Ostacoli ed aiuti alle forze di Michele al sorgere dell’epoca dell’anima cosciente – Massime 131-133

Commento di Lucio Russo


 

Parte seconda – II

Cominciamo stasera la seconda lettera della seconda parte, intitolata:

Ostacoli ed aiuti alle forze di Michele al sorgere dell’epoca dell’anima cosciente (14 dicembre 1924).

 

 

L’incorporazione dell’anima cosciente produsse in tutta Europa anche una perturbazione nelle esperienze religiose e di culto. Sul finire del secolo undicesimo e all’inizio del dodicesimo si ha un chiaro avvertimento di questa perturbazione, nel sorgere delle “dimostrazioni dell’esistenza di Dio” (specialmente per opera di Anselmo di Canterbury). La esistenza di Dio doveva venir dimostrata per mezzo di ragioni logiche. Una tale aspirazione poteva nascere soltanto quando si dileguava il modo antico di sperimentare “Dio” con le forze della propria anima, perché non è necessario dimostrare logicamente ciò che così si sperimenta” (p. 124).

 

 

Chiunque abbia senno non sente il bisogno di dimostrare logicamente l’esistenza di quanto percepisce mediante i sensi fisici. Il fatto che l’arcivescovo di Canterbury, il Doctor magnificus Anselmo d’Aosta (1033/34-1109), abbia avvertito il bisogno di dimostrare in tal modo, nel Proslogion (1), l’esistenza di Dio è perciò segno che non la si percepiva o sperimentava più mediante i sensi spirituali (“con le forze della propria anima”).

Mi riferisco, naturalmente, non al senso intuitivo o a quello ispirato, ma agli ultimi residui di quel senso immaginativo ch’era stato fino allora in grado di cogliere delle realtà (e non delle astrazioni, come farà, da quel momento in poi, la coscienza rappresentativa).

Emblematica, al riguardo, è la disputa tra i realisti e i nominalisti: i primi erano ancora in grado di sperimentare qualcosa della realtà dei concetti o delle idee, mentre i secondi, avendo ormai perso tale residua capacità, li consideravano solo dei nomi.

Tramontata l’immaginazione e sorto l’intelletto, ci si sforzava dunque di ritrovare, per mezzo della logica, le certezze perdute.

 

Sappiamo, però, che una cosa è la logica dell’intelletto, altra la logica del reale.

Questa è infatti l’unità o l’insieme di tutte le logiche:

• di quella “analitica” dell’intelletto,              • di quella “vivente” dell’immaginazione,

• di quella “qualitativa” dell’ispirazione        • e di quella “essenziale” dell’intuizione.

 

Con l’avvento dell’anima cosciente e la maturazione dell’intelletto,

• non si gode più dunque della logica intuitiva, di quella ispirata e di quella immaginativa

(di cui ancora usufruiva a suo modo e in misura minima l’anima razionale-affettiva),

• ma si gode soltanto della logica rappresentativa: ossia di una logica meccanica e binaria

che schiude l’accesso alla realtà inorganica o della morte,

chiudendolo, al contempo, a quanto si trova al di là di questa dimensione.

 

 

Secondo il modo antico, si percepivano animicamente le sostanze, le intelligenze, fin su alla Divinità;

il modo nuovo divenne quello di formarsi intellettualmente dei pensieri sulle “cause prime” dell’universo.

Per la prima maniera, nella sfera spirituale immediatamente confinante con la sfera terrestre

si avevano avute le forze di Michele le quali, dietro alle forze del pensiero diretto al sensibile,

armavano l’anima di facoltà adatte a percepire le sostanze, le intelligenze dell’universo;

per la maniera nuova doveva prima venir creato il congiungimento dell’anima con le forze di Michele” (p. 124).

 

 

Dice Steiner: “Secondo il modo antico, si percepivano animicamente le sostanze, le intelligenze, fin su alla Divinità”.

