/////11 – LIMITAZIONI DA PARTE DELL’ECONOMIA STATALE

11 – LIMITAZIONI DA PARTE DELL’ECONOMIA STATALE

Limitazioni da parte dell’economia statale

O.O. 340 – I capisaldi dell’economia – 03.08.1922


 

Sommario: Evoluzione della vita economica da economia privata agra» ria, a economia nazionale e a traffico ed economia mondia­le. Limitazioni da parte dell’economia statale. L’Inghilter­ra come potenza economica di guida. L’evoluzione economi­ca non è seguita dal pensiero economico che deve diventare universale. La sfera economica chiusa è il problema capita­le della scienza economica. Importanza della durata dei beni economici. Il denaro non si consuma rispetto alle merci. I rapporti fra chi consuma e chi offre gli alimenti. Necessità di donazioni in una sfera economica chiusa. Forme di pagamento per far scomparire nella sfera spiri­tuale i valori creati in quella materiale.

 

È noto che un certo numero di economisti riteneva im­possibile che la guerra mondiale del ’14 durasse tanto quanto in effetti è durata. In base alle proprie conoscenze avevano dichiarato che la vita economica attuale non con­sente che una guerra così vasta e generale possa durare più di qualche mese. Come s’è visto, la realtà ha ampia­mente confutato quelle argomentazioni, e se oggi si riflet­tesse con obiettività, già da un fatto simile si dovrebbe de­durre la necessità di una revisione delle teorie economiche. Ma se ci si desse la pena di penetrare le ragioni per le qua­li almeno taluni economisti erano stati spinti a quell’af­fermazione, non sarebbe certo lecito arrivare alla conclu­sione ch’essi fossero tutti degli imbecilli. Non lo erano per niente; le loro ragioni non erano punto infondate, e là loro convinzione era tutt’altro che debole. Eppure la realtà ha confutato quell’opinione; dalla realtà risultò che la guerra potè essere condotta più a lungo di quanto non ammettes­sero gli economisti. Dunque, evidentemente, la dottrina economica non abbracciava la realtà, e questa era diversa da quel che ne pensava la scienza economica.

 

Tale fatto si può comprendere soltanto se ci si renda chiaro conto di come in genere avvenga l’evoluzione della vita economica sulla Terra. Essa consta di un incessante susseguirsi di singoli stadi, i quali continuano anche a coe­sistere l’uno accanto all’altro. Le odierne forme organiche inferiori hanno una certa somiglianza coi primi esseri vi­venti della nostra evoluzione terrestre, che però continuano a esistere anche oggi (simili, sebbene alquanto diversi) ac­canto agli esseri sviluppatisi ormai alla massima perfezio­ne; così pure le manifestazioni di stati più primitivi della vita economica sussistono tuttora accanto a quelli che han­no raggiunto un livello più elevato. Solo che qui interviene qualcosa di caratteristico. Mentre nel regno animale le forme più primitive possono coesistere anche spazialmente accanto a quelle più evolute, nell’economia i processi più primitivi interferiscono di continuo con la loro azione in quelli più progrediti. Possiamo confrontare questo fatto tutt’al più con i casi in cui negli organismi più progrediti s’in­troducono i batteri. Nell’economia la cosa è infinitamente più complicata, eppure si può osservare con attenzione la sua struttura fondamentale e ricavarne importanti contri­buti per ciò in cui vogliamo far culminare tutta la nostra trattazione, come ho già spesso detto.

