/////13 – IL VALORE ECONOMICO DELLE PRESTAZIONI SPIRITUALI

13 – IL VALORE ECONOMICO DELLE PRESTAZIONI SPIRITUALI

Il valore economico delle prestazioni spirituali

O.O. 340 – I capisaldi dell’economia – 05.08.1922


 

Sommario: Il valore economico delle prestazioni spirituali. L’esempio del raccoglitore di autografi. La lavorazione della terra è il momento iniziale di ogni attività economica. L’economia chiusa di un villaggio con i suoi lavoratori spirituali. Valorizzazione delle prestazioni spirituali in base al lavoro: fanno risparmiare. Lavoro manuale e risparmio dello stesso grazie a prestazioni spirituali. Rapporto fra produzione agricola e produzione spirituale.

 

Per capire come sia da intendersi quello che abbiamo detto ieri, bisognerà oggi penetrare più a fondo nei processi connessi con le valutazioni economiche; vedremo così quanto sia difficile valutare in senso economico tutto ciò ch’è lavoro dello spirito Umano. Citerò un esempio non del tutto fittizio, ma solo formulato in modo che la realtà che gli sta dietro non alteri per nulla il valore ch’esso può avere per le nostre considerazioni.

 

In un dato tempo vive un grande poeta che a poco a poco, già durante la vita, e poi dopo la sua morte, viene riconosciuto sempre più come tale. Ora può darsi che a uno di coloro che si occupano di lui, sia pure solo come ammiratore, venga in mente quest’idea: la fama di questo poeta va aumentando; io so positivamente, o per lo meno mi arrischio a pensarlo, che tra qualche tempo, diciamo fra 20 anni, lo si porterà alle stelle. Posso persino prevedere che, date le attuali abitudini di pensiero, si costituirà un archivio per raccogliervi tutti i suoi manoscritti. Ciò avverrà certamente; e io voglio cominciare sin d’ora ad acquistare scritti autografi di questo poeta, che oggi si possono ancora trovare per pochissimi soldi. Un giorno, l’uomo che rimugina questi pensieri nella sua mente astuta, si trova in compagnia di altre persone; uno dice: a me non piace Speculare sui titoli, mi contento dei soliti interessi che ricavo dai miei risparmi. Un altro risponde: io invece non mi contento dei soliti interessi, ma mi compero dei titoli di qualche miniera. Ha una testa più speculatrice dell’altro, perciò compera dei titoli. Il terzo invece, ed è appunto il nostro uomo, dice: in quanto a me, speculo sui titoli migliori che esistano oggi; li compero a prezzo bassissimo, ma non vi dico che titoli siano (caratteristica importante: non tradisce il proprio segreto); sono carte che in brevissimo tempo saliranno molto di prezzo. Egli compera dunque ogni sorta di scritti autografi del poeta in questione, e dopo 20 anni li rivende all’archivio, o a persone che a loro volta le cedono a quell’archivio, a un prezzo multiplo di quello che aveva pagato per averli. Dei tre, il più furbo speculatore è stato senza dubbio lui.

 

È un caso assolutamente vero; non voglio indicare il dove e il come; ma è avvenuto davvero. In tal modo si determinò effettivamente un importante spostamento anche di valori economici, e si tratta di vedere quali fattori vi abbiano contribuito. Anzitutto è da rilevare lo sfruttamento premeditato della circostanza che il poeta in questione godeva di una fama sempre crescente, espressa persino nel fatto dell’archivio fondato in suo onore. Ma bisogna anche aggiungere il fatto (almeno per quanto riguarda lo spostamento per cui tutto andò ad accumularsi nelle mani di uno solo) che la cosa fu taciuta, che si evitò di attirare su di essa l’attenzione di altri i quali da sé non ci avevano pensato. Così quell’uomo intascò da solo l’enorme guadagno.