 

Tali “sostanze” o “intelligenze” venivano dette logoi,

poiché si sapeva che il Logos è il loro Principio: poiché si sapeva, cioè, che

• il Logos è il Principio (il Soggetto o l’Io) di tutti i concetti e di tutte le idee,

l’Essere di tutte le essenze o, meglio ancora, l’Essere di tutte le Gerarchie, dagli Angeli “fin su alla Divinità”.

 

“Il modo nuovo – dice ancora Steiner – divenne quello di formarsi intellettualmente dei pensieri sulle “cause prime” dell’universo”: di cercare ossia di ritrovare in “modo nuovo” tutto ciò che era andato perduto.

 

• Finché è stato unito a Michele, l’uomo ha avuto la capacità o la forza di riconoscere la realtà delle intelligenze o dei logoi; una volta separatosi da Michele, l’ha invece perduta. Michele è sempre lì (nel mondo eterico), ma deve attendere che l’uomo gli muova (dal mondo fisico) incontro. E’ pronto a riallacciare il rapporto con l’umanità, ma è ora necessario che sia questa a fare il primo passo (risalendo dal pensato al pensare).

Immaginate un uomo che tenda la mano per aiutarne un altro caduto in una buca profonda. Non dovrà quest’ultimo tendere a sua volta la mano per afferrare quella del suo soccorritore (per “congiungervisi”), permettendogli così di trarlo in salvo?

Ovviamente, l’uomo caduto nella buca (nel pensato o nella materia) sta per tutti noi, mentre quello che cerca di tirarlo fuori sta per Michele.

Come si vede, non potrà riuscirvi se non approfitteremo in modo attivo del suo aiuto (“aiutati, che Dio ti aiuta”):

“Per la maniera nuova – dice appunto Steiner – doveva prima venir creato il congiungimento”.

 

 

Nel campo del culto, da Wicliff in Inghilterra (secolo quattordicesimo) fino a Huss in Boemia, in vaste sfere dell’esperienza religiosa umana venne a vacillare una dottrina centrale come quella dell’eucaristia. Nell’eucarestia l’uomo poteva trovare il suo collegamento col mondo spirituale, apertogli dal Cristo, perché gli era dato congiungersi col Cristo nella sua entità, in modo che il fatto dell’unione sensibile fosse al contempo un fatto spirituale.

La coscienza dell’anima razionale o affettiva era in grado di farsi una rappresentazione di questa unione perché, tanto dello spirito quanto della materia, quell’anima aveva ancora idee non disgiunte tra loro; era così possibile pensare un trapasso dell’una (materia) nell’altro (spirito). Ma idee siffatte non devono essere idee intellettualistiche che chiedano anche la dimostrazione dell’esistenza di Dio; devono essere tali da avere ancora qualcosa dell’immaginazione. Di conseguenza, si sente nella materia lo spirito in essa operante, e nello spirito il tendere verso la materia. Idee di questo genere hanno dietro di sé le forze cosmiche di Michele” (pp. 124-125).

 

 

Lasciatemi fare, riguardo all’”esperienza religiosa umana”, una breve considerazione. Nell’Osservatorio scientifico-spirituale ci sono due articoli (2) in cui si cerca di dimostrare che l’odierna teologia non mette in giusta luce lo Spirito Santo, la terza Persona della Trinità, in quanto, presentandolo come la Persona dell’amore, ne oscura (per motivi che non è difficile immaginare) la valenza conoscitiva o gnostica, legata in primo luogo al pensiero.

Non è cosa da poco, anzi. Non mi risulta, tuttavia, che se ne siano accorti in molti (perfino tra coloro che vorrebbero far propria, come dice Steiner, “la missione pentecostale dell’antroposofia”). Nulla sembra infatti più ozioso, oggigiorno, che occuparsi o discutere di un tema del genere o, come si usa significativamente dire, del “sesso degli Angeli”… E pensare che Gregorio di Nissa (335-395) racconta che, ai suoi tempi, non si poteva andare dal calzolaio o dal macellaio senza sentir parlare della “generazione eterna del Figlio”. Ebbene, provate oggi ad andare dal calzolaio o dal macellaio, e sentirete di che cosa si parla.

