////11 – FIGURA ED EVOLUZIONE UMANE PER COMPRENDERE I FENOMENI CELESTI

11 – FIGURA ED EVOLUZIONE UMANE PER COMPRENDERE I FENOMENI CELESTI

Figura ed evoluzione umane per comprendere i fenomeni celesti.

O.O. 323 – Rapporto delle diverse scienze con l’astronomia – 11.01.1921


 

Sommario: Raggio e sfera nell’uomo e nel cosmo. Figura ed evoluzione umane per comprendere i fenomeni celesti. I moti delle stelle fisse. Moti e nodi dei diversi pianeti. Lemniscate nell’uomo, diverse da quelle nell’animale. La matematica nelle forme organiche. Forme nell’uomo e moti planetari. Il sistema planetario è correlato alla figura umana, come i moti delle stelle fisse alla nostra evoluzione animico-spirituale. Il moto della Terra è una lemniscata. I moti dei pianeti.

 

Quel che abbiamo visto finora ci ha dato le più importanti premesse per studiare alcuni fenomeni sia fisici, sia celesti, naturalmente solo in una data prospettiva. Abbiamo caratterizzato nella natura umana la grande contrapposizione tra l’organizzazione della testa e quella del sistema del ricambio al quale va anche aggiunto il sistema degli arti. Per ora non dobbiamo tener conto dell’organizzazione animale, come si può facilmente capire. Abbiamo visto che volendo studiare l’uomo rispetto al cosmo, dobbiamo riferire il sistema del ricambio alla Terra, a ciò che in lui si muove in direzione radiale. Abbiamo visto inoltre che dobbiamo riferire all’organizzazione della testa tutto ciò che è parte della sfera, tutto ciò che dirige le proprie linee di azione dalla sfera al centro della Terra, così come il raggio dirige nel suo decorso linee di forza che partono da esso e vanno verso la periferia (fig. 3 e 4 a pag. 8 e 9). Abbiamo illustrato ciò riferendoci alla costruzione delle ossa lunghe e delle ossa del cranio a forma sferica o a segmenti di sfera.

 

Teniamo presente questa differenza e riferiamola a ciò che appare nella relazione fra Terra e sfera celeste. Sappiamo come oggi la scienza si distanzi da ciò che l’uomo semplice e poco istruito pensa dell’aspetto sferico della Terra, dei movimenti delle stelle nel cielo e così via. Sappiamo che questa sua maniera di vedere è detta l’“aspetto apparente” della volta celeste, e che le si contrappone un’immagine del cosmo ottenuta in modo molto complicato, interpretando movimenti apparenti e così via; si è abituati ad accettarla basandosi sull’osservazione di tali movimenti, nella forma che ha preso dal tempo del grande cambiamento delle osservazioni celesti, da Copernico in poi.

 

Sappiamo tutti che questa immagine del cosmo non corrisponde all’assoluta realtà e che non possiamo dire che il movimento dei pianeti e i rapporti fra Sole e pianeti siano la vera immagine di quanto ne sta alla base, e che quel che l’occhio vede sia appunto solo ciò che appare. Nessuno di sano giudizio può pensare così. Sentirà piuttosto che ci si avvicina a una giusta immagine, quanto più si passa dall’aspetto che si osserva alle interpretazioni dei calcoli e delle osservazioni che ci dà l’astronomia.

 

Il problema è ora di vedere se per studiare in modo esauriente i fenomeni naturali in questo campo sia giusto servirsi unicamente dell’immagine dell’universo secondo le interpretazioni attuali. Abbiamo già visto che si prende come base solo ciò che si ottiene con la testa, ovvero l’aspetto che può darci l’osservazione umana, anche con l’ausilio di strumenti. Abbiamo già detto della necessità di utilizzare per l’interpretazione di questa immagine cosmica anche tutto ciò che si può sapere dell’uomo grazie allo studio della sua figura. Abbiamo già detto come si debba studiare la figura umana secondo una vera teoria della metamorfosi. Abbiamo detto anche che si deve tener conto dell’evoluzione dell’uomo e dell’umanità, e che si possono spiegare alcuni fenomeni celesti solo se per interpretarli ci si serve di quel che sappiamo dell’uomo.

 

Premettiamo dunque quel che abbiamo appreso dalla figura e dall’evoluzione umana come una matematica qualitativa e, partendo dall’aspetto apparente, quale ci è dato dall’osservazione, cerchiamo di porre la questione sulla via da seguire per la realtà.