 

Ho narrato questo fatto soltanto per far osservare quanto sia complicato il problema dei fattori che confluiscono a formare il valore, e come sia arduo afferrarli tutti. Ora dobbiamo chiederci: ma è proprio impossibile afferrare in qualche modo questi fattori? Per una gran parte della vita, ad uomini di sano intelletto, riuniti in associazioni, sarà certo possibile valutare i fattori fino al punto da determinarli in cifre; ma vi saranno comunque molti elementi, e anche elementi determinanti nella valutazione delle cose, che non sarà possibile afferrare nel modo solito, mediante il sano intelletto umano, se non si ricorrerà all’ausilio di altri mezzi.

 

Abbiamo visto come la natura debba venir trasformata dal lavoro, cioè come essa debba in qualche modo collegarsi col lavoro umano, per conseguire un valore economico. In un’organizzazione economica poggiante sulla divisione del lavoro il prodotto naturale non ha ancora all’inizio nessun valore effettivo. Se col pensiero ci formiamo l’immagine che i valori nascono da un interpenetrarsi di sostanza naturale e di lavoro, avremo all’inizio, forse soltanto in una specie di formula algebrica, la possibilità di avvicinarci al carattere funzionale della formazione dei valori. Potremo con facilità pensare che la formazione del valore non avvenga tanto semplicemente, come se il lavoro potesse sommarsi con l’elemento naturale, e modificarlo; dovrà svolgersi una funzione più complicata che non una semplice addizione. Potremo comunque attenerci a ciò che abbiamo già detto, e cioè che vediamo nascere il valore economico quando il prodotto naturale viene modificato dal lavoro umano.

 

Il primissimo gradino di questa modificazione del prodotto naturale da parte del lavoro umano, si ha là dove si lavora la terra. Questo ci conduce a riconoscere che il punto di partenza di tutta l’economia è proprio la lavorazione della terra. L’economia agricola è appunto il presupposto di tutto il processo economico. Se però ci portiamo dall’altro lato dell’economia (ormai non occorrono altri chiarimenti in proposito, poiché risulta chiaro dalle conferenze precedenti che comunque venga effettuato uno spostamento, esso determina un movimento economico di valori), come dovremo procedere per cercare un adeguato termine di confronto col resto? Se per esempio consideriamo come uno degli aspetti della formazione del valore la formula «natura per lavoro», come dissi da principio, dovremo pur arrivare a trovarvi un termine di confronto. Non sarà certo possibile confrontare lo spirito con la natura, poiché non si troverebbe alcun termine di confronto, e tanto meno attraverso considerazioni economiche, se non altro perché vi entrano in gioco elementi molto soggettivi.

 

Pensiamo a una primitiva economia di villaggio, chiusa in sé. In passato se ne potevano certo trovare degli esempi, almeno parziali. Prescindendo dal mercato e dalla città, essa consisterà di ciò che viene prodotto da contadini, da braccianti, da qualche artigiano sia del vestiario sia d’altro; in linea di massima non ci saranno ancora dei veri e propri proletari (per la presente considerazione, non abbiamo bisogno di rivolgervi la nostra attenzione, poiché esamineremo più avanti ciò che riguarda il proletariato). Faranno parte inoltre dell’economia di questo villaggio un maestro, un parroco, o un paio di maestri e di parroci; e questi, se si tratta di una semplice economia di villaggio, dovranno vivere con quello che gli altri cedono loro del proprio. La libera vita spirituale che vi si svilupperà dovrà svolgersi in sostanza fra i parroci e i maestri; eventualmente vi si aggiungerà anche il segretario comunale; fra queste persone si svolgerà in sostanza la libera vita spirituale. Ora dovremo chiederci: come giungeremo veramente a una valutazione in questo giro economico così semplice?

 

Di libera vita spirituale non vi sarà certo altro; non è facile immaginare che il maestro o il parroco producano dei romanzi poiché, se l’economia del villaggio è proprio chiusa in sé, non ne potrebbero certo vendere molti. Affinché un romanziere riesca a trarre qualche guadagno coi suoi romanzi, dovrebbe essere capace di destare nei contadini, nei sarti e nei calzolai un particolare interesse per i romanzi stessi. Ma allora egli potrebbe effettivamente piantare subito una piccola industria.