 

Ma veniamo a noi.

Vi leggo, riguardo all’eucarestia, quanto dice questa biografia di Lutero: “Lutero affermò che il sacerdote nella celebrazione del sacramento non ha il potere di compiere quello che la Chiesa pretende che compia: non può “fare Dio” né “sacrificare Cristo”. Il modo più semplice per negare queste pretese era di dire che Dio non è presente e che Cristo non è sacrificato, ma Lutero avrebbe accettato solo la seconda di queste due proposizioni. Cristo non è sacrificato, perché il suo sacrificio è stato compiuto una volta per tutte sulla croce, ma Dio è presente negli elementi, perché Cristo, essendo Dio, dichiarò “Questo è il mio corpo”. Quando il prete ripete queste parole, tuttavia, egli non trasforma il pane ed il vino nel corpo e nel sangue di Dio, come afferma la Chiesa cattolica. La dottrina chiamata della “transustanziazione” afferma che gli elementi conservano i loro caratteri accidentali, ossia la forma, il gusto, il colore, ecc., ma perdono la loro sostanza, che viene sostituita dalla sostanza di Dio. Lutero respinse questa posizione, più per ragioni bibliche, che per motivi razionali. Prima di lui, sia Erasmo, sia Melantone, avevano fatto notare che il concetto di sostanza non è biblico, ma è un’invenzione degli scolastici; Lutero era perciò contrario ad usarlo ed il suo concetto non dovrebbe essere chiamato “consustanziazione”. Per lui il sacramento non era una particola di Dio caduta dal cielo come una meteora; Dio, infatti, non ha bisogno di cadere dal cielo, perché è presente in ogni luogo della sua creazione come una forza che la sostiene e le dà vita, e Cristo, in quanto Dio, è parimenti universale, ma la sua presenza resta nascosta agli occhi umani” (3).

 

• Si crede che Dio debba cadere (“come una meteora”) dal cielo per “transustanziare” l’ostia, poiché si pensa che in essa, in quanto fatta di farina di frumento e acqua, Dio non sia presente: in quanto la si pensa, cioè, materialisticamente.

Ma se è vero, com’è vero, che il Cristo è divenuto lo spirito (solare) della Terra (“Questo è il mio corpo”), che bisogno c’è di un’altra transustanziazione?

• Fatto si è che un tempo, grazie ai residui dell’immaginazione, risultava plausibile che l’elemento materiale fosse permeato di spirito (che la Terra fosse Corpus Domini), mentre adesso, esauriti tali residui, l’ostia appare una cosa meramente materiale che solo un fatto miracoloso può trasformare o, per l‘appunto, transustanziare.

Come vedete, è questo un ulteriore segno del passaggio dall’anima razionale-affettiva all’anima cosciente. Per riprendere a vedere (scientificamente) la natura non come la vedeva Cartesio, ma come una realtà permeata di spirito, si dovrà infatti attendere Goethe.

 

 

Si pensi soltanto a quanto venne a vacillare in quell’epoca per l’anima umana! Quante cose collegate con le più sacre e intime esperienze! Sorsero delle personalità, come Huss, Wicliff e altri, nei quali l’essere dell’anima cosciente risplendeva nel modo più fulgido, il cui atteggiamento animico era tale da collegarli alle forze di Michele con un’intensità che gli altri uomini avrebbero conseguito solo dopo secoli. Mosse nel loro cuore dalla voce di Michele, queste persone fecero valere il diritto dell’anima cosciente di spiccare il volo per afferrare i più alti misteri religiosi. Sentirono che l’intellettualità, che andava sorgendo con l’anima cosciente, doveva essere capace di accogliere nella sfera delle sue idee ciò che in epoche passate era stato raggiungibile per mezzo dell’immaginazione” (p. 125).