 

L’economia, nelle sue forme primitive, va immaginata come una privata azienda rurale, abbastanza vasta. La grandezza è relativa, ma dobbiamo ben renderci conto che se l’azienda rurale è in sé completa, contiene anche gli altri elementi dell’organismo sociale; cioè la propria ammini­strazione, talora le proprie armi, la propria difesa, un suo corpo di polizia e perfino la sua vita spirituale. Un’azienda privata di tal genere, divenuta quasi gigantesca pur aven­do conservato sostanzialmente il carattere di una primitiva azienda rurale privata, fu il cosiddetto regno dei Merovin­gi. Questo, che può dirsi «regno» solo prendendo questo concetto in modo molto esteriore (non era certo uno Stato), era in fondo un ampio possedimento rurale abbracciante appunto un’estensione vastissima. Tutta la struttura socia­le del regno dei Merovingi non era in sostanza altro che qualcosa basato in certo modo sull’economia; un’ammini­strazione del diritto costruita secondo le concezioni allora vigenti della giustizia, che essa doveva infatti realizzare; e in mezzo a tutto ciò una libera vita spirituale, straordina­riamente libera per le condizioni d’allora. Abbiamo infatti visto sorgere solo nella civiltà moderna, sotto l’influsso del liberalismo, la grande non-libertà della vita spirituale. Solo con l’avanzare del liberalismo, la libertà della vita spiritua­le è andata perdendosi di più in più, e vediamo senz’altro il punto culminante della non-libertà della vita spirituale in quella realizzazione di tutte le beatitudini statali, nella Repubblica sovietica in Russia. Vi possono esser venduti solo libri approvati dal governo sovietico. Almeno il Papa si limita a proibire certi libri, ma il governo sovietico in Rus­sia regola non solo le proibizioni, ma tutto il settore, perché non possono esser pubblicati che i libri permessi.

 

Proseguendo, vediamo che nel corso dell’evoluzione l’e­conomia privata si è gradualmente mutata in economia re­gionale la quale poi, in un determinato momento all’inizio della storia moderna, sfocia nell’economia statale. Ciò av­viene in modo assai caratteristico, in quanto l’economia privata, l’iniziativa economica privata, passa gradatamente ai corpi amministrativi, in quanto l’amministrazione fiscale si allarga ad economia totale. Vediamo in tal modo come l’economia si trasformi in vita statale, come la vita statale assorba la vita spirituale; poi vediamo sorgere il moderno organismo statale economico e spirituale che, come tale, si accresce sempre più in potenza; a sua volta esso dovrà su­bire una certa articolazione, se la vita economica vorrà progredire.

 

Di tutto ciò non ci interessa tanto questa articolazione, quanto il fondersi, come per lo più è avvenuto, delle azien­de private in un complesso più vasto, nell’economia nazio­nale; in questo si crea una nuova struttura sociale che però mantiene ancora in vigore il principio economico privato, cioè l’elemento primitivo. Che cosa risulta qui dal punto di vista economico? Nasce fra le singole economie private uno scambio che viene regolato nei modi più diversi. Ma tale regolazione ondeggia come una nuvola al di sopra dell’inte­ro complesso, mentre ciò che subentra in sostanza attraver­so questa fusione delle singole economie private in un’eco­nomia nazionale, è lo scambio, il commercio tra le singole economie private. Ne consegue che, siccome dallo scambio economico (come abbiamo visto ieri) ognuno dei contraenti trae un guadagno, o almeno può trarlo, le singole economie che si uniscono per attivare tra loro degli scambi (e sap­piamo che nel quadro economico lo scambio ha la parte es­senziale), ne traggono un guadagno. Vediamo dunque che, per la semplice possibilità di esercitare uno scambio vicen­devole, le singole unità economiche si avvantaggiano di questa loro fusione. Si può calcolare esattamente, con le ci­fre alla mano, quale guadagno tragga un’economia privata dallo scambio con altre economie private con le quali è uni­ta in una sola compagine economica. Ognuna di esse ne trae qualche profitto, e dal punto di vista economico ciò ha a sua volta importanza.

 

Quando poi iniziò la scienza economica moderna, nei modi più svariati, si era in sostanza giunti al punto in cui, dalle economie private, si erano formate le economie nazio­nali; se si vogliono comprendere per esempio le concezioni economiche di Ricardoe di Adam Smith, bisogna tener conto che, nello svolgere il loro pensiero, essi osservavano appunto questa collaborazione di aziende private. In Adam Smith si noterà ad ogni passo come il suo pensiero prenda le mosse dalle aziende private e ne tragga le proprie con­clusioni.

