La cattività babilonese e la saggezza di Zarathustra

L’aurora della rivelazione


 

Già nel terzo capitolo su Abramo Isacco e Giacobbe, e nell’ottavo su Mosè, si è parlato del significato della ‘terra promessa’: nel primo caso in quanto la Palestina era divenuta un ‘luogo sacro’, nel secondo in quanto l’entrare in questa terra doveva costituire per Mosè un terzo momento della sua evoluzione interiore, il quale gli fu però negato.

 

Nella vicenda della cattività babilonese si può scorgere un nuovo aspetto del significato della ‘terra promessa’.

Ora non si tratta più di predisporre questa regione ai suoi scopi sacri, né di entrare in essa, ma di abbandonarla. Questo abbandono fu un evento forzato nel destino del popolo israelita, come lo sono la morte e la malattia nel destino di un singolo uomo. Considerarla però semplicemente come una ‘punizione’, sarebbe un modo non solo unilaterale, ma anche miope di intenderla. Esso, inoltre, non gioverebbe a comprendere il destino ulteriore del popolo israelita.

 

Molto può invece ricavarsi da un’elaborazione di alcuni accenni fatti in proposito da Rudolf Steiner nel ciclo di conferenze sul Vangelo di Matteo. Qui egli spiega come la cattività babilonese abbia avuto il compito di introdurre il popolo di Israele nella ‘sfera di Venere’, per il fatto che esso a Babilonia entrò in rapporto con Zarathustra, operante tramite Zarathas. Questo accenno, da solo, può già mostrare la direzione in cui va ricercato il significato dell’abbandono della ‘terra promessa’.

Prima, però, di poterci occupare direttamente della questione relativa al significato dell’abbandono della ‘terra promessa’ al tempo della cattività babilonese, occorre che sia fatta luce, da un certo punto di vista, sul significato del risiedere del popolo israelita in Palestina.

Si tratta dunque, prima di tutto, di comprendere il rapporto esistente tra il popolo di Israele e il territorio palestinese.

 

Il legame della comunità nazionale israelita e della sua missione con quel territorio non può essere spiegato da generiche considerazioni storico culturali – in sé del tutto legittime -, quali, ad esempio, la singolare posizione di equilibrio della Palestina, fra i tre grandi ambiti di influenza culturale della civiltà mediterranea – tramite la Fenicia -, dell’Egitto e della Mesopotamia. Infatti, anche il fenomeno del ridere può essere spiegato mediante il movimento dei muscoli facciali, ma una tale spiegazione è insoddisfacente per chiunque abbia egli stesso riso, e dunque sperimentato l’allegria che determina il movimento dei muscoli. Del pari, anche nella questione relativa al legame tra la Palestina e il popolo di Israele, non si può procedere cercando spiegazioni in fatti situati sullo stesso piano dei fenomeni da spiegare. Così facendo, si darebbe infatti solo una descrizione più ampia del processo, senza averlo però spiegato. La spiegazione va cercata sempre su un altro piano. Perciò si dovranno qui tralasciare molte cose giuste e appropriate che la ricerca storica esteriore avrebbe da dire sull’argomento, per volgere invece tutta l’attenzione all’aspetto spirituale e karmico del problema.

 

Se si procede in tal modo, il problema si articola nel rapporto di tre elementi tra loro:

• l’entità del Cristo che discende verso la propria nascita,   • il popolo di Israele,   • e il territorio palestinese.

Da questo semplice accostamento risulta già evidente, che lo scopo, tanto del popolo quanto del territorio, va ricercato non in essi, ma in Cristo. Se, infatti, l’intera opera storico-universale del popolo d’Israele nel periodo dell’Antico Testamento consistette nel preparare la nascita di Cristo, così anche il territorio su cui essa si svolse, dev’essere considerato alla luce di questo compito. Si presenta dunque la significativa domanda:

che funzione ebbe il territorio della Palestina per l’entità del Cristo?

 

Questa domanda assume un peso maggiore se si considera che il popolo israelita per secoli aveva potuto vivere e prosperare anche fuori dalla ‘terra promessa’ – in Egitto e in Mesopotamia – e che invece i tre anni del Cristo sulla terra si svolsero unicamente in Palestina. Il popolo, dunque, non era così strettamente legato a questo territorio, quanto lo fu invece il Cristo Gesù.