 

 

Fu il concilio di Costanza (1414-1418) a condannare al rogo Jan Hus. Ascoltate che cosa dice di tale concilio lo stesso Hus (in una lettera ai suoi amici): “E se voi foste stati a Costanza, voi avreste visto l’abominazione di questo concilio che si dice santissimo e infallibile, abominazione che ha fatto dire a parecchi cittadini di Svevia che la città di Costanza non potrà purificarsene che in trent’anni…” (4).

Sapete chi è l’autore della biografia di Hus dalla quale ho tratto questo passo? Non credo lo immaginiate: Benito Mussolini! Si tratta di un libro piuttosto raro, giacché Mussolini, che lo aveva scritto nel 1913, lo fece poi sparire dalla circolazione, in vista dei Patti Lateranensi del 1929.

 

Ascoltate ciò che dice del concilio di Costanza: Hus “osò fronteggiare serenamente il Concilio, l’Imperatore, la Chiesa. E sì, che non altrettanto sereni erano gli avversari o meglio i giudici. Pare che di frequente le discussioni del Concilio si concludessero in un pugilato. Nelle postille alla Storia del Cantù c’è un episodio che merita di essere segnalato, poiché addimostra la violenza brutale cui trascendevano i grossi ministri di Dio: “Nel Concilio seguì un rumore fra l’Arcivescovo di Milano e quello di Pisa e dalle parole ne vennero alle mani, volendo strangolare l’uno l’altro perché non avevano armi. Onde molti si gettarono giù per le finestre del Concilio”” (5).

 

Dice Steiner: • “Sorsero delle personalità, come Huss, Wicliff e altri, nei quali l’essere dell’anima cosciente risplendeva nel modo più fulgido”.

Vi risplendeva soprattutto per due ragioni: primo, perché tali personalità erano concordi, al di là delle loro diverse posizioni, nel disconoscere la supremazia del papato e nel rivendicare il diritto al “libero esame” delle Sacre Scritture (la Bibbia, già tradotta da Pietro Valdo [ca. 1130 – ca. 1206/1207] in provenzale, fu tradotta da Wyclif in inglese e da Lutero in tedesco, così che potessero leggerla tutti, e non solo i chierici); secondo, perché queste stesse personalità si appellavano, più o meno esplicitamente, allo Spirito Santo, in quanto “Spirito di verità”, e quindi Spirito della libera conoscenza spirituale.

 

(Riguardo alla famosa “vendita delle indulgenze”, che dette il via, come si sa, alla Riforma, vi voglio leggere quanto dice questo libro: “Dal momento che la causa contingente della spaccatura tra Protestanti e Chiesa romana fu proprio il commercio delle indulgenze, è utile riassumere la dottrina teologica che ne costituisce il presupposto. Si credeva che Cristo stesso, la Vergine Maria, e molti Santi avessero guadagnato, durante la loro vita, un surplus di merito che avrebbe potuto essere distribuito tra i Cristiani meno saldi nella fede, i quali avevano, al contrario, accumulato un deficit a seguito dei peccati commessi, per espiare i quali avrebbero dovuto trascorrere un lungo periodo in purgatorio. I Papi, depositari, per mezzo di Pietro, delle chiavi della Chiesa, erano in grado di attingere a questo tesoro e di elargirlo a quei peccatori che necessitavano di un alleggerimento della pena – essi potevano così privarsi di parte della ricchezza materiale che avevano accumulato durante la vita terrena, ricevendo in cambio la ricchezza spirituale dei Santi. Pur non essendo possibile comprare la salvezza, si poteva comunque pagare per la remissione (anche totale, se la quantità di denaro e i favori elargiti erano sufficienti) delle pene” [6]; riguardo invece allo Spirito Santo, vi leggo quanto dice Unger: “Da Roma a poco a poco veniva imposto il dogma secondo il quale lo Spirito Santo parlava attraverso il collegio riunito dei cardinali, specialmente nella scelta del papa, per arrivare poi, al tempo nostro (1870) al dogma dell’infallibilità del papa nelle questioni della fede: ora lo Spirito Santo potrebbe parlare unicamente attraverso di lui […] Soltanto la vera comunità di Michele può lasciare agire lo Spirito Santo nel nostro tempo fra le comunità degli uomini” [7].)