 

D’altro lato, essi osservavano la fusione delle aziende private in un’economia nazionale. Ma siccome an­che a questa applicavano in massima parte lo stesso modo di pensare che avevano rivolto all’economia privata, svi­lupparono per lo più le loro opinioni considerando l’econo­mia nazionale alla stessa stregua di quella privata; ossia vedevano la fecondità dell’economia nazionale nel fatto che le economie nazionali entrino a loro volta in rapporti di re­ciproco scambio e da questi traggano il loro vantaggio. Per esempio anche il sistema mercantilistico era fondato sulla base dei vantaggi derivanti dagli scambi citati.

 

Ma già da una tale fusione di singole aziende private in una grande economia nazionale, deve stabilirsi come una specie di direzione, da parte dell’azienda privata più poten­te formatasi in tale complesso. Questo fatto, che si sarebbe indubbiamente verificato col trapasso dall’economia privata all’economia nazionale, è stato appunto mascherato, nasco­sto, e non si è manifestato appieno, perché tale direzione venne assunta dallo Stato. Altrimenti questa direzione sarebbe stata assunta da un’azienda privatale precisamente da quella più potente. Così tutto quanto faceva parte delle aziende private andò fluendo, direi quasi precipitando, nel­l’economia statale.

 

Quando però, nel corso dell’epoca moderna, lo scambio vicendevole tra le singole economie nazionali, cioè il traffi­co mondiale, diventò realmente sempre più vasto e genera­le, l’emergere della direzione sopraccennata divenne evi­dente, perché nel modo più ovvio l’Inghilterra, con la sua economia nazionale, divenne appunto l’economia dominante nei tempi moderni. Se già da un altro punto di vista ho ri­chiamato l’attenzione sul fatto che l’Inghilterra ebbe uno sviluppo continuativo dal commercio all’industria, si deve pur dire d’altra parte che essa, durante la conquista delle sue colonie, cominciò a dettar legge per la stabilizzazione della moneta. Le sue .colonie, come di solito avveniva per le economie private, si erano raggruppate in un più vasto complesso economico; ne derivarono anzi tutti i vantaggi interni che sorgono sempre con lo scambio, e cominciò altresì quella potente direzione economica cui fu possibile, col perfezionarsi degli scambi mondiali, di esercitare poi un’a­zione dominante nella vita economica del mondo. Inoltre l’Inghilterra divenne il paese che dettò legge per la stabi­lizzazione della moneta; gli Stati che adottarono la moneta aurea lo fecero in seguito all’imposizione inglese; e siccome nello scambio tra un paese ricco di valuta aurea é un altro che non ne possedeva, quest’ultimo doveva trovarsi in svantaggio, è facile comprendere come, sotto l’influsso del traffico, l’Inghilterra assurgesse a potenza economica diri­gente.

 

Finché le cose stavano così, i concetti economici, sempre forse con qualche modificazione e qualche perfezionamento, potevano proseguire in linea retta le direttive elaborate da Hume, da Adam Smith, da Ricardo, e in sostanza, sebbene quasi capovolte, anche quelle date in seguito di Karl Marx.

 

Possiamo infatti comprendere tutto questo, soltanto se dai pensieri di questi economisti ricaviamo l’immagine della vita economica sorta sotto l’influsso predominante della po­tenza economica inglese.

 

Ma poi, con l’ultimo terzo del secolo diciannovesimo, il traffico mondiale si sviluppò in economia mondiale; e que­sto trapasso da traffico mondiale a economia mondiale è di straordinaria importanza.

