l’uomo è un essere triarticolato, un essere secondo il modello della Trinità. Infatti l’essenziale non è solo che gli uomini abbiano interesse reciproco, come raccomanda il sacerdote, ma che esista un effettivo interesse da uomo a uomo. Questo può basarsi però solo sulla comprensione. Resta qualcosa di meramente astratto se si dice di amare tutti gli uomini. Bisogna interessarsi con comprensione dell’uomo e anche delle comunità, se ci si vuol fare un’opinione sulle comunità umane e sulla loro struttura sociale. Lo si può fare però soltanto sulla base della natura umana triarticolata. Non conoscendo – non mi si fraintenda – la parte più – notevole di una comunità umana, non sarà davvero possibile conoscere l’uomo. Bisogna avere un certo indirizzo per acquistare comprensione, altrimenti si confonde tutto. Di questo si tratta, e per questo la scienza dello spirito ad orientamento antroposofico tiene conto della realtà. Essa è perciò anche molto spiacevole per gli uomini perché, essi, a motivo di certi preconcetti, non vogliono essere perscrutati. Per gli uomini è perfino oltremodo spiacevole se nella vita privata vengono intimamente compresi, e quasi si potrebbe dire che su dieci persone nove diventano nemiche se vengono comprese veramente. In qualche modo lo diventano; forse qualcuna incoscientemente, ma lo diventano. È spiacevole per gli uomini essere compresi anche se ciò avviene nel senso qui esposto, in modo da servire appunto ad incrementare l’amore per gli uomini. L’amore astratto per gli uomini è appunto paragonabile al calore che la stufa – ho fatto spesso il raffronto – dovrebbe sviluppare riscaldando. Se si esorta la stufa dicendo: Tu sei una stufa pertanto è tuo dovere riscaldare la stanza e non si accende il fuoco, l’esortazione morale non serve a niente. Lo stesso dicasi dei sermoni domenicali. Per quanto si predichi l’amore, se non si fornisce il combustibile, cioè il mezzo per capire gli uomini e le comunità, il predicare non ha valore.

 

Qui si vede in quale senso possiamo considerare appunto la scienza dello spirito antroposofica come combustibile per il giusto interesse dell’uomo per l’uomo, per la giusta evoluzione dell’amore per gli uomini. Si possono far comprendere agli uomini perfino gli importanti eventi storici che stanno alla base degli odierni impulsi sociali (qualche tempo fa ne ho parlato nelle conferenze sulla sintomatologia ) soltanto dal punto di vistai di una concezione conforme alla realtà.

 

Considerando tutto quanto è stato già detto in merito alla differenziazione fra mondo occidentale, centrale ed orientale, ciò che fluisce ancora pi’ copiosamente nell’anima di chi guarda questi mondi in modo veramente comprensivo, ci si può ben domandare da che cosa derivi, a parte quanto già è stato detto, che per esempio l’intelligenza russa possa conservarsi per tempi avvenire. In certo qual modo, per difendere l’intelligenza dall’attacco degli istinti occorre una forza maggiore di quella necessaria per esercitare l’intelligenza innata, istintiva. Occorre una forza maggiore. Anche questo si ottiene – mi si consenta l’espressione – attuando certe disposizioni nell’evoluzione dell’umanità occidentale. Si consideri il solo fatto che per molti riguardi la Russia è stata tenuta lontana dalle correnti culturali che ci sono state in occidente. Ho già caratterizzato da un altro punto di vista la stagnazione culturale di epoche passate in oriente. Si prenda per esempio la frattura della chiesa nel secolo nono, terminata nel decimo; una conformazione antica del cristianesimo venne spinta verso oriente e vi restò stazionaria, conservatrice. Si può perciò dire che una certa condizione, diffusa nel cristianesimo nei primi secoli, fu spinta verso oriente, ove rimase stazionaria. Nel frattempo l’occidente continuò ad evolvere il suo cristianesimo. Qualcosa fu dunque respinto verso oriente. Questo è uno dei fenomeni. D’altro canto venne spinto in oriente, dal proprio territorio in oriente, l’elemento tartaro, tutto l’elemento asiatico. Questa è però soltanto la manifestazione del fatto che sul territorio russo furono respinte forze umane antiche le quali accolsero in sé, in uno stato più giovanile dell’umanità dell’Europa occidentale, le forze umane provenienti dall’Asia.