 

Questa però verrebbe a costare moltissimo, e comunque non possiamo immaginarne senz’altro l’esistenza in quella minuscola economia di villaggio. Vediamo dunque che, prima di sorgere, la libera vita spirituale deve attendere il prodursi di date condizioni. Ma già la presenza del parroco, del maestro e del segretario comunale porta con sé la necessità di determinare la valutazione di ciò che forniscono questi lavoratori spirituali, poiché in senso economico essi sono senz’altro tali.

 

Qual è il presupposto per cui questi lavoratori spirituali possano in genere vivere nel villaggio? Il presupposto è che la gente mandi i figli alla scuola e abbia un certo bisogno di religione. Il presupposto di base sta nei loro bisogni spirituali; senza di che i lavoratori spirituali stessi non potrebbero esistere. Ma questi lavoratori spirituali, dal canto loro, come valuteranno i loro prodotti, per esempio la predica dal pulpito e l’insegnamento scolastico, dato che anche questi lavori vanno valutati anch’essi nell’insieme economico? come dovrà valutarsi economicamente tutto ciò nel complesso della circolazione? Ci troviamo di fronte a un problema fondamentale.

 

Riusciremo a comprenderlo soltanto se ci renderemo ben conto dell’attività che debbono svolgere gli altri; essi devono prestare un lavoro materiale, producono valori economici lavorando con le proprie braccia. Se nessuno avesse bisogno di prediche e di insegnamento scolastico, anche il parroco e il maestro dovrebbero fare la loro parte di lavoro manuale; allora tutti lavorerebbero con le braccia, e ogni vita spirituale sarebbe eliminata. In tal caso non occorrerebbe nemmeno parlare di una valutazione delle attività spirituali. Questa valutazione entra in gioco dal momento in cui osserviamo che il lavoro materiale viene risparmiato ai parroci e ai maestri; se infatti essi si prestano a compiere l’opera loro richiesta, bisogna esonerarli dal lavoro materiale. Sicché possiamo veramente, a questo punto, inserire nello svolgimento del nostro pensiero una considerazione che va afferrata almeno in senso generico. Supponendo infatti che vi fosse bisogno soltanto di metà prediche del parroco e di metà insegnamento scolastico del maestro, che cosa dovrebbe accadere? Non essendo possibile impiegare mezzo parroco e mezzo maestro, tanto il parroco quanto il maestro dovrebbero dedicare una certa parte del loro tempo a lavorare anch’essi materialmente. Allora la valutazione che si dovrà fare per entrambi, risulterà dalla quantità di lavoro fisico che potranno risparmiare. Questo dà la misura per la valutazione del loro lavoro. L’uno prodiga lavoro fisico, l’altro ne viene esonerato, e valuta la propria attività spirituale in base alla quantità di lavoro materiale che questa gli risparmia. A chi rifletta dal punto di vista dell’economia sul fatto che una predica dal pulpito debba avere per noi anche un valore economico, risulterà come ciò avvenga nei due diversi campi della vita economica; cioè quella predica riceve il suo valore economico per il fatto che, da un lato, deve venir eseguito del lavoro, mentre dall’altro esso viene risparmiato.

 

Questo si estende però a tutto il campo della vita spirituale. Che cosa significa economicamente che un pittore dipinga un quadro, impiegandovi all’occorrenza anche dieci anni? Significa che il quadro assume per lui quel valore che gli permetterà di dedicare altri dieci anni a dipingerne un altro; ma non potrà farlo se non risparmiando per dieci anni di lavorare materialmente. Il valore del quadro dovrà raggiungere quel tanto, che il lavoro materiale, applicato altrimenti, produce in dieci anni. Anche prendendo casi complicati come quello che ho spiegato oggi all’inizio della conferenza, si otterrà lo stesso risultato.