 

Quando si dànno definizioni, è naturale che esse non siano esatte, poiché le cose trapassano successivamente le une nelle altre, ma si può dire: nel traffico mondiale si hanno singole economie nazionali che fanno scambi reci­proci; il commercio stimola, accresce lo scambio, modifican­do sostanzialmente tutti i prezzi e tutta la struttura economica. E qui è tutto; per il resto l’economia si svolge entro i singoli paesi. Invece l’economia mondiale si ha quando i singoli complessi economici, non solo scambiano fra loro i propri prodotti, ma collaborano economicamente; quando per esempio prodotti semigreggi vengono spediti da un pae­se all’altro dove son poi sottoposti a un’ulteriore lavorazio­ne. Abbiamo allora un esempio radicale di collaborazione economica. Finché si tratta solo di materie prime, riguardo ai bilanci si tratta sempre ancora di puro scambio; non lo si può ancora chiamare economia mondiale. Ma quando ve­ramente tutti i fattori della vita umana, in quanto toccano il lato economico, ossia tutta la produzione, tutto lo scam­bio e tutto il consumo, vengano alimentati dal mondo inte­ro, allora nasce l’economia mondiale; dunque quando non la sola produzione o il solo consumo, ma tutto il complicato intreccio dei fattori economici viene alimentato dal mondo intero, sorge e si realizza l’economia mondiale. Ma col sor­gere dell’economia mondiale, scompaiono certi vantaggi che prima esistevano nelle economie nazionali.

 

Guardiamo indietro un’altra volta: quando le economie private si riuniscono in economie nazionali, nel complesso generale esse ne traggono vantaggio, ci guadagna ognuna singolarmente. Ma che cosa le spinge inoltre a tale unione? Non è sempre una comprensione o visione precisa delle co­se. In realtà tale unione non viene determinata proprio da un intendimento economico, perché di solito il sentimento della libertà prevale sui vantaggi che i singoli amministra­tori privati potrebbero ottenere. In una prospettiva econo­mica i vantaggi esistono, ma la cosa è più complicata. Le singole economie hanno la tendenza, propria a qualsiasi organismo, a venir meno, a indebolirsi sempre più: è semplicemente una legge universale che vale anche per la vita economica. Una vita economica se non migliora, regredisce. Quelle riunioni non vennero praticate perché le economie private, già prima arrivate a un certo livello, si volessero unire per raggiungere un rigoglio ancora maggiore, ma perché si voleva preservarle dalla decadenza. Vi è dunque un vantaggio nel collegamento, quando esso si effettua; ed esso varia secondo i casi. Quindi ciò che le singole econo­mie perdono in valore intrinseco è comunque largamente pareggiato, di solito con un’eccedenza, grazie all’unirsi del­le economie private in economie nazionali. Ciò che le eco­nomie nazionali perdono dei loro valori intrinseci, viene largamente compensato dal traffico mondiale e dal passag­gio all’economia mondiale. Ma quando questa è già in atto, con chi potrà essa effettuare gli scambi? Noi abbiamo visto in effetti l’intera vita economica della Terra sfociare a poco a poco nell’economia mondiale; e qui cessa la possibilità di procurarsi ancora dei vantaggi a mezzo di ulteriori riunio­ni.

 

Ora, coloro che dichiararono che la guerra mondiale non avrebbe potuto avere la lunga durata che poi ebbe, pensa­vano in senso economico-nazionale, non economico-mondiale; se l’economia mondiale fosse stata una economia nazionale, la loro previsione sarebbe stata giusta. Ma la guerra mondiale del ’14, avendo avuto in effetti sin da principio la tendenza a estendersi sempre più, poteva già avere una durata maggiore. Sé nell’àmbito dell’economia mondiale si continua a pensare in senso economico- nazionale, a un certo punto l’economia mondiale deve crol­lare.

Dato poi che si continuava a pensare in senso economico-nazionale, il crollo doveva accadere, anche pre­scindendo da tutte le forze oscure che lavoravano a pro­muoverlo.