Cominciamo col porci una domanda: quando guardiamo le stelle che sono dette stelle fisse, che cosa ci dà l’empirismo, ossia l’osservazione dei fatti apparenti (che va poi completata con quel che ci offre tutta l’organizzazione dell’uomo secondo la morfologia e l’evoluzione)? Ripeto ora cose già note a tutti, ma dobbiamo tenerle presenti, perché possiamo arrivare a giusti concetti solo mettendo a confronto tutti i risultati dell’osservazione.

 

Che cosa ci mostra il movimento delle cosiddette stelle fisse? Naturalmente dobbiamo considerare lunghissimi periodi di tempo, perché in periodi brevi le stelle fisse offrono per anni la stessa immagine. Solo in un lungo periodo di tempo si vede che il cielo delle stelle fisse cambia aspetto. Studieremo questi cambiamenti partendo solo da un punto, perché quel che vale per un campo vale in questo senso anche per gli altri. Prendiamo il raggruppamento di stelle che si conosce bene: l’Orsa maggiore o “il Carro” nel cielo settentrionale. Oggi ci appare come è nella fig. 1.

 

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Fig. 1

 

Osservando i piccoli spostamenti delle cosiddette stelle fisse segnate in antiche mappe del cielo (anche se non del tutto attendibili), calcolando la somma di quei piccoli movimenti e risalendo a un’epoca lontanissima, si vede che la costellazione aveva l’aspetto della fig. 2. Si vede che le cosiddette stelle fisse si sono in sostanza spostate; questo era il loro aspetto circa 50.000 anni fa, calcolato dalla somma di piccoli spostamenti.

 

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Se prevediamo gli spostamenti per il futuro, se cioè ipotizziamo con una buona probabilità gli spostamenti che si avranno nello stesso senso o in senso analogo fra altri 50.000 anni, la costellazione avrà l’aspetto della fig. 3. Come si spostano le stelle fisse, che qui abbiamo preso come esempio, così si trasformano anche le altre costellazioni.

 

Quando disegniamo lo zodiaco quale ci appare oggi, dobbiamo anche tener presente che nel corso del tempo esso cambia aspetto, nella misura in cui cerchiamo di calcolarlo tenendo conto del fattore tempo. Dobbiamo dunque intendere che la sfera celeste cambi l’aspetto interno di continuo, che questo non può essere osservato nel breve periodo e che il cielo stellato prende una configurazione diversa da quella delle stelle fisse.

 

Le osservazioni in questo campo non sono ancora molto approfondite, benché già ora, come molti sapranno, siano stati fatti nuovi esperimenti di fisica che permettono di riconoscere anche i movimenti di stelle che vengono verso di noi o che si allontanano. Tuttavia è sempre molto difficile interpretare l’aspetto del cielo stellato. Nel corso delle nostre osservazioni vedremo quanto l’interpretazione possa essere importante e significativa per l’umanità.

 

Ora che abbiamo rilevato il moto delle stelle fisse, indaghiamo quello dei pianeti. Il loro moto presenta però qualche complicazione. Se lo osserviamo seguendo l’orbita apparente di un pianeta, vediamo che questo si muove secondo una curva che prende una forma speciale, diversa per ciascun pianeta e anche all’interno della singola orbita, e questo è ciò a cui a tutta prima dobbiamo attenerci. Prendiamo ad esempio il pianeta Mercurio. Quando è più vicino a noi esso presenta uno strano fenomeno nella sua orbita: se lo osserviamo giorno per giorno quando è visibile, vediamo che si muove come nelle fig. 4. Poi si volta, forma un nodo e continua.

 

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Fig.4

 

In un anno forma un nodo. Il fenomeno si osserva in genere in Mercurio all’inizio dell’anno, ed è quello che per ora chiameremo il movimento di Mercurio. Il resto dell’orbita è semplice e presenta il nodo solo in un punto.

Se passiamo a Venere abbiamo una formazione analoga, solo un po’ diversa, e ha l’aspetto della fig. 5.

 

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Fig. 5

 

Anche qui troviamo un solo nodo in un anno e sempre quando il pianeta è più vicino a noi, come si deve dedurre da altri concetti astronomici. Passando a Marte vediamo anche un percorso analogo, ma il nodo è più piatto e possiamo disegnarlo come nella fig. 6. Si vede che il nodo è più appiattito, pur restando sempre un nodo.