 

Volendo trovare il concetto di valore là dove si tratta di prestazioni spirituali, si otterrà in ogni caso il concetto di lavoro risparmiato, di un lavoro cioè che si è messi in grado di non compiere.

 

Il grave errore dei marxisti è di aver considerato tali fatti solo dal lato materiale, e di aver voluto vedere nel capitale soltanto del lavoro cristallizzato, cioè un prodotto al quale è legato del lavoro. Al quadro che il pittore ha dipinto, è indubbiamente collegato lo spirito ch’egli vi ha infuso in quei dieci anni; quanto però a calcolarlo, potrà metterci- si tutt’al più chi crede che lo spirito sia lavoro umano interiore trasformato, il che è assurdo; non si può senz’altro confrontare lo spirituale col materiale. Ma quando produco un’opera spirituale, quel che importa non è che vi si veda del lavoro accumulato; il lavoro che vi è accumulato non è afferrabile economicamente. Come lavoro materiale, può anche essere assai scarso, e cade appunto sotto il concetto di lavoro materiale. Quel che invece conferisce valore alla prestazione spirituale è il lavoro che grazie ad essa posso risparmiare.

 

Da un lato del processo economico si ottiene dunque la forza produttrice del valore con l’apporto di lavoro, con l’applicazione del lavoro al prodotto; il prodotto attira il lavoro. Dall’altro lato il prodotto irradia il lavoro, determina il lavoro; qui il valore è primario e determina il lavoro.

 

Poiché sia in un caso sia nell’altro, abbiamo trovato un termine di confronto, e cioè il lavoro, siamo ormai in grado di mettere in rapporto i vari elementi nella realtà. Se nel primo caso possiamo dire: il valore è uguale a «natura per lavoro», v = n x l, nell’altro dovremo dire: il valore è uguale a «spirito meno lavoro», v = s – 1. La direzione è precisamente opposta. Il lavoro manuale ha un senso soltanto se chi vuol inserirlo nell’economia lo svolge egli stesso. Nelle manifestazioni attinenti allo spirito, ciò che entra in rapporto con la prestazione è un lavoro che viene eseguito da un uomo per un altro, è dunque effettivamente qualcosa che deve venir inserito nel processo economico in senso negativo.

 

È strano! Seguendo la storia delle dottrine economiche, si riscontrano a ogni passo delle cose giuste, giuste però solo per dati campi. Certi economisti affermano senz’altro che sia il lavoro a conferire un valore alle cose: scuola di Smith, di Marx e così via.

 

Vi sono altre scuole che invece propugnano l’altra definizione, giusta a sua volta per un certo campo: che qualcosa diventa capitale, diventa punto di partenza di valore, per il fatto di far risparmiare del lavoro. Tali opinioni sono giuste entrambe: solo che l’una vale per tutto ciò ch’è comunque connesso con la natura, con la terra, mentre l’altra vale per tutto ciò ch’è connesso con lo spirito. Fra questi due estremi, vi è un terzo caso. Possiamo dire che in fondo nessuno dei due estremi esiste in piena purezza, ma solo in modo approssimativo. In ultima analisi, un certo lavoro spirituale entra infatti in gioco anche là dove due persone raccolgono more (evidentemente, anche il raccoglier more assume un valore economico soltanto dal fatto che i raccoglitori si mettano in cammino ed eseguiscano il lavoro); dove l’uno è malaccorto e si affanna a cercarle nei luoghi dove sono scarse, mentre l’altro va dove le more crescono in abbondanza, e quindi ricava di più. Dunque i casi non si presentano mai netti e semplici. Già nel raccogliere more è contenuto del lavoro spirituale, anche se non lo si chiama così, poiché anche qui il lavoro di pensiero è formatore di valore, come nel caso del collezionista di scritti autografi, almeno attraverso uno spostamento.