 

Nella vita economica sono così in giuoco rapporti per­cettibili con precisione, ma naturalmente non afferrabili in cifre con uguale precisione. Questo indicherà come sia semplicemente impossibile proseguire in modo rettilineo i concetti economici di prima, e come ci si trovi di fronte alla necessità di dire: oggi occorre una scienza economica che parli partendo dalle contingenze dirette attuali e riconosca che tutte le categorie economiche, formate circa un secolo fa, oggi non possono più valere. Oggi abbiamo davvero bi­sogno di una scienza economica che sappia pensare in senso economico-mondiale. In ciò risiede uno dei nostri massimi problemi storici.

 

Le personalità dirigenti d’oggi che si riuniscono a Ver­sailles, a Genova o all’Aia, hanno ricevuto dalla scienza so­lo un pensiero economico-nazionale. Non possono quindi mettere in azione se non ciò che, se non venga prima com­penetrato di pensiero economico-mondiale, conduce di ne­cessità alla rovina. Si può forse negare ch’essi spezzettino sempre più l’economia, erigendo sempre nuove barriere, sicché questo passaggio alla pura economia mondiale viene differito? Da ciò la recentissima tendenza a smembrare il mondo anche economicamente, mascherando tale smem­bramento sotto veste nazionale e politica. Invece è indi­spensabile passare a un’economia mondiale, a una scienza economica mondiale, senza di che si dà alla Terra una con­figurazione economica impossibile, capace di reggersi sol­tanto se una delle parti si procura dei vantaggi economici a detrimento dell’altra, mediante differenze monetarie. Qui, appunto attraverso l’economia, potremo penetrare a fondo in ciò che in realtà accade nel momento attuale.

 

Ora però dobbiamo renderci chiaro conto che l’arrivare ai limiti dell’area economica mondiale, significa ben altro che non raggiungere solo i limiti di un’area economica confinante con altre. L’area economica mondiale esiste più o meno già oggi, e anche la scienza economica mondiale deve tenerne conto in qualche modo. L’area economica mondiale non confina con altre, e ciò rende necessario che si guardi con ancora più accuratezza a certi processi economici che, indipendentemente dai confini, si manifestano ora nell’àm­bito di un’area economica chiusa in sé. Risolvere il proble­ma dell’area economica chiusa in sé, dell’area economica gigantesca che si estende a tutta la Terra è oggi il proble­ma cardinale della scienza economica. Infatti la minima questione, financo quella del prezzo della nostra prima co­lazione, è oggi sotto il complesso influsso di tutta la vita economica della Terra; e se non lo è ancora del tutto, è per­ché i fatti progrediscono con velocità relativa, ma si sono avviati, e il nostro pensiero deve saper tenere dietro ai fat­ti.

Per studiare ora le condizioni economiche in un territo­rio economico chiuso in sé, dobbiamo renderci conto chia­ramente che nel campo dell’economia, nel vicendevole rap­porto di produzione, consumo e circolazione, abbiamo merci atte al consumo, all’uso immediato (anche merci di relativa durata), e inoltre denaro. Esiste certo una differenza so­stanziale, riguardo alla forma economica delle cose, se si considera per esempio il campo dei generi alimentari, che sono prodotti di durata brevissima, oppure il campo del ve­stiario, dove i prodotti hanno già una durata più lunga, o, poniamo, l’arredamento della casa, cioè oggetti che hanno una durata ancora maggiore. Per quanto concerne l’uso, il consumo, ci si presentano dunque sostanziali differenze di durata tra i vari prodotti economici.

 

Prodotti permanenti sarebbero per esempio la gemma della corona d’Inghilterra o quelle d’altre corone, di cui abbiamo già parlato da altri punti di vista; oppure la Madonna Sistina; in un certo sen­so dovremmo considerare questi oggetti come una specie di prodotti permanenti, soprattutto quelli artistici. Ora, nel­l’organismo sociale che soggiace alla divisione del lavoro, e che ha quindi una circolazione più diffusa, deve esistere per ogni prodotto un equivalente: deve sussistere il valore in denaro che è il prezzo. Abbracciando comunque il campo economico, si vede che tale equivalenza fra il valore della merce e il valore del denaro è oscillante, è variabile. Un prodotto ha un certo valore in un dato luogo, altrove ne ha un altro; e così un prodotto può avere maggior valore se è lavorato in un modo, piuttosto che in un altro. Comunque, da tutto ciò può apparire che nell’insieme della vita econo­mica, eccettuato qualche prodotto di durata relativamente lunghissima, abbiamo a che fare con merci che deperiscono, si svalorizzano, e in ogni caso, dopo un certo tempo, non esistono più.