 

Osserviamo a questo punto la civiltà mitteleuropea in quanto deriva dal protestantesimo. Tale derivazione è molto maggiore di quanto in genere si creda. In fondo tutta la civiltà mitteleuropea viene configurata dall’impulso del protestantesimo; non da una determinata fede, ma dall’impulso del protestantesimo, dato che anche il protestantesimo, per chi lo osservi da un livello più alto, non è che un sintomo. L’essenziale è l’impulso spirituale attivo nel protestantesimo. Tutta la scienza coltivata nell’Europa centrale, la forma che essa prende, è in effetti influenzata dal protestantesimo; non ci si può immaginare la civiltà mitteleuropea senza il protestantesimo. Ciò che in un luogo si manifesta in maniera particolarmente cospicua – proprio come l’ho messo in evidenza applicando i compiti sociali dell’antroposofia, che sono da mettere in pratica addirittura in modo differenziato – esiste in un altro luogo in modo diverso, in altri nessi con la vita. Direi che il protestantesimo ha dato anzitutto l’avvio nell’Europa centrale al poggiare dell’uomo sulla propria essenza intelligente. L’intelligenza europea, da acquisire con l’educazione, ha dei nessi col protestantesimo. Osservando bene, perfino l’azione cattolica, messa in atto contro il protestantesimo, è protestante quando non è emanazione del gesuitismo che ha contrastato coscientemente quel che derivava dal protestantesimo. Ma l’impulso che agisce attraverso il protestantesimo ha la sua culla nell’Europa centrale. Qual era la sua azione nell’Europa occidentale? Studiando le condizioni storiche sulla scorta dei sintomi, risulterà che nell’Europa occidentale ed in America l’azione del protestantesimo è tale da corrispondere come cosa ovvia all’innato istinto intelligente che esplica la sua attività in modo perfino più efficace nella vita politica che in quella religiosa. Esso agisce in modo del tutto ovvio. Là il protestantesimo è qualcosa che tutto compenetra, non ha bisogno di una particolare struttura, anche se naturalmente qua e là anime riformatrici si infervorano; non deve provocare una riforma sconvolgente come nell’Europa centrale. In occidente esiste in modo ovvio. È tale che si potrebbe dire: l’uomo occidentale moderno nasce già protestante. L’uomo mitteleuropeo discute da protestante. È proprio il protestantesimo a provocare discussioni. Nell’Europa centrale esso non è innato. Il russo, in quanto russo, rifiuta il protestantesimo. Non lo vuol avere e in quanto russo non gli può nemmeno essere proprio. L’elemento russo ed il protestantesimo non si sopportano a vicenda.

 

Quanto sto dicendo non si manifesta solo se si considera la professione di fede, ma si esprime nell’accoglimento di qualsiasi impulso culturale. Si può per esempio seguire il marxismo nei paesi occidentali. Vi viene accolto come una iniziale protesta contro le antiche condizioni di proprietà e così via. Nei paesi centrali si discute molto su queste cose, si bisticcia, si dubita, ed anche si chiacchiera inutilmente. È una caratteristica dei paesi centrali. Nell’Europa orientale il marxismo assume delle forme addirittura strane, bisogna dapprima rimaneggiarlo completamente. Considerando il marxismo nell’Europa orientale lo si trova in effetti completamente pervaso e colorato dell’ortodossia russa. Il marxismo porta l’impronta della fede ortodossa, non nelle sue idee, ma nell’atteggiamento che li russo assume nei suoi confronti.

 