 

Possiamo dunque dire che si tratta di lavoro, tanto nell’una quanto nell’altra direzione; così troviamo la possibilità di confrontare tra loro in qualche modo i valori economici. Lo stesso processo economico fa appunto da sé tale confronto. Noi possiamo solo prenderne in certo modo coscienza, e afferrarlo con la nostra ragione. Del resto, tutto quanto espongo in questi giorni mira appunto a rendere coscienti e comprensibili alla ragione certi processi prima solo istintivi.

 

Come abbiamo detto, nessuno di questi casi ci si presenta in forma pura. D’altro canto, anche nel caso d’un pittore, per quanto cogiti e combini, magari anche attraverso la visione spirituale (davvero inafferrabile nel campo economico), non appena voglia creare qualcosa da potersi prendere in considerazione dal punto di vista economico, egli dovrà pur sempre applicarvi un poco di lavoro. Il suo genio potrà consentirgli d’essere un terribile fannullone, ma di tanto in tanto egli dovrà pur dar mano al pennello. Dunque un po’ di lavoro manuale dovrà venir fatto anche dal pittore, come un po’ d’ingegno dovrà essere applicato anche da chi raccoglie more. Non possiamo afferrare con piena esattezza quantitativa i processi che sono in gioco nella realtà, ma dobbiamo afferrarli nel loro svolgimento; e possiamo fissarli nei nostri concetti solo rendendoci conto che questi concetti sono in continuo movimento.

 

Tra questi due casi si trova però il punto in cui si può distinguere con maggior chiarezza come in effetti, nell’azione, il lavoro manuale e quello spirituale s’intreccino e operino l’uno nell’altro. Vorrei dire: come in una macchina avviene il movimento alterno dello stantuffo, così in un’azienda il lavoro manuale si muove in un senso mentre dall’altro gli si fa incontro l’attività spirituale. Si tratterà poi di riconoscere come, in questo reciproco incontrarsi del lavoro proveniente da due parti, ci si presenti quello che nel processo economico agisce come terzo fattore in mezzo ai due. In altre parole, si tratta del caso di chi deve appunto Compiere un lavoro materiale da cui viene in parte esonerato in virtù delle sue prestazioni spirituali; di chi dunque svolge la propria attività nei due campi, cosa che in fondo avviene sempre nella realtà. Il caso reale si avvicina ora più alla prima formula (v = n x l), ora più alla seconda (v= s — /). In sostanza quest’ultima formula si avvererebbe soltanto se tra i consumatori qualcuno volesse risparmiare a se stesso tutto il lavoro materiale mediante il proprio lavoro spirituale; ma costui dovrebbe essere già venuto al mondo nella condizione di persona adulta.

 

Si rileva da tutto ciò, anche nella prospettiva della valutazione dell’elemento naturale da un lato e di quello spirituale dall’altro, che è pur possibile penetrare con lo sguardo nel processo economico. Allora dovremo dirci: là dove l’azione positiva s’intreccia con quella negativa, deve scaturire uno stato intermedio. Potrà prevalere ora l’elemento positivo, ora quello negativo. Supponiamo che prevalga l’elemento positivo. Nel caso dell’economia di villaggio prevarrà di certo l’elemento positivo, poiché in quella economia non si troverà grande interesse per un lavoro spirituale che oltrepassi lo stretto necessario; ma quanto più la vita si complica, o, come a volte sentimentalmente ci si esprime, quanto più la civiltà progredisce, tanto più si apprezzerà la produzione spirituale, come empiricamente sappiamo. Vale a dire, quanto più lavoro verrà risparmiato, tanto più un elemento negativo si contrapporrà a quello positivo. Caratterizzando le cose in questo modo, si afferra in verità un processo reale: qui non è questione di lavoro materiale che venga fatto da un lato, per esser poi magari distrutto dall’altro (questo non sarebbe un processo reale in senso economico, ma tutt’al più un processo naturale); qui tutto il lavoro materiale che viene eseguito è assolutamente creatore di valori: nulla ne viene distrutto; e il risparmio di lavoro vi si contrappone soltanto come numero, influisce solo numericamente sul valore del lavoro materiale. Ma appunto grazie a questa quantità numerica ci è data la possibilità di esprimere in modo reale quel che avviene nella realtà. Sono dunque attivi i lavoratori manuali e sono attivi gli uomini che esercitano attività spirituali: e in ciò che viene prodotto si tratta in un caso di lavoro positivo eseguito, e nell’altro di un’attività che significa in sostanza un risparmio di lavoro; su questa base soltanto può farsi la valutazione definitiva.