 

Invece, strano a dirsi, proprio il denaro è un elemento che, sebbene si trovi in perfetta equivalenza con gli altri elementi economici, non deperisce né si logora. Potremmo rappresentarcelo radicalmente pensando: io possiedo, po­niamo, delle patate per una certa somma; in un modo o nell’altro dovrò dunque provvedere a collocarle, o a consu­marle. Infatti, di lì a qualche tempo, le patate sono appun­to consumate, scomparse. Se il denaro equivale alle merci, alle merci lavorate, dovrebbe anch’esso consumarsi, deperi­re; il denaro dovrebbe subire lo stesso logorio a cui soggiacciono le altre merci. Vale a dire che, se nel corpo economico il denaro non è deperibile, noi gli creiamo un vantaggio di fronte alle merci deperibili. Ciò è di somma importanza, e lo diventa tanto più se si considerano, da un lato, gli sforzi che io dovrò fare, se oggi posseggo una data quantità di pa­tate, per giungere con l’apporto di tutta la mia attività a raddoppiarla, mettiamo dopo 15 anni (s’intende con quelle patate che ci saranno allora!), e dall’altro lato il poco sforzo che occorre a chi, come singolo individuo, possieda oggi la stessa somma in denaro, per averne dopo 15 anni il doppio!

 

Basterà che se ne stia con le mani in mano, sottraendo al­l’organismo sociale tutta la sua forza attiva, e lasciando la­vorare gli altri a cui presta il proprio denaro. Se durante tutto quel tempo non provvede lui stesso a consumarlo, il denaro non si consuma certo da sé.

 

Ma è proprio così che viene introdotto nella compagine sociale molto di ciò che più tardi verrà sentito, diciamo, come errore sociale. Questi rivolgimenti e spostamenti, non già nei rapporti di proprietà (di questi non voglio nemmeno parlare) ma nelle condizioni di lavoro e di attività in gene­rale, sono in sostanza la fonte di cambiamenti enormi nella compagine sociale, anche di carattere economico, tanto che possiamo chiederci: in quale rapporto stanno questi spo­stamenti e questi rivolgimenti rispetto a qualcos’altro che può farceli afferrare ancor meglio? Se prospetto così empi­ricamente la differenza fra il denaro e le realtà vere del­l’organismo economico, il fenomeno avrà qualcosa di inde­terminato, ma come potremo afferrarlo in immagine nei singoli particolari? Potremo afferrarlo in immagine se ci rappresenteremo anzitutto quale fondamentale importanza debba avere, per il complesso economico di un territorio chiuso in sé, il consumo di tutti gli individui umani che in esso vivono. Il consumo di tutti questi individui costituisce il primo presupposto.

 

Vi è un altro fattore di fondamentale importanza. Esso è stato molto male compreso, per esempio dai fisiocratici.