 

Questo fatto conduce immediatamente al mistero del legame esistente tra la missione di Cristo e il territorio della Palestina. La conoscenza del rapporto del Cristo Gesù con quella regione della terra è una delle più sconcertanti, tra quelle relative ai nessi di destino implicite nell’azione del Cristo Gesù.

 

Egli aveva infatti bisogno di questo territorio, non per la propria vita, ma per la propria morte.

• Per la vita sulla terra egli ebbe bisogno delle generazioni del popolo,

ossia delle due linee di discendenza di Natan e Salomone;

• per la morte sulla terra ebbe invece bisogno del territorio su cui si compì il mistero del Golgota.

 

La Palestina fu il luogo, preparato nel corso di molti secoli, della sepoltura di Cristo,

così come le generazioni del popolo di Jahvè avevano predisposto il luogo della sua nascita.

 

Per comprendere questo nesso, dobbiamo renderci conto del fatto che l’uomo, nascendo,

• riceve il corpo eterico dal cielo,

• il corpo fisico dalla corrente ereditaria

• e il corpo minerale dall’ambiente fisico circostante.

 

• Il primo costituisce per lui la vita,

• il secondo la condivisione del karma umano – del ‘peccato originale’ -,

• e il terzo la morte.

 

Il mondo minerale esteriore non può, infatti, rappresentare per l’uomo altro che la morte.

 

L’unica realtà del mondo minerale è la morte (si vedano in proposito le considerazioni di Rudolf Steiner nel ciclo di conferenze L’evoluzione dal punto di vista della veracità ).

 

Il cielo dona dunque all’uomo per il suo percorso terreno la facoltà della vita;

i suoi antenati gli danno la croce che egli dovrà portare;

il mondo minerale esteriore aggiunge a tutto ciò la necessità della morte.

 

Anche l’entità del Cristo dovette accoglie l’elemento minerale dal mondo esteriore.

La Palestina era l’unica regione sulla terra in grado di consentirgli il tipo di morte richiesto dalla sua missione.

 

Nel corso di molti secoli la Palestina era stata resa a tal fine un ‘luogo sacro’. Da tempo questa regione era stata predisposta da un lato per permettere lo scorrere del “latte e miele”, ossia della corrente di rivelazione dal mondo spirituale, fino alla rivelazione del “pane della vita”, ossia del Cristo; e dall’altro per costituire il terreno adatto alla morte del Cristo stesso. In che cosa consisteva quest’ultima prerogativa?

 

Lo strato minerale della superficie della terra è la prima delle nove sfere sotterranee, e rappresenta il baluardo dell’interno della terra rispetto al cielo. In sé essa non è ancora il male, ma è, in certo modo, una sfera neutra sotto l’aspetto morale, che offre un ostacolo al cielo solo per la sua struttura consolidata.

Il muro della mineralità non è tuttavia impenetrabile, giacché il male risiedente all’interno della terra può comparire al di sopra dello strato minerale, così come d’altra parte il bene proveniente dal cielo può operare al di sotto di esso. Per facilitare quest’ultimo processo, molto viene fatto da ciò che sta sopra: così, ad esempio, il mondo elementare, mediante il lavoro degli gnomi, smuove di continuo il terreno. Nel medesimo senso opera l’umanità mediante i cadaveri che gli uomini depongono morendo, e che contrastano la tendenza solidificatrice di questo strato.

 

• L’azione più intensa può essere però prodotta da singole individualità umane.

Ciò avviene quando tali individualità applicano il ‘metodo dell’Io’ nella pratica interiore.

• Dal centro dell’Io situato tra le due sopracciglia fluisce allora verso il basso una corrente di luce,

la quale è in grado di penetrare lo strato minerale, per scendere ulteriormente all’interno delle sfere sotterranee.

 

Dirigendo verso il basso una corrente di luce di questo genere, Rudolf Steiner potè dare la descrizione delle sfere sotterranee quale si ha ad esempio nel ciclo Alle soglie della scienza dello spirito .

Un metodo simile esisteva anche nei tempi antichi. Era il metodo di Jahvè praticato nella vita spirituale israelita fin dal tempo di Abramo. Anche allora si trattava di produrre una corrente di coscienza da dirigere verso il basso, nel sistema degli arti e del metabolismo, e più in profondità ancora.

 

Nelle scuole misteriche di quel tempo si perseguiva invece un altro scopo.