 

Ciò che più importa, come sempre, è comprendere la natura dello spirito che animava tali personalità.

Queste, dice ancora Steiner, “sentirono che l’intellettualità, che andava sorgendo con l’anima cosciente, doveva essere capace di accogliere nella sfera delle sue idee ciò che in epoche passate era stato raggiungibile per mezzo dell’immaginazione”.

Inutile dire che questo, almeno per cominciare, dovremmo sentirlo anche noi.

 

 

Di fronte a questo stava il fatto che l’antica condizione dell’anima umana, tramandata storicamente, aveva perduto ogni forza interiore in vastissime sfere. Quelli che la storia chiama i problemi della fede, e di cui si occuparono i grandi concili riformatori nell’epoca iniziale dell’attività dell’anima cosciente, sono tutti connessi con la vita di quelle anime umane che ancora non sentivano in sé l’anima cosciente, ma che anche nella tramandata anima razionale o affettiva non potevano ormai più trovare forza e sicurezza interiore” (pp. 125-126).

 

 

Pensate, per dirne solo una, al potere della “scomunica”. Un tempo, la temevano perfino gli imperatori (basti pensare a Enrico IV, Gregorio VII e Canossa): una scomunica avrebbe infatti legittimato i loro oppositori o rivali a spodestarli.

Ieri l’altro, invece, Benedetto Croce, “rispondendo a un’affettuosa lettera di circostanza di don Giuseppe De Luca (…) pur ringraziando, manifestava la sua indifferenza nei riguardi della iniziativa ecclesiastica [la condanna di Croce e Gentile da parte del Sant’Uffizio e la messa all’indice delle loro opere], indifferenza circondata da “sorriso e gaiezza negli astanti. Da tre giorni, infatti, io ricevo allegre congratulazioni per il nuovo riconoscimento che mi viene dalla Chiesa”” (8).

Non basta questo a dimostrare quanto diverso sia l’uomo dell’anima cosciente da quello dell’anima razionale-affettiva?

Certo, l’epoca della Riforma è un’epoca di transizione, cioè un’epoca in cui l’umanità sta, per così dire, con un piede nell’anima cosciente e con l’altro ancora nell’anima razionale-affettiva; non solo, in un’anima razionale-affettiva che non è più in grado (in quanto meramente “tramandata”) di fornire la stessa “forza e sicurezza interiore” che forniva agli uomini del Medioevo.

 

 

Si può veramente dire che esperienze storiche umane quali si manifestarono nei concili di Costanza e di Basilea mostrano, su nel mondo spirituale, il discendere dell’intellettualità che vuol raggiungere gli uomini, e giù, nella sfera terrena, l’anima razionale o affettiva che non corrisponde più all’epoca nuova. Nel mezzo si librano le forze di Michele che guardano alla loro passata unione col divino-spirituale, e anche giù verso l’umanità; anche questa aveva in passato quel legame, ma ormai doveva inoltrarsi in una sfera nella quale Michele può sì aiutarla, ma dal mondo spirituale, senza però doverla interiormente unire a sé (…) Si penetra profondamente nelle caratteristiche di questa epoca se si guarda alla figura del cardinale Nicolò Cusano (si veda in proposito il mio libro I mistici all’alba della vita spirituale dei tempi nuovi). La sua personalità è come una pietra miliare dell’epoca” (p. 126).

 

 

Ho già ricordato, una sera, che Steiner, in Nascita e sviluppo storico della scienza, colloca la nascita della scienza tra il 1440, anno di pubblicazione del De docta ignorantia di Niccolò Cusano, e il 1543, anno di pubblicazione del De revolutionibus orbium coelestium di Niccolò Copernico.