Tuttavia c’è del vero nell’affermazione che questo altro fat­tore, e cioè il terreno (sebbene si sia dimostrato ch’esso de­ve di continuo venir svalutato), ha un’importanza fondamentale. Dev’essere di continuo svalutato proprio perché ha questa importanza fondamentale. I fisiocratici hanno commesso un errore: vivendo in un’epoca in cui, come av­viene ancora oggi, il terreno aveva appunto un valore capi­talistico, essi svolsero le loro idee sotto l’influsso di questo fatto e seguirono le connessioni economiche in modo molto chiaro (di tutti gli economisti furono infatti i più razionali); dal loro punto di vista, arrivarono perciò a dire che l’in­trinseco valore economico di un territorio si fonda in so­stanza sulla coltura del suolo (comprendendo in questo termine tutto quanto riguarda la produzione delle derrate che servono essenzialmente all’alimentazione dell’umanità). Finché restiamo nel campo dell’alimentazione, dobbiamo in realtà vedere nelle terre la base più o meno solida di ciò che costituisce il valore intrinseco di una regione economi­ca. Coloro che lavorano la terra, e dunque collegano diret­tamente col lavoro i prodotti della natura che servono poi all’alimentazione dell’umanità, nutrono infatti col loro la­voro anche tutti gli altri uomini; tutti gli altri dipendono da loro, ricevono da loro la propria alimentazione. Certo, gli altri possono procurarsi i mezzi per pagar cara l’alimen­tazione, ma in sostanza possiamo afferrare il fenomeno in modo assai primitivo. Rappresentiamoci senz’altro un dato numero (A) di bocche che mangiano. In questo numero sono compresi tutti i lavoratori: contadini, operai, prestatori di denaro, commercianti e lavoratori spirituali fin su alla vita spirituale più libera; sono compresi tutti coloro che cercano l’alimentazione. Abbiamo poi coloro che provvedono all’a­limentazione (B), cioè coloro che col proprio lavoro offrono qualcosa che fa parte della diretta alimentazione, vale a di­re di quella parte del consumo che è il consumo alimentare. Ora se il numero dei consumatori aumenta, e quello dei produttori rimane invariato, quello che si produce si dovrà dividere in più parti; ciò che B produce, dovrà venir mag­giormente suddiviso. Sé non si riesce con qualche mezzo à rialzare anche l’entità B, bisognerà che altre persone im­migrino e che venga aumentata la produttività del suolo.

 

Non si può dunque, in un territorio economico, aumen­tare ad arbitrio, per esempio i lavoratori spirituali, senza aumentare anche quelli che sono dall’altro lato, ossia il numero di coloro che provvedono essenzialmente alla pro­duzione degli alimenti. Oppure dovrà venir aumentata la produttività delle terre, e questo potrà procedere dai lavo­ratori spirituali. In tal caso però i lavoratori spirituali del­l’epoca in cui la produttività dev’essere aumentata, do­vranno possedere più intelligenza, dovranno avere attitu­dini più elevate dei predecessori. Dunque, sotto questo ri­guardo, l’aumento del rendimento del lavoro agricolo equi­vale in un certo senso all’elevazione delle cognizioni nei ri­guardi dell’elaborazione di quanto proviene dalla natura. Ciò può avvenire nei modi più vari; ad esempio, organiz­zando un allevamento razionale degli uccelli si può, in date circostanze, migliorare l’economia forestale. Lo si può fare nei più diversi modi, e qui ce ne occupiamo solo come di un principio generale.

 

Finché si pensa solo in una prospettiva economica na­zionale, è evidente che simili condizioni possono realizzarsi. In un paese di cognizioni più limitate può immigrare gente di un altro paese, già più avveduta e in grado di sviluppare meglio la coltivazione dei terreni. Oppure, quando molti si elevino a classi sociali che non hanno a che fare con la pro­duzione di alimenti, si potranno far affluire nell’agricoltura nuovi lavoratori.

Tutto questo si svolge nelle economie dei territori che confinano con altri, ed anche oltre i loro confi­ni.

 

Quello che si può pensare in proposito si può esprimere nella domanda seguente: come si rimedia quando dal lato A sorga un consumo maggiore di quanto B possa produrre? Ma questo non è più pensabile economicamente una volta che sia entrata in gioco l’economia mondiale e che in certo senso si siano affermate le condizioni ad essa relative. Qui dobbiamo semplicemente pensare quali modificazioni deb­bano prodursi quando il campo economico sia chiuso in sé.