In esse si tendeva verso l’alto, per far sì che l’anima, liberata dal corpo, potesse sperimentare il mondo spirituale.

Il compito dei misteri era quello di tenere aperte le porte del cielo.

 

Nella scuola di Jahvè si custodivano invece ‘le porte degli inferi’, di cui Cristo parlò a Pietro.

In essa gli uomini svolgevano nell’ambito dell’esistenza terrena la medesima funzione che Jahvè svolge nel cosmo.

Jahvè custodisce infatti nel cosmo, dalla Luna, la porta d’accesso all’ottava sfera,

trasmettendo la luce del sole all’oscurità della notte.

Del pari gli iniziati di Jahvè ‘custodivano’ la ‘porta’ delle sfere sotterranee

che veniva tenuta aperta grazie al loro lavoro.

 

Ci si dovrebbe rappresentare questo ‘tenere aperto’ nel modo più concreto possibile.

Si tratta, in certo modo, di un ‘vulcano rovesciato’ del cielo rispetto alla terra. Come in un vulcano abbiamo un’apertura, attraverso cui ciò che è sotterraneo fuoriesce verso l’alto, così in Palestina, grazie all’opera della corrente di Jahvè, fu creata un’apertura, attraverso cui il mondo superiore potè penetrare verso il basso.

 

Quest’opera attesta che, durante l’epoca di preparazione dell’Antico Testamento fu necessaria un’azione, non solo dell’occultismo eugenetico, ma anche dell’occultismo meccanico. Lo Spirito e il Padre cooperarono dunque, per rendere possibile sia la nascita, che la morte del Figlio.

Quando perciò, durante il Mistero del Golgota, si ebbe un terremoto, l’origine di quest’ultimo va ricercata non in terra ma in cielo. In realtà fu un ‘cielimoto’ [Himmelbeben] il quale, pur scuotendo e fendendo la terra, era tuttavia di origine del tutto diversa dai terremoti avvenuti fino allora.

 

Si trattava dell’espressione visibile di una realtà preparata da tempo sul piano sovrasensibile, e consistente in una fenditura degli strati interni della terra, la quale apparve ora anche sul piano sensibile.

Attraverso questa fenditura la terra ricevette il sacramento della comunione,

e si unì così al Cristo per l’eternità.

 

In tal senso la Palestina era la ”Terra Santa’ora non lo è più, poiché ha assolto al suo compito -,

in quanto doveva essere il luogo di sepoltura di Cristo.

Essa fornì al Cristo il corpo di morte, ossia il corpo minerale. Ciò ebbe conseguenze anche per il popolo di Israele, per il quale questa terra aveva un significato opposto: era infatti la “terra dove scorrono latte e miele”.

 

Le forze che infransero la resistenza dell’elemento sotterraneo,

furono sperimentate dagli uomini come corrente di benedizione

• del ‘latte’, attiva nell’ambito astrale,

• e del ‘miele’, attiva nell’ambito eterico,

• in attesa della terza, quella del “pane della vita”, la cui efficacia si sarebbe estesa fino al corpo fisico.

 

Il fluire misterioso delle correnti denominate ‘latte’ e ‘miele’ suscitava in questa regione un’atmosfera d’incanto avvertibile, specialmente al tramonto, dalle anime in ascolto, come un respiro di infanzia e innocenza cosmica. Il suo ricordo riaffiorava nella naturalezza dell’amore tra marito e moglie, e nella gioia per l’attesa del bambino, che erano così caratteristiche negli antichi Israeliti. Tale atmosfera permeava silenziosamente la regione dove si attendeva Colui che doveva venire. Non era un’illusione e neanche una rivelazione di Jahvè-Elohim, che già aveva parlato a Mosè nella nube tuonante. Era invece la presenza delle forze eterico-astrali, che Cristo avrebbe in seguito assunto nei propri corpi astrale ed eterico, e che appartenevano all’anima innocente del Gesù natanico.

 

Fu l’innocente anima gemella di Adamo a discendere dal cielo, per unirsi sempre più strettamente,

mediante le sue forze di purezza infantile, alla terra che doveva darle il corpo di sostanza minerale.

Prima di nascere fisicamente, il Gesù natanico aleggiò per un lungo tempo sopra la regione destinata ad accoglierlo,

inviando su di essa una corrente di tenero amore, che intesseva delicatamente, con pura innocenza,

il legame che lo univa ad essa. Gli uomini percepirono queste correnti e le chiamarono ‘latte’ e ‘miele’.