E’ in questo lasso di tempo che matura il pensiero scientifico, ed è per questa ragione che la personalità di Niccolò da Cusa (1401-1464) “è come una pietra miliare dell’epoca”.

Scrive Steiner, ne Gli enigmi della filosofia: “Cusano si sente solo con il suo “io”; il quale non ha in se stesso nessun collegamento con il suo Dio. Dio è fuori dell’”io”. Incontra l’”io” solo quando raggiunge la “docta ignorantia”” (9).

 

 

Egli vorrebbe portare a generale riconoscimento idee che non combattono i mali del mondo fisico per mezzo di tendenze spirituali fantastiche ma che, per mezzo del sano buon senso umano, riconducono sulle giuste vie ciò che si è fuorviato. Si osservi il suo comportamento al concilio di Basilea, e in genere nella sua comunità ecclesiale, e lo si noterà”.

 

 

Nel libro I mistici all’alba della vita spirituale dei tempi nuovi, Steiner dedica un capitolo al “Cardinale Nicolò da Kues”, arrivando a concludere che, da matematico e da persona attenta agli sviluppi del pensiero scientifico, avrebbe di certo fatto molto più di quanto ha fatto (seppure solo “per mezzo del sano buon senso umano”), se non fosse stato cardinale e non avesse temuto, mettendosi contro la Chiesa, di finire sul rogo come Hus.

(“La sua veste sacerdotale impedì al Cusano di percorrere con rigorosa coerenza tutto il cammino indicatogli da quella sua lucida visione. Lo vediamo infatti compiere un inizio brillante col passaggio dal “sapere” al “non-sapere”. Ma al tempo stesso scorgiamo come, nella sfera del “non-sapere”, egli non ci mostri null’altro che il contenuto dottrinale teologico che ci è offerto anche dagli scolastici” [10].)

 

 

Se da un lato il Cusano è così interamente incline al rivolgimento che avviene nell’evoluzione con lo sviluppo dell’anima cosciente, dall’altro lo vediamo manifestare idee che mostrano luminosamente l’influsso delle forze di Michele. Egli introduce nella sua epoca le buone idee antiche che conducevano il senso dell’anima umana a sviluppare facoltà atte a percepire le sostanze, le intelligenze del cosmo, quando ancora Michele amministrava l’intellettualità cosmica. La “docta ignorantia” della quale egli parla è una comprensione che sta al di sopra della percezione rivolta al mondo dei sensi, una comprensione che porta il pensiero al di là dell’intellettualità (del sapere ordinario), in una regione dove nell’ignoranza ma in una veggenza che è insieme esperienza, si afferra lo spirito.

Il Cusano è cioè quella personalità che, sentendo nella propria vita animica per opera di Michele la perturbazione dell’equilibrio cosmico, vuole intuitivamente contribuire quanto più possibile a che tale perturbazione venga indirizzata a vantaggio dell’umanità” (pp. 126-127).

 

 

Chiariamoci ancora le idee: negli scolastici, da un parte c’è la conoscenza e dall’altra la fede, e questa è deputata a sopperire agli inderogabili limiti di quella; in Cusano, invece, la docta ignorantia aspira a essere una conoscenza che varca i limiti di quella ordinaria.

È nel cuore di questa aspirazione che va riconosciuta la presenza di Michele, giacché è solo in virtù del suo impulso che si può avvertire l’esigenza di sviluppare gradi superiori di coscienza o conoscenza.

In Cusano tale impulso vive non tanto in ciò che di fatto realizza, quanto piuttosto nella tensione o nell’intenzione “gnostica” (conoscitiva) che lo anima.