 

Così siamo giunti alla determinazione dei fattori e alla possibilità di afferrarli in cifre, per il fatto che la stessa cosa ci viene incontro da due lati e che solo ne viene modificata la valutazione. Via via che la civiltà progredisce, l’attività spirituale acquista sempre maggiore importanza; per conseguenza il lavoro materiale interviene nella valutazione con forza sempre minore. Esso viene sì applicato, anzi dovrà venir applicato sempre più, poiché col progresso della civiltà anche la coltivazione della terra dovrà esser resa più efficace; il lavoro nel senso positivo dovrà aumentare. La forza di determinare la valutazione verrà però in fondo sottratta al lavoro materiale, e potrà venirgli sottratta soltanto se in chi lavora con le braccia si accenda sempre più il bisogno di produzione spirituale. Anche qui entra così in gioco nell’economia un elemento essenzialmente umano che non è proprio possibile evitare; ma è un elemento umano di tal natura che, col progredire della vita spirituale, sorge a sua volta come una necessità oggettiva.

 

Finché nel villaggio ipotizzato ci sono soltanto il parroco e il maestro, non si avrà un gran che di vita spirituale; e se il parroco e il maestro sono persone mediocri, le cose continueranno tal quale. Ma poniamo che, in un altro villaggio, il parroco o il maestro, oppure entrambi, siano invece persone eminenti; in tal caso potranno suscitare interessi spirituali d’ogni genere nella gioventù, e sarà forse in loro potere di far sì che per la prossima generazione prenda dimora nel villaggio e si aggiunga a loro un’altra personalità spiritualmente produttiva. Sotto questo aspetto, la spiritualità ha senza dubbio una forza d’azione efficace che, a sua volta, opera nel campo economico. Ma che cosa si vuol dire con tutto questo? In sostanza si vuol mostrare che quanto, nell’àmbito dell’azione economica puramente materiale, ha un valore grandissimo come lavoro, come forza formatrice di valori nel lavoro, viene sempre più, non dico svalutato, ma numericamente diminuito, da parte di ciò che gli si fa incontro; nella cooperazione tra quanto si connette con la lavorazione del suolo e quel che avviene dalla parte dello spirito, sta così qualcosa che economicamente si compensa, si bilancia. Una certa compensazione sarà infatti l’unica soluzione giusta.

 

Ma anche qui sorgono a loro volta condizioni assai complesse, poiché può senz’altro accadere che in qualche luogo vi siano troppi produttori spirituali, vale a dire che una troppo intensa forza risparmiatrice di lavoro eserciti la sua azione. Ne risulterà un valore negativo, e la gente non potrà più vivere senza divorarsi a vicenda. Alla ricordata compensazione è dunque imposto un certo limite; il limite è che per ogni territorio economico esiste un rapporto, un bilancio, semplicemente determinato dalla natura delle cose, tra la produzione del suolo da un lato, e la produzione spirituale dall’altro.

 

Finché non si terrà conto dell’equilibrio tra la produzione agricola (naturalmente nel senso più lato) e la produzione spirituale; finché non si affronterà molto seriamente questo problema, finora quasi trascurato, non sarà affatto possibile arrivare a una dottrina economico-sociale adeguata alle necessità dei tempi attuali.