 

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Fig. 6

 

Troviamo anche che in altri pianeti il nodo si è appiattito fino a sciogliersi. Possiamo dire di avere un’orbita simile a un nodo (fig. 7).

 

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Fig. 7

 

Prescindendo dai pur interessanti pianetini e osservando Giove e Saturno, vediamo che anch’essi presentano nodi o orbite (come Marte), in modo speciale quando sono vicini alla Terra, e questo solo una volta all’anno.

Dobbiamo dunque tener presenti i movimenti delle stelle fisse e quelli dei pianeti; i movimenti delle stelle fisse avvengono in lunghissimi periodi di tempo, se ci basiamo sulle nostre idee del tempo; per i pianeti abbiamo moti che riguardano l’anno o parte dell’anno e che per brevi periodi presentano marcate deviazioni dall’orbita, con formazione di nodi. Si presenta la domanda: che cosa deriva da questi due tipi di moto? come interpretare quei nodi? Sono in effetti grandi problemi, e solo quel che diremo potrà portarci a trovare un’interpretazione.

 

L’osservazione ci mostra che ci comportiamo in modo diverso a seconda che il fenomeno riguardi o non riguardi le nostre condizioni, se per così dire siamo estranei o no a ciò che avviene. Basti ricordare come ci si comporta nei riguardi di qualcosa che è parte del cosiddetto mondo esterno, rispetto a come ci si comporta riguardo a qualcosa sperimentato nella nostra interiorità. Quando ci si presenta un oggetto, lo guardiamo, lo osserviamo. Il fegato, il cuore, gli stessi organi sensori non li possiamo osservare. Lo stesso contrasto esiste, anche se non in misura così drastica, per le condizioni in cui ci troviamo nel mondo. Quando ci muoviamo è possibile non essere coscienti delle azioni che dobbiamo compiere per muoverci, e quindi non percepiamo il nostro movimento che sfugge rispetto ad altri movimenti; benché in moto, possiamo credere di essere fermi e vedere solo altri movimenti esterni.

Questa è la base per l’interpretazione dei movimenti dei fenomeni celesti. È stato detto che l’uomo, poiché si trova in un punto della Terra, compie lo stesso movimento del punto del cerchio parallelo nello spazio, ma non se ne accorge; al contrario egli vede quel che accade fuori di lui come un movimento in senso opposto. Questo principio è stato ampiamente utilizzato. Ci si chiede come lo si potrebbe modificare tenendo conto che nella nostra organizzazione abbiamo una vera polarità, che siamo organizzati nella zona del ricambio in senso radiale e orientati nel senso della sfera nella zona della testa. Se nel nostro movimento ci comportassimo in modo diverso riguardo al raggio o alla sfera, ciò dovrebbe risultare in quel che ci appare nel mondo esterno.

 

Immaginiamo ora che ciò che ho detto abbia un significato reale e che ad esempio ci si muova come nella fig. 8, descrivendo una lemniscata. Immaginiamo ora di non descrivere una lemniscata, e che in un certo senso, per la variabilità delle costanti, la lemniscata si disegni in modo che il ramo inferiore non si chiuda, così da darle la forma della fig. 9.

 

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Pensiamo dunque che si formi una lemniscata che per la variabilità delle costanti sia aperta da una parte; avremo allora una curva senz’altro pensabile in matematica, qualcosa che si può introdurre nella figura umana. Pensiamo di avere la superficie terrestre (fig. 10) e, rispetto alla Terra, di disegnare qualcosa che passi per l’organizzazione degli arti, si giri, entri nell’organizzazione della testa e ritorni di nuovo alla Terra.

 

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Fig. 10

 

Si potrebbe allora disegnare una lemniscata aperta nella natura umana, nell’organizzazione umana, e dire che nell’organizzazione umana esiste questa lemniscata aperta. Il punto sarà di vedere se abbia un significato reale parlare di una simile lemniscata aperta nella natura umana.

Ha un significato: basta studiare la natura umana morfologicamente per notare che la lemniscata, come tale o un po’ modificata, vi è inserita in vari modi. Solo che in genere non si procede in maniera veramente sistematica. Come ho già detto, qui darò solo indicazioni che dovranno essere elaborate con cura in modo scientifico, e quindi consiglio di provare a studiare quale curva si formi disegnando la linea mediana della costola: proseguendo oltre l’attaccatura, si raggiunge la vertebra, si volta e si ritorna (fig. 11).