 

(Della devozione, quale sintesi di dedizione e amore, Steiner dice: “E’ necessario voler pensare intorno a ciò verso cui si prova un sentimento di dedizione. Nell’istante in cui la dedizione non si accompagna alla volontà di pensare, essa è esposta al pericolo di smarrirsi; una volontà che a priori e per principio rinunciasse a pensare intorno all’oggetto della propria dedizione potrebbe condurre a questo estremo: ad un perenne deliquio animico. Forse che l’altro elemento della devozione, l’amore, può anch’esso subire un’uguale sorte? Nell’amore, dove qualcosa deve riversarsi dal Sé umano e irradiare verso l’oggetto ignoto, occorre che in nessun istante l’Io rinunci a se stesso […] Che cosa diviene l’amore, se l’Io non si mantiene desto fino al limite dove incontra l’ignoto, se non vuol compenetrare questo ignoto con la luce del pensiero e del sano giudizio? Diviene ciò che si chiama “esaltazione”” [11].)

 

E’ a causa di tale tensione o intenzione “gnostica” che Cusano ha corso il rischio di essere considerato un eretico, al pari di quanti affermavano (e ancor oggi affermano) che il territorio riservato dalla scolastica alla fede (o all’ontologia) può diventare territorio della conoscenza (o della gnoseologia): vale a dire, di un sapere che è al tempo stesso (nel caso appunto di Cusano) un non-sapere o di un non-sapere ch’è al tempo stesso un sapere.

L’obiettivo di questo suo “sapere-non-sapere” era l’intuitio intellectualis: vale a dire, l’intuizione intellettuale di Dio, quale coincidentia oppositorum: cioè quale sintesi o unione degli opposti.

Tale “sapere-non-sapere” potrebbe in effetti trasformarsi in una “scienza dello spirito” se, forte della sua aspirazione conoscitiva (michaelita), si concretasse (al di là del “sano buon senso umano”) in coscienza immaginativa, in coscienza ispirata e in coscienza intuitiva.

Superfluo aggiungere che un conto è l’umile docta ignorantia di Cusano, altro la presuntuosa ignorantia docta degli odierni intellettuali (in specie se materialisti).

 

Fatto si è che un tempo esisteva la cultura ed esisteva l’ignoranza, mentre oggi esiste l’ignoranza o l’incoscienza colta (coltivata) patrocinata da Arimane (in qualità di spirito dell’inganno). Come parliamo di un’anima “cosciente”, potremmo perciò parlare di un’anima “incosciente”, che non solo si spaccia per cosciente, ma elabora e diffonde pure una propria oscuroveggente concezione dell’uomo e del mondo.

E’ a questa “falsa coscienza” (Marx), ad esempio, che dobbiamo il fatto che ci siano oggi in giro tante teste che, come ho già detto una sera, sanno tanto, ma capiscono poco.

Mentre non si può capire senza sapere, si può infatti sapere senza capire.

 

 

In mezzo a ciò che spiritualmente si manifestava in questo modo viveva segretamente anche dell’altro. Singoli individui, aventi il senso e la comprensione per la posizione delle forze di Michele nell’universo, vollero preparare le forze dell’anima loro in modo da trovare coscientemente l’adito alla sfera spirituale, confinante con la sfera terrena, nella quale Michele fa i suoi sforzi a favore dell’umanità.

Essi cercavano di conquistarsi la giustificazione a questa impresa spirituale comportandosi esteriormente nella loro esistenza, sia nella professione, sia altrimenti, in modo che la loro vita non si potesse distinguere da quella degli altri uomini. Per il fatto che compivano con amore ed in modo del tutto normale i loro doveri verso il mondo terreno, essi potevano liberamente rivolgere l’intimo della loro umanità alla sfera spirituale di cui abbiamo parlato. Ciò che essi facevano in questa direzione era affare loro e di quelli coi quali “occultamente” si univano” (p. 127).

 

 

Abbiamo visto, all’inizio di questa lettera, che “per la maniera nuova [di “percepire le sostanze, le intelligenze dell’universo” o i logoi] doveva prima venir creato il congiungimento dell’anima con le forze di Michele”.

Singoli individui (“aventi il senso e