 

Bisognerà anzitutto studiare in base a dati che dimostrino, con onestà e senza scopi propagandistici, in qual modo un territorio qualsiasi diventi economicamente malsano, per il solo fatto ch’esso abbia un numero eccessivo di lavoratori spirituali; e osservare altresì quanta forza per un ulteriore sviluppo in senso culturale e spirituale vi sia in un altro territorio che invece non abbia ancora raggiunto il limite di cui ho parlato; il progresso in un datò territorio è infatti possibile soltanto finché il limite segnato da quella compensazione non sia ancora stato raggiunto. Si tratterà anzitutto di rintracciare gli elementi delle economie chiuse esistenti ancor oggi in alcune regioni (parte di queste esistono dovunque, ché il trapasso all’economia mondiale procede lentamente) e di esaminare le condizioni generali dell’agiatezza nei territori dove il numero di poeti, pittori, abili industriali è scarso, e dove prevale invece l’agricoltura e ciò che in genere ha attinenza con la terra; e poi di esaminare le regioni in cui dominano invece condizioni opposte. In tal modo, da quanto potremo constatare, dovremo ricavare empiricamente certe leggi che ne risultano, ed elaborare nella teoria il rapporto tra economia agricola, lavoro della terra in senso lato e attività culturale. Sarà proprio, necessario considerare una volta semplicemente i lavoratori spirituali medi di un territorio qualsiasi, che non alterano punto il complessivo rapporto, e d’altro lato, i medi lavoratori manuali, soppesando i fattori relativi per scoprire come l’uno agisca bilanciando sull’altro.

 

È un punto di somma importanza per chi voglia oggi comunque contribuire al progresso della dottrina economica, poiché sono assai pochi coloro che vedono oggi nel modo giusto questo problema che deve stare alla base di ogni riflessione sul prezzo e sul valore.

 

Ho già accennato ieri che in materia di economia gli uomini si lasciano sempre traviare, pensando i particolari e trascurando il fenomeno complessivo. Nella conclusione del secondo volume del suo Il tramonto dell’occidente, Spengler esprime certo eccellenti vedute economiche, ma guasta quelle sue eccellenti vedute, perché non riesce a tradurre in pensiero economico attuale ciò che fino a un certo grado abbraccia storicamente con lo sguardo. Egli osserva molto bene come in passato prevalesse ancora un’economia che prendeva le mosse dal lavoro della terra, mentre oggi prevale l’altra che poggia sulla base del denaro, ossia in sostanza sul lavoro spirituale; ma non vede che le sue constatazioni storiche accennano a due stadi economici che non si sono affatto sostituiti l’uno all’altro, ma coesistono ancora oggi l’uno accanto all’altro come in natura si trovano contenute le forme primitive in quelle più progredite. Fuori di noi troviamo per esempio le amebe, che solo strisciano, e poi le ritroviamo in certo modo nei corpuscoli bianchi del nostro sangue. Vediamo oggi coesistere i diversi stadi della storia della natura, così come in economia coesistono gli stadi più disparati l’uno accanto all’altro. Talora avviene persino che proprio ciò che ha raggiunto l’apice della civiltà in un’economia molto avanzata, ritorni a condizioni più primitive; così valori che erano stati creati per il fatto che viviamo in un alto grado di civiltà, ritornano in certo modo al baratto. Ad esempio coloro che hanno fatto dei risparmi, se li scambiano talvolta reciprocamente per corrispondere a certe loro esigenze; a un gradino sommamente evoluto, troviamo sovente, appunto per le cose più elevate, le funzioni più primitive.

 

Ho voluto oggi accennare a questi problemi per poter giungere domani a una necessaria conclusione delle nostre considerazioni.

 

 

By | 2018-11-12T17:14:39+01:00 Novembre 12th, 2018|CAPISALDI ECONOMIA|Commenti disabilitati su 13 – IL VALORE ECONOMICO DELLE PRESTAZIONI SPIRITUALI