 

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Fig. 11

 

Va tenuto conto che la vertebra ha una struttura interna ben diversa dalle costole; ciò significa che descrivendo la linea costola—vertebra—costola si deve tener conto di rapporti interni di crescita non solo quantitativi, ma anche qualitativi.

Si comprenderà così con la lemniscata e con i nodi la morfologia di tutto questo sistema. Via via che ci si avvicina alla testa si dovrà sempre più modificare la lemniscata. Si arriverà a un punto in cui sarà necessario pensare come modificato ciò che già è preparato nella formazione dello sterno, nella riunione delle due curve. Si ha però una metamorfosi, una modificazione della lemniscata, quando si passa alla testa. Studiando tutta la figura umana nella sua contrapposizione tra organizzazione neuro-sensoriale e organizzazione del ricambio, si ottiene una lemniscata che si apre verso il basso e si chiude verso l’alto. Si hanno anche altre lemniscate molto modificate in cui ima metà da una parte del nodo è molto piccola seguendo la via percorsa dai nervi centripeti, attraverso il centro e fino alla fine dei nervi centrifughi. Ovunque nella natura umana si troveranno in qualche modo inserite le lemniscate, purché le ricerchino oggettivamente.

 

Esaminando l’animale nella sua caratteristica colonna vertebrale orizzontale, si vedrà che l’organizzazione animale si distingue da quella umana perché nell’animale le lemniscate aperte verso il basso, o anche quelle chiuse, presentano meno variazioni che nell’uomo; sono anche sempre parallele fra loro, mentre nell’uomo creano angoli diversi.

 

Siamo in un immenso campo di lavoro che ci incoraggia ad approfondire la morfologia. Quando si arriva a queste cose, si capiscono uomini come Moriz Benedikt, che ho già nominato, che aveva bellissimi pensieri, bellissime intuizioni in molti campi. Come si può leggere nelle sue memorie, egli si rammaricava molto che non fosse possibile parlare ai medici in una prospettiva matematica. È giustificato come principio, ma naturalmente si deve ampliare il concetto e dire che la matematica usuale con le sue linee rigide, con lo spazio euclideo rigido, servirebbe poco nello studio delle formazioni organiche. Si aprono invece delle possibilità quando si porta la vita nelle formazioni matematiche, nelle formazioni geometriche, quando in un’equazione con variabili dipendenti e indipendenti si pensa a una variabilità interiore secondo leggi, come nel principio espresso ieri per le curve di Cassini: variabilità del primo ordine e anche del secondo. Aiutandosi in questo modo si aprono infinite possibilità. In sostanza ciò è già indicato nei principi che si usano quando si vogliono tracciare cicloidi o cardioidi, se non si è troppo rigidi.

 

Applicando alla natura il principio della variabilità interna delle cose mobili, e cercando di presentarlo con equazioni, si può penetrare matematicamente nella sfera organica. Vi è quindi la possibilità di dire che il presupposto di uno spazio rigido, immobile in sé, porti a comprendere la natura inorganica; quando però si passa allo spazio che si muove in sé o anche ad equazioni la cui funzionalità rappresenta di per sé una funzione, si arriva a trovare il passaggio alla comprensione matematica dei fatti organici. Questa è la via che devono seguire gli studi futuri che altrimenti potrebbero essere inutili e che, se seguiti in questo modo, permetteranno importanti ricerche sulle forme di passaggio dall’inorganico all’organico.

 

Ora prego di considerare la tendenza delle forme a nodo nell’organismo umano, paragonandola a ciò che si manifesta nel moto dei pianeti, sia pure in forma più irrazionale. Si potrà allora dire: in quelli che si chiamano abitualmente “moti apparenti dei pianeti” sono disegnate nel cielo in modo molto particolare quelle che sono denominate forme di movimento, forme fondamentali che si trovano nell’organismo umano. Osservando i nodi possiamo dire che essi si mostrano sempre quando il pianeta è nelle vicinanze della Terra.

 

Dunque essi si mostrano quando, riguardo alla nostra posizione sulla Terra, ci troviamo noi stessi in un particolare rapporto con i pianeti. Quando semplicemente consideriamo la posizione della Terra nel corso dell’anno e la nostra posizione sulla Terra (naturalmente è ovvio che ci si debba riportare alla nostra vita embrionale), troviamo che ci avvicendiamo tra una posizione in cui ci rapportiamo ai pianeti volgendo la nostra testa verso i loro nodi, e una posizione in cui ce ne allontaniamo. Verso i pianeti ci comportiamo dunque in modo da esporre la nostra formazione una volta ai nodi e un’altra all’orbita normale. Così possiamo coordinare al nodo ciò che più riguarda la testa, e all’orbita normale senza nodi ciò che più riguarda il resto dell’organismo.