Questo serve soltanto a far presente quanto sia necessario sorvolare sulle cose esteriori e considerare il loro nocciolo. Sarà molto vantaggioso abituarsi a pensare considerando varie cose della vita che, nel momento in cui le parole vengono usate, sono già in gran parte prive di valore. Ciò che si pensa oggi sulle cose basandosi sulle consuetudini del linguaggio non corrisponde mai esattamente alla realtà. Bisogna approfondire sempre le cose. Direi che il protestantesimo, come viene definito comunemente in base alle odierne abitudini di pensiero, in effetti non corrisponde più alla realtà. Bisogna concepire il protestantesimo in modo da poter anche dire che esso corrisponde alla realtà nella veste in cui si manifesta nel marxismo oppure se vogliamo, nella politica e perfino nella scienza. Al giorno d’oggi bisogna tendere assolutamente alla comprensione viva della realtà, superando la mera forma apparente delle parole, dei concetti. Da ciò dipende tutto e principalmente l’esatta comprensione dell’attuale impulso più importante, dell’impulso sociale. Da ciò dipende anche l’esatta valutazione delle condizioni del nostro tempo. Esse vengono giudicate in modo tanto errato appunto perché, la gente non è affatto abituata a considerare la realtà, perché, è lontanissima da pensieri corrispondenti alla realtà. La gente ricerca sempre la colpevolezza o l’innocenza rispetto alle recenti catastrofi belliche, malgrado questo problema come tale non abbia alcun senso. Per questo motivo già parecchio tempo fa, ebbi ad illustrare qui la vera situazione per quanto riguarda gli impulsi del mondo. Come al presente si sta veramente realizzando la carta geografica da me qui disegnata, così si stanno realizzando anche altre cose. Esse si realizzano, si realizzeranno esattamente nel modo in cui se ne parlò qui. Bisogna avere il senso del reale e non rimanere attaccati alle vuote parole. Spesso bisogna usare parole vuote per caratterizzare, ma non bisogna rimanervi attaccati. Guardando la realtà bisogna perciò anche comprendere dal suo punto di vista l’odierno giudizio dell’Intesa e degli americani a proposito dei paesi centrali. Ho sentito da molte parti criticare a fondo l’operato dei paesi centrali all’inizio della catastrofe bellica. Questo l’avevo già detto. Quelli che allora criticavano, criticano oggi molto meno l’effettiva politica di potenza e cose del genere attualmente praticate, malgrado vi sarebbero motivi sufficienti per un’analoga dura critica. Non ho mai preso le difese di qualche personalità, ma ho caratterizzato delle situazioni. Perciò non è affatto mio compito difendere in qualche modo le personalità la cui vita nell’ultimo tempo si è rivelata senza maschera. Ma bisogna tuttavia decidere accuratamente, non parlarne superficialmente, se per esempio l’incondizionata divinizzazione del wilsonismo, e di tutto quanto vi è connesso, corrisponda alla tendenza degli uomini verso un’idolatria meno di quel che è avvenuto nei paesi centrali col fenomeno Ludendorff, che già fa parte della psichiatria sociale.

 

Da un altro punto di vista avevo però detto qui una volta che se qualcuno si lagna, sparla di un altro, non sempre, anzi molto raramente bisogna ricercarne il motivo nella persona di cui si sparla. Può anche darsi che quella persona sia malvagia, a per l’osservatore obiettivo della realtà la sua cattiveria è il motivo minimo per le lagnanze. Generalmente il motivo delle lagnanze è la necessità di lagnarsi. Questa necessità cerca un oggetto per scaricarsi; cerca di portare le idee in una corrente tale da far sembrare che esse siano suscitate giustificatamene nella persona che si lagna. Spesso così avviene nei rapporti reciproci fra gli uomini. Ma in un campo più vasto, nel mondo, non avviene diversamente. Allora bisogna soltanto considerare che vi sono anche ragioni più profonde. È senz’altro comprensibile e naturale che la gente nei paesi dell’Intesa e nei territori americani parli male non solo dei singoli governanti, ma di tutta la popolazione dei paesi centrali e ne dica di ogni genere in questo senso. Lo si può capire perché, altrimenti in queste settimane che figura farebbe la politica dei paesi dell’Intesa, e la gente dicesse che gli abitanti dei paesi centrali non sono poi tanto cattivi, che in fondo si tratta di uomini che dovrebbero sviluppare soltanto la loro parte migliore ed allora non andrebbe male? Se quella gente dicesse ciò vi sarebbe poco accordo con la loro politica. Al mondo bisogna dire ciò che giustifica. Si deve sapere come le cose sorgano dalla realtà. Questa è una concezione piuttosto profonda. È ovvio che tutta l’opinione pubblica dei paesi dell’Intesa sia così non perché, è vero, ma per giustificare il proprio atteggiamento; allo stesso modo di chi si lagna di un altro non perché, l’altro è fatto in un certo modo, ma perché, egli ha bisogno di lagnarsi e si vuol scaricare. Si tratta proprio di considerare le cose in maniera diversa di quanto abitualmente si considerano. È di questo che si tratta. Capire nel profondo della propria anima la scienza dello spirito è per molti aspetti qualcosa del tutto diverso di quanto s’immaginano molti che fanno conto di appartenere al movimento antroposofico.