 

Iside-Sofia, la Madre celeste, eterna sorella di Colui che si accingeva al sacrificio, benedì ogni fecondità e ogni nascita nella regione, diffondendo nella sua atmosfera un senso di venerazione per la maternità. Essa parlò nel profondo dei cuori delle donne di Israele, ossia delle madri di Colui che doveva venire, ricolmandole di una muta consapevolezza, esprimibile nelle seguenti parole: santa è ogni gioia e santo ogni dolore delle madri.

 

Mentre i profeti si esprimevano in parole in cui si potevano percepire le fiamme di Jahvè-Elohim, le donne di Israele mantenevano un sacro silenzio sulla rivelazione senza parole e senza scritti di Iside-Sofia. Tramite l’essere innocente del Gesù natanico fluirono così in Terra Santa   • il ‘latte’ di Iside-Sofia    • e il ‘miele’ di Osiride.

 

• Affinché la preparazione del Mistero fosse completa, la vita spirituale di Israele doveva accogliere,

non solo quello che il cielo aveva da dire e da dare,

ma anche quello che esisteva come esperienza terrena dall’inizio dell’evoluzione dell’uomo.

In Gesù Cristo si dovevano incontrare

la rivelazione del cielo e i frutti più maturi della saggezza conseguita sulla terra.

 

• Il rappresentante più perfetto della saggezza terrena dell’intero periodo di evoluzione postatlantico va ravvisato nell’individualità del grande Zarathustra. Egli fu il ‘primo ariano’, in quanto aveva realizzato il compito della civiltà ariana, che è la stessa civiltà postatlantica.

Zarathustra aveva non solo accolto, ma fatta propria l’intera saggezza dell’epoca di cultura paleoindiana.

Per questo egli, dopo che la civiltà paleoindiana aveva assunto una tendenza non più consona al compito dell’umanità postatlantica, potè fondare una nuova civiltà da contrapporre a quella paleoindiana resasi infedele, e a quella turanica che le era ostile. L’impulso di Zarathustra sorse tra l’infedeltà dell’una e l’ostilità dell’altra. Sarà dunque più facile penetrare la natura della saggezza di Zarathustra, considerandola nel suo rapporto con l’elemento paleoindiano e con quello turanico.

Queste due correnti contrastanti ci permetteranno di delineare il carattere morale della saggezza di Zarathustra, il che favorirà una comprensione della sua peculiarità.

 

La natura del contrasto tra India e Iran da un lato, e Iran e Turan dall’altro, risulta da una considerazione

dell’evento primordiale del destino dell’umanità terrestre, chiamato comunemente ‘peccato originale’ ,

e che determinò la nascita del karma umano sulla terra.

 

Quest’ultimo è descritto nella Genesi di Mosè come la “maledizione” del Padre,

implicante per l’umanità terrestre tre necessità:

dolore in ogni nascita,    • fatica in ogni lavoro,    • e morte al termine di ogni divenire.

 

Da allora avviene

• che la comparsa sulla terra di qualunque novità – si tratti di esseri o di pensieri – sia accompagnata dal dolore;

• che ogni creazione, sia materiale che spirituale, esiga uno sforzo e un superamento di ostacoli;

e che tutto ciò che nasce sulla terra, prima o poi scompaia.

 

Quello che il grande Buddha disse a proposito della sorte degli uomini, non è altro, in realtà, che la ripetizione di ciò che fu detto nel primo Libro di Mosè. Buddha non fece che richiamare alla coscienza dell’umanità il dato di fatto della ‘maledizione’ del Padre.

Questo karma primordiale dell’umanità terrestre è il fondamento di tutte le correnti karmiche e, in definitiva, di tutti i destini umani individuali. Dal rapporto con il karma primordiale dipende infatti il modo in cui si configura il karma individuale.

 

Dall’epoca lemurica vi furono nell’umanità due, e dall’epoca atlantica tre correnti karmiche fondamentali – dopo la sesta epoca di cultura ve ne saranno nuovamente due -, determinate dal loro modo di intendere la ‘maledizione’.

Fin dal primo manifestarsi del karma primordiale, vi furono infatti due modi di intenderla: uno che la sentiva come una vera e propria maledizione; l’altro che la sentiva come l’espressione del sommo amore del Padre, dunque come una benedizione.