 

In un primo tempo lo si può studiare empiricamente, considerando una piccola azienda economica (e ve ne sono sempre state) in cui fino a un certo punto si può prescinde­re da esportazione e importazione. Vi possiamo studiare empiricamente le condizioni che si presentano in realtà in una sfera economica chiusa. Qui abbiamo anzitutto, come base, le terre; ciò che le terre dànno si sottopone al lavoro; viene elaborato e così acquista un valore. Poi il lavoro vie­ne organizzato, e a questo punto penetriamo già nella clas­se umana che non è più addetta alla produzione di alimen­ti; anzi è consumatrice e non produttrice di alimenti. Se specialmente ci portiamo su fino ai lavoratori spirituali, ri­guardo agli alimenti abbiamo dei semplici consumatori e non più dei produttori. Per gli alimenti dobbiamo dunque distinguere, nell’economia chiusa, un campo produttore che si limita strettamente ad essere produttore, e abbiamo inol­tre un campo consumatore. Sono cose naturalmente assai relative, e i trapassi avvengono a poco a poco.

 

Se ora consideriamo la vita umana complessiva in una tale area economica chiusa, vedremo che deve appunto svolgervisi ciò che ho spiegato alcuni giorni or sono. Affin­ché il capitale non ristagni, non subisca un ingorgo, biso­gna che in quel punto (naturalmente la cosa si estende al­l’intero campo economico) dove la vita spirituale è svilup­pata al massimo, ossia nella formazione del capitale, le ec­cedenze del capitale guadagnato non affluiscano alle terre, dove ristagnerebbero; bisogna che queste eccedenze scom­paiano, e che nulla del capitale s’ingolfi nei terreni; biso­gna che già prima, mediante donazioni alle istituzioni spi­rituali, venga evitato il prodursi di questo ristagno, di que­sto ingorgo, salvo sempre quel tanto che ho definito come semente. Proprio a questo punto il concetto della donazione ci viene incontro in tutta la sua necessità. Questo donare è indispensabile.

 

Studiando i territori economici chiusi che apparvero nella storia, si vede che simili donazioni sono sempre esi­stite, e sono in sostanza quelle da cui dipende la vita spiri­tuale. In senso economico sono donazioni. Le riscontriamo ovunque nella storia; dal semplice fatto di Carlo il Calvo che, con le sue donazioni, manteneva persino il suo filosofo di corte, Scoto Eriugena (che potrebbe anche considerarsi, se si vuole, un mobile superfluo!) fino all’obolo di S. Pietro, con cui i cattolici del mondo intero porgono alla Chiesa a piccole dosi i loro doni. Dovunque l’economia costituisca un’area economica chiusa, anche se in certe zone assuma proporzioni gigantesche, troviamo la trasformazione del ca­pitale operativo in capitale di donazione, là dove si tratta di sovvenzionare le istituzioni spirituali.

 

In altre parole, quando si tratta di un’area economica forzatamente chiusa quale è l’economia mondiale, si deve pensare che non è possibile sfuggire alla necessità di far affluire nelle istituzioni spirituali, in cui deve dileguarsi, tut­to ciò che altrimenti va a ingolfarsi nelle terre.

 

Dovrebbe sparire entro le istituzioni spirituali, dovrebbe operare co­me donazione. Vale a dire che l’attuale scienza economica deve cercare la risposta al problema: in qual maniera dob­biamo comprare e vendere, in senso economico, affinché spariscano nell’àmbito del campo spirituale i valori alimen­tari che vengono creati nel campo puramente materiale? Ecco il grande problema. Voglio formularlo ancora una vol­ta: quale sistema, qual genere di pagamento si deve trova­re nello scambio economico, affinché vada sempre a scom­parire nelle istituzioni spirituali ciò che viene creato attra­verso la natura elaborata, là dove appunto la produzione è rivolta all’alimentazione dell’umanità? Questo è il grande problema economico a cercar di risolvere il quale ci accin­geremo domani.

 

 

By | 2018-11-12T17:31:59+01:00 Novembre 12th, 2018|CAPISALDI ECONOMIA|Commenti disabilitati su 11 – LIMITAZIONI DA PARTE DELL’ECONOMIA STATALE