 

Considerandolo esteriormente, astrattamente – e qui si giunge ad un altro capitolo – si potrebbe credere che il socialismo attuale, le esigenze sociali del presente provengano da impulsi sociali. Recentemente ho fatto presente come l’uomo oscilli fra tendenze ed istinti sociali ed antisociali. Chi pensa astrattamente considererà ovvio che il proletario sociale sia nato attualmente dall’elemento sociale perché, sembra giusto definire un elemento sociale con un altro elemento sociale. Ma questo non è vero. Chi osserva il socialismo attuale, conformemente alla sua realtà, sa che il socialismo, presentandosi oggi come marxismo, è un fenomeno antisociale. Emana da impulsi antisociali. Questa è la differenza fra definizioni astratte, fra pensiero astratto, e pensiero conforme alla realtà. Che cosa spinge la gente che oggi vuol realizzare il socialismo nel senso qui inteso? È spinta forse da istinti sociali? No, è spinta da istinti antisociali! Ieri l’ho fatto persino rilevare in base a dati esteriori, attraverso la configurazione della formula fondamentale: «Proletari di tutto il mondo, unitevi!» il che vuol dire: abbiate particolare odio contro le altre classi per sentire il vincolo dell’unità! Ecco uno degli impulsi antisociali. Studiando la psicologia sociale del presente si potrebbero citare infiniti impulsi antisociali. Questa è la differenza fra il modo di pensare che sta affiorando, che deve affiorare e che deve essere fatto progredire dalla scienza dello spirito ad orientamento antroposofico, e le odierne comuni consuetudini di pensiero.

 

Il punto di vista antroposofico che si deve affermare nei confronti del problema sociale incontra oggi ancora tanta resistenza perché, la gente non è capace di pensare in modo conforme alla realtà; soprattutto perché, la gente non è capace di pensare in modo differenziato, e spesso crede perfino che chi ha questa capacità contraddica se stesso.

 

Importanti problemi attuali si possono risolvere solo col pensiero conforme alla realtà. Voglio indicare uno di questi problemi che si connette con quanto abbiamo discusso. Avevo detto che quel che si agita particolarmente nelle menti proletarie, che diventa il motore spingente, è che al posto dell’antica schiavitù è subentrato l’asservimento del lavoro; perché, nell’attuale struttura sociale il lavoro è merce. Ieri ho messo in netta evidenza che il compito del pensiero sociale sta proprio nello staccare la merce dalla forza lavoro. La struttura sociale triarticolata di cui ho parlato ieri contiene già l’impulso che stacca la merce dal lavoro umano, perché, gli effetti della triarticolazione non sono logici ma reali, sono effetti che corrispondono anche alla realtà.

 