 

La storia di Caino e Abele descrive la nascita del contrasto tra questi due atteggiamenti spirituali,

i quali segnano l’inizio di due correnti karmiche.

• L’incenso della sincera gratitudine per la sorte terrena sale verso il cielo,

• mentre l’incenso dell’insoddisfazione per la vita terrena si trattiene sulla terra.

Questi due atteggiamenti determinarono ai primordi dell’umanità due grandi correnti karmiche.

 

Durante l’epoca atlantica sorse la terza grande corrente karmica:

quella dell’opposizione attiva al karma primordiale.

 

Il peccato di Atlantide, in sostanza, non fu altro che una ribellione

contro le necessità imposte dal karma primordiale: dolore, fatica e morte.

 

L’oscuro occultismo eugenetico dell’antica Atlantide mirava a far scomparire dalla vita il dolore,

mentre i suoi oscuri occultismi meccanico e igienico combattevano in modo illegittimo la fatica e la morte.

 

Sorsero così, come retaggio di quel lontano passato, due correnti karmiche attive nell’epoca postatlantica, delle quali:

• una si manifestò principalmente in un’aspirazione a liberarsi dalla valle di lacrime della vita terrena,

• l’altra nella tendenza a combattere le necessità naturali

  del dolore, della fatica e della morte con le forze della subnatura.

 

La prima di queste due correnti deviò la civiltà paleoindiana dalla direzione intrapresa in origine;

la seconda si espresse invece nella civiltà turanica.

Sorsero così:

• da un lato una civiltà che desiderava sfuggire alla terra, proponendosi come meta suprema

  la liberazione dal dolore, dalla fatica e dalla morte;

• dall’altro lato una civiltà che escogitava ogni mezzo per eludere queste necessità.

 

Nel presente contesto va rilevato che:

il significato della corrente cristiana sulla terra consiste, del pari,

nel superamento del karma primordiale.

Il compito dell’umanità terrestre è quello di combattere il karma.

Ma a tal fine l’unica formula di cui l’umanità può disporre è:

“Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”.

 

Il karma operante nel mondo è una bilancia che pesa in modo esatto:

solo se sul piatto dell’iniziativa umana vi è la ‘remissione dei debiti’,

il mondo spirituale può porre sull’altro piatto la ‘cancellazione dei debiti’.

 

Da diciannove secoli il mondo spirituale attende il momento solenne, in cui l’umanità gli offra la possibilità tanto desiderata di perdonare. Se infatti il karma passato è un peso per l’umanità che paga il proprio debito, esso è un peso ancor maggiore per il mondo spirituale. Per il mondo dell’amore il fatto di non poter perdonare comporta una sofferenza maggiore di quella che l’espiazione della colpa produce nell’umanità.

 

Cristo divenne uomo e offrì il terribile sacrificio, per liberare entrambi i mondi:

• il mondo dell’umanità terrestre dalla colpa,

• e il mondo spirituale dall’essere impedito nella sua volontà di donare.

 

Gli esseri del mondo spirituale tengono in serbo, fin dai primordi, doni inestimabili per l’umanità e attendono il momento in cui potranno riversare su di essa ogni bene. Ma quel momento non giungerà finché dalla voce dell’umanità non risuoneranno veramente queste parole: “Padre rimetti i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”.

Perciò, come esseri umani, non possiamo mai dire della sfortuna altrui: è il suo karma.

Gli dèi lo possono dire, poiché parlano con divino dolore. A noi spetta invece attivare tutta l’iniziativa e la forza che possediamo, affinché sia mitigato, o addirittura evitato, un karma negativo che una persona ha attirato su di sé. Altrimenti che senso avrebbe, ad esempio, la medicina, se essa non fosse una lotta dell’umanità contro le conseguenze del karma che essa stessa si è procurata?

 

Tutto il futuro dell’occultismo terapeutico si basa sulla frase del vangelo di Luca:

Perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati: io ti dico – rivolto al paralitico – alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua. (Lc 5:24)

 

Per l’umanità il giusto modo di combattere il karma

è quello di immettere nel divenire del mondo la forza del perdono e del dono gratuito.

Se essa infatti abbandonerà il principio ‘occhio per occhio, dente per dente’,

questo stesso principio sarà abbandonato nei suoi riguardi.