 

Riprendiamo ora quel che già avevo detto in merito alla relazione morfologica fra le ossa lunghe e quelle del cranio, come se la dovessimo disegnare. Dobbiamo disegnarla in modo da avere il raggio che attraversa l’osso lungo, e che poi, proseguendo verso l’osso cranico, fa questa curva (fig. 12).

 

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Se proiettiamo questa curva nel cielo in relazione col movimento della Terra, otteniamo un nodo e la restante orbita planetaria. Avendo un senso elevato per la morfologia non si può che riferire la figura umana al sistema planetario.

 

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Passiamo ora al movimento delle stelle fisse. Esso è naturalmente molto meno in relazione con i singoli movimenti umani. Se però consideriamo l’evoluzione umana sulla Terra e quel che abbiamo detto in questi giorni sui rapporti tra sfera e formazione del cranio umano, non potremo fare a meno di mettere in relazione la metamorfosi dell’aspetto del cielo con quella dell’evoluzione dell’umanità per quanto riguarda l’elemento spirituale-animico. La sfera che si incurva sopra di noi riguarda solo la parte dei movimenti dei pianeti corrispondenti al nodo, anzi solo a una parte del nodo (fig. 13, tratteggiato)

Dai movimenti delle stelle fisse è tolta la parte dell’orbita restante. Vediamo l’enorme differenza: i pianeti sono in qualche modo in relazione con l’uomo nel suo complesso, le stelle fisse solo con la conformazione del cranio.

 

Ora possiamo avere un modo per interpretare il nodo.

In quanto uomini siamo uniti con la Terra, ci troviamo in un certo punto della Terra, ci moviamo con essa; dobbiamo riferire ai movimenti che compiamo assieme alla Terra ciò che ci si mostra come proiezione nella volta celeste. Movendoci infatti con la Terra sorge, proiettato a ritroso sulla nostra vita embrionale, sul tempo della vita embrionale, ciò che abbiamo in noi e che si forma a seguito delle forze del movimento. Guardando il nodo aperto verso il basso (in effetti non otterremo un’orbita chiusa nella sua apparenza immediata, a prima vista, ma solo osservando l’intera rivoluzione) abbiamo la necessità di vedere, nelle immagini apparenti che si presentano quando ci avviciniamo al nodo, i movimenti cosmici che noi stessi eseguiamo nel corso dell’anno.

 

Ora dico tutto questo un po’ alla svelta, ma si dovrà riflettere su tutti i particolari a cui ha accennato, cercando di riunire i vari argomenti. Quanto più precisamente si procederà, tanto più facile sarà riconoscere nei moti planetari le immagini dei movimenti che compiamo insieme alla Terra nel corso dell’anno; si vedrà anche come si uniscano i singoli movimenti dei pianeti. Riassumendo così tutto l’uomo, possiamo vederne la proiezione nel cosmo e considerare la linea del nodo o la lemniscata quale forma del movimento della Terra nel corso dell’anno.

Naturalmente studieremo con più precisione tutto ciò nei prossimi giorni; siamo comunque ora arrivati a intendere l’orbita della Terra, prescindendo da ogni rapporto col Sole o altro, come linea nodale. Ciò che per noi si proietta nelle orbite planetarie con i loro nodi lo dobbiamo appunto intendere come proiezione dell’orbita terrestre con i suoi nodi nella volta celeste attraverso i pianeti, se vogliamo esprimere così semplicemente fatti tanto complicati.

La ragione per cui, dove un pianeta si avvicina a un nodo, dobbiamo vedere l’orbita aprirsi in un tempo relativamente più breve, sta nel fatto che una curva chiusa, in determinate condizioni, può apparire aperta nella proiezione. Se ad esempio si fa una lemniscata con una bacchetta flessibile e se ne proietta l’ombra su un piano, in modo che la parte inferiore appaia aperta e la parte superiore chiusa, l’insieme potrà apparire come un’orbita planetaria. Con l’ombra si può costruire qualcosa di analogo all’orbita planetaria.

 

 

By | 2018-10-29T12:56:31+01:00 Ottobre 29th, 2018|ASTRONOMIA|Commenti disabilitati su 11 – FIGURA ED EVOLUZIONE UMANE PER COMPRENDERE I FENOMENI CELESTI