Ora a questo problema se ne collega un altro, in certo modo urgentissimo. Si sa che una delle esigenze fondamentali del materialismo proletario tinto di marxismo è la socializzazione dei mezzi di produzione. I mezzi di produzione dovrebbero passare in proprietà collettiva. Questo sarebbe solo l’inizio della proprietà collettiva in genere, anche dei terreni, e così via. Da quanto ho esposto a proposito del programma della Repubblica Sovietica, è noto che esso prevede la statizzazione, o meglio la socializzazione dei mezzi di produzione e delle proprietà terriere. Questo indica già la più importante e attuale domanda specifica che si possa immaginare. Essa si può formulare nel modo seguente: «Osservando i paesi centrali ed orientali, l’intervento sociale nella civiltà attuale, oppure anche nel caos presente, dovrebbe avvenire in modo da tendere a che possibilmente in futuro un numero sempre più grande di singole persone diventi proprietaria, oppure che proprietaria diventi la collettività?» Si capisce che cosa intendo. Deve succedere che possibilmente il singolo abbia una proprietà, un possedimento o, per evitare ingiustizie, deve diventare proprietà collettiva quello che può diventare proprietà, cioè i terreni, i mezzi di produzione e così via? Questo è un problema sociale complementare molto importante. La tendenza del pensiero proletario attuale si sforza di far diventare le cose proprietà collettiva. Ma per quanto riguarda gli impulsi sociali più importanti non vi è differenzi se la proprietà è di un singolo, di un’associazione o della collettività. A chi è in grado di studiare la realtà risulta che la collettività non diventa un imprenditore diverso, un imprenditore meno cattivo rispetto al singolo, di quanto non sia l’imprenditore privato. Ciò sta proprio nella natura delle cose come una legge naturale; soltanto non lo si riconosce, e per questo motivo si sbaglia. Perché, si tratta del problema se debbano diventare proprietari tutti gli uomini. Ciò accadrebbe se non esistesse la proprietà collettiva, se tutti i singoli individui, ognuno seconda dell’opportunità esistente su un certo territorio, fosse proprietario in modo giusto; non posso addentrarmi nel merito della tecnica relativa, ma essa è perfettamente realizzabile. Devono diventare tutti proprietari o tutti devono diventare proletari, come il pensiero proletario attuale vorrebbe? Questa è l’alternativa. Il pensiero proletario odierno vuole che tutti diventino proletari e che solo la collettività diventi imprenditrice. Se si è in grado di afferrare la realtà risulta il contrario perché, non è possibile conseguire la struttura sociale triarticolata se tutti diventano proletari. Nella finalità della struttura triarticolata si deve raggiungere la libertà del singolo per quanto riguarda il corpo, l’anima e lo spirito. Non è possibile arrivare a questa mèta se tutti diventano proletari, ma ognuno la può raggiungere se tutti hanno una base di proprietà.

 

In secondo luogo deve diventare possibile che le relazioni siano regolate in modo che davanti alla legge o alla costituzione, o quanto meno davanti al governo, tutti siano uguali. Libertà sul sentiero spirituale; uguaglianza, diciamo, nello Stato, se così si vuol indicare questo secondo elemento; fraternità per quanto riguarda la vita nel campo economico. Mi sono noti libri molto acuti in cui si mette a ragione in rilievo che le idee di libertà, uguaglianza e fraternità si contraddicono a vicenda. L’uguaglianza è infatti decisamente in contraddizione con la libertà; acuti scrittori l’hanno detto nel 1848 ed anche prima. È verissimo: se si prendono tutti insieme, questi princìpi si contraddicono. Libertà esiste in campo spirituale, giuridico, religioso, dell’insegnamento, della giurisprudenza; uguaglianza nell’amministrazione, nel governo, nel servizio di pubblica sicurezza; fratellanza in campo economico. La proprietà che deve essere elaborata adeguatamente per il futuro, appartiene al campo economico; il diritto al settore di pubblica sicurezza ed amministrativo, e la libertà al campo della vita spirituale e giuridica. Se questi princìpi sono distribuiti secondo il tre non sono in reciproca contraddizione. Infatti quanto concettualmente è in contraddizione corrisponde alla realtà perché, nella realtà è variamente distribuito. Il pensiero va alla ricerca delle contraddizioni, ma la realtà vive di contraddizioni. Pertanto non si può afferrare la realtà se non si è capaci di afferrare le contraddizioni, se nei pensieri non si seguono le contraddizioni. Da tutto ciò si vede che la scienza dello spirito qui intesa ha effettivamente qualcosa da dire in merito agli importanti problemi attuali. Qualcuno dei presenti capirà forse che la scienza dello spirito ad orientamento antroposofico ha qualcosa da dire e che l’idea che ce ne dovremmo fare dovrebbe risentire della consapevolezza della sua posizione rispetto alle pi’ importanti esigenze dell’epoca.