 

Il modo di combattere il karma perseguito dalla civiltà turanica era del tutto diverso.

In essa si aspirava a sfuggire dalla responsabilità karmica individuale, nel regredire in una forma di ‘coscienza collettiva’ [Wir-Bewulitsein], A sua volta l’umanità collettiva aspirava a sottrarsi al karma universalmente umano, ricorrendo alle forze delle sfere sotterranee.

 

L’estinzione dell’individualità nel grembo della coscienza collettiva fu un aspetto delle aspirazioni turaniche.

• L’altro consisteva nel volgersi di questa compagine spersonalizzata verso i principi e le forze delle sfere sotterranee,

e in particolare di quella chiamata ‘Terra ignea’,

la quale rappresenta l’ambito di un illimitato potere di Arimane all’interno dell’organismo terrestre.

 

L’umanità non sarebbe mai giunta a ricorrere alle forze dell’interno della terra,

se durante l’epoca atlantica non fosse avvenuto il tradimento dei misteri di Vulcano,

di cui parla Rudolf Steiner nella sua Scienza occulta.

 

I misteri di Vulcano ‘traditi’ – ossia consegnati al male e da questo travisati – costituivano, seppur in una forma attenuata rispetto a quella dell’epoca atlantica, il fondamento spirituale della civiltà turanica.

 

La verità su cui si fondavano in origine i misteri di Vulcano era, che la meta suprema dell’evoluzione terrestre

debba consistere in una completa trasformazione dell’interno della terra per opera dell’uomo.

Questo è anche il motivo per cui Rudolf Steiner scelse il nome ‘Vulcano’ per il settimo e più alto stadio dell’evoluzione della Terra. Questo nome resta enigmatico, finché si cerca un pianeta che alluda alla futura esistenza di Vulcano, così come Giove e Venere alludono alle due forme future di esistenza contrassegnate da questi nomi. L’enigma si risolve, però, se si cerca il pianeta corrispondente, non in cielo, ma all’interno della terra, dove per altro già lo aveva posto la mitologia greca.

 

• In realtà non esiste un pianeta Vulcano:

ciò che dovrebbe essere un pianeta, si nasconde invece all’interno della terra.

 

Quando verrà il tempo, in cui la terra si sarà rovesciata completamente dall’interno verso l’esterno , comparirà anche, come fenomeno oggettivo, il pianeta Vulcano, circondato dall’anello spiritualizzato della precedente umanità terrestre. All’umanità, congiunta alle forze del Padre, si presenterà allora l’arduo compito di convertire il male più profondo nel Bene più elevato.

 

I misteri di Vulcano traditi si fondavano invece

su un fraintendimento della realtà spirituale qui accennata, per volgerla nel suo contrario.

L’interno della terra era considerato

• non come una realtà da vincere per l’umanità futura,

• ma come una sorgente di forze per la sua suprema vittoria.

 

Questa ‘vittoria’ conseguibile con l’aiuto delle forze di Vulcano, doveva consistere nel superamento della ‘maledizione’ del Padre, ossia nel superamento del dolore, della fatica e della morte. Si sperava, ad esempio, di porre fine al dolore con le forze della ‘Terra aerea’, che uccidono il sentire, e di essere liberati da ogni fatica applicando l’esuberante energia di crescita della ‘Terra fruttificante’ congiunta con le forze ‘tecniche’ della ‘Terra ignea’. Si sperava inoltre che gli strati ancor più profondi dell’interno della terra serbassero le forze per realizzare quell’immortalità terrena, che Rudolf Steiner chiamò “l’ideale arimanico di immortalità”. Propriamente non si tratta di un’immortalità, ma di una ‘assenza di morte’, ossia uno sfuggire alla necessità karmica della morte, per approdare in un dominio in cui una tale necessità non viga.

 

Queste intenzioni sostenevano la civiltà turanica, e ne determinavano molti dei singoli aspetti, ad esempio, il tipo di comunismo esistente fin nella vita familiare, e tipico di quella civiltà. In esso si esprimeva la coscienza collettiva del mondo turanico. La sua propensione verso le realtà sotterranee si mostrava invece in un’ostilità nei riguardi dell’agricoltura. Se infatti l’uomo solca con l’aratro la terra e sparge i semi che il calore, la luce e la pioggia del cielo faranno crescere e fruttificare, egli compie un’azione in accordo col cielo, ed estranea