 

Questo è qualcosa che sta in intimo rapporto col modo in cui personalmente devo immaginare la posizione che la scienza dello spirito ad orientamento antroposofico o i suoi rappresentanti, il movimento orientato antroposoficamente, devono assumere nell’attuale vita spirituale. Naturalmente non è possibile attendersi che i nostri contemporanei possano formarsi tutto ad un tratto una giusta opinione. Non si creda, e chi mi conosce non lo crederà, che se caratterizzo queste cose io lo faccia per dire una freddura o per vanità personale. In un senso o nell’altro sono sempre costretto a caratterizzare in base alle necessità dei fatti. In realtà non sono per niente incline, l’ho fatto rilevare in varie occasioni, a sopravvalutare ciò che sono in grado e che voglio fare. Conosco i limiti e conosco elementi che forse qualcuno nemmeno immagina. Ma mi sia concesso di dire proprio a chi in questo campo volesse condannarmi un pochino, se in mancanza di altre mi è consentito di usare questa espressione non del tutto appropriata, che mi augurerei si facesse una certa distinzione fra ciò che qui si persegue e ciò che spesso si crede venga perseguito. Sono molti coloro che vedendo delle società occulte o che si spacciano per tali non osano distinguerle con buon senso dalla nostra. Infatti da noi, magari con la massima insufficienza, si cerca sempre di tener realmente conto della coscienza del tempo. Si osservi invece il modo in cui quelle unioni, che spesso vengono considerate movimenti occulti o simili considerano la coscienza del tempo. Tutti i massoni di basso o alto livello, oppure tutte le varie associazioni religiose, sono appunto arretrati perché, non sono in grado di tener conto della coscienza del tempo. Dove sono le basi per trattare questi argomenti? Dove si parla in modo veramente moderno ed efficace, appropriato alla realtà, degli impellenti problemi del presente? Nessuno sarà in grado di scoprire questi argomenti nei rituali o nelle prescrizioni delle varie massonerie oppure delle associazioni confessionali. Ecco perché, si desidera l’avvento di una capacità di discernimento!

 

Naturalmente ammetto che ciò è reso più difficile perché, per circostanze storiche, come ho spiegato, la nostra Società venne in principio confusa con la Società Teosofica o con altre del genere. Dal punto di vista esteriore può* darsi sia stato un errore, ma karmicamente era giustificato. Sarebbe stato meglio se la Società Antroposofica si fosse costituita su basi del tutto autonome, senza alcun rapporto con altre società. Dal punto di vista esteriore sarebbe stato certo più sensato, perché, tutta la pedanteria borghese della Società Teosofica, tutto quel bagaglio antiquato non vi sarebbe entrato. Per la verità non entrato nell’antroposofia, ma per molti aspetti ha influito sul suo funzionamento sociale. Almeno in un certo senso la nostra Società potrebbe già caratterizzare in modo esemplare quel singolo terzo della struttura sociale che deriva dall’antroposofia stessa, quello spirituale (incluso anche quello giuridico), se l’antroposofia vivesse in modo giusto, ciò che appunto non succede. Infatti dovrebbe essere ovvio fra antroposofi il diritto che dovrebbe regnare fra gli individui; mi dà sempre l’impresone di una profonda deviazione da quanto si dovrebbe sviluppare fra di noi, se qualcuno trova da lagnarsi di un altro al di fuori del nostro ambiente. Vi si dovrebbe sviluppare anche la coscienza del diritto quale appunto s’intende in quel singolo terzo della struttura sociale. Ma ce ne vorrà finché, in una siffatta Società Antroposofica possa esistere ciò che dovrebbe, secondo gli impulsi antroposofici effettivamente intesi. Si dovrà inoltre sviluppare ancora il senso per la verità interiore, senso che oggi sono pochissimi ad avere. Poiché in effetti non ha luogo la distinzione, che in realtà dovrebbe venire da fuori, a volte si rende necessario attirare l’attenzione da qualche punto di vista sull’elemento distintivo. Oggi vorrei dire in particolare, con riferimento a certe cose, che quanto vive nel movimento antroposofico per mio mezzo si distingue per il fatto che ho sempre lavorato sulla base del principio da me esposto nella prefazione della mia Teosofia, che cioè non comunico se non quello che posso comunicare per personale esperienza. Qui non comunico se non quel che posso garantire per personale esperienza. In nessun caso mi appello qui, come si fa da altre parti, all’autorità di qualcuno.

 

Posso inoltre dire di conseguenza che la corrente spirituale diretta dal movimento antroposofico non dipende da nessun’altra corrente spirituale, ma unicamente dalla spiritualità che fluisce nel presente, solo da quella. Pertanto non sono impegnato con nessuno – lo dico con tutta serietà – a sottacere qualcosa se trovo necessario dirlo nel momento attuale. Per chi non ha impegni con nessuno relativamente al suo bene spirituale, non esiste un comandamento che imponga il silenzio. In questo c’è già un principio per distinguere il nostro movimento da altri. Se infatti qualcuno sostenesse che quanto viene comunicato nell’àmbito della scienza dello spirito ad orientamento antroposofico viene comunicato in senso diverso da quanto da me asserito nella prefazione della Teosofia (che cioè lo garantisco personalmente), può darsi che non conosca le circostanze o che non vi abbia preso spesso parte e le consideri dall’esterno; direbbe comunque cosa non vera o per malanimo o senza malanimo. Se per qualcuno, avendo avuto occasione di stare spesso fra di noi, dice qualcosa di diverso se conoscendo la nostra situazione, crede di vedere dei trascorsi o dei rapporti di questo movimento spirituale con qualche altro, costui mente. Si tratta di questo: o dirà falsità per ignoranza della situazione, oppure, conoscendola, mentirà. In questo senso bisogna comprendere gli avversari.

 

Perciò torno sempre a sottolineare che devo sottacere soltanto quel che so non poter essere comunicato all’umanità attuale a causa della sua immaturità. Ma non devo sottacere nulla per aver fatto promessa solenne a qualcuno, o qualcosa di simile. Nel nostro movimento non è penetrato nulla che provenisse da altra fonte. Esso non è mai dipeso da un altro movimento; i rapporti sono stati soltanto esteriori. Verrà forse il tempo in cui si riuscirà a capire come sia bene ricordarsi che talvolta preannuncio cose la cui esatta connessione viene capita solo più tardi. Forse qualche volta sarà molto utile ricordarsi, avendone la buona volontà, in quale senso viene coltivato il bene spirituale che deve fluire attraverso il movimento antroposofico.

 

Chi vuol distinguere il movimento antroposofico da altri, possiede anche una pietra di paragone. La pietra di paragone oggi esistente per un tale movimento è triplice. Prima di tutto il nostro movimento si dimostra adeguato alle esigenze scientifiche e spirituali del presente. Si esamini per esempio quel che ho scritto: anche se non tutto sarà perfetto, si osserverà lo sforzo di creare un movimento che non elabora cose vecchie, antiquate, ma che è perfettamente al corrente dei mezzi scientifici attuali e che agisce in perfetto accordo con la coscienza scientifica del presente. Questo in primo luogo.

 

In secondo luogo un movimento come il nostro ha da dire qualcosa in modo veramente vivo sui problemi vitali del presente, per esempio sul problema sociale. Si cerchi di confrontare l’arretratezza, l’estraneità alla realtà di quello che dicono altri movimenti con ciò che al riguardo dice il nostro.

 

Il terzo aspetto della pietra di paragone è che un movimento come il nostro può chiarire coscientemente in sé, le diverse esigenze religiose, chiarirle nel senso di collegare le spiegazioni delle esigenze religiose con una completa familiarità della realtà. Si può già distinguere il nostro movimento da tutti gli altri che in fondo arrivano solo al punto di fare delle prediche domenicali, che arrivano a tenere discorsi morali alla gente e cose simili, mentre sono estranei ai concetti attivi nell’attuale struttura sociale. Una scienza attuale della realtà deve essere capace di parlare di lavoro, di capitale, di situazioni creditizie, agrarie, tutte cose queste connesse con la vita odierna; di parlare del nesso dell’uomo con l’essere divino, del nesso dell’uomo con l’altruismo e così via. Ecco ciò che l’umanità ha omesso per tanto tempo: di trovare il legame dall’alto verso il basso fin entro i più immediati e concreti processi e le configurazioni della vita. Ecco ciò che nel nostro tempo è stato omesso dalla teologia dalla teosofia nelle loro varie versioni, ciò che è stato omesso anche da un indirizzo occulto. Essi parlano, per modo di dire, dall’alto verso il basso fino al punto di dire alla gente di essere buona, e simili cose. Ma sono infecondi, sono sterili, quando si tratta di afferrare veramente gli impellenti concreti problemi del presente. La scienza esteriore a sua volta parla di cose che riguardano la vita immediata, ma anch’essa è estranea alla realtà. Ieri ho fatto rilevare come la gente sia distaccata dalla vita. Al giorno d’oggi quanta è la gente che in realtà sa per esempio che cos’è il capitale? Naturalmente sa, avendo nel cassetto una certa quantità di denaro, che si tratta di un capitale. Questo non vuol però dire che cosa è il capitale. Sapere che cosa è capitale vuol dire sapere come avvenga la regolazione di certi processi e cose nella struttura sociale. Allo stesso modo in cui per il singolo uomo bisogna conoscere antroposoficamente i nessi esistenti nella circolazione del sangue che ritmicamente regola la vita umana, così bisogna sapere che cosa pulsa nella vita umana nel modo più vario. Ma la fisiologia attuale non è ancora nemmeno in grado di risolvere materialisticamente i più importanti problemi; potranno essere risolti se si riuscirà a comprendere antroposoficamente l’uomo triarticolato.

 

Per esempio che cosa sa la scienza odierna di un fatto importantissimo: da che cosa cioè dipenda materialmente il pensare, da che cosa dipenda la volontà tesa ad un certo fine? Dico oggi queste cose perché, ho passato trenta o trentacinque anni della mia vita ad indagare su di esse, come ho già detto in relazione ad un altro punto. Il pensiero dipende dal fatto che per esempio l’uomo ha in sé, nella circolazione sanguigna, dell’anidride carbonica che non è stata ancora espirata. Se all’interno circola dell’anidride carbonica non ancora espirata, essa rappresenta la controparte materiale del pensiero. Se nell’uomo circola dell’ossigeno non ancora trasformato in anidride carbonica, ossigeno che è in via di trasformazione in anidride carbonica, in via di passare nell’anidride carbonica, in un certo senso si tratta della controparte materiale della volontà. Quando nell’uomo pulsa dell’ossigeno che non è ancora del tutto trasformato e che ha delle funzioni, si attua materialmente la volontà. Se nell’interno del corpo umano vi è già dell’anidride carbonica non ancora del tutto elaborata tanto da essere espulsa o espirata, si ha il fondamento materiale per una forma di pensiero. Ma come vengono regolati questi due poli, il polo del pensiero che si può anche chiamare il polo dell’anidride carbonica, ed il polo della volontà che può anche essere chiamato il polo dell’ossigeno, lo insegna soltanto una scienza della realtà. In nessun libro odierno si riscontra una verità come quella da me ora enunciata. Ma siccome non si esercita il pensiero in relazione ad una realtà come questa, non lo si esercita nemmeno per quanto occorre all’uomo odierno relativamente alla struttura sociale. Ma deve avvenire, ed è necessario per il tempo attuale, deve avvenire che al nostro problema sociale sia collegato l’inserimento animico-spirituale dell’uomo nella struttura sociale.

 

Non lo si è fatto. Si immagini soltanto come sarebbe diverso se in una determinata fabbrica il singolo lavoratore venisse inserito in modo spirituale-animico in tutto il processo che la merce da lui prodotta percorre nel mondo, se capisse come egli sia inserito nella struttura sociale per il fatto di produrre proprio quella merce. Ciò potrà però avvenire soltanto se sarà diffuso realmente un tale interesse dell’uomo per l’uomo, se man mano non esisterà nessun vero uomo adulto che non sia in grado di conoscere i più importanti concetti sociali in modo corrispondente alla realtà. È un’esigenza sociale che venga il tempo in cui si sappia in quanto uomini che cosa sono il capitale, il credito, il denaro contante, l’assegno, e quali ne sono gli effetti economici; e si può saperlo, non è affatto difficile, bisogna soltanto che chi lo deve insegnare afferri i problemi in modo giusto allo stesso modo in cui si sa che il brodo non si mangia con la forchetta ma col cucchiaio. Certo, chi mangiasse il brodo con la forchetta farebbe una sciocchezza; ma commette la stessa sciocchezza chi non sa le altre cose. Questa dovrebbe diventare una generale e comune opinione. Allora l’impulso più importante del presente, quello sociale, sarà impostato su una base del tutto diversa.

 

 

By | 2018-11-13T15:11:33+01:00 Novembre 13th, 2018|ESIGENZE SOCIALI|Commenti disabilitati su 10 – INTELLIGENZA DIVERSA IN OCCIDENTE, CENTRO E ORIENTE